Project Gutenberg's La contessa di Karolystria, by Antonio Ghislanzoni

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Title: La contessa di Karolystria
       Storia tragicomica

Author: Antonio Ghislanzoni

Release Date: February 24, 2006 [EBook #17849]
[Last updated: August 2, 2014]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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  A. GHISLANZONI


  LA CONTESSA DI KAROLYSTRIA

  _Storia tragicomica_

  MILANO

  A. BRIGOLA & C., EDITORI
  Via Manzoni, 5



  Propriet letteraria.

  Milano, 1883.--Tip. Pagnoni.





A SALVATORE FARINA


La nostra amicizia, che dura da anni, e che mai... Perch mi trema la
mano nello scrivere? Donde avviene che dopo aver messe l, sulla
carta, una diecina di schiette parole, mi vien meno il coraggio di
arrotondare il periodo per dichiararvi tutto l'affetto che vi porto?

Perdonate! Ho appena finito di leggere i due volumi del De-Amicis; due
stupendi volumi, pieni di osservazioni vere e profonde, ma... ma...
(la colpa non  dell'autore,  tutta mia) tanto affliggenti da
produrre lo sgomento.

Eppure, noi siamo amici, io e voi.

Vi  forse dell'orgoglio, da parte mia, nel dichiararlo al cospetto
del pubblico?

 possibile. Ebbene, s! io vado orgoglioso della vostra amicizia; e
voi, non ne dubito, vi compiacete della mia.

Ci amiamo noi per simpatia di et, di carattere, di inclinazioni, di
gusti letterar? Io sono un vecchio matto, voi un giovane serio ed
assestato; io appartengo alla scapigliatura incorreggibile, voi
rappresentate il modello dei cittadini, dei mariti e dei padri; io
faccio della prosa per far ridere i buontemponi, fabbrico dei versi
per far disperare i maestri, e voi scrivete dei romanzi squisitamente
arguti, per educare gli animi a tutto che vi ha di gentile e di
onesto; infine, voi recitate, sul palcoscenico della letteratura, le
parti dignitose e sentimentali, io recito da caratterista e qualche
volta da buffo.

Ed ecco, malgrado questa antitesi, io non mi prendo veruna soggezione
a presentarvi e dedicarvi il pi balzano, il pi strampalato de' miei
racconti. Perch dovrei aver soggezione? Voi non siete di quelli che
leggono da giudici i libri degli amici; voi riderete delle mie
stravaganze, e mi manderete in ricambio qualche vostra gentile e
melanconica novella, che a me, vecchio matto, far versare delle
lacrime soavi.

Dopo tutto, deve esistere fra noi due qualche affinit o
consanguineit latente, la quale mi farebbe sospettare che discendiamo
dal medesimo ceppo.

Sta a vedere, adesso, che ci troviamo parenti!...

Eppure... eppure... Vediamo un po'!--Voi timido, io timidissimo (come
rideranno certi grulloni al vedere che io mi dichiaro timidissimo!);
voi amante dei fiori e dei bimbi, io coltivatore di asparagi e di
patate; voi schivo dalle combriccole, restio alle pompe
insignificanti, alle adunanze accademiche, ai banchetti fraterni (Dio!
quanto fraterni!)--io pi orso che uomo socievole, pi stretto al
consorzio dei cani e dei gatti che a quello degli animali chiamati
ragionevoli.

Ma non  qui il luogo di sviluppare il parallelo; ne parleremo fra noi
a quattr'occhi, forse ne abbiam gi parlato e abbiamo concluso
affermativamente, senza darci la pena di profferire una parola.

Nullameno--poich ci siamo--non voglio passarmela senza avvertire il
tratto pi incisivo di somiglianza che esiste fra noi.--Ed  questo:
che essendoci entrambi, per elezione o per caso, applicati a cucinare
e ad imbandire delle vivande per la mensa libraria, noi non abbiamo
tenuto conto del _menu_ prescritto dai cuochi massimi, e abbiamo dato,
ciascuno, ci che sapeva, e poteva, e voleva dare.

Voi avete recato sulle mense delle gelatine confortanti, delle pesche
col rosolio, delle ciambelle leggermente pepate; io dei salsicciotti
saturi di grosso sale, delle polpette ripiene di senape e di droghe
mordenti. Il fatto rappresenta una antitesi, ma esso deriva da una
identica convinzione.

Da circa vent'anni noi assistiamo ad uno spettacolo curioso. Lo si
vuol intitolare _evoluzione letteraria_; e questa evoluzione, se ho
ben compreso, vorrebbe indurre quanti sono nel mondo letterati ed
artisti a modellarsi sovra un medesimo stampo. Per essere ammessi
nella chiesa cattolica governata da codesti _massimi_ centuplicati da
tanti _minimi_, occorre assolutamente di farsi scimmie. L'arte si ha
da fare cos e cos--e mentre si pretende disfare la vecchia rettorica
e schiacciare il convenzionalismo, ecco insorgere una rettorica nuova
pi circoscritta e pi gaglioffa dell'antica, un convenzionalismo
stupido e barocco, che si arroga di mettere il bavaglio al cervello e
di proscrivere la originalit.

Come sarebbe divertente la letteratura, se tutti i poeti emulassero i
sonori giambi del Carducci, od il molle elegantissimo erotismo dello
Stecchetti! se tutti i romanzieri spaziassero con voi nell'ambiente
sereno della famiglia e della societ onesta, ovvero si tuffassero, in
compagnia dello Zola, dentro i pantani della corruttela e del vizio!

Io fo tanto di cappello al Carducci, trovo gustosissimo lo Stecchetti,
delizioso De-Amicis, appetitoso lo Zola, squisitamente arguto il mio
ottimo Farina; ma pure io mi riterrei assalito da un primo sintomo di
imbecillit il giorno in cui mi sentissi tentato a posare da Carducci,
da Stecchetti, da De-Amicis, da Farina e da quant'altri hanno l'onore
di piacermi.

E voi pure la pensate cos, non  vero? Voi volete esser voi, niun
altro che voi, sempre voi, senza la menoma pretesa di crear dei
proseliti o di erigervi a caposcuola.

Caposcuola! Che significa?... Victor Hugo lo fu, caposcuola--e
nullameno, durante il suo patriarcato, quanti poeti, quanti romanzieri
dissimili da lui grandeggiarono e ottennero la ammirazione del mondo!
Qual parentela di indole e di gusto letterario tra Victor Hugo e
Lamartine, tra Musset e Beranger, tra Dumas e Giorgio Sand, tra
Flaubert e Alfonso Karr, tra Coppe e Zola? E in mezzo a tante altezze
fosforescenti, non  riuscito ad aprirsi una via e ad occupare un
largo posto anche quel buono e poco ornato romanziere che si chiam
Paolo De-Kock, tanto vilipeso dagli insigni e tanto letto dalle
moltitudini?...

E da noi, in epoca recentissima, qual differenza tra Manzoni,
Guerrazzi, Giovanni Prati, Giuseppe Giusti, Guadagnoli, ecc., ecc.!!!

                              *

Dunque--per concludere--non c' proprio bisogno di seguire un andazzo
od una scuola. Meglio essere asini per alcuni pochi, che figurare da
scimmie al cospetto del mondo intero.

E per oggi faccio punto. Quando verrete a trovarmi, ben altro avr a
dirvi su tale argomento, e voi mi direte il resto. Vi avverto che da
due anni all'incirca i proseliti della gran scuola fanno un gran
consumo di _glauco_; il _biondo_, lo _scialbo_, il _grullo_ ed il
_brullo_ cominciano a scadere di moda. Tanto per vostra norma--perch
il giorno in cui vi accadesse in qualche vostra prosa di lasciar
correre il _glauco_, io ne rimarrei grandemente allarmato.

Nella mia _Contessa di Karolystria_ non c' ombra di _glauco_, statene
sicuro. Trovatemi un altro libro recente di prosa o di versi che sia
immune da questo contagio!...

Vi stringo la mano cordialmente.


A. GHISLANZONI..

_Caprino Bergamasco, 12 maggio 1883._





LA CONTESSA DI KAROLYSTRIA




CAPITOLO I.


Caracollando leggiadramente sulla groppa di una puledra maltese, in
sul cadere di una splendida giornata di ottobre, la contessa Anna
Maria di Karolystria traversava la foresta di Bathelmatt. La contessa,
contando di arrivare a Borgoflores poco dopo il tramonto, era partita
dal suo castello alle due del pomeriggio.

La citt non era discosta, e la brava puledra, dopo quattro ore di
marcia forzata, trottava ancora di lena colla foga baldanzosa dei suoi
quattro anni.

Quand'ecco, al cominciare di un'erta, tre figuraccie da metter la
terzana al vederle, sbucano all'improvviso dai grossi tronchi degli
alberi.

--Alto l! grida una voce da toro.

Uno dei tre figuri pianta una grinfa tra le nari della cavalla;
l'altro appunta una rivoltella al petto della vezzosa cavalcatrice; il
terzo, afferrando la contessa al polpaccetto di una gamba, la trae con
poco garbo di sella slanciandola a dieci passi dalla strada maestra.

Di l a dieci minuti, non rimaneva pi nella foresta di Bathelmatt che
una gentilissima figura di donna nuda, una formosa statua di alabastro
vivente, che i ladri avevano spogliata di ogni superfluit signorile.
Quei mascalzoni avean spiumata la contessa dei gioielli, delle vesti,
delle lingerie, non rispettando che un bel paio di calzettine
traforate e due elegantissimi stivaletti, armati di speroncini.

--Che buoni ladri! che ladri discreti!--Non calunniamoli. Se non
presero tutto; se fuggirono col grosso del bottino senza darsi la pena
di scalzare il pi bel modello di caviglia che mai uscisse dalle mani
della natura, gli  che al momento in cui si accingevano a tagliare i
legacci, i tre briganti erano stati sgomentati e posti in fuga dallo
scalpito di un cavallo accorrente. Un cavallo, che sopraggiunge di
trotto verso il luogo dove fu consumata una aggressione, apparisce
sempre, nell'ombrosa fantasia dell'aggressore, sormontato da un
carabiniere.

Frattanto, la bella contessa era rimasta l.... ho gi detto in qual
semplice abbigliamento....

Dite un po', signorina, che fareste, se mai vi capitasse, e Iddio ve
ne guardi, di cadere in una situazione identica a quella della nostra
graziosa eroina?... Nuda come una Venere classica, nel mezzo di una
foresta, ai lumi di un tramonto fosforescente, mentre un cavallo,
probabilmente raddoppiato da un cavaliere, si avanza a galoppo
concitato!...

Fuggire.... Via! si vede che non avete pratica di foreste. Non sapete
che le foreste son piene di ginepri e di vepri, i quali rimano
perfettamente e pungono anche maledettamente le carni?

Celarsi dietro un grand'albero, attendere che il cavallo e il
cavaliere passino oltre.... Ma, poi?

Riflettete, carina; cio, riflettiamo....

Nel caso della contessa non  in gioco soltanto la pudicizia.... Il
giorno va imbrunendo.... tra un'ora far notte... e una dama avvezza
al morbidume dei lini non pu adattarsi a dormire in un bosco. Se un
lupo.... se un orso.... Che orrore!

Ma la contessa era dotata di molto acume pratico. Misurando in un
lampo le eventualit della sua posizione, ella non tard un istante a
comprendere che quel cavallo, o piuttosto quel cavalcatore che moveva
alla sua volta, era forse l'angelo di salvezza inviatole dalla
provvidenza.

Innanzi tutto, pens ella, vediamo di prendere un atteggiamento che ci
permetta di presentarci ad un essere della nostra specie senza troppo
compromettere la pudicizia!

Il terreno, come accade in ogni foresta al finire dell'autunno, era
sparso di foglie. Lode. all'Altissimo! Non casca foglia che Dio non
voglia!

E appena esalata la giaculatoria, la contessa adun rapidamente colle
sue braccia candidissime un bel mucchio di quella grazia di Dio
piovuta dagli alberi, vi si tuff, vi si sommerse, si rese invisibile.

--Opp! Opp! avanti dunque!  la prima volta che mi fai di questi
scherzi, Morello! Opp! Opp!

 altres la prima volta che Morello, il. bel puledro del visconte
D'Aguilar, aspira colle sue ampie narici le esalazioni pi o meno
balsamiche di una contessa sepolta nelle foglie.

Il visconte, balzato di sella, prese a carezzare amorosamente
l'ombroso animale, apostrofandolo coi pi graziosi vezzeggiativi.

-- un gentiluomo! riflette la contessa, sollevando cautamente la
testolina per sbirciare a traverso gli arbusti.


Ma il cavaliere, gi entrato in diffidenza all'adombrarsi di Morello,
udendo stormire le foglie, e parendogli che sotto quelle si
disegnassero i contorni di una figura umana, fece l'atto di
scompigliarle collo scudiscio.

Immaginate se la contessa pot star ferma!

--Alto l! grid ella, dando un balzo, che mise allo scoperto il suo
bel volto e le sue spalle di nitido alabastro; se voi siete, quale
ognuno vi giudicherebbe all'aspetto, un gentiluomo ed un uomo di
cuore, non avanzatevi di un passo; rispettate e proteggete una dama di
alto lignaggio, che non poteva, voi lo vedete, cadere pi basso.

Il visconte, immobile come un paracarro, guardava e taceva. Ma poich
la contessa gli ebbe narrati i particolari della disavventura che
l'aveva tratta al mal partito,--Signora! esclam egli coll'accento
vibrato dei suoi impulsi generosi: io mi terrei il pi sciagurato, il
pi vile dei mascalzoni se un pensiero che non fosse quello di
compiere ogni maggior sacrificio per liberarvi dalla vostra falsa
posizione, potesse formarsi nella mia mente. A me pare che la vostra
necessit pi urgente sia quella di mettervi in una veste meno
scucita. Se non vi ripugna di indossare i miei abiti, io ve li offro;
e al tempo istesso vi do parola che io non sar mai per volgere gli
occhi dal vostro lato fino, a quando voi non vi siate completamente
abbigliata delle mie spoglie.

--Ma... voi... signore?...

--Non prendetevi pensiero di me. Affrettiamoci! Eccovi il mio
soprabito... eccovi il mio _gilet_... i miei calzoni...

--Signore!...  troppo!...  una indecenza!... voi dimenticate di
essere in presenza di una signora...

Ma il visconte, colla focosa inconsideratezza dei generosi che si
sacrificano, in un attimo si era spogliato.

Frattanto la contessa, dopo essersi abbottonato sulle carni quanto
poteva occorrerle di vestimento per scattare meno indecorosamente
dalla nuvola di foglie dove si teneva rattrappita, drizzandosi della
persona e facendo della mano una visiera agli occhi, ripigliava con
accento mite e supplichevole:

--Via! poich volete essere il mio angelo liberatore, fate, o signore,
ch'io non sia costretta ad arrossire di aver accettata la vostra
protezione! Mettetevi l... (e additava il giaciglio dal quale poco
dianzi si era levata). Io non avr mai coraggio di intavolare una
seria conversazione con voi, se prima....

La contessa non ebbe tempo di compiere la frase, che gi il visconte
si era tuffato fino al collo nel fogliame, esclamando:

--Eccomi agli ordini vostri!

--Voi siete un gentiluomo modello! esclam la dama coll'accento della
ammirazione pi enfatica; e in presenza di tanta abnegazione, di tanto
eroismo, quasi mi sento umiliata di avere con tanta precipitazione
accettato le vostre profferte.

