The Project Gutenberg EBook of La carit del prossimo, by Vittorio Bersezio

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Title: La carit del prossimo

Author: Vittorio Bersezio

Release Date: April 26, 2008 [EBook #25179]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CARIT DEL PROSSIMO ***




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                                  LA
                         CARIT DEL PROSSIMO

                               ROMANZO
                                  DI
                          VITTORIO BERSEZIO



                                MILANO

                        E. TREVES & C. EDITORI
                                 1868




Il presente romanzo, di propriet della Ditta E. TREVES e C., editori
della _Biblioteca Utile_,  messo sotto la salvaguardia della legge
sulla propriet letteraria.



                         Milano--Tip. Bezza.





LA CARIT DEL PROSSIMO




I.


Siamo in una stanzaccia ampia, alta, nuda, illuminata da un lucernario
di vetro a mezzo il soffitto, colle pareti grigiastre tappezzate di
quadri abbozzati, di braccia e di gambe di gesso, di pipe e di
ragnateli: in una parola, lo studio e l'abitazione di un pittore. Non
occorre dire che ci troviamo sotto le tegole del tetto, al di sopra di
quattro piani d'una gran casona, alveare umano che alberga una
quantit di famiglie.

Questo studio  anche la dimora del pittore--che sto per
presentarvi--e della sua famiglia; poich il nostro eroe, per dirvela
ad un tratto, possiede un gran buon cuore, buon umore da venderne,
poco coraggio, non troppo ingegno, povere fortune, una moglie
borbottona e quattro bimbi.

I misteri famigliari sono nascosti agli occhi dei profani che
penetrano nello studio, da un lungo paravento, di dietro il quale
suonano quasi senza intermittenza grida e pianti di bambini, rampogne
ed impazienti esclamazioni della madre, e fanno di quando in quando
irrefrenabile sortita i tre pi grandicelli ragazzi a cavallo del
bastone del pap, dell'ombrello della mamma e dell'appoggiamano per
dipingere.

Al momento in cui vi prego di penetrar meco nello stanzone del
pittore, le fortune di Antonio Vanardi--questo  il nome
dell'artista--sono pi povere che mai.  pieno di debiti; da ogni
parte da cui si volga corre rischio di vedere la faccia corrucciata di
un creditore che non pu pagare; e pi corrucciato e pi inesorabile
di tutti fra questi creditori l il padrone di casa, a cui Vanardi
deve due semestri d'affitto, e non sa dove battere la testa per avere
di che pagarlo.

Questo padrone di casa--come tutti quelli delle commedie, dei drammi e
dei romanzi-- un uomo che non conosce guari dove stia di casa la
piet, e non capisce che un'attinenza verso i suoi locatari: riceverne
danaro per la pigione a tempo debito e scrivere loro una buona
quietanza colla sua buona firma sotto, nella sua scrittura commerciale
che finisce sempre l'ultima lettera con un ghirigoro pieno di
eleganza: Fiorenzo Marone.

Bench egli abbia questo nome illustre, non lo crediate gi
discendente dal celebre poeta mantovano. Di Virgilio il brav'uomo non
aveva inteso mai nemmeno a parlare, ed i versi non sapeva che razza di
bestie si fossero.

To', poich il signor Marone mi  capitato qui sotto il becco della
penna, ci stia un poco; ed abbiate pazienza, cari lettori, mentr'io mi
indugio un tantino a schizzarvene il ritratto alla sfuggita.

 un uomo oltre i sessanta, grande, grosso, a faccia di villano e
maniere uguali, a spalle larghe, naso lungo, occhi di gatto, denti di
rosicchiante, mento quadrato, mani grosse, piedi da lacch, sorriso
falso, fronte stretta e coscienza Dio sa come. Vuole dare alla sua
fisonomia un aspetto d'umilt e di bonariet che stona maledettamente
colla grossezza delle sue forme; mette la sordina alla sua voce da
boattiere, e non guarda mai negli occhi la persona a cui parla.

La sua storia  contata in quattro parole.  figliuolo d'un villano
che nei primi anni del secolo veniva in Torino i giorni di mercato,
spingendosi innanzi un asinello, a vendere formaggioli sulla piazza
delle erbe, che ora  piazza del Palazzo di Citt. Fiorenzo,
sbarazzino di due lustri incirca, l'accompagnava trottando coi pi
nudi, una bacchetta in mano, dando il _cis-va-l_ e le botte al
somarello restio. Pi tardi successe egli, fatto giovinotto, nel
commercio paterno. Seppe governare cos bene e rammontare colla
parsimonia, che era un'avarizia, soldo sopra soldo, che un bel d si
trov a capo d'un certo capitale, colla buona voglia di moltiplicarlo
il pi possibile e coll'accortezza necessaria per riuscire in questa
operazione aritmetica, per cui si sentiva una vera vocazione datagli
dalla natura.

Su quella medesima piazza che lo aveva visto compagno all'asinello
paterno, Fiorenzo apriva una bottega da spacciarvi formaggi, ed
andatagli prospera la fortuna accresceva in poco tempo il suo fondaco
e i suoi guadagni; finch, sopraggiunta la guerra del quarantotto,
egli pigliava l'impresa di provvedere di formaggi l'esercito
piemontese, ed ingrassava cos bene di quello che non mangiarono i
nostri soldati, che rimetteva ad altri la bottega, comprava case,
tenute, e cartelle del debito pubblico, e si ritirava a viverla in
panciolle, ricco di pi dozzine di mila lire di rendita.

Egli  solo, celibe, senza parenti. Fa il pinzocchero; non d mai un
soldo ad un povero, ma regala alla parrocchia di quando in quando od
una lampada d'argento indorato, od una corona per la Madonna con gemme
false, e nei giorni solenni, per esempio la settimana santa, si mette
sulla porta della chiesa colla tasca in mano a gridare a chi va e
viene: _pel santo sepolcro_!  avaro come una tigna, senza cuore, e
non ama che il denaro: nessuno lo stima, meno ancora gli si vuol bene;
e tutti gli fanno tanto di cappello.

Ebbene gli era a codestui che il povero Vanardi doveva duecento
cinquanta lire di pigione. E meno male fosse stato quello il solo suo
debito! Ma il pizzicagnolo della cantonata non voleva pi vendergli n
lardo n burro, n niente del tutto, se non gli pagava le sessanta
lire di cui andava in credito; ma il panattiere gli rompeva la testa
per averne finalmente i due napoleoni d'oro (in quel tempo v'erano
ancora i napoleoni) che gli si dovevano; ma il venditore di legna e
carbone aveva protestato che se entro una settimana non lo si
soddisfacesse dei 14 franchi ed 80 centesimi ch'egli domandava pei
combustibili somministrati, sarebbe andato senz'altro dal giudice. E
lascio stare il macellaio, il venditore di vino al minuto e tutti gli
altri creditori, che se volessi annoverarli un per uno farei una
rassegna lunga e noiosa, come quella degli eroi combattenti in
un'epopea che si rispetta.

Il misero Antonio passava mogio mogio nella strada che abitava, la
testa bassa e il cuore piccino piccino, e non osava guardare che di
sottecchi nelle botteghe che si aprivano in quel quartiere. Da
ciascuno di quegli usci a cristalli potea sbucar fuori una faccia
ostile ed una voce minacciosa a domandargli del danaro.

Era solamente innanzi allo speziale, la cui bottega s'apriva proprio
d'accanto all'uscio da via della casa di Marone, che Vanardi osava
levare il capo e passar fiero. Di quel benedetto farmacopola egli non
era debitore; anzi!...

Ai due stipiti della bottega farmaceutica stavano appiccate due
tavole, in cui meditavano con faccia severa e barba grigia due uomini
dipinti in vesta lunga, un grosso libraccio in mano. Erano le opere
del nostro artista che da pochi d facevano bella mostra di s a que'
pochi raggi di sole che fra i comignoli delle case trovavan modo di
filtrare sino al fondo della stradicciuola: opera che lo speziale non
solo non aveva ancora pagato, ma non aveva accennato nemmeno la buona
intenzione di pagare.

Anche codesto signor speziale era da novella e da commedia; voglio
dire che tutti s'accordavano, ed avevan ragione, in dirlo il maggior
ciarlone e la peggior lingua del quartiere, come ogni speziale sulla
scena o in un racconto ha lo stretto obbligo di essere.

Per poco fosse buona la stagione e tollerabile il tempo, egli si
piantava sul passo della sua porta, le gambe larghe, le mani nelle
tasche de' calzoni, il suo naso lungo ed acuminato all'aria, in capo
il suo berretto di panno nero unto e bisunto con lunga visiera innanzi
agli occhi, e arrestava al passaggio tutti quelli che conosceva--ed
egli conosceva tutta la citt--per offrire a ciascuno una presa di
tabacco e smaltirgli la sua buona dose di chiaccole e di maldicenza.

Chiaccherava coi garzoni, chiaccherava cogli avventori, chiaccherava
coi vicini, chiaccherava coi passeggieri, chiaccherava colla sua
nipote (una poveretta di ragazza povera e brutta, ma buona come il pan
buffetto, cui sotto pretesto d'usarle carit, egli aveva presa seco a
soffrire i mali di lui tratti ed a fargli da serva senza paga),
chiaccherava colla portinara (figuratevi!), chiaccherava perfino colla
gatta, chiaccherava sempre da mattina a sera; sapeva i fatti di tutti
i casigliani, di tutti gli abitanti di quella strada, di tutta la
cittadinanza; contava non senza vivacit l'aneddoto, correva dietro a
stupidi giuochi di parole che egli credeva prova d'ingegno, scoccava
con qualche malizia l'epigramma, era noioso come la piova, aveva un
tesoro inesauribile di curiosit e diceva male di tutto e di tutti.

A Vanardi ed a sua moglie toccava passare sovente innanzi alla
farmacia. Messer Agapito ( nome classico di speziale) aveva
incominciato per salutare la moglie e poi anche il marito,
accompagnando per il primo saluto d'un sorriso particolare: poi aveva
fermato la donna per chiederle novella del marito, l'uomo per
domandargli le nuove della moglie, e se erano tutte due insieme, per
informarsi della salute dei bimbi.

In quel tempo la moglie del pittore portava nel suo seno il quarto
frutto dell'amore coniugale, e il farmacista mostrava sentire il pi
vivo interessamento per quello stato interessante della giovine donna.

Appena vedeva spuntare Antonio, cessava di rimestare colle sue dita
lunghe e sporche nella sua tabacchiera di corno fuso--movimento che
gli era abituale--e gli gridava fra ilare o domesticamente amichevole:

--Ebbene, caro signor Vanardi? E madama come va?

Qualunque cosa gli venisse risposta, era per lui un'occasione ad una
ciarlatina d'un quarto d'ora. Madama tale in un simile stato, aveva
sofferto questo, aveva sentito quello; egli l'aveva consigliata di far
cos, e poi cos, ed erano stati meravigliosi i buoni effetti che la
ne aveva provati. Madama tal'altra doveva a lui la sua salvezza; e
madama quest'altra poi? Gli  vero che la poteva dirsi una smorfiosa,
che la pi sazievole non s'era mai vista: ed il marito era un
imbecille, a cui la si dava a bevere come a nissuno al mondo; e
riparava in quella casa un certo signorino coi pizzi all'inglese, e
poi anche un uffizialetto coi baffetti all'ins, i quali non era senza
un perch se stringevano tanto forte la mano di quel gaglioffo di
marito, eccetera, eccetera. E passava senza arrestarsi da una famiglia
all'altra, da un pettegolezzo ad un maggiore, da una maldicenza ad una
calunnia, con una volubilit di parola, con una facilit di discorso,
con una malizia di sogghigni e di ammiccamenti, con una variet di
espressioni, con una certa bonariet maligna che ti facevano restare
sbalordito.

--Buono! diceva il nostro pittore ad ogni volta; meglio aver da fare
colla prima fra le vecchie pettegole che con codesto gaio manipolatore
di purganti.

E faceva di tutto a tagliar corto i discorsi e tirar via pel suo
cammino.

-- molto superbo quell'imbrattatele da dozzina, diceva lo speziale a'
garzoni, ai vicini, alle serve del quartiere; che cosa si crede di
essere?

Un d finalmente, messer Agapito, d'in sull'uscio della bottega, vede
precipitarsi fuor di casa il pittore tutto sollecito e conturbato.

--Che c'? gli grida dietro, lasciando cadere a terra la sua presa di
tabacco, nell'eccesso della curiosit.

Vanardi agita le braccia in una risposta di mimica concitata, e
seguita la sua corsa!

--Che? rigrida lo speziale, scendendo gi dallo scalino della bottega
nella strada; sua moglie forse?...

Antonio fa dei cenni affermativi per isbarazzarsene, e continua il suo
cammino.

---Ah! siamo dunque al buono, eh? ripiglia messer Agapito. Non tema di
nulla; vado su io. Son pratico meglio di qualunque cerusico. Lasci
fare a me.

Vanardi non gli ha pi badato ed  sparito: lo speziale rientra in
bottega.

--La moglie del pittore qui su fu sovrappresa dai dolori: dice egli ai
due garzoni che sbadigliano ai barattoli delle scansie. Datemi qui dei
sali, una boccettina di cordiale, e vo in suo soccorso. Quel marito 
una bestiaccia che non sa di niente. Corre in cerca chi sa di qual
medico ciarlatano, o di che donnaccia ignorante che gli accopperebbero
senza fallo la moglie e il bambino... Una donnina abbastanza graziosa
quella signora Rosa... Non sono mai entrato nel loro quartiere. Vo'
vedere come ci  alloggiato questo superbioso che mi fa grazia a
colloquir meco.

Ci va diffatti, trova la donna dietro il paravento che ha pensato di
sbarazzarsi d'un bel maschiotto senza aspettare aiuto di comare: e
quando il marito poco dopo torna con una levatrice, ecco lo speziale
che gli presenta in aria di trionfo il quarto figliuolo neonato.

Come trovar modo di mettere alla porta un uomo dopo simil fatto? Lo
speziale si fece di casa come la granata: ci andava a pigliar novelle
della puerpera due volte al giorno; paragonava il neonato ad un
angelo, ad un amorino, pigiava le gote fra le dita agli altri tre
bambini, e snocciolava fuori gli affari di tutti i casigliani.

La moglie del pittore, a metterla fra le bracone (per dirla alla
toscana) non le si faceva gran torto: epper ebbe a dilettarsi non
poco delle visite e delle ciarle del signor Agapito.

Antonio, se avesse osato andar contro ai borbottamenti della sua
donna, se non avesse temuto d'essere soverchiamente incivile verso il
farmacista, avrebbe volentieri preso costui per le spalle e messolo
fuori dell'uscio con una viva raccomandazione a non pi tornarci,
tanto e' gli dava sui nervi; ma il buon uomo non era e non sarebbe
stato mai capace di tanta risoluzione e di tanto coraggio.

Era trascorso quasi un anno, quando una bella volta il signor Agapito
ferm il pittore che passava, e gli disse con un piglio affatto nuovo,
tutto piacenteria:

--Mio caro signor Vanardi, vorrei parlarle d'una cosa.

--Parli pure.

Lo speziale annas una presa e ne offerse ad Antonio che, come sempre,
fece un cenno di no, tirando in l la tabacchiera e la mano di
Agapito.

--Ah, ah! Ella rifiuta, perch non ne fiuta: disse questi grattandosi
il naso lungo e sottile e ridendo grossamente. Oh, oh! il bisticcio
non  cattivo. Lo dir al suo amico il signor Selva, che passa per
uomo di talento, perch fa dei versi e scrive delle sciocchezze su pei
giornali.

--Che cosa  che la mi vuol dire, signor Agapito? ridomand Vanardi
impaziente.

--Ecco qui.

Addit le due tavole di legno screpolate che ornavano i battitoi della
sua bottega: sovra esse erano a mezzo cancellati due gran vasi dipinti
con avvolti intorno due serpenti verdescuri.

--Ecco: queste mostre di bottega sono gi un po' scadenti. Le serpi
hanno perso le squame e somigliano anguille: e i vasi, altro che di
marmo, paiono di gesso sporco. La mi dovrebbe, lei che ha un s
valente e facile pennello, rimpiastrarmi costass qualche bella
dipintura a suo modo, che sarebbe per me proprio quel che ci vuole.
Oggid, la vede, anche le spezierie si mettono in isfarzo e sembrano
salotti da coiffeurs di Parigi: le medicine fanno competenza ai
sorbetti in punto a specchi ed ornamenti delle botteghe in cui si
spacciano. Lo speziale X ha addobbato il suo fondaco che pare una sala
da ballo:  vero che se ne ricatta vendendo susine per tamarindi,
corteccia di salice per china, ed ogni fatta porcherie per droghe...
Ah, mio caro signor Antonio, non  spacciando roba buona e
governandosi onestamente, come noi si fa, che si diventa ricchi di
quella guisa. Il signor X ha pi di ventimila lire all'anno, sa! Eh!
ce ne vuole della _cassia_ a metterle insieme! Ma quel birbo l 
sempre stato un ladro, ed  perci che ha sempre avuto fortuna. Mi
ricordo che quando ha cominciato...

Vanardi a cui stava troppo a cuore un'ordinazione di lavoro,
l'interruppe, ma sforzandosi a sorridere il pi amichevolmente che
potesse.

--Ella dunque, signor Agapito, vorrebbe ch'io dipingessi a nuovo
queste mostre?

--Appunto. La vede: il legno  buono.... qualche tarlatura, ma con un
po' di mastice, gli  nulla. Senta come suona!--E vi picchiava su
colla nocca delle dita.--Una lisciatina di che so io, una figura, due
fregi, una mano di vernice ed avranno un rispicco da farne stare
ammirato chi passa.

--Bene. Lei ha detto una figura, vorrebbe dunque surrogare questi
vasi?...

--Oh quanto a ci faccia lei. Ho detto una figura cos per dire.... Ma
non ho voluto dire n una figura rettorica n un'algebrica.... oh, oh,
oh! Ha afferrato il bisticcio? Non  cattivo.... Dunque, ci metta ci
che vuole, purch sia qualche cosa d'acconcio.... Per esempio se
fossero i due ritratti d'Ippocrate e di Galeno... C' qualche farmacia
che li ha... Due personaggi da capo a piedi con aria severa, una gran
barba, un manto, andrebbe addirittura a meraviglia. Ma non la voglio
mica legare.... L'ispirazione... Oh so anch'io cos' l'ispirazione...
Dunque la lascio affatto libero. Le mander su di quest'oggi pel
garzone al suo studio le due tavole. Non c' nulla che prema...
affatto nulla: ma se non avesse pi pressanti lavori... quanto prima
si pu sfoggiarla e meglio ... insomma, se me le desse per la fine
dalla settimana entrante, mi sarebbe molto a grado.

Vanardi in quel tempo, e gi da troppo ci gli avveniva, non aveva
precisamente nulla da fare. Il bisogno di denaro cresceva in ragione
inversa alla mancanza del lavoro; e questa che gli parve una bella e
buona proposta dello speziale gli torn come una benedizione della
fortuna. Non istette a discorrerla davantaggio, e promise che pel
tempo accennatogli i due eroi della medicina, dalle loro tavole di
legno, inviterebbero i passeggeri a purgarsi colle droghe di messer
Agapito.

Bene ebbe in pensiero di domandare fino dapprima un prezzo, ma secondo
il solito glie ne venne meno il coraggio, e si quiet nel pensiero che
per quanto poco volesse lo speziale pagarlo, n'avrebbe sempre avuto
tuttavia da comprar pane per un poco di giorni alla sua famiglia.

Ci si mise intorno a tutt'uomo, impieg in questo lavoro tutti i
colori che gli rimanevano ancora e tutto il suo talento; fece due
faccie storte che lucicchiavano meravigliosamente collo splendore
della loro fresca vernice.

Messer Agapito lod molto l'artista, ma non parl di pagare. Antonio
aveva sempre sulle labbra la parola per dimandargliene il prezzo, ma
non la osava pronunciar mai: i debiti crescevano, i bimbi strillavano
da mane a sera e la moglie borbottava senza soluzione di continuit.

Voi direte:--Questo tuo protagonista  uno scioccone che si merita la
sua sorte. Perch si  ammogliato, se non aveva fortune da mantenere
la sua famiglia, se non aveva talenti da guadagnarsene il
sostentamento? Perch fare il pittore se non era buono che a
scombiccherar faccie storte? Perch ha dato la vita a quattro
creature, le quali non avrebbero sofferto di miseria quand'egli non le
avesse fatte venire al mondo? Perch sopratutto ha sposato una moglie
borbottona?

Egli, se vi udisse, potrebbe rispondervi:

--La mia Rosina era pi mite d'un agnello quando me la sono sposata.
Le volevo bene; era sola, onesta o belloccia, e perch la era povera,
avevo io da sedurla ed abbandonarla? Sono un onest'uomo, corpo di
Bacco! Allora io, oltre la tanta buona volont di lavorare, aveva le
illusioni della prima giovinezza, che mi dipingevano in tinte ridenti
l'avvenire; aveva la lusinga d'essere o di poter diventare un buon
pittore e la speranza di poter guadagnare col mio pennello tanto
quanto colla punta dei piedi un maestro di ballo. Che colpa ne ho io
se le mie illusioni ebbero il torto marcio; se il lavoro non venne; se
mio zio il droghiere non volle mai pi perdonarmi; se mia moglie si
ostin a volermi far padre quattro volte; e se per soprammercato le
sciagure la fecero dispettosa e peggio?...

Ma qui sar meglio che, senz'aspettar altro, io entri a darvi maggiori
e pi intime informazioni di questo povero diavolo.

Attenti bene!




II.


Suo padre era _Regio Liquidatore_, e il fratello di suo padre teneva
fondaco di _droghe_ e _robe vive_, come dice la lingua bara delle
insegne. Pap Vanardi avvezzo a _liquidare_ gli averi e i debiti
altrui, _liquid_ anche le sostanze proprie; e un bel giorno si trov
al verde, poco meglio di quella condizione in cui si trovava il
figliuolo nel momento in cui comincia questo racconto. Suo fratello il
droghiere, per contro, aveva visto prosperare benissimo il suo
commercio, ed era riuscito a mettere in disparte un capitale da fare
invidia ad un banchiere e ad un impresario Egli voleva bene a suo
fratello, era il padrino del piccolo Antonio, e il pepe e la cannella
non gli avevano guastato il cuore, Raccolse in casa sua fratello,
cognata e nipote, e disse gravemente pizzicando la gota rubiconda di
quest'ultimo:

--Alla sorte di questo birboncello ci penser io. Ne faremo qualche
cosa di grosso, lasciate stare... Antoniuccio, che cosa vuoi tu
diventare?

Il ragazzo che vedeva quasi tutti i giorni sfilare sotto le finestre
dell'appartamento paterno i reggimenti della guarnigione che andavano
in piazza d'armi e che restava ammirato alla vista di quel bell'uomo
grande e grosso che camminava primo di tutti con una famosa mazza in
mano, e nelle occasioni solenni un gran pennacchio dritto in sul capo,
il ragazzo rispose franco, levandosi in punta di piedi ed ingrossando
la voce:

--Io voglio diventare tamburro maggiore.

Ma l'ambizione dello zio padrino non fu soddisfatta da queste
aspirazioni d'Antoniuccio alla grandezza. Meglio che il bastone a
grosso pome d'argento gliene parve il codice a legatura di pelle:
meglio che la montura e la sciabola, la toga nera ed il bavero, e
disse al nipote in tono di sentenza irrevocabile:

--Tu non sarai tamburo, ma avvocato.

Antonio vi si rassegn.

All'Universit s'incontr e strinse amicizia con una frotta di capi
ameni che di studiare la legale avevano tanta voglia come di
intisichire, dei quali per ora non occorre nominarvi che quel Giovanni
Selva, di cui gi avete sentito fare un cenno lo speziale Agapito, e
del quale vi avr da parlare pi a dilungo fra poco.

Di questi suoi amici l'uno voleva essere un nuovo Rossini, l'altro un
Ariosto, il terzo un Alfieri: Vanardi--o fosse perch il posto di
artista non era ancora occupato, o i quadrilateri dipinti a pi
colori, che la sfoggiavano sopra l'uscio del fondaco dello zio
esercitassero un influsso sull'incertezza della sua mente--Vanardi si
cacci in capo di voler essere Rafaello. Si mise a scarabocchiare di
faccie impossibili e di figure mostruose tutte le copertine de' suoi
trattati, tutte le pagine de' suoi cartolari, tutti i frontispizi de'
suoi libri. Mentre i diligenti fra i suoi compagni scrivevano le
spiegazioni della scienza legale che cascavano dalla bocca sapiente
del professore, egli schizzava a tratti di penna la caricatura della
parrucca, del naso, del berretto dottorale, della faccia ingrugnata
dell'insegnante; mentre avrebbe dovuto studiare il Fabro e svolgere il
Digesto, egli studiava il _nudo_ e stringeva pi o meno dimestica
conoscenza colle _modelle_. Un orrore di condotta da mettere sulle
furie anche il pi zuccherato di tutti gli zii dell'uno e dell'altro
emisfero.

In questa guisa il nostro Antonio avanz s bene che giunse a sbozzare
in men che non si dice una parodia di figura e non pot andar oltre al
terzo anno del corso di leggi. Rimandato tante volte di seguito,
quante bastava per non poter pi presentarsi agli esami, dovette di
necessit raccogliere tutto il suo coraggio per dichiarare allo zio
padrino che d'avere un nipote avvocato non se ne faceva pi niente.
Figuratevi la collera del buon droghiere, il quale a quel tempo era
rimasto unico dei parenti d'Antonio e riuniva in s tutte le autorit
della famiglia!

Dopo averlo strapazzato una buona ora, chiese finalmente al nipote:

--Ebbene, disgraziato, e che vuoi tu fare al presente?

Antonio che aveva ricevuta l'intemerata colla testa bassa e colle
sembianze raumiliate d'un peccatore ravveduto, alz la faccia, esit
un pochino poi disse colla maggior fermezza che lasciava alla sua voce
il cuore che gli batteva forte forte:

--Voglio farmi pittore.

Lo zio fece un trasalto che avreste detto di spavento, quale avrebbe
potuto avere se si fosse trovato inopinatamente innanzi ad un matto.

--Pittore! che  ci? Che vuol dir questa bizzaria? Pittore!
Sciagurataccio! mi faresti dire qualche sproposito.

Ma il nipote, il quale, impegnata una volta la lotta, aveva sentito
accrescersi un poco il coraggio, riprese pi franco:

--S, signor zio. Sono ammesso alla scuola dell'Accademia. I
professori sono contenti dei miei progressi. (E' si vantava, lo
scellerato!) Diventer un artista di vaglia, illustrer il nostro nome
e...

--Un corno! esclam lo zio furibondo... Poich tu non sei capace di
spacciar eloquenza alla ringhiera del foro, spaccerai pepe e cannella
al minuto al banco della mia bottega. Sarai droghiere come tuo zio.

Antonio volle opporsi a questa fatale sentenza, ma il vecchio fu
irremovibile. La lotta dur per un poco. Il padrino era ostinato, ma
il figlioccio nella sua timidit era testardo. Un bel d, quest'ultimo
scapp di casa coi suoi colori, coi suoi pennelli, co' suoi rotoli di
tela, colle sue cartelle, colla sua tavolozza, colla sua cassetta,
colla sua povert e col suo buon umore, e piant le tende in una
soffitta dove non gli mancavano la luce, la vista del cielo e quella
di tutti i comignoli dei camini delle case.

Lo zio gli assegn quindici giorni di tempo per tornare all'ovile.
Passato quest'intervallo, gli mand un involto con dentrovi alcuni
biglietti di banco ed una lettera per la quale lo ammoniva che l'aveva
cancellato affatto dal suo cuore, che qualunque vicenda gli capitasse
non voleva pi saperne di niente, che per lui era d'ora in avanti come
se non avesse avuto mai n figlioccio n nipote.

Antonio rimase afflitto della lettera, perch in realt allo zio
voleva bene; fu consolato dai fogli di valore, perocch gli venivano
pi che opportuni; e non disper di ottenere un d o l'altro il
perdono del padrino, massime quando sarebbe stato celebre e ricco per
opera del suo pennello, cosa che secondo lui non solo non poteva
mancare, ma non doveva nemmeno tardare di molto.

Si present due o tre volte al fondaco dello zio per rappaciarsi con
esso; ma l'inesorabile vecchio, seduto sempre al suo scrittoio, dietro
un paravento a vetri, sporgeva in fuori la testa coperta dell'eterno
berretto di seta nera, guardava chi fosse entrato; vedendo il nipote,
gettava due sbruffi di tosse, s'alzava da sedere, e senza far motto,
additava con tacita eloquenza di gesto la porta per cui si doveva
uscire; sopra la quale pompeggiavano al di fuori nella strada sette
quadrilateri, i cui rispettivi colori erano rosso, turchino, giallo,
verde, arancio, violetto e terra d'Italia.

Antonio chinava rassegnatamente il capo ed usciva; finch si stanc
della monotona ripetizione di questa scena muta, e non ci venne pi.

Per, di quando in quando, nelle occasioni solenni dell'anno, al
Natale, alle tremende epoche in cui si ha da pagar la pigione,
venivano al pittore certi soccorsi anonimi, ch'egli sapeva indovinar
molto bene da che mano partissero. E questi soccorsi conferivano a
giungere in capo dell'anno senza troppi stenti; soddisfatto com'egli
era del poco, e s poco veramente bastando a lui, solo, nella
modestissima esistenza che menava via allegramente, senza un fastidio
al mondo.

Ma i fastidii soprarrivarono pur troppo, poco tempo dopo che ebbe la
cattiva ispirazione di prender moglie. Quest'essa era una povera
figliuola del popolo, abilissima cucitrice, ma con poca istruzione,
pochissima educazione e senza denari. Non aveva che la sua giovent,
una piacevolezza di tratti che non poteva dirsi belt, e il suo buon
cuore. Antonio la vide nell'occasione dolorosissima, ch'ella perdette
l'unico parente che ancora le rimanesse. Stavano vicini d'alloggio, e
il povero pittore si mise a consolare la povera orfanella. In breve
dovettero sposarsi. Antonio si guard bene dal darne avviso allo zio;
ma pur tuttavia questi lo seppe la stessa cosa, ed and nuovamente
sulle furie e peggio che mai. Da quel giorno le anonime sovvenzioni
cessarono; ma in compenso cominciarono a venire i figliuoli.

Il lavoro, per maledetta sorte, non imitava il bell'esempio della
prole; non veniva n punto n poco. Un quadro su cui Antonio aveva
fondato le sue pi belle speranze fu giudicato unanimemente alla
pubblica mostra, dove l'aveva esposto, una porcheria insuperabile. Il
bisogno aveva incominciato ad insinuarsi pian piano nella casa; la
miseria faceva capolino dalla finestra e digrignava minacciosamente i
denti alla porta.

Aveva vissuto un po' di tempo in compagnia di quei suoi amici
dell'Universit, fra cui principale il Selva, che erano venuti ad
alloggiare con esso lui; s'erano immischiati nella politica, ed
avevano congiurato prima del quarantotto per l'unit e l'indipendenza
d'Italia. Ma la rivoluzione appunto di quell'anno meraviglioso aveva
disciolta e dispersa la piccola colonia. Quasi tutti quegli amici
erano andati soldati; ed Antonio, trattenuto dalla sua famiglia, era
rimasto solo. Di poi l'aveva aiutato assai l'amicizia d'una buona e
generosa famiglia, i Cioni, di cui l'unico figlio, Adolfo, dilettante
di pittura, aveva saputo trovare mille ingegnose maniere di
soccorrerlo col pretesto di dargli del lavoro. Ma una sciagurata
catastrofe era avvenuta in quella famiglia. Adolfo amava in segreto, e
riamato, la moglie d'un vecchio e fiero capitano, il quale, scoperta
la verit, aveva in un orribil duello ucciso il giovane, e la donna
seco via condottasi che mai pi nessuno ne aveva saputo novella. Il
padre di Adolfo non molto era sopravvissuto all'unico figlio, tanto
era stato il suo dolore. Antonio aveva perso il suo maggior sostegno.

Egli aveva visto chiaro le sue condizioni, ma non si era perso
dell'animo ed aveva bravamente lottato. Aveva consumato colla pi
meravigliosa parsimonia tutto quel poco di risparmio che fino allora
era riuscito a mettere in disparte con un vero miracolo di economia:
poi una gran parte dei suoi mobili, cominciando dai meno necessari e
venendo poi agli abiti, avevano preso il cammino del Monte di Piet, e
neppure uno aveva ancora saputo trovare quello del ritorno a casa.

Il povero Antonio, smesso ogni orgoglio, and a dimandar lavoro a
questo ed a quello. Le ripulse non lo stancavano, ebbe il coraggio di
affrontare i pi superbi rifiuti, e dalla sua perseveranza ottenne
qualche buon risultato. Dipinse un orrido turco dall'orrida barba con
una lunga pipa in bocca pel tabaccaio; una slombata fortuna (e la fece
brutta per dispetto) che gettava pioggia di denari da un corno
d'abbondanza, pel banco del lotto; e persino (che umiliazione!) una
bottiglia che schizzava il turacciolo per aria ed il vino nei due
bicchieri che gli stavano a fianco, per l'oste a cui doveva sei lire.
Il tabaccaio gli diede poco, il banco del Lotto anche meno, ed il
mercante di vino un bel nulla.

Come se non bastasse tutto questo, mentre la miseria cresceva, l'umore
taccoliero della moglie cresceva ancor esso in proporzione. Non  gi
che la Rosina non volesse bene al suo Antonio, oh! per codesto ella si
meritava ogni elogio, ch glie ne voleva anche troppo; da prendersi
tanta cura d'ogni fatto di lui che gli riusciva fastidievole.

Guai s'egli non tornasse a casa appuntino all'ora che aveva detto!

--E dove sei tu stato? e che hai fatto? e come perdi il tuo tempo? e
che pensiero ti dai della tua famiglia? E tu a spasso, ed io a rodermi
qui dentro d'inquietudine con questi marmocchi intorno che mi tolgono
la testa ecc., ecc.

E tocca via con un mondo di parole cosiffatte e di ragioni sragionate
e di rimbrotti senza causa e di lamentazioni e di chiaccole da non
finirla pi.

Ad Antonio, bench ci avesse ormai fatto il callo, quelle scene erano
gravi. Aveva tentato di tutto per farla smettere alla moglie; ma s,
imporre silenzio ad una di cotali donne, era impresa da ben altri che
il povero pittore non fosse. Quindi per lo migliore, ei s'atteneva il
pi sovente al silenzio, e lasciava passare senza ostacoli l'onda
abbondevole e furiosa delle muliebri parole.

Rosina s'accorgeva d'essere grave al marito, e ne soffriva, e se ne
adontava e ne imbizzarriva peggio con esso lui.

--Gi tu ti vergogni di me: diceva essa delle volte, mezzo piangente,
mezzo furibonda: non sono che una popolana io.... oh! lo so.... e tu
sei della razza de' signori tu... Bel signorone aff mia, che lasci
crepar di fame e moglie e figliuoli!... Non ho le belle maniere delle
dame io!... Ma toccher a me un bel giorno guadagnare il pane della
famiglia con queste dieci dita che m'ha fatto la mamma.... O belle le
cerimonie!... O care le stampite della buona societ.... o grazioso il
saper discorrerla in quinci e quindi!... Ed io non ne so nulla del
vostro bel gergo.... Io quando parlo, tu mi fai gli occhioni che pare
mi vogli mangiare cruda e fatta.... E se ti duole di me, e se te ne
pesa, e tu non dovevi sposarmi.... O che son io che vi ti ho costretto
col coltello alla gola forse?... T'adonti perfino di accompagnarmi per
istrada... Oh! nei primi tempi del nostro matrimonio non era cos che
facevi.... E me lo dice persino messer Agapito, che non  di questa
guisa che uno si governa colla moglie se le vuol bene.

--Messer Agapito s'immischi nelle sue spezierie e non venga a romperci
le tasche: gridava a questo punto Vanardi spazientito.

--Gli  che ha ragione: ripigliava la moglie con maggior calore: tu
non mi vuoi pi bene... Sei un cattivo, s... perch dovevi lasciarmi
stare... Ed io col mio ago mi guadagnerei da vivere un po' meglio...

Antonio voleva placarla. Essa lo respingeva bruscamente; afforzava i
suoi rimbrotti; terminava con piangere, e si ritraeva musonando e
singhiozzando in un angolo della stanza. I fanciulli vedevano piangere
la madre e si cacciavano a strillare ancor essi. Vanardi faceva a
calmar l'una e ad azzittire gli altri; ragionava, pregava, gridava,
minacciava: niente vi riusciva, finiva per andare in collera,
bestemmiava come un turco, e stucco, intronato, infastidito, si
cacciava il suo cappellaccio in testa e si precipitava fuori di casa,
a passeggiare, le mani in tasca, guardando da vero sfaccendato i
dipinti esposti nelle vetrine di tutti i mercanti di stampe, ai quali
terminava sempre per andare ad offrire un quadro di suo, cui tutti, a
buona ragione, si affrettavano sempre a rifiutare con entusiasmo.

--Oh che vita! oh che vita! esclamava talvolta il povero diavolo. E
pensare che la debbo all'amore dell'arte, e ad un matrimonio per
amore! C' da disgustare chicchessia dell'una cosa e dell'altra. Mah!
se avessi fatto il droghiere!... Eh! via, questa  vilt! Che?
Rinunzierei al nobile sacerdozio dell'artista? Mi lascierei
scoraggiare dall'impertinenza della sorte? Oib! Tutti i grandi uomini
sono crepati un pochino di fame: ed Andrea del Sarto aveva una moglie
peggiore della mia... Sono un pusillanime s'io indietreggio innanzi a
quest'iniziazione alla gloria.

E ripigliava la sua tranquillit e il suo buon umore, che erano
figliuoli dell'eccellenza del suo carattere.




III.


Ma esaminiamo pi minutamente il quartiere del nostro pittore cui
centosessanta scalini separano dal fango della strada.

Era una specie di gabbia quadrata che sorgeva sul tetto in mezzo alle
pi umili soffitte, e generosamente concedeva i buchi delle sue
muraglie all'esterno alla nidificazione dei passeri. La luce, come vi
ho gi detto, pioveva per entro da un lucernario che si trovava a
mezzo il soffitto; alcuni suoi vetri, mal difesi da una graticella
rotta di ferro, erano stati fracassati da una grandinata della state e
sostituiti dall'arte provvida del pittore con fogli di carta unta. Le
pareti avevano su una tinta di color grigiastro, sopra il fondo della
quale facevano da arazzi i ragnateli, e frammezzo ad alcune braccia e
gambe di gesso appiccatevi contro si scontorcevano le pi bizzarre
figure disegnate dal matto pennello o dalla bianca creta di Antonio.
Un gran paravento alto pi che la statura ordinaria d'un uomo divideva
la stanzaccia in due: dall'una parte, appena entrati dall'uscio,
trovato lo studio: ve lo definiscono tosto per tale due cavalletti, di
cui uno zoppo, senza tele, un alto seggilo senza spalliera, che perde
la paglia di sotto il piano da sedere, e un trespolino su cui una
cassetta di colori dalle boccettine assecchite, una tavolozza pi
secca ancora che pende dal muro, e un esercito--irregolare--di
pennelli di ogni fatta e misura, che giacciono dispersi, come dopo una
sconfitta, da tutte le parti.

Una piccola stufa in ferraccio sta l, quasi a met dello spazio,
colla bocca aperta ad aspettare inutilmente un po' di pasto di legna o
di carbone. Sopra ci si vedono in disordine l'uno addosso all'altra
una tazza vuota senza maniglia, una crosta di pan secco, una pipa, una
borsa da tabacco floscia ed un romanzo illustrato di Paolo di Kock
colla copertina tutta strappata e i fogli laceri. La misera stufa
innalza bens un tubo di ferro che traversa per lo lungo la stanza,
disposta a mandar calorico per esso; ma la deve rimanersene alla buona
intenzione, e il tubo medesimo  tanto freddo da gelar la mano
imprudente che si avventuri a toccarlo. Voi capite da ci che col
dentro regna senza temperamento una atmosfera da Siberia.

Nella parte seconda della stanza, separata dal paravento, voi ci
vedreste: in mezzo, un desco a cassetto; da un lato, alla muraglia, un
letto pei genitori, dall'altro, uno stramazzo pei tre bambini pi
grandicelli; appi del letto, la culla dell'ultimo nato. Nell'angolo
destro c' un fornelletto a due buchi, in quel sinistro un acquario;
l vicino una secchia colla tazza di latta sopravi; poi una cassapanca
che fa da canterano, una scancia su cui qualche stoviglia, tre
bicchieri, una bottiglia nera, una caraffa bianca incrinata e un
acetabolo senz'ampollini; appesi al muro un ramino, un mestolone ed
una padella. Cinque seggiole fanno meraviglie d'equilibrio per tenersi
ritte sulle loro gambe scassinate.

Un solo oggetto di qualche valore si nota fra tanta miseria; ed  un
quadro con una cornice dorata, che rappresenta dipinta con colori a
olio una giovine donna.

Era una bella figura che aveva nell'espressione del viso alcun che di
soave e di mesto per cui era impossibile il guardarla senza simpatia e
quasi direi senza commozione. Vanardi teneva quel ritratto, perocch
fosse un ritratto, come cosa preziosissima. Di ogni altro oggetto,
anche del pi necessario, si sarebbe prima spogliato che non di
quest'esso. Era il ritratto della donna che il suo amico Adolfo Cioni,
che vi ho gi nominato poc'anzi, aveva amato, e per cui era morto.
Adolfo medesimo l'aveva dipinto, copiando l'immagine che di Gina (cos
aveva nome la donna) eragli cos profondamente impressa nell'animo.
Quando l'infelice era stato ucciso in quel duello fatale dal marito di
lei, il padre di Adolfo aveva consentito che Antonio prendesse nello
studio del morto amico, tutti quegli oggetti che preferisse a memoria
di lui. Vanardi, fra le altre cose, aveva preso questo ritratto. Tutto
il resto era sparito poco a poco sotto la crescente stretta del
bisogno; ma il ritratto di Gina era ancora l, e Antonio aveva giurato
di conservarlo ad ogni patto sino alla morte.

Di belle volte per questa cagione erano gi avvenute delle dispute fra
Vanardi e sua moglie. Costei non sapeva il perch suo marito ci
volesse tener tanto al possesso di quell'inutile ornamento, e come
mai, avendo vendute tante cose assai pi necessarie, non volesse manco
udire a discorrere di sbarazzarsi di quel dipinto. Inutilmente Antonio
le aveva contato tutta la storia; la Rosina tentennava il capo, ne
sentiva o fingeva sentirne sempre i sospetti pi ingiuriosi intorno
alla fede del marito, e di quando in quando ne pigliava pretesto, come
se altri e troppi pretesti non ci fossero gi, per una buona sfuriata.

In questo momento in cui v'introduco nel misero alloggio di questa
famigliuola, intorno alla quale vedremo svolgersi le scene del dramma
che ho intrapreso di raccontarvi, tutti i componenti della medesima
sono raccolti nel secondo scompartimento dell'unica stanzaccia.

Antonio passeggia in lungo ed in largo, le mani in tasca, la chioma
rabbuffata, le orecchie livide pel freddo, la barba ispida, una pipa
spenta in bocca, battendo i piedi di quando in quando, tutto, a
vederlo, rattrappito dall'intirizzimento. Rosina siede vicino al
deschetto e rappezza, con mani che hanno il colore delle orecchie di
suo marito, dei logori panni pei bambini; innanzi a lei v' la culla e
in essa il piccino: ella col piede lo fa dondolare perch dorma e gli
va canticchiando una tediosa cantilena che interrompe tratto tratto
per discorrere coll'uomo; i tre altri bambini ruzzano qua e l per la
casa e fanno un diavoleto da toglier la testa.

Come gi ho accennato, la Rosina non pu dirsi bella; ma possiede
un'aria tra la capricciosa e l'allegra che pu piacere. Ha il capo
avvolto in un fazzoletto logoro di panno-cotone; le spalle e il seno
ha serrati da uno scialle di lana a brandelli, e tratto tratto deve
interrompersi nel suo cucire per soffiarsi sulle dita delle mani
pavonazze, non bastantemente difese dal freddo per certi mezzi guanti
di grossa lana in maglia.

--Sicuro! diceva essa tutto ingrognata; il signor Marone ha detto che
passerebbe quest'oggi senza fallo... e non ci manca di certo... e vuol
essere pagato, quell'impostore birbone... e tu sai che uomo egli !...
E tu stai l colle mani in tasca come un melenso che tu sei; e noi ci
toccher andar nella strada con questo bel caldo... e me mi converr
trascinarmi dietro e portarmi in collo i bambini ed andare
accattonando, che Dio ti... Uh! me la faresti dire.

Antonio chinava il capo e camminava pi lesto.

Il bambino, cui la mamma avea cessato di cullare e che non sentiva pi
la cantilena della ninna nanna, si cacciava a strillare: i due pi
grandicelli, rincorrendosi l'un l'altro, rovesciavano una seggiola e
finivano di romperle una gamba.

--Eh! vuoi tacere! esclamava impazientita Rosina, ripigliando a
dondolare rabbiosamente la culla, e tirando l'ago pi rabbiosamente
ancora: che sbraitatore  questo biricchino! E' mi vuol far diventar
tisica... La li la ler, la li la ler... Volete finirla anche voi
altri, sbarrazzini, che ora mi alzo e vi tocco il tempo io di santa
ragione!... Dio buono! Ecco che mi hanno fracassato la sedia... Volete
star fermi una santa volta!... Non avrete da colazione; ecco l... La
li la ler, la li la ler, la li l l.

I ragazzi, all'intemerata materna, si guardavano per di sotto tra di
loro, timorosi, e quietavano un poco; il bambino cullato, sentendo
ripresa la cantilena, cessava dal piangere; succedeva un istante di
tranquillit.

--Ma come fare? come fare? dimandava Antonio parlando a s stesso.

--Come fare? ripigliava stizzosa la Rosina. Sta a vedere che ha da
essere la donna a trar d'impiccio un omaccione di quel calibro... Ma
gli  da lungo tempo che ci avresti dovuto pensare e provvedere... e
non aspettare che si fosse proprio allo stremo come siam'ora... Via,
sta buono, Carlinuccio... oh, oh, oh, il bel cuorino... fa la nanna,
via ghiottoncello... s, carino, s bellino... che il diavolo lo
porti; questo maledetto  il fistolo, tant' fastidioso!

E tornava a cantare per acchetarlo.

--Pap, ho fame! gridava il primo dei fanciulli.

--Sta zitto. La mamma ti ha messo in penitenza... Non avrai da
colazione.

--Ih! ih! ih! Io ho fame, io...

--Ed anch'io, ed anch'io; gridavano gli altri due marmocchi.

--Volete finirla? sclamava la madre.

--Ih! ih! ih!...

E i tre ragazzi piangevano di conserva e della pi bella.

--Giuggiole! che delizia! grid Antonio levando le mani di tasca per
cacciarseli entro i capelli: e corse al desco, ne tir fuori a mezzo
il cassetto, vi prese dentro un tcco di pane inferrigno che c'era, lo
divise in tre pezzi e ne porse uno a ciascuno de' ragazzi.

I quali, con un'unanimit maravigliosa d'avviso, cessarono di botto
dal piangere per mordere dentro il pane a piena bocca.

Ma non tacque la Rosina.

--Che storia  questa? salt su essa cessando dal cucire per mettersi
le mani sui fianchi, incollerita. Che cosa sono io? un ceppo forse? o
un coccio? o una pantofola? Ho detto che quei furfanti sarebbero stati
senza colazione; ed  a quel modo che tu insegni a' figliuoli a
rispettare la mamma? Che s, ch'io non so chi mi tenga dall'andar a
levar loro quel tozzo di mano e trartelo sul naso a te che pi che
vizi non sai dare a que' martuffini, degni figli tuoi... E veramente
che sei tu a guadagnar loro il pane! Quell'avanzo l, sai che cos'? 
l'ultimo resto de' miei pendentini d'oro che si sono portati al
Monte... Ma tu hai in dispregio la moglie...

--Ma no, ma no, protest Antonio.

--Ma s, ma s; insistette la Rosina; e vuoi che anche i tuoi bambocci
abbiano in un calzetto la mamma...

--Via, via Rosina: disse Antonio umilmente, stai buona; vuoi che
lasciassi romperci i timpani da que' strilli?...

--Uh! uh! uh! cominci il bimbo nella cuna, il quale non era pi
dondolato.

--Oh che vita! oh che vita! esclam la Rosina rimettendosi ad agitare
la culla.

--Oh che vita! oh che vita! ripet Antonio riprendendo la sua
passeggiata traverso la stanza.

Cos stettero un poco senza parlare n l'un n l'altro.

Antonio fu il primo a riappiccare il discorso.

--Se provassi ancora una volta a ricorrere a mio zio? diss'egli
piantandosi innanzi alla moglie.

Questa croll le spalle e non lev neppure il capo dal suo lavoro.

--Eh? che ne dici? insistette il marito.

--Tuo zio  un cane: rispose brusca brusca la Rosina: e tu.... tu sei
un altro animale.

--Un asino: sugger Antonio: dillo pure.

--L'hai detto tu!

--Grazie tante!

Ed Antonio si rimise ad andare e venire.

--Vuoi star fermo una volta? grid dopo un poco la moglie. Tu sembri
l'arcolaio della strega che va e che va.... e m'hai gi fatto tanto di
testa.

--Oh! la mia arte! la mia arte! esclam il marito arrestandosi di
botto. Che cosa fa l'arte mia che dovrebb'esser quella a darmi la
salvezza?

--Bell'arte la tua! se ne vedono gli effetti.

--Oh! un'idea! grid Antonio percotendosi la fronte.

--Che?

--Forse ho trovato il modo di farmi conoscere, di ammansare mio
padrino, di trovar lavoro e di farmi aprir le braccia dallo zio.

--Sentiamolo un tratto questo modo meraviglioso: disse la moglie, e
riprese a cantarellare la sua nenia fra i denti.

--Ecco! Mi metto senza indugio a dipingere per mio zio, cio pel suo
fondaco, una insegna, una bella insegna, una grande insegna, una
strepitosa insegna.... Oh! la vedo gi dinanzi a me come se fosse
fatta: un metro di altezza su quattro di lunghezza: in essa una
dozzina d'amorini, pi, due dozzine, anche pi, tre, quattro se
occorre.... d'amorini nudi e belli come il sole. L'uno porter una
scattola di pepe, l'altro un pane di zuccaro, il terzo cioccolato, il
quarto caff, un quinto un mazzo di candele, un sesto una matassa di
cotone e via dicendo.... Sar un'opera bella, stupenda, sublime,
grandiosa. Glie la mando al fin del mese come omaggio di capo d'anno.
Ei la fa appiccare sopra la porta del suo fondaco. Tutto il quartiere
ne va in rivoluzione: un'ammirazione universale. Ogni giorno si fa
un'assembramento in istrada di entusiastici spettatori col muso in
aria; e la bottega non si vuota pi di gente che vuol procacciarsi
l'onore di comperare all'insegna degli amorini. Chi  l'autore di quel
capo lavoro? domandano tutti. Antonio Vanardi: risponde la fama. Le
commissioni fioccano nel mio studio, e dietro queste i denari e la
gloria. Intanto mio padrino, commosso, lusingato, avvantaggiato da
questo mio successo, mi spalanca le sue braccia e la sua cassa, e....

--E tu sei un matto da legare: interruppe con impeto Rosina.

--Perch matto? Perch vuoi gettare un secchio d'acqua sulla fiamma
suscitata dal mio entusiasmo d'ispirazione?

--L'entusiasmo non ti dar i denari che bisogneranno per comprare
solamente i colori che ti occorrerebbero....

--Ah! questo  vero: disse Antonio raumiliato, grattandosi il capo.

--E d'altronde, continuava Rosina, ancorch tu riuscissi a fare questa
insegna, tuo zio la caccerebbe sul fuoco e farebbe assai bene; e non
ti darebbe mai un soldo, n pi n meno di quello che ha fatto fin
adesso.... Ah! se tu volessi, lo saprei ben io un mezzo possibile di
salvarci pel momento... Ma tu sei cos strano, cos incaponito in
certi punti...

--Incaponito? Niente affatto... Suggeriscimi soltanto un mezzo
conveniente, e vedrai. Se tu dunque hai un rimedio, fuori Rosina, e
quando la sia cosa che io possa fare onestamente, mi ci metter con
testa e braccia e gambe, e tutto quanto.

--Se tuo zio  un uomo senza briciolo di piet, e ci son bene ancora
nel mondo certe sante persone che hanno carit pel povero prossimo...

--Buono! interruppe Antonio, crollando egli a sua volta le spalle. La
carit del prossimo a questi lumi di luna!--Eh s, valla a cercare.

--Lasciami dire in tua buon'ora, benedett'uomo che tu sei!... C' una
degna signora... o che? una marchesa in sul sodo... To', la dimora
giusto qui vicino, nel palazzo qui accosto alla casa del signor
Marone, il primo a man destra andando fuori.

--Eh, so bene chi vuoi dire...

--S, neh?... Mi dissero che il suo appartamento, l al primo piano
nobile,  tutt'oro dal pavimento al soffitto... Ebbene quell'eccellente
signorona... la  vecchia ed impotente e non pu pi andare attorno che
in un carruccio che si fa spingere da un bell'uomo pi alto di te di
tutta la testa, con una gran bella barba nera, e quando esce, con un
gran bell'abito di color verde ricamato in oro e una bella sciabolona al
fianco e un bel cappello montato a piume che pare un generale e che
chiamano il _cacciatore_--l'uomo non il cappello...

--Oh! un bel coso...

--Bello sicuro... E quando la marchesa e' l'ha messa di peso nella
carrozza, come io faccio di Carlinuccio per metterlo nella culla, e'
sale di dietro su quel trespolino, e vi sta ritto, impettito, che vi
fa la pi bella vista del mondo. E che le male lingue gliene appiccan
di sonagli, e di costei e di colei, e della moglie dell'oste, e della
figlia del salumaio, e...

--Va bene, va bene: interruppe Vanardi; ma che ci avrei da fare io
colla signora marchesa e col suo _cacciatore_?

--Sta a sentire. Ella fa carit a tutta la gente che a lei ricorre, e
non v' poveretto che entri col dentro, il quale non esca con una
bella manciata di denari... Se tu vestissi il tuo soprabito color
marrone... il solo che te ne resta... e te le presentassi...

Antonio fece una smorfia.

--E che ti frulla adesso? Vorresti ch'io n'andassi a domandar
l'elemosina? Piuttosto, piuttosto...

--Uh! uh! Ecco l il superbioso!... Piuttosto lasciar schiattar moglie
e figliuoli di fame neh?.. Di' che non vuoi far proprio nulla e che ti
aspetti da neghittoso che ti piova la manna sulla bocca...

--Fa il piacere Rosina; non suonarmi di questo strumento, non sono
fatto per codeste umiliazioni io. M'acconcerei prima a pormi sulla
cantonata con una gerla sulle spalle; to', vedi quel che ti dico.

--Ed io ti ripeto che sei un basoso con delle scioccherie e dei fumi,
null'altro... Oppure, se te ne paresse meglio, in faccia a noi, al
secondo piano, dove vi sono quelle finestre sempre colle tendine s
accuratamente tirate ai cristalli, ci sta quell'uomo... quel
grand'uomo... sai bene!... quel brutto, grosso, col capo insaccato
nelle spalle, colla pelle del color del prosciutto... Ah! per brutto
egli lo  daddovero... che lo chiamano fil... fal... fila... filo...
com' che si dice?... filanpetro...

--Filantropo.

--Giusto. Il quale vuole non ci sia pi della povera gente, e che se
badassero a lui tutti mangerebbero beccafichi, e che scrive gi un
giornale, ma di quelli! su cui dice chiaro e tondo il con e il ron
delle cose, come sono i signori che affamano i poveri diavoli, e che
si dovrebbe...

--Rosina! Dove diavolo sei andata a pescare tutte queste fandonie?

--Gli  messer Agapito che mi ha detto...

--Ah! gli  quel caro signor Agapito! Ma e' ci viene dunque sempre in
casa mia?

--Per sua bont, tutti i giorni: egli era qui poc'anzi, prima che tu
tornassi. Ed  stato lui a consigliarmi di ricorrere dalla signora
marchesa o da quel signore... come si chiama? Lo speziale aggiunse che
quest'ultimo fa benissimo il suo interesse parlando e scrivendo sempre
di quel d'altrui: ma tu sai che quel caro uomo  un po' maldicente...

--Un po'!... Cospetto!  la mormorazione fatta uomo... Ma quel caro
messer dovrebbe piuttosto pensare a pagarmi l'opera mia. Non ti ha mai
detto nulla a questo proposito?

--S... Me ne parlava ancora questa mattina.

--Ah! E che diceva egli?

--Che avendogli tu dipinto quel suo ipocrita...

--Ippocrate.

--S: Iporcate e Baleno, egli ci avrebbe sempre gratuitamente resi i
suoi servizi...

--I suoi servizi!... Eh! me ne infischio io de' suoi servizi... Poich
la va cos, corro gi tosto e mi spiego aperto con esso lui...

In questa un discreto picchiare all'uscio li fece stare entrambi.

--O mio Dio, ch'egli  il padrone di casa: disse Rosina allibita.

--Diavolo! diavolo! sclam Antonio grattandosi con furore il capo.

E dal di fuori si tornava a picchiare, ed una voce dolcereccia
cacciava dentro pel buco della toppa queste parole:

--Aprite: son io.

--Gli  proprio lui. Mi vien voglia di rispondergli che in casa non
c' nessuno.




IV.


Antonio fece forza per darsi un contegno tranquillo ed un fermo
aspetto, e si mosse per andare ad aprire. Ma egli era appena venuto
fuori dal paravento che spartiva la stanza, quando il signor Marone,
trovato l'uscio chiuso soltanto col saliscendi, aveva levata la
stanghetta, sospinto il battente ed entrava dicendo:

-- permesso? Si pu? Scusino.

--Oh, signor Marone! esclam Antonio inchinandosi con tutta la mostra
della civilt. Sia il benvenuto; la riverisco.

Anche Rosina si lev da sedere, mosse incontro al nuovo arrivato e gli
fece una bella riverenza, dicendo con un bel sorriso:

--Serva sua.

Marone si avanzava con un risolino, che voleva essere grazioso, alle
labbra. Era grande e grosso come un facchino, e vestiva da sacristano:
sulla sua feccia da villan rifatto voleva mettervi a forza qualche
cosa di umile, di piacevole, di benigno, e non riusciva che ad una
smorfia; teneva gli occhi abitualmente rivolti a terra, ma li alzava
spesso verso il cielo. Le mani che ora tenevano, l'una il cappello
frusto e l'altra il bastone, soleva quasi sempre intrecciare insieme
come fa chi prega; aveva una voce rauca e grossolana, ch'egli si
provava a rendere mite e benevola; in poche parole portava l'aspetto
d'un impostore, e il suo aspetto era la cosa pi franca e veritiera
che fosse in lui.

S'inoltr nel camerone e oltrapass la linea del paravento, mettendo
cos il piede nella parte pi intima della dimora di quella famiglia e
si ferm a pochi passi dalla tavola su cui Rosina alzandosi aveva
gettato alla rinfusa i panni intorno a cui stava lavorando; piant in
terra la sua mazza, vi appoggi su le due mani una accavallata
all'altra, e fatti scorrere que' suoi occhi di talpa, quasi di furto,
su Vanardi, su Rosina e sui tre ragazzi che si erano fermi in gruppo,
il tozzo di pane in mano e gli occhi larghi, a guardare il nuovo
venuto, disse con voce tutto dolciata:

--Buon giorno, miei cari. Lei sta bene, signora Rosina?

--Benone, grazie. Oh, quanto a salute non  quello che ci manca.

--E lei, signor Vanardi?

--Benonissimo; e se si potesse batter moneta coll'appetito vorrei
anch'io diventar proprietario di casa.

Marone fece una risatina falsa come una filza di perle di vetro.

--Ah, ah, ah! sempre di buon umore lei!.. Le auguro che continui....
S, le auguro che coll'aiuto della Provvidenza e della santa Vergine
(ed alz gli occhi al lucernario) lei e la sua famiglia possano sempre
star nella grazia di Dio... Eh, eh! siamo presto al Natale ed alla
fine dell'anno.

--Ci abbiamo ancora quindici giorni... disse timidamente Antonio.

--Che cosa sono quindici giorni? La vede come passa il tempo!...
Sembra la settimana scorsa soltanto che l'anno  incominciato, ed
eccoci gi invece all'anno nuovo.

--Questo  vero.

--Dunque, buone feste e buon fine e buon principio.

--Grazie mille: rispose Antonio. Ed altrettanto a lei, signor mio, che
il Cielo le mandi ogni sorta di bene.

E Rosina a soggiungere colla vivacit della sua parlantina:

--S, certo; quantunque lei non ne abbia bisogno, che lei  un
signorone che ne ha di ogni grazia di Dio a bizzeffe...

--Cio, cio: interruppe Marone sorridendo, scotendo il capo ed
agitando la mano; non bisogna credere tutto quello che dice il mondo
delle mie fortune. Anch'io, benedetta la pazienza! ho i miei
impicci... Non mi lamento gi!! Curvo rassegnato il capo ai decreti
della Provvidenza; ma anche per me questi sono cattivi tempi. La
ricchezza vera e sola di cui posso vantarmi  una pura coscienza.

--Pura come l'acqua sporca: pens Vanardi fra s gettando un'occhiata
impaziente e quasi indispettita sulla faccia ipocrita del padrone di
casa.

--La coscienza  una bella cosa, ripigliava la Rosina, ma dei buoni
redditi sicuri, come sono i suoi, non guastano la vita... Anche noi
abbiamo la coscienza netta, come abbiamo ancora di tutt'oggi lo
stomaco che non ha fatto colazione, ma ci non basta a farci bollire
la pignatta, noi che si manca di tutto e si stenta maledettamente la
vita, sa!

Marone si pose a tossir forte, trasse di tasca il moccichino e si
purg il naso rumorosamente.

--Ehm! ehm! diss'egli poi ripiegando accuratamente il fazzoletto e
rimettendolo in saccoccia: questi loro cari ragazzi son vispi come
pesci nell'acqua. Gli  un piacere il vederli.

I fanciulli stavano sempre guardandolo curiosamente come una bestia
rara. La mamma prese il pi grandicello per un braccio, e tirandolo
via di l disse loro con accento proverbiante:

--Oh! volete levarvi dai piedi della gente, scioccherelli?

--Li lasci, li lasci, madama, la prego...

--Ma no, ma no... Venga avanti, signor Marone... La favorisca,
s'accomodi... Antonio, porgi una sedia al signor Marone... che
benedetto uomo! Tu stai l interito come un piuolo. Vedi che l'
ancora rovesciata per terra la sedia che que' mariuoli hanno finito di
rompere... Ah, che demonii, sa, signor Marone! Roba da diventar
matti... Mi fracassan tutto qui dentro... Bisogna sempre aver la voce
sugli acuti a gridare... E il loro padre che non sa farsene
ubbidire!... Ecco qui una seggiola buona... voglio dire che non 
sconquassata come le altre... Di grazia, la si accomodi un pochino.
Vanardi, su via, muoviti; piglia il cappello e la canna del signor
Marone.

--Grazie, grazie, non occorre: diceva il padrone di casa volendosene
schermire; ma la Rosina s'era gi precipitata sul cappello e glie lo
levava a forza di mano, ed Antonio, seguendone l'esempio,
s'impadroniva della mazza.

Il signor Marone sedeva, intrecciava le dita delle mani sulle sue
ginocchia, si metteva a far girare i pollici, e con voce ancora pi
mansueta, e con aspetto ancora pi benigno, guardando ostinatamente la
punta dei suoi grossi scarponi, riprese a dire:

--Stamattina ho avuto il piacere d'incontrare la signora Rosina...

--S, signore, disse questa sollecita: andavo a fare una commissione,
e se la vuol sapere, andavo a cercar del lavoro. Mi avevano detto che
la sarta, la quale abita costaggi alla seconda cantonata, cercava
delle cucitrici; e siccome io, non fo per dire, ma coll'ago e il refe
in mano sfido qualunque siasi ad avere un punto pi sollecito e pi
fino e pi eguale, sono andata ad esibirmi... Eh s! la mi ha detto
che ne aveva gi due di troppo di operaie...

Marone trasse un sospiro e lev gli occhi al soffitto.

--Il lavoro manca per tutti, e non ci furono mai tante miserie come a
questo tempo. La Provvidenza ci vuol punire tutti quanti dei nostri
peccati, delle nostre empiet, della guerra sacrilega che facciamo
alla Chiesa ed al clero.

Chin il capo in aria tutto compunta, appoggi le mani incrociate al
petto curvo, e parve recitare una giaculatoria.

Antonio si morse i baffi per fermare sulle sue labbra le parole
insolenti che avevano una matta voglia di venirne fuori.

--Ah, s, disse la Rosina, ci sono molte miserie nel mondo, e non vi
fu mai bisogno come ora che si eserciti la carit del prossimo.

Il padrone di casa fece un cenno affermativo col capo e colle mani,
per significare che approvava vivamente quel che diceva la Rosina.

E questa continuava:

--E per fortuna ce n' ancora di carit nel mondo.

--Dica per grazia di Dio.

--Come vuole... Di parecchie persone misericordiose si trovano in
questa nostra citt.

Marone strinse le spalle, allarg le braccia e mand un'esclamazione,
come per dire:

--Eh via, qualche cosa c' pure, ma dovrebbe esserci di meglio.

--E tra queste persone dobbiamo contare anche lei, signor Marone.

Questi fece colle mani il moto vivace di chi respinge un vistoso dono
che gli si offra, e con un calore di modestia ammirabile, esclam:

--Oh, che cosa dice?... Io non sono nulla, e pur troppo non posso far
nulla... Certo tutte quelle buone opere che mi si presentano da fare
io non le trascuro. Posso dirmi con nobile orgoglio che qualche cosa
di bene si deve pure alla meschina opera mia... La congregazione di
Santa Filomena, se non fosse di me, non camminerebbe forse con tanta
prosperit... Ma che cosa dico? Oh buon Ges! Ecco che io commetto un
peccato d'orgoglio.

--Eh! i suoi meriti sono conosciuti... Poc'anzi che l'ho trovato sulla
porta della marchesa di Campidoro, sono certa ch'ella andava da questa
brava signora per qualche opera buona.