--Signora, interruppe il visconte con voce rotta dai brividi, la notte
incalza, il bosco  freddo, il letto punge, le lenzuola non sanno di
bucato; convien dunque avvisare subito ai mezzi per trarci entrambi di
imbarazzo. Montate sul mio cavallo e partite! In meno di un quarto
d'ora sarete alle porte di Borgoflores. Nelle tasche del mio soprabito
che indossate, v' un portafoglio abbastanza colmo di banconote. Con
quel denaro voi potrete, appena giunta a Borgoflores, procacciarvi un
abbigliamento conveniente al vostro sesso. Appena ve ne sarete
provveduta, voi non indugerete a rimandarmi i miei abiti a mezzo di
persona fidata. Dalla sella del mio cavallo pendono due rivoltelle.
Una per me, l'altra per voi. Va bene cos?... Mi occorrerebbe ancora,
per ingannare il tempo alla meglio, un buon sigaro di avana.... Nelle
taschette del mio soprabito ne troverete di eccellenti... Favorite!...
Mille grazie... Ora, non pi indugi! Salite a cavallo, e partite di
galoppo... Cio... aspettate!... Sarei io troppo indiscreto, o
signora, se osassi, prima che ve ne andiate, di informarmi del vostro
nome?

--Eccovi la mia carta di visita... Oh! la smemorata...! Cercava la mia
carta nelle tasche del vostro soprabito... Ebbene: io mi chiamo Anna
Maria contessa di Karolystria.

Il visconte diede un balzo che proiett sulla contessa una mitragliata
di foglie.

--Avete pratica della cittadella di Borgoflores? domand egli con
qualche ansiet.

--Ci vado per la prima volta, signore.

--Ebbene, smontate all'albergo della _Maga rossa_. Spero fra un'ora di
raggiungervi, e di ridere un poco con voi della strana ventura che mi
ha procacciato l'onore di conoscere... personalmente una signora, la
cui fama era gi pervenuta a me sulle ali della pubblica ammirazione.

Di l a pochi istanti, perfettamente abbigliata e pi che mai
seducente sotto le flessuosit dell'abito virile, la contessa
galoppava a briglia sciolta verso la cittadella.





CAPITOLO II


_Lo giorno se ne andava_ e il visconte sepolto nelle foglie, lo
zigaro in bocca, la rivoltella in pugno, attendeva colla fede del
giusto, colla sicurezza del forte, l'ora della liberazione.

Le tenebre non erano ancora tanto fitte, che l'occhio non potesse
discernere i contorni degli oggetti.

Un sordo calpesto distrasse il visconte dalle erotiche fantasmagorie
che lo cullavano in quel letto ancora pieno di tepori e di profumi
femminili.

--Cos presto! pens egli, rizzandosi sui gomiti. No! 
inverossimile... Non  scorsa mezz'ora dacch la contessa  partita;
impossibile ch'ella abbia gi rimandato il mio cavallo e i miei abiti.
E poi, soggiunse il visconte dopo aver ascoltato in silenzio, questo
cavallo non batte la strada maestra... lo scalpito  ammorzato dalle
eriche e dalle foglie... A buon conto, prepariamoci agli eventi!

Il visconte balz in piedi, e appoggiandosi dietro un albero, prese di
mira, per quanto gliel consentissero le tenebre, il quadrupede che si
avvanzava alla sua volta.

Era una cavalla di purissima razza maltese, una cavalla che i nostri
lettori hanno gi visto comparire in questo racconto; era,
affrettiamoci a dirlo, la elegante e baldanzosa puledra che poco
dianzi aveva costeggiato la selva, portando in groppa la contessa
Karolystria.

Il visconte, vedendo la bestia soffermarsi, emise dal petto un _chi va
l?_ che avrebbe fatto indietreggiare un esercito di dragoni.

Nessuna voce. La cavalla scalpitava e dondolava la testa fiutando il
terreno.

L'intrepido visconte si slanci, afferr la bestia per le nari, e
facendo scattare il grilletto della pistola, profer una minacciosa
intimazione.

--Cos' dunque codesto carico di stoffe addossato alla sella? esclam
il visconte pienamente rassicurato di non avere a fare con malandrini.

Nulla pi, nulla meno che un cumulo di stoffe; e i miei arguti lettori
gi indovinano che quelle stoffe erano le spoglie della contessa di
Karolystria, il prezioso bottino di cui poco dianzi si erano
impadroniti i briganti.

Ed eccovi in poche parole la spiegazione dell'enigma. Mentre si
affrettavano verso il loro covo per dividere i gioielli e le vesti
involate, i tre aggressori della contessa erano stati sorpresi da una
pattuglia di carabinieri usciti in quel giorno stesso da Borgoflores a
perlustrare la foresta. Si impegn una lotta tremenda. Fuoco di qua,
fuoco di l, fischi di palle, spezzature di crani, stramazzoni,
capitomboli, urli di feriti, bestemmie di moribondi. Frattanto, la
puledra della contessa, abbandonata ai suoi liberi istinti, avea
ripreso il trotto per tornare sul luogo dove i malandrini avevano
consumata l'agressione, e appunto era venuta a far sosta a pochi passi
dal visconte.

Il visconte, rendiamo giustizia al di lui accorgimento, comprese in un
attimo ci che in tal caso era ovvio a comprendersi. Si accost alla
puledra, e accarezzandole il collo, le tolse di groppa la veste
elegante di amazzone, il bizzarro cappello ornato di piume azzurre,
tutti gli ornamenti, infine, e i gingilli preziosi che costituivano le
spoglie della mal capitata signora.

In quel luogo, in quell'ora, sotto lo stimolo della brezza che gli
crespava l'epidermide nuda, quegli indumenti muliebri erano pel
visconte un soccorso della provvidenza. Senza indugiare, egli se li
pose indosso,--gli andavano a meraviglia,--e dopo essersi abbigliato
completamente, spicc un salto, fu in sella, e via di galoppo alla
volta di Borgoflores.

Quando il visconte giunse alla porte della citt, le due sentinelle
che stavano di guardia incrociarono le alabarde, e un grosso
commissario di polizia, avvanzandosi, e trattenendo la cavalla per la
briglia, intim pulitamente al nostro gentiluomo in gonnella di
mostrargli il passaporto.

Il visconte, leggermente turbato, riflette un istante e poi disse:

-- strano che in un paese tanto vantato pei suoi civili costumi,
sussista ancora la barbara usanza di chiedere il passaporto ai
forestieri che si presentano alle porte; pi strano ancora che questa
formalit vessatoria ed odiosa non venga almeno risparmiata alle
persone del mio sesso.

--La societ umana, rispose il commissario sorridendo, non rappresenta
che un intreccio di stranezze.

Il visconte cacci una mano nel taschino della gonnella, e trattone il
portafoglio, present al commissario una carta di visita.

--Se questa pu bastare...

--Vediamo!

Poi, con un risolino di soddisfazione, il commissario soggiunse:

--Non serve che la signora contessa ci fornisca altra prova della sua
identit... Questa carta ci basta... Si compiaccia dunque di scendere
da cavallo e di seguirci.

--Scendere da cavallo! seguirvi! Che vuol dir ci? domand il visconte
sorpreso,

--Vuol dire, rispose il commissario pacatamente, che noi abbiamo
ordine di mettere la illustrissima signora contessa di Karolystria in
istato di arresto... E poich voi, gentilissima signora, siete appunto
la contessa Anna Maria di Karolystria, e i tratti del vostro viso,
nonch la foggia e il colore del vostro abbigliamento rispondono
perfettamente ai connotati che ci vennero trasmessi, cos speriamo che
di buon grado vorrete ottemperare alle nostre ingiunzioni, piuttosto
che costringerci ad impiegare quei mezzi coercitivi...

--Parlate voi da senno! esclam il visconte irritato; ch'io sappia
almeno da qual parte  venuto l'ordine di arrestarmi.

--L'ordine  partito, rispose il commissario sorridendo, da una
persona, che essendo legata a voi con nodi indissolubili, ci tiene
molto al possedimento delle vostre grazie. Venite, signora! Vostro
marito vi reclama, vostro marito non pu vivere senza di voi. Ci deve
lusingare grandemente il vostro amor proprio di donna e compensarvi
della lievissima pena che noi siamo obbligati ad infliggervi.

Il visconte riflette un istante:

--Questo equivoco, pens egli, pu tornar giovevole alla contessa; le
dar il tempo di allontanarsi da Borgoflores e sfuggire alle
vessazioni di un marito che la perseguita.

Egli scese da cavallo.

--Commissario, sono con voi! esclam con piglio dignitoso; voglio
sperare che l'ordine di cattura non si stenda a questa mia buona
puledra, che ha camminato tutto il giorno, ed ha bisogno urgentissimo
di fieno e di riposo. Vorreste voi, signor commissario gentilissimo,
affidarla a qualcuno che si incaricasse di condurla all'albergo della
_Maga rossa_?

Il commissario assent.

Mentre un gaglioffo di doganiere afferrava il morso della puledra, il
visconte gli si accost con un pretesto, e facendogli scivolare nella
mano una carta di visita, gli disse sottovoce rapidamente:

--Eccoti l'indirizzo di una dama... Silenzio!... discrezione! fra un
mese sarai ispettore... fra un anno prefetto.

Il doganiere part sbalordito, e il visconte, condotto dal commissario
alla caserma delle guardie di pubblica sicurezza, venne rinchiuso in
una cameraccia disadorna, a mala pena rischiarata dal fumo di un
lucignolo moribondo.




CAPITOLO III.


Non era scritto nei fatti che il nostro gentiluomo in gonnella,
dovesse passare la intiera notte in quell'antro di lupi polizieschi.

Infatti, trascorsi pochi minuti, i catenacci cigolarono, e il
commissario ricomparendo sulla soglia annunzio con lugubre voce al
detenuto la visita del conte Bradamano di Karolystria, elettore
dell'impero e arcidecano del grand'ordine della Cervia Massonica.

--Il marito! pens il visconte trasalendo; s'egli si avvede
dell'equivoco, la contessa  perduta... Procuriamo di ritardare la
catastrofe...

E mentre il conte Bradamano di Karolystria si avanzava con passo da
tiranno, stampando sul suolo delle orme che spaccavano i mattoni, il
nostro cavalleresco eroe cadeva in ginocchio a ridosso d'una seggiola
appoggiata alla muraglia, e giungendo le mani in atto d pregare,
seppelliva in quelle le sue guancie rubiconde e paffute.

Il conte Bradamano preg il commissario di ritirarsi, e facendosi pi
innanzi, invest il genuflesso con una occhiata fulminea. I suoi
speroni mandavano un sinistro cigolo.

La persona, che in atto di umile e desolata preghiera gli volgeva le
spalle e le calcagne, non poteva che essere una donna colpevole. Il
cappellino bizzarro a piume azzurre, la magnifica veste da amazzone
stabilivano l'identit di quella dama. Quel cappellino il conte
l'aveva donato a sua moglie nell'anniversario del malassortito imeneo.
L'elegante ciarpa di raso, ricamata in oro, che il visconte teneva
annodata al collo, ricordava al terribile marito un altro regalo da
lui fatto all'indegna, in un lucido intervallo di tenerezza
coniugale... Quella ciarpa gli era costata cinquecento rubli...
Cappellino, amazzone, ciarpa, tutto concorreva a denunciare la perfida
moglie... La contessa era l... L'occhio grifagno, l'artiglio adunco
del marito le stavano sopra.

--Sciagurata! tu preghi? esord il conte con voce sepolcrale...

Il visconte, compreso dalla stranezza quasi inverosimile della propria
situazione, sprofondando la testa nelle mani, diede in uno scroscio di
risa che sembrava una scarica di singhiozzi.

--E tu piangi! prosegu l'altro, ingrossando la voce...

La seggiola sulla quale il visconte era appoggiato, scricchiolava
sotto gli scoppi delle sue risa irrefrenabili.

--Per chi preghi? Per chi piangi?... Ma alzati, dunque! Questi mattoni
screpolati ti sciupano la gonnella... Dio! uno strappo!... due
strappi!... Quante ammaccature sul cappello!... Un cappello che mi 
costato seicento rubli!... Non importa... Oramai tu hai finito di
smungermi... Le tue lagrime, le tue moine non fanno pi breccia. Mi
hai detto mille volte che ero un mezzo uomo; diverr uomo tutto
intero, e un uomo corazzato, per giunta. Non credere che io sia mai
per ricondurti al castello dei miei padri. Se ho spedito dei
telegrammi a cento citt dello impero per ottenere il tuo arresto,
l'ho fatto perch pretendo, perch esigo che tu mi renda il denaro e i
gioielli che mi hai rubati. Mi hai tu capito, o femmina immonda? Il
mio denaro, i miei gioielli, e poi il diavolo ti porti!

Le parole: _denaro_, _gioielli_, erano articolate su due note rauche e
stridenti, che mettevano raccapriccio.

Il visconte, sempre inginocchiato colla testa sprofondata tra le
braccia, studiava uno stratagemma per uscire da quella posizione che
oramai cominciava ad annoiarlo.

--Ah! tu vuoi dunque che io ricorra ai mezzi estremi! riprendeva
l'altro con voce pi cupa; ebbene: tal sia di te; ma bada che questa
volta ti lascer il segno... Sai tu cosa significa la forza
irresistibile? Rispondi, sciagurata, lo sai?... Or bene: te lo diranno
gli avvocati, te lo diranno i giurati alla Corte di Assise... quand'io
con queste mie mani, tramutate in artigli da pantera, ti avr
afferrata per il collo e strozzata come un pollastro...

E il conte Bradamano, cogli occhi iniettati di sangue, colla bocca
spumosa e le narici frementi, gi stava per slanciarsi a ghermire la
sua vittima, quando il visconte, balzato in piedi lestamente, lo
invest di fronte e gli applic sulle guancie due schiaffi cos
poderosi, che avrebbero ammaccata la faccia della luna.

Il conte barcoll...

Tent di avventarsi... voleva parlare... voleva gridare... ma le gambe
lo reggevano a stento e la voce non gli usciva dalla strozza.
All'impeto della collera era succeduta in lui una sincope di stupore.

Schiaffeggiato da una donna!... Un conte Bradamano, un elettore
dell'impero, un arcidecano del grand'ordine della Cervia Massonica,
che si riteneva inviolabile...!

E quella donna (oramai egli era in grado di giudicarne) non era sua
moglie, bens una incognita minacciosa e terribile, che aveva mostrato
di saper picchiare pi forte di lui.

Mentre i due antagonisti si sfidavano collo sguardo, il commissario di
polizia entr nella stanza, e inchinandosi rispettosamente, present
al conte una lettera.

Lo scritto era umido ancora... i caratteri eran quelli della contessa
di Karolystria.

Livido dallo stupore, il conte leggeva battendo i denti.

Uomo brutale,

 vano che tu mi insegua. Al momento in cui ti verr consegnato
questo scritto, io non sar pi in Borgoflores; la mia puledra mi
trarr lungi, ben lungi, ben lungi... Se vorrai prendere alla _Maga
rossa_ delle informazioni sulla mia partenza, ti converr saldare i
due conti che qui ti accludo, due conti da me liquidati e fatti
iscrivere al tuo nome. Tanto per tua norma.

ANNA MARIA.

Sulle due noticine involte nella lettera stava scritto:

   Abito di moerro confezionato, con guarnizione
    di raso e bott. di corallo     L. 600 50

   Per rinfresco a due cavalli e
    vino al doganiere                  3 50

   Candele steariche e servizio    10 75

--Commissario, url il conte Bradamano, sbarrando gli occhi come un
ossesso; per quante porte credete voi che una donna a cavallo possa
uscire da Borgoflores?

--La cittadella ha dieci porte, rispose il commissario, e queste,
salvo errore, servono tanto per l'uscita come per l'entrata delle
persone d'ambo i sessi.

--Or bene:  necessario che sull'istante, da ciascuna porta escano due
carabinieri a cavallo... Si tratta di inseguire mia moglie... avete
capito, signor commissario?... mia moglie che mi tradisce, che mi
deruba, che mi assassina nell'onore... Su, dunque! Che fate l, con
quell'aria da trasognato?... Se entro un'ora voi non riuscite a far
trascinare quella perfida a' miei piedi, vi do parola che domani
sarete dimesso dall'impiego e punito della vostra negligenza con
ventiquattro giri di verghe.

Il commissario, punto atterrito da quelle minaccie, rispose colla
massima calma:

--Vi prego, o signore, di riflettere che noi ci troviamo in presenza
di una dama la quale venne test arrestata sotto l'imputazione di
essere vostra moglie. Come si spiega ora?...

--Se costei fosse mia moglie, disse il conte bruscamente, credete voi,
uomo di poco senno, che io reclamerei l'intervento dei vostri
carabinieri per arrestarla?

--Gentildonna, riprese il commissario indirizzandosi al visconte,
quando noi, in ossequio agli ordini ricevuti, vi abbiamo intimato di
presentarci il passaporto, voi ci avete esibito una carta da visita,
affermando nello stesso tempo a viva voce di essere voi la contessa
Anna Maria di Karolystria. Ora, come avete udito, l'eccellentissimo
signor conte oppone un formale diniego alle vostre asserzioni....
Degnatevi dunque, o signora, di sciogliermi questo enigma. Sebbene
nella condotta del signor conte io riconosca esservi qualche cosa di
anormale e di inesplicabile, voi converrete, o signora, che anche il
vostro contegno in questa imbrogliata vertenza non si presenta
abbastanza corretto per escludere ogni supposizione meno favorevole
alla vostra onoratezza.

Il visconte, che fin l era rimasto mutolo cercando una scappatoia per
uscire da quella falsa posizione, atteggiando il volto a mestizia, con
voce supplichevole rispose:

--Io vi ho dichiarato il mio nome, io vi ho presentato un documento,
mio marito poco dianzi ha mostrato di riconoscermi. Signor
commissario, ne attesto il cielo, ne attesto tutti i santi, io sono la
sola donna che sulla terra abbia il dritto di chiamarsi Anna Maria
contessa di Karolystria, Via, Bradamano! guardami bene...
riconoscimi... Questo elegante cappellino ch'io tengo in testa...
questa splendida ciarpa ricamata in oro... questa veste... questi
gioielli... non rappresentano altrettanti pegni della tua generosit e
del fervido amore che mi portavi in altri tempi?

Il conte guardava fissamente, cogli occhi gonfi di lacrime, e pareva
affermasse con meccanico ondulamento del capo.

Poi, come riscuotendosi da una momentanea allucinazione, slanciossi
col pugno alzato verso il visconte.

--In nome di Dio! esclam questi riparandosi dietro le spalle del
commissario, difendetemi da questo pazzo furioso!

--Pazzo! lo aveva sospettato... Venite, povera contessa... mettetevi
in salvo!

Il conte, avventandosi con tutto l'impeto della sua rabbia, and a
stramazzare presso l'uscio che si chiudeva fragorosamente dietro i
passi del commissario e del visconte,

--Maledizione! Maledizione! ruggiva lo sventurato, avvoltolandosi sul
pavimento.

Frattanto, il commissario spediva al manicomio un avviso perch gli
mandassero due guardie provvedute di una camicia di forza; e il
visconte, rimasto libero, scambiate poche parole con un doganiere che
lo attendeva alla porta, si dirigeva a passo concitato verso l'albergo
della _Maga-rossa_.

Chi era quel doganiere? domanderanno i lettori meno perspicaci. Perch
era l, appostato, ad attendere il visconte? Cosa si dissero in quel
breve colloquio?...

Il doganiere era quello stesso (fate di sovvenirvene), al quale il
visconte, al momento del suo arresto, aveva affidata la puledra perch
la conducesse all'albergo della _Maga rossa_.

Il buon ragazzo, adempiendo scrupolosamente alla commissione ricevuta,
aveva parlato colla contessa, e questa a sua volta lo aveva
incaricato, se per caso gli fosse occorso di poter abboccarsi col
visconte, di comunicargli colla maggior segretezza i suoi divisamenti.

Per tal guisa, il nostro gentiluomo venne a sapere che la bella
signora di Karolystria intendeva partire quella notte istessa alla
volta di Mirlovia; che giunta col, essa avrebbe pernottato
all'albergo del _Pappagallo_ per proseguire il viaggio al mattino
seguente; ch'ella aveva ripresa la sua puledra, lasciando il cavallo
del visconte nella scuderia dell'albergo; che infine gli abiti del
visconte erano stati rinviati alla foresta di Bathelmatt a mezzo di un
guattero di buona volont, del quale non si era pi avuta contezza.

Raccolte queste informazioni, e promessa una larga mercede al
doganiere, il visconte, come abbiam detto, correva alla _Maga rossa_;
quivi giunto traeva dalla stalla il suo Morello, e senza mutare
d'abiti, nel suo splendido abbigliamento da amazzone, montava in sella
e partiva di galoppo sulle orme della bella fuggitiva.

Il visconte amava dunque la contessa? No. Il visconte amava le
avventure, ed era anche ( tempo che i lettori ne siano informati) un
enfatico propugnatore dell'emancipazione della donna.




CAPITOLO IV.


La pioggia imperversava; i lampi succedevano ai lampi; pareva che la
vlta del cielo stesse per crollare, bombardata da un esercito di
diavoli.

Frattanto, in un modesto salottino al pian terreno, due preti
sonnolenti ruminavano gli ultimi crostini di una cena ritardata. In
quel giorno, i due preti avevan proprio lavorato da forzati: perocch
all'indomani ricorresse a Mirlovia il centenario della santa patrona
del paese.

Figuratevi, dunque, se alla vigilia della grande solennit, il parroco
e il coadiutore di Mirlovia dovean esser spossati!

--Peccato! esclamava don Fulgenzio, portando alle labbra un bicchiere
di malvasia, questo tempaccio mander sossopra le porte trionfali e le
impalcature che abbiamo erette sul sagrato--Domattina ci converr
esser in piedi di buon'ora e rimetterci di lena al lavoro...

--_Ergo_, andiamo a coricarci, rispose il parroco levandosi in piedi e
stendendo la mano al candelliere. Son l'undici e trenta... Ho dato
ordine al sacrista che venga a svegliarci alle cinque...


I due preti eran sulle mosse per salire alle loro stanze, quando alla
porta della casa parrocchiale vennero bussati due colpi...

--Chi mai a quest'ora?

--Qualche disgraziato sorpreso dal temporale per via.... Don
Fulgenzio, andate ad aprire.

--Vi faccio osservare...

--Andate subito, don Fulgenzio! In una notte come questa sarebbe
peccato negare ricovero, ad un cane.

Don Fulgenzio attravers il porticato e and a schiudere la porticella
che dava sulla, via.

--Dio di misericordia!.... Venite, venite, povera signora! Si  mai
veduta una creatura umana pi maltrattata dalle intemperie?

Cos esclamando, il coadiutore introdusse nella casa una figura
animata che aveva tutte le apparenze di una bella e giovane dama,
sebbene, allo scompiglio delle vesti ed alla concitazione dei
movimenti, sulle prime la si potesse scambiare per un fantasma.

--Grazie! mille grazie, signor abate! esclamava a sua volta quel
personaggio in gonnella, che, avanzandosi, lasciava dietro i suoi
passi un rigagnolo.

Il parroco, uscito ad incontrare quell'ospite inaspettato, lo
introdusse nel salottino, commiserandolo con parole e con sguardi
ripieni di dolcezza evangelica.

--Il mio bisogno pi urgente, disse il visconte (i nostri lettori lo
avran gi riconosciuto)  quello di spogliarmi di queste vesti dove
sta raccolta tant'acqua da spremerne un mare. Con questa pozzanghera
indosso, non posso fare un movimento, non posso sedere... Ah! l'ho
scampata bella! Si  mai dato un acquazzone pi micidiale? Io veniva
da Borgoflores; il mio cavallo, spaventato dal fragore di un fulmine,
mi avea balzato di sella... Ho dovuto proseguire a piedi sotto un
diluvio d pioggia, per una strada tramutata in torrente... Buon per
me che all'ingresso del paese ho veduto del lume agli spiragli delle
vostre griglie; buon per me che, bussando alla vostra porta, ebbi la
consolazione di vederla aprirsi immediatamente e di trovar qui
l'accoglienza pi cordiale ed onesta! Dunque, miei buoni reverendi,
non serve che io insista davantaggio.... Compite l'opera di carit,
liberatemi da questo incubo di acqua piovana da cui sento a dozzine
filtrarmi i reumi nelle carni e nelle ossa. Io spero bene di potere un
giorno compensarvi...

--Calmatevi, gentildonna, interruppe il parroco con apostolica
benevolenza; poich il Signore Iddio e la beata Dorotea nostra patrona
ci hanno voluto porgere una cos bella occasiono di esercitare la
carit e la fratellanza cristiana, noi soccorreremo con gioia al
vostro infortunio, esclusa ogni idea di compensi terreni. Don
Fulgenzio, conducete subito alla guardaroba questa donna sventurata!
La nostra guardaroba, o gentildonna, non pu fornirvi che degli abiti
da prete; ma, tanto, per questa notte vi serviranno... Domani si
penser a far asciugare e stirare le vostre gonnelle; e voi potrete, o
signora, colla benedizione di Dio, riposata ed incolume, proseguire il
vostro cammino.

Il visconte, amantissimo, come sappiamo, delle strane avventure,
all'idea di quel nuovo e bizzarro travestimento, prov un sussulto di
gioia, e seguendo senz'altro attendere il coadiutore che lo precedeva
col lume, sal con esso alle stanze superiori, dove il dabben prete,
dopo avergli messo innanzi un copioso assortimento di braghe e di
sottane nere, lo lasci solo. Era don Fulgenzio uno di quei preti
esemplarmente morigerati, ai quali sembra di commettere peccato
mortale al solo gettar gli occhi sul collo ignudo di una donna.

In meno di un quarto d'ora la trasfigurazione del visconte fu
completa. I due reverendi che lo attendevano nel salottino, al vederlo
rientrare, non poterono trattenere un'esclamazione di meraviglia. Essi
erano ben lungi dall'immaginare che una donna potesse con tanta
dignit e disinvoltura portare l'abito sacerdotale. Il visconte avea
le sembianze di un ingenuo e modesto diacono, che rientra dalla chiesa
nella sacristia dopo aver celebrata la sua prima messa.

--Miei ospiti reverendi, disse il giovane coll'accento della pi
cordiale riconoscenza, in questi abiti asciutti e puliti m' sembrato
di rivivere. Ora, vi prego di non darvi altra pena per me. La notte 
molto avanzata, andate a riposarvi. Io attender il mattino in questo
salotto, dormir sovr una seggiola....

--Per verit, interruppe il parroco, saremmo stati imbarazzati ad
offrirvi una camera ed un letto. Domani, per solennizzare il
centenario della nostra santa patrona, deve giungere a Mirlovia
l'arcivescovo di Rosinburgos, e noi, naturalmente, abbiamo gi
preparati i letti e addobbate le camere per alloggiare monsignore ed
il suo seguito. Poich non vi disgrada di passare la notte in questo
salottino, vi prego di osservare che qui vi  un divano abbastanza
soffice e pulito, dove potrete coricarvi. Buona notte, signora! Sulla
mensa c' del pane e del cacio, nel fiaschetto dell'eccellente
malvasia; servitevi a piacer vostro! Noi siamo affranti dalle fatiche
della giornata e abbiamo bisogno di dormire in pace qualche ora....
Che il buon Dio vi benedica e guardi noi tutti dalle tentazioni!

--_Amen!_ rispose don Fulgenzio, uscendo col parroco dal salottino.

E il visconte rimase solo a pavoneggiarsi nel suo abbigliamento da
abate, in preda ad una esaltazione di ilarit, che mai l'uguale gli
era accaduto di gustare nelle molteplici vicende della sua vita
avventurosa e brillante.




CAPITOLO V.


La pioggia era cessata, le nubi si diradavano, e all'orologio del
campanile battevano i tre tocchi.

--Non mi farebbe male l'adagiarmi per qualche ora su quel divano,
pensava il visconte, dopo aver sorseggiato un mezzo bicchiere di
malvasia. Alle cinque i miei reverendi ospiti saranno in piedi, ed
io... Ma... ho ben inteso? Qualcuno ha bussato alla porta di strada...
Due colpi ancora... Chi sar il malcreato che ad ora s avanzata della
notto osa martellare con tanta ferocia la porta della casa
parrocchiale?...

Balz dalla seggiola, prese il lume, attravers lesto lesto il
porticato, fu alla porta, l'apr, e il visconte si trov di faccia un
giovinotto, il quale teneva tra le mani un bambinello mal coperto di
cenci, che strillava come una capretta...

--Chi siete? che volete? domand il visconte, fissando nello
sconosciuto il suo sguardo penetrante e sereno.

--Mi scusi tanto, rispose il giovine, se ho dovuto disturbarlo a
quest'ora... Ma si tratta di un caso molto grave... Un disgraziato
forastiero che questa notte ha preso alloggio all'albergo del
_Pappagallo_, versa in grave pericolo di vita e reclama gli estremi
conforti della religione.  necessario che vi affrettiate.... Una
bella e pietosa dama, che ha prestato al poveretto le prime cure, mi
ha raccomandato la maggior sollecitudine. Voi vedete dunque,
monsignore reverendissimo...

--Io vedo, rispose il visconte al colmo dello stupore, un neonato che
strilla; e tu mi parli di un moribondo!... Che istorie son queste?...

--In verit sono istorie da perderci la testa.... Mentre io bussava
alla porta, ho sentito guaire sul lastrico questo marmocchio mal
fasciato. Sulle prime ho creduto di aver messo il piede sulla coda
d'un gatto... Ma poi... toccando... palpeggiando... ho dovuto
convincermi...

--Sta bene! interruppe il visconte; tu m'hai l'aria di un buon
figliuolo, ed io do fede alle tue asserzioni.... Questa povera
creaturina abbandonata dev'essere il frutto di qualche amore
illegittimo; fino quando non saremo riusciti ad emancipare la donna
dalla doppia tirannia che la opprime, pur troppo questi casi dello
snaturato abbandono della prole non cesseranno di riprodursi
spaventevolmente ad obbrobrio della societ umana.

--Ma.... signor mio reverendissimo... mi permetto di ricordarvi che il
povero moribondo dell'albergo del _Pappagallo_... non aspetta che il
passaporto per andarsene all'altro mondo.

--L si muore... e qui si nasce! esclam il visconte, dimenticando per
un istante la sua compostezza da sacerdote per assumere
l'atteggiamento di Amleto.--L si muore... e qui si nasce! Prima di
assistere al moribondo,  giusto che si provveda al neonato!

E dopo breve silenzio, il visconte si prese il marmocchio tra le
braccia, e raccomandato al giovinotto di attenderlo un istante,
rientr frettoloso nella casa parrocchiale.

Puoi tu immaginare, o lettore, da quale farraginoso tramesto di
pensieri, di speranze, di dubbi, di desideri e di paure andasse
sconvolto, durante quel breve tragitto dalla porta di strada al
salottino della parrocchia, il cervello del nostro brillante
avventuriere?