--S, appunto: rispose Marone; per alcuni bisogni della nostra
congregazione, di cui la marchesa  una delle socie pi benemerite e
generose.

-- dunque proprio vero che la vecchia marchesa  caritatevole come
non si pu essere di meglio?

--Se  vero? esclam il proprietario levando le mani in atto
d'ammirazione. Val quanto dire che quella donna  la carit in
persona.

Rosina lanci un'occhiata d'intelligenza a suo marito, con cui voleva
dire:

--Vedi s'io t'ho parlato giusto!

Marone continuava con entusiasmo:

-- il miglior sostegno della nostra pia congregazione. Quando nasce
qualche bisogno straordinario, a cui non so come parare, io vado tosto
dalla marchesa; sono sicuro di uscirne sempre con quel che mi occorre.

--E quali sono le opere di carit che specialmente compie questa loro
pia congregazione? domand Antonio.

Il padrone di casa lev su il capo con mossa imponente e rispose con
enfasi:

--Le migliori che si possano immaginare. Noi compriamo quanto pi ci
viene fatto di figliuole di mori, le facciamo battezzare ed allevare
nella nostra santa religione... Noi non ci occupiamo che delle
ragazze; dei maschi si d pensiero una societ sorella, quella di S.
Primitivo; e cos ogni anno sono delle belle dozzine di anime che noi
abbiamo la viva e pura soddisfazione d'aver rapito al demonio e
avviate per la strada del paradiso.

--Se non si perdono cammin facendo! disse Antonio, che fece una
smorfia la quale indicava come non provasse un soverchio entusiasmo
per questa bella impresa. La cosa  certamente degna d'encomio,
soggiunse egli diffatti, ma mi sembra che senza andarle a cercar tanto
lontano ci sarebbero delle opere di carit non meno e forse pi
interessanti da eseguirsi qui in paese... Non diceva ella medesima
poco fa che mai non ci furono tante miserie come a questo tempo? Pare
a me che prima d'occuparsi dei figliuoli dei mori si potrebbe pensare
ai figliuoli dei cristiani che muoiono di fame.

Marone volse al pittore uno sguardo di freddo rimprovero e quasi di
sprezzo.

--Nulla  pi meritevole e pi degno che togliere un'anima dagli
artigli di Satanasso: la carit che vi concede qualche bene materiale,
passeggero, che cos' appetto a quella che vi apre la felicit
sempiterna?

Il pittore avrebbe pure avuto ancora qualche piccola osservazioncella
da fare; ma la moglie che voleva ad ogni modo abbonire il padrone di
casa, disse ella per la prima:

--Questo  vero; lei ha perfettamente ragione.... Del resto si pu
anche fare una cosa e l'altra.... Mi dicono per esempio, che la
signora marchesa di Campidoro non trascura di soccorrere anche le
miserie dei poverelli di qua.

--S, rispose Marone masticando: la  una brava signora piena di buone
intenzioni, e di denari la ne spende assai ed assai in elemosine....
Non sempre forse i frutti che ne ottiene corrispondono all'entit
delle somme.... Poveretta! La se ne lascia mangiare di belli dal terzo
e dal quarto.

--E forse pi che da tutti, da quel bell'uomo del suo _cacciatore_;
disse Rosina che non poteva tener la lingua a segno.

--Lei vuol dire Grisostomo? rispose Marone, chinando gli occhi sulla
punta delle sue scarpe. Oh, quello  un brav'uomo che non c' nulla da
dire.... Se non avesse altri intorno che lui!... Ma ha trovato modo di
ficcarlesi eziandio alle costole un certo tale, un sedicente filosofo,
un umanitario: quel signor Salicotto che abita cost davanti alla mia
casa, un empio che con bei discorsi e declamazioni d'una falsa
filosofia cerca staccar le anime dalla vera religione e tira l'acqua
al suo mulino; ma spero che coll'aiuto di quel sant'uomo del curato e
di Grisostomo stesso apriremo gli occhi a quella brava signora e la
libereremo da questo insidiatore.... Ma veniamo a noi. La cagione
della mia venuta, loro la possono indovinare. A queste stagioni, io
amo andare a vedere io stesso i miei inquilini. Passo da tutti, e
porto meco per ciascuno la sua quietanza di pigione bella e fatta.
Ecco qui la sua, signor Vanardi.

Trasse di tasca un portafogli, l'apr, ne lev una carta, e,
spiegatala, la porse al pittore a fargliela vedere.

--Come! gi la quitanza? disse Antonio arruffandosi i peli della
barba. Ma non  ancora scaduto il semestre.

--Non vi ha pi che quindici giorni.... E loro d'altronde mi devono
ancora il precedente.

--Questo  vero.

--Poco fa mi ha promesso lei medesimo di pagarmi in questa settimana.

--Anche questo  vero.

--Ed ecco dunque la ricevuta.

--S, signore: disse Vanardi puntando le due braccia alla tavola:
tutto ci va bene che non fa pure una grinza.

--Ella dunque mi fa il piacere di rimettermi la somma ed io lascio qui
la ricevuta gi firmata.

Antonio chiamava alla riscossa tutto il suo coraggio. Rosina si pose
ad andare e venire con agitazione per la stanca, fingendo riporre
delle robe e dar sesto alla casa.

--Andrebbe tutto a meraviglia, salt su dopo un poco il povero
pittore, s'io davvero le potessi pagare adesso adesso quella somma, ma
essendo che pel momento proprio non lo posso, non credo che lei voglia
lasciarmi lo stesso quella quitanza in s buona regola.

Marone gett di sbieco uno sguardo ratto sul suo interlocutore ed
atteggi le labbra al suo solito falso sorriso.

--Ah, ah! la vuole scherzare, signor Vanardi.

--Scherzare! esclam accostandosi vivamente Rosina, a cui pareva gi
d'aver taciuto assai troppo.

Ma il marito le fe' cenno colla mano stesse cheta e lasciasse parlar
lui: ed essa, per quella volta, fece il miracolo d'obbedire.

--No, pregiatissimo signor Marone, rispose Antonio: non ischerzo
niente affatto. Quei denari non li ho, e non so donde andarli a
stampare.... l!

Il padrone di casa gett intorno a s degli sguardi irrequieti.

--La dice daddovero?

--Daddoverissimo.

--Non pu procacciarseli in nessun modo?

--In nissunissimo.

--Corbezzoli!

Marone si alz con una fisonomia severa come quella d'un giudice
convinto della colpa del reo e and lentamente verso la tavola a
prendersi il cappello e il bastone.

--Allora, diss'egli trascinando le parole e ripetendole come per farle
penetrar pi addentro nell'animo degli ascoltatori, allora... io sar
costretto... s sono costretto... valermi dei mezzi che mi d la
legge... di tutti i mezzi che mi d la legge.

Rosina, che non poteva pi stare alle mosse, gli si piant dinanzi
colle mani in sui fianchi:

--Vuol dire, proruppe, che ci far l'_esecuzione_, e ci vender tutte
queste poche robe che ci rimangono, e ci metter in mezzo la strada...

--Queste robe, queste robe: disse sprezzosamente Marone, guardandosi
intorno. Forse che basteranno a pagarmi del mio avere?

E Rosina che incominciava a perdere il sangue freddo:

--Eh s, valgon poco..., s, sono povere masserizie, ma sono di onesta
gente, che non merita d'essere trattata come cani...

--Rosina! esclam Vanardi, facendole gli occhi grossi.

--Eh, lasciami dire, ch la mi prude...

--Onesta gente: ripeteva il proprietario; certo che s, va benissimo;
io ho per loro la maggiore stima, ma quando non si paga...

--Quando un povero diavolo ha la sfortuna che lo perseguita...

--Ah! mia cara madama Vanardi, la sfortuna  una scusa bella e buona
per tutti quelli che mancano ai loro impegni... Ma la si metta un poco
ne' miei panni anco lei... Un proprietario... vive della pigione della
sua casa; ora se il provento non gli entra in cassa, come avr egli da
fare?

--Oh bella!... Per una s poca somma!... La stia zitto, la mi faccia
piacere, signor Marone. Ricco com', che s che gliene ha da far molto
di questo in pi od in meno.

--Io non sono ricco, le ripeto: disse bruscamente Marone; e non voglio
perdere l'aver mio.

--Non si tratta di perderlo: soggiunse Vanardi con calore. Noi
pagheremo senza fallo. Ci dia solamente ancora un po' di respiro.

--Eh! ve ne ho gi dato di troppo... Sono sei mesi che mi menate pel
naso.

--Ci mostri il suo buon cuore, disse la Rosina con un tono di
supplicazione che lasciava travedere al di sotto la bizza presso a
saltare.

Il proprietario si pose in testa il cappello e si mosse per uscire.

--Non lo posso: diss'egli asciutto asciutto. Provvedete ai fatti
vostri, io provvedo ai miei.

--Ma signore, grid Rosina tutto accesa in volto: vuol ella essere
peggio che inesorabile!  questa la carit che ha per la povera gente?

Marone si ferm, batt in terra la ghiera della sua mazza e rispose
borbottando:

--La carit! la carit!... Certo che ne ho e di molta, verso chi se la
merita... Tutti lo sanno... ed anche il signor Parroco... Ma non mi
tocca rovinarmi per giovare a chi non sa bastare a' suoi impegni; ma
la vera carit non ha da favorire l'ozio, l'infingardaggine e la...
Basta, non dico altro, appunto per amor del prossimo.

Rosina scoppi come un petardo.

--Come sarebbe a dire? grid essa venendo incontro al padrone di casa,
con mossa quasi minacciante. Gli  a noi che fa di questi bei
complimenti lei, brutto muso da torcicollo?...

--Oh, l, l! esclam Marone diventando rosso sino alla fronte.

Antonio che offeso dalle parole di Marone voleva pure rimbeccarlo di
proposito, antivenuto dall'uscita dalla moglie, pens all'incontro suo
dovere di adoperarsi a calmarla.

--Via, via, Rosina, bada alle tue parole per amor di Dio!

Ma la donna allontanandolo da s con uno spintone:

--Eh lasciami stare, pan bollito che tu sei. Non senti le belle
giuggiole che ci d a succiare questo signor dabbene? E te le vuoi
pigliare come confetti, tutto rimminchionito, che il cielo ti dia il
limbo degl'innocenti!... Lasciami vuotare un po' il sacco, o schiatto.

E si rivolse di bel nuovo al padrone di casa.

Ma questi in quel punto medesimo apparve preso da una grande
meraviglia. Un suo sguardo era caduto sopra il quadro dalla cornice
dorata di cui s' fatto cenno nel capitolo precedente; egli s'era
fermato di botto e stava esaminandolo attentamente; poi passo a passo,
come attirato da vivissima curiosit, non badando gran che alle parole
della Rosina, si venne raccostando al luogo dove il quadro era
appiccato alla parete.

E la Rosina colle mani in sui fianchi sbraitava inviperita:

--Ah, noi siamo infingardi, lei dice; noi siamo oziosi, noi siamo
birbanti da mazzate, al suo garbato avviso! E perch lei ha avuto la
fortuna, chi sa come! di acciuffare, chi sa per che verso, la
ricchezza, ci ha da trattar noi come scalzagatti e mascalzoni, che
infatti in fatti poi, de' signori in giubba ne valiamo le dozzine!

Ma il padron di casa, senza darsi per inteso delle parole di Rosina,
non cessava dal rimirar fiso quel quadro, e borbottava a mezza voce:

-- strana, proprio strana!

Poi si volse di pieno ad Antonio, che stava osservando con interesse
queste mostre di stupore nel padron di casa.

-- lungo tempo che ella ha questo quadro?

--Sono tre anni.

-- fatto da lei?

--No:  l'opera di Adolfo Cioni... Ha lei conosciuto Adolfo?... o
qualcuno di quella famiglia?

--Niente affatto; e questo  un ritratto od una figura di fantasia?

-- un ritratto.

--Di qualche signora di sua conoscenza? Scusi queste domande, ma una
strana rassomiglianza...

-- il ritratto d'una giovine signora che ho conosciuto assai, e che
da pi di tre anni  sparita, senza che se ne sapessero pi notizie
nessune.

--Sparita!... Davvero.... Diavolo! diavolo!

Ma Rosina in quella con impazienza:

--Eh? che cosa mi viene, adesso a dare la volta alla frittata con
quello _spegazzo_?

Marone con vivo interesse di curiosit, non abbadando alla donna, si
rifaceva a domandare:

--E il nome? Potrebbe dirmene il nome?

--Certo che s. La nasceva Balma e s'era sposata al capitano
Orsacchio... Un vecchio scellerato, quello l, che se mai mi capitasse
nelle mani, io che non sono buono a far male ad una mosca, vorrei pur
tuttavia conciare per bene... E di nome di battesimo la si chiamava
Gina.

--Ah, Gina?... Cospetto... Ed  sparita da tre anni?... Oh, oh!

--Signor Marone: disse Antonio con una agitazione che non cercava
menomamente nascondere. Ella conosce quella donna? Ella ne sa qualche
cosa? Per carit, se cos , non mi nasconda nulla... Per la memoria
del mio buon Adolfo, per la piet che quella povera infelice deve
ispirare a tutti che abbiano un cuore, in nome della carit la prego e
scongiuro a dirmi tutto, e facesse Iddio che le sue parole mi
potessero mettere sulle traccie di quella sventurata.

Ma qui ecco la Rosina risaltare in mezzo con una nuova inquietudine ed
una nuova collera.

--Te ne preme dunque molto di codesta non so che cosa, signorino mio
garbato?.. Ah! mi farai credere che gli  in memoria dell'amico, che
gli  per compassione di cuore che tu la cerchi con tanta
sollecitudine, allorquando gli asini voleranno... E lei signor Marone
la conosce questo mobile che mi ha tutta l'aria d'essere una di quelle
civettuole e peggio, per cui loro zucconi d'uomini fanno le mille
pazzie... Eh gi! Questa tela sporca era di troppo preziosa a messere!
Avrebbe lasciato crepar di fame moglie e figliuoli piuttosto che
venderla... State zitto, signor Vanardi, che ve lo siete lasciato
scappar detto. Ed ora che vi nasce una speranza di saperne le novelle,
ve' come v'ingalluzzite!... Oh gli uomini! gli uomini!... E sopratutto
i mariti!...

--Rosina! vuoi tu sempre esserne allo solite?

--Signor Marone non gli dica niente, sa! Se ha la disgrazia di
apprendergli tanto cos sul conto di quella donna... senza contare che
farebbe con ci un bel mestiere... gliene cavo gli occhi.

--La non s'incomodi, signora Rosina, e non tema di nulla. Io non dir
nulla, perch non so nulla. La signora Orsacchio, come suo marito mi
dice che si chiama l'originale di questo quadro, io non l'ho mai
sentita a nominare, altro che conoscerla... Ho trovato in questa
figura una certa rassomiglianza con un'altra persona... una persona
che ho visto una volta sola...

--Dove? dove? non pot trattenersi dal domandare Antonio: e la moglie
ne lo pun con un'occhiata furibonda ed un pizzicotto.

--Non mi ricordo pi nemmeno... Ma la  una donna che porta altro
nome...

--E dove la si trova?

--Non saprei dirglielo: l'ho perduta, come si suol dire, di vista.

Vanardi avrebbe voluto insistere, ma la presenza della moglie sempre
pi sospettosa ne lo trattenne. Gli parve per che Marone mentisse per
isbrigarsene, e dovesse sapere qualche cosa di pi di quanto diceva.
Un segreto presentimento, quasi un istinto, pareva ammonirlo che stava
per iscoprire finalmente una traccia da penetrare, sapendo
adoperarvisi, entro quel mistero che da tre anni gli pesava sul cuore.
Determin fra s di non trascurare a niun modo questo leggier filo di
cui pareva offrirgli finalmente un capo la sorte, e di consultare il
suo amico Giovanni Selva, uomo di molto acume, intorno al miglior
mezzo di procedere in proposito.

--Torniamo ai nostri affari, disse Marone cambiando per il precedente
in un tono pi mite ed umano. Per provarle, signora Vanardi, ch'io non
manco di carit, anche a mio danno, consento ad aspettare altri
quindici giorni... ma non di pi, sa!... Se dopo questo intervallo non
sar pagato, allora... Intanto mi stieno bene e ricevano i miei pi
cordiali auguri.

Usc con mille inchini e salutazioni.

--Bella carit! esclam Rosina facendo il pugno dietro il proprietario
partitosi; quindici giorni di tempo! Come faremo a mettere insieme i
denari dell'affitto?... ed a pagare gli altri debiti?... ed a mangiare
tutti i giorni?

--Mi far pagare dallo speziale, disse Antonio.

--S che questo ci vorr mantener grassi!

Vanardi prese una grande risoluzione.

--E... e scriver anche una volta una lettera di supplicazioni a mio
zio padrino.

Il signor Marone scendendo le scale borbottava fra s:

-- proprio strana! Una rassomiglianza cotanta non l'ho mai vista.
Dev'essere quella dessa... Eppure!... Orsacchio!... Non ho mai sentito
questo nome... Eh, s! un nome si fa presto a cambiarlo. Ho sempre
pensato che nell'esistenza di quei due c'era un garbuglio... Sta a
vedere che adesso lo vengo a scovar fuori. Certo, agir con molta
prudenza, ma ho in mente che quel quadro non mi lascier perder nulla
della mia pigione, e che anzi vi pu essere qualche buon affare da
trarne profitto... Giusto! Di quest'oggi stesso voglio andare a
Valnota a farne motto al signor Nicolazzi... Appunto con questa
occasione ne esiger l'affitto. Vedremo! vedremo!




V.


La Rosina, dopo la partenza del proprietario, aveva accennato di voler
continuare il suo repetio; ma Vanardi era allora ricorso ad un suo
mezzo estremo, di cui, appunto per non ispuntarne l'efficacia, non
usava che rarissimamente, nelle occasioni solenni.

Questo mezzo era il seguente.

Si piant ritto innanzi alla moglie, arruffatesi colla destra convulsa
le chiome gi arruffate, rotando paurosamente gli occhi come uomo che
ha smarrito il lume della ragione, ed url con voce di basso profondo:

--Oh, sai che tu mi hai fradicio, e ch'io sono non so se pi stufo o
pi disperato dei fatti miei? O la smetti od io, com' vero il diavolo
che mi porti, vado via, mi getto ad affogarmi nel Po, e ti pianto te
coi bambini e l'amor tuo e la tua lingua, che son peggio della
versiera.

Questa minaccia, in rare dosi, faceva sempre il suo effetto sulla
buona moglie che in realt voleva a suo marito il maggior bene del
mondo. Rosina s'acquet, e torn a' suoi panni da cucire presso il
desco, dove sedutasi, riprese a dondolar la culla dell'ultimo nato.

Vanardi, commosso da tanta virt di sommessa rassegnazione, stette un
poco a guardarla, e poi le si fece presso ed abbracciatala alle
spalle, la baci amorosamente sulla fronte.

La giovane donna arross tutta dal piacere.

--Ah! come saresti buona, disse Antonio, se tu non fossi cos spesso
cattiva.

--Io sono cattiva! esclam la moglie levando su vivamente il capo. Sei
tu che...

--Zitto, zitto; non rifacciamoci da capo. Voglio scrivere la lettera
allo zio; e conviene che mi ci metta con tutti i sentimenti del corpo
e dell'anima.

Il bambino nella culla ricominci in quella a strillare pi forte, e
Rosina dovette volgere ad esso tutta la sua attenzione.

Vanardi frug tanto fra tutte le sue cose, che infine, per gran
fortuna, riusc a scovar fuori un biglietto di carta, che con un po'
d'audacia d'espressione poteva dirsi bianco e polito; vi passo su due
o tre volte la manica del vestito, come per lisciarlo viemmeglio; lo
pose con una certa cura sopra la tavola; tolse d'in sulla scansia un
fondo di bicchiere rotto, entro cui stava un pezzetto di spugna
annerito da un inchiostro gi asseccato; ci vers su alcune goccie
d'acqua, e con uno spuntone di penna d'oca a barbe riccie e
scarmigliate rimest ben bene: poi sedette innanzi a quel foglio, il
bicchier rotto l vicino, la sua mano sinistra sopra la carta, nella
destra quel simulacro di penna, ed aggrott le sopracciglia in una
meditazione laboriosa e profonda.

Rosina, poich s'era accorta che n il dondolarlo n il cantargli la
nenia valevano pi a far dormire il piccino nella cuna, lo aveva
levato su e lo teneva sulle sue ginocchia, parlandogli di parole senza
senso e facendogli vezzi. Il bambino ora sorrideva, ora faceva greppo,
ora metteva sue voci infantili, ora dava qualche pianto, in mezzo alle
dolcezze, ai rimbrotti, ai parlari che gli faceva la mamma.

Gli altri fanciulli avevano ripreso della pi bella il loro ruzzar per
la stanza e facevano un chiasso che Dio vel dica. Tantoch il nostro
Antonio, quand'ebbe scritto in alto del foglio: Carissimo mio signor
zio e padrino e si volle concentrare per mettere insieme idee, non ne
pot raccappezzare pur una in quel rumore di voci, di passi, di grida,
che gli si veniva facendo dintorno.

Allora gitt con impazienza la penna sulla tavola, e ruppe fuori in
queste parole:

--Eh! volete star cheti tutti quanti che il fistolo vi colga!
Tonietto, sodo, dico, e va a studiar l'abbic; tu Pippo, l in
quell'angolo e fermo per mezz'ora; tu Gaetanino presso alla mamma e
guai se ti muovi!... E tu pure, Rosina, taci tu stessa, se gli 
possibile, e fa tacere il tuo fantolino un momento.

I bambini, alla subita sgridata paterna, stettero l sorpresi, come e
dove si trovavano, e guardavano attoniti il padre in volto senza
muoversi pi e senza accennar di ubbidire.

--Ebbene, avete capito o siete sordi? Corpo del diavolo! grid
Antonio, battendo sulla tavola un forte pugno che fece ribalzare quel
frammento di bicchiere che faceva da calamaio.

Tonietto, il pi grandicello dei bimbi, (gli aveva fatto dare a
battesimo il nome suo e dello zio) non attese altro e sgusci via
lesto di l del paravento nell'altra parte della stanza; ma Pippo e
Gaetanino, atterriti, cominciarono per far grosso il rifiato, poi
diedero in qualche singhiozzo e finirono per iscoppiare in pianto
dirotto.

--Ed ecco delle tue solite: grid allora la Rosina: li fai sempre
piangere ingiustamente tu!... Oh che uomo!... Venite qui carini,
venite colla mamma, che il babbo gli  cattivo.

Ma Vanardi gi s'era levato ed era corso dai figliuoli.

--L, l, piccini: disse loro tutto amorevole: non piangete... Pippo
sii buono... To' Gaetanino la chiave del pap e giuoca con essa... Da
bravi, smettetela; adesso ch'io esco di casa vi andr a comperare i
confetti: che s che vorranno esser buoni!

Ed il povero diavolo non aveva pure da comperar loro del pane!

Coll'accarezzarli, coll'abbracciarli, colle promesse, tanto ottenne
che alla fine s'acchetarono; un certo silenzio relativo si stabil
nella stanza, ed egli pot dare tutta la sua attenzione alla
compilazione della lettera per lo zio droghiere.

La qual lettera riusci del tenore seguente:


    Carissimo mio signor zio e padrino.

Vengo con questa mia ad adempiere al mio dovere di augurarle il buon
Natale ed il buon fine e il buon principio con tutte quelle felicit
che si merita: e che Iddio gli conceda una lunga e prospera vita e una
buona salute e una continua contentezza senza Dispiaceri di sorta.

Questi augurii, oh glielo giuro, partono proprio dal cuore, e sono
sinceri come se ne fanno pochi al mondo. Che io lei, mio buon padrino,
non posso mai dimenticare di tutto l'anno; e ne vivessi ben cento di
anni che non lo potrei mai; ma in questa stagione, in cui da tutti si
pensa alle persone che ci sono pi care, io ricordo anche maggiormente
tutte le bont del mio caro zio, e sento pi forte ancora la
riconoscenza per tanti generosi benefizi che ne ho ricevuti io
specialmente, e che ne ha ricevuto la mia famiglia, e provo una pena
grandissima d'aver offeso un s buon parente e di non poterlo andare
ad abbracciare, come ne avrei tanto desiderio che me ne struggo.

Ma il Cielo, e riconosco io primo che non  stato altro che giusto e
che io mi merito ogni peggio, il Cielo mi ha ben punito della mia
disubbidienza, della mia ribellione all'affettuoso padrino, al mio
secondo padre. E se lei sapesse tutto quello che mi  toccato soffrire
e che soffro, ed anche i miei poveri bimbi, che a quest'ora ne ho
quattro, e che sono innocenti, loro poverini, come agnelletti, ella ne
avrebbe di sicuro compassione.

E gli  per questi piccini che io ardisco ancora venire a pregarla
una volta, assicurandola che sar l'ultima, perch abbia piet di noi
disgraziati, che siamo pure suo sangue, e che siamo ridotti all'ultima
miseria, senza nemmeno aver pane da mangiare. E dobbiamo la pigione
dell'intera annata, e non possiamo pagarla; e il padrone che  un uomo
senza cuore (ella lo conosce, quell'impostore del signor Marone) ci
caccia in mezzo la strada, facendoci vendere tutte quelle poche robe
che ci restano, e siamo in debito verso tutti sulla strada, tanto
ch'io non oso pi neppure uscire per andare ai fatti miei, vergognato
come ne sono.

Insomma noi non abbiamo pi nessuna speranza che in lei, e s'ella,
che  la nostra Provvidenza, ci manca, io non so a qual disperato
partito dovr appigliarmi. Ma ella non ci abbandoner, ed io
ringraziandola anticipatamente, e rinnovandole tutti gli augurii, con
profonda riconoscenza, mi dico

    Torino, 16 dicembre 185....

                            _Suo umiliss. servo e nipote_
                            ANTONIO VANARDI.

Rilesse attentamente il suo scritto, lo lesse alla moglie che lo trov
un capolavoro d'eloquenza, e sentenzi che se lo zio non cedeva era
proprio con un ghiacciuolo per cuore. Non c'erano bustine da lettera
in casa, quindi convenne che Antonio ripiegasse il foglio su s stesso
nella guisa pi elegante che seppe: ma quando si tratt di suggellarlo
fu certificata l'assenza eziandio di un'ostia o d'un bastoncino di
cera lacca. Per fortuna Vanardi si sovvenne della crosta di pane che
stava sopra la stufa, ne ruppe un pezzetto coi denti, lo mastic ben
bene e se ne serv per chiudere il foglio. Poscia vi scrisse su
l'indirizzo: prese il suo cappellaccio senza falda, si gett sulle
spalle un misero mantelluzzo di panno logoro, e disse alla moglie:

--Vado a ricapitar questa lettera.

--Che? interrog Rosina, pensi forse tu di recarla tu stesso allo zio?

--Oib! fo conto di darla a Giacomo il figliuolo della portinaia qui
sotto, pregandolo di recarla egli al fondaco di mio padrino.

--Giacomo  un buon diavolo....

--Un imbecille.

--Che lo far volentieri, non ne dubito; ma sua madre  cos poco
servizievole....

--Per noi che non le diamo alcuna mancia, gi; lo zelo dei portinai si
misura agl'inquilini in ragione del denaro che ne mungono; ma questo 
poi un cos piccolo servizio, che spero non mi vorr rifiutare.
Intanto passer eziandio dallo speziale per intendere un poco se mi
vuol pagare, e poi far una trottatina sino a casa di Selva.

--Salutami sua moglie, quella buona Adelina...

--Va bene.

--Eccone l una che fu fortunata. Era una operaia come me, ed ha
sposato un uomo di una ricca famiglia, un avvocato e che le fa fare
una buona figura nel mondo.

Antonio si mise per traverso il cappellaccio e si morse i baffi.

--Sai tu Rosina, diss'egli con accento in cui sentivasi una vera pena,
che non sei punto punto gentile? Le tue parole sono sassi tirati nel
mio giardino, che mi colpiscono proprio in pieno petto. Certo,
l'Adelina  da invidiare. Selva  uno dei migliori caratteri ch'io mi
conosca, ed un bel talento. Lui risoluzione, coraggio, iniziativa e
forza d'animo e di volont come ne hanno pochi; io sono un
meschinello, un buono da nulla, un imbecille, va bene... Ma quanto ad
amore, Rosina, dovresti esser persuasa che ne hai da me tutto quel che
possa averne da uomo una donna, e ci dovrebbe farti pi generosa a
perdonarmi il resto.

Rosina, che in fondo aveva pure un cuore eccellente, fu tocca da
queste parole del marito e pi dalla commozione con cui eran dette.

--Hai ragione: esclam ella, alzandosi col suo bimbo da un braccio e
cingendo coll'altro che gli rimaneva libero il collo del marito: Hai
ragione e perdonami.

Ad Antonio questo fatto della moglie produsse tanto maggior effetto
quanto esso era pi raro; abbracci e baci egli intenerito la moglie
e il bambino ch'ella teneva sul petto, e partissi.

La loggia della portinaia aveva sotto il portone l'uscio d'entrata ed
un finestruolo per cui si vedeva chiunque penetrasse nella casa.

Antonio sospinse l'uscio socchiuso ed entr nel camerino. La portinaia
seduta presso un fornello portatile di terra cotta era intenta a farvi
cuocere su, dentro una pignatta, una minestra che mandava per
l'ambiente un odore succolento e confortevole. Le nari di Antonio
digiuno aspirarono con una volutt tormentosa la tentazione di
quell'odore. Un giovane dall'aria melensa e dai capelli color della
stoppa stava grattandosi le ginocchia in un angolo: era Giacomo, il
figliuolo della portinaia.

Questa che aveva udito entrare qualcheduno senza veder chi fosse, per
avere le spalle rivolte all'uscio, aveva preparato il suo pi bel
sorriso con cui gi da una settimana soleva salutare gl'inquilini del
primo e del secondo piano in previsione e per esca delle strenne che
avevano da venire alla fin del mese; ma poi visto chi era, conobbe che
quel sorriso era perfettamente sciupato e decise tosto risparmiarsene
la spesa: torn di botto in tutto l'ingrognamento della scontrosa
espressione di faccia che le era abituale.

Antonio, egli, salut umilmente, e, con tutta la suggezione d'un
supplicante che domanda una grazia, preg sor Agata mandasse il
figliuolo a recar quella lettera al suo indirizzo.

Sor Agata indugi un momento a rispondere. Fu presso a dire a quel
noioso che andasse con Dio, come si fa ad un pezzente che vi secca
domandandovi l'elemosina; ma ebbe la generosit di non farlo; prese
con isgarbo la lettera che Vanardi le porgeva e ne lesse l'indirizzo.

--Ah, ah! la scrive ancora a suo zio il droghiere... diss'ella con
impertinente famigliarit: un altro foglio di carta sciupato... Bene;
quando mi sar di comodo mander col Giacomo.

--Se volesse aver la compiacenza di mandarlo il pi presto possibile:
os balbettare il povero inquilino.

Ma la fiera portinaia lo fulmin con uno sguardo corrucciato che lo
indusse subitamente al silenzio.

--Lo mander quando si potr: disse sor Agata con accento imponente.
Spero bene che ella non vorr che per gusto di lei si trascuri ci che
abbiam da fare!

Antonio protest con una mimica piena di umilt, ed usc colla
rassegnazione di chi non ha danari da pagare in altri lo zelo,
l'interesse, n anco la cortesia--perch tutto si paga in questo
mondo.

Entr quindi nella farmacia.

Il farmacista leggeva il suo giornale seduto presso il braciere
coperto da una gran campana di latta gialla traforata intorno a
ghirigori, gli occhiali sulla punta acuminata del lungo naso, il
solito berretto a lunga visiera in capo. Due garzoni si annoiavano
colle mani in tasca ad aspettar gli avventori. Un uomo di servizio
pestava nella retrobottega in un mortaio d'ottone che mandava il pi
assordante ed il pi irritante rumore del mondo.

Al tintinnio che fece il campanello appiccato all'ascio d'entrata, lo
speziale alz il naso dal foglio e guard dal di sopra degli occhiali
chi fosse venuto.

--La riverisco signor Agapito: disse Antonio levandosi urbanamente il
cappello.

--Oh, oh, caro signor Vanardi; l' lei! E che buon vento?

Si rizz da sedere con pi gentilezza che non usasse abitualmente, si
tolse di sopra il naso gli occhiali, ripose il giornale e tocc colla
mano destra la tesa del suo berretto.

Ad Antonio, avvezzo oramai dappertutto ad essere accolto con insolente
mancanza di riguardi, parve quello un fior di accoglimento pieno di
simpatia e di stima, e sent venirsi in cuore un po' di coraggio.

--La disturbo forse? dimand egli come mezzo di entrare in materia.

--Niente affatto. Si figuri!... Lei non mi disturba mai... Leggevo qui
il giornale... Ma gli  vuoto come una vescica... Non c' mai nulla in
que' benedetti giornali!... Ci rubano i denari vendendoceli... Eppure,
che vuole? Non ne so star senza... Ah! c' una cosa sola alquanto
interessante: la novella d'un suicidio. Un povero diavolo che l'altro
ieri s' gettato in Po. Veda m se a questa stagione pu venire in
testa una cosa simile!... L'hanno pescato ieri; e pare che siasi
deciso a questo brutto passo per la miseria...

Antonio sent scorrersi un brivido per tutto le membra.

--Per la miseria! diss'egli con accento profondamente commosso.

--Gi! aveva una famiglia il disgraziato a cui non sapeva pi come
provvedere... Era operaio e non trovava pi lavoro da nessuna parte.
Il cervello gli  girato, e ponfate, egli and ad affogarsi.

--Poveretto!... E la famiglia?

--Figuriamoci!... Senza pane, senza padre... Ah! ce ne sono di
disgraziati al mondo!... Ma il giornale annunzia che si sono fatte
parecchie collette, e che tutti si sono affrettati di venire in
soccorso degli orfani.

--Povera gente! Povera gente! esclamava Antonio al quale erano venute
le lagrime agli occhi.

Il pensiero di quei miseri orfani lo aveva condotto a quello dei suoi
figli, a cui egli eziandio non sapeva oramai come procurar pane. E che
sarebbe stato di essi, se il padre per un caso qualunque venisse lor
tolto?

Lo speziale che vide l'interessamento del pittore per quel racconto,
prese il giornale e glielo porse.

--Se lo vuol leggere, ecco qua il giornale. Veda l, nella cronaca,
terza colonna, seconda pagina... Ma prenda pur seco il foglio; io gi
l'ho letto... lo esaminer con comodo, e lo far leggere eziandio alla
signora Rosina: ci forse la vorr interessare...

--Ma...

--Niente, niente, lo metta in tasca... Me lo render poi a suo comodo:
io non ne ho punto bisogno.

Antonio prese il giornale, e si dispose a parlare di ci per cui era
venuto; ma il chiacchierone dello speziale, per cui tacere era
impossibile, lo prevenne colle sue interrogazioni.

--Potrei servirla in qualche cosa, caro signor Vanardi?

--Ecco, son venuto precisamente...

--Ho capito. Le occorre qualche piccolo rimedio... Che s che
indovino! Un'oncia di polpa di cassia o di tamarindi?

--No signore.

--Olio di ricino forse?

--Oib.

--Le mie pillole digestive?... Sono pillole che ho inventate io, e per
le quali ho preso dal governo tanto di brevetto... Sono meravigliose.
I ministri ne pigliano, gli ambasciatori, i procuratori ed avvocati;
tutti quelli che hanno bisogno di digerir bene... E per citar gente
che sta qui vicino e di nostra conoscenza, il cavalier Salicotto...
Lei lo conosce bene il cavalier Salicotto?

--Di nome solamente.

--Oh! un omone... Un politico di ventiquattro carati.... Una testa
monumentale... Vale dieci Cavour e cento Pinelli. Fa il giornalista
umanitario; patrocina la causa dei poveri... a parole sonanti... E si
fa ricco. L'hanno fatto cavaliere, riuscir a farsi nominare deputato:
un d sar ministro... Dev'essere nativo della mia provincia. Dei
Salicotto ce n' al mio paese, ed anzi ne conoscevo moltissimo uno che
faceva l'ortolano... Ah! non voglio gi dire che questo cavaliere sia
discendente o congiunto in alcun modo con quell'ortolano... Ci non
gli farebbe mica torto; ma il cavaliere afferma di essere figliuolo
d'un avvocato: e se lo afferma lui!... D'altronde ci sono tanti nomi
somiglianti!... In ogni modo e' sa fare il signore. Bisogna vedere
com' alloggiato!... Ci vado alcuna volta io a trovarlo... ed egli mi
fa l'onore di servirsi alla mia bottega: tappeti da ogni parte,
masserizie d'un'eleganza!... Ebbene, ci che volevo dire si  che il
cavaliere Salicotto fa uso delle mie pillole... Ha lo stomaco debole
il pover'uomo. Lavora tanto pel vantaggio altrui! E ne rimane
soddisfatto--delle mie pillole--che non si pu dir meglio.

--Ne sono persuasissimo; ma io non  di nulla di ci che ho mestieri.

--No? Dica pur liberamente quella che le occorre. Son disposto a
servirla in tutto.... E l'ho detto appunto a sua moglie.... Oh! per
caso, non sarebbe gi la signora Rosina che  ammalata?

--Ma no signore. Per grazia del cielo stiamo tutti bene.

--Tanto meglio, tanto meglio. Vedendo entrar qui lei, io m'era detto
tosto fra me e me: Forse sua moglie si trova di bel nuovo.... mi
capisce?

--No, per fortuna.

--Oppure uno de' suoi figli, quel demonietto di Tonietto.... Oh, oh!
Ha osservato? Ho fatto una rima.... o quel furbacchiotto di Pippo che
avr mangiato troppo.

--Ama signore; s'io son venuto  appunto perch que' poverini non
mangiano abbastanza.

--Oh, oh! inappetenza?.... A quell'et  strana.... Ma stia tranquillo
che le dar io qualche cosa....

--No, no, no! E' non han bisogno di nessuna delle sue droghe per aver
fame....

--Ma dunque?...

--Sono venuto per finire quel nostro piccolo affare....

Lo speziale si trasse indietro il berretto e si gratt la fronte.

--Affare!... Che affare?

Antonio stava per ispiegarsi, quando l'uscio della bottega s'apr
vivamente con grande agitazione del campanello, ed una vispa ragazza
entr di fretta, salutando lo speziale e i garzoni per nome.

Sulla faccia del padrone e dei due accoliti si schiuse tosto il pi
grazioso sorriso di cui le loro fisonomie fossero capaci: e tutti tre
si affrettarono verso la giovane con premurosa galanteria.




VI.


La nuova venuta mostrava d'avere dai diciotto ai venti anni; era assai
bene impersonata di corpo, piuttosto piccina, esile alla vita, con
piedi grossetti e mani tozze; vestiva da fante di ricca famiglia,
pulitamente e con una certa eleganza: la vesti di lana color di
granata, un bel grembiule di seta nera, un goletto bianco come neve
intorno al collo, una cuffiettina bianca del paro, civettescamente
posta sulle sue abbondevoli treccie bionde. Aveva la bocca un po'
grande, ma candidissimi i denti, il naso volto ins, ma petulante, gli
occhi bigi pieni di malizia e in tutto il volto una cert'aria
spigliata e temeraria, ma buona ed allegra che la rendeva piacevole a
chiunque la vedesse.

--Buon giorno, signor Agapito: diss'ella ridendo da mostrare i suoi
bianchi dentuzzi. Buon giorno, signor Giannello; buon giorno signor
Martino: soggiunse volgendosi all'uno e poi all'altro dei due garzoni;
ed a Vanardi che non conosceva punto, guard in viso con una curiosit
interrogativa e fece una bella riverenza.

--Ben giunta, madamigella Carlotta: rispose lo speziale. Lei sta bene?

--Bene bene no... Se fosse qualchedun'altra... qualcheduna di quelle
signore che non hanno nulla da fare che crogiolarsi tutto il santo
giorno sulla poltrona direbbe anzi che sta male... Ma io non ci
abbado.

I due garzoni fecero un moto vivacissimo d'interesse, accostandosi
alla fanciulla.

--Lei non si sente bene! esclamarono all'unissono come in un duetto
d'opera in musica.

--Eh s!... Gli  che io per natura non soglio crucciarmi... Crollo le
spalle e tutto passa... ma in quella casa vi hanno tante contrariet
da far intisichire un elefante.

--Davvero! esclam con voce compassionevole il signor Giannello,
facendo gli occhi dolci alla ragazza.

--Povera madamigella Carlotta! mormor il signor Martino, traendo un
gran sospiro dall'imo petto.

--Sicuro! rispose la giovane. La signora marchesa per s non sarebbe
cattiva...

--Eh no, non ne ha l'aria davvero; interruppe messer Agapito, che era
gi stanco di tacere. Ma s! ha ella una volont che sia sua? La 
menata pel naso da questo e da quello: la  come un automa; come un
burattino a cui si tiri il filo...

--Bravo! esclam Carlotta, approvando col chinar del capo.

--Diciamo la parola, continuava lo speziale: la  mezzo scema.

--Lo  del tutto. Le si industriano intorno una manica di furbi che
cercano di mangiarle quel poco che possono mentre vive, e di
bubbolarle una parte della sua eredit quando muoia.

-- proprio cos: disse lo speziale che si grattava la punta del naso
studiando un motto arguto: la marchesa di Campidoro  per essi un vero
campo da cui vogliono raccoltar oro... Oh oh: che cosa ne dice signor
Vanardi?

La giovane cameriera continuava:

--C' il presidente della Congregazione di santa Filomena, il signor
Marone...

--Il nostro garbato padron di casa, disse Agapito ammiccando ad
Antonio.

--Questi  in lega col curato; dall'altra parte c' il cavalier
Salicotto d'accordo, mi pare, col medico, il dottor Lombrichi..... e
in mezzo a tutti costoro pi furbo di tutti e giovandosi di tutti,
quel birbaccione di Grisostomo.

--Il _cacciatore_? dimand Giannello.

--Quell'omaccio dalla barba nera che fa paura? disse Martino.

--Proprio lui... Ah! chi desidera stare in quella casa deve mettersi
nelle grazie di quel brigante...

--Ah! ah!  un _cacciatore_ che fa _cacciare_ chi vuole... Oh, oh, oh!

--Ma io non sono di quell'umore, continuava Carlotta. Eh s ch'egli
non dimanderebbe di meglio che farmi la sua favorita: brutta
barbaccia, va!

--Per lei ci vogliono altre barbe che quelle.

--A me non mi importa niente di lasciar l quella casa dall'oggi al
domani. Non sono imbarazzata punto punto a trovarmi un ricapito, io; e
se per poco mi si tormenta, aff li pianto!

--Benissimo! esclam Giannello.

--Oh lei  una giovane ammodo: osserv Martino.

--E badino bene a quel che dico loro, e si trover ch'io non l'avr
sbagliata d'un ette: quel volpone di Grisostomo sar quello che
manger la miglior parte dell'eredit della signora marchesa.

--Lo credo: disse Agapito. Il mariuolo ha i denti da ci. Ah, ah, ah!

--C' la figlioccia della marchesa... una cara personcina, la
figliuola del signor Biale, sa bene? quella che ha sposato il signor
Pannini, quel bel giovane che  segretario, o che so io presso il
cavaliere Bancone, un banchiere che  ricco a milioni.

--Lo conosco, disse lo speziale;  uno dei primi e dei pi birbi fra i
nostri trafficanti di borsa.

--Ebbene, la signora Lisa--madama Pannini si chiama Lisa--era un tempo
amatissima dalla marchesa, e la famiglia dei Campidoro ha non so quale
obbligazione verso i Biale: era cosa quasi certa che a costoro la
marchesa avrebbe lasciato una bella fortuna; ma ora io scommetterei
che Grisostomo li fa stare a becco asciutto.

--Possibile! esclam Giannello giungendo le mani e lanciando a
Carlotta un'occhiata assassina.

--Che mutria! disse Martino fulminando la giovane d'un'occhiata simile
a quella del suo compagno.

--Allora si pu chiamare altres _cacciatore_ d'eredit, disse lo
speziale; e rise grossamente secondo il solito.

--La signora Lisa viene sovente a trovar la madrina, ma non sempre il
nostro turco... ( un nomignolo che abbiamo accollato a Grisostomo...
sono io che gliel'ho dato: perch una volta che sono andata al teatro
che si cantava l'_Italiana in Algeri_ c'era un brutto muso di turco
con tanto di barba, che rassomigliava tutto tutto a lui...) non sempre
e' gliela lascia vedere. Perch nessuno, nessuno al mondo, pu
arrivare sino alla marchesa se il turco non ha data la sua licenza. E
l'ho sentita io la signora marchesa dire alcune volte con
rincrescimento:  molto tempo che Lisa non  pi venuta a trovarmi.
E quel birbaccio risponderle: Gi, adesso  maritata; le nuove
affezioni le hanno fatto dimenticare le antiche... Oh! cose da
mordersi la lingua per non parlare e confonderlo. Ma s, basterebbe
una sola parola che non gli piacesse per farci dare il benservito. E
cos  riuscita a levargliela quasi del tutto dal cuore, e la signora
marchesa non ha oramai pi altra affezione che quella per la sua
cagnetta, quella vecchia schifosa _mim_, che io vorrei veder gettata
nel pozzo nero... Ed a quella buona signora Lisa, quando viene,
Grisostomo le dice che la madrina dorme, o che la non  d'umore da
ricevere, o che il medico ha proibito di lasciarla parlare a
chicchessia... Ah! eccone un altro che ci mangia dei bei denari e sa
benissimo il suo tornaconto: il medico... A proposito, io ciarlo,
ciarlo, e non ho ancora detto il motivo per cui son venuta. Il dottore
ha ordinato si ripetesse l'ultima bibita calmante da prendersi a
cucchiai.

Lo speziale si volse tosto ad uno de' garzoni.

--Martino, avete inteso, e preparatela subito subito: la ricetta  l
nella filza colle altre, e ci  scritto in alto il nome della marchesa
di Campidoro.

Martino fu sollecito ad obbedire.

Carlotta ripigliava:

--Veramente non toccherebbe a me il venire a far questa commissione.
Ci sono due domestici e sarebbe affar loro: ma io non ho di queste
superbie... E poi era un pretesto per uscire un poco a prender aria:
che in quella casa non c' mai un momento di libert. E il turco per
l'appunto pare che tenga schiava me pi che gli altri, come se ne
fosse geloso.

--Eh! lo sar, oh! lo sar: disse lo speziale con molta galanteria.

--Lo sar certo: aggiunse Giannello rotando gli occhi come se avesse
turbo di stomaco.

--E n'ha ben d'onde! esclam anche Martino dal banco, dove mesceva e
rimestava i farmachi per la pozione.

--E dunque, appena ho udito il dottor Lombrichi dire alla marchesa con
quel suo tono magistrale da sputabottoni; Bisogna che prima di questa
sera ella pigli ancora due cucchiai di quella medicina: ho subito
sclamato: S signore, corro tosto io stessa alla spezieria a
prenderla; e senza attender altro son venuta di trotto.

--Bravissima! disse Agapito leziosamente, e cos ci ha procurato il
bene di vederla...

--Un gradito favore che ci ha fatto: soggiunse il signor Giannello,
facendo sempre pi l'occhiolino.

--Oh s, un vero favore! ripet il signor Martino di dietro il banco,
versando in un'ampollina la mistura che aveva finito di preparare.

Carlotta fece con civetteria una piccola riverenza a messer Agapito, e
divise un sorrisetto fra i due garzoni; poi fiss su Vanardi, che
stava l piantato, uno sguardo attonito, che pareva dire: E costui 
egli muto o sordo, o vien egli dal mondo della luna, che non ha parole
fatte?

--Vuol dire che quel calmante ha giovato alla signora marchesa?
domand lo speziale.

Carlotta croll lo spalle,

--Giovato! Crede lei che la signora sia veramente ammalata? Da ci in
fuori che le gambe non la reggono molto pi che se fossero di cenci,
ella sta meglio di me e di lei e di quanti siamo.  Grisostomo che le
ha ficcato questa fisima in capo, appunto per aversela anche pi
maneggevole ad ogni sua voglia, d'accordo col medico, il quale ne tira
il suo gran profitto. E ne l'hanno persuasa cos bene, che adesso non
ci sarebbe miglior modo da mandar la signora in una maledetta collera
che di mostrare un solo dubbio sulla realt dei suoi mali... E s che
anche senza di questo ticchio la sarebbe gi abbastanza fastidievole
di per s: ch io non ho mai conosciuto una donna pi irritabile, pi
difficile da contentare, pi esigente, pi maligna... tale e quale
come quella sua insopportabile cagnetta... Del resto poi una
buonissima creatura... Ed  da perdonarsi, perch la testa non c' pi
del tutto a segno, e il pi delle volte la non sa quel che si faccia.

--Nel quartiere, disse Martino che s'accostava tenendo in mano
l'ampollina con dentrovi il farmaco, si parla molto della fiorita
carit ch'ella fa a tutti i poveri che le si raccomandano.

--Sicuro! chiunque ricorre a lei pu averne soccorso, purch abbia la
protezione del parroco o del signor Marone, del cavalier Salicotto o
del dottore... e purch piaccia a Grisostomo. Bisogna poi ancora
capitare a parlarle in un momento che la sia di buonumore... Guai, per
esempio, se fosse in un giorno in cui quella brutta e cattiva Mim
stesse poco bene!... Allora non c' da aver speranza... Ma lei, signor
Martino, ha gi preparata l'ampollina. Dia qui, e vado tosto a farne
bere un cucchiaio alla padrona.

--Se non vuole incomodarsi a portarla lei, disse Agapito, io gliela
mander, ed all'istante, pel servitore.

E il signor Giannello, rotando di bel nuovo gli occhi peggio che
prima:

--O gliela porter io stesso... e avr cos l'onore e il piacere di
accompagnarla.

--No, no, grazie, non occorre. Siamo qui a quattro passi, in due salti
ci giungo. Serva loro, signori.

Lo speziale e i garzoni s'inchinarono salutando. Ella in un balzo fu
all'uscio e l'apr; ma allora, come per nuovo avviso sopraggiunto, si
ferm e si rivolt indietro:

--Ah! mi raccomando... Di quanto ho detto silenzio per amor del
cielo!... Ch, se Grisostomo avesse a sapere che io ho chiacchierato,
povera me!

--Non si dubiti!

--Stia tranquilla!

--Muto come un pesce!

Gridarono in coro il principale ed i garzoni; e la giovane sgattaiol
lesta fuor dell'uscio a vetri, e spar nella strada.

--Che ghiotto boccon di ragazza eh? disse Agapito accennando dietro a
Carlotta e strabuzzendo furbescamente degli occhi.

--Ah, che cara personcina! esclam il signor Giannello, levando lo
sguardo al soffitto.

--Che fior di roba! sospir il signor Martino giungendo le mani al
petto.

--Signor Agapito: salt su allora Vanardi; se non le rincresce,
ripiglieremo il discorso che ci ha interrotto la venuta di quella
giovane.

--Ah s, ben volentieri. Ella mi diceva...

--Io voleva parlarle di quei due dipinti che ho avuto l'onore di fare
per lei.

--Ah, ah! Ippocrate e Galeno?

--Giusto.

--Sono l che meditano all'aria con tutta la desiderevole gravit.

--Un artista di raro acconsente a fare di questi lavori.... Ed io se
l'ho fatto.... Poich in fine in fine, quella non  che una specie
d'insegna....

--Eh! quest'insegna insegner al pubblico il suo merito insigne....
Ah, ah! non  cattivo il bisticcio; ah, ah, ah!

--Io l'ho fatto, prima per l'amicizia verso di lei....

--Grazie tante, caro signor Vanardi: e gli strinse la mano.

--Poi per la dura necessit in cui pur troppo mi trovo.

Lo speziale che incominci a capire dove Antonio volesse andare a
parare, divenne serio e lasci la mano del pittore, il quale
continuava con tutto il coraggio di cui era capace:

--Ed  appunto questa necessit che mi spinge a forza a venirle
domandare un compenso di quel mio lavoro.

Antonio si asciug dalla fronte il sudore che vi aveva chiamato lo
sforzo che aveva dovuto fare su s medesimo per tirar fuori queste
parole. Messer Agapito si gratt la punta acuta del suo lungo naso.
Poi lo speziale and presso al braciere, ne tolse il coperchio della
campana sotto cui era, e ne mosse i carboni colla palettina; e vi
sedette presso con aria di profonda meditazione.

--Ah! un compenso! diss'egli: va benissimo.

Trasse di tasca la sua tabacchiera di corno bigio, ne batt con
piccoli colpi secchi il coperchio ed i lati, l'aperse, col
polpastrello delle dita radun il tabacco nel centro, coll'unghia
dell'indice fece ricadere quello che era rimasto nella scanalatura del
coperchio e nella mastiettatura, e rimestandolo anche un pochino, ne
trasse poi una grossa presa.

--Ne piglia? domand porgendo la tabacchiera aperta ad Antonio.

--No, grazie.

Agapito serr la scatola serrando il pugno: appoggi quest'ultimo sul
ginocchio e si mise a fiutare fragorosamente la sua presa; quindi
mand un gran sospirone: col rovescio delle quattro dita rinett il
panciotto dai granelli di tabacco che v'erano caduti, e volgendosi con
un mezzo giro sulla sua seggiola verso il pittore, ripet:

--Un compenso? Niente di pi giusto. Anzi questa mattina, parlando io
con sua moglie.... La signora Rosina non le ha detto nulla?

--S: mi ha detto ch'ella ci aveva gentilmente offerto i suoi servigi.
Ed io ne la ringrazio tanto. Ma, com'ella sa, signor Agapito, io mi
trovo in cattive acque.... E un po' di denaro sarebbe per me la manna
del cielo.... Epper sono venuto a domandarle dell'opera mia un
discretissimo prezzo.

Lo speziale pose la tabacchiera in tasca e cacci le dita delle due
mani nelle scarselle del panciotto, rimenandovele come per farvi
scorrere il denaro che contenevano.

--Va bene, va bene... Veramente io non ci pensava, ma... purch questo
prezzo sia discreto... com'ella dice...

--Ci ho messo tutta la mia abilit, e non fo per dire, ma quelle due
figure mi sono riuscite per benino.

Agapito trasse una mano dal borsellino per grattarsi la punta del
naso.

--Veniamo alla cifra, diss'egli.

--S'io fossi un ricco e celebre pittore, che perci non avesse bisogno
di nulla, potrei chiedergliene mille lire per cadauna...

Lo speziale fece un salto sulla sua seggiola.

--Due mila lire! Misericordia! esclam egli spaventato, levando anche
l'altra mano dal taschino.

--Ma siccome sono un poveraccio, che ho necessit di tutto, continuava
Antonio, che non ha pane per s e per la sua famiglia, che avrebbe
giusto bisogno di quella somma per aggiustare a dovere i fatti suoi,
cos n io oso chiederle tanto, n lei me ne darebbe.

--Insomma, a farla breve, qual  l'ultimo prezzo?

--Duecento cinquanta lire.

--Beuh!  matto lei: disse bruscamente lo speziale, e s'alz da
sedere. Duecento cinquanta lire per l'impiastricciamento di due tavole
di legno.

S'accost all'uscio a vetri e guard traverso ad esso le due figure
che mascheravano i battenti aperti.

--Le pare che quelle faccie da scomunicati valgano cotanto?

Antonio fu punto nel suo amor proprio, di artista.

--Pu darsi, rispose egli atteggiandosi il pi dignitosamente che
seppe nel suo mantello, che la mia opera sia cattiva, ed ella ha tutto
il diritto di trovarla pessima. Lasci per a me quello di non
accettare per autorevole il giudizio d'uno spacciatore di medicine.

La bizza fe' venir rossa la punta del naso al signor Agapito: parve in
sul punto di ribattere con risentite parole; ma un altro sentimento,
che ben presto vedremo qual sia, lo fe' fermarsi.

--Via, via, diss'egli tutt'amichevole; non la voglio mica offendere,
caro signor Vanardi. Ma duecento cinquanta lire!... Corbezzoli! vede
bene anche lei!... Sia buono con me che... che... non voglio mica
vantarmene... era mio dovere... ci avevo troppo compenso nel piacere
stesso che ne provavo... Oh che? noi si fa il bene per far bene... Ma
insomma non mi sono rifiutato mai per quello che ho potuto in suo
vantaggio... E alla nascita dell'ultimo figliuolo, se non fosse stato
di me... senza contare che ho fornito allora delle medicine e dei
cordiali...

Vanardi stava tutto immelensito non osando contraddire e non volendo
accettar per vere le cose dette dallo speziale; e questi battendogli
sulle spalle, continuava con un suo cotal sorriso che voleva essere
piacevole ed affettuoso.

--Ci aggiusteremo all'amichevole, non  vero? Oh ci aggiusteremo.
Pensi anche lei che in queste stagioni i denari scappan via come
l'acqua dal ramaiuolo bucherato; l'affitto, le mancie, le liste dei
fornitori, che so io... Pagarle ci che domanda, non lo potrei
proprio... Ci faremo un calo non  vero? Oh s, s che lo faremo.

Il povero pittore che non aveva pur l'ombra di quel muso duro che 
necessarissimo in queste circostanze, esit, tentenn, balbett parole
senza senso, che non erano n un negare n un accondiscendere.

Ma lo speziale fu lesto a soggiungere in tono d'allegro accordo:

--Se lo dico io che ce la intenderemo da buoni amici. Lasci stare,
caro signor Vanardi, che al primo istante ch'io abbia di libero vado
su a casa sua e finiamo questa faccenda con comune soddisfacimento.

Antonio non trov pi nulla da rispondere; salut, si calc in testa
il suo cappellaccio e si mosse per uscire. Agapito lo accompagn sino
all'uscio, gli apr la porta, gli fece un saluto pieno di affettuosa
domestichezza e venendo fuori ancor egli sul passo della bottega
guard che strada pigliasse il pittore allontanandosi.

--Ah, ah! disse fra s, salutando ancora Antonio gi lontano; e' non
va a casa... Chi sa se star fuori lungo tempo!... Ho in mente che
s... Buono! buono!

Rientr fregandosi le mani, diede qualche ordine a' garzoni e sal
agli ammezzati sopra la bottega, dove ci aveva il suo alloggio.




VII.


Come vi ho gi detto, Agapito viveva solo con una nipote, dalla quale,
sotto pretesto d'usarle carit albergandola in casa sua, si faceva
servire come e pi umilmente che da una fante, senza punto pagarle il
becco d'un quattrino.

Quella poveretta di ragazza poteva proprio dirsi sacrificata. Sino ai
ventitre anni (ora ne aveva venticinque e da due anni dimorava collo
zio) era vissuta al suo villaggio natio, a quello stesso di cui
abbiamo udito lo speziale dirsi originario. La sua famiglia era di
agricoltori, che traevano un modestissimo sostentamento dai proventi
d'una poco estesa lista di terra cui coltivavano con quell'amore che i
nostri paesani mettono alla zolla da essi fecondata col proprio sudore
instancabilmente. Erano due i figliuoli che allietavano il padre e la
madre; buona gente se mai fu, che amavansi tra loro grandemente ed
amavano del pari la prole, un maschio ed una femmina. Difficilmente si
sarebbe potuto trovare una famiglia in cui regnassero, non dico di
pi, ma del pari la pace, l'amore e l'accordo. La loro tenuissima
mediocrit di fortune, merc la tenuit ancora maggiore dei loro
desiderii e la parsimonia del viver loro, tornava quasi un'agiatezza,
che loro non lasciava sentire la mancanza di nulla. Lavoravano a gara
di buon umore genitori e figliuoli in quella sana e direi allegra
opera dei campi che rafforza il corpo e lascia l'anima soddisfatta e
tranquilla. Si sarebbe stranamente meravigliato chi fosse venuto a dir
loro che c'erano condizioni ed individui pi felici e cui essi
avrebbero da invidiare.

Fra le altre avevano eziandio la fortuna d'un buon amico. In buona
attinenza con tutti del villaggio, era quel solo che potesse proprio
dirsi un amico e teneva loro luogo di parenti che non avevan pi,
fuorch lo speziale Agapito, lontano e che pensava ad essi come al
_taicun_ del Giappone. Era costui un ortolano che coltivava il
verziere ed il frutteto d'un vasto tenimento che un gran signore
possedeva l presso: si chiamava Matteo, era del paese ancor egli ed
ammogliato eziandio, non aveva avuto che un figliuolo, e i ragazzi
dell'una e dell'altra famiglia giuocavano insieme; e i parenti, come
suole, immaginavano che, quando cresciuti, il figliuolo dell'ortolano
avrebbe sposato la figliuola dell'agricoltore.

Le avventure di Matteo avremo l'occasione di conoscerle pi tardi, ch
ancor esse fanno parte del dramma al cui svolgimento abbiamo da
assistere; ma per intanto conviene ch'io vi accenni, come, mal
corrisposto da quell'unico figliuolo, non solo dovesse rinunziare al
vagheggiato maritaggio, ma il povero ortolano ne avesse tal
dispiacere, che, natagli l'occasione di cambiar paese andando a
servire altro padrone in altra e lontana localit, egli abbandonasse
il villaggio, deciso a non tornarvi pi.

Questi furono i primi due dolori che piombarono addosso alla famiglia
di Anna (questo era il nome della nipote dello speziale), sulla qual
povera famiglia doveva ad un tratto abbattersi la sventura.

Il fratello di Anna dovette andar soldato bench unico de' maschi,
giacch suo padre a quel tempo non aveva ancora l'et richiesta dalla
legge per salvarnelo. Fu un dolore inesprimibile per la povera
famiglia, e come potete pensare, tanto pi per la madre, che lo amava
supremamente: tal dolore che la poveretta si ammal e mai pi non si
riebbe. Il padre rimasto solo a lavorare ci consum le poche forze che
ancora gli rimanevano, e a non lungo andar di tempo, fu ridotto
cagionevole di salute ancor egli. Alla povera Anna toccava la custodia
e la cura di due infermicci e il bastar essa sola, giovanetta, a tutte
le bisogne famigliari.

E non era tuttavia colma la misura. Il figliuolo era stato incorporato
nell'artiglieria a cavallo (di cui erano allora solo due compagnie):
faticoso servizio cui egli, partito con troppo doloroso distacco da'
suoi, faceva a malincuore e quindi trovava gravosissimo oltre ogni
dire. In realt faceva un indolente e poco zelante soldato, e le
punizioni gli fioccavano addosso a rendergli sempre pi uggiosa la
vita militare, gi s poco aggradevole a chi non sia nato fatto per
essa. Un giorno gli tocc di fare una tappa forzata di pi e delle
miglia parecchie oltre la marcia ordinaria: appunto perch soldato
meno diligente e quindi in mala vista ai superiori, eragli toccato un
cavallo bizzarro cui era una fatica maggiore tenere in freno. Verso la
fine della giornata il giovane si sentiva stanco da non poterne pi;
il cavallo secondo il suo solito adombra: egli irritato gli caccia
senza piet gli speroni nei fianchi, e la bestia impennatasi fa cos
bene che manda il suo cavaliere stramazzoni sul suolo. L'infelice
batte col petto sopra un sasso e quando lo rialzano vomita a piene
boccate il sangue, e, trasportato allo spedale, ci sta ammalato sei
mesi e n'esce tisico senza pi redenzione. Ottiene il congedo di
riforma e torna a casa incapace al lavoro, altro malato alle cure
sollecite di Anna. Stent ancora poco meno d'un anno e mor. La madre
gli tenne dietro poco tempo dopo. Padre e figliuola, consumato tutto
quel poco che avevano, rimasero nella pi profonda miseria.

Il padre non tard di molto ad esser liberato ancor egli dalla morte;
e il solo parente che rimanesse ad Anna, lasciata senza mezzi di
sussistenza, era lo speziale Agapito. Sollecitato dal giudice di
mandamento a venire, si rec lo speziale al paese, e siccome era
restato appunto senza serva, si decise facilmente alla generosit di
pigliar seco quella poveretta che lo avrebbe servito con tutta umilt,
e che egli non avrebbe pagato che con rimbrotti e rinfacciamenti. Si
vant di questo bel tratto come d'un eroismo degno degli uomini di
Plutarco, ed ogni giorno che Dio mandava lo gettava in muso alla
infelice con una crudelt degna delle mazzate. Avrebbe sorpreso
profondamente e indignato ancor pi il brav'uomo, chi si fosse osato
dirgli che il suo non era il miglior atto di carit che si possa
vedere nel mondo.

Agapito adunque salito su nel suo quartiere quella tal mattina, da cui
prende le mosse la nostra storia, si mise a gridare con voce gi piena
di maltalento:

--Marmotta? Dove sei, marmotta?

Questa era l'appellativo pi gentile con cui egli fosse solito
chiamare la povera nipote.

La ragazza era in cucina a preparare il pranzo, ed accorse lesta,
tutta rossa in viso dal fuoco dei fornelli. Certo che non aveva in s
nulla di bello n di distinto: era una villanella qualunque, non della
letteratura arcadica n dell'arte pastorale dei quadri al di sopra
delle porte, secondo lo stile di Watteau, ma della realt che si trova
nelle nostre montagne: una ragazza tozza, forte, che aveva per
un'aria di molta bont e d'infinita rassegnazione. Vestiva una misera
ciopperella di povera stoffa, logora e mal fatta, la quale non aveva
che un pregio: la pulitezza. Stette innanzi allo zio, impacciata e
timorosa, come chi s'aspetta ad ogni occasione i rimbrotti e le male
parole.

--Qui c' puzza di bruciaticcio: incominci Agapito in tono burbero e
minaccioso; me ne hai fatta qualcheduna in cucina, scimunita che sei.
Gi, secondo il tuo solito, ch altro che malestri non mi sai fare.
Possibile che non ne indovini una, brutto mascherone!... Mi mangia il
pane a tradimento questa sciagurata.

Anna chin il capo e non disse una parola. Ma stata l un poco senza
muoversi e senza fiatare, Agapito la riscosse con uno spintone.

--Ebbene, marmottaccia, ch stai l piantata come un cavolo? Non t'ho
mica chiamata per bearmi nella contemplazione del tuo grifo.

La ragazza, colle lagrime in pelle in pelle, si fe' forza e domand
colla voce pi ferma che pot:

--Che cosa mi comanda, signor zio?

--Uh! La s' sveglia finalmente!... Portami il mio soprabito di panno
verdescuro, e dagli una buona spazzolata, e va in cucina a moderare un
po' il fuoco del fornello, ch tu mi consumi giorno per giorno pi di
carbone di quel che tu vali... E fa presto, ch'io non voglio
indugiarmi qui a tua cagione.