Non era egli partito da Borgoflores per correre sulle traccie della
vezzosa contessa di Karolystria, che a mezzo del doganiere gli aveva
indicato il suo itinerario, e dimostrato il pi vivo desiderio di
rivederlo? Non dovea la contessa di Karolystria prendere alloggio a
quel medesimo albergo del _Pappagallo_, che a lui si apriva quasi
prodigiosamente alle tre ore dopo mezzanotte pei reclami di un
moribondo? E chi era quel moribondo? E la dama che gli prestava
amorosamente le ultime cure, non dovea, secondo ogni probabilit,
essere la contessa di Karolystria? E quali ragioni poteva avere la
contessa per vegliare al capezzale di un morente, dopo le tante
peripezie e i tanti travagli della giornata trascorsa?

Tali le ansie, i dubb, i desider. A sopracarico di questi, nella
mente vulcanizzata del visconte si introducevano scrupoli e paure
agghiaccianti.--Non era imprudenza e sacrilegio uscire nella strada in
abito da prete, ingannando la buona fede di un uomo presso a morire, e
ponendosi nella situazione di dover volgere in parodia gli
augustissimi riti del sacramento? E quale indignazione nei due buoni
reverendi che gli erano stati tanto larghi di cortesie, se
all'indomani venisse a svelarsi l'indegno abuso ch'egli aveva fatto
delle loro sottane venerande? E poi..... quel bambinello sudicio e
ghiacciaio... uscito dalla terra come un rannocchio... E poi... e
poi..,

Che volete, lettori garbatissimi? Gli uomini sono fatti cos... Se in
questo complicatissimo guazzabuglio non ci fosse entrata una donna,
una bella e seducentissima donna, qual era (ve lo giuro sull'onor mio)
la contessa Anna Maria di Karolystria, il nostro eroe avrebbe dato la
sveglia ai due sacerdoti per informarli dell'accaduto, e avrebbe
seguito una linea di condotta pi conforme alla squisitezza del suo
temperamento ed alle sue abitudini di perfetto gentiluomo.

In quella vece...

Osservate! Il bambinello test raccolto sulla via ora giace adagiato
sul divano del salottino. La Societ per la protezione dei. fanciulli
non ci troverebbe a ridire. Il visconte, prima di andarsene, non ha
obliato di avvolgere il neonato in un nitido tovagliolo, al quale ha
sovrapposto un soppedaneo per riparare dal freddo le gracili membra.
Il lume  spento--le imposte sono ben chiuse--il bambino ha cessato di
strillare--egli ha poppato un bicchiere di malvasia, e dorme
saporitamente colle gotuzze iniettate di porpora.

Non mostriamoci dunque troppo severi nel giudicare la condotta del
visconte.  ben vero che, per far buona figura nella citt, egli si 
messo in capo un bel cappello a triangoli: ma  forse detto ch'egli
intenda di appropriarselo? Appena sbrigate le sue faccende al di
fuori, non ha egli in animo di venire a riprendere gli abiti della
contessa e di riconsegnare ai due buoni reverendi ci che ad essi
appartiene?

Via! le intenzioni sono ottime. Per conto mio, do piena assoluzione al
visconte.

Ed ora, chi mi sa dire di quanti battiti vada pulsando il nobile cuore
del nostro eroe dacch egli ha potuto scorgere, al chiarore della
pallida luna, la desiata insegna dello albergo del _Pappagallo_?

Si arrest sulla porta, perplesso, smarrito.

Il garzone che lo accompagnava, dovette spingerlo innanzi.

Entrarono--salirono al secondo piano--si diressero verso la stanza
segnata col numero 74.

Il garzone buss leggermente, la porta si aperse, e una bellissima
dama.... (via! non facciamo misteri!) la contessa Anna Maria di
Karolystria si present sulla soglia.

Era pallida, aveva i capelli in disordine, tremava... Pure, un occhio
perspicace (il tuo, per esempio, o lettore) osservando con attenzione
quelle sembianze, non vi avrebbe scorta veruna impronta di dolore.

--Troppo tardi, reverendo! esclam la contessa avanzandosi di un passo
verso il falso prete.--Il notaio fu pi sollecito del ministro di
Dio... Cos, se lo zingaro Nabakak non ha potuto, prima di esalare
l'ultimo sospiro, accomodare le sue partite coll'Essere supremo, egli
ebbe per il conforto di veder raccolta e legalizzata la sua ultima
volont relativamente agli affari terreni. La vostra presenza, o
sacerdote, sebbene tardiva, non riesce per inopportuna. Sar bene che
voi assistiate alla lettura del testamento che ora verr fatta nella
sala terrena dello albergo, acci questo atto di volont suprema,
esercitato dal povero defunto in circostanze straordinarie e
gravissime, acquisti maggiore autorit, e possa, all'occasione, venire
appoggiato da testimonianze sotto ogni aspetto rispettabili. Signor
abate, compiacetevi dunque di seguirmi!

Proferite queste parole, la contessa, dalla porta socchiusa, accenn
al notaio di seguirla, e tutti discesero nella sala terrena, dove il
padrone dell'albergo li attendeva.

--Signori: disse il notaio colla falsa intonazione di una mestizia
rettorica; il forastiero alloggiato al numero 74 ha cessato di vivere
poco dianzi nelle braccia dell'illustrissima signora contessa Anna
Maria di Karolystria qui presente, dopo aver segnato di sua mano un
codicillo contenente le sue ultime disposizioni. Vi prego, signore e
signori, di prendere atto di questo documento. Io, sottoscritto,
nomino ed istituisco erede di ogni mio avere la signora contessa Anna
Maria di Karolystria, la quale pietosamente mi ha assistito negli
ultimi istanti della vita, e intendo che immediatamente dopo la mia
morte, la suddetta vada al possesso dell'intero mio patrimonio, il
quale, essendo in massima parte costituito di enti animati, verrebbe a
subire un irremediabile deperimento qualora dovesse anche per poche
ore rimanere negletto. Intendo per e voglio che del fenomenale
individuo nominato Boo-bom-bomm, da me per molti anni condotto in giro
ed esposto sulle piazze di Europa, dove per la sua straordinaria
grassezza fu oggetto della universale ammirazione, la signora contessa
di Karolystria non abbia a godere che l'usufrutto; e questo fino al
giorno in cui alla suddetta venga dato, come io verbalmente le ho
indetto, di riconsegnare a chi di diritto quei duecentoventitr
chilogrammi di carne viva, da me illecitamente posseduti e fatti
oggetto di lucro. Dopo questo, raccomando la mia anima a Dio e impongo
alla mia erede di far celebrare cento messe ad espiazione de' miei
peccati.

                   Segnato: NABAKAK.

Durante la lettura di quel documento, la contessa non avea mai
distolti gli occhi dal visconte. I tratti di quel volto
aristocraticamente profilato, che tanto distonavano colle rozze e mal
foggiate sottane del prete, richiamavano al di lei pensiero delle
confuse reminiscenze. Ella si chiedeva, non senza un leggero
turbamento, dove mai e in quale epoca della vita le fosse accaduto di
vedere quell'uomo.

Il visconte, leggendo nel cuore della contessa, la guardava
maliziosamente sorridendo, ci che irritava davvantaggio la di lei
curiosit di donna galante e capricciosa.

Nessuno degli astanti, il grosso albergatore compreso, si avvis di
constatare se il testamento, dichiarato olografo dal notaio, fosse
redatto nei termini e modi dalla legge prescritti. La eredit di un
povero saltimbanco non fa gola a nessuno; e poi... (questa osservazione
prima di me l'avranno fatta i lettori), essendo il massimo capitale
del legato costituito da un ammasso di carne vivente, da un individuo
che pesava duecentoventi chili e altrettanti chili di commestibili
poteva divorarsi in una settimana, l'affare, sotto le apparenze pi
grasse, era da ritenersi magrissimo.

La contessa, dopo aver congedato il notaio promettendogli di recarsi
quel giorno istesso al suo studio per adempiere alle ultime formalit
dell'atto, preg l'oste e i camerieri che eran stati presenti alla
lettura, di volerla per un istante lasciare sola col prete. La sala in
un attimo fu sgombra--il visconte e la contessa si trovarono di
fronte.

--Voi comprenderete, diss'ella guardando fissamente lo strano
sacerdote che le stava dinanzi col viso compunto e in atteggiamento
sommesso--voi comprenderete, reverendo signore, quali ragioni mi
obblighino a trattenervi meco un istante, mentre oggi avete tanto da
fare in chiesa. In questa casa c' un morto; nella mia qualit di
ereditiera io debbo provvedere alle esequie, e voglio che queste sieno
celebrate splendidamente. Circostanze dolorose, stranissime, quasi
inverosimili, hanno condotta la contessa Anna Maria di Karolystria,
che vi sta innanzi, nella situazione di dover fare assegnamento sul
credito del suo nome e della sua alta posizione sociale per ottenere
l'esonero dalle anticipazioni richieste dalla Chiesa e dal Municipio
per le funebri pompe. Vi parlo schiettamente, signor abate.... Al
momento io mi trovo affatto sprovveduta di denaro, n saprei, in
questa umile borgata, dove trovarne. Prima di indirizzare le mie
suppliche al Municipio, io mi rivolgo a voi, a voi, ministro di Dio, e
membro del capitolo... Fra dieci, fra otto giorni io sar in grado di
rimborsarvi--al momento, ve lo ripeto, sono povera come Eva appena
uscita dalle coste di Adamo.

Un uomo di poca levatura, meno atto ad assaporare gli squisiti diletti
di una bella situazione drammatica e di un equivoco piccante, al posto
del visconte si sarebbe sfasciato in una grassa risata; ovvero,
dandosi prontamente a conoscere, avrebbe precipitato lo scioglimento
del duetto con una di quelle cabalette che mettono la febbre ai
vagneristi.

Da quell'uomo di gusto che egli era, il falso abate rilev il capo, e
posando dinanzi alla contessa in atteggiamento da Levita
crucciato:--Signora, le disse, se ci che voi asserite  la verit,
come potrete voi render conto al tribunale del supremo Giudice, alla
banca dell'Eterno cassiere, delle trecento cedole da lire venti che
ieri sera all'albergo della _Maga-rossa_ erano ancora nel vostro
portafoglio, o meglio, nel portafoglio del visconte Daguilar, vostro
salvatore ed amico?...

--In nome di Dio! chi siete voi? grid la contessa arretrando.

--Chi son io! rispose il visconte, passando dal solenne al patetico
con una modulazione degna di Salvini--l'ingrata, non mi riconosce! Io
sono uno, che per due ore ho respirato, ho palpitato, ho sofferto i
pi atroci brividi dentro le vostre gonnelle....

--Stelle del firmamento!

--E voi, signora? non avete voi pure la scorsa notte galoppato sul mio
Morello e sudato per un'ora nella mia giacca elegante di stoffa di
Bristol?...

--Voi siete... dunque!!!...

--S, contessa, proruppe l'altro gettandosele ai piedi e
abbracciandole le ginocchia con trasporto--io sono il visconte
Daguilar... io son quel desso che nella foresta di Bathelmatt, agli
incerti crepuscoli della sera, ho potuto ammirare di sbieco i contorni
di una Diana nuotante nelle foglie...

--Tacete! alzatevi, uomo incomparabile!... Dio!... Ci che mi accade 
cos strano... cos fuori dell'ordine naturale... Se sapeste quanto
desideravo di rivedervi!... Ma... ditemi... come avviene che io vi
trovo qui? Perch indossate quell'abbigliamento che s male vi si
attaglia? In verit, la sarebbe da ridere, se di ridere fosse capace
una donna, agitata, qual io mi sono, da avvenimenti e da
preoccupazioni s gravi, da soperchiare ogni frivolo istinto.

Il visconte, ripresa la spigliatezza della indole sua cavalieresca e
brillante, narr succintamente alla contessa quanto gli era accaduto
dacch si erano separati. Immagini il lettore se quel racconto venne
ascoltato con meraviglia e commozione!

--Visconte! esclam la contessa stendendo al giovane la sua bella mano
diafana e sottile--la vostra avventura  davvero singolarissima; pure,
se io avessi a narrarvi le strane sorprese a me toccate dacch giunsi
in questo albergo, voi rimarreste, pel restante dei giorni che il buon
Dio ha segnati alla vostra esistenza, colle ciglia inarcate, Ma questo
non  luogo dove si possano senza pericolo rivelare certi segreti...
Qualche briccone potrebbe spiarci.... Ascoltate! le campane suonano
l'_Angelus_... a momenti la chiesa sar aperta ai fedeli... L potremo
rivederci e stabilire i nostri patti d'alleanza offensiva e
difensiva... Andate! precedetemi!... fra dieci minuti prometto
raggiungervi...

--Ma, vi pare, contessa! con questo abito da prete!...

-- l'abito che conviene all'ambiente.

--E le vostre superbe vesti rimaste nella casa del parroco?...

--A me non preme di riaverle, e il buon prete si terr soddisfatto del
cambio.

--Ma il vostro portafoglio... il vostro orologio...

--Miserie che appartengono al passato. Fra il mio passato ed il mio
--avvenire da questo momento si apre un abisso.

--Contessa di Karolystria, vado ad attendere i vostri ordini.

E il visconte, fatto un inchino sbilenco da prete digiuno, usciva
dignitosamente dall'albergo per avviarsi alla chiesa, mentre la
contessa in preda ad una esaltazione indescrivibile, soffermandosi al
banco dell'oste ordinava una colazione di ventiquattro _bistecche_
guarnite di dieci chili di patate fritte.

Quella colazione era destinata a Boo-boom-bom, l'uomo pi grasso del
mondo, sul quale, in seguito al legato dello zingaro Nabakak, la
contessa cominciava ad esercitare i suoi diritti di usufrutto.




CAPITOLO VI.


I rosei crepuscoli del mattino annunziavano una splendida giornata.

Nessuno de' miei lettori avr il cattivo gusto di esigere che io
descriva la chiesa di Mirlovia. Chi desidera vederla si rechi sul
luogo; il viaggio non  lungo, e la spesa in proporzione. D'altra
parte, i fatti che io vo narrando sono abbastanza interessanti e
straordinar perch io sia dispensato dallo adornarli di frangie
rettoriche.

La contessa non indugi molto a recarsi sul luogo del convegno, dove
il visconte lo aveva preceduta.

La chiesa era quasi deserta, debolmente rischiarata dalla luce funerea
che traspariva dai finestroni colorati.

--Innanzi tutto, cominci la contessa, io debbo chiedervi mille
scuse... La sorpresa del rivedervi cos inaspettatamente, e sotto
quelle vesti, mi ha impedito poco dianzi di esprimervi con parole
adeguate la mia riconoscenza. Voi mi salvaste la vita; avete fatto di
pi, mi avete sottratta al peggiore dei supplizi, quello di ricadere
negli artigli di un marito che abbomino. Il caso mi porge i mezzi di
offrirvi un compenso.... Sareste voi tanto gentile da accettare la
tenue somma di cinque milioni di ducati che io metto a vostra
disposizione?

---Avete... detto...?

--Cinque milioni di ducati, n pi, n meno.

--La somma  rotonda, ed io l'accetto.

--Sta bene. Ma v' una condizione...

--Indovino. I cinque milioni di ducati, se  vero ci che mi dicevate
ora  poco delle vostre momentanee strettezze, non esistono che nella
vostra fantasia,

--No, vi ingannate. I milioni esistono, i milioni son l, accatastati
in uno scrigno, del quale io tengo la chiave. Ora, questa chiave, o
visconte, io l'offro a voi... Ve la offro a patto di un ultimo favore,
di un ultimo sacrifizio.

--Contessa! la mia vita... il mio sangue....

--No, non si esige tanto, mio bel cavaliere--Ci che io vi domando 
di darmi una mano a salire il primo gradino di un trono.

--( pazza!) Se ho ben compreso, o signora, il modesto titolo di
contessa vi  venuto a noia, e voi aspirate a mutarlo in quello di
regina.

--Per lo appunto; ammiro il vostro acume. Ma voi comprenderete
parimenti che, per diventare regina,  necessario ch'io sposi un re...

--Lo troveremo.... Converr affrettarsi a cercarlo, prima che i
nichilisti se li mangino tutti.

--Il re  trovato.

--Dunque... che si aspetta?

--Posso io sposare un re, se prima non rimango vedova?

--Avete ragione, non ci avevo pensato.

--Come vedete...  necessario che l'_altro_ muoia...

--Ci potrebbe accadere... Quasi tutti siamo mortali...

--Ci deve... accadere, mi capite? E questo  appunto il favore....

Su questa reticenza, la contessa proiett dai suoi occhioni neri e
fosforescenti una scarica di elettricit che trapass il visconte dal
petto alla schiena.

--Ci che voi mi chiedete, o signora, disse egli con una vibrazione di
accento che esprimeva l'indignazione e l'orrore del delitto; ci che
voi mi chiedete, o signora, sarebbe dunque un... assassinio?

La contessa impallid, e sommessamente, nel timore di avergli recata
offesa:

--Signore, disse al visconte, ci che io intenderei di proporvi non
sarebbe un delitto... a meno che voi non giudichiate delitto una
provocazione seguita da uno scontro ad armi uguali, in presenza di
testimoni, con tutte le regole della pi perfetta cavalleria.

--Il duello non rappresenta in molti casi che un surrogato
dell'assassinio, rispose il visconte con una intonazione di mestizia
che rivelava il pensatore umanitario sotto la scorza del gentiluomo.
Pure, o contessa, trattandosi di favorire i vostri alti disegni, io
non esiterei ad assumermi il mandato di trapassare con una buona lama
di fioretto l'addome dell'importuno compagno de' vostri giorni, se una
tale cerimonia non mi apparisse superflua. Per diventare regina, per
sposarvi ad un re, non vi occorrono, o signora, dei fatti di sangue.
Narrandovi la scena accaduta a Borgoflores fra me ed il conte, vi ho
detto che questi  rimasto nelle grinfe degli aguzzini del
manicomio... Al momento in cui stiamo parlando, egli  forse l.... ad
ululare disperatamente nelle strettoie di una camicia di forza... Ora,
voi sapete, o contessa, che il nostro codice accorda piena facolt di
divorzio nel caso in cui uno dei coniugi sia affetto da pazzia
incurabile. Il manicomio e la camicia di forza, non dubitatene,
contessa, in meno di due giorni condurranno vostro marito al delirio
furioso. Il sistema di cura  infallibile, n far eccezione in questo
caso. Io riparto oggi stesso per Borgoflores, fo constatare dai medici
la pazzia del conte, vi riporto il documento; voi presentate subito la
vostra domanda di divorzio e fra dieci o quindici giorni...

--Libera! libera! libera! esclama la contessa, battendo le palme. E
obliando di trovarsi in una chiesa, in presenza di un uomo che aveva
tutte le apparenze di un sacerdote, spiccava dei salti da capriola in
amore.

Ahim! come brevi e fallaci sono le gioie umane! (Frase vecchia, ma
sempre opportuna, sempre efficace nelle transazioni del sentimento).
Ed ora--come preparare il lettore alla nuova sorpresa?

La contessa, che stava quasi, nell'impeto della riconoscenza e della
gioia, per slanciarsi al collo del visconte, arretr improvvisamente
mettendo un grido di terrore.

--Guardate l... l!

Il visconte corse coll'occhio ad una delle porte laterali della chiesa
e vide... non vide soltanto... ma riconobbe il conte Bradamano di
Karolystria, grande elettore dell'impero e arcidiacono della
Massoneria della Cervia, che a passo lento si dirigeva alla sua volta.

--Come salvar la contessa? pens il giovane rabbrividendo.

Ma la contessa era gi in salvo. Prima che egli si volgesse a cercarla
collo sguardo, ella si era involata per una porticiuola bassa, che
metteva al campanile. Imaginate con quanta lestezza si slanci sulla
scaletta e raggiunse la cima della torre quella donna energica e
leggera, creata per salire!

Come avviene, chieder qualcuno, che il conte Bradamano apparisca ora
nella chiesa di Mirlovia, mentre la sera innanzi, a Borgoflores, il
commissario superiore di polizia aveva dato ordine di tradurlo al
manicomio?

Nulla di pi naturale. Si  forse detto che gli ordini venissero
eseguiti? Non  pi verosimile che il conte, vedendosi al mal partito,
abbia dato tali prove di assennatezza e di calma, da indurre il
commissario a lasciarlo andar libero, fors'anche a chiedergli scusa
dei rigori inconsulti?

Quanto al fatto della venuta a Mirlovia, basti sapere che il conte,
appena uscito a Borgoflores dalla caserma dei poliziotti, si era
abboccato con quel medesimo doganiere che aveva poco prima recati al
visconte i messaggi della contessa. Quel mascalzone, poco soddisfatto
delle laute rimunerazioni a lui promesse, per un bicchiere di
_rataffi_ aveva tradito il segreto, rivelando l'itinerario e il punto
di convegno stabilito fra i due fuggiaschi.

Dopo queste spiegazioni franche e leali, io vi prego quanto so e
posso, miei buoni lettori, di non volermi pi oltre interrompere.
Quella ch'io vo narrando non  storia verista,  semplicemente storia
vera: e il vero sfida ogni obiezione, si impone ad ogni criterio.

Dunque... come si  detto...

Ci siamo... Il conte Bradamano si avanzava a passo misurato, guardando
a destra ed a manca, esplorando gli intercolon e le nicchie.

I suoi occhi bigi nuotavano entro due solchi azzurrognoli. Il suo
volto pallido, quasi terreo, da marito vilipeso, non rivelava
turbamenti profondi, non esprimeva sinistri disegni.

Appressandosi al falso prete, fece un inchino da borghese credente, e
a voce bassa, con accento mansueto gli disse:

--Se non vi recasse troppo disturbo, io vi pregherei, monsignore, di
voler ascoltare la mia confessione.

Il visconte, per darsi tempo di riflettere, non proferse parola.

--Avete inteso, monsignore? replic l'altro con una intonazione di
voce pi vibrata--vorrei mettermi in grazia di Dio, e imploro a tal
uopo l'assistenza di un ministro del culto.

Il visconte, che aveva riflettuto, senza venir a capo di indovinare
dove si fosse nascosta la contessa, assent con un cenno del capo, e
veduto a poca distanza un confessionale, a quello si diresse,
invitando l'altro a seguirlo.

Destino! Destino! Chi oser pi mai in presenza degli avvenimenti che
qui si narrano, chi oser, ripeto, negare la tua potenza, tanto pi
terribile, quanto pi occulta? Io so che di questa apostrofe al fato
(da taluni chiamato anche dito di Dio) non va esente verun romanzo
dell'epoca antica e moderna; ma, qual sarebbe, senza il fato o il
dito, la logica dei romanzi?

Non sa di miracolo ci che noi vediamo? Quei che la sera innanzi se ne
stava prostrato in atteggiamento di vittima, ora siede da giudice
sulla cattedra del tribunale di Dio, mirando a' suoi piedi genuflesso
colui che poche ore prima avea minacciato di schiantarlo. Imponiamo
alla nostra meraviglia, e porgiamo orecchio alla confessione del
conte.

--Dall'ultima volta ch'io mi accostai al tribunale di penitenza,
cominci il penitente con voce contrita, io non credo aver commesso
verun di quei peccati che la chiesa dichiara _mortali_ ma, in seguito
ad alcune recenti peripezie, io mi sento oggi trascinato, ed ho anzi
deliberato di compiere un enorme delitto.

--Vuol uccidere la moglie, pens il visconte;  bene ch'io ne sia
prevenuto.

--Uno di quei delitti, prosegu l'altro, che tanto pi sgomentano le
timide coscienze, in quanto non vi abbia speranza, una volta che sieno
consumati, di ottenere l'assoluzione di Dio. In una parola, io avrei
deliberato di togliermi la vita.

--Meno male! esclam il visconte--ci calzerebbe a meraviglia....

--Ho io ben inteso?... Padre: voi.... dicevate?...

--Ho detto: meno male; poich vi  grande differenza di colpabilit
fra chi toglie la vita ad altri e quegli che con rara abnegazione
preferisce di sacrificare la propria.

--Voi mi consolate, buon padre. Ma.... dite un po'... Non avreste voi
autorit, in certi casi, nel mio caso per esempio, di assolvere in
anticipazione colui che schiettamente si confessa del suo colpevole
disegno, col ferino proposito di non pi mai rinnovarlo dopo il primo
attentato?

--Voi mi proponete, disse il visconte con gravit caricata, una
questione che ha fatto perdere il cervello ai pi insigni casisti.
Converr, perch io mi metta in grado di giudicare rettamente, che voi
mi informiate del _cur, quomodo, quando, quibus auxiliis, eccetera,
eccetera _. Cominciamo, se vi piace, dal _cur_, ovverosia dalle cause
impellenti.

--Ohim! sclam il conte, traendo un sospiro dagli stivali, voi dovete
sapere ch'io m'ebbi la mala ventura di unirmi in matrimonio ad una di
quelle figlie di Satana che l'inferno vomita sulla terra per la
disperazione dei mariti.... Non vi dir quale sia stata la mia
esistenza nei due anni che ho vissuti con lei... Ho vegliato sotto
un'incudine, ho dormito sovra una graticola rovente.

--L'espiazione ha preceduto la colpa, interruppe il confessore, come
se parlasse a s stesso.

--Ieri... non pi tardi di ieri... la sciagurata si avvisa di mettere
il colmo alle sue scelleraggini, abbandonando furtivamente il castello
coniugale. Un domestico l'aveva spiata.... io fui avvertito.... Su una
trentina di fili elettrici corse il mandato di arrestarla, ed io
stesso, subodorando le sue orme, mi diedi ad inseguirla...

--Imbecillit manifesta! mormor il confessore.

--Voi osate trattarmi da imbecille! esclam il conte con qualche
risentimento.

--Io noto e aduno le attenuanti; e voi, figliuol caro, fate di
sovvenirvi che l'umile mortale a cui state dinanzi, rappresenta in
questo momento il vostro giudice supremo.

Il conte, giungendo le mani, balbett qualche parola di scusa, e
prosegu di tal guisa:

S, ne convengo, fu un atto di imbecillit.... Inseguendo quella
donna, io correva dietro alla sciagura, al disonore, al ridicolo...
Non vi parler dell'infame tranello che mi attendeva a Borgoflores
dove l'indegna si era rifugiata.... Vi basti sapere che, arrivato
col, io fui insultato, preso a schiaffi, trattato da demente. Eppure
quando seppi che colei era partita dalla citt coll'intendimento di
pernottare a Mirlovia, io mi gettai ancora come un forsennato sul suo
cammino.... Avevo giurato di raggiungerla, di sorprenderla nel sonno e
trucidarla colle mie mani. Arrivai a Mirlovia al sorgere dell'alba. E
gi, coll'atroce proposito in cuore, io dirigeva i miei passi
all'albergo del _Pappagallo_ dove sapevo che la turpe donna era
alloggiata, quando lo squillo delle campane, quello squillo
melanconico e solenne che ha sempre esercitato un gran fascino sul mio
spirito, mi arrest sul cammino.... Al furore subentr nel mio animo
una cupa melanconia. Perch avrei ucciso quella donna? Con qual
frutto? Al ridicolo che gi mi copriva, all'ignominia, al dissesto,
avrei aggiunto il supplizio dei rimorsi.

Ecco, buon padre, per qual rapida transazione di sentimenti e di
idee, volendo sciogliermi ad ogni costo da questa camicia di Nesso in
cui mi trovo da due anni avviluppato, deliberai di troncar il filo dei
miei giorni.

--Avete ben riflettuto? chiese il visconte con voce severa. Non nego
che la vostra posizione sociale sia pregiudicata... Ma, infine...
credete voi che non vi abbia altra via per uscirne, fuori quella
disperatissima e peccaminosa del suicidio?

--Nessun'altra, rispose il conte.

--Siete dunque risoluto?...

--Lo sono.

--E se io vi pregassi in nome di Dio?...

--Sarebbe vano. Io vado soggetto, fin dalla mia pi tenera infanzia, a
fierissimi attacchi di forza irresistibile, e in questo momento mi
sento preso pi che mai. Credete voi che al tribunale celeste si tenga
conto dei casi di forza irresistibile?

--Ne sono convinto.

--Negherete dunque ancora di assolvermi in anticipazione?

--Questo non  permesso dai canoni. Ma, poich non  dato alla mia
eloquenza di arrestarvi sull'orlo dell'abisso, ed io voglio d'altra
parte provvedere per quanto da me si possa alla vostra salute eterna,
ascoltate bene quanto sono per dirvi. Vi ha un solo modo di suicidio,
che, praticato colle debite cautele, pu offrire all'anima del
delinquente qualche probabilit di salvezza;  il suicidio che si
compie precipitando da una altura. In tali casi, la consumazione del
peccato ha luogo immediatamente all'atto di spiccare il salto. Se,
durante l'intervallo che separa l'atto dall'effetto, vale a dire nel
brevissimo tempo che impiega a rotolare nello spazio, il disgraziato
suicida si avvisa di recitare un semplice atto di pentimento, non vi 
pi dubbio che allo sfracellarsi delle membra, l'anima del misero
contrito non si elevi perdonata e redenta alle sfere celesti.

--Oh! grazie! grazie, sacerdote!... esclam il conte in un impeto di
gioia--Ora non temo pi nulla... Fra dieci minuti tutto sar
finito.... Io vado a precipitarmi dal campanile...

Il conte si era alzato.

--Fermate!  una follia! grid, alzandosi a sua volta il visconte, nel
cui animo era subentrata alla spensieratezza dell'avventuriero la
piet generosa dell'uomo di cuore; io non posso.... io non debbo
permettere...


Ma l'altro s era gi discostato dal confessionale, avea trovata la
porta del campanile, ed era sparito.

--Non vi  che un mezzo per salvarlo, esclam il visconte balzando dal
confessionale e correndogli dietro; egli  tanto sensibile al suono
delle campane.... Dio voglia che queste gli tocchino il cuore!

Ed ora, lettori, ponete ben mente alla situazione dei singoli
personaggi.

La contessa di Karolystria, per dar tempo al suo cavalleresco alleato
di sbarazzarla dal marito, si trattiene sulla cima della torre,
fumando deliziosamente un _manilla_ e conversando colle rondini.

Al pian terreno, un visconte in abito da prete attende che uno
scaccino curioso si allontani, per dare una strappata alla corda delle
campane....

Frattanto, ansante, sbuffante, il conte Bradamano ha raggiunto la
sommit del campanile...

Un urlo baritonale di gioia e uno strillo acutissimo di terrore
mandano in fuga le rondini...

--Tuoni e lampi!... tu qui, scellerata!... Era dunque la voce di Dio
quella che mi chiamava quass! Recita la tua ultima preghiera, o donna
indegna! Fra un minuto secondo--e tratto di tasca l'orologio lo posava
sulla balaustrata--noi giaceremo informi cadaveri al piede di questa
torre. Ero venuto per precipitarmi da solo--ti ho trovata--giustizia
vuole che tu mi segua...