La nipote corse lesta ad obbedire. Messer Agapito si fece innanzi a
uno specchietto che pendeva all'intelaiatura de' cristalli della
finestra ad aggiustarvisi con miglior garbo la pezzuola da collo.

--E cos? grid egli dopo un momento. Anna, marmottona, vieni o non
vieni? Mi vuoi proprio far perdere la pazienza?

Anna entr correndo tutta affannata con in una mano l'abito penzoloni
e nell'altra la spazzola.

--Finalmente!

Agapito vest l'abito che la nipote l'aiut ad infilar nelle maniche,
cambi il suo solito berretto in un cappello a staio, e borbottando e
rampognando dietro la nipote, usc di casa per l'uscio che metteva sul
pianerottolo della scala comune.

Non discese verso la strada, ma si avvi invece verso i piani
superiori, e non cess di salire finch non si trov al sommo affatto
delle scale: nel corridoio delle soffitte. And all'uscio per cui si
entrava nel gabbione del pittore e picchi discretamente alla porta
colla nocca delle dita.

--Chi va l? chiese dall'interno la voce della Rosina.

--Amici: rispose coll'accento il pi grazioso che seppe fare il signor
Agapito, atteggiando in pari tempo le labbra ad un lezioso sorriso.

--Entri; disse la donna: la porta  socchiusa e non ha che da
spingerla.

Agapito la sospinse pianamente e sgusci dentro con un certo mistero,
aitandosi della persona non senza pretesa al garbo ed alla leggiadria.

La moglie di Antonio era seduta al suo tavolino di lavoro, e come si
fa per coloro che sono di casa, non si mosse punto e salut
famigliarmente colla voce e col capo soltanto.

--Che buon vento me la porta qui di nuovo, messer Agapito?

Lo speziale diede maggior intensit alla leggiadria del suo sorriso e
del suo portamento.

--Un vento, rispos'egli lanciando delle occhiate lampeggianti, che 
buono sopratutto per me, e che vorrei mi fosse anche un buon evento.

Intanto s'era accostato alla donna, e le aveva preso una mano. Gliela
strinse pi forte che non facesse di solito, la tenne un po' fra le
sue, poi mand un sospiro, e recandosi la mano di lei alle labbra vi
pose su un grosso e prolungato bacio.

Rosina, alquanto stupita, lev il suo sguardo in volto allo speziale,
e gli avrebbe forse domandato spiegazione della novit, quando la
vista della _toilette_ che il suo visitatore avea fatta le dest altro
stupore e le fece mandare altra esclamazione.

--Oh, oh, cospetto! diss'ella. La si  messo in fronzoli. Che cosa
vuol dire codesto?

--Vuol dire, vuol dire, rispose Agapito che si grattava la punta del
naso come per farne uscire le parole: vuol dire che avendo un momento
di libert... ed avendo inoltre da parlarle, signora Rosina... cara
signora Rosina... mi sono procurato il piacere, il grande, il massimo
piacere di venirle a fare una visita.

Rosina aveva tolto da quelle di Agapito la sua mano, ed aveva ripreso
tranquillamente il suo agucchiare.

--Che? disse, la vorrebbe farmi credere che ha fatto quello sfarzo
d'acconciatura per venir da me?...

--E perch no? Gli  le persone che pi si stimano, che pi si amano,
per cui...

--Ma s'accomodi.

--Grazie.

Prese la seggiola in migliore stato e venne a sedere vicino vicino
alla donna.

I fanciulli secondo il solito erano venuti ad aggrupparsi innanzi al
nuovo venuto e lo miravano a bocca larga. Lo speziale trasse di tasca
un involto di carta, lo spieg, ci prese dentro tre pezzetti di
regolizia, e ne diede uno a ciascuno dei ragazzi.

--Prendete, carini.

Ripose l'involto in tasca, e soggiunse parlando alla Rosina:

--Questi bambini le par egli che facciano abbastanza di moto, sempre
rinchiusi come sono qui dentro?

--Abbastanza di moto! Santa la Madonna! che sono tutto il giorno per
aria da non poterli far quietare un solo momento.

--S; ma gli  pur sempre uno spazio chiuso, uno spazio ristretto...
Io, se fossi in lei, li vorrei lasciare andare di quando in quando a
ruzzare nel corridoio...

--Eh, ci fa freddo da gelare...

--Uhm! Non fo per dire, ma nemmeno qui non c' un ambiente da stufa.

--Imbarazzerebbero i vicini, che sono la gente pi intollerante e
scontenta che si possa immaginare... E poi andrebbero per le scale con
rischio ancora di precipitare per esse e rompersi l'osso del collo...
No, no, i miei bimbi li voglio avere presso di me, sotto i miei occhi
sempre.

Agapito si mise di nuovo a grattarsi la punta del naso.

--Eh! gli  bene un impiccio, alla fine, lo aver sempre appiccati alla
gonnella dei marmocchi...

--Per me non  niente affatto un impiccio.

--Ma per gli altri... per chi ad esempio avesse a parlarle di cose
interessanti, in segreto... come io in questo momento...

La curiosit di Rosina solleticata a queste parole, domin di botto
ogni altro pensiero. Lasci essa l'agucchiare, e voltasi di pieno
verso lo speziale, interruppe vivacemente:

--Ah, s? Ella mi ha da dir qualche cosa? Lo volevo dire che lei mi
aveva un'aria tutta strana... Parli, parli pure... Questi ragazzi non
capiscono ancora...

--Ma pure... la loro presenza... le assicuro che mi impacciano.

Rosina mand i bambini dall'altra parte del paravento.

--Parli, parli: eccomi tutt'orecchie ad ascoltarla.

Agapito chiam in aiuto tutta la sua rettorica, e cominci il
discorso.

Che volete? Come gi vi sarete accorti, cari lettori, i pigli vivaci,
le ciarle volgari e spigliate, gli occhi furbeschi della Rosina
avevano ferito il cuore del gi maturo Agapito, celibe, avaruccio ed
egoista: e di quel giorno in quell'occasione s'era coraggiosamente
risoluto ad aprir l'animo suo alla donna.

Cominci adunque con dire quanta stima, quanto interesse avessero
destato in lui i fatti e i meriti della signora Rosina; ch'egli aveva
scoperto come in poco prospere condizioni si trovassero i coniugi
Vanardi, ed egli ne sentiva gran pena; era disposto a venire in loro
aiuto in tutte le maniere che fossero in poter suo; il pittore
avevagli domandato un prezzo esorbitante dell'opera sua, ed egli per
carit, per l'interesse che sentiva verso di loro, per la generosit
dell'animo, era disposto a pagare assai pi di quello che quelle due
tavole valessero; ch anzi, egli era disposto a fare altro ancora e
meglio per loro; egli gi non poteva di molto, ma pure, per la signora
Rosina non si sarebbe rimasto a questa sola elargizione, avrebbe
fatto, avrebbe detto, purch... purch...

Tutto era andato alla pi liscia sino allora. Rosina interrompeva ad
ogni momento il parlatore per ringraziarlo diffusamente, per
magnificarlo con mille lodi; gli aveva pigliato la mano e gliela
stringeva con riconoscenza; lo proclamava il primo speziale del mondo
e il pi caritatevole uomo fra quanti mai abbiano portato il naso
sulla terra. Ma quando messer Agapito si fu rintoppato in quel purch,
tutto cambi aspetto.

Che si disse egli mai? Che avvenne? Profondo mistero della storia! Ma
si sarebbe potuto udire la voce dello speziale abbassarsi ad un tono
pi che confidenziale, e quella invece della Rosina elevarsi a seconda
tant'alto da giungere poi distinta sino nel corridoio delle soffitte,
sin sul pianerottolo della scala: e i bambini spaventati al collerico
gridare della madre strillare acutamente ancor essi. Poscia ad un
tratto si vide l'uscio spalancarsi violentemente e messer Agapito
venirne fuori mogio mogio, incalzato dalla Rosina furibonda, e con una
solenne graffiatura a quella punta del suo naso che l'amoroso speziale
soleva grattare ed accarezzare con tanta compiacenza.

--E per chi mi piglia? gridava a testa la Rosina infiammata: ed io son
quella da regalarle la lezione che si merita... Ed  codesta la sua
carit, bell'arnese da spezieria?... E non mi torni pi per i piedi,
ch mio marito  capace di romperle sulle spalle un bel legnetto
verde, ed in mancanza di lui io stessa...

--Zitto, zitto per amor del cielo: susurrava Agapito, tentando farsi
piccino piccino e rinsaccando il capo fra le spalle: si calmi, non
facciamo scandali, non facciamo scene...

--Ne voglio far io: gridava pi forte la moglie del pittore. E non so
chi mi tenga dal chiamar tutti i casigliani fuori, e contar loro le
sue belle prodezze.

Qualche uscio nel corridoio incominciava a socchiudersi: qualche
cuffia di comare cominciava a lasciarsi scorgere dalle aperture;
Agapito avvert dietro ogni porta un orecchio ascoltatore; non attese
di pi, e rimpiccinito e lesto prese di volo le scale, lasciando
vincitrice sul campo di battaglia la Rosina fieramente impostata sulla
soglia del domicilio coniugale.

Anna si mise a tremare solamente all'udire il colpo violento che lo
zio aveva fatto battere all'uscio nel richiuderlo dietro di s quando
era entrato in casa. S'affrett a porre in tavola, e corse alla stanza
dello speziale, dove egli s'era rifugiato.

Agapito stava innanzi a quello specchietto che pendeva
dall'intelaiatura dei cristalli alla finestra, e si faceva bagnli di
una sua acqua di farmacia alla graffiatura del naso.

--Signor zio,  in tavola, disse la nipote, entrando sollecita.

Ed egli volgendosele tutto invelenito:

--Chi ti ha dato licenza d'entrarmi in camera di questa fatta? Sarai
tu sempre la scioccona e la villanaccia che per mia disgrazia ho
stanato dal nostro paese? Buona da nulla, va! A quest'ora una
bertuccia sarebbe gi meglio incivilita di quello tu non sia. Levami
dagli occhi il tuo brutto muso.

La poverina s'affrettava ad andarsene: ma appena era essa fuori
dell'uscio che lo zio la richiamava. Anna, oppressa dalla pena e dalla
vergogna, non udiva alla prima; Agapito, tenendosi con una mano il
pannolino inzuppato sul naso, le correva dietro:

--Marmottona, sei sorda o non vuoi udire? Avresti l'impertinenza di
mettere il broncio? Che s ch'io ti vo' levare il ruzzo dal capo, se
te ne viene... Oh vedete la signorina che fa la suscettiva!... pitocca
che tu sei!... Non so perch non ti mando su due piedi a mangiar
polenta e patate nel tuo nido di montagna.

E la infelice, se l'avesse osato, avrebbe pregato lo zio, come d'una
grazia, di porre in atto questa minaccia e lasciarla tornare alla
miseria, ma insieme alla pace, del suo villaggio natio.

--Ma io sono troppo buono, continuava messer Agapito, e sciupo i miei
benefizi con una ingrata. Bada a non istancarmi poi del tutto!... D
in tavola pei garzoni... Io non andr a pranzo con loro, ma mi
servirai qui... Se ti chiedono il perch, e che cosa ho, e simili
domande, non risponder nulla... Va, e non farmi qualche scempiaggine
delle tue solite.

Non occorre ch'io vi dica se Agapito trov il pranzo tutto cattivo,
tutto pessimo, e se copr di villanie e di rimbrotti la povera
ragazza, rimproverandola ad ogni momento persino il poco pane che ella
mangiava. Comech gi avvezza a s mali trattamenti, l'infelice ad
ogni volta ne provava pi e pi sempre onta e dolore.

Oh! in cuor suo ella non era lungi dal maledire quella s fiorita
carit di cui ad ogni pi sospinto si vantava cotanto il signor zio.




VIII.


Vanardi intanto chiotto chiotto avea preso la strada verso
l'abitazione del suo amico Giovanni Selva. Ma di necessit gli toccava
passare innanzi ai principali suoi creditori.

Il venditore di legna era l che spaccava a stecche sopra un gran
ceppo certe legnette rotonde. Antonio sper poter passare di fretta
innanzi alla bottega, camminando dall'altra parte della strada, senza
che l'inesorabile creditore lo vedesse: ma ecco che questi alzava il
capo appunto in quella e lasciava cader lo sguardo sul povero pittore.

--Oh, oh! signor Vanardi, cominci egli, che pressa  la sua? Non 
gi per venir da me ch'ella corre cotanto?

--No, rispose Antonio, sentendosi spuntare alle radici de' capelli
goccie di sudore per la vergogna. Ho qualche faccenda che mi preme.

--Va bene, va bene. Sa che c' di nuovo? che mi sono stancato
d'aspettare, che sono stato dal giudice e che lei si ricever quanto
prima la sua brava citazione...

Vanardi travers la strada e venne sollecito verso il carbonaio.

--Oh, voi non farete una cosa simile, mio caro signor Gregorio. Siete
padre anche voi, ed avrete un po' pi di sofferenza per un povero
padre di famiglia.

--Eh appunto perch sono padre ancor io debbo pensare ai miei
interessi. Ve l'ho detto tante volte! Ora non c' pi novelle che
valgano; la mia istanza al giudice  gi bella e data...

Antonio curv il capo e s'allontan senza aggiunger parola, ma con in
cuore una delle maggiori pene che avesse provato ancor mai.

Alla cantonata vide con spavento il pizzicagnolo fuor della sua
bottega, a discorrerla col panattiere.

--Signor Vanardi, quand' che mi paga? cominci il primo de' due,
appena fu a tiro.

--E me? soggiunse il secondo.

--Abbiano pazienza ancora un poco: rispose il povero diavolo. Spero
che...

--Ne ho avuto anche troppo di pazienza: esclam l'uno.

--Ed ancor io, ma non voglio pi averne: disse l'altro.

--L'avverto che di quest'oggi stesso mi provveder in giustizia.

--Ed io pure.

Vanardi fece come avea fatto col carbonaio: non disse pi verbo e tir
dritto.

--Facciano, diceva a s stesso con rabbia e dolore. Animo, addosso
tutti: coraggio, mi ammazzino, mi squartino addirittura. Ci far loro
piacere, pu darsi: ma farli avere il fatto loro?... Sfido io!... Di
quest'oggi il mio padrino ricever la mia lettera. Che effetto avr
essa?... Quella  l'ultima mia speranza. Se la mi fallisce non mi
rester pi nessun mezzo... E che cosa dovr fare? Ammazzarmi?

Si ricord del fatto di cui gli aveva parlato lo speziale, narrato nel
foglio ch'egli teneva in tasca.

--Quella  un'idea... Ah! se con ci potessi dar pane ai miei poveri
bimbi!

Giunse a casa il suo amico, con la faccia cos turbata, che Selva gli
disse tosto spaventato:

--Antonio! Mio Dio! Che c'? Che cosa t' capitato?

Giovanni Selva non era neanch'egli in troppo buone fortune. Aveva
moglie ancor esso e famiglia, e non ricavava troppo larghi guadagni
dal lavoro letterario della sua penna.

Antonio s'era proposto di non dir nulla delle sue sciagure finanziarie
all'amico, appunto perch sapeva che questi si sarebbe tosto risoluto
ad ogni possibile sacrifizio per soccorrerlo, ma in quel momento la
pena dell'infelice era troppo forte perch egli la potesse nascondere,
e le impressioni soverchiamente dolorose richiedevano uno sfogo. Si
lasci andare sovr'una seggiola come uomo disperato per l'affatto e
cont tutto.

Giovanni l'ud in silenzio, tenendo stretta fra le sue una mano
dell'amico. Quando questi ebbe finito, lo trasse a s, lo serr al
petto e lo abbracci come un fratello. Poscia, senz'altre parole, lo
condusse seco ad uno stipetto; apr questo stipo, ne tir fuori un
cassettino e mostr in esso ad Antonio il tesoro di sei napoleoni
d'oro.

--Eccoti il mio peculio, diss'egli. In altra occasione ti direi:
piglialo, gli  tuo; ma siccome a questo tempo ho ancor io qualche
spesetta, non posso che dirti: dividiamo per met.

Antonio non voleva: ci si rifiut lunga pezza; ma Selva gli pose a
forza i tre napoleoni nelle mani, ricordandogli ch'egli era padre e
che codesto era per i bambini.

--Con ci, soggiunse, potrai acchetare i pi accaniti de' tuoi
creditori ad aspettare gli eventi. Durante i quindici giorni che ti ha
accordato il proprietario, o il tuo padrino si commuove e ti soccorre,
o noi avremo trovato qualche altro modo di sopperire all'occorrenza.
L'arte, devi oramai esserne persuaso, mio caro Antonio, ti d giusto
tanto pane quanto ne danno ai poeti le rime.

--Ti capisco! esclam Vanardi con accento quasi di dolore. Tu vorresti
ch'io l'abbandonassi quest'arte ingrata, maledetta e carissima...
Avresti tu il coraggio di consigliarmi a fare il droghiere?

--E perch no? Noi viviamo in un secolo di prosa e d'interessi, in cui
 solo il lavoro materialmente utile che procura guadagni. Il
commercio del droghiere soddisfa a parecchi bisogni della societ
civile...

--Mah! disse Antonio grattandosi dietro l'orecchio. Queste buone
ragioni ho paura che mi convincerebbero, se mio zio cedesse alle mie
preghiere; ma  pi facile che, stante la sua professione, mio padrino
faccia orecchie da mercante, e allora sar inutile che la tua
eloquenza mi abbia convertito al positivismo della vita.

--Niente affatto. Se tuo zio non ti riapre le sue braccia e il suo
fondaco, ho in mente un partito per te, che gi da pi tempo rumino
meco stesso, e che se tu hai senno, non vorrai rifiutare.

--Che cosa? che cosa? chiese sollecito Antonio. Oramai son ridotto a
tale che, per salvarmi dalle strette della miseria, non c' patto,
purch onesto, a cui oserei dire di no.

--Buono! Vuol dire che t'acconcerai a far da computista, da scrivano
presso un banchiere.

Vanardi fece una smorfia.

--Star chiuso tutto il giorno nell'aria mefitica d'un uffizio!...
Allineare delle colonne di cifre per farle camminare in massa serrata
al risultamento d'una moltiplicazione... Oh, arte mia!... E ci dopo
tanti sogni, tante speranze, dopo tanti studi!... Ah! l' dura... E tu
avresti mezzo di ottenermi un simile impiego?

--Forse s. Qui sotto, al secondo piano, abita un uomo, a cui non so
qual altro potrebbe andare innanzi in punto ad onest, buon cuore, e
tutte le meglio qualit dell'animo. Egli  oro schietto per ogni
riguardo. Siamo amici quanto lo pu permettere la differenza d'et che
passa tra noi (ch'egli  gi oltre i sessant'anni), e la profonda e
riverente osservanza ch'io nutro per esso. La giovane di lui
figliuola, sposa da pochi anni,  in istretta relazione con mia
moglie: e due o tre sere per settimana, noi si va gi a far la
vegliata in famiglia in casa Biale.

--Biale? esclam Antonio. Oh bella! Questa figliuola di cui parli ha
essa per madrina una vecchia marchesa?

--Giusto! La marchesa di Campidoro.

--Ed ha sposato un tale che  segretario d'un banchiere....

--Bravo! Pannini, segretario di Bancone.... Tu dunque la conosci
questa famiglia?

--Io no. Ne ho sentito parlare son pochi minuti nella spezieria di
messer Agapito, da una cameriera della marchesa.

--Spero che del signor Biale la ne avr parlato bene, disse
vivacemente Giovanni Selva.

--Non ha avuto occasione che di nominarlo; ma disse le pi lusinghiere
parole della signora Pannini.

--E se le merita davvero! Una cara personcina, tutto leggiadria ed
affetto. E come ama suo padre e suo marito!... Il signor Biale, a cui
 unica figliuola, come puoi capire, l'adora. Egli  appunto per mezzo
loro che spero farti ottenere un posticino negli uffizi del signor
Bancone. Pannini  assai nelle buone grazie di costui; e inoltre--ci
che vale anche pi-- amicissimo del primo commesso, il quale tanto
nella banca come nella casa di quel re da denari fa tutto ci che
vuole. Dir al suocero ed alla moglie di Pannini che lo inducano a
parlar per te. Non gliene parlo io stesso, perch io e lui non ce la
diciamo di troppo. Egli avvezzo alle grandigie ed agli sbarbagli della
ricchezza guarda con occhio un po' troppo altezzoso le mediocri
fortune d'un povero letterato come son io, e quanto ad orgoglio io non
ist al di sotto di nessuno: dunque ci trattiamo freddamente, e
ciascuno va per la sua strada. Ma quel giovane ama di molto sua
moglie, e s'ella glielo dice far tutto quello che pu in favor tuo.
Di questa sera io parler al signor Biale e mia moglie parler a
madama Pannini, e domani stesso spero di andarti a portare a casa tua
qualche non iscoraggiante risposta.

--Mio caro Giovanni: esclam Antonio, gettando le braccia al collo
dell'amico; non ti ringrazio nemmeno; perch non lo potrei a dovere;
ma la salvezza della mia famiglia che dovr a te...

--Basta! Tu costeggi il pericolo d'imbrogliarti in una bella frase.

--Tranquillati, lascio l di botto: ed anzi t'esprimer un dubbio....
Ah! la disgrazia fa diventar scettico.

--Parla pure.

--Come mai codestoro vorranno darsi briga per uno che non hanno mai
sentito nominare? A questo mondo non si fa del bene che a coloro i
quali ce ne possono rendere....

--Si vede che tu non conosci quell'eccellente famiglia. Hai tu venti
minuti di tempo da passare meco ancora?

Vanardi mando un sospiro.

--Ah! pur troppo ho tutto il mio tempo libero, come quello d'uomo che
vive delle sue rendite.

--Ebbene, siedi l che ti conter in breve la storia di questa brava
gente: quando la saprai, avrai finito di dubitare.




IX.


--Il signor Biale, cos cominci Selva, come gi ti dissi,  un uomo
che ora conta oltre a sessant'anni. Lo conosci tu di persona?

--No: rispose Antonio, non so d'averlo visto mai.

-- ancora un bell'uomo, alto di persona, a fronte calva, a faccia
severa, quantunque tutto bont, a sguardo benevolo ed occhi
intelligenti. Fu militare, ed ha conservato qualche cosa della
rigidit del portamento e della bruschezza di maniere del soldato. Ha
la fibra di quel vero acciaio che piega, se occorre, ma fino ad un
certo punto soltanto, e piuttosto s'infrange che andar sotto al
livello della dignit e dell'onest del carattere, che perdura
inalterabile, ed all'influsso corrosivo delle male parti della
societ, delle passioni e della sciagura non si guasta n s'infiacca.
La natura gli ha regalato un'onest a tutta prova, la disciplina
militare, a cui fu soggetto ne' suoi giovani anni, gli ha aggiunto un
non so che di puritanismo autoritativo che lo fa abborrire da ogni
discussione, guardare con occhio acuto e sicuro dove stia il dovere, e
vistolo, camminare a passo franco verso di esso, quali che sieno gli
ostacoli che trammezzino.

Il dovere  per lui la formola suprema, la regola inflessibile a cui
misurare tutte le sue azioni. Esso lo fa inchinare venerando innanzi a
Dio; esso lo rende caritatevole e pronto al sacrifizio verso il
prossimo; esso lo fa amoroso e previdente padre di famiglia, ed
insieme egregio cittadino, pronto a dare le sostanze e la vita per la
patria. Per effetto della sublime bont del suo animo, dovere ed amore
si confondono per lui in una medesima cosa. Egli, quello che dice, ama
di farlo. Sotto alla rigidit delle sue maniere ed alla soldatesca
asciuttezza de' suoi contegni e' nasconde tesori d'amore da
disgradarne l'anima della donna pi pietosa e meglio fornita di
affetti. Questa profonda e contenuta bont si manifesta raro nel
laconismo delle sue parole, ma prova eloquentemente nelle opere,
avvolte pur sempre in quel caro e prezioso appannamento, lasciami dir
cos, della semplicit e della modestia.

Suo padre era un uomo duro, a cui per contro la piet parlava poco al
cuore, troppo invece l'interesse. D'un'onest ancor egli a tutte
prove, non avrebbe fatto torto d'un centesimo ad uomo al mondo, ma non
avrebbe dato nemmeno un soldo, nemmanco un suo incomodo di mezzo
minuto per fare un'ombra di bene ad un suo simile, cui non avesse
ragione da amare, o temere, o sperarne ricambio; non si sarebbe
peritato neppure un istante a rovinare chicchessiasi, un uomo ed anche
un'intiera famiglia, per soddisfare le due passioni che pi
violentemente possedevano la sua anima fiera: l'amor del guadagno e
quello della vendetta.

Di quest'ultima sua feroce passione ben ebbe a sentirne gli effetti
la famiglia del povero Pannini...

--Pannini, interruppe Antonio, quello stesso che ora ha sposato la
figliuola del signor Biale?

--Lui no; il marito della signora Lisa a quel tempo era ancora in
_mente dei_; e suo padre medesimo non era che un fanciullo; un
fanciullo era eziandio, di pochi anni anzi minore, il signor Carlo, il
padre della Lisa medesima; ma gli  appunto di quella famiglia che si
tratta e dell'avo del vivente signor Pannini. Fra costui e il padre
del signor Carlo esisteva da tempo una ruggine che sempre era venuta
crescendo. Biale era segretario ed amministratore delle fortune
copiosissime della nobile famiglia di Campidoro. Pannini ne era il
maggiordomo. Tutte due erano da tempo legati a quella casa e ne
curavano od ostentavano di curarne gli interessi, e tuttedue avevano
delle benemerenze verso i padroni che davano loro un influsso che
altri non avrebbe avuto nelle loro condizioni. Pannini, quando la
famiglia, per gli sconvolgimenti politici dell'invasione straniera e
del dominio francese in Piemonte, aveva emigrato di paese, aveva
voluto associare la sua alla sorte de' suoi padroni, li aveva seguiti,
e poich essi erano ridotti a povere fortune dal sequestro e dalla
vendita dei loro beni patrimoniali, esso li aveva generosamente
mantenuti, senza che loro quasi se ne avessero ad accorgere, col
frutto dei risparmi che egli aveva potuto fare in addietro ed aveva
seco portati in esilio. Ma Biale non aveva dimostrata minor devozione
per quella stirpe: quando i beni della medesima erano stati posti in
vendita, egli aveva fatto cos bene, che direttamente per s, e
mediatamente per alcuni suoi fidatissimi, erasi reso acquisitore di
tutto quanto, giungendo persino a salvare la parte pi preziosa e che
avessero pi cara dei loro mobili e delle loro domestiche memorie.
Quando poi i Campidoro erano ritornati col loro re, egli modestamente
era andato a riporli in possesso d'ogni parte di quel patrimonio che
possedevano prima della tempesta della rivoluzione. Son codesti
servizi di tali che non si dimenticano pi, e Pannini e Biale furono
pei Campidoro qualche cosa di meglio che un ragioniere ed un
maggiordomo, quasi due membri della famiglia; la quale, a quel tempo,
era ridotta a due uomini, il padre vecchio cadente oramai e un solo
figliuolo non pi giovane, marito dell'attuale vecchia marchesa, che
sar l'ultima a portare quel nome illustre, non avendo il Cielo
benedetto di figli il suo matrimonio.

In quella situazione in cui si trovavano era troppo facile che
nascesse rivalit fra il signor ragioniere ed il signor maggiordomo, e
che perci, a scavalcarsi a vicenda, l'uno tendesse a danneggiar
l'altro nello spirito dei padroni; e cos avvenne di fatto. Pare anzi
che il primo a cominciare siffatta guerra sia stato Pannini; e Biale,
accortosene, ebbe la maggior rabbia che possa tormentare anima d'uomo
e giur di fargliela pagare.

La brutta lotta dur assai tempo con varia vicenda. Il marchese padre
pareva propendere pel maggiordomo, il figliuolo e specialmente la
moglie sembravano invece pi inchinevoli al ragioniere. Pannini aveva
un torto che pare essere un difetto inerente all'organismo di quella
famiglia, poich fu quello che men poi a rovina suo figlio, in quel
tempo appena adolescente, e che io stesso ho gi avuto occasione di
notare nel suo nipote Gustavo: un amore straordinario dello sfarzo di
comparire in pubblico colle mostre della ricchezza e dell'eleganza e
un'alterigia sciocca verso chi presumeva da meno di lui per la fortuna
e pel grado sociale; onde avveniva che tra i famigli egli avesse poco
o punto simpatia, e tutti invece fossero pi disposti a favorire il
segretario, il quale in realt superiore di grado al maggiordomo era
in fatti meno di lui altezzoso e superbo, e di cui la vita modesta non
offuscava gli sguardi a nessuno, non chiamava in alcun modo l'invidia
e le maligne supposizioni della gente.

Avvenne frattanto che il vecchio marchese ammalasse e di quella
malattia che esser doveva l'ultima; il maggiordomo fu pieno di cure
per esso; il suo ufficio era pi adatto a concedergli di star presso
il malato, e questi era cos contento de' suoi servigi che quasi non
voleva intorno altri pi che il maggiordomo. Fece il marchese il suo
testamento e questo mostr gli effetti di quel suo stato presente
dell'animo, poich mentre Biale vi era appena nominato e col legato
d'un ricordo da nulla, vi si contenevano invece per Pannini alcune
espressioni le pi lusinghiere di riconoscenza per quanto aveva egli
fatto in beneficio dei Campidoro, e il lascito d'un vistoso legato.

Quando, morto il marchese, Biale ebbe conosciuto il tenore di quel
testamento, egli prov una rabbia come forse non aveva ancora provato
mai. Amante come ti ho detto esser egli del guadagno, aspramente gli
cuoceva la meschinit del regalo a lui lasciato, appetto alla
vistosit di quello destinato al suo rivale; gli cuoceva del pari e
fors'anco pi la sconoscenza che aveva fatto passar sotto silenzio i
servizi da lui resi ai Campidoro per magnificar quelli di quel rivale
medesimo cotanto favorito. Gli parve una vera ruberia che s'era fatta
a suo danno: ruberia di denaro e ruberia di considerazione; e il
colpevole di questo misfatto era Pannini, il quale se ne vantaggiava e
trionfava. L'odio suo contro di costui, il qual odio non aveva pur
bisogno di crescere per diventare enorme, tuttavia s'infier vieppi.
Pannini, da parte sua, ebbe la stoltezza e l'audacia di quasi menar
vampo di questo suo successo; e i suoi contegni verso Biale presero un
non so che di sprezzante, che erano pel padre di Carlo una continua e
reiterata e sempre pi pungente provocazione.

Biale si racchiuse in un cupo silenzio, parve cedere innanzi al
rivale, ma si raccoglieva invece per trovar modo di perdere affatto
l'odiato suo nemico.

Ti ho detto che il modo di vivere di Pannini era tale da destare
anche le maligne supposizioni della gente, e le aveva destate difatti.
I famigli susurravan piano, e le comari del quartiere ripetevano forte
che a pagare tutto il lusso del signor maggiordomo non bastavano le
paghe onestamente da esso guadagnate, ma concorrevano alcune
particelle dei redditi della casa di Campidoro, abilmente da esso
stornate ne' suoi conti. Il male e le colpe dei nostri nemici si
credono molto agevolmente e con molto diletto; Biale credeva codesto
di Pannini, e determin provarlo ai padroni e vi si accinse con tutta
la pertinacia e la sagacit dell'odio.

Non saprei dirti come ci sia riuscito; il fatto  ch'egli raccolse
certi documenti e li present al marchese ed alla marchesa, i quali ne
furono convinti che il loro maggiordomo rubava a man salva. Il modo
con cui Pannini aveva ottenuto dal vecchio padrone moribondo que'
vantaggi e quelle note di encomio nel testamento non era piaciuto
nemmeno all'allora vivente marchese ed a sua moglie, i contegni del
maggiordomo di poi avevano sempre pi indisposto l'animo loro verso di
esso: onde, alle rivelazioni avute da Biale, senza voler scendere a
spiegazioni di sorta, senza il menomo rimprovero n altro, il marchese
e la marchesa, pagato Pannini di quanto per ogni ragione gli
spettasse, gli fecero significare che aveva da considerarsi aver
cessato di essere loro maggiordomo.

A Pannini fu come una tegola che gli fosse cascata sul capo
passeggiando. Cap che la sua disgrazia la doveva a Biale, e se glie
ne accrescesse odio  facile pensarlo: fosse l'accoramento per questa
sua sventura o la rabbia di non potersi vendicare, il fatto  che non
and molto tempo ch'egli si mor lasciando suo figlio in povere
fortune e nell'animo di lui l'odio verso il Biale, maggiore ancora di
quello ch'egli non avesse.

Questo suo figlio, che  poi il padre del marito della signora Lisa,
aveva ancor egli, come e pi che il padre, un grande amore per lo
sfarzo e per lo spendere, e trovavasi disgraziatamente al verde.
Venduto quel poco che gli era rimasto dell'eredit paterna, egli era
andato ad arruolarsi in un reggimento dell'esercito, e in questa
carriera militare, che egli abbracciava quasi per disperazione, doveva
trovarsi a fronte il figliuolo del nemico di suo padre, il quasi a lui
coetaneo Carlo Biale.

Questi aveva scelto tale carriera parte per inclinazione, parte
eziandio per torsi da casa, dove l'umore diventato acre, intollerante
ed ingiustissimo di suo padre, gli rendeva quasi insopportabile il
soggiorno. Dopo la cacciata del Pannini e ancora pi dopo la morte di
lui, Biale mentre di fisico pareva invecchiato di dieci anni, di
morale era divenuto il pi cupo, il pi irritabile, il pi scontroso
degli uomini. Si sarebbe detto che una pena interna lo rodeva
continuamente, e ch'egli non potendo n scacciarla n sfogarsene
altrimenti, si travagliava maledettamente in una continua rabbia
contro s stesso e contro altrui; rabbia che tutta incessantemente
andava a cadere sul capo del povero Carlo.

Non ci volle poco a far consentire il padre ch'egli andasse soldato;
ma l'intervento del marchese, e della marchesa sopra tutto, la quale
andava pazza per le monture militari, valsero a vincere la sua
renitenza. Carlo a diciott'anni entr semplice soldato in un
reggimento di fanteria; non volle esenzioni e privilegi nella vita del
soldato, bench la protezione dei Campidoro gliene avrebbe potuto
procurare d'ogni fatta, e non si distinse da ogni altro che per zelo e
buona condotta. Ma tuttavia la protezione della nobile famiglia non
gli fu inefficace, perch passato rapidamente pei gradi subalterni,
quattro anni dopo d'essersi arruolato, egli era promosso ufficiale. Il
figliuolo del disgraziato Pannini da molti pi anni si impazientava
alla soglia di questa ambita promozione nel grado subalterno di
sergente. Ma in quella ecco avvenire a Carlo una sciagura e
svelarglisi un tremendo segreto che doveva influire su tutta la sua
vita di poi.

Era egli di guarnigione a Genova, quando riceve una lettera pressante
che lo invita a venire senza il menomo indugio a Torino, se vuole
ancora vedere in questo mondo suo padre, assalito da una violenta
malattia, e condannato senza rimedio. Il colonnello del suo
reggimento, che di molto amava e stimava il giovane Carlo, gli d
tosto di suo capo il permesso di venirsene, ed egli accorre colla
maggiore rapidit che gli era concessa. Arriva che suo padre  proprio
all'agonia; ma nel moribondo  ancora tutta la sua cognizione, ed 
ardente, pieno d'impazienza il desiderio di veder suo figlio, di
potergli dire alcune ultime parole prima di chiuder per sempre gli
occhi. Carlo s'accosta al letto, tremante, piangente, e quasi non
riconosce suo padre in quel cadavere in cui non c' pi di animato che
due occhi sbarrati, febbrili, riarsi da un fuoco interno, agitati e
quasi direste paurosi. Il morente gli fa cenno accosti pi che pu
l'orecchio alle sue labbra, da cui greve, affannato, penoso esce il
rifiato interrotto dal singhiozzo della morte, e Carlo si curva sul
giacente e questi con quel filo di voce che gli rimane sussurra:

--Non morivo tranquillo senza svelarti una cosa che da tempo mi
tormenta... che  un mio gran rimorso... che temo Dio non mi
perdoni...

Un singhiozzo l'interruppe: Carlo volle dire alcune parole di
conforto, ma il padre accennando cogli occhi lo lasciasse parlare,
temendo di non avere il tempo di finire la fatale confidenza, si
affrett a soggiungere:

--Pannini era innocente... Sono io che l'ho rovinato... io che l'ho
fatto morire nella miseria calunniandolo... Carlo fece un moto di
sorpresa che poteva anche dirsi di orrore.

--Ah!... potessi riparare... balbett ancora il morente in cui la
voce veniva meno, poi torse gli occhi, agit le labbra per pronunciare
altre parole, ma nessun suono ne usc pi; una lieve contrazione ne
corse i lineamenti, e il capo ricadde abbandonato sul guanciale. Era
morto.

Pensate qual esser dovesse l'animo dell'onesto, intemerato Carlo, in
presenza del cadavere di suo padre dopo una rivelazione siffatta!

Il pensiero che subito sorse nella dolorosa confusione ond'era stata
invasa la sua mente all'apprendere quel fatale, inaspettato segreto,
siffatto pensiero era quello cui avevano accennato le ultime parole
pronunziate da suo padre, le quali rivelavano di certo il desiderio
con cui egli era morto; era quello che non poteva a meno di sorgere in
un'anima cos onesta: riparare!

Ma come farlo? In qual modo e in qual misura? Carlo stette innanzi a
suo padre morto, le mani serrate con forza di contrazione muscolare,
muto, immobile, pallido, fissando quel cadavere come se da quei
lineamenti distesi dalla mano della morte, da quelle labbra chiuse per
sempre gli dovesse venire tuttavia un'indicazione del come eseguire il
dover suo, poich egli non aveva menomamente indugiato a sentire che
quello era oramai un suo impreteribile dovere.

Che notte fosse quella ch'egli pass dopo la morte del padre e la
terribile rivelazione, egli solo potrebbe dirlo, e non disse mai a
nessuno; ma il mattino la sua decisione era presa. Per prima cosa si
rec dai signori di Campidoro ed apprese loro tutta la verit, perch
nel loro concetto fosse riabilitata la memoria del morto maggiordomo.
Egli aveva sentito che di due sorta doveva essere la riparazione da
farsi al calunniato: una morale, distruggendo il falso giudizio che di
lui aveva recato chi l'aveva creduto colpevole; l'altra materiale,
risarcendo per quanto a lui fosse possibile la famiglia di quella
vittima, dei danni finanziari che aveva sofferto. Dopo aver dunque
manifestato il vero al marchese ed alla marchesa di Campidoro, fece
due parti dell'eredit che gli aveva lasciato suo padre ed una fece
pervenire misteriosamente al figliuolo di Pannini. Verso di costui
egli non aveva nessun debito di svelare la colpa di suo padre: purch
lo risarcisse ampiamente di quello che aveva perduto. Gli fece
pervenire la vistosa somma come il pagamento d'un debitore di suo
padre, che desiderava rimanersi sconosciuto. Pannini accolse questo
come un bel regalo della sorte, e non cerc altro, non sospettando
nemmeno che la cosa potesse venire da Biale; e siccome era sempre del
medesimo umore spendereccio, si diede a farla alla grande con quei
denari, per quanto gli consentiva la vita di subalterno militare.
Avrebbe rinunziato a questa uggiosa esistenza, ma i Campidoro volendo
alla loro volta risarcire in alcun modo il figliuolo del loro antico
maggiordomo, ottenevano a poco andare anche per lui le spalline da
ufficiale, ed egli trovandosi assai leggiadro e piacente sotto la
montura, continuava volonteroso. Poco dopo si univa in maritaggio con
una bella ragazza che gli arrecava una discreta dote, e ne nasceva un
figliuolo, che  il presente Gustavo Pannini.

Ma volle sventura che un giorno Carlo Biale, promosso ad un grado
superiore, fosse cambiato di reggimento, e mandato in quello appunto
in cui era Pannini. Nell'animo di costui non era punto scemato l'odio
che nutriva verso il figliuolo del nemico di suo padre, di cui non
sospettava, e non avrebbe creduta mai la generosa azione a suo
riguardo.

La severit di modi, l'asciutto riserbo di Carlo dispiacquero sempre
pi a Pannini, il quale non lasciava occasione di scoccare qualche
frizzo mordace contro di lui: n valse a placarlo il modo degno e
leale con cui Carlo trattava; e tutti, in breve, nel reggimento furono
persuasi che una gran ruggine era fra quei due, e che sarebbe bastata
una lieve circostanza a far nascere fra loro una collisione: questa
circostanza Pannini tentava ad ogni modo di far nascere, e Biale
invece con pari cura e con successo migliore faceva ad impedire. Di
codesto, come accade, fra gli ufficiali del reggimento si faceva un
gran discorrere, e chi temeva per l'uno e chi per l'altro, con
discussioni calorose che minacciavano persino produrre le pi triste
conseguenze; gli amici di Pannini cominciavano a tacciare di
pusillanimit la prudenza di Biale, e i parteggiatori di quest'ultimo
battezzavano per impertinenza la volont provocatrice del primo. In
verit Pannini aveva molti pi aderenti che non Carlo, il quale,
venuto l'ultimo nel reggimento, colla seriet del suo carattere
allontanava da s la famigliarit e la confidenza che sogliono aver
luogo fra camerati.

Le cose erano a questo punto, quando la circostanza tanto aspettata
da Pannini avvenne pur troppo. Si era in piazza d'armi alle manovre, e
Biale in mancanza dell'aiutante maggiore faceva egli siffatto
servizio. In un movimento qualunque, Pannini, che comandava un
pelottone, si sbagli e Carlo l'ebbe ad ammonire: era un movimento
importante, occorreva fosse eseguito rapidamente, e si era sotto gli
occhi del colonnello severissimo, che avrebbe acerbamente rampognato
l'errore: per ci le parole di Biale furono forse pi vivaci ed
impazienti che non sarebbero state in altro momento, e Pannini sent
montarsi la stizza, offeso il suo orgoglio, che era cotanto,
nell'essere rimbrottato in presenza del reggimento. Si ferm egli
fuori delle righe, al posto in cui si trovava, e rispose alcune
insolenti parole al suo correttore; Biale rimbecc ordinandogli, come
superiore, tacesse ed obbedisse: in quella soprarriv il colonnello,
che volle sapere ci che accadesse: informatone brevemente da Carlo,
il comandante del reggimento, il quale in siffatte cose era
scrupolosissimo, disse forte colla sua voce chiara di comando:

--Sottotenente Pannini, cinque giorni di arresto nella propria
camera.

Pannini torn al suo posto pallido e mordendosi le labbra.

--Biale me la pagher: l'udirono mormorare fra i denti i suoi vicini.

Mentre il sottotenente, era agli arresti, i suoi amici andavano
dicendo a bassa e ad alta voce che appena uscitone, Pannini avrebbe
domandato ragione a colui che era stato causa fosse cos punito; e
Biale quando questa voce gli venne all'orecchio si content di fare un
sorriso e di crollar le spalle. Invero il signor Carlo non aveva
nessun'apprensione da provare per un simile scontro, tra perch era
coraggiosissimo innanzi ad ogni pericolo, tra perch nel maneggio
d'ogni arma andava dei primi nel reggimento e di molto innanzi al suo
avversario.

La cosa avvenne infatti com'era stata prevista. Il giorno stesso in
cui erano finiti gli arresti di Pannini, questi alla prima radunata
degli ufficiali investiva aspramente il suo nemico e lo sfidava a
duello. Biale s'era proposto d'esser calmo e di non accettare la
tenzone, riparandosi dietro la buona ragione che avendo parlato a
Pannini in qualit di superiore e per cose di servizio, non poteva
essere il caso di darne conto con un duello, ma come si fa ad esser
calmi quando un uomo vi provoca insolentemente in presenza d'una
frotta di compagni che si sanno pronti a prendere la vostra
moderazione per un meno nobile sentimento, e si ha il sangue di
venticinque anni nelle vene? Biale dimentic tutti i suoi propositi di
mitezza innanzi alla tracotanza del suo avversario e, accettato il
duello, volle che fosse alla spada, l'arma degli scontri pi seri, e
con tali condizioni che lo rendessero pericolosissimo.

--Cos, pensava egli, l'avr finita una buona volta con questo matto.

Le cose furono intese appuntino, ed il giorno dopo doveva aver luogo
il combattimento. Appena calmato un poco il bollore del sangue, nel
signor Carlo era tosto entrato gi un rincrescimento di quanto ora
avvenuto, e s'era gi pentito dell'aver cos facilmente ceduto
all'impeto del suo momentaneo risentimento. Che? Aveva egli da
battersi col figliuolo dell'uomo che doveva a suo padre la rovina?
Cos, se il padre aveva danneggiato questa famiglia nelle sostanze e
nella fama, egli, Carlo, l'avrebbe priva del suo unico attuale
sostegno? Come ti dissi, Pannini erasi ammogliato ed era da pochi mesi
padre d'un bambino; Carlo pens a questo meschinello di fanciullo, ed
avrebbe dato non so che cosa per evitare quello scontro... Ma s, come
s'aveva da fare oramai? Tutto era stabilito, l'ora fissata, preso il
convegno: per ritrarsene ci voleva ben altro coraggio di quello che
Carlo si credeva d'avere. Affrontare la lama dell'avversarlo era un
nonnulla per lui, ma affrontare i severi giudizi, lo scherno, il
disprezzo di tutto il reggimento, che sapeva non gli sarebbero mancati
quando egli si fosse tirato indietro, era troppo, e non gli pareva
affatto di sentirsene la forza.

Era gi notte, e Carlo, solo nella sua camera, preparava alcune carte
e disponeva di alcune sue cose nella previsione d'una possibile
disgrazia che gli toccasse nel duello la mattina a venire, quando il
soldato che gli faceva da domestico venne ad annunziargli che una
signora con fitto velo sul volto domandava con viva istanza parlargli.
Carlo, che non indovinava menomamente chi esser potesse, ordin che
fosse introdotta. Entr una donna che pareva appena potersi reggere in
piedi, tanto era vacillante il suo passo, e di cui le mani tremavano
come foglie mosse dal vento. Mentre Biale la salutava rispettosamente
e muoveva verso di lei, la dama si sorresse al mobile che trov pi
vicino colla sembianza di chi ha proprio esaurite tutte le sue forze.

--Signora, disse Biale con accento incoraggiante, con chi ho l'onore
di parlare, e che cosa mi vale il favore d'una sua visita?

La signora, il cui petto ansimava penosamente, lev il velo che
discendeva dal suo cappellino e mostr il viso pallido, disfatto,
inondato di lagrime della giovane moglie di Pannini.

Biale diede indietro d'un passo meravigliato e turbato.

--Signora, balbett egli, non sapendo affatto che cosa si avesse da
dire: signora, lei qui!....

La donna per tutta risposta si lasci cader seduta, e, coprendosi col
fazzoletto la faccia, ruppe in un pianto dirotto ed angoscioso.

Carlo stette un poco dritto innanzi a quella donna, assai imbarazzato
di quel che avesse da dire o da fare; ma poich alcun tempo era
trascorso in silenzio ed ei sentiva che qualche parola gli toccava
pure di rivolgere a quella desolata, cominci con voce impressa di
riguardo e di piet:

--Signora, si calmi, faccia coraggio, la prego... La sua venuta mi fa
pensare ch'ella creda ch'io possa qualche cosa per lei; mi dica ci
che ha da comandarmi, ed io la accerto che mi far una premura di
servirla in tutto quanto mi sar possibile.

La donna si lev con impeto, si rasciug in fretta le lagrime, e
giungendo le mani come fa chi supplica con ardore, disse con accento
pieno di commozione:

--S, ella pu molto per me. Ella pu tutto, ed io sono venuti a
scongiurarla non voglia gettar nella rovina e nel dolore una famiglia.

Per farla breve, la moglie di Pannini era venuta a pregare il signor
Carlo di non battersi col marito di lei; e lo fece con tante
preghiere, con tanta insistenza, con tali ragioni, che un cuore anche
meno umano di quello di Biale ne sarebbe rimasto commosso. Ma quello
che la povera donna domandava pareva all'avversario di Pannini
impossibile: come si fa a disdire un duello senza che ne sia offeso
l'onore, massime trattandosi di militari? Egli promise che avrebbe
fatto di tutto per risparmiare la vita del suo nemico; ma codesta
promessa non valse a tranquillare quella povera anima sgomenta di
moglie e di madre.

Quando sarebbero stati a fronte nel giuoco tremendo in cui si tratta
di salvare la propria vita colla morte altrui, che s che avrebbe
avuto ancora molto potere una tale promessa! Ella aveva bisogno di
sapere che non sarebbero andati sul terreno; ella si rivolgeva a
quella generosit e piet dell'animo che sapeva in Biale cotanta; ella
lo pregava in nome d'un bambino che sarebbe rimasto orfano, gli
svelava un doloroso segreto della sua famiglia, ed era che il marito
col suo soverchio spendere aveva ormai consumato tutte le sue e le
sostanze della moglie, cos bene ch'egli morendo avrebbe lasciata la
vedova e il figliuolino nella miseria. Avrebbe il signor Carlo voluto
tanta jattura? Tu sai che eloquenza disordinata, fuori di tutte le
regole, ma efficace, ha una donna commossa, che vuole arrivare a uno
scopo, una donna che prega per ci che ha di pi caro al mondo. Biale
aveva le lagrime agli occhi, ma non poteva dare alla supplicante una
risposta qual essa desiderava.

--Ma vuol'ella adunque, fin egli per esclamare, che io sacrifichi
alla sua tranquillit il mio onore?

--Voglio che non mi tolga il padre di mio figlio, l'unico sostegno
che mi rimanga.

E poich vide che Carlo rimaneva irremovibile, ella con atto ed
aspetto disperati partissi, ma lanciando sul giovane queste parole
come una maledizione:

--Dio non le possa perdonar mai, se ella avr ad essere l'assassino
della mia famiglia.

Biale rimase solo sotto l'impressione di quelle crude parole che gli
penetrarono profondo nell'anima.--L'assassino di quella
famiglia!--Tutta notte sent intronare nel suo cervello quest'orribile
grido. Era dunque fatale che quelli del suo sangue fossero funesti ai
Pannini? Quel povero bambino, quando fosse rimasto orfano, con che
forza avrebbe gridato al cielo vendetta contro di lui, come aspramente
il rimorso avrebbe travagliato il cuore di Carlo! Aveva egli riparato
in parte al danno recato a quella famiglia da suo padre per
recargliene egli stesso uno maggiore? Andar sul terreno era un esporsi
a diventar omicida; la donna sconsolata che era venuta a supplicarlo
aveva avuto ragione di non contentarsi della promessa da lui voluta
dare di risparmiare i giorni dell'avversario; ben sentiva egli stesso
che in faccia alla punta della spada nemica difficilmente sarebbe
stato padrone di s. Dunque?... Non aveva egli verso il figliuolo
della vittima di suo padre doveri diversi e maggiori che non verso
ogni altro?... Quando egli fosse giunto a persuadersi che questo
dovere lo aveva, l'avrebbe compito senza fallo, qualunque cosa gli
avesse costato; ma respingeva questa persuasione. Lott lungamente;
alla fine vinsero la piet e quel sentimento esagerato del suo debito
verso Pannini, cui la sua anima di probit dilicatissima aveva
concepito: determin che non avrebbe a niun conto incrociato la spada
col figliuolo dell'antico maggiordomo di casa Campidoro. Giunto il
mattino, scrisse due lettere: una ai suoi padrini, l'altra al suo
avversario; diceva in entrambe che pi mature considerazioni fatte lo
avevano deciso a non battersi altrimenti, che molto gli doleva quanto
era avvenuto fra lui e Pannini; ma di quanto riguardava il servizio,
egli superiore di grado non aveva da renderne ragione nessuna, e se
nei fatti suoi v'era alcuna cosa all'infuori di ci che avesse offeso
il sottotenente, egli, stato sempre lontanissimo dall'avere una simile
intenzione, non esitava a dichiarare aperto la sua maggiore stima per
l'avversario.

Questo diportarsi di Carlo fu uno scandalo per tutto il reggimento,
che lo tacci senza esitazione per atto di vilt. I padrini di Biale
accorsero strepitando al suo alloggio: ma un uomo come quello non
aveva potuto risolversi ad un passo di tal fatta senza molto
travaglio; appresero ch'egli era in letto con una febbre gagliarda e
trovarono nell'anticamera il suo fido soldato di servizio che per
ordine del medico non lasciava penetrare nessuno presso di lui.

Per una settimana, durante cui Biale fu ammalato, Pannini trionf
presso i compagni, di cui non uno era disposto ad approvare la
condotta del signor Carlo: non una visita venne a dimostrare al malato
la simpatia e il riguardo di alcuno de' suoi compagni d'arme. Solo una
donna venne copertamente una sera a ringraziarlo piangendo di
riconoscenza: era la moglie di Pannini, la madre di Gustavo. Tutta
l'ufficialit del reggimento aveva sentenziato che Biale era indegno
di appartenere al loro corpo, e che bisognava assolutamente fargli
prendere le sue dimissioni.

Quando Carlo si present la prima volta dopo ci ai suoi commilitoni,
tutti gli volsero le spalle col pi appariscente disprezzo, nessuno
gli diresse la parola, ed a ci ch'egli disse non fu risposto, come se
da nessuno fosse udito: egli divenne pi pallido di quel che gi era
in seguito a quella settimana di malattia, si morse le labbra, ma
incrociate le braccia al petto, stette immobile senza pi aggiunger
verbo.

Sopravvenne il colonnello, il quale naturalmente era stato informato
di tutto. Per ragioni di servizio dovette egli rivolgere la parola a
Biale, ma lo fece con pi asciutta brevit e con burbero accento pi
che non mai prima, e innanzi di partirsi gli disse bruscamente che
desiderava parlare con lui e lo attendeva ad una data ora in casa sua.

Quando Carlo si rec dal colonnello, questi lo accolse nel suo
salotto, dritto innanzi al camino, con una faccia delle pi
accigliate. Lasciatolo appena varcar la soglia, il colonnello
interrog Biale con impetuosa vivacit:

-- egli vero ci che apprendo sul suo conto, signor luogotenente?

--Che cosa? domand a sua volta Biale con rispetto, ma con fermezza e
in contegno tutt'altro che di colpevole.

--Che lei, sfidato da Pannini, al momento del duello ha rifiutato di
battersi?

-- vero: rispose con serena semplicit il signor Carlo.

Il colonnello diede uno scossone e fece una fiera alzata di capo come
cavallo che adombra.

--Diavolo! esclam egli, mandando lampi dagli occhi. Questo 
grave... molto grave... Ed io che ho sempre stimato in lei un buon
ufficiale!... Alla croce di Dio, avete voi paura?

Biale arross fino alla radice dei capelli: ma i suoi occhi
mostravano che non era di vergogna quel suo rossore.

--No, signor colonnello, non ho paura: diss'egli fermamente, ma senza
tono di millanteria.

--Ors, vediamo un poco... Qui sotto ci dev'essere una qualche
ragione, ed io non sar malcontento di saperla.

--S signore, la ragione c': una ragione che mi rende la vita del
signor Pannini pi sacra di qualunque altra, ma questa ragione  un
segreto, ed io non lo posso dire a nessuno, nemmanco a lei.

La faccia del colonnello s'imbrun minacciosamente.

--Eh via, queste son favole: diss'egli crollando il capo con
espressione di molto malcontento. Crede lei che la cosa possa passar
cos liscia senz'altro?

Tacque, come per aspettare una risposta: Carlo rimase immobile e
taciturno.

--Avr visto che accoglimento grazioso le hanno fatto i suoi
compagni...

Biale ebbe una dolorosa contrazione del volto, come uomo a cui si
tasta aspramente una piaga; ma torn tosto nella sua impassibilit.

--Ho visto, diss'egli freddamente.

--Ed hanno ragione, corpo di bacco! proruppe con collera il
colonnello. Sa ella, un ufficiale che rifiuti una soddisfazione
d'onore, che cosa gli resti di meglio da fare?

--Dare le sue dimissioni, rispose freddamente Carlo.

--Lei lo ha detto: disse con forza il colonnello, che pareva perdere
la pazienza.

Biale s'inchin.

-- ci che faccio fin da questo momento. Le mander la mia domanda
per iscritto quest'oggi medesimo.

Il colonnello aggiunse seccamente:

--Procurer che il Ministero soddisfi il pi presto possibile il suo
desiderio.

Fece un lieve cenno del capo per indicare che il colloquio aveva da
esser finito, e Biale usc di l col tormento maggiore e la rabbia
repressa che uomo possa soffrir mai.

--Anche il colonnello mi disprezza!.... pensava egli. Oh! non ho io
ripagato abbastanza il debito di mio padre?

La notizia che Biale aveva domandata la dimissione corse sollecita
per tutto il reggimento: si rise alle sue spalle e si dissero di lui
le pi schernevoli parole del mondo.

Alla prima riunione degli ufficiali che ebbe luogo di poi, Carlo
presentandosi ebbe un accoglimento ancora pi insultante ed offensivo
di prima. Ogni sguardo egli se lo sentiva addosso oltraggioso come una
ceffata: una voce chiara e spiccata disse forte:

--Eccolo qua il codardo.

Carlo cammin con passo risoluto verso colui che aveva pronunciate
cotali parole: era egli uno dei pi arditi e battaglieri uffiziali
dell'esercito. Tutti i presenti si volsero a prestar attenzione a ci
che stava per succedere.

-- egli a me, domand Biale con voce fremente ma contenuta, ch'ella
ha dato del codardo?

Quell'altro lo guard dall'alto al basso con supremo disprezzo.

--A lei: rispose villanamente.

Carlo non fu pi padrone di s: gli era da parecchi giorni che
soffriva cotanto, e la sua anima inasprita non ne poteva pi, e il suo
sangue agitato dalla febbre gli bolliva irrefrenabilmente. Alz la
mano ed un solenne schiaffo risuon sulla guancia dell'ufficiale che
aveva detta quella parola: codardo.

Naturalmente il percosso fece per gettarsi sul suo offensore, i
vicini s'intromisero perch la lotta non si cambiasse in ignobile
pugillato, e, senza lasciar tempo in mezzo, i due contendenti,
accompagnati da quasi tutti gli ufficiali del reggimento si recarono
fuori della citt a battersi colla sciabola medesima che avevano
allato.

Ad una cos seria offesa non poteva corrispondere che un seriissimo
duello. Biale aveva ancora il sangue eccitato e non aveva pi campo ad
ascoltare voce alcuna di ragione. Si gett contro l'avversario con
tutto l'impeto d'un uomo che vuole la morte di chi gli sta di fronte,
mentre l'avversario con pari ardore si slanciava contro di lui. Fu un
duello breve, ma terribilissimo per furore dei combattenti. Biale pi
aitante di persona e pi destro rimase vincitore: per una finta al
capo indusse il nemico a scoprire il petto, ed allora con rapida mossa
partendo a fondo lo colpiva in pieno petto con una puntata e lo
passava fuor fuori.

Fino allora la sua esaltazione feroce era durata in Carlo; a quel
punto cess ad un tratto. Nel volersi ritrarre indietro, dopo tirato
il colpo, egli senti la sciabola trattenuta, e pesare grave su di essa
il corpo dell'avversario. Nello stesso tempo i suoi occhi, fissi sul
volto del nemico, videro i lineamenti di costui contrarsi, poi
distendersi tosto, le labbra aprirsi e non mandare che un'esclamazione
soffocata, ed un pallore di morte spargersi sulla fronte e sulle
guancie dell'infelice. Carlo gett un grido e spicc un salto
all'indietro, abbandonando la guardia della sua sciabola. Il corpo
dell'altro ufficiale non pi sostenuto cadde stramazzone per terra.
Tutti, eccetto Biale, gli furono attorno. Era morto.

L'uccisore stava l, quasi pi pallido dell'ucciso, ch'egli guardava
fisso con occhi sbarrati che esprimevano il pi profondo orrore.
Quando gli fu prta la sua sciabola sanguinosa estratta dal cadavere,
e' la ruppe al suolo e ne gett i pezzi lontano.

Egli si allontan solo di col e lungamente si aggir per la pi
deserta campagna. S'era fatto omicida volontario ed un tremendo
rimorso gli tormentava l'animo: per risparmiare Pannini aveva ucciso
un innocente: a cagione di costui adunque egli vedeva spezzata la sua
carriera, fatto incerto il suo avvenire, ch nella vita militare non
voleva pi continuare a niun patto, e macchiate le mani di sangue.

Dopo quest'orribil fatto i suoi compagni gli avevano restituita la
loro stima: ma egli aveva orrore di s medesimo. Fu mandato per tre
mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopport la pena, a suo
giudizio troppo mite, con una dolorosa rassegnazione. Il colonnello
nel frattempo gli fece capire che se avesse voluto ritirare la domanda
della dimissione, ci vedrebbero molto volentieri e il reggimento ed
egli stesso; Carlo rispose che non avrebbe pi cinto una spada finch
non si trattasse di combattere un nemico straniero.

Tornato alla esistenza di semplice cittadino, cerc un impiego
privato e l'ottenne presso una casa di commercio. Pi tardi prendeva
moglie, e ne aveva un'unica figliuola, che  la signora Lisa.

Quanto il signor Carlo amasse moglie e figliuola  superfluo il
dirlo: eppure questo grandissimo affetto non lo imped che, scoppiata
la guerra dell'indipendenza in quel meraviglioso anno che fu il
quarantotto, egli non avesse pi bene finch non fosse riammesso
nell'esercito a spartire con esso i rischi di quella gloriosa lotta.
Chiese l'antico suo grado e l'ottenne; ed a quarant'anni cominci la
guerra cogli spallini da luogotenente.

La Lisa aveva allora poco pi d'un lustro, ed era la pi cara ed
intelligente bambina che si potesse vedere. Ella piangeva, serrandosi
colle piccole braccia al collo del padre; sua madre piangeva
reclinando il capo addolorato sulle spalle del marito: ma nulla valse
a smuovere il signor Carlo dal fatto proposito. Abbandon moglie e
figliuola, ed ebbe la fortuna di essere uno dei primi a varcare il
Ticino e calpestare il suolo lombardo.

Vedi stranezza del caso! Nel giugno, dopo la battaglia di Goito, dove
il comandante del battaglione a cui Biale apparteneva cadde
gloriosamente, fu nominato un nuovo maggiore: e questo che veniva da
un altro reggimento era nientemeno che Pannini; il quale, continuata
la carriera militare, trovavasi in tale occasione promosso a quel
grado.

Il nuovo maggiore, al primo presentarglisi degli ufficiali del
battaglione, riconobbe tosto Biale; onde, non manifestato nulla in
presenza degli altri, quando furono in sul congedarsi, egli preg
l'antico suo collega di volersi soffermare un momento con lui. Rimasti
soli, gli disse che aveva gran bisogno d'una franca spiegazione da
colui che al tempo della loro contesa era suo superiore, ed ora
trovavasi suo subalterno. Col fatto Biale aveva dimostro che non era
per nessun ignobile motivo ch'egli aveva rifiutato di battersi con
Pannini, e il colonnello a costui aveva ripetute di poi le parole
dettogli da Biale medesimo: che una segreta ragione gli aveva impedito
d'incrociare il ferro con colui che l'aveva sfidato; Pannini ora, al
momento di veder cominciare una nuova fase di necessariamente
seguitate e frequenti attinenze fra di loro, desiderava sapere questa
segreta ragione, od almeno conoscere se in essa v'era cosa alcuna che
leder potesse il suo onore e la sua delicatezza.

Senza punto esitazione Biale s'affrett a dichiarare che quest'ultimo
supposto non reggeva menomamente, e ch'egli di chi gli parlava aveva
sempre avuto piena stima; ma poi circa allo svelare questo segreto
motivo egli esit, apparve manifestamente impacciato, e fin per dire
che la memoria della stretta relazione che passava un tempo fra le
loro famiglie e dell'infanzia passata insieme in gran parte, gli
faceva considerare Pannini quasi come un parente e lo avea reso
ripugnantissimo ad una lotta fratricida con esso.

Il padre di Gustavo si content di questa spiegazione; gli anni lo
avevano fatto pi calmo e pi assennato anche lui: tese francamente la
mano al suo antico avversario, e disse che aveva riconosciuto in
appresso come in quella circostanza la ragione non istesse dalla sua
parte, che molto eragli doluto d'esser egli stato causa delle
disavventure che n'erano successe a Carlo, che glie le perdonasse, e
poich egli aveva ricordato le antiche attinenze e l'antica amicizia
d'infanzia volesse anche da canto suo far rivivere quel passato e
considerar lui come suo antico camerata ed amico.

Biale rispose, non senza commozione, a quel franco e leale parlare,
ch'egli avea tutto dimenticato; che d'altra parte, egli non aveva mai
dato colpa a lui dei tristi avvenimenti che gli erano capitati, ma
piuttosto alla sorte, e che nulla eragli pi caro di risuscitare
l'antica domestichezza e l'antica affezione.

Cos fu in realt, e da quel punto ogni rancore fra quelle due
famiglie fu spento; cosa di cui non poco si rallegr il bravo cuore
del signor Carlo.

Il quale al fuoco delle battaglie erasi mostrato uno de' pi
valorosi. Dopo il primo scontro a cui prese parte il battaglione,
sotto il comando di Pannini, questi domand ed ottenne pel suo antico
rivale la medaglia d'onore pel valor militare; e ad un fatto d'armi
posteriore, Pannini domandava ed otteneva del pari pel valoroso Biale
il grado di capitano nel medesimo battaglione.

Le loro condizioni domestiche erano quasi identiche, ed uguali le
apprensioni e i timori del loro cuore di padre. Pannini aveva un
figliuolo di dodici anni incirca, di cui era solo sostegno, ed a cui
morendo non avrebbe lasciato che debiti; senza pur cessare
d'affrontare imperterrito ogni rischio, egli temeva la morte che
avrebbe lasciato solo al mondo in s infelici condizioni il figliuolo.
Biale aveva ancor egli una moglie e una figliuola dilettissime, e con
pena pensava egli pure alla sorte di quelle care persone, quand'egli
soccombesse. Vennero a promettersi scambievolmente che quello dei due
sopravvivesse non avrebbe abbandonato la famiglia del caduto e glie ne
terrebbe luogo per quanto gli fosse possibile.