--Piet! piet!

La contessa si era lasciata cadere sul mattonato, afferrando colle
mani una colonnetta,

--Io avr ben forza di strapparti di l! rugg il conte,
precipitandosi sulla sua vittima come un orso inferocito...

Ma al momento in cui il vindice marito, descrivendo colla persona una
curva grottesca, si abbassava per afferrare la preda, le ruote delle
campane cigolarono, il campanone maggiore si sollev poderosamente con
impeto inusitato; e il conte Bradamano di Karolystria, elettore
dell'impero, ecc., ecc., ricevette sulla estremit della schiena un
tale spintone, da mandarlo capovolto a rompersi il naso contro il
parapetto.

--Maledizione! Maledizione!

La contessa si trascin carpone fino allo sbocco della scaletta e
scivol lestamente dai gradini col suo piedino elegante e nervoso da
pattinatrice.

Negli squilli reboanti dei bronzi si perdevano gli ululati del
consorte ferito.

Se il lettore ha provato, nell'assistere a questa tragica scena, una
millesima parte del raccapriccio che ci invest nel descriverla, non
dubitiamo ch'egli dovr ora gustare un immenso sollievo rientrando con
noi nell'ambiente sereno della casa parrocchiale, dove vedremo
svolgersi degli avvenimenti meno tetri, ma per avventura pi
meravigliosi.





CAPITOLO VII.


Quella notte, don Fulgenzio aveva avuto il sonno leggero. Gli era
parso di udire nella casa degli insoliti rumori. E poi.... (perch
dovremmo tacerlo?) una larva seducentissima di donna in sottana da
abate non si era mai dipartita dal suo letto.

Per cacciare le tentazioni, si alz prima di giorno, e attraversando
l'anticamera, gett l'occhio sulle vesti abbandonate la sera innanzi
dalla signora ricoverata nel salottino.

--Povera signora! sospir il dabben prete, converrebbe che qualcuno
provvedesse a far asciugare questi panni prima ch'ella si desti!
Questo qualcuno... non potrei esser io?...

Detto fatto, don Fulgenzio adun un bel cumulo di legna sul caminetto,
accese un gran fuoco; e schierate a conveniente distanza dalla fiamma
una mezza dozzina di seggiole, distese su quelle i drappi umidi e
rattrappiti.

Un vapor bianco e molle si diffondeva nella stanza; le nari tumefatte
del giovane sacerdote respiravano, colle esalazioni dell'idrogeno, due
distinte fragranze di contessa e di visconte. Era pel casto don
Fulgenzio la prima estasi peccaminosa che gli fosse accaduto di
gustare in sua vita.

Un rumore di passi venne a riscuoterlo. Qualcuno saliva la scala
frettolosamente.

Fosse la bella forestiera?...

No, Era il sagrestano della parrocchia, che affannato, coi cappelli
irti, cogli occhi fuor dalle orbite, veniva ad irrompere
nell'anticamera.

--Che disgrazia! che orrore! chi avrebbe immaginato!...

--Calmatevi, Batacchio... Cos' accaduto? domand il coadiutore
impallidendo.

--Cos' accaduto!... Lei mi domanda cos' accaduto? Ma dov' il signor
parroco? Presto! Corra a svegliarlo... Bisogna informarlo subito...
Bisogna trovare un espediente.... Ah! Ella  qui, don Calendario!...

--Che rumore  codesto? disse il parroco avanzandosi mezzo svestito.
Cosa vuole a quest'ora il nostro Batacchio?

--Cosa voglio! Cosa voglio! riprende il sacrista giungendo le mani in
atteggiamento disperato, vorrei che il Governo piantasse mille
forche...

--Ai fatti! ai fatti! interruppe il parroco, che cominciava a
presentire qualche cosa di molto serio.

--Ebbene... i fatti eccoli qua, signor curato, e che il diavolo mi
strozzi la moglie se io ci ho avuto un briciolo di colpa. Questa notte
sono entrati dei ladri nella chiesa, ed han spogliato la santa imagine
della nostra venerata patrona, strappandole di dosso le gonnelle, il
gran manto a stelle d'oro.... infine, tutto quanto.

--Spogliata... santa Dorotea! esclamano con espressione di orrore i
due preti, fulminati da tale notizia.

E il sagrestano, singhiozzando:

--S, tutto le han rubato gli scellerati... Della nostra santa
benedetta non rimangono che le braccia, la testa e un imbottito di
stoppa sorretto da due pali.

--Nel giorno del centenario!

--Nel giorno della processione!

I due preti parevano impietriti.

Don Fulgenzio guardava don Calendario; don Calendario guardava don
Fulgenzio, e il sacrista, favorito dallo strabismo, guardava l'uno e
l'altro ad un tempo. Dopo un istante di silenzio, girando gli occhi
verso il caminetto, il parroco fu colpito da una idea.

--Se quelle vesti si attagliassero al fusto della santa! se alla
signora arrivata questa notte non increscesse...

--Ma questa  una ispirazione del cielo! esclama don Fulgenzio.

Il sagrestano, accostatosi al caminetto, si diede a svolgere le stoffe
ammirando ed approvando.

L'abito era stupendo, la gran ciarpa trapunta in oro poteva fornire
uno splendido manto; il cappello piumato, a dire del sagrestano, si
conveniva mirabilmente ad una santa che doveva sfidare il sole nella
processione.

Con quattro colpi di spazzola e una ripassata di funi in meno di dieci
minuti si aveva un'acconciatura da far invidia allo regine di tarocco.

--Quel che s'ha a fare, si faccia presto! disse il parroco; tu,
Batacchio, va a svegliare tua moglie; ella stira perfettamente ed 
donna da serbare un segreto. Don Fulgenzio, che quando vuole sa
mettere il miele tra i punti e le virgole, scender nel salottino a
interceder grazia dalla signora... Poi, si andr in sagrestia a
rivestire la santa, e all'ora della messa pontificale ogni cosa sar
in ordine. Vi pare che io dica bene?

Don Fulgenzio in quattro salti fu al fondo della scala.

Una commozione non mai provata agitava i suoi nervi. Svegliare una
donna! Per un prete, confessiamolo, la missione era delicata e non
scevra di pericoli.

Buss leggermente all'uscio del salottino.

Nessuna risposta.

Buss una seconda volta: silenzio.

Don Fulgenzio sentiva i brividi dell'ignoto.

Alla fine, dischiudendo la porta leggermente, come un ignoto ladro od
un amante _furtivo_, spinse innanzi la testa,

Il salottino era buio...

Atterrito dalle tenebre e dal silenzio, don Fulgenzio si avanz sulla
punta dei piedi e aperse le imposte.

--Bont divina! esclam il prete dando un balzo che lo inchiod alla
parete.

Al prorompere della luce era insorto da un angolo della stanza un
vagito stridulo e mordente, e gli occhi di don Fulgenzio, vitrei,
spalancati, grossi di linfe epatica, si affissavano con terrore sovra
un bambinello color scarlatto, che scalpitava come un piccolo ossesso
tra le ripiegature di un tovagliolo.

L'inaspettato istupidisce; il misterioso terrifica.

Don Fulgenzio voleva gridare, voleva fuggire; ma la voce non gli
usciva dalla strozza, le gambe non lo reggevano.

Egli era preso da una vertigine di stupore e di sgomento.

Il parroco ed il sacrista, dopo aver atteso un quarto d'ora l'esito
dell'ambasciata, discesero a loro volta nel salottino. La loro
sorpresa al vedere un neonato laddove immaginavano di trovare una
signora, fu pari a quella che aveva colpito don Fulgenzio.

Rimasero a bocca aperta, impietriti. L'espressione di quei tre volti
da prete e da sagrestano era identica come identiche le apprensioni e
le congetture. Il sole (perfino il sole,  tutto dire!) affacciandosi
alla finestra sonnolento e stralunato, faceva degli sberleffi non pi
veduti.

Alla fine, il parroco, che dei quattro personaggi col adunati era il
solo che avesse ancora la testa a segno, prese gravemente la parola:

--Degli avvenimenti inesplicabili si succedono d'ora in ora, di minuto
in minuto, sotto i nostri occhi; avvenimenti quasi miracolosi, nei
quali io sarei lieto di riconoscere il provvidenziale intervento della
mano celeste, se non avessi la ferma convinzione che l'influenza
tenebrosa di Satana vi abbia parte. Batacchio: prendetevi fra le
braccia quel marmocchio e vedete se vi riesce di calmarlo... Le sue
strida mi spezzano il filo delle idee...

--Ci che pi urge, secondo il mio debole avviso, sarebbe di
provvedere al collocamento di questo effetto mobile, esportandolo
dalla nostra casa colla maggior sollecitudine. I tempi sono tristi, la
stampa imperversa sul clero, e questo effetto potrebbe divenir causa
di scandalo. A momenti deve giungere il vescovo.... Che direbbe
monsignore, se al metter piede in queste soglie, avesse a sorprendere
questo frutto di provenienza sospetta che pu dar luogo ai pi
sfavorevoli commenti?

--Un cuore mondo e una coscienza illibata non temono il giudizio degli
uomini, n il giudizio di Dio!

Questa sentenza, proferita con accento solenne, era partita dalla
soglia del salottino.

Tutti gli occhi si volsero da quel lato.

Un nuovo personaggio dall'aspetto maestoso, avvolto in una zimarra
nera filettata di seta rossiccia, con una croce d'oro pendente sul
petto, infine... (affrettiamoci a presentarlo) monsignor De-Guttinga,
vescovo di Rosinburgo, era apparso sulla soglia.


Questa nuova sorpresa, dopo le tante che si eran succedute in quella
casa da mezzanotte al mattino, non produsse negli astanti lo stupore
che il degno prelato si attendeva. Le grandi commozioni si elidono.

--Per snodare le gambe, riprese il vescovo colla sua voce rotonda e
pastosa da prelato soddisfatto, son sceso dalla carrozza all'ingresso
del paese ed ho proseguito a piedi fino al vostro tetto. Nella mia
lunga carriera ecclesiastica mi son preso parecchie volte questa
licenza tollerata dai canoni, onde evitare le dimostrazioni chiassose
e le cerimonie stucchevoli; ma giammai mi  accaduto di sorprendere un
parroco, un coadiutore ed un sagrestano, che in una giornata di grande
solennit, al momento in cui la chiesa reclama pi urgentemente i loro
uffici, stessero raccolti in un salotto a deliberare sui mezzi di
sottrarre un neonato alla vista del loro vescovo. Don Calendario!!!
attendo una spiegazione!!!

L'onesto parroco, di tal guisa interpellato, senza ostentazione, colla
franchezza dell'uomo incolpevole, espose in brevi parole i fatti che
noi sappiamo.

--La notte scorsa, mentre imperversava l'uragano, una signora venne a
chieder ricetto...

--L'esordio  romanzesco, e mi interessa vivamente.

--Noi l'abbiamo ricoverata, le abbiamo prestato i nostri abiti, le
abbiam permesso di passare la notte in questo salottino.

--Fin qui non trovo argomento di censura.

--Questa mattina don Fulgenzio discende per dar la sveglia alla
signora, e in luogo della signora, trova su quel divano il bambinello
che qui vedete.... Il fatto ci parve cos strano, cos fuori
dell'ordine naturale...

--Il fatto sarebbe pi strano, interruppe il vescovo che amava la
barzelletta, se la persona che vi ha lasciato in deposito
quell'oggetto fragile fosse stato un maschio piuttosto che una
femmina... Don Calendario: so che siete un onest'uomo, un sacerdote
esemplare, ed io presto piena fede alle vostre leali spiegazioni. Ci
che vi ha di poco naturale nella graziosa istoriella che avete narrata
 che voi, ammettendo nella casa una persona sconosciuta, non
l'abbiate richiesta del nome.

-- vero! non ci abbiamo pensato, disse il parroco, e frattanto, ella
se n' andata coi nostri abiti indosso...

--Coi vostri abiti indosso!... Ma... dunque... le sue vest?...

--Son l sopra, nell'anticamera; e vi giuro, monsignore, che mai non
mi  accaduto di vedere un pi splendido abbigliamento di donna.

--Ma non avete qualche indizio? non avete tentato di scoprire?... Su
quelle gonne non vi era una cifra?...

--Ah! sclam don Fulgenzio battendosi la fronte; vedete lo smemorato!
Ma... sicuro! Nelle taschetto della sottana c'era un portafogli... Io
l'ho levato prima di mettere i drappi ad asciugare, e l'ho posto sul
traversino del portapanni.

--Presto, dunque! andate a prendere quel portafogli!... Che volete,
figliuoli? Nella mia lunga carriera ecclesiastica non ho mai sentito
vibrare cos potentemente gli stimoli della curiosit... Si direbbe un
presentimento.... Ma.... ecco don Fulgenzio col portafogli... Bravo!
date qua! apriamo... Delle carte... una ricevuta del Monte... due
biglietti del lotto... un biglietto di visita... s, questo  un
biglietto di visita... Ora sapremo il nome... Leggiamo, cio...
leggete voi, don Calendario.... Ho dimenticato gli occhiali nella
carrozza... Nella mia lunga carriera ecclesiastica ci non mi 
accaduto che due volte.

Don Calendario prese la cartolina, e facendo spiccare le sillabe,
declin il nome della contessa Anna Maria di Karolystria.

--La contessa!... Anna Maria! esclam il vescovo balzando innanzi due
passi.

--La contessa Anna Maria di Karolystria, ripet il parroco avanzandosi
per sorreggere il monsignore che pareva vacillasse sotto il peso di
una forte commozione.

--La contessa di Karolystria!... Mia nipote!... Me l'ero figurato!...
Non c' che lei, non c' che lei per giuocare di queste farse!
Sagrestano: tenete ritto quel bambino... badate che non caschi.... che
non si sciupi.... Caspita!  un mio pronipote.... S! s! voglio darmi
la soddisfazione di battezzarlo io... Frattanto, muovetevi... fate di
trovare una balia... in mancanza di balia una capra... una lupa...
Romolo fu ben allattato da una lupa... Su, dunque! spicciatevi! Ma
dove sar andata a ficcarsi la contessa? Bisogna cercarla... condurla
qui... rivestirla dei suoi panni... Nella mia lunga carriera
ecclesiastica non ricordo di aver mai provata una scossa pi violenta
di questa.

Cos parlando, il vescovo si era lasciato cadere su di una poltrona.

Gli astanti, attoniti, confusi, preoccupati da altre urgenze
gravissime, in luogo di affrettarsi ad eseguire gli ordini ricevuti,
facevano delle pazze evoluzioni intorno alla tavola, tornando sempre
sul posto d'onde erano partiti.

A crescere gli imbarazzi, a produrre un pi strano scompiglio nelle
idee, intervenne un nuovo personaggio.

Era un bell'uomo, di struttura atletica, dall'occhio grifagno, che
portava l'allarmante divisa dei commissari di polizia.

Entrato, fece un inchino a sua eminenza, e avanzandosi con militare
spigliatezza, disse di avere un dispaccio da consegnare al reverendo
parroco del paese.

--Donde viene questo dispaccio? chiese il vescovo ansiosamente.

--Ho mille ragioni per credere che sia piovuto dal cielo, rispose il
commissario sorridendo. Mi  caduto sul naso poco fa, mentre stavo in
agguato dietro il campanile spiando lo mosse di un nihilista... Sulla
soprascritta c'era l'indirizzo del signor parroco, e mi sono
affrettato...