Dopo ci Pannini, il quale da qualche tempo sembrava agitato da
funesti presentimenti, fu pi tranquillo, e con maggiore audacia
ancora s'espose ai pericoli, pur rampognando il capitano di troppa
imprudenza. La disgraziata campagna del quarantotto fin senza che n
l'uno n l'altro fossero rimasti vittima; il signor Carlo era stato
ferito bens, ma lievemente, e dopo poco tempo aveva potuto riprendere
il comando della sua compagnia.

Durante l'armistizio, il capitano era venuto ad abbracciare la moglie
e la figliuola, e Pannini, accompagnatolo in una licenza di pochi
giorni, gli aveva fatto conoscere suo figlio Gustavo cui faceva
educare in un collegio convitto di provincia. Il giovinetto aveva una
cert'aria d'intelligenza ed un aspetto di franchezza che molto erano
andati a sangue di Biale. Il maggiore aveva detto a suo figlio
additandogli il capitano, che in caso egli morisse, avesse poi a
considerare costui come suo padre: e il ragazzo s'era gettato al collo
del genitore con tanta effusione ed aveva detto con tanta sensitivit:
Oh no, pap, non morire, non dirlo nemmanco! che il signor Carlo
n'era stato commosso ed avea preso ad augurare assai bene del
carattere e del cuore di Gustavo.

I presentimenti di Pannini ebbero sfortunatamente ragione nella corta
e disastrosa campagna del quarantanove. A Novara, in sul primo
avanzarsi verso il nemico del suo battaglione, il maggiore cadeva
colpito in pieno petto da una palla tirolese. Raccolto sanguinoso egli
non fece che chiamare con tutta istanza presso di s il capitano
Biale. Venuto costui, il ferito gli disse a stento colla voce che gli
mancava, mentre ad ogni parola il sangue gli sgorgava a ondate dalla
bocca.

--Ricordati di mio figlio.... per me la  finita... mio figlio... mio
figlio... per carit!

Lo sguardo inquieto, convulso, supplicante diceva assai pi d'ogni
parola.

Biale gli prese una mano e stringendola pronunzi con accento
solenne:

--Sta tranquillo: gli far da padre; te lo giuro!

Il moribondo, ch oramai gli era tale, si rasseren; i suoi occhi,
ch la parola non poteva pi, ringraziarono con effusione; fu portato
alle ambulanze e dopo pochi minuti mor.

Biale torn incolume, e riabbracciato la moglie e la figliuola, corse
al collegio a vedere Gustavo. Gli narr la morte gloriosa del
genitore, e gli conferm ch'ei non l'avrebbe abbandonato mai. Il
maggiore, come gi ti dissi, non lasciava che debiti; il signor Carlo
sopper del proprio alle spese degli studi del giovinetto, il quale
ogni vacanza veniva a passarla in casa del capitano come se fosse la
casa paterna. Quando si tratt di scegliere per Gustavo una carriera,
il capitano lo lasci libero affatto; solamente gli fece notare come
il suo utile, ed anco il suo dovere, richiedessero che piuttosto
s'appigliasse ad una di quelle professioni che non vogliono tanto
lungo il tirocinio, per dar compenso di guadagni a chi le abbraccia.
Nell'opinione del bravo capitano, Gustavo aveva l'obbligo di venir
pagando a poco a poco, a seconda che guadagnasse, i debiti lasciati da
suo padre, e quindi, quanto pi presto egli sarebbe riuscito a far
fruttare l'opera sua, e tanto meglio sarebbe stato. Gustavo scelse il
traffico bancario in cui sognava pi rapidi e pi vistosi i guadagni,
entr negli uffizi del borsiere Bancone, seppe guadagnare le buone
grazie del primo commesso fatutto, il signor Padule, e col tempo
divenne segretario della banca.

Intanto il signor Carlo aveva nuovamente rinunciato alla divisa ed al
grado militare: cessata la guerra, egli aveva voluto tutto ridonarsi
agli affetti ed agli interessi domestici. Colla dote recata dalla
moglie e con quello che egli aveva avanzato delle paterne sostanze la
famiglia possedeva una modesta agiatezza, in cui sembravagli di poter
vivere tutti tranquilli e felici senz'altro; e cos sarebbe avvenuto
se poco tempo dopo loro non fosse piombato addosso un grandissimo
dolore: la morte della madre di Lisa. Il signor Carlo ne soffr di
molto, e sulla sua faccia ordinariamente severa si stese quella tinta
di profonda mestizia che pi non l'ha abbandonata di poi. Suoi soli
amori gli rimasero Lisa, primo ed immenso affetto, poi Gustavo. Anche
questi due giovanetti s'amarono, e pi e in modo diverso che non
fratello e sorella. Se ne avvide il padre, e pens che un maritaggio
fra di loro avrebbe fatto la felicit dei due giovani e quindi anche
la sua. Gustavo non possedeva niente fuorch i debiti di suo padre che
aveva ancora da pagare, ma era laborioso, riconoscente, di carattere
buono ed amava con passione la Lisa: era bens alcun poco intinto
ancor egli della pece di suo padre e di suo nonno, vale a dire,
mostravasi troppo ambizioso di sfoggio e troppo ghiotto di ricchezze:
ma pure tollerava con paziente coraggio la povert delle sue fortune;
eppoi, miglior merito di ogni altro in lui, miglior ragione di tutte,
Lisa lo amava.... Il capitano li un; ed ora vivono tutti insieme le
pi beate creature del mondo, e dir, senza tema d'errare, le migliori
altres.

E adesso dubiti tu ancora, mio caro Vanardi, che il capitano sia uomo
da non darsi pensiero delle disgrazie d'un pover'uomo, padre di
famiglia?

--No, rispose Vanardi. Ora ho anzi speranza, e di molto; e te ne
ringrazio, Giovanni, come di cosa gi fatta. Sar computista (e trasse
un sospiro): ma almeno avr assicurato il pane della mia famiglia....
Ed a proposito di pane, bisogna appunto ch'io vada a comprar qualche
cosa da pranzo pei miei poveri bimbi, poich merc tua lo posso.
Addio. T'aspetter dunque domani con una risposta del come il capitano
Biale e sua figlia abbiano assunta la protezione di questo povero
individuo.

E s'avviava per andarsene, quando si ricord di quell'altro motivo che
l'aveva condotto dall'amico, quello cio di narrargli le impressioni
del suo padrone di casa alla vista del ritratto di madama Orsacchio,
partecipargli i suoi sospetti e consultarlo sul da farsi in benefizio
di quell'infelice ch'egli non dubitava fosse vittima dei peggiori
trattamenti del crudele marito.

Selva non aveva conosciuto n i Cioni n gli Orsacchio, ma sapeva
tutte le vicende di quell'avvenimento dalla bocca di Vanardi medesimo,
e non era poco l'interesse che egli aveva preso alla sconosciuta sorte
della povera Gina.

Udito ci che in questo momento glie ne disse Antonio intorno alla
visita del signor Marone, Giovanni rispose che quel fatto non era
bastevole per dar fondata speranza di essere in sulle traccie della
sparita donna; il padrone di casa, da qualunque interrogato, non
avrebbe di certo risposto secondo i loro desiderii, poich era pi
facile fosse d'accordo col signor Orsacchio che non altro; ad ogni
modo egli ci avrebbe riflettuto su di meglio, e guardato se c'era
possibilit alcuna d'averne un filo da potersi guidare, essendo che
stimava doverosa carit d'ognuno, e tanto pi di Antonio che era stato
amicissimo dello sventurato amante di quella donna, il venire in
soccorso della infelice, non d'altro rea che d'un innocente amore
natole in cuore prima ancora che a forza le si facesse sposare un uomo
indegno d'ogni affetto.




X.


Vanardi usc dalla casa di Giovanni col cuore pi leggiero e col
taschino un po' pi pesante. Quei tre napoleoncini, nella sua assoluta
miseria, gli parevano poco meno che un tesoro. Cammin verso il suo
quartiere con la testa pi alta e il passo pi ardito. Siccome voleva
comprare per la famiglia pane, companatico e vino, pens con qualche
solletico di superbia di andare ad abbacinare il fornaio, il canovaio
e il salumiere, suoi inesorabili creditori che dubitavan di lui, collo
splendore dei marenghini nuovi che si faceva ballare in tasca con
intima compiacenza. Ma quando gi era presso alle botteghe di que'
suoi creditori, si ferm ad un tratto per un nuovo, pi saggio avviso
sopraggiuntogli. S'egli mostrava a quei cotali di possedere del
denaro, essi avrebbero preteso tanto pi istantemente di venir pagati
dell'aver loro, e Antonio non ne aveva abbastanza da pagarli
compiutamente; e poi, se avesse loro dato quel po' di moneta che
doveva alla carit dell'amico, in che modo il giorno di poi avrebbe
provveduto al mantenimento de' suoi?

Si rec in fondachi dove non era conosciuto, e quando ebbe fatto
compra di ci che desiderava corse tosto verso casa sua. Per fortuna
questa volta niuno de' suoi creditori era fuori a vederlo passare.
Antonio si stup forte di non iscorgere neppure dietro i cristalli
dell'uscio il naso appuntato dello speziale. Corse su fino in cima
della casa, pieno di buona voglia e di buon umore, e si trov in
faccia ad un tremendissimo ingrognamento della signora Rosina.

Costei, liberatasi da messer Agapito, aveva pensato che cosa le
convenisse di fare, se dire o tacere al marito l'insolenza del
farmacista; e la prudenza, e insieme l'affezione che aveva per Antonio
l'avevano persuasa ad abbracciare l'ultimo dei due partiti, e salvare
cos il suo uomo da un dispiacere, ed anche dalle triste conseguenze
che avrebbe potuto fruttargli la collera cui egli non avrebbe mancato
di abbandonarsi contro lo speziale. Ma il silenzio era pur grave alla
ciarliera donna, che non aveva mai avuto s bell'argomento di
chiacchiere da non finire! Era per essa un vero supplizio, e senza
manco averne coscienza, si sentiva stizzita contro il marito a cui
cagione vi si era determinata. E poi, neppure contro quello sfacciato
di messer Agapito ella non aveva potuto sfogare tutta la bizza che
glie n'era venuta, e bisognava bene che verso qualcheduno la si
procurasse un supplemento di sfogo, se non voleva correre il pericolo
di schiattarne. Incominci coi figliuoli; e l'improvvido marito giunse
giusto in tempo a prenderne la parte sua.

Rosina era seduta al suo solito luogo, coi suoi soliti panni
d'intorno, occupata al suo solito lavoro; ma solo a vedere il modo
brusco e violento con cui ella tirava i punti, s'indovinava il
temporale che c'era in quell'anima. I bambini, la cui turbolenza era
stata frenata da qualche cosa di pi grave che un ammonimento, stavano
aggruppati in un angolo rasente il muro, e facevan greppo in silenzio,
guardando di sottecchi non senza timoroso sospetto la mano della mamma
che andava e veniva nella sua opera con vivacit febbrile.

Antonio, entrando, salut allegramente, ma la moglie non se ne diede
per intesa.

--Mentre io era fuori, domand egli,  venuto qualcheduno a cercarmi?

Rosina croll le spalle, e un punto tirato con pi violenza stracci
il filo.

--Maledetto! diss'ella con rabbia.

--Che? esclam il marito volgendosi a guardarla con qualche stupore:
con chi ce l'hai?

--Col fistolo che ti colga.

--Grazie!... Ne siamo alle solite gentilezze?

Rosina infil l'ago e si rimise a cucire canterellando in mezzo ai
denti una canzoncina arrabbiata.

Antonio che si levava dalle tasche del soprabito con precauzione,
l'una dopo l'altra, due bottiglie di vino e le posava sulla tavola, si
rifaceva a domandare:

--Non  dunque venuto nessuno?

--E chi vuoi tu che ci sia venuto? rispose con impazienza la moglie, a
meno che non fosse qualche creditore per farsi pagare.

--Non parliamo di melanconie, per carit: esclam Antonio, che trasse
di saccoccia un bell'involto di grossa carta azzurra da cui emanava un
confortevolissimo odore di salame, e lo pose sulla tavola vicino alle
bottiglie.

I bambini attratti da quella vista e da quell'odore si venivano
lentamente accostando, gli occhi larghi.

Antonio trasse ancora da quelle sue benedette tasche quattro pagnotte
o le mise ancor esse sulla tavola.

--E Giacomo non  venuto per caso a far la risposta della commissione
che gli ho data?

--Ti dico che non  venuto nessuno: ripet con maggiore impazienza la
moglie: oh che sei sordo?

Allora la si degn di fare attenzione ai preparativi di pasto
luculliano che il marito aveva disposti sopra la tavola.

--Che cosa  ci? Dove hai tu presa tutta codesta roba? Te l'hanno
ancora data a credito?

--Oib!.... L'ho pagata bravamente con quibus sonantibus.

E fece saltare il resto dei denari che aveva ancora in tasca.

La Rosina meravigliata allarg tanto d'occhi.

--Che? esclam, come non potendo credere a tanto miracolo, del
denaro!... Come te lo sei tu procurato?

--Lo devo a quel bravo Giovanni, a cui non ho potuto tacere le mie
angustie.

Rosina smise alquanto del suo tono scontroso.

--Ah, quello  davvero un buon amico!

--Puoi dirlo sul sicuro.... Non solo mi ha soccorso di met dei denari
che aveva presso di s, ma si adoprer in mio favore, e spero che sar
efficacemente, per farmi ottenere un impiego....

Rosina gett via dalle sue falde il lavoro a cui stava occupata e si
alz sollecita, interrogando con molto interesse:

--Un impiego?... Possibile?... Quale?

Il marito le comunic il progetto di Selva di farlo entrare negli
uffizi dei banchiere ricchissimo che avea nome Bancone, e i mezzi che
voleva usare per ci. Il mal umore della donna si dilegu quasi per
l'affatto a codesta notizia.

--Avremo per lo meno il pane quotidiano assicurato: esclam essa
lietamente; se pure tu saprai conservarcelo: soggiunse con un residuo
di acerbezza.

Vanardi mand un grosso sospiro di pena e di rassegnazione.

--Lo sapr, diss'egli, ed alla mia povera arte, dar un addio....

--E fosse eterno! interruppe vivamente la Rosina.

--Pap; entr opportunamente in mezzo il primo de' bambini con queste
parole: ho fame... Non vuoi darmi di quella buona roba che hai
portato?

-- giusto: disse il padre riscuotendosi; non mi manca l'appetito n
anco a me. Non pensiamo ora a melanconie e godiamo di questo ben di
Dio che la sorte ci manda.

Anche la moglie trov questo partito il migliore che fosse, perch si
diede le mani attorno a preparare il desco, e fu cos sollecita, che
due minuti dopo tutta la famigliuola era seduta intorno al mantile non
nuovo, n fino, n di bucato, e mangiavasi coll'appetito di gente che
si  preparata al pasto con lungo digiuno.

Il malumore della Rosina era sparito del tutto; e quella buona gente
godeva un istante di tranquillit e d'allegrezza in mezzo alle loro
traversie, obliando i travagli passati, le minaccie presenti,
lusingandosi nelle speranze che trasparivano nell'avvenire.

Quando pi vivamente erano occupati nelle delizie del loro pasto e in
quelle dei castelli in aria che venivano sognando a gara, due picchi
all'uscio d'entrata annunziarono un visitatore.

--Chi viene adesso a seccarci? disse con malavoglia impaziente la
Rosina.

--Ch'e' sia il figliuolo della portinaia che ci rechi la risposta di
mio zio! esclam Antonio a cui una nuova speranza venne a balenare
alla mente.

--Uhm! fece la moglie movendo il capo con atto che dinotava
partecipare ella assai poco in questo argomento la speranza del
marito. Avr egli risposto tuo zio?

--Avanti: grid Vanardi verso l'uscio; e questo, aprendosi pian piano,
lasci scorgere la faccia melensa di Giacomo.

--Vedi se l'ho indovinata! esclam con vivezza di buon umore Antonio,
in cui la concepita speranza si era di subito ingrandita ed afforzata.
Avanti, avanti, mio bravo Giacomo. Voi siete stato a portare quella
lettera?

--Sor s: rispose avanzandosi il giovane, i cui stupidi occhi si
fissavano con manifesta ed ingenua cupidigia sui commestibili e sulle
bottiglie che stavano sul desco.

--Oh che bravo figliuolo! soggiungeva il pittore. Vi ringrazio
tanto... E mio zio ce l'avete trovato?

--Sor s: ripeteva il figliuolo della portinaia non istaccando l'avido
sguardo dal salame e dal prosciutto affettati che mandavano un
solleticante odore dai piatti di maiolica in cui erano stati
ordinatamente disposti.

--Va benissimo: disse Antonio. Voi ci direte per filo e per segno
com' andata la cosa. Prendete una seggiola... Quella appunto... Non
impugnatela per la spalliera che la traversa vi resterebbe in mano...
Venite a seder qui presso di me... L!... Piano e con precauzione,
ve', perch la  un po' scassinata... Cos... Ed ora parlate.

--Sor s... Auguro loro buon appetito...

--Grazie.

--Anche a lei, madama.

--Grazie tante.

--A proposito, disse Antonio che era di carattere il pi largo e
generoso, bereste una volta con noi?

Giacomo chin la testa fra le spalle, fece boccuccia, mando gi la
saliva e lo sguardo disse chiaramente quanto ci gli sarebbe stato a
grado.

--La ringrazio... Non vorrei scomodarli.

--Niente affatto. Ecco qui il bicchiere di Tonietto... I bambini
beranno in quel della mamma... Assaggiatemi questo poco; ci vi vorr
sciogliere lo scilinguagnolo.

E mescette un buon mezzo bicchiere, che Giacomo tracann senz'altre
cerimonie.

--Dunque a noi: riprese Vanardi; siete stato nella bottega di mio zio?

--Sor s... Oh che buon odore ha quel prosciutto l!

Chi non glie ne avrebbe offerto? Antonio non era capace di far
orecchie da mercante; d'altronde pensava che non potendo dare a quel
giovane la mancia, il fargli parte della loro colazione avrebbe tenuto
le veci di quella, e ne avrebbe suscitato lo zelo per altre occasioni
in cui si avesse ancora bisogno di lui. Offr adunque a Giacomo di
que' commestibili, che tanto manifestamente gli tiravano la gola; ed
egli, senza farsi punto pregare, si mise di buon animo a mangiare a
due palmenti, con qualche stizza della Rosina, meno generosa che il
marito, la quale invano veniva saettando Antonio di occhiate di
rimprovero ad ogni grosso boccone che faceva l'indiscreto figliuolo
della portinaia.

--E mio zio era egli nel fondaco? gli domand poi Vanardi che voleva
ridurre il discorso a ci che gl'importava.

--Sor s: rispose Giacomo con la bocca piena; da principio, entrando,
ho creduto di no, perch non ci vidi col che un garzone seduto dietro
al banco... Se la mi favorisse un po' da bere, signor Vanardi...
Grazie!

Tracann un bicchier di vino.

--E dunque? disse Antonio per ravviare la narrazione interrotta.

--Dunque mi diressi a quel garzone e domandai se il padrone non c'era.
A queste parole suo zio trasse fuori la testa da quella sua baracca di
bussola dove ci ha lo scrittoio e mi domand: che cosa c'? che cosa
si vuole? Io trassi di tasca la lettera ch'ella mi aveva data e
risposi: Questo per lei. Suo zio si alz, usc fuori dal suo
nascondiglio e venne avvicinandosi a me: Una lettera, disse, chi la
manda? Gli risposi che era lei. Il vecchio che gi aveva tesa la mano
verso di me per prenderla, fece tal quale come se invece d'un pezzo di
carta avesse visto ch'io gli porgeva una vipera; trasse indietro la
mano e s stesso, ed esclam: Mio nipote! Non voglio nulla da lui, n
lettera, n altro. Andate al diavolo voi e chi vi manda.

--Ah! fece Antonio con un sospiro di dolore.

--Ha detto proprio cos: continuava Giacomo. Io, com'ella capisce,
rimasi l in asso, colla mia lettera in mano, che non sapevo pi che
cosa dire n che fare. Suo zio si pose a passeggiare su e gi della
bottega colle mani dietro le reni, borbottando fra s delle parole che
non capivo e facendo ballare il fiocco della sua berretta con iscosse
di capo che mi sembrava volessero dire che era molto in collera. Che
cosa fate ancora cost? mi disse dopo un poco, pi burbero che mai;
non avete udito che non voglio ricever lettera di sorta di quel
signore?... E ditegli ben chiaro che si risparmi la pena di
scrivermene, ch di lui e delle cose sue in nessun modo non voglio pi
sentire a parlare. Ripet queste ultime parole, staccando una sillaba
dall'altra e con forza: Non vo-glio pi sen-ti-re a par-la-re! Avete
capito? Avevo capito benissimo. Rimisi in tasca la lettera e me ne
uscii.

--Oh diavolo! sclam Antonio col pi doloroso disappunto.

--Eh! io l'aveva previsto che sarebbe andata cos: disse la Rosina
tornata in tutto il suo malumore di poc'anzi.

--E questa lettera me l'avete dunque riportata? domand Vanardi che
cominciava a rimpiangere i bocconi ed il vino che ingollava con tanta
voglia quello stupido di Giacomo.

--Un momento, rispose questi: mi lasci dire, ch non ho finito.

--Dunque avanti, corpo di bacco! esclam Antonio con impazienza.

--Ecco! Avevo fatto appena una cinquantina di passi, quando sento a
gridare di dietro: Ehi, ehi, quel giovane. Pensando che si potesse
parlare a me mi volto, e vedo il garzone che correndo mi raggiunse in
breve e mi disse: Venite, il padrone vuol ancora parlarvi. Tornammo
insieme nel fondaco. Sapete voi che cosa mi scriva quel birbante?
(ha detto proprio cos) mi domand suo zio con voce di collera. Io
risposi che non sapevo di niente. Date qui quella lettera! soggiunse
ancora pi burbero e sdegnoso. Io glie la diedi: la prese, la gir e
rigir fra le mani, la spiegazz quasi con rabbia e poi la gett senza
aprirla sopra il banco. Che cosa fate? mi domand ruvidamente,
vedendo ch'io non muoveva. Aspetto la risposta, gli dissi. Eh! non
c' risposta da fare, mi disse di mala grazia; andate pure pei fatti
vostri. Ero gi colla mano sul saliscendi per aprir l'uscio, quando
egli, che pareva cambiare ad ogni momento d'idee, mi comand brusco
brusco: Aspettate. Prese la lettera, entr in quel suo gabbiotto, e
ci stette forse un dieci minuti e pi, non dando altro segno della sua
presenza che di soffiarsi rumorosamente il naso due o tre volte. Poi
venne fuori ed aveva una faccia tutto diversa...

--Era commosso? domand vivamente Antonio che ascoltava questo
racconto con interesse infinito.

--Quello che fosse non so, ma non pareva pi in collera. Va, mi
disse, e di' a mio nipote che una risposta glie la far forse tra
poco. Bisogna ch'io ci pensi, ch'io veda, ch'io sappia.... Infine in
un modo o nell'altro gli far conoscere le mie decisioni. Apr egli
stesso la porta ed io me ne venni via, ed ora le ho detto tutto dalla
prima parola all'ultima.

--Grazie, Giacomo: disse Antonio il cui cuore s'era aperto di nuovo
alla speranza: le novelle che mi porti sono migliori di quelle che mi
avevi fatto temere dapprima. Evidentemente lo zio fu tocco dalla mia
lettera; il suo affetto per me non  ancora spento del tutto, e il suo
buon cuore non si pu smentire. Vedrai, Rosina, che di quest'oggi
medesimo il padrino si rifar vivo per noi.

La moglie non aveva cos liete speranze, ma non contestava ci nulla
meno che le apparenze non fossero pi favorevoli che per l'addietro.
Bisognava bene far festa a questo pi benigno sorriso che regalava la
sorte, e ne pagarono la spesa le due bottiglie, delle quali, per zelo
specialmente di Giacomo, ben presto si vide il fondo.

Ma Giacomo era tutt'altro che avvezzo a simil baldoria, obbligato
dalla parsimonia della madre ad un culto esagerato della virt della
temperanza. E ci fu causa che quando egli, dopo essere rimasto nel
quartiere del pittore poco meno d'un'ora, discese nella loggia sotto
il portone era in preda ad una certa vivacit, ad un certo eccitamento
cui non era calunniare soverchiamente il dirlo una mezza cotta.

La portinaia scandolezzata accus con isdegnose imprecazioni Antonio
di corrompere la savia morigeratezza di suo figlio; e per punire
quest'ultimo d'aver ceduto alle seduzioni del tentatore lo tenne tutto
il d chiuso in casa, senza che si discorresse altrimenti per lui n
di pranzo n di cena.

Vanardi aspett tutto quel giorno alcuna novella del padrino: ma
invano. Nulla giunse; in nessun modo il droghiere diede segno di vita.
Il domattina Antonio stette in casa fino alle dieci, nella speranza
sempre che da un momento all'altro qualche cosa apparisse. Verso le
dieci fu picchiato all'uscio e il pittore corse con uno slancio ad
aprire: era il signor Martino, giovane dello speziale, che porse ad
Antonio per commissione del suo principale una bustina di lettera
suggellata, che dal peso e dal suono si conosceva contenere monete.

--Se la volesse far grazia di scrivermene una ricevuta: disse Martino.

Antonio dissuggell tosto tosto l'involtino e ci trov dentro quattro
righe di scritto sopra un foglio di carta e due napoleoni d'oro da
venti lire. Nel bigliettino Agapito diceva che la somma acchiusa era
maggiore di quel che il pittore potesse pretendere, e quindi non lo
seccasse pi.

--Che villano! esclam Antonio, senza che la presenza del garzone
potesse pi frenarlo. E mi manda quaranta lire!... Il miserabile!...
Appena se mi paga i colori.

Voleva rimandargli addietro il denaro; ma pure veniva tanto opportuno!
Rosina che era presente, non avrebbe lasciato passare senza contrasto
un simile dignitoso atto di risentimento; si acconci a ritenerli e
farne la ricevuta, colla quale il signor Martino se ne and.

Pochi momenti dopo era un usciere di Giudicatura che veniva cercando
il povero Vanardi, e gli rimetteva in mani proprie parecchi atti di
citazione provocati dal venditore di carbone, dal pizzicagnolo, dal
panattiere.

Antonio guard quelle carte, sbalordito, come se fossero una sua
condanna di morte. Poi si batt la fronte, prese una subita
risoluzione, si calc il cappellaccio in testa e con quel po' di
denaro che aveva corse via per ammansare merc alcuni acconti i suoi
creditori. Un quarto d'ora dopo egli si trovava precisamente nella
florida condizione in cui era il giorno innanzi, cio senza un soldo
in tasca.

E non era un quarto d'ora ch'egli era uscito di casa, quando bussavano
alla porta del suo alloggio, e dietro invito di Rosina vi entravano il
signor Marone ed uno sconosciuto.




XI.


La sera medesima del giorno in cui Vanardi aveva parlato a Selva,
questi con sua moglie discese in casa il signor Biale, come usava due
o tre volte la settimana, per farvi insieme la vegliata.

Il capitano e sua figlia Lisa stavano in un modesto ma pulito salotto,
in cui la tappezzeria e le masserizie mostravano, se non la ricchezza,
certo il buon gusto ed il buon governo.

Un allegro fuoco fiammava nel caminetto alla _Franklin_, e, sedutovi
presso su d'una poltrona coperta di cuoio color tan, il signor Carlo,
i piedi appoggiati al paracenere, la persona avviluppata in una vesta
ovattata, leggeva attentamente un volume della _Storia militare del
Piemonte_. Vicino a lui era un tavolino da una gamba sola con tre
piedi e sopravi una lampada col coprilume di carta verdescuro
all'infuori, che rifletteva la luce in un ristretto cerchio
tutt'intorno, lasciando nella penombra il rimanente della stanza.
Dall'altra parte di quel tavolino sedeva la moglie di Pannini; aveva
il suo cuscinetto da lavoro sulle ginocchia e cuciva.

Giovanni Selva nel dipingere a Vanardi l'antico capitano, Carlo Biale,
non aveva detto che la verit.  una figura che a prima vista vi
ispira confidenza e v'impone rispetto; una di quelle figure oneste,
aperte, gravi, le quali, solamente ad incontrarle, vi fanno provare
una certa soddisfazione e, nel contemplarle, vi fanno inorgoglire
d'essere della loro razza.

Lisa, sua figlia, ha diciott'anni. In punto a bellezza non uscirebbe
dalla mediocrit, s'ella non possedesse nello sguardo, nel sorriso,
nell'espressione delle sembianze, nell'aria del volto una quasi direi
mala, la quale a chi l'accosta, a chi specialmente le parla, fa
ch'ella sembri la pi bella, od anzi meglio, la pi cara donna del
mondo.  l'eccellenza della sua anima eletta che si manifesta di
quella guisa e dolcemente comanda in una l'ammirazione e l'affetto.
Tenuta a battesimo dalla marchesa di Campidoro, fu fino agli ultimi
tempi carissima alla gentildonna, la quale il pi spesso possibile,
fin da quando Lisa era bambina, la voleva seco; ed ella nel domestico
e frequente praticare in casa l'aristocratica famiglia, senza pur
volerlo, senza pensarci, senza accorgersene menomamente, aveva attinto
un'eleganza, una distinzione, una squisitezza di maniere che
meravigliosamente bene s'accordavano colla sua nativa gentilezza,
cortesia e bont. Ella  di umor lieto ordinariamente, benigno sempre.
Amorevole qual', si compiace nelle mostre di affetto, nelle tenere
cure, nelle ufficiose attenzioni agli oggetti dell'amor suo: il padre
ed il marito. Poich ebbe sposato l'amato giovane, Lisa fu pienamente
felice; visse in questa terra come in un paradiso; e la sua gioia
cotanta, nei primi tempi da cosa nessuna turbata, lasci manifestarsi
nella rosea freschezza delle guancie, nel brillare degli occhi vivaci,
nella schiettezza del perenne sorriso, nell'allegre canzoni, nella
medesima alacrit posta ai quotidiani uffizi del domestico governo.

Per da alcun tempo quella sua tanta allegria era sminuita; la sera di
cui dico, sulla fronte di lei e sul volto avreste detto essere disteso
un velo che ne faceva meste le sembianze. Non era gi un dolore, ma
una melanconia; meglio ancora era una preoccupazione non esente da
inquietudine. Un poco essa lavorava sbadata, a rilento, visibilmente
col pensiero ad altre ben diverse cose, un poco pareva rientrare in s
s'affrettava, s'affrettava nel suo trar d'ago: tratto tratto i suoi
occhi neri ed espressivi si levavano dal lavoro e si rivolgevano
intenti, non senza una specie d'ansiet, verso l'uscio che menava alla
vicina stanza coniugale, in cui s'udiva un passo d'uomo che di quando
in quando si muoveva e un aprire e richiudere di cassetti e uno
spostar di mobili.

Di quando in quando il padre levava il suo serio e sereno sguardo
dalle pagine del libro e lo faceva guizzare verso la diletta
figliuola, ed era allora sollecita la buona Lisa a richiamare sulle
sue fattezze la usata espressione di tranquilla e beata ilarit, ed a
fare che l'occhio paterno incontrasse il pi lieto di lei sorriso;
imperocch ella avrebbe voluto fare ad ogni modo acciocch il segreto
turbamento che era in lei non apparisse allo sguardo amoroso e
perspicace del padre.

Di cotal turbamento che da alquanto tempo la possedeva, era cagione il
marito, il quale, bench amoroso e carezzevole sempre, pure aveva da
parecchi giorni qualche cosa di nuovo e di strano nei suoi contegni,
che dava mille indefinite paure alla Lisa.

Il primo lievissimo velo di nube che costei aveva visto salire sul
sereno orizzonte della sua felicit coniugale era provenuto da quella
sciocca ambizione di sfoggio che Gustavo pareva avere ereditata dal
padre e dal nonno. Vedutolo sopra pensiero alcune volte, la giovane
moglie l'aveva interrogato con ansioso affetto, timorosa che alcun
cruccio ne angustiasse l'anima, ed aveva scoperto con dolorosa
meraviglia come a lui non bastasse per essere felice la fortuna di
quel tanto e spartito amor loro ed invidiasse nel profondo del cuore
le distinzioni sociali, gli sbarbagli della ricchezza di cui godevano
altri nel mondo. Rimproverato amorosamente dalla giovine donna, perch
potesse ad altro ancora rivolgere il pensiero e il desiderio, che
l'amor loro non fosse, quando la Provvidenza era stata cos pietosa
per essi da conceder loro s fortunata sorte, Gustavo aveva risposto
che non tanto per s andava egli desiderando la ricchezza e i suoi
vantaggi, quanto per lei, sua diletta sposa, che avrebbe voluta la
prima in tutto e per tutto e la pi ammirata dovunque.

--Ma ci, soggiungeva egli tutto infervorato, sta pur certa che
avverr senza fallo, o ch'io perder il nome. Voglio mettere ai piedi
della mia bella Lisa una fortuna principesca; e quando io voglio una
cosa...

Con pari ardore Lisa lo interrompeva per protestare ch'ella si trovava
abbastanza contenta della modesta agiatezza del loro stato, che ci
che importava al suo cuore era ch'egli l'amasse sempre e che le
ricchezze, non che non desiderarle, non che non sapere che cosa farne,
ma le temeva benanco quali insidie della sorte, come temeva ogni
cambiamento nelle sue condizioni presenti che le tornavano le migliori
possibili.

Gustavo crollava la testa, faceva un suo cotal sorriso misterioso e
conchiudeva con dire abbracciandola e baciandola:

--Vedrai, vedrai; lascia fare a me e non temere di nulla.

Lisa si racchetava, ma sarebbe stata assai pi tranquilla se il marito
avesse rinunziato ad ogni velleit di simile ambizione. Gustavo aveva
sempre usato frequentare di molto le veglie e le feste della societ
elegante. Aveva la sciocca smania di comparirvi riccamente vestito di
tutto punto e starvi a paro coi pi doviziosi; seguiva gli esempi e le
traccie del signor Padule, il primo commesso di Bancone, che incarnava
sempre in s l'ultimo figurino delle mode. Non c'era convegno, non
solennit, non festa, per cui egli tanto non facesse da riuscire ad
avervi l'invito. La moglie aveva condotta seco alcune volte, ma poi si
era dovuto a ci rinunciare perch le acconciature di lei costavano
troppo pi di quello ch'essi potessero spendere, e perch Lisa
medesima che ci trovava un mediocrissimo diletto aveva determinato
assolutamente di non volerci metter pi il piede. E di molto le doleva
che il marito abbandonasse tutte le sere lei e suo padre soli, e non
trovasse pur mai che una veglia in famiglia valesse il sacrifizio
d'una di quelle concorrenze piene di soggezione; le doleva tanto pi
che il tempo da passare insieme coll'amato uomo fosse cos ridotto
sempre a meno, poich di giorno le occupazioni di Gustavo alla Banca
gli lasciavano poche ore libere, e le sere, il _mondo_ lo toglieva
affatto alla moglie.

Non and guari che Lisa si accorse una segreta preoccupazione essere
nell'animo di suo marito; allo sguardo d'una donna amorosa non isfugge
mai un simil fatto. Lo interrog: egli rispose colla pi franca
negativa; e qualche tempo di poi si mostr veramente cos allegro, che
ogni sospetto dovette dileguarsi dall'animo di Lisa. Gustavo era pi
amoroso che mai; rec a casa per la moglie i pi splendidi e suntuosi
regali di ori, di gioie e di vesti, cos bene ch'ella dovette
rimproverarnelo, e non os mostrarli al padre che pi severamente ne
avrebbe ripreso la folla del genero.

Ma quest'allegria fu una fase che non tard a passare per lasciar
scorgere all'occhio scrutatore di Lisa i segni d'una nuova e maggiore
preoccupazione nel marito; e tale che da alcun tempo sembrava a lei
fosse addirittura un cruccio che ne tormentava l'animo. Aveva ella di
nuovo interrogato Gustavo con tutto interesse e con tutta
amorevolezza; ed egli a risponderle di bel nuovo press'a poco come
prima: non se ne ponesse in pensiero, non essergli capitato nulla, e
fra poco tempo vedrebbe che tutto andava per la meglio.

Le quali parole non avevano rassicurata l'amorosa donna che a mezzo; e
vedendo essa di tanto in tanto pi tristamente pensosa e pi
annuvolata la faccia del marito, l'inquietudine di lei ripigliava pi
forte, quanto pi si sforzava ad immaginare ed argomentare le ignote
ragioni di quella tristezza.

Il capitano, da parte sua, s'era accorto di qualche cosa riguardo alla
figliuola.

--Lisa: le disse un giorno, pigliandola per mano e fissandola ben bene
in volto. Tu non ridi pi come per lo innanzi; tu non canti pi da
mattina a sera come facevi. Che cosa  capitato?

La giovane s'era fatta del color delle fragole, come una colpevole
colta in fallo.

--Io, babbo? rispose ella tutto impacciata: ti pare?... Ma no... Son
sempre quella io... Non  capitato niente... Che cosa vuoi ci sia
capitato?

E da quel momento stette in sull'avviso per non lasciar scorgere pi
nulla del suo turbamento al genitore.

Quella sera adunque in cui noi penetriamo nel salotto di codesta
famiglia. Lisa e suo padre erano soli presso al fuoco nel salotto, e
nella vicina stanza coniugale si udiva l'andare e venire d'un uomo che
non poteva essere altri che Gustavo.

Ad un punto, il signor Carlo alz gli occhi dal suo libro, volse la
testa verso sua figlia e disse con accento pacato, ma in cui era pure
una leggiera tinta d'impaziente ironia:

--Che? Tuo marito non ha ancora terminata la sua acconciatura?
Cospetto di bacco! Sai che non c' donna per quanto civetta essa sia
che impieghi tanto tempo alla teletta?

Lisa non sapeva che cosa rispondere; ed ecco, per fortuna, a torla
d'imbarazzo entrare nel salotto i due casigliani del piano di sopra,
Giovanni Selva e sua moglie Adelina.

Conosciuti quali erano dalla fantesca, i due visitatori avevano potuto
inoltrarsi senz'essere annunziati. All'udir gente che entrava il
signor Carlo aguzz lo sguardo verso l'uscio; ma non vedendo bene chi
fosse nella penombra prodotta dal coprilume, sollev questo dal globo
della lampada, e fece spandere la luce per tutta la camera.

--Siate i benvenuti, miei cari vicini: disse egli con molta
cordialit, ravvisandoli tosto, e chiuso il libro lo ripose sulla
tavola per porgere la destra a Giovanni che s'avanzava verso di lui.

Lisa, appena visto ancor essa chi entrava, s'era levata vivacemente da
sedere con un'esclamazione di affettuosa letizia ed un saluto
amichevole, ed era corsa incontro all'Adelina ad abbracciarla.

--Lei sta bene, signor capitano? disse Giovanni stringendo con
deferenza la mano leale del padre di Lisa.

--Benissimo, grazie. Di lei non lo domando neppure; lo si vede
abbastanza.... E neanche di lei signora, soggiunse con un sorriso di
galanteria, volgendosi ad Adelina, la quale s'era seduta dall'altra
parte del tavolino, accosto alla Lisa. Ella  un fior di rosa.

La moglie di Selva, sorridendo, minacci scherzevolmente il signor
Biale coll'indice della sua piccola mano.

--Ah, signor capitano! Lei mi vuol fare imbizzarrire.

--E il signor Pannini? domand Giovanni.

Il capitano fece una smorfia di cattivo umore e croll le spalle con
atto di malcontento.

-- di l, rispose, in grandi occupazioni di teletta. Non so quando
avr finito. Per me gli  un'ora che m'impaziento per tanta grulleria.

Lisa arross, come se fosse a lei diretto il rimbrotto, e timidamente
disse:

--Gustavo deve andare ad una gran festa, e....

--S, s: fu sollecito a soggiungere il capitano, pentito d'aver fatto
pena alla figliuola. E' va ad un suntuoso ballo d'apparato che d non
so qual principe della finanza.

--Desidererei parlargli: disse Giovanni; ma del resto ci di cui
voglio pregarlo--perch si tratta d'un favore che ho intenzione di
domandargli--posso dirlo a loro,  la medesima cosa.

--Parli, parli pure: disse con gentilezza invitatrice, non per
cerimonia, ma affatto sincera, il padre di Lisa.

In questa s'ud la voce di Gustavo dalla stanza vicina.

--Lisa, hai tu veduto i miei guanti?... Non li trovo pi.... Ne avevo
ancora parecchie paia...

--Li ho riposti io: rispose Lisa alzandosi in tutta fretta. Vado a
darteli.

E corse sollecita dov'era il marito.

Gustavo in tutto lo splendore d'un'acconciatura di rispetto pi che
accurata, abbagliante per i bottoncini di diamanti allo sparato della
camicia, pei bottoncini d'oro al panciotto nero, per la lunga e grossa
catena d'oro dell'oriuolo, dalla quale pendeva una voluminosa ciocca
di ciondoli, di ninnoli, di minuterie preziose, stava innanzi allo
specchio ammirando il nodo elegante della sua bianca cravatta e le
volute graziose alle tempia della sua zazzera arricciata dal ferro
sapiente d'un parrucchiere alla moda.

Si volse alla moglie che era entrata, e le disse con un sorriso
trionfante:

--Ti pare ch'io stia bene?

--Benissimo: rispose Lisa con ammirazione innanzi alla belt di suo
marito.

--Vieni dunque a darmi un bacio.

Ella ubbid con molto zelo. Gustavo le pass un braccio intorno alla
vita e guardandola con espressione di molto amore, soggiunse:

--Ah, perch non posso condur meco anche te, mia buona ed adorata
Lisa, in una teletta che facesse stare al disotto quella di tutte le
altre? La tua bellezza, cara donna mia, disgraderebbe le pi superbe
pretensioni di quelle poppattole che tengono lo scettro della moda...

Mand un sospiro di sincero rimpianto, soggiungendo:

--Ah! se la fortuna mi avesse un po' assecondato!...

Sulla sua fronte venne di botto ad oscurarla quella nube che la moglie
da qualche tempo ci aveva notata ad intermittenze, per fu lesto a
discacciarla.

--Ma non ho perso ancora le speranze, continu; ed anzi, chi sa che
fra poco...

Fece una reticenza, la quale, pi ancora delle pronunziate parole,
eccit la curiosit di Lisa.

--Che cos'? domand essa. Tu tenti qualche cosa? Tu hai qualche
progetto? Quale?

--Nulla, nulla: rispose il marito sciogliendo l'amplesso con cui la
teneva abbracciata e tornando allo specchio a mirarsi. Non andare
fantasticando colla tua testolina delle cose spiacevoli, sai... Non
voglio; no, cara, non voglio che la menoma ombra di cruccio passi sul
cuore della mia Lisa... Ti dico solamente che il mio costante
desiderio  il poter procurare a questa diletta donna tutti i piaceri
e le soddisfazioni della ricchezza...

--Ma io non ci tengo: disse vivamente la donna. Io non desidero in
nessun modo n le feste n gli sfarzi del gran mondo.

--Li desidero ben io per te... Come! a te non piacerebbe di venir
meco... non foss'altro che per istare insieme?

--Ah, Gustavo! Potremmo stare insieme tanto bene e con maggior
abbandono, qui, nella nostra casa!...

--Hai ragione: ma che cosa vuoi? Viviamo nella societ, e non possiamo
sottrarci ai legami ed agl'impegni di essa... Quanto a me, poi, alla
mia carriera, al mio avvenire,  quasi una necessit il vivere quella
vita.

Lisa chin il capo sospirando come per indicare ch'ella ben vi si
rassegnava, ma che penosa erale la sua rassegnazione.

--Oh, dunque, Lisa, riprese Gustavo cambiando tono: dammi i guanti.

La moglie venne a recargliene parecchie paia; egli ne scelse
accuratamente due, e messone uno in tasca per servir di ricambio, si
pose a calzar l'altro con tutta la cura che richiede una s dilicata
operazione.

Passarono tutti due nel vicino salotto, Lisa portando il mantello, il
_cachenez_ ed il cappello del marito.

--La riverisco, signora, disse questi ad Adelina; buon giorno, Selva,
come va?

I due coniugi risposero al saluto.

Il signor Carlo guard suo genero non senza un po' d'ironia
nell'espressione del volto.

--Hai finito pur una volta, bellimbusto? gli disse tra lo scherzo e il
rimprovero.

--Che volete? rispose Gustavo ridendo. Questo benedetto nodo di
cravatta non lo potevo far bene. Ci ho sciupato tre pezzuole prima di
venirne a capo... Hai mandato a prendere la carrozza, Lisa?

--Eh! disse con qualche impazienza il capitano:  quasi mezz'ora che
sta qui sotto ad aspettare.

Gustavo trasse fuori il suo ricco orologio.

--Cospetto!  tardi. Ho promesso al signor Bancone di andar presto a
fare la sua partita. Addio, Lisa; buona sera, pap; signori Selva, li
riverisco.

La moglie lo aiut a mettere sulle spalle il mantello, e gli avvolse
con cura il _cachenez_ intorno al collo.

--Non aspettarmi sai, Lisa, diceva intanto il marito, guarda che te lo
proibisco!... Non so a che ora mi sar possibile rientrare... gi far
di tutto per isbrigarmi presto... ma in ogni modo, guai a te, se non
ti trovo placidamente addormentata.

La moglie lo accompagn fino al pianerottolo.

--Copriti bene, gli diceva con infinita amorevolezza, e non istancarti
di troppo, che, per carit, non avessi poi da patirne; ed anche in
mezzo a tutta quella folla, a tante belle signore, a tanto chiasso,
pensa un poco anche a me.

--Forse ch'io ti possa dimenticar mai, anima mia? rispose con accento
di sincero affetto il marito; e datole ancora un caldo bacio
partivasi, mentr'ella tornava nel salotto.

Biale aveva guardato dietro suo genero che s'allontanava, tentennando
un pochino la testa.

--In fondo  un buon diavolo, diss'egli, ma sar sempre un ragazzo.

Lisa torn con una lieve mestizia espressa nelle sembianze, la quale
per sotto lo sguardo del padre si dilegu ben tosto.

Selva quindi, sollecitato dal signor Carlo, espose ci di che era
venuto a pregarli; volessero cio raccomandare al genero e marito di
procurare un posto nella banca a Vanardi, del quale Giovanni raccont
le misere condizioni. Il capitano e la sua figliuola presero il
maggior interesse pel povero pittore; e l'intesa fu che Selva mandasse
egli stesso poi il suo raccomandato agli uffici del signor Bancone con
un suo biglietto per Pannini, al quale la mattina seguente il suocero
e la moglie parlerebbero con tutto calore in pro' di quell'infelice.




XII.


Il domattina Selva s'affrettava verso la dimora di Vanardi a portargli
la novella, che il signor Biale aveva assunto di raccomandarlo, e la
sua lettera ch'egli doveva consegnare a Pannini.

Giunto all'uscio del pittore, Giovanni ud nell'interno la voce della
Rosina e quella d'un uomo che gli parve del signor Marone, cui egli
conosceva eziandio. Temendo che gli argomenti di discorso fra la
moglie d'Antonio e il padrone di casa fossero di tal fatta da tornar
poco graditi alla donna, Giovanni s'affrett ad entrare, e si trov
innanzi per prima la brutta faccia d'un uomo che non aveva visto mai.

Pareva aver sessant'anni all'incirca; era alto di statura, ma curvo di
petto, come se a stento si reggesse sulla macilenta persona;
calvissima aveva la fronte, e il cranio diventato di color giallognolo
pareva di avorio affumicato; alla nuca si rizzavano ribelli, e, per
dir cos, tormentate delle superstiti ciocche di capelli, il cui color
fulvo era temperato dalla canutezza, folti baffi del tutto bianchi gli
coprivano il labbro superiore; foltissime sopracciglia s'aggrottavano
per moto abituale sopra i suoi occhi piccoli, di color bigio,
infossati ed irrequieti, che dal fondo delle occhiaie risplendevano
d'un luciore maligno; la faccia era incavata, e la pelle aderiva
all'osso sporgente dello zigomo, piegandovisi sotto, alle gote, in una
rete inestricabile di minutissime rughe; un pallore quasi livido gli
si stendeva sulle sembianze. Un dolore profondo, interno, antico,
appariva da quel tristissimo volto; ma non era che destasse in chi lo
mirava senso alcuno di piet, s piuttosto di paura e di ribrezzo,
perch nello sguardo, nel cipiglio continuo di quell'uomo si leggeva
una vendetta implacabile, una ferocia da non saziarsi mai.

Giovanni indietreggi innanzi a quell'orrida figura. Il signor Marone,
che parlava, tronc di subito il suo discorso; e tanto egli quanto il
suo compagno si mostrarono spiacenti del sopraggiungere d'un estraneo.

--Ci pensi madama: aggiunse in fretta il padrone di casa lisciando il
pelo del suo cappello colla manica del pastrano. Noi torneremo per una
risposta.... o torner io soltanto, uno di questi giorni.... Mi saluti
il signor Vanardi.... La riverisco.

E sgusci fuor dell'uscio, come se nulla gli premesse di pi che
l'andarsene; lo sconosciuto lo segu senza disserrare le labbra, senza
fare neppure il menomo cenno di saluto.

--Che animale  egli codesto? disse Giovanni chiudendo la porta dietro
di loro.

--Neh! com' brutto! esclam Rosina giungendo le mani. Quando l'ho
veduto entrare, Gesummaria! mi ha fatto paura.

--E che cosa gli  venuto a far qui?

--Eh! lo so io bene? Ch qui mi ha tutta l'aria d'esserci un mistero.
Si figuri che il pretesto fu quello di vedere il nostro alloggio....
Bella cosa, veramente, da vedere!... E che? io dissi subito a quella
talpaccia del signor Marone; noi dunque non si conta pi un cavolo e
vuole addirittura spazzarci via. Quell'impostorone faceva il
melato.... E l'altro, quella faccia di morto con que' suoi occhi di
basilisco.... Dio! che occhi!... ha notato signor Giovanni che
lanternini d'inferno sono quelli?... Quell'altro intanto, sa che cosa
faceva?... Guardava tutt'intorno, alle pareti, negli angoli, da questa
parte e da quella con avidit, come se ci avesse da cercare un tesoro.
Il signor Marone lo fece passare di l del paravento. Io veniva loro a
panni e seguitavo a tempestare a parole il padrone di casa. Quel
brutto muso, appena fu di l, vide il quadro colla cornice dorata, e
mand una specie di grido, quasi un urlo soffocato, che mi fece
trasaltare...

--Oh bella! interruppe Giovanni, il quale fu assalito di botto da un
sospetto: e poi? e poi?

--Se avesse visto come gli occhi gli si misero a risplendere! Parevano
carboni accesi, su cui si fosse soffiato forte. Corse al quadro; lo
spicc dal muro: lo guard ben bene che pareva volesse mangiarlo. Un
rosso cupo glie ne era venuto su quelle guancie scialbe, e le sue mani
tremavano come se avesse il freddo della terzana. Signore, io gli
dissi, che cos'ha, che cosa vuole? Eh s! non mi bad pi che se
avessi parlato ad un ceppo. Si volse verso il padrone di casa e gli
disse con una voce che pareva venirgli su dal fondo della pancia, come
quella d'un raffreddato che parli in un imbuto: Avete ragione, 
lei.

Giovanni interruppe la Rosina, battendo insieme le mani.

--Corpo di bacco! non c' pi dubbio:  lui.

--Chi lui?.

--Quel birbone d'Orsacchio.

--Orsacchio! esclamava Rosina curiosamente. Vuol dire il marito della
donna del quadro?

--Quello appunto.

--Oh poveretta! Ora che ho visto il muso di codestui, comincio a
compiangerla anch'io daddovero.

--Ma vive essa ancora? E dove?... Ecco quanto si ha da scoprire...
Averlo avuto qui quel birbone ed esserselo lasciato scappare!... Ma
poich pare che egli  in buona relazione col signor Marone, per mezzo
di costui, sorvegliando i suoi passi, potremo forse venire a capo di
qualche cosa... A lei, signora Rosina, che cosa dissero d'altro?

--Parlarono di comprare quel ritratto. Io risposi che mio marito non
lo voleva vendere... Noti che fu sempre il padrone di casa a parlare.
L'altro non disse che poche parole colla sua voce cavernosa...
N'eravamo a quel punto quando lei  venuto e loro sono scappati.

Selva non si mosse di l, finch Vanardi non fosse tornato. Questi
rientr a casa avendo placato i suoi creditori e fattili acconsentire
a sospendere l'intentata lite, ma avendo di bel nuovo le tasche
asciutte.

Giovanni gli narr subito quant'era avvenuto, lui assente, in casa
sua; ed Antonio fu persuaso eziandio, e tosto, che quello sconosciuto
era proprio Orsacchio, cui la fortuna gli menava finalmente tra'
piedi.

I due amici furono d'accordo che conveniva profittarsi di quella
proposta di compera del quadro per iscoprire la sorte di Gina: che
perci era necessario andarne dal signor Marone sotto colore di
riannodare le pratiche, e governarsi di guisa da venir a scovar fuori
la verit: e siccome Antonio protestava di non esser fornito della
voluta accortezza a quell'uopo, Selva si proffer egli stesso, e
promise ci sarebbe andato al pi presto. Alla qual cosa Vanardi lo
sollecit di molto; impaziente che egli era di aver pur finalmente fra
le unghie quello scellerato che gli aveva ammazzato l'amico Alfredo
Cioni e di recare, se pur fosse possibile, alcun sollievo al destino
certo sciaguratissimo della infelice Gina.

Esaurito questo discorso, Giovanni consegn a Vanardi la lettera che
aveva scritto per lui a Gustavo Pannini, e lo stimol a recargliela
sollecitamente, di quel giorno medesimo, s'ei potesse.

--Bisogna battere il ferro mentre  caldo, soggiunse. Questa mattina
il signor Carlo e sua figlia hanno parlato di te a Pannini, ed egli 
di certo disposto a far molto in tuo favore.... non bisogna lasciare
che si raffreddino queste buone disposizioni.

Antonio annu a tutto quello che Selva gli disse: ed avess'egli fatto
a senno dell'amico, avrebbe risparmiati a lui ed a sua moglie alcuni
brutti momenti che, come vedremo, tocc loro di passare: ma quando
l'amico fu partito per le sue faccende, Antonio che, a cercare
quell'impiego per cui doveva rinunciare all'arte sua, ci andava di
mala gamba, si pose in tasca il biglietto introduttivo presso il
segretario di Bancone, e determin essere miglior partito l'aspettare
ancora tutto quel giorno se lo zio padrino, commosso dalla lettera
mandatagli, non gli rispondesse favorevolmente come glie ne avevan
data speranza le parole di Giacomo, e quindi non gli rendesse inutile
quel passo che gli gravava assaissimo l'aver da fare.

Ma il poveretto ebbe un bell'aspettare tutto quel giorno ed anche
l'altro appresso: nessuna risposta gli giunse da quel barbaro di
padrino.

Come avvenne egli mai? Il cuore dello zio droghiere, che, dietro la
narrazione di Giacomo, pareva essersi aperto ad un poco di piet,
erasi egli chiuso di nuovo pi inesorabilmente di prima? Ecco in che
modo era andata la faccenda.

La verit era che il vecchio non aveva potuto leggere lo scritto del
nipote senza sentirsi commuovere. La sua collera aveva un bel dirgli
che doveva star saldo; la compassione e l'affetto che, malgrado tutto,
senza che egli volesse e sapesse, gli durava nell'animo per quel
cattivo soggetto d'un nipote, lo piegavano con molta forza a pi miti
consigli. Antonio po' poi era l'unico parente che ancora gli
rimanesse: perdonargli le sue colpe, questo poi no; il fiero droghiere
non lo voleva, e dicevasi che non l'avrebbe fatto mai; ma lasciarlo
morire di fame poi, la gli pareva troppo dura anche al suo animo
irritato.

Ed ancora: se non si fosse trattato che di quell'ingrataccio d'un
figlioccio e di quella poco di buono ch'egli aveva sposato, passi: ma
c'eran di mezzo dei bambini.

--In codesto ha ragione, quello scellerato: disse fra s lo zio. I
suoi ragazzi non ne possono nulla... I suoi ragazzi!.. E' son pur
sangue mio... Poveri bimbi!

Per uno strano gioco di fantasia, rivide col pensiero il suo
figlioccio quando ancora bambino egli stesso. Ricord le mille piccole
vicende di quel caro fanciullo ch'egli aveva preso ad amare come suo,
e s'intener vieppi. Tolse in un cassetto del suo scrittoio una buona
manciata di monete, cambi il berretto di seta nera col suo cappello a
stajo, indoss il pastrano ed usc di bottega, senza dire una parola
ai garzoni, per alla dimora del nipote.

Ma il guaio era che il droghiere sapeva bene qual fosse la strada in
cui Antonio abitava, e press'a poco a qual punto della medesima ne
fosse la casa, ma non aveva mai saputo o non si ricordava pi il
numero della porta. Onde, giunto in quella via, rallent il passo,
parve non andar pi che di mala voglia, e si diede a guardare alla
scimunita di qua e di l, come se sulla facciata delle case dovesse
scorgere un indizio che gli mostrasse l'abitazione del nipote.

Gi nel tempo che aveva dovuto impiegare a giunger fin l, quel suo
primo impeto di piet aveva dato gi un poco. S'era venuto via via
rammentando il suo giuramento, non solo di non perdonare, ma di non
voler nemmanco saper pi nulla del colpevole, tutti i gran dispetti
che Antonio gli aveva fatto provare, s'era detto che un uomo di
carattere non deve lasciarsi avvolgere cos facilmente da poche
parole, le quali, chi sa ancora se fossero veritiere!

Al sopravvenire di questo dubbio, e' s'era fermato sui due piedi.

-- capace di tutto quel senza fede: aveva pensato. Pu esser
benissimo una lustra per bubbolarmi denari; ed io, sciocco, mi ci
lascerei accalappiare?... Oh no, no. Voglio prima conoscere
esattamente come stanno le cose. E se la  una trappola, mal per lui!

Cos se ne veniva egli gi per la strada guardando da questa e da
quella. Se la fortuna avesse voluto cessare di esser nemica al povero
Antonio, l'avrebbe menato l a quel punto, e messolo naso a naso collo
zio. Ma no, essa voleva proprio vederlo alla disperazione, e, per
giuocare all'infelice pittore il pi brutto tiro Che potesse, trasse
fuor della bottega e post l sul passaggio del droghiere quella buona
lana di messer Agapito.

La giornata era bella, il tempo mite, la solita nebbia degl'inverni
torinesi si lasciava lodevolmente desiderare, e un sole giallognolo
mandava di sbieco un raggio fin sulla soglia della farmacia.
Figuratevi se con un tempo simile il nostro signor speziale poteva
starsene rinchiuso nella sua bottega! La graffiatura del suo naso era
accuratamente coperta da un pezzetto di taffet inglese incerottato;
la voglia di ciarlare gli era tornata in corpo anche maggiore, e del
doppio gli si era accresciuto il maligno talento di tagliare i panni
altrui; venne fuori a respirare quelle aure tepidette e riscaldare il
suo naso a quel fugace raggio di sole.

Non tard a vedere lo zio d'Antonio, a lui perfettamente sconosciuto,
il quale andava e veniva, come ho detto, col passo incerto di chi
cerca una qualche cosa e non trova. Pensatevi se la curiosit di
messer Agapito non doveva svegliarsi! Cominci ad ammiccare a
quell'incognito passeggero, e fargli certi cenni d'interesse e certi
sorrisi di mezzo saluto, finch vedendo che l'altro non gli badava
punto, non si tenne pi dal rivolgergli addirittura la parola.

--Signore, gli disse scendendo dallo scalino, e toccando per saluto la
tesa del suo berretto; non vorrei essere indiscreto; ma mi pare che
lei vada cercando per queste parti di qualche cosa... Io, se posso
essere utile a qualcheduno, sono l'uomo pi lieto del mondo... Che
vuole? Son fatto cos, io... Non potrei vedere un gatto negl'impacci
senza andarlo a districare... Adunque, siccome questo quartiere io lo
conosco poco su poco gi come la mia bottega, e so a qual ripiano di
qual casa abiti questi o quegli, come so a qual ordine delle mie
scansie vi  il tale o il tal altro barattolo, cos se lei ha bisogno
di qualcheduna di siffatte informazioni, io son qui a suo servizio, e
non le accade che domandare.

Lo zio d'Antonio, al primo affacciarglisi di costui che non conosceva,
fece una sosta e stette ascoltando stupito e incerto del come
rispondere. Poi pens che questo tale poteva benissimo informarlo al
giusto delle condizioni del nipote; e che non sapendo affatto chi
fosse a interrogarlo, era disposto senza dubbio a non falsare la
verit. E come poteva mai immaginare che in quello speziale dalla
faccia sorridente ci fosse alcuna animosit contro il pittore?

--La ringrazio, rispose adunque il droghiere: cerco appunto d'un tale
che deve abitare qui presso, ma di cui non so il numero della porta.

--Ebbene, s'ella me ne dice il nome, io ci scommetto che so dargliene
il giusto indirizzo.

--Gli  un pittore...

Agapito diede in un leggier trasalto.

--Ah, ah! interruppe. Vanardi, forse?

--Giusto. Lei lo conosce?

Lo speziale alz le spalle, insacc il capo, allung il labbro
inferiore e mand una voce d'un'espressione poco lusinghiera pel
povero Antonio.

--Euh!... Lo conosco pur troppo. Sta qui, in questa casa medesima, su
fino al di sopra del tetto. Me lo vedo passare dinanzi ai vetri della
bottega una diecina almeno di volte al giorno.

--Esce di frequente?

--Non fa che andare a zonzo.

--Non trova dunque lavoro?

--Non ha voglia di lavorare... E poi, aff che per dargli alcun lavoro
bisogna proprio voler gettare via il denaro.

--Vuol dire che  poco abile nell'arte sua?

Lo speziale volle grattarsi, secondo il suo solito, la punta del naso;
ma il suo dito incontr il cerotto che copriva la graffiatura. Ci non
lo dispose ad essere benigno per Antonio, fece una smorfia e rispose:

--Poco abile!... Vorrebb'ella forse commettergli qualche lavoro?

--Precisamente.

--Ebbene, accetti un consiglio d'amico. Vada piuttosto a pigliare uno
di quegl'imbianchini che scialban le case.

--Ma dunque, e' non val niente?

--Dia retta: l'espressione sar un po' forte, ma  giusta: gli  un
asino calzato e vestito.

--O diavolo! esclam lo zio, un po' offeso contro lo speziale, ma
irritato molto pi contro il nipote.

--E con ci egli ha delle pretese che a chiamarle impertinenti  dir
poco.

--Davvero?

--Domanda dei prezzi impossibili... Guardi: io amo troppo il mio
prossimo per non avvertirnela... E parlo per esperienza, sa!... vede
questi due brutti figuri che fanno vergogna alla mia bottega e che un
giorno o l'altro caccer sul fuoco? E' non valgono quattro soldi
l'uno, e quel birbone me li ha fatti pagare un occhio della testa.

--E lei, signore, ha pagato?

--Che cosa vuole?...  cos insistente!... Un par mio non fa scandali,
non si cimenta con di quella gente... Ho pagato.

--Sar forse la necessit che lo spinge a domandar pi che non valga
il suo lavoro. Mi  stato detto ch'egli era nella massima miseria...

Lo speziale croll le spalle e si mise a sogghignare.

--Miseria! miseria! La solita scusa di tutti codesti viziosi che amano
spassarsela e non far niente.

--Ma egli ha pure moglie e figliuoli.

--Ah, s, la moglie.... Una buona lana, anche quella... Lei la
conosce?

--Io no.

--La  una pettegola che meriterebbe di stare colle rivendugliole in
piazza dell'erbe. Una chiassona, un'impertinente... una linguaccia
poi!... una matta, infine, senza ordine e senza giudizio: non so se mi
spiego.

--Corbezzoli! La si spiega benissimo. La ringrazio di queste
informazioni di cui far mio pro.

Lasci lo speziale e si avvi per tornarsene senz'altro a casa sua; ma
il desiderio glie ne venne ancora di edificarsi di meglio intorno alle
cose di suo nipote. Passando innanzi al portone, vide scritto al di
sopra del finestruolo le classiche parole: _parlate al portinaio_, ed
avvis che niuno poteva dirgliene di pi, e di pi preciso, che il
portiere. Entr adunque nel camerino in cui stava, come di solito, la
madre di Giacomo.

Ora, vedete accanimento della sorte contro il nostro Antonio; in
quell'istante appunto, la portinaia, che, per quella tal ragione
dell'assenza totale di mancie da parte del pittore, era gi
d'ordinario assai poco propizia a costui, trovavasi infiammata da una
nuova e non piccola collera contro il nipote del droghiere.

Suo figlio, Giacomo, era tornato nella loggia dopo un troppo lungo
intervallo--prima colpa che la portinaia era poco disposta a perdonare
cos agevolmente--ed inoltre era tornato col povero cervello offuscato
dai fumi del vino bevuto ad Antonio.

La madre gitt le grida le pi indignate, come se le avessero corrotta
la virt del figliuolo sino allora innocente; cominci per isfogare il
suo sdegno e correggere il traviamento del giovane coll'applicazione
sonora di due schiaffi solenni, ed immediatamente releg il colpevole
nel soppalco che doveva servirgli di carcere sino alla largizione
d'una generosa amnistia; ed aspettava la prima occasione per dire il
fatto suo al seduttore di Giacomo, quando il droghiere, gi s poco
ben disposto verso suo nipote dalle parole dello speziale, le venne
innanzi ad interrogarla sul conto del pittore medesimo, contro cui
essa l'aveva s amara.

--Una poco buona razza di gente: rispose la portinaia incollerita. La
mi domanda se son nella miseria.... Eh! non si meritano altro. Per
pagare a cui devono, certo non si san trovare i denari, ma per far
delle orgie s che son capaci di procurarseli.

--Per far dello orgie? sclam il droghiere meravigliato e incredulo.

--S signore... delle vere orgie.

E la portinaia raccont a suo modo, come quella stessa mattina, in
casa del pittore, vi fosse stato un pasto suntuosissimo, a cui suo
figlio medesimo avendo preso parte vi era venuto gi con una cotta
vergognosa.

Lo zio d'Antonio non volle pi sentir altro. Come! Lo stesso d, nello
stesso momento quasi che scriveva a lui quella lettera cos raumiliata
e supplichevole nella quale narrava s pietosamente l'infelicit de'
suoi casi; mentre egli, lo zio, si lasciava da quelle parole
commuovere e veniva con tanta premura verso il nipote per soccorrerlo,
il tristo si abbandonava--per chiamarla colla parola della
portinaia--ad un'orgia! Avevano dunque voluto beffarsi di lui: quel
soccorso che sarebbero riusciti a spillargli era dunque destinato a
procurare a que' viziosi nuovi piaceri di simil genere!... Ed egli,
bestione, s'era lasciato intenerire! egli aveva creduto ai loro
piagnistei!... L'irritazione che ne prov rese di botto il padrino
d'Antonio ancora pi inasprito contro suo figlioccio; e troncando in
fretta il suo colloquio colla portinaia, egli se ne torn al suo
fondaco, ripetendo a s stesso il giuramento che pi volte aveva fatto
e che ora pur tuttavia aveva violato, di non voler pi a niun conto
interessarsi n sentir parlare delle cose di suo nipote.

E cos avvenne che Antonio non ricevesse alcuna risposta dallo zio.

Il terzo giorno dopo mandata la lettera, Vanardi cominci a perdere
ogni speranza. Eppure gli pareva impossibile che il padrino, il quale
un d lo amava cotanto, ora potesse rimanere affatto insensibile a
quel suo grido di soccorso. Uscito di casa, i suoi passi lo portarono
senza precisa sua volont, verso il fondaco dello zio. Quando i suoi
occhi ebbero dinanzi i famosi quadrilateri colorati che il tempo aveva
fatti sbiadire, al di sopra della bottega, Antonio sent saltargli il
cuore nel petto pi ancora di quello che avrebbe immaginato. Da tanto
tempo egli non era pi entrato l dentro: da tanto tempo egli usava
perfino evitar quella strada! Si fece animo tuttavia. Gli parve che
passando e ripassando innanzi a quel fondaco alcuna cosa dovesse
sopravvenire, ond'egli avrebbe avuto occasione d'apprendere qualche
cosa della sua lettera. Ed ecco il nipote girare nelle vicinanze
dell'alloggio di suo zio, come questi avea girato due giorni innanzi
per la strada abitata dal nipote. Ma finalmente a costui il freddo
dell'aria frizzante invernale e la necessit imperiosa diedero il
coraggio di abbrancare la gruccia della serratura, di volgerla, di
aprir l'uscio ed intromettersi timidamente nel tepore della bottega
del droghiere.

Nulla era mutato in essa. Al solito posto c'era il solito banco, a cui
con tanto suo fastidio Antonio stesso s'era provato, senza troppo
buona riuscita, ad avviluppare con grazia cartocci di pepe e di
cannella; dietro il suo paravento lo zio. Questi, come sempre all'udir
entrar gente, sporse in fuori la testa e guard chi fosse; vedendo suo
nipote, egli arross di sdegno fino sulla fronte. S'alz di scatto da
sedere, rigett con forza il seggiolone, si slanci dietro il banco
che era l vicino, come un oratore nella tribuna, e battendo
violentemente su di esso col pugno chiuso, prima che Antonio avesse
tempo ad aprir bocca, grid:

--Che cosa vuole, signorino? Che cosa viene a far qui? Questo non 
luogo per lei n pei pari suoi. Mi pigli la porta subito...

Antonio, tutto confuso e sbalordito, prov a balbettare con aspetto ed
accento da supplichevole:

--Caro signor zio, caro signor padrino... E il droghiere pi
invelenito:

--Che zio! che padrino! Qui per lei non c' pi n l'uno n l'altro.
Qui non c' che un uomo il quale si vergogna di molto d'aver con lei
comune un nome ch'ella disonora...

A questo punto Antonio lev fieramente il capo.

--Mio zio! diss'egli, questo  troppo...

Ma l'altro senza lasciarlo parlare:

--Vada via, vada via. Non la voglio sentire, non la voglio vedere...

E come Antonio insisteva, il droghiere con pi calore:

--Vada, o la faccio cacciar fuori dai miei garzoni.

--Vado, vado: grid Antonio, pallido per ira; ma badi bene, signor
zio, che di questo indegno trattamento a mio riguardo avr da pentirsi
un giorno.

Ed usc ratto, chiudendo con violenza l'uscio dietro di s. Corse a
casa sua in uno stato d'animo che  pi facile immaginare che dire; e
trov Giovanni che veniva a dirgli il risultato della sua visita al
signor Marone, ed a domandargli quello del colloquio di lui con
Pannini.

Ma Vanardi era s commosso che non pot discorrere d'altro, finch non
ebbe contato con ogni pi minuta particolarit la scena avvenuta collo
zio, e non ebbe dato colle sue parole un po' di sfogo allo sdegno ed
al dolore che lo travagliavano per quella disgustosa vicenda.

Selva si adoper colle migliori e pi amichevoli ragioni che seppe
trovare a versare alcun conforto nel povero afflitto, e la Rosina
invece non si occup che di staccar moccoli all'indirizzo di quel
birbone spietato d'uno zio.

Quando marito e moglie furono un po' pi calmi, Giovanni allora prese
a dire:

--Tutto ci rende pi necessario che mai la tua ammissione all'impiego
ch'io ho pensato di procurarti per mezzo del signor Pannini. Ti sei tu
recato da lui per presentargliene la mia lettera?

Antonio confess, non senza un po' di confusione, che non era stato
col, e che quindi quella lettera giaceva tuttavia inoperosa nel fondo
della sua saccoccia.

Selva ne lo rimprover amorevolmente: i medesimi rimbrotti, ma con
meno mitezza, ripet la moglie: e il pittore col capo chino come un
ragazzo in fallo, promise che di quel giorno sarebbe andato dal signor
Pannini; e intanto, non malcontento di cambiar discorso, domand
all'amico, s'egli da parte sua fosse andato, come aveva detto di voler
fare, dal signor Marone ed avesse potuto parlargli.

Giovanni Selva non aveva fallito alla sua promessa, ed espose il
risultamento della sua gita.

Marone non abitava mica nella casa di sua propriet, ma prendeva a
pigione tre stanzuccie ad un quarto piano non molto lontano, dove
albergava i suoi miseri penati e la vecchia donna che lo serviva.

Selva n'era stato ricevuto come uno cui non si vuole fare sgarbi, ma
la cui presenza non ci va troppo a' versi, e l'amico d'Antonio,
mostrando di non accorgersi niente affatto di codesto, era entrato di
questa guisa nell'argomento che lo interessava:

--La non si stupisca se vede venir me ad entrarle in discorsi che non
mi riguardano e parlare in luogo e vece di altri: ch a dire il vero
dovrebb'essere il buon amico Vanardi a venirle a domandare le
spiegazioni che si desiderano; ma che cosa vuole, quel povero uomo
oggi trovasi cos impedito....

--Vuol dire ch'ella viene per conto del pittore? interruppe il padrone
di casa coll'aria e l'accento d'un uomo che vuole sbrigarsela al pi
presto.

--Signor s.

Marone volse sul suo interlocutore uno sguardo che voleva essere
scrutativo ed era sospettoso:

--Non so che cosa possa esservi da trattare fra me e il signor Vanardi
fuori della pigione ch'egli mi deve ed  gran tempo mi paghi... Se gli
 di ci che lei  incaricato, la cosa sar presto fatta...

--S, parleremo anche della pigione, poich lei signor Marone pu
essere in caso di somministrare al mio amico i mezzi di pagarla.

--Di grazia si spieghi.

--Ecco! Jeri ella  andata col in compagnia d'un signore che
manifest il desiderio d'acquistare quel ritratto di donna che Vanardi
possiede. Come lei sa, o non sa, e allora glie lo dico io, quella tela
 di molto preziosa pel mio amico, tanto che non si deciderebbe a
venderla se l'inesorabile necessit non ve lo spingesse.....

--Egli dunque si  deciso a venderla? interruppe Marone con qualche
interesse.

--S, ma solamente quando da questa vendita che assai gli duole, egli
possa ricavare quel buon profitto onde abbisogna.

--Bene! Vanardi mi faccia sapere le sue intenzioni; me le dica lei
stesso signor Selva se le conosce, ed io guarder d'aggiustar la
faccenda.

--Scusi: ma ci piacerebbe di meglio aggiustarla noi la faccenda
direttamente col compratore.

--Come sarebbe a dire? Si diffida di me?

--Niente affatto; ma siccome da una parte noi si tiene molto a quel
quadro, dall'altra quel cotale ha mostrato assai desiderio di averlo,
si desidererebbe trovarsi a fronte di quel signore per fargli capire
che non altrimenti ci acconcieremo a spossessarci di siffatto oggetto
se non ce ne viene offerto un prezzo che assesti i nostri affari,
cominciando da quella benedetta pigione che dobbiamo a lei. Gli  per
ci che son venuto a domandarle, caro signor Marone, di volermi
indicare dove e come potrei trovare l'uomo in quistione.

--Che cosa importa parlare con uno piuttosto che con un altro? Le dico
che se comunicano a me le loro condizioni io guarder d'ingegnarmi...

--No signore. A noi c'importa cotanto di trattar noi medesimi col
compratore che questa la  una condizione _sine qua non_.

--E se quel compratore fossi io stesso?

Selva fece un movimento di profonda incredulit.

--Lei? Finora la fu cos poco amante di oggetti artistici che non
saprei proprio immaginare qual pregio potesse mettere a quel ritratto
d'una persona ch'ella non ha conosciuta. Quell'altro invece, quello
sconosciuto che con lei and in casa il mio amico, pu avere alcuna
sua ragione particolare per volere in sue mani quel quadro; e perci
noi potremmo intenderci con esso a molto miglior vantaggio da nostra
parte. La mi faccia dunque questo piacere, signor Marone, di indicarmi
la dimora e il nome di colui.

Allora Marone, tergiversando, rispose che questo sconosciuto non era
altro che un perito estimatore di oggetti d'arte: voler egli essere
schietto del tutto, e quindi confessare al signor Selva, come al
vedere quella tela incorniciata fosse colpito dal pensiero che la
poteva essere di qualche valore, da assicurargli il pagamento del suo
credito verso il pittore; perci essersene interessato, perci
soltanto aver voluto esaminarla di meglio, perci avervi condotto di
poi a vederla un intelligente di pittura per sapere s'egli non era in
inganno. Codesto intelligente, che non era da cercarsi se fosse Tizio,
Caio o Sempronio, avendo trovato che quella tela aveva un certo
valore, Marone si dichiarava pronto ad entrare in trattative per
comperarla, senza che altri pi ci si avessero da tramezzare.

--Come tu vedi, conchiudeva Giovanni, da quel birbo, per ora, non c'
da tirarne nulla. L'ho mandato a benedire e me ne andai pei fatti
miei. Sono convinto che gli  Orsacchio quell'uomo ch'egli ha menato
qui, ma che gli ha promesso di tacere ad ogni modo.

--E dunque, esclam Vanardi con doloroso disappunto, non potremo venir
mai in chiaro di nulla?

--Quanto a ci non ho ancora perduto ogni speranza. Orsacchio ha visto
quel quadro e sono persuaso che vorr possederlo ad ogni costo. E per
mezzo di Marone di nuovo, o per altro modo, torner all'assalto senza
fallo, e noi potremo forse averne qualche bandolo da guidarci in
questo intrico allo scoprimento della verit. Frattanto, mio caro
Antonio, non dimentica i tuoi propri affari, che hanno pure cos
bisogno tu ci provveda; vanne subito subito al palazzo Bancone in
cerca del signor Pannini.

Vanardi obbed. Indoss quel certo soprabito color marrone di cui
aveva parlato la Rosina, si diede una buona spazzolata dal cappello
sino alle scarpe ed usc avviandosi alla volta della casa del
milionario banchiere.




XIII.


Il palazzo Bancone era in uno de' quartieri pi signorili della citt.
Vi si entrava per un alto ed imponente portone che metteva in un vasto
atrio a colonne, di severa ed elegante architettura. Era un palazzo
storico che i denari del borsiere avevano conquistato dalla decadenza
di un'antica famiglia. Il genio della borghesia danarosa s'era
affrettato a porre il suo stampo sull'orgogliosa _aristocratichezza_
di quelle linee architetturali. In quell'ampio atrio fastoso, accosto
allo scalone di marmo, che coi suoi primi gradini pi lunghi e col
risvolto delle sue allargantisi balaustre a colonnette di marmo
finamente scolpite, pareva espandersi sullo spazzo del vestibolo,
giacevano rammontate alcune ignobili casse di legno coll'ignobile
marca della dogana; ad una porta alta, con ornamenti di stucco a
cartocci, era appiccata una meschina e bassa bussola di legno con
uscio coperto di panno verde, e sopravi una lamina ovale in ottone che
aveva incise le parole: BANCONE e C. _banchieri_.

Col erano gli uffici della banca. Per impiegare pi utilmente tutti i
locali di pianterreno, al portinaio erano state tolte le stanze che ci
aveva, e di cui una, pel classico finestrino, guardava sotto il
portone. Il finestrino era stato murato, ed al portiere s'era fatto
fabbricare un casotto che ingombrava e guastava l'atrio, ma che
portava scritta ad alti caratteri neri l'orgogliosa leggenda: PARLEZ
AU CONCIERGE.

Vanardi non ebbe bisogno di consultare quest'autorit della porta, ed
entr difilato negli uffizi.

Le sale di questi erano vaste ed altissime. Gran finestroni con
inferriate a inginocchiatoio pigliavano luce dalla strada e la
trasmettevano travelata da tendoline verdi pendenti ai telai delle
invetriate. Tutte le stanze comunicavano tra di loro per porte di
facciata l'una all'altra; dall'un uscio all'altro, in ogni stanza
correva un tramezzo di legno pi alto d'un uomo che ci faceva come un
corridoio di passaggio, segregando il resto della sala, dove,
sottratti alla vista di chi entrasse, stavano secondo lor grado ed
ufficio, ciascuno ad una scrivania, i commessi della banca. Nel
tramezzo, in ogni sala, s'aprivano due uscili: sopra ognuno dei quali
una lamina d'ottone indicava qual genere d'impiegati s'avesse a
trovare in quello scompartimento. Sull'ultimo di questi uscili
nell'ultima stanza, siffatta lamina pi grande, con caratteri pi
visibili, portava la magica parola: CASSA.

Gli usci d'ogni sala erano impannati di verde; sul pavimento,
dall'ingresso fino al fondo di quella specie di corridoio, si
estendeva una striscia larga un metro di panno verde, alle pareti di
quelle tre stanze trammezzate era appiccata una tappezzeria di carta,
di color bigio a fiorami bianchicci, di poco valore. Le volte, che si
arrotondavano in una curva elegante sopra un cornicione a stucco
bellamente lavorato, portavano traccia tuttavia d'antiche dipinture a
fresco con ornamento di fogliami e dorature. Ma il dipinto era qua
svanito pressoch del tutto, l sporco e affumicato, altrove scrostato
e ricoperto da un'arricciatura di semplice calce per riparazione; di
guisa da non potersi discernere pi in nessun modo che cosa ci fosse
in esso rappresentato.

Quella specie di corridoio faceva poi capo ad un salotto elegantemente
arredato. C'era un camino di marmo, in cui vampava un allegro fuoco;
c'erano sof e poltrone signorilmente ricoperte di stoffa di valore;
c'erano tavolini eleganti artisticamente intarsiati di legni preziosi;
c'era un ricco tappeto sullo spazzo, ricche tappezzerie alle pareti,
ricchi arazzi alla finestra ed alla porta, ricchi bronzi sul camino e
sulle mensole. Sull'uscio che stava in prospetto a chi entrasse dal
corridoio vedevasi una lastrina di metallo del colore e della
lucidezza dell'oro in cui stava inciso: GABINETTO _del signor_
BANCONE: un altr'uscio metteva nello scrittoio del primo commesso, il
sig. Padule.

Nell'entrare in quelle stanze, ti pigliava al capo ed alla gola
quell'afa soffocante che danno le stufe troppo riscaldate, atmosfera
propria di tutti i pubblici uffici. In tutte quelle sale regnava un
alto e solenne silenzio, che quasi t'incuteva reverenza: di quando in
quando soltanto s'udiva un susurrar di parole a bassa voce, lo
scricchiolare d'una penna corrente sulla carta, e il pi sovente poi
un tintinnio di monete che si maneggiavano, si contavano, si mettevano
a pile, si facevano scorrere nei sacchetti.

Nel momento in cui Vanardi, il suo cappellaccio in mano, entrava
timorosamente in quel tempio della moderna divinit, il rumore delle
monete maneggiate era forte e spiccato da tornare a chiunque, e
massime ad un povero diavolo, la musica la pi seducente e la pi
inebriante che esser possa. Pareva una cascatella intermittente di
scudi, di cui ciascuno con allegra nota cantasse i vantaggi e le
glorie del denaro. Quel suono acuto, squillante, argentino, che
manifestava dei vistosi valori in cui erano rappresentati gioie,
soddisfazioni, agi della vita a bizzeffe, era per un ghiotto di
fortune una tentazione, un immorale invito, una provocazione; per uno
spiantato come il nostro pittore, uno scherno ed un'offesa.

Appena entrato, Antonio sovrapreso da quel caldo, da quell'afa, da
quel suono, stette l senza sapere n che fare n dove andare, n a
cui rivolgersi. Non vedeva nessuno, non osava inoltrarsi; dopo un poco
toss forte, fece due passi per vedere se qualcheduno gli badasse;
niuno si mosse, bench dietro l'assito che tramezzava udisse il
bisbiglio di una conversazione. Allora si decise coraggiosamente ad
aprire uno di quegli usciuoli e cacciarvi dentro la testa.

--Il signor Pannini? domand egli.

In quello scompartimento c'erano due giovani elegantemente vestiti che
discorrevano: uno seduto ad una scrivania, l'altro in piedi accanto a
lui.

Quest'ultimo, all'entrare ed alle parole d'Antonio, volse con sussiego
la faccia sul suo goletto duro all'inglese ed esamin con superbo
cipiglio l'interrompitore dei suoi discorsi. I poveri abiti di costui
non gli valsero la cortesia del giovane commesso.

--Che cosa volete dal signor Pannini? chiese altezzosamente.

--Parlargli: rispose Antonio, e s'affrett a soggiungere: ho una
lettera da dargli in proprie mani.

--Ah! ah! fece il commesso. Andate al fondo, nel gabinetto del signor
Bancone.

E senza pi volt le spalle a Vanardi.

Questi richiuse l'usciolo e s'avvi verso il fondo; pass le tre
stanze e giunse nel salotto, il quale era deserto; vide la dorata
lastrina coll'inscrizione che indicava il gabinetto e fece ad aprire
la porta su cui ella era, ma l'uscio era chiuso a chiave. Era segno
evidente non esservi nessuno: il primo proposito d'Antonio fu di
partirsene; se ne rimase trattenuto dall'idea de' suoi troppo
pressanti bisogni. Pens di chiederne nuovamente a qualchedun altro
meno scortese di quel primo; ma la tema di essere importuno lo
trattenne. Poich quel commesso non gli aveva detto che Pannini fosse
uscito, il pittore avvis ch'egli non sarebbe stato assente che per
pochi minuti, e che il miglior partito era perci quello di sedersi l
in una poltrona accanto al fuoco ed aspettare.

Il rumore del denaro maneggiato continuava. Vanardi gli si trovava ora
vicino vicino, poich lo scompartimento sul cui uscio stava la parola
_Cassa_ era il pi accosto al salotto.

Vanardi aspett un pezzo, e il tempo glie ne parve anche pi lungo di
quel che fosse realmente. Quel suono di monete continuava sempre.
Dapprincipio aveva prodotto al nostro povero amico una sensazione che
non era affatto sgradita.

--Eh! eh! che rotoli di denaro! andava egli pensando; ed  tutt'oro
lampante! Colla somma che il cassiere conta in cinque minuti di tempo
io ci avrei da vivere per un anno, e non sarei qui nell'attitudine
umiliante d'uno che dimanda press'a poco l'elemosina... Pensare che
forse io non arriver mai a guadagnarmi un simile annuo reddito!... Se
avvenisse un po' ch'io, adesso sul momento, mi trovassi di botto
posseditore di quella cassa cos ben fornita! Se per un miracolo
quell'uomo che  l dentro rimuginando denaro a piene mani venisse
fuori a dirmi: Signore, tutto questo  roba sua! O mio Dio! Non pi
miseria allora, non pi umiliazioni... Che direbbe Rosina?... I nostri
bimbi avrebbero dei buoni abiti, e buon cibo, e buon fuoco, e buon
alloggio, e buona educazione... Scommetto che ce n' tanto di denaro
in quella cassa l, da farcene tener carrozza.

Ma qui s'interruppe ridendo di s medesimo.

--Ve' se son matto! Sto fabbricando dei castelli in aria come un
ragazzo. Gli  quel perseverante tintinnio che mi toglie il mio buon
senso. Che diavolo! Non ha finito ancora quel benedetto cassiere di
far danzare i marenghini? Gli  mezz'ora ch'ei se ne compiace. Pare
che ci pigli il suo spasso, lui: quanto a me sono gi pi che stanco
d'udirlo.

E difatti, durando, quel suono aveva finito per infastidirlo, e quasi
lo irritava.

Gli era sembrato di poi che lo star l ad ascoltare fosse in lui quasi
una indiscrezione.

--Il cassiere non sa che qui vi sia qualcheduno: diceva egli fra s.
Sapendolo, forse cesserebbe, e farebbe venire il signor Pannini per
isbrigarmi... Chi sa che questo signore non sia l con esso lui?... Se
andassi a vedere?

Ma l'aprir quell'uscio su cui era scritta la gran parola _cassa_, ed
entrare col dentro dove suonavano quelle cascatelle di monete gli
parve una temerit senza pari; ed egli sarebbe stato l inoperoso ad
aspettare chi sa fin quando, se un nuovo personaggio sopraggiunto non
fosse venuto a prestargli soccorso.

Era un uomo giovane ancora, cogli abiti dell'elegante e l'aria e il
passo solleciti dell'uomo d'affare. Entr senza levarsi il sigaro di
bocca n il cappello dal capo; non mand non che un saluto, ma neppure
un'occhiata ad Antonio, e si diresse frettoloso verso la porta del
gabinetto. Trovatala chiusa fece un atto ed un'esclamazione di viva
contrariet e venne pi lentamente verso il camino studiando in
apparenza seco stesso quel che dovesse fare.

--A quest'ora ci dovrebbe gi essere, borbottava egli fra s. Bisogna
assolutamente ch'io gli parli... e non ho mica tempo da perdere io.

Guard l'orologio, trasse di tasca un piccolo libriccino di appunti in
cui consult alcune noterelle scritte colla matita e batt con piede
impaziente il tappeto del pavimento; poi si volse tutto d'un pezzo ad
Antonio:

--Saprebbe dirmi lei se Pannini tarder molto a venire?

--Non so nulla, rispose Vanardi. Lo aspetto anch'io, e gi quasi da
un'ora.

--Allora domandiamone qui al cassiere.

Si diresse verso la cassa ed Antonio gli tenne dietro.

Lo scompartimento dov'era la cassa aveva in met per tutta la sua
lunghezza una specie di barriera che lo divideva in due, alta un
metro; su questa barriera per l'altezza d'un altro metro si levavano
infissi dei grossi bastoni di ferro, i quali avevano appiccato una
fitta graticella di fil di ferro fortissimo, e dietro questa grata
pendevano delle tendoline verdi che nascondevano affatto alla vista di
chi fosse nella prima la seconda parte di quello scompartimento: nella
grata medesima si vedevano due sportelli che s'aprivano facendo
scorrere in su il piccolo battente. Di dietro a quelle tendoline
veniva sempre il rumore del denaro maneggiato.

Il nuovo venuto and ad uno di que' sportelli e, battendovi dentro
colle dita, chiam in pari tempo, colto voce dell'uomo sicuro del
fatto suo:

--Signor Busca! signor Busca!

Il rumore della monete cess di botto; dopo un momento il battente
dello sportello stridette scorrendo nelle sue scanalature, e
nell'apertura si mostr la faccia del cassiere. Una faccia d'uomo
innanzi negli anni, sulla quale erano tutte le mostre di poca
intelligenza e di molta onest; qualche cosa dell'espressione che ha
il muso d'un cane fedele posto a custodia d'una casa; fronte stretta
ma piana e liscia, senza le rughe della riflessione come senza quelle
del vizio; testa piccola senza bernoccoli di facolt intellettive, ma
senza quelli eziandio dei cattivi istinti; sguardo tranquillo, sereno,
senza luce; sembianze apatiche d'un uomo ridotto a macchina, che non
ha n voglie, n desideri, n piaceri, n noia.

Guard i due uomini che gli stavan dinanzi coi suoi occhi scolorati e
disse con voce un po' trascinante e con accento indifferente:

--Buon giorno, signor Borgetti; che cosa comanda?

--Cerco di Pannini: rispose colui che ora sappiamo chiamarsi Borgetti;
e mi stupisco che non sia ancora al suo posto.

Il cassiere trasse dal taschino del panciotto un orologio d'argento
grosso come uno scaldaletto, e guard l'ora.

--Oh oh! davvero che  in ritardo. Dovrebbe gi esservi... Ma, ora che
mi ricordo, oggi egli  andato a far colazione su col principale; e
quelle sono colazioni che non finiscono tanto presto.

Borgetti torn a dar segni d'una viva contrariet.

--Diavolo! diavolo!.. Io che ho bisogno di parlargli subito subito.

--Ad ogni modo non pu tardare a venire: soggiunse il cassiere.

--Od anche mander su un garzone a farlo scendere.

--Come vuole: disse il signor Busca. E quest'oggi i fondi pubblici che
cosa hanno fatto?

--Ribasso su tutta la linea... La liquidazione sar difficile, glie lo
dico io... Il _riporto_  disastroso... Vi saranno delle _esecuzioni_
senza piet.

--Ne sono persuaso.

Qui il cassiere fece un moto di capo verso Antonio.

--E lei che cosa desidera?

--Aspetto ancor io il signor Pannini.

--Ah!... Signor Borgetti, la non mi comanda pi niente?

--No, signor Busca.

--A buon rivederla.

--Stia bene.

Lo sportello si richiuse, e ricominci il suono del denaro maneggiato.

Borgetti and in cerca d'un garzone, Vanardi torn nel salotto.

Gustavo Pannini era stato diffatti invitato a far colezione dal
banchiere, il quale, come non di rado avveniva, l'aveva preso a
braccetto e l'aveva condotto seco di sopra al piano superiore ne' suoi
suntuosissimi appartamenti.

Siccome gravissime vicende che avr da raccontarvi furono cagionate
dalle impressioni che il genero del signor Biale riceveva in
quell'atmosfera di ricchezza e di sfarzo di cui si circondava lo
sfondolato banchiere, non sar inopportuno che saliamo anche noi
quell'elegante scalone di marmo ed assistiamo al finire
dell'asciolvere del signor Bancone e de' suoi invitati.




XIV.


La sala da pranzo del signor Bancone  delle pi eleganti possiate
immaginare. Due alte e grosse credenze di legno d'acero artisticamente
ed acconciamente scolpite a rappresentare fiorami, frutta e selvaggina
si drizzano alle due pareti principali, ed in questo momento in cui
stanno aperte lasciano scorgere le porcellane pi ricche e i cristalli
pi tersi, di piatti, bicchieri e bottiglie che possano servire per la
sontuosa mensa d'un milionario. Alla tappezzeria di color tan,
simulante cuoio cordovano, sono appiccati alcuni quadri di buon autore
rappresentanti, come si suol dire, soggetti di natura morta, e al di
sopra delle porte l'intelaiatura dell'uscio si termina con un quadro
in cui sono dipinti dei fiori e delle frutta. Le seggiole fatte
all'antica con alta spalliera e di legno scolpito ancor esse, sono
coperte di cuoio cordovano attaccato con borchie di metallo dorato.
Nelle altre due pareti, diverse da quelle a cui stanno appoggiate le
credenze, si fan fronte da questa parte un largo camino ornato di
marmo scolpito, da quella una mensola di legno intagliato e sopra ad
ambedue due alti specchi nitidissimi con cornici di legno uguale a
quello dei mobili ed ugualmente lavorato, che si riflettono le loro
immagini all'infinito. Tanto sopra il camino quanto sopra la mensola,
dei grandi e stupendi candelabri di bronzo; sul camino, un orologio
compagno, di gran dimensione e di forme elegantissime; a mezzo della
sala, pendente dalla volta, una bella lumiera di bronzo eziandio con
una selva di candele infisse nelle sue branche.

Ora che noi mettiamo i piedi sul lucido spazzo di legno intavolato e
inverniciato, il _djeuner_ volge al suo fine, e i convitati mostrano
un'animata vivacit, di cui dnno ampia ragione il manipolo di
bottiglie che drizzano il loro collo sulla tavola e la schiera un po'
disordinata di bicchieri di varia forma che ciascuno ha dinanzi. Lo
sciampagna spumeggia negli alti calici allargantisi a coppa; un
allegro fuoco schioppetta sotto il camino; due domestici in piccola
livrea vanno mescendo il biondo liquore dal collo della bottiglia
coperto di carta inargentata, appena vedono vuoto il cristallo d'un
bicchiere; una profusione di argenterie lucicchia sulla tavola, dove
la rarit e la bellezza delle frutta in quella stagione invernale d
indizio della sontuosit di quell'asciolvere, che ora  giunto al suo
fine.

La grossa persona del signor Bancone siede in capo alla tavola in un
seggiolone a bracciuoli: e, come il Trimalcione del famoso festino di
Petronio, anima i convitati a bere e i domestici a servire, mentre per
impiacevolire viemmeglio coi discorsi il banchetto non trova nulla di
pi acconcio che parlare di s, delle sue fortune, e fare con poca
modestia il suo panegirico. Vezzo di parvenu. Dei personaggi che fanno
corona al superbo anfitrione non ce ne sono che due, i quali hanno
alcuna cosa da fare colla nostra storia: il primo  Gustavo Pannini,
il secondo  un medico di cui abbiamo gi udito menzionare il nome, il
dottor Lombrichi; gli altri sono parassiti, pi o meno spiritosi, pi
o meno adulatori, che pagano colla piacenteria il diritto di venire a
porre al caldo i loro piedi nel folto pelo delle pelli belluine che
stanno innanzi ad ogni convitato sotto la tavola da pranzo del
milionario banchiere. Per costoro ogni motto dell'anfitrione 
un'ingegnosa facezia, ogni sua osservazione  un ragionamento sapiente
e profondo; avvicendano i loro numerosi e grossi bocconi agli scoppi
di risa ed alle esclamazioni ammirative, accompagnando ogni cosa di
cenni del capo entusiasticamente approvatori.

Bancone, colla sicurezza di chi sa di non poter essere contraddetto,
coll'imponenza di un uomo che ha parecchi milioni di suo, parla di
tutto e di tutti, e dice spropositi da cavallo sopra ogni cosa di cui
possa parlare un uomo, come si suol dire, di mondo. Gustavo,
abbacchiato dalla ricchezza, riconoscente al suo principale di quella
preferenza che mostra per lui, crede in buona fede al merito d'un uomo
che ha saputo guadagnare s splendida fortuna; il dottor Lombrichi,
tutto miele per tutti i ricchi, non ha che parole di complimento per
chi gli reca o pu recare quandocchessia alcun vantaggio e presenta ad
ogni beniamino della sorte un bel sorriso cordiale sulla sua faccia
fresca e rosata dai baffi incerati, dal pizzo ben ravviato e dai denti
candidissimi; ma talvolta ascoltando le superbe grullaggini di
Bancone, quando questi non vede, quel suo sorriso prende una tinta
d'ironia che ben mostra com'egli apprezzi i talenti, la dottrina e
l'educazione di quel fastoso rincivilito.

--Bevete, miei cari, diceva dunque Bancone adagiando la schiena sopra
la soffice poltrona e mettendo in aria il suo ventre enorme: bevete,
che diavolo, ch di vino come questo non ne troverete altrove, ve lo
dico io.

Le teste dei convitati si chinarono con una zelante premura come una
sola testa, e delle esclamazioni d'assenso partirono dai ventricoli
saziati, con piena convinzione.

--Questo _Champagne ros_  vero Mot... _Met et Chandon_, leggete la
scritta... Tutto ci che vi ha di meglio nel genere... Me lo faccio
venir io apposta di Francia... e non mi mandano che proprio il pi
fine... _la fleur du panier_. Oppure amate meglio quel vino l del
Reno?... E abbastanza grazioso, non  vero? Gli  quello che si chiama
_Lab... Lib_... Un nome strano.

--_Liebe-frau-milch_: sugger il dottore Lombrichi.

--Giusto!... E non  dei migliori vini del Reno che io abbia nelle mie
canove, sapete!... Sfido io che ci sia un altro nel nostro paese che
abbia una provvista di vini cos squisiti come ho io.

I convitati protestarono coll'accordo d'un coro d'opera che era
impossibile alcuno potesse stare a paro al signor Bancone in questa
come in ogni altra cosa.

Il signor Bancone sorrise e continu:

--Solamente in compre di vino indovinate un po' quanto io spendo
all'anno?

Nessuno seppe indovinare.

--Circa diecimila lire, disse l'Anfitrione per non lasciarli in pena
pi oltre.

Fu uno scoppio di esclamazioni ammirative e le mani dei pi zelanti si
levarono con mossa piena di slancio.

Bancone non l'avrebbe certo finita cos presto intorno all'argomento
dei vini, se in quella uno de' suoi domestici non fosse entrato
coll'aria di avere qualche cosa da dirgli.

--Che cosa c'? lo interrog il padrone. Parla.

-- un uomo che ci ha detto di darle subito questa carta.

E porgeva verso il banchiere un foglio ripiegato.

Bancone croll le spalle.

--Che mi venite a disturbare adesso? Sapete che voglio esser lasciato
tranquillo in questi momenti.

--Scusi: ma quell'uomo ha insistito tanto, ha detto che premeva di
molto.

--Uhm! Qualche seccatura... Vediamo.

Prese il foglio, lo spieg, inforc sul naso gli occhiali a molla e
scorse lo scritto con aria disdegnosa, che si fece tale sempre pi.

--Un miserabile che domanda l'elemosina, diss'egli poi, e che viene a
contarmi una lunga storia di sciagure capitategli, di malattie e che
so io...

Il servo commise l'impertinenza di frammettersi nel discorso.

--Ha un aspetto che fa veramente compassione, diss'egli; pare il
ritratto della fame, e raccomandandosi perch recassimo a lei quel
foglio non poteva frenar le lagrime.

Le parole furono troncate in bocca all'imprudente domestico dal
fulmine d'un'occhiata furibonda del padrone.

--Che  codesto? grid egli. Di che vi immischiate voi? Andate a
scacciar fuori di casa mia quel pezzente fannullone, e se un'altra
volta mi verrete a seccare per una simile ragione, sarete voi che
caccer altres.

E gettata la carta sul naso del domestico, gli addit con atto
imponente la porta per cui il mal capitato s'affrett ad uscire.

Bancone soffi come una foca incollerita.

--Peuff! Noi poveri diavoli di ricchi siamo assediati da un'infinit
di mendicanti faciniente che vorrebbero vivere alle nostre spalle...
come se il nostro santo denaro guadagnatoci bravamente dovesse servire
a mantenere la loro infingardaggine!... Lavorino, se ne guadagnino
anche loro del denaro, che diavolo!...

Il coro unanime dei parassiti mostr la sua approvazione alla teoria
economica del banchiere.

--La carit, continuava questi col tono di un professore d'economia
politica,  un incoraggiamento al vizio dei poveri... Non dico gi con
ci che non si debba mai far carit... Piace anche a me il far del
bene... Do cento lire all'anno al Ricovero di mendicit.

Scoppio di entusiasmo per una s generosa larghezza.

--Oh, non  codesta la sola opera buona che faccia vossignoria: disse
il dottor Lombrichi con quel suo sorriso che non si sapeva bene se era
ironico o adulativo. Ne conosciamo ben altre di sue beneficenze; ed io
stesso potrei raccontarvene qualcuna...

--Sentiamo, sentiamo: grid perfettamente intonato alla piacenteria il
coro de' parassiti.

Bancone si arrovesci a suo modo sul seggiolone, e illuminando la sua
larga faccia melensa d'un sorriso beato di compiacente abbandono,
disse anch'egli con degnazione di principe in baldoria:

--Suvvia, sentiamo. Parli pure, dottore, e voi altri bevete, che
diavolo!

Lo Sciampagna torn a spumeggiare nelle coppe, e Lombrichi,
inumiditosi le labbra e la gola, incominci:

--Un giorno il nostro caro ed illustre ospite fu ad assistere alla
distribuzione dei premi delle allieve della scuola di ballo...

-- una funzione a cui non manco mai: interruppe Bancone stuzzicandosi
i denti con un piumino d'oca appuntato.

--Ella  cos amante e protettore dell'arte e degli artisti! disse uno
dei convitati, facendo la dedica dell'adulazione con un inchino.

Lombrichi continuava:

--Col il suo occhio cadde per caso sopra una povera fanciulla di
quattordici o quindici anni appena, che tutto timida e vergognosa si
serrava alla madre e quasi pareva cercar di nascondersi: ed era perch
madre e figliuola per la loro povert vestivano cos miseramente che
non osavano affatto lasciarsi scorgere. Nell'animo pietoso del nostro
caro signor Bancone nacque di botto un grande interesse per quella
poveretta....

Il milionario interruppe ancora per dire con tutta la franchezza d'un
vecchio libertino senza pudore:

--Quella birbona di _Fifina_ aveva un'aria cos originale, sotto la
sua spettinatura e con quel miserabile scialletto tirato intorno alle
sue spalluccie!... Un altro non le avrebbe badato; ma non si  gi
conoscitori per nulla! Io indovinai in essa la stoffa d'un bel tcco
di grazia di Dio e.... Ma parli lei, dottore, poich  cos bene
informato de' fatti miei.

--Il signor Bancone si accost alla madre ed alla figliuola ed avvi
con loro il discorso. Quella poveretta, un momento prima oggetto di
compassione e di disprezzo di tutte le sue compagne, cominci ad esser
tosto per esse cagione d'invidia. Il generoso mecenate, udite le
triste condizioni in cui quelle donne si trovavano, loro non promise
ma subito accord la sua protezione. Procur loro un conveniente
alloggio, le riforn di quanto abbisognavano, pag alla giovane
maestri della sua arte perch la potesse meglio progredire; breve, ne
fece una delle prime, delle pi nominate, delle pi applaudite
ballerine del nostro teatro; ed ora l'avventurata ha cavalli e
carrozza ed abbigliamenti che offuscano le pi splendide acconciature
delle donne pi eleganti. Se questa non  pi che generosa
beneficenza, io non so pi che nome darle.

Il solito coro non manc al dovere di esclamare la sua ammirazione.

--Oh, oh! disse il banchiere, e tutti fecero silenzio; quella
biricchina mi costa abbastanza caro: un occhio della testa. Ancora
questa mattina ho ricevuto per lei da Parigi una collana che ho pagata
cinque mila lire.... Essa ne aveva vista una simile nella vetrina del
gioielliere di corte e le era piaciuta tanto che ad ogni modo mi tocc
prometterle d'andargliela a comperare. Ma vedete fatalit: il
gioielliere l'aveva venduta giusto pochi momenti prima ch'io entrassi.
_Fifina_ all'udir codesto diede in ismanie, come fa lei, e dovetti
giurarle che glie ne avrei fatta venire una affatto compagna da
Parigi, donde veniva quella prima, perch qui era affatto impossibile
trovarla. Mi  arrivata questa mattina e stassera la far ben
contenta, quella matta.... Appunto voglio farvelo vedere questo bel
gioiello. Ehi (comand ad uno dei domestici) andate nella mia camera
da letto, prendete quella busta di marocchino rosso che c' sul
cassettone e portatemela qui.

Due minuti dopo la busta domandata era rimessa nelle mani del padrone,
il quale l'apr e fece sfolgorare agli occhi dei convitati l'oro e le
gemme d'un'elegantissima collana.

Tutti acclamarono alla magnificenza di quel gioiello.

Bancone lo prese per l'un dei capi e lo sollev in aria a farvi
rompere e riflettere i raggi della luce a tutti gli angoli e le
faccette smaglianti; fu tutto uno scintillio.

--Che si che va ad esser contenta quella birbona! disse con un suo
grasso riso il milionario, compiacendosi nel mirare quella cascatella
d'oro ingemmato. Mi par gi di vederla batter le mani e saltarmi al
collo e fare una _pirovetta_ per la stanza. E come la far bella
figura, scollacciata, con questa roba intorno al suo bel collo
sottile!...

Gustavo Pannini guardava con occhio che avreste detto invidioso lo
sfavillare di quel prezioso oggetto, e un sospiro soffocato gli
sfuggiva dalle labbra. L'infelice pensava quanto pi bella sarebbe
stata la sua Lisa con un simile ornamento, e si doleva seco stesso di
non essere in grado di far egli alla sua brava, buona e legittima
donna quel regalo che il fastoso principale prodigava al sorriso d'una
traviata ed alla capriola d'una ballerina.

--Ci vuol dire, salt fuori allora col suo sorriso malizioso il
dottor Lombrichi, che di queste stupende collane ve ne saranno due
nella nostra citt. Sarei curioso di sapere qual sia l'altra donna che
sar compagna alla _Fifina_ nel possedere un s bel gioiello.

-- una curiosit che le posso levare io stesso, signor dottore:
rispose Bancone riponendo nella busta la collana.  la moglie di
Sgritti.

Fu uno scoppio di varie esclamazioni.

--Quella bella donna! disse l'uno.

--Quella civetta! soggiunse l'altro.

-- la pi ambiziosa delle signore torinesi.

--Suo marito pu pagarle tutto il lusso che la vuole, poich  quasi
altrettanto ricco quanto il nostro caro signor Bancone.

--A proposito: dicono che il di lei primo commesso, signor Bancone,
quel bellimbusto di Padule le faccia una corte in piena regola, senza
tregua e senza piet.

--T! l'ho visto appunto, Padule, a passeggiare col marito parecchie
volte.

--Ieri era nella loro carrozza al corso.

--Al teatro rimase tutta la sera nel palco della signora.

Bancone fece il suo sogghigno che voleva essere malizioso, e disse a
sua volta:

--Ed io vi do una novella ancora pi importante a questo riguardo.
Padule abbandona la mia banca per passare nella medesima qualit in
quella di Sgritti.

--Buona sera! esclam Lombrichi. L'assedio di Padule  finito: eccolo
entrato nella fortezza.

--Il nemico si sar reso a discrezione.

--E il marito pagher le spese della guerra.

Bancone rise sgangheratamente di questa stupida facezia.

--Ma no, ma no, diss'egli poi. Quel buon uomo di Sgritti sar quello
che in ci guadagner di meglio. Certamente voi sapete che con tutta
l'importanza che si d, egli  un babbeo che non capisce nulla di
nulla. Padule far camminare i suoi affari con molto maggior
intelligenza...

--Terr il posto del principale alla Banca e presso la signora: disse
Lombrichi che si piccava di smaltir delle arguzie.

--E a lei, signor Bancone, non rincresce venir privo d'un cos buon
commesso?

Il banchiere croll le spalle disdegnosamente.

--Oh, io non ho bisogno che nessuno pensi, immagini e provveda per me.
Non ho bisogno io che di fedeli ed esatti esecutori dei miei disegni e
della mia volont, e da questo lato Padule  facilmente surrogabile.

Punt il dito verso Gustavo Pannini, che gli sedeva quasi di faccia, e
continu:

--Ecco un giovinetto che, se va avanti di buon animo e seguita ad
andarmi a versi, potr fra poco tempo andare a sedersi nel gabinetto
che occupa adesso Padule.

Gustavo arross dal piacere. Quell'impiego, con tutti i guadagni
diretti e indiretti che procurava, era quasi la ricchezza verso cui
egli anelava cotanto, era se non l'effettuazione medesima dei suoi
sogni di Creso, il mezzo facile e sicuro per avvicinarsi ad essa, per
ottenerla. Dopo alcuni anni ch'egli fosse in cos stretta
collaborazione col ricco banchiere, a parteciparne, anco in meno
proporzione, gli enormi utili, avrebb'egli potuto a sua volta regalare
alla sua adorata Lisa di bei gioielli, qual'era la collana che allor
allora Bancone aveva fatto brillare agli occhi meravigliati dei suoi
commensali.

I suoi vicini, naturalmente, si voltarono verso il giovane a fargli
complimenti; i fumi dello Sciampagna, salendogli al cervello come nubi
di colore rosato, assumevano per Gustavo le forme pi seduttive delle
pi splendide chimere, l'avvenire gli appariva come una terra promessa
di delizie e di ricchezze, a cui stesse per approdare. Infelice, che
non presentiva nemmeno come in quel momento medesimo venisse al pian
di sotto negli uffici della banca un cotale che doveva essere lo
stromento della sua rovina; e questo cotale era il signore elegante
cui dal cassiere abbiamo udito salutato col nome di Borgetti.

Ma frattanto sopra ricco e larghissimo vassoio, d'argento era portato
da uno dei domestici un elegantissimo servizio di chicchere di
porcellana finissima della fabbrica francese di Svres, ed un altro
domestico seguiva con una grande caffettiera di brillantissimo
argento, mentre un terzo veniva portando in giro una cassetta in cui
stavano dritti infissi in varie righe i pi biondi e profumati sigari
d'Avana. Si accesero le foglie nicoziane arrotondate, si sorseggi il
caff caldissimo, s'ingollarono varii bicchierini di _curaao_, di
_alchermes_, dei pi fini fra quanti liquori l'arte abbia inventato a
solleticare il palato dell'uomo, e i discorsi continuarono
animatissimi frammezzo alla maldicenza, agli aneddoti pi o meno veri,
alle adulazioni al padrone di casa, alle infinite chiaccole onde si
compone la conversazione della gente che non ha nulla da dirsi.

Ed ecco che Gustavo non aveva ancora finito di assorbire il suo caff,
quando un domestico venne ad avvisarlo un garzone della banca essere
salito di sopra ad annunziare che vi era qualcuno negli uffici che
domandava di lui.

--Che cos'? domand Bancone vedendo il suo servitore parlar piano a
Pannini.

Questi ripet l'ambasciata che gli era stata fatta.

--Eh! sar qualche seccatore: disse il banchiere col supremo disdegno
d'un ricco che ha finito appena un suntuosissimo pasto: mandatelo al
diavolo.

Gustavo fece a senno del padrone: ma quando gi il domestico s'avviava
per andare a far risposta, quelle persone che attendevano tornassero
pi tardi, ravvisatosi ad un tratto il marito di Lisa lo richiam.

--Ehi! hanno detto chi sia che cerca di me?

--Sono due: rispose il domestico; ma il pi impaziente, quegli che
mand su il garzone  il signor Borgetti agente di cambio.

Pannini piant l a mezzo la tazza che stava bevendo, la depose sulla
tavola affrettatamente, gett col la servietta che ancora aveva sulle
ginocchia e si lev in piedi sollecito.

--Ci vado, ci vado subito: diss'egli. A Borgetti, soggiunse
rivolgendosi al principale come per ispiegargli la ragione del suo
cambiamento d'avviso, debbo parlare di qualche cosa che mi preme.

--Va benissimo: rispose il banchiere dandogli quasi licenza di
andarsene con un olimpico cenno di capo. Scendete per la scaletta
interna che mette nel mio studiolo, e cos farete pi presto. Se vi
sbrigate sollecitamente, potrete tornar qui che ci coglierete ancora
od a tavola o nel salotto da fumare: se no, aspettatemi laggi ch'io
vi discender poi ed avr bisogno dell'opera vostra.

--S signore: disse con premura Gustavo, e corse via senza manco finir
di bere il suo caff.




XV.


Ad un tratto Vanardi e Borgetti, che aspettavano sempre nel salotto
della banca, videro aprirsi con impeto l'uscio del gabinetto del
signor Bancone ed entrare sollecito con aria di assai premuroso
interesse il signor Gustavo Pannini.

Il pittore si alz, e indovinando che quello era il giovane aspettato,
fece un passo verso di lui nella speranza di dover egli essere il
primo a parlargli, poich di tanto era stato il primo a venire ed a
noiarsi nell'attenderlo; ma Gustavo, invece, non fece a lui la menoma
attenzione, e quasi non l'avesse manco veduto, si rivolse all'altro
che lo aspettava e gli disse vivamente:

--Ebbene? ebbene? come vanno le cose? che hai tu fatto per me
stamattina?

Borgetti prima di rispondere, per farlo avvertito che non eran soli,
gli addit con un cenno di capo Antonio che tormentava il suo
cappellaccio con aria tra d'imbarazzo e tra di cattivo umore.

Gustavo non pot trattenere un atto di contrariet e si volse al
pittore con una certa impazienza, che appena era coperta da un poco di
urbanit:

--Lei cerca di me?

--S signore, se ella  il signor Pannini.

--Lo sono appunto.

Pannini diede una pi attenta guardata alla persona ed agli abiti di
chi gli stava innanzi e non parve che codesta vista gli ispirasse
molta fiducia.

--Che cosa mi vuole? soggiunse asciuttamente, come per far capire che
gli avrebbe fatto piacere sbrigandosi in fretta.

Cotale accoglimento sconcert un poco il nostro povero pittore.

--Ero venuto per... Credo che le abbiano gi parlato di me... Il suo
signor suocero, il mio amico Giovanni... Giovanni Selva, lo conosce
bene anche lei?... Ed ho qui anzi una lettera per vossignoria.

Il contegno di Gustavo si fece pi gentile e benigno.

--Ah! lei  il signor Vanardi?

--S signore.

Ed Antonio s'affrett a trar di tasca la lettera di Selva e porgerla a
Pannini; ma in quella Borgetti guard l'orologio e fece un atto che
indicava la sua premura e la sua impazienza.

--Abbia la gentilezza di aspettare ancora un momento, disse Gustavo ad
Antonio. Questo signore ha da parlarmi di cose premurose che non
ammettono indugio.

E senza attender altro soggiunse parlando all'agente di cambio:

--Vieni di qua Borgetti.

Pass nello studiolo con quest'ultimo: e Vanardi, rassegnandosi alla
pazienza, torn a sedersi presso il fuoco.

Tra il marito di Lisa e l'agente di cambio aveva luogo il seguente
dialogo:

--Ebbene? aveva ripreso Gustavo; che hai tu fatto?

--Secondo il tuo desiderio ho comperato di nuovo per fine mese.

--Quanto?

--Dieci mila di rendita: che unite alle gi comperate fanno cinquanta
mila.

--A quanto?

--Mezzo punto pi del corso di ieri.

--La tendenza  all'aumento, non  vero?

--Ah! non voglio ingannarti. La  invece pi che mai al ribasso. I
principali giuocatori al rialzo si sono _voltati_ e tentano
compensarci con vendere... ti consiglerei anche a te a far lo stesso,
invece di ostinarti a comprare.

Gustavo stette un momento a riflettere.

--Compensarmi!... Ad ogni modo non potrei mai _coprirmi_ del tutto.

--Ma la perdita sarebbe minore...

--Per esserne sempre allo stesso punto.

--Ma, mio caro, se questo ribasso continua, la differenza sar tale
che non potrai nemmeno far pi il _riporto_... E ancora chi sa se lo
si vorr fare!

--Ebbene vada il tutto pel tutto: disse Pannini con una risoluzione a
cui l'eccitamento e i fumi dei vini bevuti non erano estranei. O su o
gi una buona volta. Se la mi va bene, sar ricco... E sento qualche
cosa in me che mi avverte che andr bene. Sono entrato in una fase di
fortuna. Sono persuaso che tutto mi riesce; vedrai pronunziarsi
l'aumento e la liquidazione farsi a benefizio dei _rialzisti_...

--Cos pur sia! E intanto ora quali sono le tue istruzioni? fermarsi
non  vero?

--No: rispose colla medesima eccitazione Gustavo. Non ti ho io detto
di voler proprio tentare un colpo decisivo? Compra ancora, compra
sempre.

--Diavolo! diavolo!

--Esiti?

--Se la ti va male, come farai per pagare?

--Bancone mi ci aiuter.

Borgetti fece una smorfia molto incredula.

--Lo speri?

--Ne sono sicuro. Mi vuol molto bene; sta per darmi il posto di
Padule; a lui lo anticiparmi una cinquantina di mila lire gli  come
niente; va l ch'egli non mi lascier negli imbrogli.

--Tanto meglio. Dunque comprer ancora?

--S, almeno altre diecimila di rendita.

--Va bene. Addio! Corro alla piccola borsa. A rivederci domattina.

L'agente di cambio usc frettoloso, e Gustavo, rimasto solo nello
studiolo, si affond nelle sue meditazioni, o per meglio dire nelle
sue allucinazioni delle chimere che perseguiva colla mente eccitata,
sognando gi d'essere ricco e di sedere frammezzo ai potenti del
giorno alla mensa dei diletti sociali.

Il rialzo di tanto gli avrebbe dato tanto di guadagno; quanto maggiore
sarebbe stato quello, tanto pi considerevole questo. Esso avrebbe
potuto spingersi fino alle sessanta, alle settanta mila lire. Ci non
avrebbe ancora bastato: ma con questo capitale ch'egli avrebbe messo
nella banca e col posto di Padule che gli avrebbe dato occasione di
farlo meravigliosamente fruttare e gli avrebbe procurati mille altri
vistosi proventi, egli poteva dirsi giunto alla conquista della
ricchezza. Quanti castelli in aria non faceva di botto il suo povero
cervellino eccitato!... E intanto dimenticava compiutamente che nel
salotto vicino stava aspettando da due ore per parlargli l'individuo
raccomandatogli dal suocero e dalla moglie.

Antonio da parte sua, visto Borgetti uscire dallo studiolo, aveva
creduto che o Pannini venisse tosto a dargli udienza, o lo facesse
entrare a sua volta nel gabinetto; ma nulla avvenne di codesto; onde,
lasciato passare forse un quarto d'ora, l'impazienza gli diede
coraggio di aprir pian piano l'uscio socchiuso dello studiolo e
gettarvi dentro uno sguardo.

Pannini passeggiava in su e in gi con le braccia incrociate al petto,
il capo chino, sorridendo alle liete fantasie che gli danzavano nella
mente. A quel lieve rumore che fece l'uscio aprendosi, pur tuttavia si
volse, richiamato a s stesso, vide Vanardi e di subito gli increbbe
d'averlo cos dimenticato.

--Ah, mi scusi, diss'egli andandogli incontro. Ho qualche cosa per la
testa che mi occupa di molto, e raccoglievo, come si suol dire, i
pensieri a capitolo... S'avanzi, la prego, ed eccomi tutto per lei.

La gentilezza, la buona grazia e le maniere garbate di quel giovane
veramente simpatico, fecero il loro solito eccellente effetto anche
sull'animo del pittore; il quale senz'altro ebbe scancellato e
dimenticato tutto quel po' d'irritazione che aveva il momento prima
per s lungo attendere.

--Ho letto la lettera del suo amico, ed oso dire anche mio, l'avvocato
Selva. Mio suocero d'altronde mi ha gi parlato di lei, e me ne ha
parlato eziandio mia moglie.

Sorrise colla pi franca e piacevole maniera del mondo.

--E questa, soggiunse,  per me la pi valida ed autorevole
raccomandazione ch'esser possa. Ci vuol dire che io mi prendo a cuore
la sua domanda, signor Vanardi, e far di contentare i suoi desiderii.

--Oh signore, la mia riconoscenza...

Era destino che il povero Antonio avesse ogni fatta contrasti in quel
suo passo di venire a parlare a Pannini. Ora che il colloquio era
avviato cos bene, ecco aprirsi l'uscio del gabinetto ed una voce ben
nota pur troppo al nostro pittore domandare:

--Si pu?

Vanardi si volse in sussulto, e si trov a fronte il suo padron di
casa, il signor Marone.

Con pari stupore quest'ultimo si vide innanzi il suo pigionante; ma
l'uno e l'altro si limitarono ad esprimere la loro meraviglia con un
atto onde accompagnarono il lieve saluto che fu tra loro scambiato.

--C' il signor Bancone? domand il nuovo venuto.

--Pel momento no: rispose Pannini; e se posso io servirla in alcuna
cosa.

--Desidererei parlare proprio col signor Bancone.

--Allora s'accomodi cost nel salotto, che il signor Bancone non
tarder a discendere in ufficio.

--Grazie tante.

Marone si ritrasse nel vicino salotto, e Gustavo riprese il colloquio
con Antonio.

--Vorrei poterle dir subito: la cosa  bella e fatta; ma pur troppo
non  cos. Pel momento non c' posto nessuno nella banca; e proporre
al signor Bancone di prendere un impiegato di pi di quanto
strettamente abbisogna  fare una cosa affatto inutile; ma tra qualche
tempo  probabile,  sicuro anzi che si far un posto: il primo
commesso ci lascia, ed io ho pi che buona speranza di sostituirlo, un
altro passer a mio luogo, e cos via via: si far un posticino da
poter introdurre un nuovo... Io la terr in memoria e far di tutto
perch questo nuovo sia lei.

In quella fece il suo ingresso la persona imponente del signor
Bancone, disceso dai suoi appartamenti.

Vanardi si ricantucci in un angolo tutto umile innanzi a quel milione
incarnato.

--Pantani, disse il banchiere,  venuto qualcheduno a cercarmi?

--C' di l il signor Marone che desidera parlarle.

--Lo faccia entrare.

Vanardi fece un profondo inchino al banchiere che non gli bad, e
segu Pannini, il quale pass nel salotto.

--Il signor Bancone c': disse Gustavo a Marone. Entri pure.

Marone s'affretto a penetrare nello studiolo.

--E quando potr sapere alcuna cosa di ci che mi riguarda? chiese
Antonio.

--Non potrei precisarle il momento: rispose Pannini; ma spero che fra
una settimana o poco pi... Torni fra quindici giorni, ecco, e son
certo di poterle dire qualche cosa di positivo; che se mai avr prima
di quel tempo alcun che da comunicarle, glielo far sapere per mezzo
di Selva.

Antonio sent come se un secchio d'acqua gli fosse versato gi della
schiena. Quindici giorni da aspettare! E come vivere intanto?

Mentre cercava di balbettare una risposta che non sapeva nemmen egli
quale avesse da essere, la voce di Bancone risuon dal gabinetto
vicino chiamando Gustavo.

--Vengo, rispose questi, e sbrigatosi sollecito di Antonio con un
saluto, s'affrett ad accorrere dal principale, mentre il misero
pittore se ne partiva poco pi racconsolato di quel che fosse quando
era penetrato col dentro.

Bancone giaceva mezzo sdrajato in una larga poltrona, Marone gli stava
dinanzi seduto sopra una seggiola il suo cappello frusto in mezzo alle
ginocchia.

--Venite un po' qua, Pannini, disse il banchiere col suo accento di
superiorit e di protezione. Ecco qua il signor Marone che vuole...

--Scusi, interruppe quest'ultimo: ma gli  a lei solo che
desidererei...

--Questi  il mio segretario: rispose brusco il banchiere; e l'ho
chiamato appunto perch non  di troppo.

E volto al giovane che gi s'avviava verso la porta, disse con tono di
comando:

--Fermatevi Gustavo.

Questi torn presso al suo principale.

--Il signor Marone ha dei fondi nella banca?

--Signor s, rispose Pannini: novanta mila lire....

--E gl'interessi da pagarsi adesso allo scader del semestre, soggiunse
vivamente Marone.

Il banchiere fece un gesto che significava...

--Peuh! tutto ci  una miseria.

--Ed ella, soggiunse forte, vorrebbe riaver quel denaro?

--Signor s... Ecco: ho fatto un acquisto considerevole....
un'occasione vantaggiosissima che mi si  presentata.... Mi allargo ed
arritondo per bene quel po' di possessi che ho gi in Valnota....

Il banchiere l'interruppe con certo piglio di alterigia.

--Insomma vuol ritirar subito quella somma?

--Subito, subito, no... ma se me la potesse dar presto... non mi
farebbe dispiacere.

E Bancone rivoltosi di nuovo al segretario:

--Quel denaro  pagabile a semplice richiesta?

Il padrone di casa d'Antonio cominci egli una risposta: ma il
banchiere, senza nemmanco guardarlo, gli fece segno di lasciar parlare
Pannini.

Questi and ad aprire certi cassettini ripieni di carte, ci rovist
per entro, n'esamin parecchie, e fin per rispondere:

--S signore.

--Va bene, disse Bancone: fatemi venire il cassiere.

Gustavo and alla scrivania, vicino alla quale, nella parete, ad
arrivo di mano di chi ci fosse seduto vi erano parecchi bottoncini di
metallo dorato; ma prima che ci arrivasse, Marone disse con vivacit:

--Scusi... Una delle cose che pi mi secchino  d'esser tenuto per
ricco dalla gente... Non lo sono diffatti... Ho qualche ben di Dio,
gli  vero, ma ci ho tante passivit, tanti imbarazzi!... Eppure ci
sono gi certi animali che vanno susurrando ch'io ho dei tesori... Se
si venisse ancora a sapere ch'io riscuoto da lei novantamila lire.

--Che cosa ne vuole conchiudere? dimand con impazienza Bancone.

--Che meno sarebbero le persone che conoscessero questo fatto e pi
l'avrei caro.

--Il mio cassiere non  un ciarlone, disse asciutto il banchiere; e
fece segno a Pannini chiamasse senz'altro chi gli aveva detto.

Gustavo premette uno di quei bottoncini di metallo, e un campanello
risuon sopra la testa del cassiere.

Di l a un minuto s'ud nella stanza vicina il passo lento e pesante
d'un uomo, o poi la porta s'apr e comparve la faccia stupida ma
onesta del signor Busca.

--Venite qua, Bernardo, disse il banchiere. Potreste oggi stesso, o
domani, pagare la somma di novantamila lire?

Il cassiere allargo i suoi occhi di vetro e rispose colla sua voce
monotona:

--N oggi n domani. Ella sa che abbiamo da fare quei certi
pagamenti...

--Lo so, lo so: ma questo non ci ha da importare.

--Ci ha da importare, s signore, perch la cassa non potr
snocciolare insieme con tutto il resto altre novantamila lire.

--E allora, quando credete di poterle pagare?

Il signor Busca si serr il mento colla mano destra, e coll'indice si
pose a battere sul labbro inferiore, mentre la sua fronte stretta e
piana si corrugava leggermente per effetto della meditazione. Dopo un
poco alz in faccia al principale i suoi occhi chiari ed a fior di
capo.

--Fra tre o quattro giorni, disse.

Bancone si volse al suo creditore.

--Ha udito? Tre o quattro giorni sono forse troppi?

--Oh no! s'affrett a rispondere Marone. Gli  giusto quel che mi
torna.

--Ebbene, oggi  gioved... Luned sera ella avr il suo denaro.
Bernardo, luned terrete in pronto novantamila lire... Le vuole in
oro? chiese a Marone.

--Come le aggrada. Parte in oro e parte in polizze di banca, se le
accomoda.

--Avete inteso, Bernardo? Quella somma la consegnerete al segretario
che ve ne dar scarico. Ora andatevene pure.

Il cassiere fece un inchino e part.

Bancone proseguiva:

--Ella, signor Marone, si dar la pena di venir qua luned sera, e
ricever la somma da Pannini, col quale far tutti gli opportuni
incombenti. Cos le va?

--Perfettamente. Non mi resta pi che ringraziarla e salutarla.

S'alz da sedere e si curv in un profondo inchino.

--Buon giorno: disse il banchiere senza neppure fare un saluto col
capo: quindi cessando subito dal badare a Marone che se ne partiva,
soggiunse parlando a Pannini: sedetevi cost, mio caro, che ho da
farvi scrivere alcune lettere.




XVI.


Due giorni erano passati; e il povero Antonio, come facilmente vi
potete pensare, si trovava nelle distrette pi che mai.

Pressato dalla necessit egli dovette calpestare il suo orgoglio e la
sua ripugnanza a codesto passo, e si decise di ricorrere alla carit
delle persone generose. Fra le due di queste cotali che gli erano
state suggerite aveva pensato a lungo a quale rivolgersi di
preferenza, se alla vecchia marchesa di Campidoro od al giovane
filantropo Salicotto, e l'aveva poi data vinta a quest'ultimo, perch
in fama di molto pi accostevole, di molto affabile ed alla mano.

Ricorreva giusto una domenica, e il povero pittore, vestiti i suoi
migliori panni--quel certo soprabito color marrone--s'avviava verso le
dieci ore del mattino, che quello gli avevano detto essere il tempo
opportuno, alla dimora del signor Salicotto, pubblicista umanitario e
cavaliere.

E mentre Antonio traversa la strada, entra nella porticina della casa
dirimpetto, sale sino al secondo piano ed esita a tirare il cordone
del campanello, io di questo signor filantropo vi far conoscere virt
e miracoli, contandovene la storia.

Abbiamo udito da quel ciarlone di speziale come nel suo paese, che era
quello stesso della sua nipote Anna, vi esistesse una famiglia col
nome di Salicotto, il capo vivente della quale era un povero ortolano;
ma sor Agapito non si pensava mai pi che il cavaliere fosse in alcun
modo legato a quella povera gente, figliuolo com'ei si diceva d'un
avvocato. Ma se Anna si fosse trovata una sola volta faccia a faccia
con questo personaggio, bench tanti anni fossero passati, bench un
s gran cambiamento si fosse fatto in lui, non avrebbe tuttavia
mancato certo di riconoscere nel cavaliere il figliuolo del vecchio
Matteo, il vicino di casa, l'antico amicone della sua famiglia. Per
fortuna del nostro filantropo democratico, che nascondeva con tanta
cura la sua modesta origine, in que' due anni che gi era rimasta in
citt la nipote dello speziale, stando rarissimamente alla finestra ed
uscendo anche meno, non aveva ancora veduto mai colui che
nell'intenzione dei parenti delle due parti doveva essere suo sposo.

Tommaso Salicotto era nato unico figlio; suo padre era un buon
diavolaccio con tanto di cuore, che non sapeva pi in l dei cavoli
del suo orto e non desiderava altro di meglio che vender bene i suoi
erbaggi al mercato, ed avere a tempo opportuno il sole e la piova sui
suoi asparagi, sui suoi carciofi, sui susini, sugli albicocchi, e via
dicendo. La madre era altres una eccellente comare che non pensava
oltre le poche vicende domestiche, far la cucina, rattoppare i cenci,
aiutare tal fiata il su' uomo nei lavori dell'orto. Ebbene--chi pu
spiegare codesto mistero?--da questi due era nato in Tommaso un
ambizioso, uno spirito irrequieto, ghiotto di ricchezze ed invidioso
delle fortune altrui.