--Nessuno si muova! grid il vescovo lanciando un'occhiata
significante sul commissario; probabilmente in quel dispaccio si
contengono delle rivelazioni d'importanza, che daranno un gran da fare
a noi tutti. Leggete, don Calendario!

Il parroco sciolse il piego, e lesse a voce alta:

Passeggiando per diporto sulla cima del campanile, e colpito
proditoriamente da un sacro bronzo nelle adiacenze dell'osso parimente
sacro, mi trovo ridotto all'assoluta impotenza di scendere colle mie
forze da questa alta ma altrettanto falsa posizione. Faccio dunque
appello alla nota carit di V. S. reverendissima, acci voglia
affrettarsi a mandare quass il miglior medico del paese, perch
esamini la mia ferita, giudichi e provveda a norma del caso.

In attesa di pronti soccorsi, la ringrazio anticipatamente ed ho
l'onore di segnarmi

                        Conte BRADAMANO DI KAROLYSTRIA.

Quella lettera sollev un mormorio.

--Silenzio tutti! tuon il vescovo balzando dalla seggiola; dinanzi a
una complicazione s arruffata, convien riflettere al nesso piuttosto
che alla singolarit degli accidenti, e procedere alla scoperta del
vero rimontando dal noto all'incognito. Ora, agli altri accidenti noti
si aggiunge quello di uno stordito che va a passeggiare in cima d'un
campanile mentre il suo posto dovrebb'essere al capezzale della moglie
o presso la culla del suo primogenito.... Vediamo se ci riesce, col
sistema delle induzioni, di trovare la spiegazione logica di una
coincidenza cos anormale.

--Perdoni l'eminenza vostra colendissima, disse il commissario
inchinandosi rispettosamente, se ardisco esporle un precedente dal
quale potr riflettersi qualche luce sull'avvenimento che la
preoccupa. A noi consta che sua eccellenza il conte Bradamano di
Karolystria va da qualche tempo soggetto a degli accessi di pazzia
furiosa. Ieri sera, a Borgoflores,  occorso a me, che ho l'onore di
parlarvi, di assistere ad una scena... Basti dire che il signor conte
era siffattamente uscito di senno, da non riconoscere la propria
moglie, e ha dato in tali escandescenze, da obbligarmi ad invocare lo
intervento delle guardie del manicomio.

--Ora comincio a comprendere, disse il vescovo; povera contessa!
disgraziata nipote! Maritata ad un pazzo!... Io gi ne sapeva qualche
cosa... Fortunatamente le leggi provvedono... Dio! chi mi aiuta a
raccoglier le fila di questa matassa?...

Ma il buon prelato non ebbe tempo di raccogliere un sol filo, che un
elegante zerbinotto, seguito da un domestico, entr nella sala.

Era un biondo dal profilo delicato, dalla tinta rosea, dagli occhi
sfavillanti. Due baffi esagerati, da pompiere libertino, costituivano
il solo accessorio canagliesco del suo volto aristocratico e geniale.

Salut gli astanti con garbo disinvolto, da uomo pressato di
andarsene; e facendo avanzare il domestico che recava sulle braccia un
involto, gli accenn di posarlo sulla tavola.

Non far a' miei lettori il torto di dubitare ch'essi non abbiano,
sotto l'ombra dei baffi posticci, riconosciuto il visconte Daguilar.

--La illustrissima signora contessa di Karolystria, disse il visconte,
mi di incarico di restituire a codesti egregi sacerdoti i venerandi
indumenti che ieri notte si compiacquero di prestarle; la signora
contessa desidera parimenti che i suoi degni ospiti, a pegno della sua
riconoscenza, serbino le vesti da lei smesse per farne quell'uso che
alle loro signorie reverendissime potr sembrare pi utile.

A tali parole, il parroco, in un guizzo di gioia, strizz l'occhio al
sagrestano, e questi, trasmesso a don Fulgenzio il marmocchio, lesto
come uno scoiattolo usc dal salottino.

--Finalmente i gruppi vengono al pettine! esclam il vescovo
fregandosi le mani allegramente, ora potremo anche sapere dove sia
andata a nicchiarsi quella pazzarella di nostra nipote, le cui
sventatezze ci tengono in tanta apprensione.

--La signora contessa di Karolystria  alloggiata all'albergo del
_Pappagallo_, disse il visconte;  arrivata questa mattina innanzi
giorno, e mi duole di dover soggiungere ch'essa  alquanto sofferente.

--Lo credo, io! disse il vescovo lanciando un'occhiatina dolce al
bambino; questa sera, dopo i vespri, andr da lei... Frattanto,
vediamo di sbrigare l'altre faccende. Il conte di Karolystria reclama
dal campanile la visita di un medico... Malgrado i suoi molti torti,
egli  pure un cristiano come noi, ed  giusto che gli prestiamo
assistenza... Si tratta anche di constatare se il cervello di quel
disgraziato versi, come afferma il signor commissario qui presente, in
condizioni anormali; nel qual caso si penser immediatamente a
separarlo dalla moglie con un atto regolare di divorzio... Dunque...
all'opera! qualcuno vada in cerca del medico...

--Di questo mi incarico io, disse il visconte....

--Sarebbe altres a desiderarsi, prosegu il vescovo con accento pi
mite, che altri si incaricasse di presentare a quel padre disgraziato
il primo frutto dei suoi travagli legittimi...

--Anche di questo mi incarico io! replic il visconte, impossessandosi
del neonato.

--Voi!... voi!... sempre voi!... esclam il vescovo con un movimento
di impazienza--ma... noi... noi... anche noi... Non si potrebbe, per
grazia, aver l'onore di conoscere il riverito nome di vostra signoria?

--Io mi chiamo Ludovick, e discendo dalla illustre famiglia dei
visconti Daguilar di Salispana.

--Daguilar!... non mi  nuovo questo nome.... Credo anzi che un
Daguilar abbia sposato in terze nozze una de Guttinga di
Birtoldania... Sta a vedere che siamo parenti!

--Tutto mi induce a supporto, disse il visconte baciando
rispettosamente l'anello sulla mano che il vescovo gli stendeva.

--Dunque... se non m'inganno... abbiamo pensato a tutto. Voi,
commissario, accompagnerete il visconte ed il medico nella loro
escursione al campanile. Sar bene che assistiate al consulto per
inviare subito un rapporto alla prefettura... Nella mia lunga carriera
ecclesiastica mi  sovente accaduto...

Ma questa volta l'intercalare favorito del vescovo venne troncato a
mezzo da un rumore partito dal cortile,

Erano le carrozze che conducevano il caudatario, il crocifero ed altri
prelati del seguito di sua Eminenza. La casa parrocchiale brulicava di
clero e di popolo.

Di l a pochi minuti, monsignore De Guttinga saliva agli appartamenti
superiori conversando col visconte a voce animatissima, e traendo
dietro i suoi passi una coda di prelati.

Don Fulgenzio, attraversando l'anticamera, not con soddisfazione che
gli abiti della contessa non erano pi l.

Il degno sagrestano aveva compreso la sua strizzata d'occhi; si era
impossessato di quegli abiti, li aveva fatti ripulire e stirare dalla
moglie, ed ora, nella sagrestia, stava compiendo con quelli la
trasfigurazione di santa Dorotea.





CAPITOLO VIII.


Le campane suonavano a distesa e la popolazione si pigiava nel tempio
per assistere alla messa pontificale. Finalmente, anche alla cappella
di santa Dorotea era stata levata la cortina, e tutti potevano
ammirare l'effigie della patrona di Mirlovia, superbamente bella nel
suo nuovo abbigliamento da contessa.

Frattanto, un personaggio secco e barbuto, seguito dal commissario di
Borgoflores e dal visconte Daguilar, saliva per la scaletta del
campanile. Il personaggio secco e barbuto era il medico del paese,
uomo di molta coltura e di retto criterio, gi premiato da parecchie
accademie per una dissertazione sulla spinite, considerata ne' suoi
rapporti colla letteratura verista.

Il conte Bradamano era un marito tiranno, un marito bestia, un marito
impossibile; pure, a vederlo l, in quell'angolo di campanile,
rannicchiato, impotente a sollevarsi, assordato dagli squilli,
nessuno, tranne forse sua moglie, avrebbe osato applaudire alla
giustizia del fato.

All'apparire del medico, il disgraziato trov la forza di sorreggersi
ed esal dal petto un sospiro di soddisfazione. Il visconte ed il
commissario si trattennero in disparte; il medico si fece innanzi,
dichiar al conte i suoi titoli e lo scopo della sua visita, e
procedette alla ispezione delle parti compromesse.

--Nulla di allarmante, disse poi al paziente; una settimana di letto,
un cataplasma, e tutto sar finito. Ci che seriamente mi preoccupa 
la difficolt della vostra situazione... In ogni modo,  necessario
che io vi tolga da questo luogo, dove all'altre sofferenze si aggiunge
anche il martirio delle campane... Converr rassegnarsi, mio caro
signore. La scala della torre  troppo angusta perch due uomini
possano discendere per quella, sostenendovi tra le braccia. Sar
d'uopo collocarvi in una cesta e calarvi dal campanile a mezzo d'una
fune. A questo, se vi piace, verr provveduto immediatamente.

--Fate! fate pure! rispose il conte colla massima calma; se pi
rimanessi, quelle campane mi ucciderebbero.

Il medico si scost dal paziente, e fattosi dappresso ai due che lo
avevano seguito: mi pare, disse loro a voce bassa, che le facolt
mentali di quell'uomo sieno in pieno equilibrio. Ad ogni modo, sar
utile sottoporlo a qualche prova. Venite... facciamolo parlare...
pulsiamogli i tasti pi sensibili... usiamo di tutti i mezzi che la
scienza mette a nostra disposizione, perch una diagnosi non fallisca.

--Mi riconoscete, signore? chiese il commissario presentandosi al
conte.

--Perfettamente, rispose questi; godo di rivedervi, signor
commissario; non avrei mai pensato di incontrarvi sul campanile della
chiesa di Mirlovia.

--Casi che accadono ogni giorno! esclam il commissario alquanto
sconcertato; e cedendo il posto al visconte, mormor nell'orecchio del
medico: eppure io vi dico che  pazzo.

--Mi gode l'animo, cominci il visconte, di essere stato prescelto
all'incarico di comunicarvi una notzia che deve riempirvi di gioia.
Mi affretto dunque ad annunziarvi che la vostra degnissima consorte,
la signora contessa di Karolystria, ha nella scorsa notte dato alla
luce un figlio maschio perfettamente conformato, al quale monsignor
vescovo di Guttinga imporr oggi stesso il vostro riverito nome!...

--La contessa!... un figlio!... il vescovo di Guttinga!... il mio
nome!...

Il conte era ridiventato livido e i suoi occhi gettavano fiamme.

--Calmatevi! disse il medico, osservandolo coll'occho penetrante
dello scienziato che afferra un sintomo; la paternit non  scevra di
disturbi, ma a questi porge largo compenso l'amore dei figli.

--Io non riconosco a quella donna il diritto di regalarmi una prole,
grid il conte serrando i pugni.

Il medico si scost da lui, e fattosi dappresso agli altri due, disse
a voce bassa:

--Questo accesso di furore mi metterebbe in sospetto, pure non abbiamo
ancora gli estremi coi quali ci sia dato formulare un giudizio
assoluto.

--Pazzo da legare! mormor il commissario crollando la testa.

Il visconte taceva, e spaziava collo sguardo nella piazza sottostante,
coll'aria di un annoiato che cerca divagarsi.

--Un pazzo, ripigli il medico, non  altra cosa che un pianoforte
scordato; convien toccargli tutti i tasti per far vibrare la corda che
risponde falso.

--Toccatelo sul tasto della politica, disse il visconte sbadatamente,
mentre i suoi occhi dilatati si affissavano a qualche oggetto lontano
che lo attraeva.

--Sarebbe una soperchieria, rispose il medico solennemente; toccate
sul tasto della politica l'uomo pi assennato e pi calmo; ne uscir
una dissonanza cos mostruosa da farlo ritenere maniaco.

Il medico non aveva finito di parlare, che un coro di voci umane
rinforzato dallo squillo delle fanfare sal dalla piazza al campanile.

--La processione esce dalla chiesa, disse il visconte; osservate!
ammirate! qual splendida pompa di paramenti e di lumi!

Il commissario si scoperse il capo e pieg il ginocchio...

--Un momento! un momento! grid il medico; ho bisogno del vostro
braccio. Mi  venuto un pensiero...

E fatto un passo verso il conte, che, a giudicarne dai tratti del
volto, si era alquanto rabbonito:

--Signore, gli disse battendogli paternamente la spalla; affacciandovi
a quel parapetto, voi potrete dare uno sguardo alla processione che
sfila in questo momento sul sagrato. Nulla giova tanto a distrarre le
tetre immagini dallo spirito umano, quanto la vista d una pompa
religiosa. Venite! noi vi sorreggeremo.

Il conte era divoto. Gi il suono delle lontane fanfare (le quali sia
detto fra noi, erano atrocemente stonate) aveva predisposto l'animo di
lui alle emozioni di un soave misticismo. Egli si lasci trascinare al
parapetto, e appoggiandosi al braccio del medico, si mise in posizione
da poter collo sguardo dominare un gran tratto della piazza.


Al veder quella doppia schiera di popolo e di sacerdoti che muoveva
pel sagrato salmodiando, all'udire le voci paradisiache dei
chierichetti e delle vergini (se ne trova ancora nelle processioni),
respirando il profumo degli incensi e dei ceri sollevato dalla brezza,
un rapimento quasi divino assorb l'anima del conte. Se non temessi di
commettere un irriverente bisticcio, direi, che dinanzi a quel sublime
spettacolo, a lui parve di obliare la sua terribile posizione di conte
contuso.

Qual dolce risveglio di sentimenti e di ricordi! Egli tornava col
pensiero a quell'epoca beata della fanciullezza, quando le solennit
della chiesa, il presepio, la scarpetta esposta sul terrazzo per
accogliere le strenne dei Magi, una messa servita al cappellano
nell'avito castello, la processione del _Corpus Domini_ e le litanie
delle Rogazioni occupavano tanta parte de' suoi pensieri,
rappresentavano i suoi tripudii pi graditi.

Sventurato mille volte colui (mi si permetta questo breve sfogo
dell'anima), sventurato mille volte colui, che nell'ora dei disinganni
e delle amarezze...

Ahim!... Cos' stato?... Misericordia!... Il conte ha dato in
ismanie, e in questo nuovo accesso di furore, pi violento del primo,
grida a tutta voce:

--Vedetela! Vedetela, quella svergognata!...  dessa... la riconosco
al vestito... la riconosco a quella ciarpa trapunta in oro che si 
gettata sulle spalle come un mantello... Arrestatela, arrestatela,
commissario!

--Calmatevi, signore!

--Io vi dico di arrestare quella pettegola che ha la tolla di farsi
portare in volta sopra una barella...

--Via, signore!  la santa patrona del paese... parlatene con
rispetto.

--La santa! una santa!... quella l! Mia moglie!... E dopo uno
scroscio di risa convulso, svincolatosi dalle braccia che lo
reggevano, il misero conte arretr dal parapetto e and a ricadere sul
posto donde era stato tolto poco prima.

Se Dante non avesse creato, or fanno parecchi secoli, lo stupendo
verso:

    E cadde come corpo morto cade

scommetto che, a questo punto del mio romanzo, lo avrei creato io.
Quale disgrazia esser nati troppo tardi! A noi non  pi permesso di
crear nulla.

Il medico impensierito da questa seconda crisi, tanto pi atta a
impensierirlo quanto meno attesa da lui, si raccolse per un istante
nella sua dignit di scienziato.