Gi da bambino il nostro eroe guardava con occhio di livore la
palazzina bianca che sorgeva di faccia al rustico casolare di suo
padre, nella quale veniva ad autunnare ogni anno una famiglia di
_signori_ che abitavano la pi vicina citt di provincia. S'accostava
cauto al muro del giardino tutto rifiorito, e pel cancello sbirciava
con maligno ed invidioso intendimento le poche e modeste sontuosit di
quell'abitazione che a lui inesperto pareva un paradiso di agi e di
sfarzo. Quando vedeva i fanciulli dei signori pulitamente e con garbo
vestiti di panni bianchi o rosati o d'altri color gai, bene ravviate
le chiome, paffutelle le guancie, piene di giocattoli le mani,
occupata da sollazzi la giornata, egli gi sentiva entro il piccolo
petto una gran rabbia che non sapeva pure spiegarsi: e se alcuno di
quegli aggraziati bimbi gli accorreva all'incontro, e faceva a
parlargli, e lo voleva prendere per mano, e lo invitava a partecipare
ai loro giuochi, poco mancava ad ogni volta ch'egli non gli si
lanciasse coll'unghie alla faccia a cavargliene gli occhi. Certo il
potere, se non altro, sciupargli addosso que' panni s acconci gli
pareva un bel fatto.

Aveva ingegno pronto e svegliato: il povero maestro elementare che,
per alcuni fastelli di legna l'inverno e per un po' di legumi la
state, gli aveva mostrato a leggere e scrivere tutto s'era stupito ed
aveva gridato al miracolo vedendo che in s poco di tempo il fanciullo
era arrivato a saperne pi di lui. A far conti aveva imparato quasi da
s, e nessuno nel villaggio era capace di farsi un'addizione od una
moltiplica cos rapidamente e con tanta sicura esattezza come quel
fanciullo di otto anni, poco pulito, meno leggiadro e molto
spettinato. Per la lettura manifestava una vera passione; ogni libro
che gli capitasse tra mano egli divorava con ardore instancabile, e lo
riandava finch lo avesse capito del tutto, passando e di molto la
comprensivit comune dei coetanei.

In breve, egli era diventato il fanciullo prodigio del villaggio: i
buoni terrazzani lo citavano come una preziosa rarit del loro paese;
il padre quasi lo rispettava, la madre, s'intende, lo amava pi che la
pupilla degli occhi suoi di quell'amor cieco onde amano le madri. E
intorno ai genitori tutta la gente s'era posta d'accordo a far gli
elogi del talentone del piccolo Tommaso. Aveva incominciato quel
poveraccio ignorantone d'un maestro elementare, il quale gli aveva
posto in mano la penna e l'abbic.

--Voi avete in casa vostra un tesoro, aveva detto a Matteo; e se lo
lasciate sciuparsi ne avrete da rendere ragione alla societ ed a Dio.

--Che cosa ho da fare? domandava il dabben uomo rimminchionito.

--Fatelo studiare, per bacco! esclamava il maestro. Volete lasciar
perdersi quel bell'ingegno fra le bietole e le rape?... Fatelo
studiare e diventer qualche cosa di grosso.

E il parroco che era incantato del modo con cui Tommaso sapeva il
catechismo ed aveva imparato a servir la messa:

--Conviene far studiare vostro figlio, Matteo. Egli  un genio. C' un
mondo in quella testa grossa: e chi sa che cosa ne potr venir
fuori!... Mandatelo alle scuole, fategli vestir la cotta da cherico,
mettetelo poi in seminario, e un giorno o l'altro voi vedrete vostro
figlio... fors'anche vescovo.

Il buon villano allargava tanto d'occhi, tentennava s un poco il
capo, ma finiva per tornare a casa fantasticando di veder suo figlio
ancora qualche cosa di pi che vescovo.

--Il vostro Tommaso far la fortuna di tutta la famiglia, gli diceva
un'altra volta il giudice: fatelo studiare, compare Matteo, ci avete
l la stoffa d'un avvocato, e un buon avvocato, ai nostri d, pu
arrivare a tutto: certo a guadagnare denari e di molto.

E il maestro di latinit, sotto cui Tommaso incominciava a declinare:
_haec musa_, la musa:

--Matteo, diceva con enfasi ciceroniana all'ortolano, e' conviene
fargli studiare le belle lettere. Vi guarentisco io ch'ei diverr un
professorone di calibro da illustrare s stesso e la patria.

Con tante e s importanti sollecitazioni, come resistere a quello che
era pure il massimo desiderio del dilettissimo Tommaso? Dai proventi
del suo orto, Matteo ricavava tanto che bastava da poter ogni anno
mettere in disparte una sommetta ad aumentare il gruzzolo dei
risparmi: e bench a quel suo poco di tesoruccio ci tenesse di molto
con quell'amore taccagno che  proprio dei villici, pure si decise a
sminuirlo d'alquanto per mettere a studiare suo figlio. Certo il
pensiero che questi sarebbe diventato un pezzo grosso e con guadagni
vistosi avrebbe compensato di poi a mille doppi il sacrifizio
presente; questa speranza, dico, giov non poco di sicuro a decidere
Matteo, ma la sua parte, e non da meno, l'ebbe altres la tenerezza e
quasi direi l'osservanza che egli, e sua moglie ancora pi, avevano
pel figliuolo.

Di vestir la cotta e farsi prete, che sarebbe stato mezzo assai pi
economico di far gli studi, Tommaso non volle saperne malgrado le
belle parole e le sollecitazioni del parroco; innanzi alla mente del
giovinetto stavano gli sbarbagli del mondo, i vantaggi della
ricchezza, la leccornia degli agi signorili, e lo stato chericale era
una rinuncia a tutto, od a gran parte, e la pi attraente, di codesta
roba. E nemmeno il padre aveva molta propensione a vedere suo figlio
tonsurato. Era unico della famiglia, ed anche ad un villano  pensiero
increscioso che non gli sopravvivano eredi, i quali sieno in grado di
continuare il suo lignaggio. Fin dai primi anni della vita di Tommaso,
col vicino padre di Anna si era detto sul pi sodo che i loro figli si
sarebbero sposati, e quella poca nuova ambizione entrata nell'animo di
Matteo non era tale da fargli dimenticare e cessare d'aver caro quel
progetto n da persuaderlo di non mantenere altrimenti la scambiata
promessa.

Tommaso fu posto in citt a dozzina da un maestro, e per compensare la
maggiore spesa dell'assegno mensile che conveniva pagare pel
figliuolo, i genitori sminuirono a s la pietanza e persino il pane
quotidiano. L'unico che non avesse approvato questa determinazione era
il padre di Anna, il quale, vero profeta, andava predicendo a Matteo
che cos avrebbe fatto allevare un ingrato ai tanti sacrifizi che
faceva per lui. Ma l'ortolano, che in ogni altra cosa teneva in molto
conto il parere del vicino, in codesta non voleva sentire osservazioni
e tanto meno appunti, di tal maniera che codesta fu ragione per cui i
due vecchi amici quasi si guastassero insieme, e sminuisse quella
domestichezza poco meno di parentevole, che dapprima aveva luogo fra
loro.

Tommaso frattanto si distingueva assai. In ogni cosa a cui bastasse la
volont e l'applicazione egli andava senza fallo il primo, non cos
l, dove ci occorresse ispirazione, retta percezione, vivacit
d'immaginativa e fecondit di pensiero. Fra i compagni, i quali, nel
portar giudizio gli uni degli altri, non si sbagliano mai o di rado,
fu egli conosciuto tosto per uno sgobbone, per uno di quel gran
semenzaio di pedanti e d'impostori che  la schiera di quelle mediocri
intelligenze piene d'orgoglio coi compagni e di ostinazione indefessa
nello studio e di piacenteria verso i superiori, le quali si
guadagnarono sempre la benevolenza degli insegnanti e l'antipatia dei
colleghi.

Diffatti la nota caratteristica dell'ingegno come dell'essere morale
di Tommaso Salicotto era quest'essa: pedantismo ed impostura; come il
movente ultimo, la susta cardinale dei suoi sforzi e delle sue azioni,
erano la vanit e la voglia del denaro. Colla sua ipocrisia, aveva
egli saputo ingannare tutte le persone cui s'era accostato, fin da
quando era ancora bambino. Egli la sua tenacit e la sua ambizione
aveva saputo fare scambiare per effetti di un'elevata intelligenza
costretta dalle misere circostanze della sua condizione; egli aveva
saputo comparire agli occhi altrui come un genio travelato, un
diamante nella rozza sua ganga, a cui lo studio e la vita cittadina
non avrebbero mancato di procurare lo sprigionarsi dall'involucro, e
il raggiare di tutta la sua luce.

Forse dapprima egli neppure non conosceva bene s stesso, e
quell'inganno che produceva in altrui provava egli medesimo sul suo
conto. Ma quando finite le scuole inferiori, passato il corso liceale,
Tommaso ebbe intrapreso il corso, ch'egli aveva scelto, di belle
lettere, allora e' fu chiaro del tutto che cosa fossero il suo ingegno
e le forze della sua anima, del suo cuore e della sua natura; cap
quello che valeva e che voleva, e si pent affatto e della strada per
cui s'era messo e del cammino che gi aveva corso e della meta che si
mirava dinanzi. Conobbe che nelle lettere non sarebbe riuscito che
alla meschinit d'un rettorico; nelle lettere, in cui anche ad esser
sommi, sono tanto scarsi i guadagni ed  s poco soddisfatta
l'ambizione. S'accorse che il commercio e la politica tengono il campo
della fortuna e degli onori: che ad arricchire  mezzo pi spiccio di
tutti il primo, che a diventare uomo influente non c' altra strada
che la seconda. Se si fosse posto in qualche banca! se avesse
domandato ai facili studii della legale la laurea d'avvocato! Egli
avrebbe potuto conseguire in poco tempo, con non disagevol arte, il
soddisfacimento de' suoi desiderii. Ora era troppo tardi. La sua mente
non si prestava a quelle rapide evoluzioni per cui si pu mutare
indirizzo, occupazioni, abitudini. Era pi saggio continuare per la
strada intrapresa, e tentare d'averne ogni possibil vantaggio.

Era giovane fatto ed aveva l'inutile e fastoso titolo di professore.
Vivacchiava dando lezioni che erano pagate poco e valevan meno; ma
imparava ogni giorno pi a conoscere il mondo, e sapeva da qual
parte conviene di meglio circonvenire gli uomini per irretirli.
Comprese la forza e il meccanismo, per cos dire, di quella
sfacciata ipocrisia moderna che si chiama ciarlatanismo, ed apprezz
tutta la potenza della leva che muove il mondo morale dell'oggi, la
pubblica stampa. Domand a questa in unione con quello la celebrit
al suo nome e gli agognati guadagni alla sua povert. Fond un
giornale, e parendogli essere nella schiera del giornalismo allora
esistente un posto vuoto ancora da occupare, in cui facile il farsi
discernere dalla comune e far chiasso, il suo periodico fu, meglio
che politico, economico-umanitario-socialista. Non ci voleva troppa
scienza: paroloni sonanti ed uno stile fragoroso bastavano: e del
resto le raccolte dei giornali socialisti di Francia d'un tempo
erano l, miniera inesauribile da pigliarvi per entro articoli e
declamazioni.

Le vicende non cominciarono col volgergli prospere. Dapprima non si
fece molta attenzione alle sue vesciche rettoriche; ma egli non si
perdette d'animo. Pi d'una volta lo stampatore minacci di far morire
il giornale, rifiutandosi di metterlo in torchio se non veniva pagato
almeno in parte di quanto gli era dovuto; ma Salicotto seppe sempre
industriarsi cos bene, che di qua o di l ottenne pur sempre qualche
bocconcino da gettare nelle fauci del tipografo e tirare innanzi.
Lott con una pertinacia di che soltanto poteva esser capace la sua
natura testarda di villano. Per lo meno ora egli aveva uno sfogo al
suo segreto agognare ed alla rabbia della sua impotente ambizione.

Patrocinando la causa di chi non possiede, egli lusingava le proprie
invidie, esprimeva i proprii tormenti. Alcune fiate, minacciando ed
imprecando ai ricchi, nei limiti che gli concedeva la legge, essendo
egli troppo accorto per cadere nella ragna d'un processo, Tommaso
consolavasi e temperava le sue smanie di ambizioso ancora deluse. Se
non la sua fame di guadagni, almeno gi avevano un qualche ripago il
suo livore e la sua vanit.

Intanto si cominciava a discorrere per la citt del suo giornale,
alcun rumore cominciava a farsi intorno al suo nome; le teorie e gli
spropositi sociali, ch'egli accattava dagli stranieri per annacquarli
e divulgarli nel suo stile pretenzioso e stentato, la sua politica
rabbiosa avevano destata l'attenzione della gente. Cap allora il
furbo l'efficacia di due mezzi che appo noi non erano ancora
introdotti: la moltiplicit, la bizzarria, la impudenza dell'annunzio
e l'attacco personale. Fece tappezzare tutte le cantonate di
cartelloni immensi in cui spiccavano in caratteri cubitali il titolo
del giornale e il nome del direttore, volse la punta d'una satira che
non era ingegnosa ma insolente, non contro i vizi, gli errori, i
torti, ma contro le individualit, e di queste le pi spiccate e le
pi note. Ad ogni numero c'era qualche botta contro una di codeste,
tanto se benevise quanto se in uggia al pubblico. Aveva l'accortezza
di designar la persona cos bene, che non vi potesse cadere sbaglio, e
tuttavia non dirne il nome mai: ogni lettore ce lo metteva di per s,
trovandoci appagamento alla naturale malignit che pur troppo  comune
a tutti gli uomini. Si limit dapprima alla capitale: ma poi, visto lo
spediente dar buoni frutti, lo estese anche alle provincie. Si fece
una quantit di nemici, ma si acquist una immensit di lettori: i
suoi fogli il pubblico, sempre ghiotto di scandali, se li strappava di
mano: si vendevano a diecine di migliaia, e Salicotto dalla soffitta
che abitava dapprima era passato ad un comodo quartieretto al terzo
piano.

Fu odiato da molti, fu ammirato da' pi, fu temuto da tutti. Quando un
uomo, nella nostra societ vigliacca innanzi al si dice,  giunto a
far temere la sua lingua o la sua penna,  diventato una potenza con
cui le autorit medesime hanno da fare i conti. Salicotto fu
accarezzato dal potere municipale, fu accarezzato dal ministero, fu
adulato dai ricchi, fu adorato dai poveri che lo salutavano loro
campione. Egli apparteneva oramai a tutte le commissioni di
beneficenza, a tulle le amministrazioni d'opere pie, non si
distribuiva un sussidio senza che il cavaliere Salicotto (la sua
filantropia era stata ricompensata da una croce) non fosse chiamato a
curarne l'erogazione; non succedeva un infortunio, non si lamentava
una miseria senza che egli nel suo giornale aprisse una sottoscrizione
per venire in soccorso ai disgraziati. I denari piovevano; e i maligni
dicevano sotto voce che il filantropo sapeva molto bene trafficarli in
suo vantaggio prima di farli colare l dov'erano destinati.

Con ci il suo giornale prosperava sempre pi. In pochi anni Tommaso
Salicotto, il figliuolo dell'ortolano, ebbe un suntuoso quartiere per
sua abitazione: quello in cui andremo or ora a trovarlo; ebbe delle
buone rendite in cartelle del debito pubblico; ebbe una ben avviata
stamperia ch'egli aveva stabilita pel suo giornale, e cui la sua
influenza procacciava molti guadagni; ebbe la bagattella d'un'entrata
annua di cinquanta mila lire.

E colla sua famiglia quest'avventurato filantropico pubblicista come
s'era egli regolato?

Il buon villano, per dirla con un'espressione volgare, s'era aperte le
quattro vene, affine di mantenere alla capitale il figliuolo a
studiare ed a farvi buona figura. Tommaso aveva capito fin da
principio che le apparenze sono tutto nel mondo, e che per farsi
strada conveniva vestire e spendere come uomo che ha del superfluo. Il
tesoretto delle economie di Matteo sminuiva con una rapidit
spaventosa, a dispetto delle privazioni che s'imponevano i due
genitori; e il buon uomo se ne desolava seco stesso, non sapendo
porvi, non dico un termine, ma neppure un freno. Il figliuolo aveva
acquistato sempre pi sopra la sua famiglia un imperioso ascendente
che di poco si scostava dall'assoluto comando. Le maniere
cittadinesche e le vesti signorili di lui imponevano a quella buona
gente; e quando Tommaso andava a passare alcun tempo col padre e colla
madre vi era trattato come un principe che onori l'abitazione d'un suo
suddito. Ed egli stava appunto in tale contegno da affermare il
paragone: sussiegoso, altiero, parlando poco e con aria di degnazione,
era insopportabile a chi lo vedesse, fuorch agli acciecati suoi
parenti.

Coll'andar del tempo, come gli erano rincresciuti i panni della sua
nativa condizione, gliene rincrebbe forte che in faccia al mondo
apparisse la rozzezza e la bassezza della sua famiglia. Di quando in
quando il padre e la madre capitavano a Torino per vederlo, ed egli si
vergognava troppo della pezzuola di panno cotone in testa e della
vesticciuola corta di bambagia che portava la madre, e della
grossolana carniera e del cappellaccio a larga tesa del padre. Li
accoglieva freddamente, di mala voglia, talvolta con brusca
impazienza. Le donne sono sempre pi fini osservatrici che gli uomini;
e la madre si accorse presto del dispiacere che le loro visite
facevano a Tommaso; ne disse al marito, ma questi non volle credere.

--Eh via: rispos'egli, sei matta. Masino studia, ha sempre il capo
farcito di non so quante cose e ci lo rende distratto, ma nel cuore,
l'ho per certo, e' prova, nel vederci, quel gran gusto che noi a
venire.

Continuarono a visitarlo; e meno male se si fossero rimasti a passare
con esso lui nel suo alloggio una giornata! Ma il padre, felice e
superbo d'un tanto figliuolo, voleva uscire a braccetto con lui e
farsene accompagnare di qua e di l, e la madre gli occhi larghi, con
esclamazione d'ignorante stupore sulle labbra ad ogni passo, gli
veniva, facendosi trascinare al braccio, dall'altra parte. Codeste
passeggiate erano per Tommaso un supplizio. Egli avrebbe pure
agevolmente potuto liberarsene; ma a quel tempo le cose sue non erano
ancora prospere, il suo giornale lottava tuttavia con poco felice
successo contro l'indifferenza del pubblico, ed egli aveva troppo
bisogno della gi smunta borsa paterna per arrischiarsi a scontentare
addirittura del tutto il povero Matteo.

E s che quella borsa paterna era gi proprio a' suoi ultimi
spiccioli. Consumati per l'affatto i risparmi da tanto tempo
accumulati, il dabben padre, a pagare i debiti del figliuolo ne aveva
contratti de' proprii, ipotecando il poco terreno d'un orto, che
possedeva presso a quello del suo padrone. Un d venne lettera da
Tommaso che diceva con laconica disperazione come, se fra tanti giorni
egli non avesse una certa somma, sarebbe costretto a darsi a qualche
violento partito: il pi temperato quello di fuggire dal paese per non
tornarci mai pi. Pensate se il misero genitore si diede con isgomento
le mani attorno per trovare questa somma! E ci riusc; e nel giorno
stabilito, il poveretto se ne arriv alla citt, afflitto, spallidito,
dimagrato dall'angoscia di quei pochi d, dal dolore del sacrifizio
che aveva dovuto fare, come da una malattia di mesi, a porre in mano
del figliuolo i chiesti denari: ma egli per ci era stato obbligato a
vendere ogni sua masserizia, il dilettissimo orticello, ed egli e sua
moglie, gi innanzi negli anni, si trovavano senza asilo, senza
possessi, quasi senza pane! Pure non un lamento, non un rimprovero
spunt sulle labbra del povero vecchio, e quando Tommaso,
ringraziandolo con una certa effusione, lo strinse fra le sue braccia,
egli quasi quasi credette di essere in abbondanza ripagato di tutto.

Matteo abbandon il villaggio nativo, dove non c'era pi mezzo per lui
di ricavar da vivere, e con che dolore ci facesse  facile pensarlo;
ed ebbe la fortuna di trovare ad allogarsi, in paese dal suo non molto
lontano, come giardiniere e coltivatore d'orto presso un proprietario.
A Tommaso parve una buona ventura che suo padre abbandonasse il
villaggio natale: cos era rotta ogni sua attinenza con quel luogo e
quella gente che avevano vista la sua povera infanzia e conoscevano le
sue troppo umili origini.

Intanto per l'ambizioso il sacrifizio del padre parve avere aperto il
corso delle prospere sorti. Egli aveva incominciato a vivere da
signore, e la presenza dei genitori in mezzo al suo sfarzo gli
rincresceva sempre pi. Un giorno padre e madre ebbero il torto di
soprarrivare a visitarlo, mentre Tommaso aveva seco una brigata di
giovinotti dal pi al meno eleganti, male lingue tutti. Figuriamoci di
che gusto dovette riuscire a Tommaso quella visita! Accolse i genitori
colla freddezza con cui si tratta un inferiore importuno, e traendoli
brusco in altra stanza non mostr solo col contegno, ma anche colle
parole, quanto lo seccassero, e quindi lasciatili ambedue mortificati,
senza curarsi maggiormente di loro, and a raggiungere la comitiva.

--Chi sono quei villani? ud Matteo domandare nella stanza vicina da
uno di quei signorini dagli occhiali inforcati sul naso.

E suo figlio a rispondere:

--Sono i coltivatori di una mia tenuta. E' mi hanno visto bambino, e,
povera gente, mi voglion bene come lor figliuolo.

Matteo e la moglie si guardarono in volto quasi spaventati. Suo figlio
li rinnegava! Da questo tratto furono loro aperti finalmente gli
occhi. Tommaso era un egoista senza cuore, che non amava che s stesso
e i guadagni. Fu il peggiore dei dolori che potessero provare. A
vedersi partire di mano il suo caro tesoretto; a dover abbandonare il
diletto orto che amava con quell'amore tenace, appassionato dei
villani per la terra, che tutti sanno; a lasciare il paesello natale
dove aveva sperato di vivere e dormir, morto, in pace; a veder fatta
incerta la sua esistenza e forse travagliosa la sua vecchiaia: Matteo
non aveva ancora sofferto mai tanto quanto in quel momento.

Egli avrebbe voluto precipitarsi in mezzo a quella gente, ed investire
lo sconoscente figliuolo colle meritate rampogne; ma la moglie ne lo
trattenne. Tommaso usc, senza lasciarsi vedere e i genitori dovettero
aspettare sin tardi per averlo seco di nuovo.

Matteo appena lo scorse, non pot frenarsi e proruppe, pallido per ira
e con voce tremante che pure preannunziava vicine le lagrime:

--Che? gli  proprio vero adunque?... Noi vi facciamo vergogna, noi...
In questa casa i miei capelli bianchi sono accolti come un disdoro...
Ce l'avevate gi fatto capire colle vostre maniere, ma ora ce lo avete
spiegato chiaro pur troppo!... Non abbiamo ad essere i vostri
genitori, noi; appena se siamo degni d'essere i vostri servi... Ebbene
sia. Il signorone stia di per s; e noi non verremo pi a seccarlo...
Siamo noi, gli  il nostro denaro, gli  il nostro lavoro, gli  il
sudore di queste fronti che l'ha rimpannucciato a quel modo il sor
marchese... Che monta? Siam villanacci ed egli arrossisce al vederci.
Vieni, vieni moglie mia... Questa casa non  fatta pei poveri diavoli
come noi, e ci conviene uscirne, e non rimetterci i piedi mai pi.

Si mosse diffatti: la moglie lo voleva trattenere, e supplicava cogli
sguardi (che colle parole, angosciata com'era, non lo poteva) il
figliuolo a voler placare la giusta collera del padre. Se Tommaso
avesse detto una sola parola, avesse fatto un sol cenno di pentimento,
di domandar perdono, questa gran collera sarebbe sbollita d'un colpo:
il povero padre in s stesso non aspettava che il menomo degli atti
per cedere e rimanersi: ma il tristo figliuolo stette l impietrito,
l'aspetto insensibile, gli occhi a terra, senza pur muoversi. A tutta
prima ben gli era venuto all'animo l'impulso di placare suo padre, ma
poi tosto s'era detto fra s, che quella era buona occasione per
liberarsi una volta dal fastidio di quelle visite, e che per ci non
aveva che da lasciar andare le cose pel loro verso.

Matteo gli diede un'ultima sguardata, e lo sdegno s'accrebbe.

--Ebbene? che fai moglie mia? grid egli trovando la sua mazza,
impugnandola e camminando risoluto verso la porta. Vieni una volta, e
togliamo a questo gran signore l'imbarazzo e la vergogna delle nostre
persone.

La donna, poverina, piangeva senza aver parole fatte, e voleva calmare
il marito; ma questi la prese risoluto per un braccio e la trasse con
s a forza.

Tommaso non si mosse: vide partire il padre e la madre a quell'ora gi
tarda con occhio asciutto, senza una parola, senza un gesto. Matteo
comand alla moglie che del figliuolo non glie ne parlasse pi mai;
quanto a s il nome di lui non fu mai pi udito sulle sue labbra.

La famiglia non seppe mai pi notizie dell'ingrato figliuolo, n
questi di quella. Tommaso non cerc mai di vedere i genitori; le sue
vicende frattanto andavano sempre meglio; la sua fama d'uomo
amantissimo dei poveri aumentava di pari passo colle sue ricchezze, e
i suoi parenti, impoveriti per causa sua, stentavano la vita senza
ch'egli si curasse non che di soccorrerli, ma di saperne novelle.

Erano passati parecchi anni in questo modo, quando Vanardi, spintovi
dalla rinomanza di Salicotto, suonava timidamente il campanello
dell'uscio del pubblicista per supplicarne la sua generosa protezione.

Ed ora che lo conosciamo per bene, possiamo seguitare il nostro amico
Antonio e penetrare con esso nel santuario del famoso filantropo.




XVII.


--Che cosa volete? chiese il domestico che venne ad aprir l'uscio, in
tono orgoglioso quand'ebbe squadrato la povert degli abiti del
visitatore.

--Parlare al signor cavaliere: rispose umilmente Vanardi.

Il servo si lev di mezzo all'apertura de' battenti e lasci il passo.
Il pittore entr levandosi il cappello e incurvando la schiena.

Attraversarono, il domestico primo e Antonio dietrogli, un'anticamera
piuttosto vasta, lastricata da formelle di marmo bianco e bruno
avvicendate, e intorno alla quale, alle pareti, stavano armadii di
legno inverniciato di color bigio. S'intromisero in un corridoio che
n'era a capo, volsero a sinistra, entrarono in un salotto ben
riparato, ben caldo, con un soffice tappeto sul pavimento, con comodi
ed eleganti sedili d'ogni fatta, tappezzato di fine carta azzurrina a
fiorami appannati del medesimo colore ma pi scuro, adorna di buone
pittura di paese, appiccate con cornici alle muraglie, rallegrata da
un vivace fuoco nel caminetto.

--Aspettate qui: disse il domestico a Vanardi. Il signor cavaliere 
l nel gabinetto (ed additava un uscio a vetri in faccia a quello per
cui erano entrati); ha seco qualcheduno; appena sar libero, potrete
parlargli.

E poste ancora alcune legne sul fuoco, se ne and lasciando solo il
pittore.

Questi cominciava a conoscere che nel mestiere di supplicante, la
prima cosa da impararsi  il fare anticamera.

All'uscio a vetri, dalla parte del gabinetto, erano appese tendoline
di mussolina bianca, che impedivano di vederci per entro. La serratura
n'era chiusa colla stanghetta a scatto; ma pur tuttavia il suono delle
parole che si scambiavano nel camerino veniva nella stanza che lo
precedeva, bench indistinto. Se ne poteva per comprendere, che un
colloquio animato aveva luogo, ed una voce massimamente, che pareva
quella d'un vecchio, di quando in quando s'elevava come rampognante,
sdegnata e minacciosa. I due uomini che discorrevano non erano seduti,
e le loro ombre si scorgevano traverso le tendoline dell'uscio, e
dall'apparire e scomparire d'una di esse si capita che uno degli
interlocutori andava e veniva, come se impaziente, per la camera.

Antonio s'era gi rassegnato ad aspettare chi sa quanto tempo; ed
invece, poco dopo ch'egli era stato introdotto, ecco aprirsi
bruscamente l'uscio a vetri, e un vecchio a chiome bianche, con panni
contadineschi, pallido in volto, non si sarebbe potuto dire se per
dolore o per isdegno, comparire sulla soglia. Dietro di lui, discosto
due passi, era il signor Salicotto, la cui prima vista fece una
cattiva impressione sopra Vanardi; ch diffatti a quell'uomo in tal
momento davano un aspetto tutt'altro che simpatico la fronte
aggrottata, una dura espressione di fisonomia, le labbra serrate e lo
sguardo incerto, che pareva non osare di fissarsi in volto al vecchio
contadino.

--Non temete: diceva questi, a cui la voce tremava come la mano che
teneva ancora sulla gruccia della serratura: questa sar l'ultima
volta di certo, e Dio voglia!....

Nel pronunziar queste parole aveva levato verso il soffitto la mano
destra col solo indice teso, in atto solenne: ma lo sguardo del
filantropo, sgusciando fra il vecchio e l'uscio, aveva visto nel
vicino salotto la figura d'un estraneo, perci si affrett egli ad
interrompere il villico, slanciandosi in quella stanza, e quasi
sospingendo il parlatore verso la porta d'uscita.

--Basta! diss'egli imperiosamente. Non pi una parola; vi prego di non
insultarmi pi oltre. So che voi non mi comprendete, vi compatisco e
vi perdono, perch  dovere di perdonar sempre ai nostri simili, ma vi
consiglio a rammentare che qui sono in casa mia ed ho diritto di
mandarne fuori chi mi oltraggia.... Partite; ma ci nulla meno, ad
ogni volta che avrete bisogno di qualche aiuto, potrete sempre in
tutta sicurezza valervi di me.

Vanardi cominciava a trovare molto nobile e molto degno il procedere
del filantropo; ma il vecchio invece arross di sdegno e parve sul
punto di prorompere in un'acerba invettiva, pur si ferm, ed
allontanandosi vivamente, quasi con orrore, da Salicotto, esclam
fremendo.

--Sciagurato! sciagurato!

E si part senz'altro, barcollando come sotto il peso d'una soverchia
emozione.

Il signor cavaliere gli tenne dietro con uno sguardo che sembrava
tutto mitezza e piet.

--Infelice, diss'egli mandando un sospiro. Ah! com' doloroso trovare
degl'ingrati....

Poi and presso il caminetto e tir il cordone da campanello che vi
pendeva presso. Il domestico che aveva introdotto Vanardi si present
tosto alla porta.

--Quel vecchio contadino aveva egli detto il suo nome?

--No signore: rispose il domestico.

Questa risposta parve far piacere al padrone.

--Avete voi notata la fisonomia di quell'uomo tanto da riconoscerlo
un'altra volta?

--Signor s.

--Ebbene se mai si presentasse ancora, gli direte sempre che non sono
in casa... fino a che non vi dia un ordine diverso. Andate.

Il servo usc; allora il pubblicista democratico, socialista ed
umanitario si volse verso Antonio.

--Lei vuole parlarmi? gli domand.

--Signor s, se la mi permette.

--Si dia la pena di passare qui nel mio gabinetto.

Lo fece entrare nello studiolo, sedette nella sua poltrona innanzi
alla scrivania e fece sedere Vanardi sur una seggiola vicina.

Il cavaliere Tommaso Salicotto era tal quale lo aveva descritto la
Rosina: grosso, tozzo, con un testone insaccato nelle spalle larghe e
rotonde, il colore ulivigno, neri i capelli che aveva abbondantissimi
e portava lunghi, pioventi fin sopra il bavero del vestito, nera del
pari la barba, di cui lasciava crescere i baffi ed il pizzo al mento.
L'occhio era nero ancor esso, e non mancava di vivacit, ma la
guardatura non n'era schietta. Le chiome aveva piantate gi verso le
sopracciglia da fargli la fronte bassa, ma questa era larga alle
tempia e pareva quasi una lista al di sopra della faccia che la
riquadrasse. Le traccie della sua origine villereccia gli si leggevano
chiare nelle sembianze e nei modi, a dispetto del suo vestire elegante
onde cercava dar garbo e distinzione alla sua persona.

Stette un poco ad osservare il suo visitatore, il quale non sapeva
troppo che contegno tenere, poi gli chiese con tutta cortesia.

--Con chi ho l'onore di parlare e in che cosa posso servirla?

Antonio lev lo sguardo sopra chi lo aveva interrogato, e lo sguardo
di costui fu lesto a guizzar via. Il povero pittore stava pensando che
la sua prima accontagione con quel famoso filantropo era bene strana;
poich era arrivato nel punto in cui scacciava di casa sua un povero
vecchio. Certo tutti i torti dovevano essere dalla parte di
quest'ultimo; ma pure!...

Com'egli esitava, Salicotto riprese:

--Ha ella qualche difficolt a dirmi il suo nome?

--Oh no: rispose vivamente Vanardi, e gli disse tutto l'esser suo.

--Bene! esclam il giornalista. Ho molto piacere di conoscerla. Ella
pittore, io scrittore; siamo si pu dire, artisti entrambi; siamo
quasi fratelli, o d'altronde tutti gli uomini sono tali.

E tese la sua mano larga e robusta ad Antonio che con rispettosa
peritanza ci pose dentro la punta delle sue dita. Salicotto le serr
forte, e le scosse pi forte all'usanza inglese.

--Or dunque parli.

Antonio si sent il sudore spuntargli a goccie alle radici dei
capelli; ma si fece forza, chiam in aiuto tutta la sua risoluzione e
cominci non senza fremito nella voce il racconto delle sue sventure.

Salicotto lo ascolt molto attento e raccolto, senza interromperlo mai
e senza guardarlo in faccia pur una volta; ma egli mostrava
interessarsi in sommo grado a quell'Odissea. Scuoteva la testa, moveva
le mani, mandava sospiri a seconda, come uomo che  padroneggiato da
profonda emozione. Quando Antonio ebbe finito, gli prese la destra non
con una, ma con tuttedue le mani, glie la serr pi forte che prima,
glie la tenne cos fra le sue un cinque minuti e disse con accento
d'uomo che per la compassione fosse l l per iscoppiare in pianto:

--Poverino! Quanta sventura e quanto coraggio! Oh come io ne la
ammiro! La vede. Gli stenti del povero sono per me qualche cosa di
grande, di sublime, ci che vi ha di pi sublime sopra la terra. Tutte
le pompe del mondo, tutti gli sbarbagli della ricchezza non valgono a
farmi stimare un uomo pi che i cenci della miseria coraggiosamente
sopportati. I ricchi!... Oh i ricchi!... Conviene perdonarli, perch
anche loro ci sono fratelli; ma l'organismo attuale della societ ne
fa tanti oppressori di noi povera gente. La vede. La societ va
rimutata da capo a fondo. Conviene che il voto di Enrico IV di Francia
sia una realt in tutto il mondo, per tutto il genere umano: che
ciascuno abbia ogni giorno che Dio manda un pollo nella sua pentola.
Ecco il mio programma! Io studio con tutta la potenza del mio animo,
con tutta la forza del mio ingegno ad ottenere questo risultamento. Ha
ella per caso letto i miei scritti? Le prester, se vuole, la raccolta
completa del mio giornale. Vedr come dal primo numero a quello di
ieri ho combattuto e combatto in favore delle classi diseredate. Sono
un missionario, sono un apostolo dell'avvenire, sono l'avvocato dei
poveri. Oh i poveri! Vorrei potere aprire le mie vene e dare tutto il
mio sangue per farli ricchi. Io piango caldissime lagrime sulle loro
sfortune: la vede. Che? Siamo tutti figliuoli d'Adamo, abbiamo tutti
un'anima immortale; la nostra vita ha in tutti i medesimi bisogni, ed
io dovr stentare un boccone di pan nero, mentre il mio vicino mangia
quaglie e beccafichi?

Prese fiato in mezzo alla declamazione di questa tirata, che aveva gi
ammanita le migliaia di volte in articoli ai suoi lettori.

--Che rimedio trovarci? La carit? Rimedio effimero: inutile, anzi
dannoso palliativo: anche gli economisti la condannano. Senza contare
che la  un'umiliazione della natura umana in chi la riceve. Per in
circostanze straordinarie, per eccezione, via, l'ammetto ancor io. La
vede. Pochi giorni sono un povero diavolo s' tolto di vita lasciando
una famiglia all'ultima miseria. Bene! Io ho tosto aperta nel mio
giornale una sottoscrizione per venire in soccorso di quei poveretti,
la quale ha gi prodotto una considerevol somma. Sono fatto cos
io!... Ma gli  alle istituzioni, la vede, che bisogna domandare il
rimedio; misure radicali ci vogliono, perch la vera uguaglianza regni
una volta sulla terra e quindi la vera fratellanza e la felicit
umana. A questi principii ho consacrato tutto me stesso, e non ci
fallir per Dio!

S'alz da sedere; e Antonio dovette imitarne l'esempio. Salicotto
volse al soffitto il suo sguardo e si batt sul petto con aria
ispirata.

--Non ci fallir, finch qui dentro palpiter questo cuore, finch un
soffio di vita animer queste membra.

Poi la sua voce si fece piagnucolosa.

--So bene che molte delusioni e molti dolori mi aspettano. Ah! ne ho
gi sofferti di troppi e che avrei creduto prima insopportabili. Iddio
mi dar forza anche per l'avvenire, e la mia coscienza quell'unico
compenso che mi posso aspettare.

Strinse di nuovo la mano d'Antonio e glie la scosse da fargli male.

--Io sono l'amico di tutti quelli che soffrono: sono anche il suo. Mi
consideri come tale, la prego. S'accerti che non avr persona mai la
quale partecipi cos di cuore a' sventurati come a' prosperi di lei
successi.

E in ci dire l'aveva tratto dolcemente nel salotto che precedeva il
gabinetto e stava avviandolo verso l'uscio che metteva pel corridoio
nell'anticamera.

--Signor cavaliere, balbett Antonio.

E l'altro, senza lasciarlo parlare:

--Le mander il mio giornale; son certo che la ne piglier alcun
conforto. Vedr, oh vedr s'io fallisco al dovere che mi sono imposto.

Apri la porta del corridoio e pianamente vi sospinse Antonio.

--Spero che ci rivedremo, soggiunse; anzi un'altra volta potremo
parlare pi a lungo. Le esporr il mio disegno di riforma sociale;
confido che otterr la sua approvazione. La riverisco.

E chiuse l'uscio del salotto alle spalle del pittore. Il domestico
nell'anticamera accorse sollecito ad aprire la porta di casa. Vanardi
si trov sul pianerottolo aggirato, confuso, mezzo balordito.

Che cosa gli restava da fare? Nient'altro che allontanarsi di l.
Prese le scale e cominci a discendere lentamente, tutto mortificato.

Alla seconda branca della scala trov seduto, o meglio accosciato
nell'attitudine del pi doloroso abbandono, il vecchio contadino che
aveva visto poc'anzi uscire dal gabinetto del cavaliere. C'era tanta
espressione di dolore nel contegno del vecchio, i singhiozzi che
rompevano come a forza dal petto di lui erano cos angosciosi che
Vanardi ristette, e un'immensa, subita piet l'occup tutto e lo
spinse verso quel miserello dalle chiome canute.

--Coraggio, buon uomo: gli disse con voce piena d'affettuoso
interesse. Non datevi cos al disperato. Io non conosco le vostre
disgrazie, ma qualunque esse sieno l'abbandonarsi dell'animo non pu
recar loro sollievo nessuno.

Il vecchio contadino sollev verso chi gli parlava la faccia
lagrimosa. I suoi lineamenti erano profondamente turbati, e la
pallidezza delle sue guancie quasi cadaverica. L'accento simpatico del
pittore parve confortarlo alcun poco; pure scosse il capo
disperatamente, e rispose:

--Io sono il pi infelice uomo del mondo.... Vorrei esser morto.... Ah
no: Dio mi perdoni.... C' costass, a Valnota, una povera vecchia che
mi ama e mi attende. Se non fosse per lei!... All'uscire di cost m'
mancata ogni forza.... Avevo dimenticato perfino la mia povera vecchia
moglie. Bisogna ch'io torni presso di lei.... E sar il meglio ch'io
mi levi presto di qui.

Fece a drizzarsi, ma lo poteva a stento; Vanardi ve l'aiut.

--Grazie! disse il vecchio, e si mosse per discendere; ma le gambe gli
vacillavan sotto, e a mala pena si teneva in piedi.

--Venite meco, soggiunse Antonio; appoggiatevi al mio braccio; cos,
pian pianino. Siete debole; avete bisogno di qualche cosa che vi
riconforti.

--Grazie, grazie: ripeteva il vecchio commosso. Voi avete piet d'un
povero vecchio: voi che non mi avete mai visto, mentre colui...
colui!...

Tentenn un momentino la testa con atto dolorosissimo; poi riprese con
voce soffocata dalla soverchia commozione, stringendo forte il braccio
di Vanardi:

--Colui mi ha scacciato di casa sua, come uno che gli faccia
vergogna.... E sono suo padre!

Antonio mand un'esclamazione di meraviglia e di orrore.

Il vecchio, smarrita affatto ogni forza, s'aggrapp al braccio di chi
lo sosteneva, appoggi la fronte alla spalla del pietoso e scoppi in
pianto dirotto.




XVIII.


Il mattino di quella medesima domenica, verso le ore nove, un vecchio
contadino aveva aperto l'uscio della bottega di messer Agapito e aveva
domandato al signor Martino, che primo gli si era fatto incontro:

--La casa del signor Marone?

--Questa.

--Dove potrei trovarne il proprietario?

--E' non abita qui.

--Lo so bene. Vengo appunto dalla sua dimora, e la serva mi ha detto
che l'avrei trovato in questa casa. Ho un biglietto da dargli che
preme.

Martino si strinse nelle spalle.

--Non saprei che cosa dirvi. Sar certo da qualche casigliano a
riscuoter l'affitto. Potete andar cercando di lui su per tutti i piani
della casa.

Il villano s'avviava per partire, quando messer Agapito, che dal punto
in cui quegli era entrato, l'osservava attentamente e con una certa
sorpresa, s'alz ratto, e fece un gesto per arrestarlo.

--Un momento, diss'egli. O io mi sbaglio, o vi conosco, brav'uomo.

--Pu darsi: rispose il contadino volgendo la faccia e lo sguardo
verso lo speziale.--To', esclam egli a sua volta, appena ebbe veduto
i lineamenti di costui: ella  messer Agapito.

--Bravo! E voi siete l'ortolano Matteo.

--Per l'appunto.

Agapito tese verso il contadino la sua tabacchiera aperta.

--Evviva! Mi fa molto piacere il vedervi.  un secolo che non ci siamo
trovati.... E voi come la va? E la vostra famiglia? E dove state? Gi
siete sempre al paese, non  vero?... Che cosa c' di nuovo per
col?... E che buon vento vi mena da queste parti?

Matteo, fra tante domande, pens bene di non rispondere che ad una
sola.

--Non sono pi al paese. Sono ortolano ad una villa in Valnota.

--In Valnota? che? vi siete traslocato col?

--S signore.... E son gi degli anni parecchi.

-- strana. Non avrei creduto mai pi che voi vi sareste deciso ad
abbandonare il villaggio.

La faccia di Matteo s'imbrun e curvando la testa fra le spalle in
atto di dolorosa rassegnazione, egli rispose:

--Che cosa vuole? Non l'avrei creduto nemmen io un tempo: ma delle
sventurate circostanze sopravvenute mi vi obbligarono.

La curiosit dello speziale intravide tutta una storia che fu tosto
assai ghiotto di apprendere.

--Ah si? diss'egli con molto interesse: raccontatemi su, da bravo...

--Oh! gli  un affare molto lungo...

--Non importa...

--Io ho fretta...

--Lasciate un po'... Quando si trova dopo tanto tempo un
compatriota!... Quella villetta dove ora siete  vostra? l'avete
comperata?

Matteo scosse dolorosamente la testa.

--Oib. Ci sono al servizio del signor Marone.

--Davvero!

--Sicuro. Saranno tre anni a San Martino.

--E vi ci trovate bene? Ci avete dei buoni guadagni?

--Eh l! non mi lamento.

--Una volta mi ricordo che la vi andava molto bene....

--Ah! questi non sono pi i tempi d'una volta. Ho avuto ogni fatta
disgrazie.

--Poveretto!... Ma via, sedetevi un momento qui presso al braciere,
che possiamo discorrerla pi comodamente...

--Grazie, non posso.

Il trovare cos restio al parlare quel vecchio contadino accrebbe la
curiosit dello speziale, che lo spinse fino alla generosit della
seguente offerta.

--Voi berete bene un bicchierino di qualche cosa di _tonico_... di
_ratafi_ per esempio.

--Grazie tante. Lei  molto buono; ma sono ancora digiuno: e poi non
posso fermarmi. Conviene ch'io trovi il padrone per dargli la lettera
del signor Nicolazzo.

--Nicolazzo! chi  costui?

-- i! pigionante della villetta. Questa lettera preme di molto, a
quel che mi ha detto, consegnandomela; e mi ha comandato di
recargliene la risposta il pi presto possibile.

--Alla campagna?

--Gi!

--Forse ch'egli abita col?

--Sicuro.

--A questa stagione?

--Sono due anni ch'ei non se ne move n state n inverno.

--Che gusto!  matto?

--Egli no: ma sua moglie pare di s.

--Ah, ah! c' anche una moglie?

--S signore.

--E vivono col soli?

--Come i gufi, tutto l'anno, schivando perfino la compagnia nostra, di
me e di mia moglie.

--Cospetto!... A proposito; e la vostra famiglia? Non ve ne ho manco
ancora domandato. Come va?

Il pover'uomo trasse un sospiro.

--Mia moglie sta bene, povera vecchia!... Grazie!

--E vostro figlio?

La faccia del vecchio mostr un certo imbarazzo che eccit grandemente
la curiosit di messer Agapito, il quale ci travide un segreto da
apprendere.

--Che riuscita ha egli fatto? continu egli non istaccando i suoi
occhietti dal volto sempre pi turbato di Matteo. Eh, eh! sono secoli
che io non l'ho pi visto; da dopo ch'egli era solamente alto cos...
Ma mi ricordo benissimo che prometteva di farsi un gran talentone, e
che tutta la gente vi consigliava di farlo studiare.

L'infelice Matteo trasse un sospiro pi profondo del primo:

--Ho dato retta ai consigli della gente, e l'ho fatto studiare.

--Da prete?

--No... da professore.

--Ed ora, dove si trova egli?

--Ma!... Non so bene... Credo sia qui in citt.

--Oh bella! Non sapete dove sia vostro figlio? forse che non vi
scrive?

--No... cio... voglio dire raramente.

--E non va a trovarvi qualche volta?

--Egli ha molto da fare;  sempre occupato...

--Vuol dire adunque che ha fatto davvero una buona riuscita?

Il villano torn a sospirare.

--Oh s, disse: guadagna di molto. Se la vive da gran signore--lui:
soggiunse con amarezza.

--E voi continuate a far la vita faticosa d'un tempo?... Oh, perch
non andate a vivere con lui, riposandovi pur una volta per passare in
santa pace quegli anni che vi rimangono?

Matteo si volse in l per nascondere una lagrima, che lo speziale vide
pur tuttavia.

--Sentite: riprese Agapito con un calore che pareva cortesia di buon
cuore, ed era invece solletico indicibile di curiosit. Il vostro
padrone deve senza fallo venir da me questa mattina per esigere il
semestre della pigione: il mezzo pi sicuro di trovarlo gli  dunque
d'aspettarlo in casa mia. Venite su, e perch il tempo vi sia men
lungo diremo due parole davanti un fiasco ed una fetta di salame.

L'ortolano se ne scherm, ma lo speziale ebbe in quella una vera,
ispirazione!

--Vostro figlio vive da ricco, ed  professore?... Sta a vedere che
gli  quello che abita qui di facciata che si fa dare tanto di
cavaliere e si spaccia figliuolo d'un avvocato.

Matteo non pot e non cerc neppure dissimulare l'emozione che lo
prese.

--Abita qui di facciata? Lui!...

--Vostro figlio si chiama egli Tommaso?

--S.

-- dunque lui, lo scommetto: esclam Agapito trionfante. Matteo,
assolutamente voi avete da far colazione con me: parleremo di codesto
e d'altro.

Il contadino che amava pur sempre l'ingrato figliuolo, e che da tanto
tempo non ne aveva pi avute notizie, desiderosissimo di udire dei
fatti di lui, accondiscese all'invito, e fu tratto dallo speziale nel
suo alloggio agli ammezzati.

--Anna, Anna: grid Agapito entrandovi.

La ragazza accorse sollecita.

--Ecco qui un brav'uomo del nostro paese; soggiunse lo zio: vedi un
po' se lo riconosci!

---Compar Matteo! esclam Anna giungendo le mani e quasi non credendo
agli occhi suoi.

--S, s, son io, disse il contadino ancora tutto turbato, e a cui
anzi la presenza di quella giovane, rammentandogli il passato,
accresceva la passione della sua presente sciagura. Buon giorno Anna;
la ti va bene?

Per la povera giovane la vista di quel suo compaesano fu una gran
gioia. Le parve ch'egli le portasse un po' dell'aure di quella diletta
contrada ch'ella aveva abbandonata s a malincuore e per essere poi
tanto disgraziata in citt, un po' di quella libert ch'ella aveva
dovuto scambiare con una s trista e dolorosa schiavit. I giorni gai
della sua infanzia le sorsero innanzi con tutte le loro care memorie
di luoghi, di tempi, di piaceri; dove avesse osato si sarebbe
slanciata al collo del vecchio contadino ad abbracciare in lui tutto
quel passato cos rimpianto; la si rimase a pigliargli con effusione
una mano e serrargliela con forza fra le sue, mentre gli occhi le si
inumidivano per tenerezza.

La voce burbera dello zio venne a richiamarla brusco al presente.

--Va a prepararci un boccone da colazione: presto!

Durante il pasto, che non fu n sontuoso n abbondante, non si parl
d'altro che di Tommaso Salicotto. Il padre era ansioso d'apprenderne
ogni cosa; lo speziale era curiosissimo di trarre di bocca a Matteo il
segreto delle relazioni che passavano fra lui e il figliuolo. Pi
nissun dubbio rimaneva in Agapito che il cavaliere, sedicente
figliuolo d'un avvocato, non fosse il legittimo ed unico discendente
di quel villano, e si prometteva di avere da questo argomento
l'occasione d'una infinit di ciarle piacevoli ed interessanti con
tutto il vicinato, cogli avventori, coi medici che capitavano a
bottega.

Ma nel migliore delle sue suggestive interrogazioni a Matteo, ecco la
nipote interromperlo per annunziargli che c'era il signor Marone.

--Venga: disse lo speziale; poi volgendosi al contadino: Eh ve l'ho
detto io che l'avreste visto senza fallo, aspettandolo qui.

Marone si stup molto di trovar l il suo ortolano, prese la lettera
che questi gli porse, la lesse, medit un poco, poi disse:

--Da qui a mezz'ora passate da me, dove io abito, e vi dar una
risposta da portare al signor Nicolazzo.

Poi si volse allo speziale domandandogli la pigione. Matteo comprese
che non aveva pi nulla da far l e tolse licenza. Agapito chiam la
nipote, perch lo scortasse fuori.

Quando furono all'uscio che metteva al pianerottolo, Anna disse
sottovoce e tremando a Matteo:

--Ripartite presto?

--Fra un'ora al pi tardi.

La ragazza giunse le mani in atto di preghiera e lev gli occhi
lagrimosi in volto al villano con espressione cos supplichevole che
egli se ne sent commosso:

--Ho bisogno di parlarvi, diss'ella, tanto bisogno!  il cielo che ho
pregato cos di cuore che vi ha mandato... Prima di partire, venite
qui, ve ne scongiuro, e battete un legger colpo colle dita nell'uscio,
io sar dietro il battente ad aspettarvi... Venite per amor di Dio, ve
lo domando come una grazia.

--Va bene, rispose Matteo, ci verr.

--Sicuro?

--S, s, ve lo prometto.

--Dio vi benedica, compare Matteo.

A che cosa il buon villano avrebbe impiegata quella mezz'ora che gli
restava prima di andare a prendere la risposta scritta dal suo
padrone? Se ne venne nella strada, guardando di qua e di l, come uno
sfaccendato. Dallo speziale aveva appreso che nella casa precisamente
di facciata abitava suo figlio; e quando egli giunse all'altezza di
quel portone una forza superiore lo fece piantarsi l davanti, come se
ci avesse da mettere le radici.

Da tanto tempo non aveva pi visto quel figlio che in fondo al cuore
gli era caro pur sempre! Chi sa che Tommaso non fosse pentito del suo
fallo, e una sola parola di lui, il solo vederlo, non glie lo gettasse
amoroso di nuovo fra le braccia! Senza un atto ben preciso di sua
volont, Matteo pur tutta via entr sotto il portone, e come il
portinaio che per caso usciva dalla sua loggia lo guardava con aria
interrogativa, egli disse, quasi balbettando:

--Il signor Salicotto abita qui?

--Il cavaliere Salicotto, rispose il portinaio, sta al primo piano
nobile.

Matteo sal le scale, suon il campanello ed entr nella casa del
figliuolo con quella emozione che potete immaginarvi.

Il domestico, che lo aveva introdotto in quel salotto in cui abbiamo
accompagnato Vanardi, pass nel gabinetto del padrone ad annunziargli
che un contadino cercava di lui.

Tommaso, come soleva fare per ogni nuovo visitatore gli capitasse, se
ne fece descrivere in digrosso le sembianze e il portamento. Il dubbio
che potesse esser suo padre nacque di subito in lui; s'accost
cautamente all'uscio a vetri, e lev un poco una delle tendine per
veder nel salotto. Al primo sguardo gettato su quel vecchio di cui
l'impacciato contegno e il tremito delle mani che sostenevano il
cappello dinotavano la commozione profonda, Tommaso lo riconobbe. Il
primo pensiero di quel tristo, dello scellerato figliuolo, fu quello
di farnelo rinviare dal servo; poi temette il vecchio rompesse in
isdegnose parole che svelassero la verit e ne nascesse uno scandalo,
disse adunque al servitore:

--Andate pure ai fatti vostri; far venir qui fra un momento
quell'uomo io stesso.

Quindi il miserabile stette alcuni minuti pensando quale accoglienza
gli fosse pi utile di fare a suo padre, e si risolvette per una
brusca e scortese, affine di togliere al povero vecchio la volont di
tornarci un'altra volta.

Apr l'uscio del gabinetto e disse al padre in tono burbero:

--Venite.

Il buon vecchio, che ad una sola parola amorevole si sarebbe slanciato
verso il figliuolo a braccia aperte, ferito dolorosamente da
quell'accento, s'inoltr esitando, quasi timoroso.

--Ah siete voi, rispose Tommaso; che volete?

Matteo vide svanire di botto tutte le illusioni che s'era fatte
venendo. Suo figlio non esisteva pi per esso. Fiss ben bene i suoi
occhi sul volto scuro di Tommaso, e disse:

--Ero venuto per vedere se qui trovavo ancora mio figlio, vedo ch'io
non son pi che un estraneo. Ho avuto torto a venire. Da voi non
voglio niente.

E si mosse per partire senz'altro.

Il filantropo non si commosse punto. Soltanto, quando il padre aveva
gi una mano sulla gruccia della serratura, tese la destra verso di
lui e disse:

--Le nostre esistenze corrono in due strade affatto diverse: sono
quindi le circostanze, e non la mia volont, che ci separano. Se mi
ostinassi a voler camminare accosto a voi, farei danno alla mia
fortuna, senz'altro pro. Che volete? Il mondo  cos fatto...

Queste frasi spazientirono il vecchio contadino; rialz egli la testa
pi risoluto, ed interruppe:

--Va bene. Risparmiate le vostre belle parole ch'io non capisco. Voi
non volete aver pi nulla di comune colla vostra famiglia, e checch
avvenga di noi ve ne lavate le mani. Che v'importa che vi sieno due
poveri vecchi soli al mondo, senza conforto nessuno nella loro et
cadente?  giustissimo: avete ragione: l'educazione signorile vi ha
forse mostrato di queste belle cose, che noi gente alla buona
chiameremmo... Ah! Dio mi perdoni!...

Il pover'uomo cominciava a scaldarsi. Tommaso fraintese affatto il
sentimento del vecchio dabbene, e soggiunse col piglio dolcereccio da
impostore con cui soleva smaltire le sue filantropiche tiritere:

--Io non ho mai detto di volervi abbandonare nei vostri bisogni. Voi
forse siete venuto da me per avere denaro, ed io...

Ma il padre non lo lasci continuare. Era l'amore del figlio, era la
doverosa di lui gratitudine ch'egli era venuto a cercare. Diede sfogo
a tutto lo sdegno doloroso che da tanti anni la condotta del figliuolo
verso i genitori aveva ammassato nel suo animo. La verit parl per la
bocca di lui coll'accento della pi viva rampogna, e la severa
condanna paterna cadde, come una maledizione, sull'ingrato figliuolo.

Tommaso incroci le braccia al petto e si mise a passeggiare pel
gabinetto con fredda indifferenza.

--Dopo questa intemerata, pensava egli, ne sar liberato per sempre.

Ma come l'intemerata durava troppo, ed egli cominciava a stancarsene,
il tristo decise di farla finita. E poi, gli pareva che alcuno fosse
entrato nel vicino salotto, e troppo temeva che quella scena facesse
scandalo. Si piant innanzi al padre e gli disse in tono risoluto:

--Ora basta. Sono in casa mia ed ho il diritto di farmi rispettare.

Il vecchio volle insistere.

--Basta! grid pi forte il figliuolo. Ho il diritto a chicchessia
m'oltraggi di mostrare la porta.

Matteo indietreggi d'alcuni passi, innanzi al viso fosco del
figliuolo.

--Voi mi scacciate! esclam egli. E sia: ma il cielo...

--Si: interruppe Tommaso con rea ironia; facciamo il cielo giudice fra
noi. Ci acconsento, e intanto la sia finita.

Il misero padre usc dal gabinetto e dalla casa del figliuolo in
quella guisa che vi ho narrato nell'altro capitolo. L'angoscia del suo
cuore chi la potrebbe esprimere? Ma nel piangere fra le braccia del
buon Vanardi che, senza pur conoscerlo, gli aveva mostrato tanta
piet, alcun sollievo n'era disceso all'anima del povero vecchio:

--Via, fatevi animo: dicevagli Antonio; venite meco, appoggiatevi al
mio braccio; avete bisogno d'un qualche corroborante. Andiamo l dallo
speziale...

Ma l'idea di ricomparire innanzi ad Agapito in quel momento riusc
assai sgradevole all'ortolano.

--No, diss'egli, piantandosi in mezzo la strada. Non ho bisogno di
nulla.

Il nostro pittore era cos commosso della sciagura e del dolore del
povero vecchio che non l'avrebbe lasciato andare per tutto l'oro del
mondo.

--S, s che avete bisogno di qualche cosa: insistette egli, venite
dal liquorista a prendere almeno un bicchierino.

E nella foga della sua caritatevole premura il dabbene dimenticava che
non aveva allato nemmeno un centesimo.

--Grazie, grazie: rispose Matteo; ma non ho tempo da indugiarmi.
Conviene ch'io vada in cerca del mio padrone per riceverne una
lettera, e poi tosto che me ne parta.

In quella Giovanni Selva usciva dalla porta da via di Vanardi, vedeva
costui e lo accostava sollecito.

--Una novit: gli disse affrettato: una brutta novit...

--Che cosa? domand con isgomento il pittore avvezzo dall'infelicit
della sorte a temer sempre il peggio. O Dio! ci  capitata qualche
altra disgrazia?

--Non a te n ai tuoi, rispose Giovanni. Rassicurati: la disgrazia
c', ma  piombata addosso al signor Marone.

A questo nome l'ortolano allarg le orecchie.

--Il signor Marone! Che cosa gli  accaduto?

--Egli  costass in casa tua, sul tuo letto, con una gamba rotta o
slogata che sia.

--La vuol dire il proprietario di questa casa? domand Matteo
intromettendosi.

--Precisamente.

--Egli  appunto il mio padrone di cui debbo cercare.

--Ebbene, lo troverete lass al sesto piano che grida come un dannato.

--Ma come fu? chiese Vanardi.

-- scivolato gi dalla scala. Il piede gli  smucciato sopra un
ghiacciolo. Ti racconter poi meglio la cosa. Ora corro in fretta a
far venire una barella per trasportarlo e ad avvisare la serva di lui,
perch prepari l'occorrente.

E scapp via con tutta sollecitudine.

--Non avete di meglio a fare, disse Vanardi a Matteo, che venir su
meco a vedere che cosa  capitato, poich quello  il vostro padrone.

L'ortolano accett il partito.

Ed ecco in che modo era avvenuta la disgrazia.




XIX.


La lettera che Matteo aveva recata a Marone era del tenore seguente:


_Pregiatissimo sig. Marone,_

Vengo a sollecitarla ancora una volta a proposito di quel tal quadro,
di cui ella non mi ha pi fatto saper nulla.

Il mio desiderio di possederlo si  accresciuto a mille doppi, ed io
sono disposto a pagarlo qualunque prezzo. Siccome non vorrei a niun
modo trovarmi a fronte di quel Vanardi, ho accettato volentieri
l'offerta che ella mi ha fatta di agire in questa occorrenza per conto
mio; ma sono troppo impaziente per istar tanto tempo ad attendere
senza risultato. Abbia dunque la compiacenza di mandarmi scritto
qualche cosa intorno a ci pel medesimo ortolano al suo ritorno qui, e
mi creda

                                            Suo devotissimo
                                            NICOL NICOLAZZO.


Marone, in conseguenza di questa lettera, esatti dallo speziale i
denari della pigione, si era risoluto ad andare di bel nuovo in casa
il pittore, a tentare la prova.

Saputo dalla portinaia che Antonio era uscito, tanto pi sollecito e
volentieri il padron di casa aveva salite le tante scale che
conducevano all'alloggio del pittore, in quanto che sapeva che l'uomo
era poco disposto a spogliarsi di quella tela e sperava invece molto
pi arrendevole la moglie. Rosina infatti trov una proposta degna di
accettazione quella che le venne fatta di dare quel quadro in
pagamento dell'affitto dovuto, ma pur tuttavia non os acconsentire al
patto senza prima averne parlato col marito.

Marone adunque doveva partirsene senza aver nulla concluso; e se ne
andava per rispondere al signor Nicolazzo: quando in alto di
quell'ultima ripidissima branca di scala che metteva nel corridoio
delle soffitte si trov faccia a faccia con Giovanni Selva che saliva.
Quest'incontro gli piacque poco; avrebbe desiderato che non si fosse
saputo di questa sua venuta, e tanto meno da codesto amico del pittore
con cui aveva avuto pochi giorni prima, riguardo a quel ritratto,
l'abboccamento che fu narrato. Marone salut in fretta: si strinse al
muro, e fu sua intenzione sgusciar via per discendere sollecito; ma
egli non aveva pi l'agilit d'un giovinetto, e sugli scalini eravi
ghiacciata l'acqua caduta dalle secchie portate su dai casigliani: al
povero Marone mancarono di botto i piedi di sotto, ed egli rotol con
tutto il peso della sua grossa persona quasi fino al fondo di quella
branca di scala.

Giovanni corse a ricoglierlo su, ch l'altro urlando disperatamente
non poteva levarsi da solo. Ma quando si tratt di star sulle gambe e
di muovere il passo, non ne fu niente: un piede gli doleva di guisa
che non poteva nemmanco appoggiarlo per terra. Marone gridava pi
forte che mai, e Selva non sapeva che cosa farsene.

Tutte le comari delle soffitte, all'udire il rumore della caduta e le
grida, erano corse fuori a vedere che fosse, e fra loro prima la
Rosina, che a capo scala mandava esclamazioni, interjezioni e parole
ammirative, offrendo per con quel buon cuore, che era sua dote
precipua, la sua casa e tutte le sue robe in sollievo del mal
capitato.

Selva, il quale si reggeva fra le braccia il non lieve peso del
padrone di casa, non vide altro partito migliore che quello di
accettare lo offerte di Rosina, ed aiutato da alcuno degli accorsi
trasport Marone che urlava come un indemoniato sino sul letto di
Antonio, dove allogatolo, Giovanni discese tosto nella spezieria di
messer Agapito, perch vi corresse a prestare al caduto i soccorsi
dell'arte.

La spezieria era piena di gente e ci aveva luogo un'animata
conversazione, in cui teneva il campo messer Agapito, che gestiva
colla sua presa di tabacco fra le dita.

Si parlava della meravigliosa scoperta fatta quella mattina medesima
dallo speziale intorno al famoso cavaliere Salicotto, e se ne facevano
i pi caritatevoli commenti, e se ne deducevano le pi innocenti
conseguenze che sappiano la malizia umana, l'invidiosa maldicenza e la
malignit pettegola.

Tra questi accusatori insieme e condannatori, il pi gentilmente
maligno e severo si mostrava l'elegante dottor Lombrichi, il quale
ravviandosi con un pettinino di tartaruga i peli dei suoi baffetti e
del suo pizzo, guardandosi con ingenua compiacenza nello specchiettino
che stava sul manico custodia del piccol pettine, facendo vedere in un
grazioso sorriso i suoi denti bianchissimi, provava chiaro come il
sole, che il filantropo, nuotando nell'oro, lasciava morire di fame
suo padre, la qual cosa era l'azione pi scellerata che uomo potesse
commettere.

Tutti approvavano con entusiasmo siffatte conclusioni, ed era cosa
certa che di quella mattina medesima, per opera di quella brava gente
raccolta nella farmacia, la notizia dell'essere e della condotta di
Salicotto si sarebbe sparsa per tutto il quartiere, il che non avrebbe
per impedito menomamente che quegli stessi valentuomini, trovando per
caso il signor cavaliere, non l'inchinassero con tutta riverenza.

Fece diversione al discorso Giovanni Selva entrando ad annunziare la
disgrazia di Marone.

--Come! Il mio buon amico Marone, esclam con interesse il dottor
Lombrichi, mettendo in fretta il suo pettinino richiuso nel taschino
del panciotto; poi si alz da sedere, s'abbotton il pastrano e con
gesto che non sarebbe stato disacconcio ad un eroe che partisse pel
campo di battaglia, soggiunse:

--Andiamo un poco a vedere; messer Agapito, veniteci anche voi con
qualche vostro cordiale.

Ad Agapito non tornava gran che il rimettere la punta del naso
nell'alloggio della Rosina, e se ne sarebbe volentieri astenuto, dove
la sua benedetta curiosit non lo avesse spinto ad andare
sollecitamente a vedere coi proprii occhi ci che era capitato. Diede
dunque di piglio ad alcuna delle sue boccette di spezieria, e segu
Giovanni ed il dottore su per le scale.

Rosina si affaccendava con tutto zelo intorno al signor Marone, il
quale non cessava di lamentarsi come un uomo alla tortura, e la non
mostr neppure d'aver visto lo speziale che era entrato chetamente in
coda agli altri.

Il giacente, appena scorse il medico, tese verso di lui le braccia ed
esclam quasi piangendo:

--Ah, mio caro dottore, mi salvi lei... Sono un uomo rovinato... Oim!
oim! Sono tutto fracassato.

Lombrichi aveva incontrato nella visuale de' suoi occhi il piccolo
specchio che a Rosina serviva di teletta e vi si era dato un sorriso;
di poi fece scorrere questo sorriso e il suo sguardo verso il malato,
e rispose:

--Su via coraggio, mio bravo signor Marone... vogliamo sperare che non
sar nulla.

--S, speriamo che non sia niente: disse a sua volta lo speziale.

--Niente! niente! grid Marone. Se sapessero come mi duole... Ahi!
ahi! Lo provasse lei messer Agapito... Ohi! ohi!...

Lombrichi si curv sul giacente.

--Oh! bisogna guarir presto, mio caro; c' gran bisogno ch'ella sia in
gambe.

E soggiunse piano che nessun altro potesse udire:

--Ci abbiamo un mezzo sicuro da rovinare affatto Salicotto nello
spirito della marchesa di Campidoro.

Non ostante i dolori del suo piede, queste parole ebbero forza di
scuotere Marone.

--Davvero! esclam egli facendo un movimento come per alzarsi. In che
modo?

--Le dir tutto poi a miglior occasione. Per ora stia tranquillo, ed
esaminiamo un poco questa gamba. Dov' che le duole?

Tastato ben bene di qua e di l, in mezzo agli omei del paziente, il
signor dottore si dirizz sulla persona con piglio d'importanza,
guard intorno a s con aria trionfale, e sentenzi gravemente che
quella gamba doveva dolere, perch la si era fatta male.

-- rotta? dimand Marone tremante.

Lombrichi si lisciava la barba guardandosi di nuovo nello specchio.

--No, rispose, frattura non c', ma lussazione completa.

Soggiunse che da solo non avrebbe potuto rimettere l'osso a posto, ma
che ci sarebbe occorso un chirurgo; e siccome l'operazione non sarebbe
tanto facile, e poteva anche essere penosa, stimava fosse meglio che
Marone venisse trasportato nella sua abitazione, il che secondo lui,
si poteva fare senza inconvenienti, purch coi dovuti riguardi. Selva
si offr di andare a provvedere al bisognevole, e la sua offerta venne
accettata.

Agapito, che in quel luogo ci stava con non poco disagio, propose di
far discendere frattanto l'infermo sino al suo alloggio agli
ammezzati, che l avrebbe potuto esser meglio coricato per attendere
la barella, e tutte quelle scale gi discese sarebbero un tanto di
fatto, quando poi questa fosse giunta. Il medico non dissent, e tosto
si accinsero a trasportarlo i garzoni dello speziale, che erano venuti
su ancor essi ed alcuni uomini fra i vicini accorsi.

In quella sopraggiunsero Vanardi e l'ortolano Matteo.

--Ah! siete qui voi? disse a quest'ultimo Marone, il quale stava per
essere sollevato a braccia dal giaciglio. Vedete in quale stato io
sono ridotto... Ahi, ahi!... fate piano per carit!... Ditelo a chi vi
ha mandato... e che per un poco non posso occuparmi n di lui n del
quadro che gli preme...

Ma queste ultime parole gli erano appena sfuggite ch'egli, vedendo l
accosto anche Vanardi, si morse le labbra. Per Antonio queste parole
non erano passate inavvertite.

Quando Marone fu portato fuori, e dietro di lui furono usciti lo
speziale, il medico ed i curiosi, il pittore arrest Matteo che voleva
partirsi ancor esso.

--Una parola se vi aggrada, gli disse.

--Parli, parli pure: rispose il contadino con tutta premura.

--Scusate se v'interrogo, ma si tratta di cosa che mi preme assai. Voi
siete stato mandato al vostro padrone da qualcheduno per cagione d'un
quadro?

--Non so per che cosa sia. Il signore che appigiona la villa mi ha
dato una lettera pel padrone e mi ha detto venissi gi a portargliela
e ne aspettassi la risposta.

--Chi  questo signore?

--Il signor Nicolazzo.

Rosina, che era l ad ascoltare, interruppe vivamente.

--Nicolazzo!... T, t... non mi sbaglio, questo  il nome che il
padrone di casa dava a quel brutto signore che  venuto qui pochi
giorni sono, e che rimase incantato innanzi a questo ritratto.

L'attenzione e lo sguardo di Matteo dall'atto di Rosina furono
chiamati sopra il quadro che ben sappiamo; appena l'ebbe osservato,
l'ortolano fece un gesto di sorpresa.

--Oh bella! esclam. Loro li conoscono dunque i signori Nicolazzo?

--No... Perch mi chiedete ci?

--Se qui ci hanno il ritratto della signora.

--Della signora Nicolazzo?

--Sicuro. La  tutto dessa, se non che qui in questa pittura la sta
bene, e laggi poveretta, pare a due dita dalla fossa.

Vanardi si sent tutto commuovere.

In quella si apr l'uscio ed entr Selva che tornava dall'aver
adempito l'assuntosi incarico.

Antonio si slanci verso di lui, esclamando vivamente:

--Mio caro, finalmente la povera Gina  trovata!

Giovanni domand spiegazione delle pronunziate parole a Vanardi, il
quale gli disse in breve ci che test era intravvenuto con Matteo:
Selva si volse a quest'ultimo.

--Da quanto tempo, gli chiese, codestoro sono in quella villa?

--Da due anni e pi... s, saran due anni all'autunno scorso.

--E' converrebbe, brav'uomo, che voi ci raccontaste per filo e per
segno tutto quello che riguarda codesta gente, dal d che li
conoscete. Non e vana curiosit la nostra, ma ci sono in giuoco dei
tremendi interessi, e voi, parlando, ci aiutate forse a compire
un'opera buona.

Matteo non si fece pregare; e, recatosi alquanto sopra s, fece di poi
il racconto seguente:

--Questi signori arrivarono a Valnota una sera di tardo autunno, che
le foglie erano gi quasi tutte cadute. Il padrone era venuto pochi
giorni prima a far mettere in ordine il casino, e non ci aveva detto
altro se non che dall'oggi al domani sarebbero capitati dei pigionanti
ai quali egli stesso avrebbe rimesso le chiavi... Quando giunsero,
ventava forte e cominciava far piacere lo stare presso al fuoco.
C'eravamo appunto mia moglie ed io e Gaspare, un bardotto di
garzoncello che mi tengo per aiutarmi nei lavori pi grossi. Sento la
trottata di due cavalli... che da noi la notte  tanto quieta da
sentire il soffio della grisa, che  la nostra cavalla, ad un
centinaio di passi lontano... Sento adunque il trotto di due cavalli e
il rotolare d'una carrozza che si ferma all'altezza della palazzina
civile. Pan, pan, pan: si picchia forte al portone... Convien sapere
che il casolare che noi abitiamo  in fondo al cortile; il palazzotto
 verso la strada, e il suo portone ci mette; il giardino  da una
parte e l'orto dall'altra della palazzina; noi, dal nostro casolare,
abbiamo anche un'uscita di dietro che d sopra una viuzza per cui si
va ai campi.

--Sono i forestieri che il padrone ci ha annunziati: dico subito alla
moglie.

--Pu darsi, risponde essa.

--Accendi un lume; le dico: io e Gaspare andiamo ad aprire.

La moglie accende una lucernetta che d in mano al garzone, io do
mano ad un randello ch' sempre dietro l'uscio, perch in quel luogo
solitario, con tanta gente senza timor di Dio, non si sa mai, e ci
avviamo verso il portone. Traversavamo il cortile ed ecco il picchio
ripetersi pi forte.

--Buono! dico a Gaspare, pare che la pazienza non sia la virt di
questa gente--Chi ? dimando giunto alla porta.

--Siamo i pigionanti, mi risponde una voce cupa e rauca. M'affretto
ad aprire, prendo il lumicino dal bardotto, metto la palma della mano
dietro la fiammella per veder bene, e mi si presenta innanzi una
faccia cos poco da cristiano ch'io fui ad un pelo da ribattergli lo
sportello sul muso e tornarmene senza altro al mio fuoco.

Sulla strada era ferma la carrozza: l'uscilo n'era aperto e dentro
ci si vedeva un inviluppo che pareva un fardello di stoffe buttato l.
Il signor Nicolazzo, che era quel brutto che mi si era presentato, mi
disse imperiosamente con quella sua voce cavernosa:

--Aprite tutto il portone, che la carrozza possa entrare sotto
l'atrio.

In un momento fu fatto. Allora la carrozza entr e si ferm in faccia
la scala. Il signor Nicolazzo mi disse:--Al primo piano c' una stanza
da letto che guarda nel giardino.

--Signor s, risposi.

Ed egli:--Mandate tosto ad accendervi un buon fuoco e prepararvi il
letto.

--Il letto  bello e pronto: dissi; e il fuoco in due minuti 
acceso.

Ci mandai Gaspare: il signore riprese vivamente:

--Ci avete bene la moglie?

--S signore: dissi.

--Mandatela lei col, disse, e che aspetti in quella stanza, e quel
giovinetto, disse, venga ad avvertirci quando tutto sia pronto.

Fu fatto a suo senno. Teresa, che  mia moglie, and su, e mentre
s'aspettava il tornare di Gaspare, io aiutai il cocchiere a levare
dalla carrozza i bauli. Nella carrozza nulla non si mosse mai, come se
non vi fosse anima viva: quel mucchio di panni era sempre immobile.
Quando Gaspare venne a dirci che si era in ordine, il signore pose il
capo nell'interno della vettura e chiam:--Gina!... Gina!...

--Ah! interruppe Vanardi con emozione, l'odi tu Giovanni? Non c' pi
dubbio. Poscia, volgendosi a Matteo;--Era la moglie a cui dava questo
nome?

--S signore: e la moglie era quel certo fascio di robe che ho detto.
Nello stesso tempo che il marito la chiamava per nome, io avanzava il
lucernino a fare un po' di lume. Al suono di quella voce, oppure a
quel subito chiarore, la signora diede in un improvviso scossone e
mand un picciol grido, come spaventata. Vidi drizzarsi della persona
una donna macilenta, pallida, con sembianze di sofferente, che girava
intorno degli occhioni larghi, ardenti, come li vidi gi a taluno che
aveva le febbri nella testa e spauriti come quelli di uno spiritato.

--Poveretta! esclam Antonio.

--Guard essa il marito, mand un altro grido e si ricacci indietro
rincantucciandosi, tremando, sclamando con voce rotta dallo
spavento:--No, no, lasciatemi.--Il signor Nicolazzo se la prese con
me--Che fate voi qui? disse, niquitoso come un basilisco. Le avete
scaraventato sulla faccia il vostro lume, disse, che l'avete fatta
destarsi in soprassalto. Traetevi in l, disse, e non vi accostate pi
ch'io non vi chiami. Ubbidii. E' si mise con mezzo il corpo nella
carrozza e parl tanto piano che non ne udii sillaba. Dopo un poco si
drizz e si rivolse verso di me e del garzone che stavamo chiotti
chiotti, in un angolo:--Venite qua, disse; bisogna levarla di l pian
pianino, com'ella , e trasportarla sul letto. La  svenuta, disse. 
malata da lungo tempo, e la fatica del viaggio, disse, l'ha indebolita
troppo pi che non credessi. Diedi il lume a Gaspare e la presi
pianamente dov'ella era: la poverina non pesava guari pi che un
cuscino di piume; la portai su delle scale e il marito dietromi, fino
alla stanza preparatale, dove Teresa stava aspettando.

Ed ecco in che modo arrivarono. La carrozza se ne part per donde
ella era venuta, ed essi non si mossero mai pi, senza che noi ne
sapessimo altro.... Ah! soltanto pochi giorni sono, il signor
Nicolazzo s'allontan dalla villa e stette fuori un giorno:  la prima
volta che ci gli avvenne. Il padrone era venuto a riscuotere
l'affitto, come fa ad ogni semestre; ch sono le sole occasioni in cui
egli ci mette il piede; ed egli  la sola persona che ci venga.
Adunque egli era venuto, e quando fu per ripartirne, il signor
Nicolazzo venne da me e mi disse che si sarebbe allontanato per alcune
ore--e se n'and via diffatti col padrone--badassi bene alla casa ed a
sua moglie, e le mandassi presso a custodirla la mia Teresa, perch
quella poverina avendo perso il ben dell'intelletto....

Antonio e Giovanni mandarono un'esclamazione.

--Sicuro! riprese Matteo. E dapprincipio conveniva sempre esserle a'
panni, perch la voleva scappare ad ogni modo e da ogni finestra
voleva buttarsi. La mia buona moglie le ha fatto un'assistenza!...
Perch il signor Nicolazzo non vuole servit per la casa, e, tolta una
meschinella fante che non esce fuori della sua cucina, siamo noi che
facciamo tutto. E la prima cosa che il signor Nicolazzo disse a mia
moglie mettendola presso alla sua, si fu questa:... Badate bene,
disse, che di quanto possiate udire da quest'infelice, voi non avete
da tener memoria n ripeter verbo con persona al mondo, ch
altrimenti, disse, mal per voi!... Teresa promise e tenne cos bene
la parola che nemmanco meco non si lasci sfuggire mai pure una
sillaba. Del resto, poverina!... la sua pazzia  la pi innocua che
esser possa, e la non sarebbe capace di far male n anche ad un
moscherino. Certi giorni non fa che piangere, piangere; certi altri,
ma sono i meno, ride e canterella come un bambino ancora
nell'innocenza. Delle intiere notti sta in piedi, e va e viene per la
sua stanzuccia che pare una fantasima; e il marito allora veglia ancor
esso, ma nella camera vicina, che la non lo soffrirebbe nella sua per
nissun patto, e parecchie volte ch'egli le si accosta essa da in
convulsioni tremendissime che sono una piet e uno spavento a vederla.
A poco a poco per la si  avvezzata a que' luoghi, non ha pi cercato
di scappare, ed ora anzi la ci si piace.... Ma, forse io faccio male a
raccontar loro tutte queste cose.

--No, brav'uomo: disse Giovanni, voi fate invece un'opera buona,
perch ci aiuterete a levar dalle mani d'un mostro una povera
innocente ch'egli tormenta.

--In vero che la mi par cos anche a me, se ho da dire proprio ci che
penso; quel signor Nicolazzo io non lo posso soffrire... E poi lei
signore (ed accenn a Vanardi)  stato cos buono per me, che io mi
sono sentito di botto una gran confidenza a suo riguardo.... Ma
intanto il tempo se ne va, e non vorrei perdere il vapore. Mia moglie
mi aspetta e mander il garzone colla carrettella alla stazione della
ferrata, e se poi la non mi vedesse arrivare, la buona vecchia non se
ne darebbe pace.

Tolse commiato, che fu da tutte due le parti affettuoso come fra gente
che si conosce da un pezzo, e discese le scale pi affrettate che ei
poteva. Ma giunto Matteo al pianerottolo degli ammezzati, ecco un
altro intoppo ad arrestarlo.

L'uscio dell'alloggio d'Agapito s'apr di botto e comparve Anna colla
sua pezzuola da villanella in testa ed un fardelletto sotto il
braccio.

--Eccomi qui, diss'ella vivamente. Lo zio per fortuna non  in casa,
andiamo, andiamo presto, che mi par mill'anni di esser lontana di qui.

--Ma dove abbiamo da andare? chiese Matteo.

--Ve lo dir quando saremo per istrada.

E, senz'aspettar altro, Anna si chiuse l'uscio dietro di s, e preso
il contadino per un braccio, lo trasse seco gi della scala.

Camminarono un poco per la strada senza parlare. La giovane andava di
buon passo e con sembianza irrequieta, come se temesse di essere
seguitata e raggiunta. Matteo l'arrest.

--Mia cara, le disse, io vorrei sapere dove andiamo: non ho tempo
affatto da indugiarmi se non voglio perdere il vapore.

--Noi ci andiamo appunto al vapore, rispose la ragazza guardandosi
attorno timorosa; venite, venite... Io partir con voi, e voi mi
farete la carit d'accompagnarmi.

Matteo allarg tanto d'occhi.

--Partire!... E lo zio lo sa?

--No. Egli non mi lascerebbe andare, ed io ne ho bisogno. Non posso
pi durarla cos, non posso pi viver qui.

--Volete dunque abbandonare la casa dello zio?

--S.

--Ma, mia cara: cominci il vecchio con accento di rampogna.

--Ah! non mi farete cambiar pensiero, Matteo: interruppe Anna. Da
lungo tempo meditavo di far cos.

--Lo zio vi tratta dunque ben male?

--No, no: rispose la giovane impacciata. Ma io sono avvezza alla vita
del paese, ho bisogno di quell'aria, qui in citt soffoco.

--Eh! c' un altro guaio, disse Matteo: gli  che io non ist pi al
paese.

Anna impallid, giunse le mani, e con tanta passione che il vecchio ne
fu tocco, esclam:

--Oh mio Dio!

--Io sto a Valnota....

La faccia della giovane torn ad illuminarsi d'un raggio di speranza.

--Oh non importa.  sempre dalle nostre parti; non  lontano dal paese
che dieci miglia. Ci andr bene di col al villaggio da me sola.

--Ma che cosa volete farvi al villaggio?

--Lavorer, mi metter da serva presso qualcheduno, andr da manovale
in giornata, far di tutto, purch me ne viva col.

--Voi siete dunque ben infelice qui? disse il vecchio commosso.

--Oh tanto! oh tanto! esclam la poveretta; poscia, prendendo una mano
del contadino e serrandola: per amor di Dio non mi abbandonate!...

Matteo fu vinto.

--Ebbene, venite, disse bruscamente; siete una buona e brava giovane,
me lo ricordo, che il lavoro non ispaventa. In un modo o nell'altro si
trover bene dove allogarvi e forse, forse... Basta, non sar mai
Matteo che lascier mancare d'aiuto una sua compaesana.




XX.


Matteo ed Anna arrivarono sull'imbrunire al paese a cui dovevano
discendere dal treno della ferrovia, affine di recarsi poi per una
strada comunale alla villetta in territorio di Valnota.

La giovine incominciava a riconoscere i luoghi della regione a cui
apparteneva il suo paesello e il cuore le palpitava dolcemente. Ella
poteva gi scorgere le sue montagne, le sue valli, le dilette pendici;
e quei luoghi le richiamavano vivo vivo il passato alla mente, e la
ritornavano, come dire, nella tranquillit e nelle gioie d'una
esistenza ch'ella aveva affatto perduta da quel momento, in cui ella
aveva dato l'addio al suo villaggio. Gli occhi le si inumidivano di
lagrime, ed ella, stringendo il braccio del vecchio contadino che le
stava accosto, designava col dito ogni picco, ogni punta di collina
che le apparisse, dicendone il nome con vero affetto.

Commozione siffatta si comunicava al buon Matteo che amava pur esso di
pari amore quella contrada, e quasi pareva anche a lui di rivederla
con nuovo e maggior diletto, e un medesimo sentire attemperando quelle
due anime faceva nascere tra di loro una pi spiccata simpatia. E poi,
al povero vecchio, cui tanto dolore aveva dato un figliuolo, la
confidente amorevolezza e la quasi figliale osservanza con cui quella
giovane lo trattava riusciva come un sollievo, leggero s, ma pure non
inefficace. Ed alla giovane, avvezza ai mali trattamenti d'Agapito,
priva da tanto tempo di ogni mostra non che d'affezione, ma del menomo
interesse, il piglio buono, famigliare e schietto del vecchio era una
squisita e cara amorevolezza.

Uscirono dalla stazione il vecchio prima e la ragazza dietrogli.
Gaspare era fuori sulla spianata, ritto sulla carrettella, che faceva
chioccare la frusta a tutt'andare di braccio per annunciare la sua
presenza, e il cavallo bigio dell'ortolano, fra le stanghe del
veicolo, teneva gi la testa verso terra, senza commuoversi punto a
quello schioppettio.

In breve furono saliti nella carrettella, il vecchio e la giovine
ch'egli conduceva seco, a veder la quale Gaspare il garzone si era
stupito non poco, non sapendo chi ella potesse essere e per qual modo
avere col suo padrone attinenza.

Non ci volle molto tempo, bench il cavallo non fosse de' pi veloci
corridori, per giungere alla loro destinazione. Il bianchiccio del
palazzotto cominciava ad apparire nello scuro della notte, che era
discesa intieramente. Non un lume ci si vedeva, non una riga di luce
che filtrasse pel fesso d'una imposta di finestra. Gaspare fece
voltare il cavallo in una straduccia pi angusta, peggio mantenuta,
sfondata e guasta, la quale menava alla porta per cui s'entrava
nell'abitazione rustica, e per cui passavano sempre i contadini.
Quella porta era chiusa, ma Teresa, avendo udito il rotolare della
carrettella sul suolo ineguale e ronchioso della stradicciuola, si
veniva affrettando ad aprirne i battenti. Gaspare ferm la _grigia_ e
salt gi ad aiutare la padrona a spalancare le pesanti imposte del
portone.

--Buona sera, Teresa: disse l'ortolano dal suo posto.

--Buona sera, Matteo: rispose la donna. Hai fatto buon viaggio? La ti
va bene?

--S, grazie.... Eccoci qui sani per grazia di Dio.

Ma nella pronunzia di queste parole l'affetto della donna sent
l'accento d'una profonda mestizia dell'animo, onde alz ella il lumino
che teneva in mano per vedere in faccia il suo uomo, disposta, come
pareva, ad altre interrogazioni in proposito; ma i raggi della lucerna
caddero sulla giovane rincantucciata nel carrozzino.

--Oh, oh! disse Teresa, tu ci meni qualcheduno.

--La  un'antica nostra conoscenza, rispose Matteo; sai bene, la
piccola Anna del nostro vicino Gianantonio.

Teresa alz di meglio il lume e fece sbatterne la luce nuovamente
sulla faccia della giovane.

--Che! diss'ella, proprio dessa?

Anna sportasi in fuori, accennava di s, sorridendo mestamente.

--E come qui da noi? domandava la donna di cui s'era desta vivissima
la curiosit. Dove l'hai rintoppata Matteo? Eravate, se non la
sbaglio, allogata a Torino presso un vostro zio. Ve ne siete
dipartita? E dove siete diretta? forse al paese?

Mentre la Teresa faceva queste interrogazioni, Matteo era disceso
dalla carrettella ed aveva aiutato la giovane a venir gi essa pure.

--Per ora la  qui con noi: disse il vecchio ortolano, interrompendo
alquanto bruscamente le ciarle della moglie: dove l'abbia da andare e
quel che da fare ne discorreremo poi a miglior agio; frattanto
entriamo in casa, ch qui tira un maledetto venticello che ti figge i
fianchi.

Mentre Gaspare staccava la _grigia_, e la menava in istalla, e le
metteva innanzi l'abbondante profenda, Matteo, Teresa e la loro ospite
s'intromisero nella cucina a pian terreno, rallegrata dalla vampa d'un
bel fuoco fiammante nell'ampio camino, dove cuoceva in un capace
paiuolo la cena.

Fecero sedere la ragazza presso al focolare e Matteo le si pose in
faccia sul basso sgabello che gli serviva di solito. Teresa, per
riscaldar di meglio gli arrivati, riemp due scodelle di quel brodo
che bolliva nel paiuolo a cuocere la minestra, ne diede una prima ad
Anna, e l'altra poi al marito, dicendo:

--Bevete, che ci vi vorr far bene. E intanto la cena sar presto
all'ordine. Avrai fame tu Matteo, non  vero?

Il vecchio scosse la testa e mand un sospiro: allora la moglie not
sul volto di lui le traccie d'un dolore profondo.

--O mio Dio! che cosa ci hai? dimand essa con affannosa
sollecitudine. T' capitato qualche cosa?

Matteo si sforz ad abbozzare un calmo sorriso.

--Nulla, nulla: diss'egli.

Ma la donna guardandolo fiso:

--S che c' qualche cosa... Ah! che indovino.... Tu hai saputo di
quell'altro... tu lo hai visto....

Il marito mostr colla sua emozione come bene la Teresa si fosse
apposta, ma l'interruppe bruscamente.

--Per adesso lasciamo stare codesto; ne parleremo poi.

In quella entr Gaspare.

--Sentite Matteo, diss'egli, c' qui fuori il pigionante che v'aspetta
e vuol parlarvi.

--Ah! disse l'ortolano levandosi in fretta: ei viene a cercar la
risposta al suo biglietto; ed io bestia non mi ricordavo manco pi di
lui.

Usc sollecito; il pigionante and vivamente incontro all'ortolano,
appena lo vide comparire.

--Ebbene? diss'egli: la lettera di Marone?

--Non ne ho di sorta: rispose Matteo.

Nicolazzo, o per meglio dire Orsacchio, perch oramai per noi egli si
cela invano sotto quel finto nome, alz impetuosamente la testa, come
cavallo che adombra e mand un lampo dagli occhi.

--Come mai?

--Se vuol favorire un momento in mia casa... Qui fa un certo
freddolino...

--No, interruppe il burbero, dite su, e siate spiccio.

Matteo cont pi breve che seppe ci che era accaduto a Marone;
Orsacchio mozzic una bestemmia fra i denti.

--Converr dunque che ci vada io stesso, diss'egli parlando a s
medesimo; poi volto a Matteo e facendogli un piccolo cenno del capo
come a congedarlo, soggiunse: va bene.

L'ortolano fece un rispettoso saluto e stava per rientrare; il
pigionante lo ritenne con una esclamazione:

--Ah! diss'egli: mia moglie sta peggio. Se lungo la notte avessi
bisogno d'alcuno di voi, come dovrei fare?

--Mandi senz'altro la fante a picchiare al nostro uscio; qualcheduno
di noi sentir di sicuro, e ci affretteremo a' suoi cenni.

Ritornando nella cucina, Matteo disse di botto alla moglie:

--Madama Nicolazzo sta male, e il marito teme d'averci da chiamare sta
notte.

Teresa giunse le mani e scosse la testa.

--Poverina! esclam: son due giorni che soffre pi dell'usato. La 
proprio una compassione il vederla.

La cena era pronta. Anna fu posta a sedere tra Matteo e sua moglie, al
fondo della tavola sedette il garzone: la ragazza aveva bisogno
grandissimo di sostentamento, e la buona Teresa la sollecit con ogni
amorevolezza a saziarsi. Matteo pot appena trangugiare qualche
boccone: e la moglie inquieta, che non ispiccava il suo sguardo dalla
faccia pallida del marito, non fece neppur essa molto onore alla
gustosissima minestra che spandeva un consolante odore per tutta la
cucina, ed a cui, per parte sua, Gaspare mostr col fatto una stima
tutto particolare.

Teresa si lev la prima di tavola; la mestizia del suo uomo, di cui
ella pur troppo indovinava la cagione, si era riflessa nel volto e
nell'animo di lei. Ella accese un altro lume, e sulle mosse per uscir
dalla stanza, disse ad Anna:

--Vado a prepararvi un letto... Ah! non sar, n esso n la camera, da
signori, sapete... Siamo povera gente noi...

Anna l'interruppe pigliandole amorevolmente la mano.

--Ah, Teresa, credete voi ch'io sia stata nella bambagia fin adesso?
Sapete anche voi se sin da piccina ho dovuto s o no far conoscenza
colla povert: e dacch le buone anime dei miei si partirono di questo
mondo, se sapeste come ho vissuto!... Mi metteste anche sullo strame,
sotto la tettoia, ci starei meglio... Non  di ci che mi vorrei
lamentare. Sono avvezza da tempo a cosiffatte cose. Per me, nessuna
sorta d'agi richiedo, ma solo un po' di pace e d'affetto...

E le lagrime le brillavano in pelle in pelle.

--Pover'anima! disse Teresa commossa; ne avete ingollate di amare.

Anna sent che aveva quasi il dovere di spiegare alla buona massaia
com'ella fosse venuta col e in tal modo, e che quello era per ci il
momento opportuno.

--Oh non dir ci che ho sofferto: rispose. Voglio dimenticarlo, e
l'ho gi perdonato. Forse il torto era mio pi che d'altrui. Ma non
potendo pi reggere mi sono risoluta, qualunque cosa dovesse avvenire,
di tornare a vivere nel mio paese. Col almeno qualcheduno mi conosce,
qualcheduno forse mi vorr un po' di bene. E me ne siete prova ed
augurio voi che mi avete accolta cos generosamente.

--Eh! lasciate un po' stare, disse la donna: vedete mo' se gli  il
caso di simili discorsi.

Anna riprese narrando come la vista di Matteo in casa lo zio avesse di
botto reso pi violento il suo desiderio di tornarne al villaggio,
come quella le fosse parsa un manifesto eccitamento ed un aiuto al suo
disegno mandatile dalla Provvidenza, e quindi ella si fosse
determinata a non lasciare sfuggire l'occasione.

--Non ho pur tentato, soggiuns'ella poscia, di continuare il mio
cammino per il villaggio, ch l'ora era troppo tarda e sapevo non me
l'avreste permesso; ma domani io torr congedo da voi, dolente di non
potervi lasciare altro attestato della mia gratitudine che i miei
ringraziamenti.

--Zitto l, salt su di nuovo la Teresa; voi parlate come se foste in
citt fra quella bella gente dalle frasi colle stampite. Eh! con noi 
un altro par di maniche; noi abbiamo il cuore alla mano, e quel che
facciamo non  per esserne ringraziati.

--Domani, disse a sua volta Matteo, lasciamolo stare il domani. Badate
a riposarvi adesso, e non ponetevi in pensiero del resto. Quando ci
saremo, a domani, ne discorreremo dell'altro.

La donna s'avvi: Anna rattamente le fu accosto e le tolse il lume di
mano.

--Vengo con voi, Teresa, diss'ella, se me lo concedete, vi ci aiuter
per quanto valgo.

Scambiati gli auguri per la notte con Matteo, la ragazza usc colla
Teresa.

Matteo si ridusse ancor egli nella stanza coniugale. Quando Teresa
entr poscia col, lo trov abbandonatamente seduto sulla cassapanca
appi del letto, la testa fra le mani e le lagrime agli occhi. Era
egli immerso in riflessioni che parevano altrettanto tristi quanto
erano profonde: teneva le braccia appoggiate alle sue ginocchia, il
corpo accasciato sulle reni, il capo chino e gli occhi, con quello
sguardo atono che nulla vede, fissi innanzi a s.

Teresa gli si accost pian piano, e lo tocc leggermente sur una
spalla; il vecchio si riscosse in sussulto e lev verso la moglie la
sua faccia melanconica e gli occhi inumiditi.

--Matteo, disse la donna, io ho indovinato... Tu col a Torino hai
avuto novelle di Tommaso.

A questo nome l'ortolano sorse in piedi con impeto.

--Taci l: grid con accento che pareva sdegnato. Te l'ho pur detto, e
pi d'una volta, che di colui non volevo pi che mi si parlasse, che
non volevo pi mai udire quel nome.

Teresa rimase un poco in silenzio quasi mortificata; poscia riprese a
parlare con tutta amorevolezza:

--Tu hai l dentro una gran pena, lo vedo, e tacere non ti giova, ma
ti fa anzi maggior male ancora. Sono certa che tutto ci proviene
da.... da colui che non vuoi che io nomini; e se non  cos non
dovresti aver nessuna ripugnanza a dirmi la ragione di quella tua
melanconia che vorresti, ma non puoi nascondermi.

Matteo non era uomo da resistere inconcusso alle amorevoli
sollecitazioni della moglie; fin per narrarle tutto quanto gli era
occorso coll'ingrato figliuolo, e di belle lagrime ne versarono
insieme quegli infelici genitori.

Anna, da canto suo, benediceva e ringraziava intanto il Signore,
perch il suo disegno fosse cos felicemente riuscito, e quella sera
le si accordasse s benevola e gradita ospitalit.

La stanza in cui l'avevan posta era modestissima, imbiancata a calce,
non d'altro fornita che d'un letto, di poche seggiole e d'un cassone,
ma pulitissima. A capoletto c'era il solito aquasantino, il ramoscello
d'ulivo benedetto e un quadro a cornice grossolana di legno non
inverniciato, in cui ci era la stampa orrendamente colorita di rosso,
di celeste e di giallo della Madonna dai sette dolori. La finestra
guardava nel cortile, precisamente in prospetto all'angolo del
palazzotto dalla parte del giardino. La nostra giovane guardando
traverso i vetri vide che una camera sola del palazzotto era
illuminata, quella appunto che si trovava l'ultima verso il giardino
e, posta in sulla cantonata, aveva un'apertura a ciascuno dei lati, un
verone sopra il giardino, una finestra verso il cortile.

Dietro i cristalli di quella finestra, Anna vide un'ombra, che conobbe
tosto per quella d'una donna, andare e venire irrequietamante, e le
parve smaniasse e si muovesse come persona assalita da turbamento
fortissimo. Talvolta la si fermava innanzi alla finestra e levava le
braccia agitandole, poi si cacciava le mani sul capo, come per
istracciarsi e sciuparsi i capelli, e ad un tratto le braccia le
ricadevano come svigorite subitamente. E sembrava ad Anna che questi
atti di maggior dissennatezza fossero accompagnati da certe voci, da
certi lai, che non ostante la distanza e l'esser chiuse le due
finestre, giungessero pur tuttavia fiochi e rotti sino a lei.

Anna apr i vetri. S'era messo un tempo fosco, basso e d'un freddo
umidiccio che penetrava nelle ossa e gelava il sangue. Un nevischio
minuto minuto turbinava sotto le folate d'un vento del nord che
fischiava fra i rami secchi degli alberi e alle cantonate delle case.
La nostra giovane non ud voce umana, e facilmente si persuase che il
sibilo del vento l'aveva tratta in inganno.

La donna della camera in prospetto parve pure tranquillarsi in quella;
essa s'era ritratta e non compariva pi che a maggiori intervalli
lenta e quieta come persona che passeggi sovrapensieri. Anna si tolse
alla finestra mezzo abbrividita, richiuse le imposte, e quando si
trov poi ben coperta e ben riparata nel suo letto bened anche una
volta il Signore che le avesse concessa una tanta fortuna.




XXI.


Quanto tempo avesse dormito, Anna non lo avrebbe saputo dire; quando
fu svegliata nel cuor della notte da un forte e pressante picchiare
all'uscio da basso.

Salt su sollecita, mentre udiva la voce del servitore Gaspare che
gridava:

--Chi va l?

--Son io, sono la Menica: rispose una voce di donna.

--Vengo subito.

--Oh, non occorre. Io scappo tosto, ch qui c' da agghiadare...  la
padrona che sta male, e non vuol pi veder nessuno intorno a s, e la
Teresa  la sola cui forse la soffrir d'avere allato. E il padrone mi
manda a pregarla volesse un poco venire....

La Teresa medesima, che aveva udito il dialogo, qui entr in mezzo.

--Ci andr tosto che potr: diss'ella aprendo una finestra; ma gli 
che anche il mi' uomo non ist bene, e mi levavo appunto per scendere
in cucina e fargli una scodellata di caff.

--Fate pi presto che potete: disse dal cortile la voce della serva
d'Orsacchio, che ne abbiamo gran bisogno di voi, e il padrone mi ha
proprio detto di pregarvene con tutta istanza.

La fante si part, Teresa richiuse la finestra. Nel silenzio che
succedette, alle orecchie di Anna che si vestiva in fretta, senza pur
sapere che le toccasse di fare, giunsero alcune grida strazianti tra
d'orrore e di spavento. Non era, no, una illusione; quelle grida
venivano proprio da quella camera del palazzotto, la quale, gi prima
d'andare a letto, aveva attirata l'attenzione della ragazza.

Costei frattanto, dovendo vestirsi allo scuro, perch non aveva
fiammiferi da accendere il lume, aggirandosi a tentoni per la stanza a
trovar l'uscita e poi ad imboccar la scala, non pot scendere in
cucina prima che Teresa avesse gi acceso il fuoco, e postovi sopra,
appiccato alta catena, un ramino, che in mancanza di cuccuma, le
serviva per fare il caff.

--Voi qui, figliuola mia! disse Teresa meravigliata di vederla. Che
cosa siete venuta a fare?

--Ho udito che son venuti a chiamarvi per la signora del palazzo; udii
pure che compar Matteo non ist bene, e son qui per vedere se posso
essere utile in alcun modo.

--Vi ringrazio... Ma coll'aiuto qui di Gaspare...

--Oh, non mi rinviate, vi prego... In tre potremo far meglio che in
due.

--Ebbene, come volete: ecco qui l'acqua che sta per bollire; fateci il
caff: la scatola del macinato  qui sulla tavola. Lo porterete caldo
caldo al mi' uomo... Ed io frattanto correr a vedere la signora.

--Spero che il malessere di Matteo non sia nulla: disse Anna mentre la
Teresa gi s'avviava per uscire.

--Ah! pur troppo il pover'uomo ha molto male: disse la donna
fermandosi. Egli ieri ha avuto un gran colpo... Soffre, poveretto!....
Siamo ben disgraziati, cara la mia fanciulla.

--Voi? esclam Anna. Voi cos buoni e pietosi verso gli altri!

--Dio ci ha dato una gran croce... Pazienza!... Non restiamo pi che
noi due vecchi soli a volerci bene... Povero Matteo!... Ah! non fo
bene a lasciarlo adesso per quell'altra, che in fin dei conti non mi 
nulla di nulla.

Anna fu pronta a suggerire ci che di certo passava per la mente della
donna e che non osava manifestare.

--Se provassi a recarmi io in vostra vece presso quella signora?
diss'ella. Di buona pazienza e di buona volont per accudire ai malati
oso assicurare che non ne manco.

--Ecch! esclam Teresa: voi ci andreste?

--Certo che s. Solo che Gaspare mi venisse a guidarci.

--Siate benedetta, la mia brava figliuola! Possiamo tentare. Se poi la
povera inferma non vi vuole nemmanco voi, allora vedremo... E pu
anche darsi che frattanto Matteo migliori, ed io possa andarci senza
pi scrupolo. Tu, Gaspare, va ed accompagna questa buona ragazza, e
menala innanzi al signor Nicolazzo, e contagli il fatto, e digli che
non ha da riguardarsi per niente a metterla intorno a sua moglie, che
glielo affermo io e che gli  come se ci fossi io stessa. Voi, poi,
mia cara figliuola, ci rendete un servizio proprio di quei famosi.

Anna e Gaspare uscirono. Nevicava tranquillamente: il vento aveva
smesso e i fiocchi cadevano larghi, lenti, con una specie di silenzio
solenne. La finestra della camera di Gina era aperta non ostante l'ora
e la stagione, e l'infelice stava l, al davanzale, disfatte e sparse
le chiome, nudo il collo, discinte al seno le vesti, alla fredda
temperatura di quella notte d'inverno. Parlava con una volubilit
straordinaria, ora sommesso, ora forte, ora lentamente, ora con una
rapidit convulsa. La sua voce a volta a volta era un mesto sospiro,
un grido di collera, un lamento, una imprecazione; ora la si sfogava
in pianto tranquillo, ora rompeva in urla disperate. Ma quello che
dicesse non poteva capirsi bene, cotanto erano affollate le parole,
tanto molteplici, varie, intralciate le idee.

I due giovani studiarono il passo per attraversare il cortile, e
furono in un attimo al palazzotto.

La Menica attendeva al pian terreno. Si stup assai nel vedere una
giovane che non conosceva punto; ma Gaspare avendole spiegato la cosa
in poche parole, essa li lasci montare ambidue al piano di sopra.

Appena ebbe udito i passi di due persone che si accostavano, il marito
di Gina, che vegliava nella stanza precedente a quella dell'inferma,
corse loro incontro ed apr l'uscio.

Anna, all'aspetto di quell'uomo, fu per indietrare dalla paura. La
poca luce che mandava dall'interno della stanza la lampada accesa
faceva parere pi infossate, pi livide, pi cadaveriche le guancie di
lui; l'occhio fosco, affondato, irrequieto, brillava d'una fiamma
sanguigna; il contrarsi delle mascelle e delle labbra aveva qualche
cosa di spaventato e di spaventoso, di feroce e di doloroso insieme.
Dalla stanza di Gina venivano pi miserevoli, pi strazianti i
lamenti.

--Che volete? chi siete? chiese bruscamente quell'uomo, vedendo la
faccia sconosciuta di Anna.

Gaspare entr innanzi ed espose l'ambasciata. Orsacchio appena lo
lasci finire.

--Che storia  questa? esclam egli ruvidamente. Lo sapete ch'io non
voglio gente estranea per casa. La Teresa non vuol venire? E se ne
stia... Andatevene, non ho mestieri di nessuno.

Ma in quella la povera Gina gett un grido pi acuto d'ogni altro: la
si ud sclamare:

--Sangue! sangue alle mani! Ah, quel sangue!

Ed un tonfo che risuon fece capire ch'ella aveva dato uno stramazzone
per terra.

Accorsero tutti nella stanza vicina senza pi parole. La misera donna
si giaceva disanimata, bianca come un sudario, gli occhi chiusi
attorniati da un livido cerchio, uno de' smagriti e deboli bracci
sotto il capo abbandonato: nel suo deliquio doloroso, nell'eccesso del
suo male pur bella tuttavia.

Il marito le fu primo dattorno, e presala alla vita, la sollev e la
trasse sopra un divano che era l presso. Anna aveva visto per col un
fazzoletto ed afferratolo tosto, l'aveva immerso nell'acqua e ne
veniva bagnando la fronte e le tempia della svenuta.

Dopo un poco, Gina apr gli occhi e gir intorno uno sguardo smemorato
ancora, ma non pi dissennato. Vide prima d'ogni altro il marito, e se
ne discost ratta con immenso orrore. Avvis accosto a s dall'altra
parte una donna, e senza nemmeno guardarla in viso, le si gett fra le
braccia, e nascondendole il volto in seno, esclam in tono di
commovente supplicazione:

--Salvatemi! salvatemi!

Ma Orsacchio sapeva che la crisi, una di quelle a cui l'infelice
andava soggetta, era passata oramai, e quindi quel po' di ragione che
era sopravvissuta ai colpi crudelissimi di tanti dolori, tornava a
pigliare il governo della povera vittima. Le pose una mano sulla
spalla e con accento pieno d'intenzioni, e quasi direi di minaccia,
disse lentamente:

--Gina! ora la ti va meglio; tranquillati... Ora ben riconosci chi son
io.

La misera, al tocco di quella mano, al suono di quella voce, s'era
messa a tremare di tutte le sue membra. Quand'egli ebbe detto, ella
rimase un poco senza muoversi, quasi meditasse seco stessa sulle
parole di lui; poi rialz lentamente la testa e guard. Ma non si
volse dalla parte dov'era Orsacchio; fiss alquanto Gaspare, il quale
s'accorse in quel punto d'avere ancora piantato sulla nuca il suo
cappellaccio, e se lo tolse di fretta facendo uno stupido sorriso ed
un goffo inchino.

--Lasciatemi, diss'ella con fievol voce appena intelligibile.

Orsacchio comment quella parola, mostrando la porta con un gesto che
non aveva mestieri d'ulteriore spiegazione.

Gaspare non se lo fece ripetere, e scomparve guizzando via fra i
battenti semichiusi dell'uscio.

Anna, a cui l'inferma si teneva ancora abbracciata senza badarci, cap
che quest'atto del marito era un comando anche per lei, e fece a
spiccarsi dalla poveretta. L'attenzione di costei da questo moto fu
tratta a quella donna che essa non aveva ancora neppure guardata.
Stup nel vedere una persona che non conosceva; ma sulla faccia di
questa persona c'era tanta benevolenza, tanta generosa piet, tanto
interessamento per lei, che la povera Gina ne fu tocca di botto. E
come la ragazza voleva dipartirsi, l'ammalata la ritenne dolcemente e
le disse con ineffabile tenerezza, guardandola fiso, e, per cos dire,
bevendo cogli occhi la simpatia dal volto di lei:

--No voi, non mi abbandonate!

Anna diresse uno sguardo al signore, per interrogarlo sul come la
dovesse fare; Gina comprese, e volgendosi al marito, pur senza
levargli in viso gli occhi.

--Oh lasciatemela: disse vivamente.

Orsacchio si tacque.

--Lasciatemela.

Il marito le si accost vieppi, ed alzando un dito come a segno di
ammonimento, disse fissandola:

--Ma!...

Gina, sollecita soggiunse:

--Non parler; ve lo prometto.

L'uomo fece un cenno approvativo col capo, quindi si ritrasse
lentamente non cessando di tenere il suo fosco sguardo sulla moglie.
Anche costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo in ogni suo
moto; quando egli fu fuori ed ebbe rabbattuto dietro s l'imposta
dell'uscio, ella si drizz un poco della persona e mand un sospiro
come se sollevata dalla gravezza d'un peso che l'opprimesse; poscia si
volse ad Anna, le prese le mani, la trasse a s, le fece un po' di
luogo sul divano al suo fianco e ve la fe' sedervi; allora,
guardandola ben bene con curiosit infantile e benevola, le disse:

--Vi ho gi vista alcune volte io? Mi par di no... Se non vi riconosco
bisogna perdonarmelo... Ho tante cose nella mia povera testa... Non
domandatemi quali, perch non ve le direi... Oh no certamente... l'ho
promesso... Siete forse la figliuola di Teresa?  una molto buona
donna Teresa, e le voglio bene... Vorr bene anche a voi se ne vorrete
a me... I vostri occhi mi piacciono... Come vi chiamate?

--Anna.

--Anna: ripet l'infelice chinando il capo in atto di meditazione: non
ho mai sentito questo nome... Dite, mi vorrete bene?

La giovane lev le mani pallide e macilenti di Gina all'altezza delle
sue labbra e le baci con effusione.

--Oh s, diss'ella, tanto, tanto!

Gina liber le sue mani e le batt palma a palma con gioia
fanciullesca.

--Brava! staremo insieme, sempre insieme. Vi torna? Ne ho tanto
bisogno! Io sono sempre sola con.... Zitto! Non parliamo di ci....
Saremo amiche... Ne avevo una di amiche.... Come la mi amava!... Mi
hanno detto che  morta.

E due lagrime silenziose le vennero agli occhi. Essa le lasci
gonfiarsi, traboccar dalle ciglia, colar lentamente gi per le
guancie, senza badarci. Poi cambiando ad un tratto di tono, domand
quasi brusco:

--Chi siete?

--Una povera orfanella che va cercando di guadagnarsi il pane col suo
lavoro.

--Un'orfanella! esclam Gina, rifacendosi affettuosa. Ancor io sono
tale. Da giovine sono rimasta sola. Niun appoggio, niun consiglio,
niuna difesa... Povera Gina!

Appoggi il mento al petto e stette assorta. Anna le si pose intorno
con mano delicata a rassettarle i panni, a ravviarle i capelli, ad
accarezzarne la fronte. La povera donna sentiva una destra amichevole
e gentile occuparsi di lei, ed una soave sensazione se ne diffondeva
per tutto l'esser suo; gli era come una graduata invasione d'un fluido
magnetico affettuosissimo. Riappoggi la testa al petto della giovane,
adagi mollemente sopra il divano le sue membra stanche, e con
carezzevole intonazione di voce:

--Contatemi la vostra vita, Anna, diss'ella; mi farete piacere.

Anna obbed pronta. Narr le poche vicende della sua semplice
esistenza. Quando ebbe finito si chin verso il volto della signora.
Essa aveva gli occhi chiusi, l'aspetto tranquillo, calmo ed a cadenza
il rifiato. Stretta al seno della ragazza, la s'era dolcemente
addormentata.




XXII.


Orsacchio, scoperto che sua moglie amava, riamata, Adolfo Cioni, aveva
costretto quest'ultimo a battersi con lui in un duello che era stato
un assassinio, ed uccisolo. Poscia, preparato gi tutto per una pronta
partenza, s'era presentato alla moglie, le mani lorde di sangue del
giovane, e seco l'aveva tratta ferocemente per torla al resto del
mondo e farla vivere sola con lui, col suo rimorso, col suo dolore,
coll'immagine tormentosa e la memoria dell'ucciso amante.

Quell'orrenda sciagura era caduta ad un tratto sul capo della povera
Gina. Al venirle innanzi del marito, tremendo in vista e sanguinose le
mani, un doloroso orrore l'aveva invasa, una di quelle inesprimibili
strette di angoscioso raccapriccio che tutto sconvolgono un essere
umano, e al cui urto sembra impossibile non si rompano le vene ed il
cuore. Essa avea indietreggiato innanzi all'assassino, come
favoleggiavano i Greci che si dovesse fare all'apparire della testa di
Medusa, mezzo impietrita, mezzo fuor di senno; ed egli l'aveva
afferrata ad un braccio ed a forza trascinatala e cacciatala in una
carrozza, l'aveva fatta partire, ella non sapeva per dove.

Pensate che viaggio dovette esser codesto per l'infelice donna!
L'unico uomo che essa amasse era spento, e l'uccisore era l, presso
di lei!... Non le sembrava avesse ad esser vero. Credeva d'essere come
in un tristissimo sogno, oppressata dall'incubo, e che uno sforzo di
volont dovesse bastare a destarla e rimetterla in una meno angosciata
condizione. Si riscuoteva tratto tratto sotto questo pensiero dal
cantuccio in cui la si rannicchiava, ma il suo occhio smarrito
incontrava tosto quello feroce, sanguigno, inesorabile d'Orsacchio, il
quale tacitamente le affermava la di lei sciagura e il suo delitto.
Allora si tornava ad acquattare pi stretto, per cos dire, nel suo
angolo, sentendosi correre spasimi e brividi entro le vene
all'accidentale scontrarsi pur delle sue vesti ne' panni di
quell'uomo, che tutto le appariva alla mente turbata grondante del
sangue d'Adolfo...

Di tutta la notte che segu non parlarono mai, non chiusero mai
l'occhio n l'un n l'altra; passarono crudelissime ore orrendamente
lunghe. Gina teneva gli occhi sbarrati, privi d'ogni espressione che
non fosse un alto terrore; e il volto pareva, ad ogni minuto che
trascorresse, incavarsele, spallidirsi vieppi, improntarsi dei segni
della morte.

Nel suo interno succedeva un dolorosissimo e strano travaglio. Il pi
forte sentimento, il solo anzi a tutta prima, in lei, era stato
l'orrore, quindi era venuto a pareggiarlo, se non a sopravanzarlo,
l'odio. Oh! se quell'uomo che le aveva detto io ho ucciso il tuo
Adolfo ella avesse potuto vederlo cadere fulminato ai suoi piedi! Oh!
se avesse potuto versar sangue per sangue, rispondere con delitto a
delitto! Nel caos turbinoso di pensieri che con tormentosa ressa le
avevano assalita e posta sossopra la mente, anche quest'esso ci venne
e ci stette chiaro e distinto un po' di tempo. Ma le idee s'erano
tosto siffattamente scombuiate nella sventurata, che pi niuna
distinta vi ci rimase. Nel suo capo si fece come un vuoto, ma il quale
pure era un importabile dolore. Non sapeva pi di niente, non pensava
pi niente, non si ricordava pi nemmanco, la misera: solo soffriva e
sentiva di soffrire immensamente. Quindi questo immenso spasimo poco a
poco prese una nuova tinta, e si congiunse ed anzi fu predominato da
un immenso terrore.

Orsacchio pigliava nella mente esagitata di lei le proporzioni
colossali d'un mostro; esso le tornava come qualche cosa di pi tristo
e di pi feroce di quel che uomo esser possa. Lo stesso mistero del
destino ch'egli le preparava, l'incognita meta a cui erano diretti, le
riuscivano di maggiore spavento che non una realt cui si trovasse
dinanzi, per quanto crudele la fosse.

Questo alto terrore cresceva nella povera donna ad ogni momento. Le si
affannava il respiro, le si smarriva il senno, le mancava il cuore. Ad
ogni mossa dell'uomo che le stava accanto, ella si riscuoteva in
sussulto. La era sempre nello stato doloroso di chi sia per isvenire,
e non isveniva pur mai. Oh! almeno avesse potuto perdere i sensi!
Avesse potuto morire!

Orsacchio, prima del duello con Adolfo, annunziando alla moglie la
partenza per la sera, le aveva detto sarebbero andati alla campagna.
Ma quello non era il suo proposito. Egli voleva togliersi ad ogni
conseguenza che potesse nascere dall'uccisione del Cioni; voleva
condurre la moglie l dove nessuno pi potesse frammettersi tra lei e
la sua vendetta. Correva le poste diretto all'estero: il suo viaggio
era una fuga.

Non si fermarono che a mezzo il giorno successivo alla partenza. N
all'uno n all'altra l'interna passione lasciava sentire la fatica.
Scesero al meschino albergo d'un piccolo villaggio fuor di mano.
Orsacchio non avea voluto viaggiare per le vie ferrate, dov'
impossibile esser soli e non esser visti, ed aveva scelto strade non
frequentate per incontrare meno gente. Salt gi dalla carrozza egli
primo. Per quanto facesse forza a s stesso, gli eventi del giorno
innanzi e quella lunga notte avevano stampato sul suo volto certi
segni ch'e' non valeva a nascondere. Si volse all'interno della
carrozza e porse a Gina la mano, per invitarla ed aiutarla a scendere.
Essa lo guard spaventata, e con raccapriccio trasse indietro le sue
mani e s stessa.

--Scendete! disse il marito in tono basso, ma imperioso e concitato.

E le present nuovamente la destra.

Gina mosse le labbra livide per parlare, ma non usc suono alcuno
dalla sua bocca; fe' cenno cogli atti egli si scostasse, la lasciasse,
sarebbe discesa da s.

Orsacchio si pose dallato allo sportello. La povera donna, radun
tutte le forze che le rimanevano, si spicc dal posto in cui stava
accasciata, e discese. Appena il marito ebbe veduto alla pi piena
luce i guasti dello scarno viso di Gina, le si fece innanzi per
toglierla agli sguardi d'ognuno.

--Abbassate il vostro velo, diss'egli, e come la misera indugiava,
forse non avendo neppure capito, Orsacchio prese ratto il velo scuro
che pendeva all'indietro dal cappello di lei, e glielo cal innanzi al
viso.

--Venite: soggiunse additandole la porta della locanda, sulla cui
soglia l'oste stava facendo de' grandi inchini per accoglierli.

Gina si prov a camminare, ma le gambe si rifiutavano all'ufficio
loro; Orsacchio pass una mano sotto il braccio di lei a sorreggerla:
a quel tocco un raccapriccio scosse tutti i nervi dell'infelice, le
forze le tornarono di subito; si sciolse bruscamente e disse con una
certa forza:

--Vado... vado.

--Una camera: comand il marito all'oste entrando; ci fermeremo due
ore.

Quando furono soli, rinchiusi in una stanza della locanda, per la
povera Gina fu peggio ancora. Si sentiva come affatto disgiunta da
tutto il mondo e in bala assoluta dell'odio di quell'uomo; trovavasi
press'a poco come l'agnella serrata nella gabbia con una tigre, che
s'aspetta ad ogni momento essere sbranata. In s stessa voleva pure
riagire contro quello spavento che pareva quello d'una rea cui
vincesse il rimorso, mentre, fuorch d'un affetto purissimo fin dalla
prima giovinezza entratole in cuore, ella di nulla poteva
accagionarsi; ma pure invano cercava sollevar l'animo a un po' di
coraggio: sentiva sempre pi venirle meno ogni forza.

Gina s'era lasciata andare sulla prima seggiola che le era capitata,
rimanendo vestita cos appunto come essa era, senza nemmanco levare il
velo che la mano del marito le aveva poc'anzi abbassato sulla faccia.

Orsacchio le si pose innanzi fulminandola collo sguardo feroce, e con
una barbara gioia, con un'ironia spietata le disse:

--L'avete udito?... ve l'ho detto io stesso, signora..... Adolfo Cioni
 morto ieri sera..... Morto d'una palla di pistola che gli ha
attraversato il cuore. Che peccato eh! che disgrazia!... Egli era pure
pi giovane di me... oh assai pi giovane... e pi bello di me... oh
assai pi bello, non  vero? Ed io sono qua vivo e sano per vivere chi
sa fin quando... non vi fate lusinghe su questo punto, ch conto
invecchiare di molto... Adolfo invece  steso nella bara... a questo
momento gli salmodieranno gli uffici de' morti... stassera gli faranno
la sepoltura... Mi par di vederlo... bianco bianco... le sue belle
chiome nere scomposte... Aveva delle belle chiome il leggiadro
giovine...

Nel dire queste scellerate parole, pareva al trist'uomo di godere
un'orribile gioia, gli sembrava di gustare ardentissima la volutt
dell'odio e della vendetta. E' teneva fiso lo sguardo sulla donna per
coglierne ogni menomo trasalto, ogni mossa, ogni mostra di dolore,
onde apparisse ch'egli feriva proprio nel vivo il cuore di quella
sventurata. Essa dapprima udiva paziente, sommessa, quasi avvilita. Od
udiva ella veramente? Quelle parole piuttosto le ronzavano penosamente
all'orecchio senza che le capisse; producevano s un accrescimento di
tortura in lei, ma traverso la confusione di tutto il suo essere non
giungevano pur tuttavia a far apprendere chiaro e preciso il loro
senso all'intelletto sconvolto dell'infelice.... Ma ci giunsero alla
fine. Allora tutto quello che c'era ancora in lei di forza e di vigore
si ribell contro cotanta infamia; ella sorse con nobile impeto, lev
il velo e mostr lo scarno volto colorito di viva fiamma, e l'occhio
incavato ebbe un lampo di indignazione violenta.

Tese vivamente una mano verso il marito con tanta imponenza che questi
ne tronc il suo dire. Fece un passo contro di lui, e parve pensare
quale arma migliore dovesse scegliere ad opporre a quella con cui egli
la veniva trafiggendo, con qual pi acconcio colpo rispondere ai colpi
di lui; ma la trov di botto e con accento animato e con ineffabile
scoppio d'amorosa passione, esclam:

--Ebbene si, Adolfo, l'ho amato... pi che ogni cosa al mondo... e lo
amo... e l'amer sempre... s l'amo anche morto... il suo cuore vive
nel mio, il suo spirito  qui meco... Io lo vedo e gli parlo... T'amo,
Adolfo, t'amo!... Uccidetemi, io l'amo.

Per Orsacchio fu come, in una lotta, per l'atleta che ad un nuovo e
pi vigoroso assalto dell'avversario dapprima cede e indietreggia, poi
tosto, ripresa nuova lena, si rif pi ardimentoso e pi accanito alla
pugna. Gli si erano allividite e contratte vieppi le sue guancie, e
il suo sguardo non aveva potuto reggere a quello avvampante di Gina;
ma il furore in lui non era stato tardo a sovraggiungere, si slanci
su di lei, la afferr alle braccia, le serr i polsi e scuotendola
senza un riguardo, rugg, accostando a quello di lei il suo volto
terribilmente impresso dall'ira:

--Sciagurata! sciagurata!

La donna, per un istante, pens a resistere. Ebbe l'ardimento
d'incrociare il suo con lo sguardo furibondo di lui; ma non pot
oltre, tutta la sua forza ella aveva esaurita in quel momentaneo
slancio. Nel sentirsi stringere da quelle mani ch'essa la sera innanzi
aveva vedute rosse di sangue, e di qual sangue! le nacque tale un
orrore che per poco non ne perdette gli spiriti. La si gett
all'indietro, si accasci su s medesima, gett un grido di spavento
disperato e con voce arrangolata dallo spasimo, esclam:

--Misericordia! misericordia!... Oh abbiate compassione di me!...

Ella pendeva colle braccia tese, non sostenuta che dalla ferrea morsa
delle mani d'Orsacchio che le facevano lividi i polsi; egli incombeva
sovr'essa, a mezzo chinato, improntata la faccia della pi ria
ferocia. Stette cos un poco, mentr'ella si dibatteva sotto di lui
nelle convulsioni della paura, poi la ributt villanamente, ed ella
cadde come corpo morto sul suolo.

Orsacchio incroci le braccia al petto e la sogguard un istante in
silenzio con un satanico ghigno.

--Alzatevi: diss'egli poi duramente.

Gli scotimenti che facevano trasaltare tratto tratto il corpo di Gina
mostravano ch'ella era in sensi; ma tuttavia la non si mosse, n
accenn in alcun modo aver udito.

--Ah! voi l'amate, voi l'amate anche morto: ripigliava quel feroce:
sta bene; siate pur lieta e superba del vostro infame amore. Vorrei
aver potuto portar meco quel cadavere e gettarlo fra le vostre braccia
amorose e dirvi: Eccovi il vostro drudo, abbracciatevelo... Vorrei
potervi rinchiudere con esso, perch ne aveste sempre innanzi agli
occhi la bara, come ne avete nella memoria il pensiero.... Udite
intanto com'egli sia morto. Ci vi vorr dare diletto non poco.

E l'iniquo, curvo sulla caduta, si pose a raccontarle divisatamente,
con una lentezza crudele, tutto l'orrendo fatto: la provocazione sua,
i rifiuti d'Adolfo, gli oltraggi a cui egli dovette ricorrere per
obbligarlo ad impugnare un'arma; le descrisse il terribil momento in
cui i due rivali stettero a fronte la pistola appuntata al petto l'un
dell'altro, il colpo, il subito imbiancarsi della faccia d'Adolfo, il
gemito di lui, il cadere... E' pareva compiacersi con orribil diletto
nel minutamente esporre ogni cosa: era per lui come un trovarsi
nuovamente a quell'atto, un uccidere di bel nuovo l'odiato rivale. I
suoi detti cadevano fieri, spietati, incisivi sulla povera donna. Ella
nel delirare del suo spirito intenebrato, non li capiva bene del tutto
quelli accenti, ma li sentiva piombare dolorosissimi sull'anima. La
era come il misero condannato alla flagellazione, il quale, dopo un
certo numero di sferzate, pi non sente quasi il batter della verga
sulle lacere carni, ma ne sente al cuore pi doloroso e pi
intollerabile il colpo.

Quand'ebbe finito il suo racconto, quando ebbe cos un poco sazia
quella esecranda sete d'odio e di male che lo rodeva, Orsacchio si
chin verso la moglie giacente tuttavia, e guard s'ella fosse
svenuta. Gina avea gli occhi larghi, stupiditi, riarsi, senza una
lagrima, senza lume pi d'intelligenza.

--Su via, alzatevi: disse l'uomo.

Ella non mostr avere inteso.

--Alzatevi: ripet pi villanamente il marito, urtandola col piede.

Gina non si mosse.

Un passo d'uomo pel corridoio dell'albergo s'accostava all'uscio di
quella stanza.

Orsacchio si curv vivamente e prese la moglie alla vita per
sollevarla; ma a quel tocco essa tutta si riscosse. Un tremito
generale l'assalse; si rizz di scatto come per nuova forza entratale
subitamente: si sciolse dalle braccia di lui e corse a riparare
nell'angolo il pi rimoto. Col, gli occhi spaventosamente fuor del
punto, la faccia disperata, i denti che battevano insieme dal terrore,
ella grid:

--Non toccatemi... non toccatemi!

Il passo s'accostava sempre pi.

--Silenzio! intim il marito andandole incontro minaccioso.

Ed ella, peggio atterrita che prima:

--State in l..... state in l... Aiuto! aiuto!

--Silenzio! ripet Orsacchio venendole sopra.

L'infelice si rannicchi tutta nell'angolo, tremando, palpitando,
senza pi forza, non che a mandare un grido, ma ad avere il respiro.

Un colpo fu picchiato all'uscio colla nocca delle dita. Orsacchio fu
d'un balzo ad aprire. Era l'oste che veniva ad avvisare i cavalli
essere attaccati alla carrozza e il postiglione gi in sella.

--Sta bene: disse Orsacchio; noi scendiam tosto.

Richiuse la porta e si riaccost a Gina. Gli occhi e la guardatura
della misera erano quelli di un dissennato. Le riabbass il velo
innanzi al volto, le fe' cenno d'avviarsi ed essa obbed; le fece
scendere le scale, la invit a salire nella carrozza ed essa ci mont,
ma schivando di toccar la mano ch'egli le porgeva; e' sedette presso
di lei, e fu ripreso il viaggio.

Qualche tempo essi dimorarono in un riposto casolare della Svizzera.
Che vita fosse quella dell'infelice donna, immaginatelo voi. Vivevano
affatto soli, ella ed il suo carnefice, segregati dal mondo; ed ogni
ora, ogni istante era un tormento per lei. Nel farla soffrire cotanto,
il crudele marito soffriva ancor egli; ma questi patimenti a lui erano
cari, si facevano ogni d pi una necessit dell'anima intristita.

Ma il cielo ebbe piet della misera Gina. Le tolse a poco a poco la
ragione.

Allora alcuna ora di riposo, anche di bene, le fu concessa. Anzi tutto
Orsacchio si atterr la prima volta ch'ei fu chiaro di questa tremenda
verit. Parve anche a lui un momento che la sua vendetta fosse ita
tropp'oltre: ebbe del suo fatto come l'ombra di un rimorso. Inoltre,
quella donna, cui egli ferocemente godeva di straziare, per uno di
que' strani misteri che ha il cuore umano, egli insieme odiava ed
amava pi che non l'avesse amata mai prima. Temette morisse, e questo
pensiero gli fu dolorossisimo; lasci che all'infelice non venisse pi
altro tormento da lui fuor quello della sua vista e della sua
presenza. Poi la pazzia, che ad intervalli assaliva la sventurata, non
sempre le recava penose fantasie e tristi vaneggiamenti. Alcune volte
ella si credeva fanciulla ancora, libera di s, lieta, amante ed
amata, e in isplendide, dilettose visioni, le appariva pi bello, pi
caro, pi amoroso il suo Adolfo a vagheggiarla, a sorriderle, a
susurrarle incantevoli parole d'amore. Allora fra l'uomo e la donna
rimanevano scambiate le parti, e questa diventava involontario
tormentatore, e quegli soffriva i pi acuti spasimi d'una gelosia da
non potersi dire. Invano tentava egli rompere quei sogni dilettosi e
trarre la riconfortata donna nella tristizia della realt; la
dissennatezza era pi potente di lui, ed ella, non turbata punto,
continuava il suo cantico d'amore e le sue felici visioni. Dopo queste
benefiche crisi, Gina cadeva in una mestizia profonda, ma mite, che le
concedeva per giorni parecchi sfogo d'abbondevolissime lagrime. Era
ci che la teneva in vita.