Poi, volgendosi al visconte ed al commissario, i quali, nella duplice
ansiet della compassione e del trionfo, attendevano il verdetto:

--Lasciamo, disse loro, che la malattia compia il suo periodo naturale
di reazione. Ormai non  pi lecito dubitare che questo sventurato sia
profondamente leso nelle sue facolt intellettuali. Egli  affetto da
quella specie di mania, oggimai comune alla pi parte degli uomini
coniugati, e per la quale la scienza non ha rimedii, che si chiama in
linguaggio tecnico: _uxorofobia_.  una morbosit del cervello
insidiosa e terribile, tanto pi difficile a curarsi, in quanto i
sintomi di essa talvolta rimangano latenti pel corso di parecchi anni.
Quando il medico riesce ad afferrarli, il pi delle volte la malattia
 gi entrata nella fase cronica. Vi prego, signori, di seguirmi. Voi
siete chiamati a convalidare colla vostra testimonianza la relazione
del grave caso e il conseguente certificato di demenza che io vado a
redigere. Pi tardi, noi torneremo presso il malato, e procaccieremo
che egli venga calato sulla piazza coi meccanismi pi acconci.

Dopo questo, i tre valentuomini discesero dal campanile.




CAPITOLO IX.


I fatti ch'io vado esponendo non sono che il prologo di un grandioso
romanzo intitolato: _Il Re Barile_, che verr in luce Dio sa quando;
romanzo che, in seguito agli ultimi avvenimenti militari, quali
l'occupazione della Tunisia, il bombardamento di Alessandria,
l'invasione dell'Egitto, ecc., ecc., e in presenza di quel nuovo e
formidabile elemento della dinamite oggimai felicemente introdotto nei
congegni della politica europea; stante la complicazione sempre pi
arruffata delle alleanze fra i Gabinetti, ecc., ecc.,  destinato ad
ottenere un tal successo di stupefazione generale, da schiacciare e
seppellire tutto quanto si  fin qui perpetrato in tal genere per
allettare e inebetire le masse.

Premesso questo briciolo di fervorino, riprendiamo il filo della
nostra narrazione che ormai volge allo scioglimento. Sono trascorse
quattro ore dacch il conte Bradamano  rimasto solo ad attendere in
cima del campanile i benefici effetti della reazione.

La popolazione di Mirlovia (ottima gente, ne converrete), dopo aver
pranzato come non si pranza che alle feste centenarie, si  di nuovo
riversata nella chiesa per assistere ai Vespri.

Frattanto, all'albergo del _Pappagallo_, la contessa di Karolystria ed
il visconte Daguilar hanno finito di consumare il loro pranzerello in
un gabinetto riservato.

La contessa  radiante, il visconte le ha recato il documento che
attesta la demenza del diletto consorte, e la prospettiva del prossimo
divorzio la riempie di giubilo. Fra pochi istanti, ella partir per
Rosinburgo in compagnia del simpatico gentiluomo, che l'ha s
validamente protetta ed assistita. Che pi le rimane a desiderare?...

Mentre la bella e avventurosa donna sta assaporando la sua felicit
leggermente ingrossata di una polpa di costoletta, il visconte si
intrattiene coll'albergatore.

--Possibile che in Mirlovia non vi sia riescito di trovare un cavallo
di puro sangue, da appaiare alla bella e vigorosa puledra della
signora?

--Tutte le mie ricerche furono vane. Quando si dice: destino!
Figuratevi che appunto questa mattina, uno dei pi stupendi cavalli di
razza che io m'abbia veduti,  proprio andato a fratturarsi le gambe
in un burrone a dieci passi dal paese! Io l'ho comprato da un villano
pel valore della pelle e della carne.

--Fosse il mio morello! esclam il visconte vivamente commosso.

--Mantello bruno...


--Una stella bianca sulla fronte...

--Una ciocca parimenti bianca nella coda...

--Era lui! era lui! grid il visconte battendo il pugno sulla tavola;
il mio buon morello!... ma dov'? che avete fatto di quell'eccellente
animale, a me pi caro di un fratello?...

--In verit, rispose l'albergatore colla sua falsa tenerezza da
_brugnone_ saldato, doveva essere un animale eccellentissimo, se tale
altres vi  sembrato quel frammento delle sue carni che ora avete
finito di consumare. Dopo la corpacciata che se n' data stamane quel
grosso ippopotamo di Boom-bom-bom, non ci rimanevano in cucina altre
reliquie del vostro disgraziato corridore.

Il visconte lasci cadere una lacrima sull'osso della costoletta; ma,
ripreso bentosto il suo fare da zerbinotto spensierato, balz in
piedi, porse il braccio alla contessa e usc con quella nel cortile,
dove lo attendeva il convoglio che doveva trasportarli a Rosinburgo.

Strano convoglio davvero, per una contessa ed un visconte, nati
entrambi e vissuti nell'ambiente pi aristocratico della pi
aristocratica provincia d'Europa! Era uno di quei grandi baracconi
mobili, quali ne vediamo sulle piazze ai tempi di fiera, che servono
ai cerretani da veicolo, da casa di abitazione e da teatro. Era diviso
in tre compartimenti, dei quali il pi spazioso, quello del centro,
veniva ad essere esclusivamente occupato dal fenomenale Boom-bom-bom,
altrimenti denominato: l'uomo pi grasso del mondo. L'altro
compartimento era formato dalla serpa, larga, comoda, ombreggiata da
una gigantesca calotta e adorna di emblemi zingareschi. Su questa era
gi salito Zaccometto, quello stesso garzone della _Maga rossa_ che la
sera innanzi, dietro ordine della contessa, era andato alla foresta di
Bathelmatt per riportare gli abiti al visconte. Non avendolo ivi
rinvenuto, il bravo garzone era ritornato a Borgoflores, e di l si
era rimesso in marcia per Mirlovia, dove finalmente gli veniva fatto
di consegnare il fardello. Il visconte, ricuperati s opportunamente i
suoi abiti e il suo denaro, aveva elevato il buon Zaccometto alla
carica di suo domestico, assegnandogli lo stipendio annuo di cento
lire, pi i mozziconi degli zigari. La virt  tosto o tardi premiata,
nei romanzi.

Poich tutto fa pronto per la partenza, la contessa ed il visconte
montarono in una specie di cabina, situata alla estremit posteriore
del baraccone. Era il pi angusto, ma il pi pulito dei tre
compartimenti, e due viaggiatori di sesso differente potevano
acconciarvisi a meraviglia.

Tutti erano al loro posto; si parte? Zaccometto agit allegramente la
frusta, e il convoglio usc dall'albergo tra le riverenze dei
camerieri, che lo guardavano come si guarda dagli idioti ogni oggetto
grosso e misterioso.

Le vie di Mirlovia erano deserte; la gente, uscita dai vespri, si
intratteneva sulla piazza a godere lo spettacolo della cuccagna. Il
visconte e la contessa, seduti di fronte e irradiati da uno di quegli
splendidi tramonti autunnali, cos rossi, quando son rossi, parevano
assorti in un'estasi di silenzio. Quando si ha molto da dire, tra le
idee e le parole succede un ingorgo.

Alla fine, quando il convoglio fu uscito dall'abitato, la contessa
prese a parlare di tal guisa:

--Visconte: io vi debbo la vita, pi della vita vi debbo la libert;
la merc vostra io mi sento sciolta da un vincolo pel quale ero
costretta di rasentare la terra mentre ero nata pei voli eccelsi.
Ignoro se davvero possano sussistere gli amori platonici, ma questo so
di certo, che la riconoscenza platonica non  riconoscenza. Ho forse
commesso una indelicatezza imponendo un patto al compenso che mi
piacque di offrirvi, ma voi avete adempiuto quel patto,  tempo che io
vi dica: signore, i cinque milioni di ducati vi appartengono.

--Via! non occupiamoci di tali miserie, disse il visconte sorridendo;
cinque milioni di ducati non valgono la soddisfazione che ho provata
nel rendervi un lieve servigio.

--Debbo io rammentarvi, o signore, che la somma venne da voi
accettata, e che io, contessa di Karolystria, ci tengo un poco a
soddisfare i miei debiti?

--Ebbene, sia pure! Ammettiamo che io abbia intascato il denaro...

--Ve ne prego, visconte; smettete quel tono di ironia, e ascoltatemi
seriamente, poich io vi parlo colla maggiore seriet. No, non  pi
tempo di esitazioni e di reticenze. Dopo le prove di lealt che mi
avete dato, io debbo essere altrettanto leale con voi; dunque, vi dir
tutto. Immagino che a voi sia noto il funesto caso, che ora fanno
diciott'anni all'incirca, venne a contristare la nostra casa reale,
portando un s fiero colpo nell'animo gi profondamente turbato del
nostro buon re Finimondo...

--A quell'epoca io aveva appena compiuti i cinque anni, ma leggevo
assiduamente i giornali del mio partito, e ricordo tutti i particolari
di quell'infausto avvenimento.

--Un ignoto, probabilmente affigliato alla abbominevole setta dei
nihilisti, trafug col favor delle tenebre l'unico rampollo, l'unico
ed ultimo rampollo della stirpe reale, un caro bambinello di due anni,
sul quale si appoggiavano tutte le speranze della corona. Colla morte
di quell'infante, l'antica dinastia dei Finimondo minacciava di
estinguersi.

--Il mondo non sarebbe finito per questo; ma un tale avvenimento, ne
convengo, poteva produrre delle conseguenze assai gravi.  noto, che
in seguito alla disparizione dell'augusto bimbo, lo sventurato
Finimondo prese a dimagrare sifattamente, da meritarsi il soprannome
di _Re-Scheletro_.

--Strane contraddizioni della sorte! esclam la contessa con aria di
mistero; qualche volta si diventa scheletri sul trono, e si esubera di
pinguedine dentro una tana da zingaro! Se io vi dicessi, prosegu la
contessa dopo breve pausa e abbassando di tre toni la voce; se io vi
dicessi che Boom-bom-bom, l'uom pi grasso del mondo,  figliuolo dal
Re Finimondo?...

--Vi farei osservare, rispose il visconte col suo risolino da
scettico, che una rima sonora non pu sempre valere come argomento di
prova per convalidare l'asserzione di un fatto inverosimile.

--Se aggiungessi che il sicario incaricato di uccidere l'infante,
avendo riscontrato in esso dei tratti di somiglianza con una sua
bambina morta due anni prima, preso da tenerezza irresistibile, si
trattenne dal vibrare il colpo?

--Siffatti episodii di tenerezza estemporanea, prodotta dalla
somiglianza dei volti, so che fecero ottima prova in parecchie
centinaia di romanzi e di drammi, ma non trovano riscontro nella
storia.

--Ci che noi vediamo coi nostri occhi, ci che noi raccogliamo colle
nostre orecchie, sarebbe dunque, domand la contessa con dispetto,
meno attendibile delle grosse panzane spacciate dai cos detti libri
storici? Quando io vi abbia rivelato che il sicario stipendiato dai
nihilisti era quello stesso Zabakadak che spirava la scorsa notte
nelle mie braccia all'albergo del _Papagallo_.

--Zabakadak! lo zingaro! colui che vi nomin erede di tutte le sue
sostanze morte e da morire! esclam il visconte, passando dalla
incredulit assoluta alla sorpresa di chi intravvede il probabile
nell'assurdo.

--Sul limitare della tomba, disse la contessa coll'enfasi della
convinzione, un uomo non pu mentire. Tra gli spasimi di una agonia
resa pi atroce dai rimorsi, Zabakadak mi ha tutto rivelato. Unica
depositarla di un segreto, che senza il mio intervento, poteva
scendere nella tomba con quello sciagurato di zingaro, io sono in
grado di fornire tali prove sull'identit del regio infante, che il
re, la corte, la nazione, l'Europa intera dovranno arrendersi
all'evidenza del fatto.

--E queste prove, se  lecito?...

--Un amuleto con impronta dello stemma reale, che il bambino portava
al collo il giorno in cui venne rapito.

--Buono, l'amuleto!

--Una crocetta in brillanti, dono della regina madre...

--Buonissima la crocetta.

--Una protuberanza ossea cartilaginosa al garretto destro, somigliante
allo sperone di un gallo....

--Stupendo, lo sperone! Vengano ora a negarmi le influenze
dell'atavismo! Tutti sanno che l'augusta bisavola dell'infante non
smetteva mai gli speroni, n anche nelle sue rare ascensioni sul
talamo reale.

--Tanto meglio! Vedo che vi arrendete all'evidenza delle prove, e
questo mi rassicura sulla riuscita de' miei disegni. Dovr io ancora,
dopo quanto vi ho esposto, nominarvi il banchiere, al quale dovrete
presentarvi per riscuotere la somma che ho messo a vostra
disposizione?

--Ah!  vero...  vero!... esclam il visconte risovvenendosi: sono
appunto cinque milioni di ducati il premio stabilito dal re Finimondo
per colui che riuscisse a rendergli il figlio. Tutti gli anni la
Gazzetta Ufficiale riproduce il bando del generoso monarca... Ma,
credete voi, contessa, ch'io possa mai consentire ad appropriarmi una
somma... ad usurpare un premio che spetta a voi sola?...

--Fanciullo! interruppe la contessa col pi amabile sorriso; ci vuol
tanto a comprendere che le mie aspirazioni mirano ben pi alto, e che
io riserbo a me stessa la pi lauta parte del compenso? Prima di
stendere la mano ai cinque milioni, non mi userete voi la gentilezza
di attendere che sieno compiute tutte le formalit relative al mio
matrimonio coll'erede della corona, e ch'io mi sia per tal modo
accaparrata la mia parte di scettro?

--Voi... avreste... il coraggio... di sposare Bom-bom-bom!!! esclam
il visconte, sbarrando gli occhi dallo stupore.

--Io sposer Bom-bom-bom, rispose la contessa arrossendo leggermente.

--Un uomo, che pesa duecentoventi kili!!!

--Ha venti anni ed una fisonomia non spiacente.. Le cure del
matrimonio, e pi tardi le cure del regno ridurranno quel grosso
volume di marito in un formato tascabile.


--O mia regina! esclam il visconte, coprendo di baci la mano della
contessa, mentre questa, con voce languida da sovrana indulgente, gli
ripeteva all'orecchio:

--Calmatevi, Gran cancelliere!

Frattanto, il convoglio roteava senza scosse sulla strada umidiccia;
Zaccometto cantarellava dalla serpa uno stornello libertino;
Bom-bom-bom russava maestosamente nella sua ampia cabina come un
principe ignaro: in lontananza, dolcemente cullato dagli zeffiri,
penzolava dal campanile il conte Bradamano di Karolystria; il
commissario di Borgoflores arrestava un nihilista, e monsignore di
Guttinga vescovo di Bosinburgo, presso la cappella di santa Dorotea,
battezzava solennemente il bambino, raccolto la notte precedente dal
visconte sulla porta della casa parrocchiale...

Un romanziere che si rispetta deve render conto di tutti i suoi
personaggi, anche accessorii: e qualche lettore vorr appunto sapere
da qual parte sia scaturito quel bambino, venuto ad introdursi cos
enigmaticamente nel mio racconto...

In verit... sarei alquanto imbarazzato.... a spiegare...

Ma via!... volete proprio saper tutto?

Ebbene: quel bambino... (sacrifichiamoci alle esigenze dell'arte) quel
bambino era... mio figlio.


FINE





End of Project Gutenberg's La contessa di Karolystria, by Antonio Ghislanzoni

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CONTESSA DI KAROLYSTRIA ***

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