Di quando in quando, per contro, l'assalivano smanie tormentosissime,
e delirii, e convulsioni che erano una compassione e uno spavento a
vedersi. Era durante uno di siffatti assalti del male che abbiam visto
Anna introdotta presso di lei. In quei momenti la vista del marito le
tornava assolutamente incomportabile; un vigore straordinario, una
febbrile vivacit la occupavano; i deliri della sua mente si
traducevano in fiotti tumultuosi di parole insensate, confuse, in
grida, in ispasimi di contrazioni quasi epilettiche, in isvenimenti da
ultimo. Voleva uccidersi, chiamava con angosciose supplicazioni la
morte. Succedeva poi un abbattimento, una prostrazione in cui completa
era in lei la conoscenza delle sue condizioni, e tornava in tutta la
sua forza il terrore che le ispirava il marito.

Trascorsi parecchi mesi, Orsacchio pens di tornarsene celatamente in
patria, e di trovarci un ripostiglio in cui nascondersi cos bene che
nessuno mai pi avesse il menomo sentore de' fatti loro. E ci era
facile ad ottenersi. Gina non aveva parenti che lontani, i quali, dopo
accasatala, non s'erano pi dato il menomo pensiero di lei, e ch'ella
esistesse o no, non si curavano punto. Egli aveva rotto col mondo ogni
attinenza, ed il mondo oblia s presto quelli che lo abbandonano!

Per maggior cautela cambi nome, e prese le mosse per tornare in
Piemonte. Gina s'era assuefatta alla dimora in quel pulito casolare
svizzero e alla bella campagna che lo circondava. Come quella che in
alcuna persona viva, fra le poche ond'era accostata, non poteva pi
mettere amore, l'anima della povera insensata aveva posto un certo
affetto a que' luoghi, a quel cielo, a quelle aure. Per costringerla a
dipartirsene ce ne volle e di molto. Orsacchio dovette impiegare tutta
la tremenda autorit che gli davano su lei lo spavento e l'orrore
ch'ella ne sentiva. La decise a spiccarsi di l, e la tenne quieta e
sottomessa lungo il viaggio colla pressione continua delle sue
minaccie e con certe tremende parole che, ricordando il passato,
andavano dritto, traverso alla sua follia, sino all'anima della
poveretta.

Orsacchio non iscrisse a nessuno, non commise ad alcuno di cercargli
il suo ricovero: volle far tutto da s. Condusse la moglie in una
citt dove non potessero essere conosciuti da anima viva; e col,
visto sugli annunzi dei giornali l'_appigionasi_ della villetta di
Valnota, ch'egli sapeva in luogo montagnoso e solitario quant'altro
mai del Piemonte, si rec difilato dal proprietario a trattarne
l'affitto.

Marone, dalle informazioni che gli furono chieste intorno alla casa ed
alle vicinanze, dalla figura del pigionante, dalla facilit medesima
di accettare ogni patto, cap che c'era l sotto un mistero, e ne
trasse partito per rincarare l'affitto. Orsacchio acconsent
all'esorbitanza del prezzo dimandatogli. Abbiamo udito dall'ortolano
di che modo egli giungesse e si stabilisse nella villetta, come la
moglie da principio non ci volesse stare, ma poi a poco a poco vi si
acconciasse, come durassero sempre in Gina le vicende di umori lieti e
tristi, interrotte di quando in quando da qualcuna di quelle crisi
tremende, durante le quali il marito era costretto ad allontanarsi e
la moglie di Matteo soltanto poteva accostare la inferma.

Ultimamente abbiam visto l'infelice donna sentirsi attirata di subito
da una simpatia che era in lei come un istinto, verso di Anna, che il
caso soltanto le aveva menato daccosto.

Ora vediamo un poco quei due bravi e generosi cuori, Vanardi e Selva,
che cosa pensassero di fare in pro della sventurata, di cui avevano
finalmente scoperto l'esistenza e il ricetto.




XXIII.


Giusta il comune avviso di Antonio e di Giovanni, il liberar Gina
dalle mani del fiero marito era la prima e la sola cosa da farsi.
Conveniva a quest'effetto, anzi tutto, assicurarsi, senza possibile
errore, che quella di cui l'ortolano aveva loro parlato si fosse
propriamente la Gina cui essi cercavano, esaminare cogli occhi propri,
per quanto potesse loro venir fatto, come stessero le cose, e poscia,
se occorreva, ricorrere alle autorit e chiamare sulla misera donna la
protezione della legge.

Determinarono adunque i due amici, che il domani, che era un luned,
sarebbero partiti ambidue per alla volta di Valnota, e l governatisi
secondo l'occasione e i luoghi e le circostanze avrebbero loro
consigliato e concesso; e siccome Selva per ragione de' suoi impegni
non era libero tutta la giornata, stabilirono di partire al
pomeriggio, di fermarsi col la notte e tornarsene il mattino
successivo.

Ma se per Giovanni v'era l'impedimento dei suoi affari a restar fuori
un giorno intero, il buon Antonio, che non aveva codesto, e l'avrebbe
voluto avere, si trovava impacciato da un altro ben pi grave e pi
assoluto che  facile ad indovinarsi; il manco di denari. Essere del
tutto a carico dell'amico gli rincresceva troppo, avendo da lui avuto
s generosi soccorsi, e parendogli che Selva facesse assai pi di
quanto gli toccava a metterci la sua parte in quel viaggio, egli che
non aveva vista neppur mai la persona di cui trattavasi e che non
aveva con lei altra attinenza fuori della compassione d'un cuor
generoso per una soverchia ed immeritata sventura. Onde, sollecitato
da questo bisogno che si aggiungeva agli altri della famiglia, Vanardi
umili anche una volta la sua dignit innanzi alla necessit e si
risolvette di andare per soccorsi dalla marchesa di Campidoro cotanto
in fama di generosa.

Ah! ben gli sapeva d'amaro questo nuovo sacrifizio, e, per quanto
rammollito e ricurvo dalla sventura, il suo animo aveva fieramente
riluttato un bel pezzo; ma poi aveva fatto come il malato che ha da
tracannare una disgustosissima bevanda, il quale chiude gli occhi e la
caccia gi; e il mattino del luned si presentava vergognoso e
raumiliato nell'anticamera della signora marchesa.

Dei supplicanti al par di Antonio ve n'era gi un buon numero. Per
essere intromessi al cospetto della vecchia signora occorreva o
venirci con una commendatizia del parroco, oppure del presidente della
congregazione di Santa Filomena, che era il signor Marone, oppure del
filantropo cavalier Salicotto, od anche del dottor Lombrichi, o in
difetto di alcuna di queste tornar accetti al signor Grisostomo.
Antonio non aveva il primo requisito, ed era molto da temersi non
avesse neanche il secondo.

Quand'ebbe detto al domestico che lo interrogava, nome, cognome e
condizione, egli sedette in un canto e rimase ad attendere con tutta
la paziente rassegnazione che nella sua corta carriera di supplicante
aveva pur gi dovuto imparare.

Ed aspett tanto, che la mattinata omai era oltre e l'anticamera a
poco a poco si era vuotata, senza che egli, rimastoci ultimo, fosse
pur mai introdotto.

Antonio voleva appunto rivolgersi di nuovo al domestico, cui vide
accostarsi a quella stanza, quando il servo stesso lo prevenne, e
andandogli incontro, mezzo brusco, gli disse:

--Che cosa fate ancora voi l?

--Aspetto sempre per parlare alla signora marchesa.

--Adesso  tardi, buon uomo; la non riceve pi. Potete andarvene.

Primo pensiero del pittore fu di scappare di trotto; ma la ragione lo
soprattenne.

--Ho tanto, tanto bisogno di parlarle! diss'egli.

Il servo si strinse nelle spalle.

--Eh! dicono tutti cos. Chi  che vi manda?

--Come? chi mi manda?

--S, voglio dire da cui siete raccomandato.

--Da nessuno.

--Ah! allora avrete parlato col signor Grisostomo.

--Non lo conosco.

--In tal caso, mio caro, non sarete ricevuto mai.

--Diavolo! Come ho da fare? Menatemi dal signor Grisostomo.

--In questo momento  fuori di casa: tornate dopodomani.

--Dopodomani! ripet il poveretto lasciando cadere la testa e mandando
un sospiro desolato che diceva tutta la sua disperazione.

In questa attraversava l'anticamera quella vispa fanciulla che abbiamo
veduta nel fondaco di messer Agapito incontrarsi appunto col nostro
disgraziato pittore. Ella ud quelle due parole pronunziate con tanta
mestizia e quel sospiro tirato con tanta doglianza, e il suo buon
cuore ne fu commosso. Si ferm a guardare chi le aveva dette.

--Voi volete parlare alla signora marchesa? disse la brava giovane
accostandosi ad Antonio, e ravvisandolo di subito.

--S, madamigella.

--E vi preme?

--Oh tanto! esclam il povero diavolo; e l'umiliazione, la vergogna,
la confusione davano al suo accento una efficacia anche maggiore.

--Voi siete quel pittore che abita nella casa del signor Marone qui
presso?

--Per l'appunto.

--Padre di famiglia?

--Quattro figli.

Carlotta non istette a pensarci n tanto n poco; fece un attuccio
graziosissimo colla testa, come per dire voglio cos e prese per
mano senz'altro il pittore.

--Venite, disse, vi mener io dalla marchesa.

Il domestico ch'era l presente si mostr tutto scandolezzato.

--Carlotta! esclam egli in tono che significava: Guarda che fai!
questa  troppa temerit.

La giovane rispose crollando vezzosamente le spalle.

--Eh! lasciatemi fare... il _turco_  fuori di casa, e quando venga...
se questi ci  ancora... ebbene gli diremo... gli diremo che son io
che l'ha fatto entrare... oh bella!

E trasse Antonio nella stanza della marchesa.

Era un antico salone, proprio di quelli degli antichi palazzi in cui
non si misurava con avara parsimonia lo spazio come nelle costruzioni
moderne, con antichi mobili, antiche tappezzerie, antichi quadri, si
sarebbe detto antica atmosfera. Entrando col vi sareste creduti
trasportati nel secolo scorso, e in mezzo a quell'ampio ambiente, fra
tutta quella roba alla rococ, vi sareste aspettati da un momento
all'altro di veder comparire un guardinfante od una parrucca
incipriata.

Quasi ugualmente antica come le cose che l'attorniavano era la padrona
di quel palazzo e di quelle ricchezze. Ella, meglio che seduta,
sepolta in una gran poltrona, con attorno un esercito di cuscini,
stava presso alla gran caminiera, entro la quale ardeva un fuoco poco
meno che spaventoso. A ripararsi dall'ardenza che mandavano
esorbitante le legna cui consumava la fiamma vivace e le braci accese,
aveva innanzi un parafuoco di legno di mogano nella intelaiatura, con
una stoffa di seta ricamata a personaggi sbiadita nel colore. Comech
regnasse in quella stanza una caldissima temperatura, la marchesa era
tuttavia sotterrata da una montagna di varie pelliccie e scialli e
mantelletti coll'ovatta; cos bene che la non appariva che come un
enorme fagotto di robe da cui sporgesse una testolina, con una gran
cuffia bianca a ricciatura di tulle tutt'intorno, con una faccetta
sottovi, ammencita, ossea, del color della pergamena, corsa in tutti i
sensi da minutissime rughe. Questa testolina si dondolava di continuo
per un moto meccanico e involontario; e per questo medesimo le
mascelle non cessavano mai da un atto che sembrava un masticare.

Antonio, appena messo il piede riguardoso e peritante sul morbido e
spesso tappeto che in quella stanza impediva affatto il rumore del
passo, sent una tossetta secca, e poi una voce fessa, debole,
stonata, che quasi non aveva pi nulla di femmineo, la quale diceva:

--C' qualcheduno cost?

--Sono io, rispose la Carlotta accorrendo sollecita presso la padrona.

La marchesa volse all'ins pi che pot il suo capo dondolante, e
disse trascinando le parole e stentando nel pronunziare:

--Dov'?... dov' Grisostomo?

-- fuori di casa.

--Gli  mezz'ora che chiamo, e nessuno viene... Non ho pi il mio
campanello...  un ora che lo cerco... chi l'ha preso?

--Eccolo qui: disse Carlotta raccogliendolo in terra e porgendolo alla
signora; le era caduto.

--Mi si lascia sola come un appestato...  questo il vostro dovere,
canaglia?... Nessuno ha cura di me... Fatemi venire Grisostomo.

--Le ho gi detto, signora marchesa, che egli non era in casa.

--Dove  andato?

--Non lo so.

--Ancor egli mi abbandona... L'ingrato!... Datomi da bere, Carlotta...
Quel Grisostomo  un ingrato... Non  vero che gli  un ingrato?

La giovane era andata a prendere un gotto sopra un vicino tavoliere, e
lo porgeva alla vecchia.

--Eccole da bere.

--Ma ditemi se quel Grisostomo non  un ingrataccio.

Carlotta sapeva troppo bene che non le conveniva a niun modo sparlare
del favorito servitore, anche quando la marchesa pareva pi disposta a
sentirne dir male, epper rispose con accortezza diplomatica:

--Forse la signora marchesa lo avr mandato essa stessa a far qualche
commissione.

La vecchia parve riflettere profondamente.

--Io? disse, come parlando fra s; l'ho mandato io?... Mi par ben di
s... Oh la mia povera testa!... Non mi ricordo pi di niente... S,
s, l'ho mandato a prender nuove del presidente della Congregazione di
santa Filomena che s' rotto qualche cosa... che cosa s' rotto?

--Si  slogata una gamba.

--Giusto: e poi doveva andare in un altro sito.. Dove l' che doveva
andare? Ah! dal notaio... Sicuro, ora mi ricordo, dal notaio...
Vogliono che io rifaccia il mio testamento.

Guard con una specie di curiosit maliziosa la cameriera.

--Sapete che mi vogliono far cambiare il mio testamento?

--So di nulla, io.

--E lo rifar... E se siete buona, e se mi servite bene, ci sar
qualche cosa anche per voi.

Un accesso di tosse la colse. Carlotta le pose innanzi la tazza che
aveva sempre tra mano.

--Beva!

--Che cos' quella bevanda? dimand la marchesa.

--Gli  sempre quel calmante che il dottore ha ordinato si ripetesse,
perch dice che le fa tanto bene.

La testa della vecchierella s'agit in un modo assai vivace, e la sua
vocina si fece tutta irritata.

--Non lo voglio pi, non lo voglio pi... Mi sento sempre pi male,
io... Pare a voi che esso mi faccia bene?

--Io non saprei...

--Siete una sciocca: interruppe stizzita la marchesa.

--Per credo di s: s'affrett a soggiungere Carlotta.

--Voi non sapete di niente... chiamate Grisostomo; domander a lui.

-- la terza volta che ho l'onore di dirle che Grisostomo non  in
casa.

-- vero...  vero... Mi pianta sempre cos sola... Riponete pure
quella droga... Non voglio attossicarmi... Aspetter a bere che
Grisostomo sia tornato e mi dica lui come debbo fare... Ah!  una gran
brutta vita la mia!... Povera donna!... In mano d'una gentaglia... Non
ho una persona a cui fidarmi... E quella senzacuore di mia figlioccia
che non si lascia mai vedere!... Tutti mi fuggono... Mi vedono malata
da morirne... Ho proprio assai male, sapete... E il dottore? Non s'
ancora lasciato vedere il dottore?

-- presto l'ora in cui  solito a venire, e credo che non mancher.

--Anche quel dottore  ingrato; sono io che l'ho messo all'onor del
mondo; ne prender un altro. Tutti ingrati, tutti!... Non c' che
quella povera Mim che mi sia fedele. _Mim, Mim_, dove sei _Mim_?

E la testolina oscillante della marchesa si chin verso il suolo da
una parte e dall'altra della poltrona, poi s'agit vivamente
irrequieta.

--Oh mio Dio!... Dove l'?... _Mim, Mim._ Non c' pi... Cercatela.

La cagnuola dormiva raggomitolata sopra uno sgabello l vicino.

--La  qui: disse Carlotta additandola alla marchesa.

--Povera piccina! esclam la vecchia con un'intonazione di tenerezza,
di cui si sarebbe creduta incapace quella voce squartata. Portatela
qui, adagiatela sulle mie ginocchia.

Carlotta prese quell'informe ammasso di carne grassa e spelata che era
la cagnolina, e non ostante la protesta ch'ella, destandosi di botto,
fece con un vociare che somigliava ad un grugnito, venne a deporla
sulle pelliccie della marchesa.

--Non farle male: esclam questa commossa a quel lamento della brutta
e schifosa bestiola.

Questo fatto, chi lo avrebbe detto? torn in aiuto di Vanardi; il
quale si stava l nel fondo della stanza dritto, impacciato, col suo
cappello in mano, senza sapere se meglio era inoltrarsi o partirsene
chetamente senz'altro.

Mim, appena svegliata e sulle ginocchia della padrona, avvert la
presenza di un estraneo; onde senza acquattarvisi tosto come soleva,
ma stando invece sulle sue piote podagrose, cominci a ringhiare fra i
pochi denti che le rimanevano, poi volti in giro gli occhi cisposi e
visto lo sconosciuto, si mise ad abbaiare con tutta la forza di cui
essa era tuttavia capace.

--Che cosa c'? domand la marchesa agitata. C' qualcheduno qui.

E volse la testa dalla parte verso cui abbaiava la cagnetta.

Vanardi vide innanzi a s la pelle d'alluda di quel viso da mummia con
due occhi semi-spenti senza luce e senza vita, e si pieg in un
profondo inchino.

--Chi  costui? chiese la vecchia quasi atterrita: come qui? chi l'ha
fatto entrare?... chiamate Grisostomo, Carlotta.

E la buona ragazza che era Carlotta diede una pasticcina a _Mim_ per
farla tacere; poi rispose alla padrona:

--Gli  uno di quei poverelli cui ella fa tutti i giorni la carit di
accordare udienza.

--Ah s? disse la marchesa che non aveva cessato di fissare il suo
sguardo vitreo sul pittore.  raccomandato dal parroco?

--Credo di s: rispose la giovane con imperturbabile franchezza.

--Come si chiama?

Antonio disse il suo nome.

--Non me ne ricordo... Dev'essere scritto su quella lista che c' l
sul tavolino. Ah no, quella l  dei raccomandati da Salicotto... Se
non isbaglio, Grisostomo mi ha detto che Salicotto  un poco di
buono... Come pu mai essere?... Io mi confondo... Voi dunque siete
raccomandato dal parroco?... Ah! se ci fosse Grisostomo!... Perch
venite quando non ci  lui?

Vanardi non sapeva che cosa rispondere e si tacque.

--Accostatevi: disse la marchesa.

Il pittore ubbid. Allora si vide quell'involto di pelliccie e di
coperture d'ogni fatta agitarsi per un moto interno che dur alcun
tempo, finch una mano scarna, magrissima, dal color della cera antica
ne venne fuori. Questa mano si diede tosto a cercare, frugare e
rifrugare qua e l per la poltrona.

--I miei occhiali, Carlotta; dove sono i miei occhiali?

Erano sul tavolo vicino. La cameriera li prese e li diede alla
padrona; la quale messili a cavalcioni sul naso si pose a squadrare
l'uomo che le stava dinanzi.

Fortuna volle che _Mim_, abbonita dalla pastina di Carlotta, sentisse
non so quale simpatia o curiosit per quell'uomo che non avea mai
visto: onde guardando verso Antonio prese ad agitarsi sulla farragine
delle pelliccie della padrona ed a gemicolare sommesso.

La marchesa non tard ad accorgersi di questi diportamenti della sua
favorita.

--Carlotta, diss'ella, vedete che _Mim_ la vuol scendere. Suvvia,
prendetela adagino e mettetela a terra.

E con occhio irrequieto tenne dietro all'operazione che la cameriera
s'affrettava ad eseguire.

Appena la cagnetta ebbe tocco il tappeto del pavimento, la corse, come
le concedevano la pinguedine e la gotta, verso Vanardi, e per benigna
protezione di non so qual nume, giuntagli ai piedi, si pose a fargli
quel tanto di festa ch'ella sapeva, a dimenare un simulacro di coda e
tentare di drizzarsi sulle piote deretane per appoggiare le anteriori
alle gambe di lui.

Vanardi, bench molto glie ne pesasse, e gli paresse quasi una vilt,
si abbass verso la bestiola e ne accarezz con la mano il dorso
sconciamente grasso e privo di peli. La vecchia signora che aveva
guardato con interesse sempre crescente i moti e gli atti della
_Mim_, drizz al volto d'Antonio la sua faccia impresciuttita, sulle
cui labbra tirate c'era la smorfia di un sorriso.

--Oh, oh! esclam essa in sul piacevole; _Mim_ vi protegge. Vieni qui
_Mim_... Da brava, vieni qui.... Accostatevi ancora, mio caro... Come
vi chiamate?

Antonio ripet il suo nome.

--Avanzatevi.... ancora un po'... l, pi presso a me... cos...
Carlotta date un'altra pasta alla piccina... Com' cara, neh?
soggiunse volgendosi a Vanardi... Poi tosto di nuovo a Carlotta che
offriva la pasta alla cagnetta: non la vuole?... Guardate se la
preferisce un pezzetto di zuccaro.

La schifiltosa bestiola si degn finalmente di accettare una zolletta,
e quando la padrona ebbe visto che i pochi avanzi dei denti di _Mim_
si erano cimentati vittoriosamente colla durezza dello zuccaro
cristallizzato, torn badare ad Antonio.

--Ebbene, brav'uomo, gli disse, contatemi su i fatti vostri.

Mentre egli s'accingeva a parlare, la marchesa nascose accuratamente
sotto le pelliccie la destra che aveva tratta fuori poco prima e si
scosse come se un brivido l'avesse assalita.

--Carlotta, diss'ella, aggiungete della legna; fa freddo qui dentro.

La giovane s'affrett ad ubbidire, quantunque ce ne fosse gi una
catasta ad ardere sugli alari.

--Parlate pure: soggiunse tornando rivolgersi al pittore.

Antonio apriva la bocca, quando l'uscio della stanza s'apr ed entr
la superba, imponente ed importante persona del signor dottore.
Vanardi rimase in asso, e Carlotta disse alla marchesa:

--Ecco il dottore.

La vecchia s'agit sotto il monte delle sue pelliccie, pi che non
avesse fatto per l'innanzi e fece con ogni suo sforzo a volgere il
capo tremolante della parte da cui veniva il medico.

--Ah dottore! diss'ella:  questo il modo? Mi lascia qui senza darsi
un pensiero di me.... Ho un male addosso, sa.... Sono due ore che
l'aspetto.

Lombrichi non si turb niente affatto della sua placidit olimpica.
Continu ad inoltrarsi col suo passo grave e ben appoggiato per terra,
sorridente in volto e colla coda dell'occhio cercando la sua bella
immagine nello specchio.

--Che cosa c'? dimand egli con sussiegosa gentilezza. Cara marchesa,
io son qui tutto per lei... Si figuri che per venir qui ho lasciato la
contessa A., che voleva seco ritenermi a viva forza, ho trascurato di
andare dalla baronessa B, che mi attende, ed ho mandato dire a madama
C, la moglie del banchiere, che mi trovavo impegnato tutto il giorno.

Cos dicendo, aveva deposto sul tavolino il suo cappello, e colla mano
aveva dato una ravviatina ai baffi ed al pizzo: poscia sbirci un
momento con piglio altezzoso Vanardi, fece un amorevole sorriso a
Carlotta e presa una seggiola, dopo recatala vicino vicino alla
poltrona della vecchia, vi sedette con le arie d'una affettuosa
dimestichezza.

--Ebbene? ebbene? soggiuns'egli allora, andando a cercare sotto alle
coperture la mano gialla e gelata dalla marchesa, e stringendola fra
le sue. Il nostro male  dunque cresciuto?

La vecchia fissava i suoi occhietti semi-spenti sulla faccia rubizza,
prosperosa e con gravit sorridente del signor dottore.

--Tanto, tanto: rispose ella con voce pi fiacca e senza vibrazione
affatto.

E Lombrichi con piglio dottorale:

--Gi, me ne avvedo. Il fiato  pi difficile?

--S.

--Il sonno irrequieto?

--S, s.

--La digestione grave?

--S, s, s.

--Sa che cosa? Abbiamo fatto lavorar troppo quella benedetta
testolina. Ci siamo occupati soverchio questa mane per le solite
nostre opere di beneficenza.... Quel gran buon cuore l ci fa di
questi brutti tiri alla nostra salute.... Abbiam bisogno di calma noi,
di aver tutte le nostre faccende assestate, tutte le nostre
disposizioni prese, di non dover pi pensare a nulla.... Ed anche
nelle opere di carit ci conviene mettere un freno, fare pi per mezzo
degli altri che da noi stessi, e poich ci sono intorno delle persone
degne di tutta confidenza, affidarci in loro e lasciar fare.... Oggi,
per esempio, son persuaso che abbiam parlato pi del dovere, ascoltato
un subbisso di nenie da quei piagnoloni, ricevuto ogni sorta di
gente....

E dava un'occhiata di traverso a Vanardi, il quale avrebbe voluto
essere le cento miglia lontano.

-- vero,  vero: disse la marchesa dondolando vieppi la testa; ma
quella  l'unica mia distrazione; eppoi abbiamo sempre fatto cos in
questa casa.... fin da quando c'era ancora la buon'anima di mio
marito.... La colpa  di quell'ingrato di Grisostomo.  lui che
dovrebbe vegliare sulla mia salute, ed egli mi abbandona....  tutta
la mattinata che  fuori.... Gli  un ingrataccio... ecco.

Lombrichi prese con zelo le difese dell'assente.

--Quel buon Grisostomo! esclam egli. Non dica cos di lui, cara
signora marchesa. Il brav'uomo  tutto divoto alla signoria vostra, e
se quest'oggi s' allontanato da lei gli  perch il servizio e gli
ordini di vossignoria ve l'hanno costretto. L'ho trovato non  guari
in casa del nostro buon amico, quel sant'uomo di Marone, dove era
venuto a prendere notizie di lui da parte della signora marchesa.

--Ah!  vero.... sicuro.... l'avevo dimenticato.... Ce l'ho mandato io
per sapere come quel povero Marone sta del suo braccio....

--Della sua gamba, vuol dire; la  una gamba quella che s'
slogata....

--S, s:  ben ci che intendo io, una gamba.

--Glie ne posso dar io novelle fresche e precise; e' va un po' meglio,
ma per alcuni giorni  condannato a non uscire di casa. Uscendo di l
Grisostomo andava a parlare col notaio per quel certo affare che ella
ben sa....

--S, s: so certo, quell'affare, il mio testamento....

Lombrichi diede una guardata sospettosa alla figura impacciata di
Antonio, ed interruppe:

--Ma ora parliamo di questa preziosa salute. Ci abbiamo dunque una
leggiera recrudescenza?... Gi.... gi.... Vediamo un poco.... Euh!
euh!

--Ebbene?... Che cosa mi ordina lei per rimettermi un po' meglio?

Il medico stette un minuto col polso della marchesa fra le dita,
corrugando la fronte in sembianza di gravissima meditazione; poi
rinascose egli stesso la mano di lei sotto le pelliccie e ve la copr
bene.

--Uhm! diss'egli con gran sicumera, come se dicesse chi sa che
profonda sentenza; vi  stato un po' di agitazione, si ha bisogno di
calma, dopo la fatica occorre il riposo.

Trasse di tasca il suo pettinino di tartaruga e lo pass due o tre
volte nei baffi e nel pizzo, poi si mir nello specchietto del manico
e riprese:

--Quella pozione l'ha gi finita?

--No signore, salt su Carlotta; anzi la non ne vuol pi. Io glie ne
aveva mesciuto qui un bicchiere....

--Creda a me, disse Lombrichi alla marchesa: la ne prenda ch le
giover sicuro.

E tolto il bicchiere dalla fante, lo porse egli stesso alla vecchia
che lo bevette senza pi renitenza.

Ma ecco a questo punto aprirsi di nuovo la porta, ed entrare sollecita
una giovine signora, vestita con modesta semplicit di buon gusto,
avvenevole senz'esser bella, con nelle fattezze, nello sguardo,
nell'atteggio delle labbra, l'espressione d'una meravigliosa bont.

Essa accorse vivacemente presso la marchesa, esclamando con una voce
soavissima e piena d'affetto:

--Cara santola!...

E chinatasi ad abbracciarla, le depose sulla fronte e sulle guancia
una mezza dozzina di baci.

--Ecch? disse la vecchia un po' stordita, traendo in l pi che
poteva il suo capo: sei tu Lisa? Gran miracolo che ti sei ancora
ricordata di me!...  un mese.... s, certo, un mese che non ti
vedo.... Gi.... una vecchia madrina.... che importa alla signora?....
La si dimentica....

Lisa s'era ritratta alquanto per deporre il cappellino che s'era
slacciato e la mantellina che s'era tolta dalle spalle.

--Come! interruppe essa vivamente. Non lo sa? Vengo due o tre volte la
settimana; sono venuta anche jeri.

La marchesa scosse la testa dondolante.

--Jeri! diss'ella. Non mi ricordo.

--Non ho potuto venire sino a lei, perch Grisostomo, come da un pezzo
mi viene dicendo, mi disse che il signor dottore aveva proibito di
lasciarla parlare a chicchessia. Io ho insistito e pregato
vanamente....

Lombrichi, il quale all'entrare della signora Pannini s'era levato da
sedere per salutare con cerimoniosa freddezza, s'inchin un poco ed
interruppe:

-- vero che io ho data questa proibizione. La signora marchesa ha
bisogno d'essere lasciata tranquilla e non aver disturbi di sorta.

Lisa volse al medico uno sguardo dignitoso e ribatt con giusta
alterigia:

--Spero, diss'ella, che non conter fra i disturbi una figlioccia che
viene per accudire alla sua santola.

Il dottore s'inchin un'altra volta e fece un atto come per dire: Non
voglio mica alludere a lei.

Allora Lisa scorse la figura impacciata del povero Vanardi.

--Ma io, diss'ella con isquisita cortesia, sono venuta proprio a
disturbo di lei, signore, che stava discorrendo colla marchesa. Non
voglio essere d'impaccio, e piuttosto mi ritiro.

--No, no, sta qui: proruppe la vecchia. Quest'uomo pu benissimo
parlare anche in tua presenza.... Dite pur su.... Com' gi che vi si
chiama?

Antonio ripet per la terza volta il suo nome. Lisa si ricord di
presente come la persona che portava quel nome fosse stata vivamente
raccomandata a lei ed a suo padre da Selva e da sua moglie.

--Ella  pittore? domand con interesse ad Antonio.

--Signora s.

--Ed amico dell'avvocato Selva?

--Per l'appunto.

--Ah, ah! tu lo conosci? interrog la marchesa.

--S, santola, e sapendo ch'e' merita la sua protezione, glie lo
raccomando.

--Bene, bene: disse la vecchia volgendo il suo capo tremolante ad
Antonio, Eh, eh!... Sai tu Lisa che un'altra me l'ha gi
raccomandato?... Non indovineresti mai pi chi.... _Mim_, la brava
_Mim_.... L'hai gi veduta, Lisa? Essa  sempre pi cara che  una
meraviglia; _Mim, Mim_, dico, vieni a salutar Lisa.

La cagnuola s'avanz lentamente alla chiamata della padrona; la quale,
curvando pi che le venisse fatto la testa, le faceva quella sua
smorfia grinzosa che equivaleva un sorriso.

Lisa si risolvette a passare la sua manina inguantata sul dorso della
bestiola, ma non con troppa buona voglia; Lombrichi invece chiam a s
la podagrosa cagnetta, la tolse sulle sue ginocchia e le fece un mondo
di carezze e di feste. La marchesa guardava con occhio tutto
compiacenza gli atti del dottore. Lisa ne volle richiamare
l'attenzione al povero Antonio.

--Ebbene, diss'ella, l'istinto non ha ingannato _Mim_, quando essa
not il signor Vanardi come degno del suo interesse.

A questo punto Lombrichi credette doversi degnare di riconoscere il
pittore.

--Se non isbaglio, disse, voi abitate una soffitta in casa del signor
Marone?

--Signor s.

--Ah, ah! esclam la marchesa con una specie d'interesse: in casa di
quel sant'uomo. Siamo dunque vicini?

--E fu in casa vostra, soggiungeva Lombrichi, che venne ricoverato
Marone allorch cadde gi della scala.

--Appunto.

--Oh, oh! torn ad esclamare la vecchia; siete voi che avete soccorso
quella santa persona!...

Le cose parevano incamminate il meglio del mondo in favore del nostro
povero Antonio, quand'ecco la sua cattiva stella, per rovinarlo,
mandar in iscena un nuovo personaggio: il signor Grisostomo.

Era un uomo grande, grosso, a lunga barba nera, a spalle quadre, a
faccia e modi volgari, non privi d'impertinenza. Entr con una certa
padronanza, e gett intorno uno sguardo scrutatore.

--Oh, oh! quanto gente c' qui! diss'egli di subito, senza nemanco
salutare. Evviva signora marchesa! La compagnia non le manca.

All'udire la voce di costui la vecchia aveva voltato ratto la testa
tremolante, e lo guardava con quegli occhietti spenti che parevano in
tal momento animarsi un poco.

--Ah siete qui buona lana? disse la marchesa. Sapevate ch'io stava
peggio, lo sapevate, e m'avete lasciata sola tutta la mattina.

E Grisostomo, venendo accosto alla padrona con molta famigliarit, e
rassettandole le robe ond'era coperta, ch'essa, nell'atto del rapido
voltarsi, aveva un poco disacconciate:

--Eh! sono stato fuori per suo servizio e dietro suo comando, sa bene?

--S, s; mi ricordo.... ma siete stato tanto tempo!...

--Se ho tardato un po', disse Grisostomo, gli  perch ho pensato bene
di fare insieme un'altra commissione in servizio di lei.

--Che commissione?

--Sono andato per que' cavalli pi queti ch'essa desiderava alla sua
carrozza. Ho finito tutto, e di quest'oggi saranno nella scuderia.

La vecchia curv il capo sul petto e d'infra le sue mascelle, che
masticavano col loro moto abituale, non uscirono che parole
indistinte.

--Eh lo sapeva io, s'affrett a dire Lombrichi tutto sorridente,
deponendo a terra la cagnolina che teneva ancora sulle ginocchia; lo
sapeva bene che il bravo Grisostomo non poteva indugiare che per
servire la signora marchesa.

E tese amichevolmente la mano al domestico.

--Buon giorno, Grisostomo.

--La riverisco, signor dottore: poi girando di nuovo uno sguardo
all'intorno: ma dica un poco lei, non siamo in troppi qui dentro per
la quiete della signora marchesa?

A queste parole due persone arrossirono, Lisa e Vanardi.

--Ehm, ehm: rispose il medico guardandosi nello specchio; potrebbe
anche darsi.... certo che.... il troppo parlare e il troppo sentire a
parlare....

Lisa corse dalla marchesa, l'abbracci amorevolmente e le disse con
caldo accento:

--Santola, vuole che io parta o che rimanga a farle compagnia?

La vecchia pos un momento il suo sguardo sul volto della figlioccia,
che stava l innanzi e presso al suo; quelle sembianze giovanili ed
allora animate, quell'aria d'affetto che ne spirava, tornarono
piacevoli a mirarsi alla madrina.

--Rimani, rimani: rispose ella con qualche po' d'effusione. Mi fa
piacere il vederti, e tu vieni s di rado!

Grisostomo fece una smorfia, e non ebbe neppure la cura di celare il
suo dispetto. Per isfogarlo si volse a Vanardi.

--E voi, gli domand bruscamente, che fate qui, chi siete?

Antonio rispose non senza fierezza:

--Gli  alla signora marchesa che ho da parlare, ed a lei ho gi dato
conto dell'esser mio.

--Oh, sentite che tono! esclam il villano servitore imbizzarrito. Chi
vi ha introdotto?

Lisa gi voleva intromettersi, ma a questo punto successa al
malavventuroso pittore una tanta disgrazia che la sua causa fu
compiutamente perduta. La cagnetta, posta in terra poc'anzi dal
dottore, s'era avvicinata ad Antonio, il quale, non badandole punto,
nel fare un passo indietro, calpest con un piede una delle piote
podagrose della bestiola. S'elev tosto un alto guaito; e la vecchia
si riscosse sulla sua poltrona, che pi non avrebbe potuto fare se a
lei medesima avessero pestato un callo.

--Che cosa avete fatto a _Mim_? Vieni qui, carina.... O Dio, come
zoppica!... Siete stato voi che me l'avete rovinata.... Insolente!
andate fuori... ch'io non vi veda pi... Grisostomo, fate uscire
costui.

Antonio, senz'attender altro, si precipit fuor della stanza con una
rabbia ed una vergogna nell'anima che Dio vel dica; gi toccava
all'uscio del pianerottolo, quando Carlotta lo raggiunse, e in fretta
in fretta, senza dargli tempo n a pensare n a parlare, gli pose in
mano un involtino di alcune monete e gli disse:

--La vecchia  scema, Grisostomo  un birbone, ma la signora Lisa  un
angiolo;  lei che vi manda questo.

Ed ella era veramente, come diceva Carlotta, un angelo, quella brava
signora Lisa, cui que' tristi, uniti in empia lega, avevan fatto di
tutto per allontanare dalla presenza, non che dal cuore della
marchesa. Grisostomo non si mosse pi dal fianco della vecchia fin che
la figliuola del capitano Biale rimase col; ed ella in vero,
impacciata e infastidita dalla vista e dalle maniere di quel
tracotante, non tard a partire.

--Signora marchesa, disse il cacciatore, quando appena fu fuori la
Lisa, il notaio oggi non pu venire, ma verr domani senza fallo.

--Il notaio! balbett la marchesa, perch cosa il notaio?... Ah! mi
ricordo. Ho da rifare il mio testamento. Volete proprio ch'io rifaccia
il mio testamento?... Oh poveretta me!... Ma ci mi far morire....
Ah, mi sento male, sapete Grisostomo.--E diffatti dopo poche ore la si
pose a letto colla febbre.

Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, che era il luned, Selva e
Vanardi si recarono a Valnota, e per una strana combinazione, che
pareva un aiuto della Provvidenza, trovarono che Orsacchio erasi
partito di l, per una misteriosa gita alla capitale. Matteo, tuttavia
riconoscente al pittore delle generose mostre d'interesse che ne aveva
ricevute, non pose ostacolo a che egli vedesse la signora della
palazzina, ed Anna, dietro i cenni di Antonio, si rec da Gina a
prepararla a riceverlo.

La infelice, ancora affranta dall'ultima crisi passata, era del corpo
pi inferma, ma quasi del tutto in senno, come da lungo tempo non era
stata. Accolse Anna con un amichevole sorriso.

--Ho udito il baroccio a partire, diss'ella: _egli_ s' dunque
allontanato... Sono sola!... Quanto tempo star?

--Credo tutta la giornata.

Gina trasse un sospiro di sollievo.

--Signora, rispose la ragazza esitando, c' qui un cotale che vorrebbe
parlarle.

--Parlarmi! esclam la misera. A me! Ma non c' nessuno che venga a
parlarmi. E chi ci verrebbe?... Non ho pi alcuno al mondo io che si
ricordi di me....

--S, signora, disse Anna dolcemente. C' ancora qualcheduno che si
interessa per lei... Qualcheduno ch'ella ha conosciuto in altri tempi.

Gina si riscosse tutta e si gett ratta gi del sof, su cui giaceva.
Pigli le mani della giovane e lo strinse forte; poi guardandola con
occhio ardente dimand ansiosa, agitata, tremante:

--Chi?... oh, chi?... Rispondi!... Sarebbe?... O Dio! o Dio!...

E la sua faccia s'illumin d'un lampo di gioia s eccelso che Anna ne
fu, come dire, abbagliata. Ma spar tosto; il volto di lei torn
all'espressione di profonda mestizia, e lasciandosi ricadere sul sof
mormor:

-- impossibile,  impossibile... Sono folle.

Antonio, che non poteva pi stare alle mosse, s'inoltr pianamente:
Gina vide l'ombra d'un uomo, trasal, alz vivamente la testa, quasi
per un miracolo riconobbe di subito chi ei si fosse. Sorse di scatto,
gett un grido, si slanci verso di lui, cadde nelle sue braccia
esclamando:

--Siete voi!... E Adolfo? e Adolfo?... Parlatemi di Adolfo.

Vanardi non aveva parole fatte a rispondere. Le lagrime gli cascavano
silenziose gi per le guancie. E' guardava quella misera donna cos
dal dolore distrutta, e una massima compassione l'occupava.

Ella sollev il volto verso quello di lui, lo guard un poco, e poi
disse con un accento in cui parevano lottare la ragione e la pazzia:

--Voi piangete!... voi piangete!... E perch?

Ad un tratto si spicc vivamente da lui e mand un grido:

--Ah! egli  morto!...  dunque vero? Voi piangete Adolfo... Perch
siete venuto allora?... Lasciatemi morir qui.

E si butt sul sof con disperato dolore, tutta la persona riscossa da
un penoso singhiozzo. Antonio le si inginocchi presso e si pose a
parlarle: ci che a quel punto gli dettassero la commozione e la piet
non l'avrebbe saputo ripetere egli medesimo di poi. La donna si calm
a poco a poco; ma il suo occhio era pi smarrito e le sue parole pi
sconnesse e pi tronche.

--Siete venuto a recarmene novelle, disse; vi ringrazio... Alzatevi,
signore... S'accomodi, la prego... Mio marito  fuor di casa, ma non
tarder... Potete dire ad Adolfo che ho da parlargli... Conviene che
s'allontani da me... Mi avevano detto ch'era morto... Non l'ho mai
creduto, sapete... Signor Vanardi, ella  suo amico intimo. Le parla
alcune volte di me?...

Antonio volle persuaderla a venir via con lui, ad abbandonare quel
luogo e fuggire il suo carnefice, ma non ci pot riuscire. Gina aveva
posto a quel luogo un materiale attaccamento, e spiccarsene non
poteva, e non volle. Antonio dovette lasciarla, e ritornare in Torino
con Selva, deciso a denunciare all'autorit Orsacchio l'uccisore
d'Adolfo.

Ad una stazione intermedia della strada da percorrersi incontravansi i
due treni, l'uno che veniva, l'altro che andava alla capitale. In
questa sosta di pochi minuti in cui i due treni si trovavano allato,
Vanardi, guardando per caso nell'altro treno, vide due occhi grifagni
che stavano fisi su di lui, e riconobbe la brutta faccia di Orsacchio;
bene si ritrasse egli vivamente all'indietro, ma era troppo tardi: il
marito di Gina l'aveva visto e riconosciuto ancor'egli.

La cagione che aveva menato Orsacchio in citt era sempre quel
benedetto ritratto che egli voleva possedere ad ogni costo.
Informatosi se il pittore fosse in casa, e saputo dalla portinaia
ch'egli era assente, Orsacchio era salito al quartieretto di Vanardi,
ed alla Rosina aveva detto senza preamboli, additandole il quadro:

--Datemi questa tela e vi pagher cinquecento lire....

La donna allarg tanto d'occhi.

--Cinquecento lire! ripet essa.

Orsacchio scambi la meraviglia di lei per irrisoluzione, e pressato
qual era di finirla, soggiunse:

--Seicento... ottocento, via, e non esitate pi...

Rosina non esit punto.

--Mander a prenderlo domani o dopo domani. Lo consegnerete a chi ve
ne recher il denaro.

--Mandi al mattino dallo dieci alle undici; a quell'ora mio marito non
c'.

--Va bene.

Alla vista di Antonio che veniva dalla direzione di Valnota, un subito
sospetto entr nell'animo di Orsacchio. Un istinto lo avvis che gli
era per lui che quel maledetto pittore aveva fatto tal viaggio, che il
suo asilo era scoperto, e che contro di lui l'amico d'Adolfo avrebbe
eccitata la vendetta della legge. Prov una tal rabbia che dirlo 
nulla. Quel mondo ch'egli aveva con tanta cura sfuggito tendeva ancora
un braccio a ghermirlo.... Che fare? oh non si lascerebbe prendere.
Fuggire di nuovo, ramingar sempre, cercare un ancora pi nascosto
ricetto in estera contrada!

Giunse a casa con un turbinio di siffatti pensieri pel capo che non
gli lasciavano requie. And diviato verso la camera di sua moglie, e
in quella che precedeva si arrest e tese l'orecchio. Gina piangeva e
andava pronunziando tratto tratto con immensa effusione di affetto il
nome di Adolfo.

Al vedere entrare inaspettato il marito, la donna si drizz pallida e
spaventata cessando immantinente dal piangere, quasi dal rifiatare.
Anna, che le era compagna, si ritrasse in un angolo timorosa ancor
essa.

L'uomo guard intorno con occhi che mandavano luce di sangue. Indovin
tutto. Incroci le braccia al petto, si rivolse ad Anna, e
fulminandola con quel suo sguardo tremendo, le disse:

--Un uomo  entrato qui, quest'oggi, ed ha parlato a mia moglie.

Anna non ebbe neppure in pensiero di negare, curv il capo e si
tacque.

--Uscite! soggiunse imperiosamente Orsacchio: e qui dentro non verrete
pi.

La fanciulla part, Gina guardava stupidita e non si mosse. Orsacchio
fece due o tre giri per la camera, poscia piantandosi ritto innanzi a
lei:

--Domani, le disse, noi ripartiremo.

E la lasci sola.

Il domani infatti Orsacchio fu alla pi vicina citt, e verso sera ne
torn con una carrozza a due cavalli di posta. Aveva messo in poche
valigie egli stesso tutto ci soltanto che poteva dirsi
indispensabile; e quando le ebbe fatte caricare sul legno, entr nella
stanza di Gina, e senz'altri preamboli le disse brusco:

--Venite.

La donna alz il capo, guard un poco il marito e parve tutto disposta
ad obbedire.

Orsacchio s'avvi primo verso l'uscio, ed essa lo segu; ma quando il
suo piede ebbe tocca la soglia, Gina s'arrest.

--Dove andiamo?

--Che v'importa saperlo? Noi partiremo di qui.

Ella indietreggi.

--Partire di qui! esclam. Non voglio.

Orsacchio la prese ad un braccio e ripet pi fieramente:

--Venite!

Ma ella, scrollando il capo, con una pacatezza da scema, rispose:

--No, no, non voglio... sto bene qui... sto molto bene... amo il mio
giardino... bench ci sia la neve... ma la neve andr via e torneranno
i fiori...

Il marito le strinse violentemente il braccio e accostando le sue
labbra all'orecchio di lei, quasi da toccarlo:

--Non obbligatemi a mezzi di rigore, le disse. Voglio essere ubbidito,
lo sapete.

La poveretta diede in uno scossone come chi da una placida quiete
venga improvvisamente turbato per un alto terrore. Mand un grido, e
fece a sciogliersi dalla stretta della mano di lui.

--Lasciatemi, lasciatemi!... Ah, voi mi fate male... Lasciatemi stare
per carit.

La si dibatteva per divincolarsi; egli s'avvi verso la porta,
trascinandola a forza dietro s: Gina gettava grida di spavento e
s'attaccava dall'uno all'altro a tutti i mobili della stanza.

--Tacete! tacete! le diceva sommesso il feroce.

--No, no, urlava essa: non voglio partire, voglio rimaner qui...
Uccidetemi piuttosto.

Orsacchio l'afferr per le due braccia, la tir violentemente a s, la
strinse riluttante al suo petto, le pose innanzi al volto il suo
orribilmente contratto, e con accento crudelissimo le disse spiccato:

--S... come ho ucciso Adolfo.

Gina punt le sue deboli braccia alle spalle di lui per rigettarsene
indietro, si dibatt per isciogliersi da quell'orribile amplesso, ma
le forze le mancarono a un tratto, e svenne.

Cos priva di sensi ei la port sollecito nella carrozza.

--A Torino, diss'egli al postiglione: e di galoppo.

Quindi si slanci nella vettura che part di furia.

L'infelice donna abbandonava quella casa come c'era arrivata, svenuta.




XXIV.


Due giorni dopo, era il mercoled, Antonio, che non poteva pagare il
padrone di casa non ostante la dilazione, si vedeva in giudizio
condannato al pagamento mediante lo staggimento e la vendita delle sue
poche robe.

Vanardi, che il giorno prima erasi tutto occupato per Gina,
presentando all'autorit competente una sua denuncia contro Orsacchio,
ora pens di tornare agli uffizii del signor Bancone a ricevere da
Gustavo Pannini la promessa risposta.

Vedendo uscire il marito per tempo, Rosina si rallegr molto; perch
essa aspettava ogni mattina l'acquisitore del quadro, il quale venisse
a pigliar questo ed a recarne il prezzo, e assai si turbava al
pensiero che in tal momento Antonio si trovasse in casa.

Vanardi camminava inquieto alla volta del palazzo del banchiere. Era
l'ultima sua speranza, era l'ultimo filo di salute; se quella riesciva
a non altro che ad un disinganno, se questo gli si rompeva tra mano,
egli era senza redenzione perduto. La sua famiglia sarebbe stata
cacciata sulla strada, e il freddo e la fame si sarebbero disputato a
chi pi tosto l'avrebbe morta.

Introdottosi nell'afa calda di quegli ufficii, dov'era gi penetrato
una volta, Antonio si ricord che il meno scortese di tutti col
dentro era stato il cassiere; epper tir dritto sino allo
scompartimento di lui, e venuto alla cancellata, dimand:

--Ci sarebbe il signor Pannini?

Il cassiere sussult come se gli avessero dato all'impensata un forte
pizzicotto.

--Pannini! grid egli con accento tra la meraviglia e l'indignazione.
Voi cercate di Pannini?

La fronte stretta del brav'uomo aveva una certa ruga che poteva
credersi volesse significare severit e corruccio, e gli occhi di
vetro del buon cassiere avevano una certa fissit a cui se si fosse
potuto attribuire un'espressione, si sarebbe detto esser quella del
dubbio e del sospetto.

--S signore: aveva risposto Antonio.

Il signor Busca parve meditare una qualche cosa importante da dire, e
come meglio dirla; ma due minuti di riflessione evidentemente
profondissima non gli valsero che a trar fuori la seguente richiesta:

--Sapete voi dove sia Pannini? Ne avete voi novelle?

Fu per Antonio la volta di mostrarsi meravigliato.

--Eh no! esclam: se vengo qui a cercarlo....

--Qui! qui! proruppe il signor Bernardo; ma non sapete dunque niente
voi? Ah! quel birbone certo non metter pi i piedi qui dentro, a meno
che due carabinieri ve lo menino.... Il ladro  lontano chi sa
quanto!...  scappato chi sa dove!... Lo scellerato ci ruba dai
cencinquanta ai dugento mila franchi.

Vanardi cadde dalle stelle. Oh s che adesso poteva servirgli la
protezione di quel tale per entrare negli uffizii della banca! Si
part di l disperato del tutto, persuaso che oramai per lui non c'era
pi scampo di sorta, e la sciagura lo voleva senza riparo nel fondo
della miseria.

S'avvi per tornare a casa che non aveva pi la testa a segno; ed
entr nel suo camerone sui tetti colla faccia d'un Amleto che si
apparecchia a dire il famoso monologo. La Rosina, che da un momento
all'altro aspettava chi venisse a pigliare il quadro, si stup
sgradevolmente e si stizz maledettamente del cos sollecito ritorno
del marito. Egli entr nel secondo scompartimento della stanza e si
butt a sedere senz'aver pure il coraggio di parlare; essa cercava
modo di mandarlo via di nuovo, quando venne a turbarla per l'affatto
un picchio dato all'uscio.

Era il padrone d'un piccolo e riposto albergo a cui Orsacchio,
arrivato il mattino, era andato a pigliare stanza sotto un supposto
nome. Per non abbandonare la moglie egli aveva pregato il locandiere
di recarsi col, a quell'ora, ed alla donna dare i denari ritirandone
il quadro; che se ci trovasse il marito fingesse uno sbaglio, non
parlasse di nulla e se ne venisse via tosto tosto.

L'albergatore, che non era de' pi furbi, entrato, e non visto innanzi
a s che la Rosina, credette poter parlare senza pi cautele.

--Siete voi la moglie del pittore Vanardi?

--S signore.

--Bene: vengo per quel certo quadro che avete venduto l'altro jeri, e
qui ci sono i denari.

Antonio ud queste parole e salt fuori con impeto di dietro il
paravento; l'oste rimase in asso, guard la donna, la vide farsi
bianca bianca, poi rossa rossa di volto, cap che l'aveva sgarrata e
non pens ad altro che a battere in ritirata.

Se Vanardi fosse stato in chiaro dei patti, chi sa se l'assoluto
bisogno non l'avrebbe fatto cedere: ma egli non dovette nemmanco
cimentarsi con siffatta tentazione, perch l'oste che ricordava le
pressanti raccomandazioni del suo committente di non dir nulla al
marito, accortosi che giusto quest'esso gli stava dinanzi, non attese
altro, e gi era fuor dell'uscio che Antonio aveva ancor da aprir
bocca.

Marito e moglie si trovarono a fronte e si guardarono tra impacciati e
stizzosi. Ma nella Rosina non fu tarda a dominare del tutto la stizza;
ne nacque una lite del diavolo, in cui anche il marito, che aveva
l'anima per traverso, fece la parte sua, e che fin colla partenza di
Antonio il quale, dato di piglio al suo cappellaccio, fugg
protestando che piuttosto che vivere con un basilisco simile di donna
gli era pi caro qualunque caso, mentre la Rosina gli gridava dietro
che il fistolo lo portasse; sapete bene, i soliti spropositi che fa
dire la collera e che a sangue raffreddo pare impossibile si sieno
potuti dire.

Antonio gir lungamente pei viali fuor di citt come una mosca senza
capo. Ad un punto si lasci cadere sopra un panca, e coprendosi colle
mani la faccia si domand con infinita angoscia dell'animo:

--Ed ora che cosa debbo fare?

Di botto mand un'esclamazione, fece un trasalto e si batt la fronte
come uomo a cui si affaccia l'inspirazione d'un'idea. Si frug in
tutte le tasche finch da quella del petto nel soprabito trasse fuori
un giornale ripiegato: era quello che parecchi giorni prima gli avea
imprestato messer Agapito, perch facesse leggere alla moglie il
pietoso caso di quel povero diavolo che non sapendo pi come
provvedere alla sua famiglia s'era buttato nel fiume. Dopo il luttuoso
avvenimento, narrava il giornale come la carit dei concittadini si
fosse desta ed avesse provvisto agli orfani ed alla vedova del
disgraziato.

Vanardi lesse e rilesse quell'articoletto; si vedeva che ci faceva su
delle meditazioni profondissime; ma in mezzo alla seriet del suo
aspetto passava tratto tratto un lampo di malizia, quasi di buon
umore. Dopo una buona ora di siffatta meditazione, ripieg
accuratamente il giornale, lo ripose in tasca, s'alz e si diresse
verso l'abitazione di Giovanni Selva.

Questi era eziandio molto conturbato ed afflitto a cagione
dell'orrenda disgrazia avvenuta alla famiglia del signor Biale,
disgrazia che vi racconter nel capitolo venturo; ma alla vista della
desolazione impressa sul volto di Vanardi obli tutto il resto per non
darsi cura che di lui.

Il pittore espose come quella medesima disgrazia della famiglia Biale
togliesse anche a lui ogni speranza, raccont la scena avvenuta colla
moglie e fin per confessare che aveva presa una grande risoluzione.

--Quale? domand con inquietudine Selva.

Antonio mostr all'amico l'articolo del giornale che glie l'aveva
ispirata, e soggiunse:

--Un uomo, perch il mondo lo soccorra e i nemici lo perdonino,
conviene che muoia... Io non ho che un mezzo per ridurre mia moglie un
agnellino, per fare che mio zio torni un padre ai miei figli, perch
tutto si aggiusti in bene della mia famigliuola: e questo mezzo 
quello di morire.




XXV.


Se vi ricorda, gli era il luned a sera che Marone doveva recarsi da
Pannini per averne le sue novanta mila lire, e quel giorno medesimo un
agente di cambio era venuto a portare delle cartelle del debito
pubblico pel valore di sessanta mila franchi.

Ora quel giorno, Gustavo Pannini, infelicissimo nelle sue speculazioni
di borsa, doveva pagare dalle sessanta alle settanta mila lire di
differenza per la liquidazione di fin di mese. L'infelice era
disperato, e bench non sapesse come trovarci un rimedio, aveva
pregato quell'agente a cui doveva pagare tal somma, quel cotal
Borgetti che ci avvenne d'incontrare in quegli uffici quando la prima
volta ci entrammo in compagnia di Antonio, di tornare verso sera che
in qualche modo avrebbe provvisto.

Pens ad implorare il principale, e fattosi coraggio sal al piano
superiore dove il signor Bancone, tormentato dalla podagra, stava
sdraiato nella sua camera. Il milionario banchiere non lo lasci manco
terminare; disse a Gustavo che gli era un babbuino ad aver giuocato al
rialzo, mentre egli, Bancone, aveva giuocato al ribasso: che quel
tanto e pi cui Pannini perdeva era egli a guadagnarlo, e che non lo
avrebbe soccorso manco d'un centesimo per mostrargli ad essere pi
accorto nell'avvenire: intanto pensasse a pagare, perch in difetto
egli non avrebbe pi tenuto nella sua banca un tale che non avesse
fatto onore ai propri impegni, altro che dargli il posto di primo
commesso; e con questa pillola confortativa, facendo smorfie orribili
per la gotta, lo conged.

Pagare! come lo poteva Gustavo? Era dunque l'onore perduto e
l'impiego?.. In quella gli venivano ricapitate quelle tali cartelle
che ho detto. Se avesse potuto disporre delle medesime!... Cotal
pensiero si era appena affacciato alla sua mente che Borgetti
sopraggiungeva ad esigere la somma dovuta. Fu un atto pi d'istinto
che di ragionamento. Gustavo prese quelle cartelle e le pose in mano
all'agente di cambio che lieto di vedersi cos assicurato s'affrett a
partirsi colla sua preda. Fu quando Borgetti era partito che Gustavo
si rese conto dell'azione che aveva commessa. Raccapricci. Che cosa
direbbe al principale? che cosa allo suocero? sent la testa dargli in
ciampanelle. Non c'era che un modo: partire, allontanarsi, fuggire. Ma
come, se non ne aveva manco i mezzi?... In quella ecco aprirsi l'uscio
e il signor Bernardo Busca, cassiere della banca, presentarsi con fra
mano alcuni sacchetti ed un grosso viluppo di biglietti di banca.

--Ecco le novanta mila lire richiestemi per questa sera. Vuole che le
riscontriamo insieme?

--Oh, non occorre: rispose Gustavo; le deponga cost, ed io glie ne do
tosto il discarico.

--Le cose in regola, disse il formalista cassiere. Potrei aver
commesso un errore nel contare, ed ella non deve accettare la somma
senz'esser certo del fatto suo. Verifichiamo.

--Lei non commette errori, signor Busca, ne son di l di sicuro. Pure,
se ci le garba...

Il cassiere si pose a versare sulla scrivania i sacchetti di
napoleoni. Fu un'onda d'oro che copr il tappeto verde, fu un suono
d'armonia seduttiva che, ripercossa dalle pareti di quel camerino,
dest, per cos dire, il demone della volutt del guadagno. A quel
rumore ed a quella vista gli occhi di vetro del cassiere rimasero quei
medesimi; ma le pupille di Gustavo s'accesero stranamente, mentre le
sue guancie impallidivano. Nel toccare, nel fare scorrere, nel
rammentare a pile quelle lucenti e tintinnanti monete, le dita del
giovane fremevano; con una tenacit carezzevole e desiderosa esse
palpavano i dischi metallici e la carta delle polizze di valore.

Quand'ebbero finito di contare, Bernardo rimise i napoleoni ne'
sacchetti, sovrappose l'una all'altra le polizze di banco, lasci il
tutto l dinanzi a Gustavo e si ritrasse.

Il marito di Lisa rimase solo. Solo? No: v'era col dentro un tremendo
demone tentatore, e quei sacchetti e quei pezzi di carta esercitavano
sul suo spirito un funesto fascino irresistibile.

L avrebbe potuto avere i mezzi per fuggire: l avrebbe potuto avere
almeno assicurata la sua esistenza avvenire... S'alz e si pose a
passeggiare per la stanza agitato:

--Perduto ad ogni modo, lo sono: disse egli ad un punto, tanto vale
adunque...

S'arrest e pass la destra sulla fronte madida di freddo sudore.

--Fra poco Marone verr a pigliare i suoi denari... tanto meglio!.. Oh
venga presto...

In quella si picchi all'uscio del gabinetto.

--Gli  lui, pens Gustavo, il sogno  finito; e ratto il suo sguardo
corse al denaro, e, come un lampo, gli pass per la testa l'idea di
gettarvisi su, d'arraffarlo e fuggire per l'altra porta.

Ferm il viso, mand un sospiro, e con voce non calma del tutto,
disse:

--Avanti.

Ci entr, non Marone, ma la vecchia di lui fante.

Voi sapete che il giorno innanzi il padrone di casa di Antonio era
caduto gi dalle scale e s'era slogato una gamba; non potendo quindi
venire, mandava la serva con una sua lettera in cui, narrando la
disgrazia avvenutagli, pregava il signor Pannini a volergli recare a
casa la somma in discorso, che glie ne avrebbe fatta una fiorita
compitezza.

Negli occhi di Gustavo balen una fiamma di gioia. Non fu riflessione,
fu come una trista ispirazione dell'inferno. Si mise alla scrivania, e
rispose a Marone, quella sera non poter egli rendersi alle brame di
lui, ma il domani senza fallo sarebbe ito col denaro. Pieg la carta,
vi pose il suggello e la diede alla fante la riportasse al padrone. La
sua mano tremava un pochino. Quando la donna fu uscita, il giovane,
pallido e cogli occhi sconvolti, corse al tavolo, abbranc sacchetti e
involti delle polizze, serr tutto fra mani, fra le braccia, al suo
petto, con febbrile passione.

--Tutto questo  mio, esclam; fuggir... Prima di domani a sera non
si sapr nulla... Andr in America... L in pochi anni mi far ricco a
milioni... Ricco!.. ricchissimo!..

Pose nelle sue tasche l'oro e le carte di valore; tremava come
assalito dalla terzana: non era pi in s: usc ratto e dovette
tornarsene indietro a prendere il cappello che dimenticava. Aveva
sulla faccia l'impronta pi della pazzia che del delitto. Quando fu
nella strada vide passare una carrozza da nolo venturosamente vuota;
la chiam, ci salt dentro e diede l'indirizzo per a casa sua. Era
l'imbrunire e i lampioni delle strade cominciavano ad accendersi qua e
col. A casa lo aspettavano pel pranzo. Nello scendere di carrozza
egli ci pens. Con che viso sarebbe venuto innanzi allo suocero ed
alla moglie? E poi conveniva partire il pi presto possibile, e che i
suoi, cercando di lui, non dessero l'allarme; e s'egli parlava loro di
partenza l'avrebbero oppresso di richieste e postolo troppo
agevolmente in imbarazzo. Tutto questo gli pass pel capo in un
baleno; e il suo partito fu preso di botto. Entr dal portinaio e
chiese un fogliolino di carta: ci scrisse su poche righe in cui diceva
alla moglie, per ragione del suo ufficio aver egli da partir tosto e
star assente alcuni giorni, non volesse quindi darsi pena del non
vederlo, e lo scusasse anche presso lo suocero dell'allontanarsi cos
senz'altri saluti, ma necessit lo voleva.

Diede la lettera al portiere perch la recasse tosto su a Lisa, e
tornato nella carrozza ordin al cocchiere lo menasse in fretta allo
scalo della ferrovia, da cui stava giusto per partire a quell'ora un
treno.

Al ricevere di quel biglietto, Lisa, col meraviglioso istinto di donna
amante, presenti che quella era una disgrazia; non sapeva capire come,
venuto fin sotto alla porta, Gustavo non fosse salito a darle almanco
un bacio d'addio. Pass una notte agitatissima ed insonne, e pareva,
tanta era la sua inquietudine, che ad ogni momento s'aspettasse lo
scoppio del fulmine che doveva distrarre ogni suo bene terreno.

E il fulmine precipit verso mezzogiorno. Lisa e suo padre, dopo
l'asciolvere stavano nel salotto, quando una violenta scampanellata
risuon dall'uscio dell'appartamento. Lisa, senza sapere il perch,
sent il suo cuore mettersi a palpitar forte. Si ud nella stanza
precedente il passo concitato d'un uomo ed una voce aspra ed affannata
che diceva:

--Non c'?...  partito?... Voglio veder sua moglie... suo padre...
voglio parlare a qualcheduno, io!

Il signor Biale voleva andare a vedere egli stesso che cosa fosse,
quando la serva entr di fretta.

--Gli  un signore tutto accalmanato, disse, che dimanda di sor
Gustavo, e vuole ad ogni modo venire innanzi.

--Introducetelo, comand l'antico capitano.

In questo mentre lo sguardo di costui si pos sulla figliuola. Ella
era s pallida e turbata ch'egli se ne atterri.

--Lisa, esclam, c' qualche cosa? che sai tu?...

--Niente, niente: ebbe tempo appena di rispondere la donna.

Il signor Bernardo, il cassiere di Bancone, si precipitava nella
stanza coll'impeto d'un masso che precipita gi da una china.

--Signora! grid egli avanzandosi quasi minaccioso verso Lisa: dov'
suo marito? Ho bisogno di parlargli, ho bisogno d'averlo qui subito.

Lisa confusa, quasi spaventata, non seppe nemmeno rispondere. Il
capitano, facendo un passo verso il nuovo venuto, disse con accento
asciutto e risentito:

--Signore, mio genero non  a Torino.

Busca si volse di scatto verso di lui.

--Ah, proruppe, il birbone  proprio scappato...

Il signor Biale gli tronc aspramente la parola.

--Chi siete voi? che modo  codesto? che impertinenza  la vostra?

E il dabbene Bernardo con tutto il calore di cui era capace:

--Chi sono? Sono il cassiere della banca a cui vostro genero ha
portato via cencinquanta mila lire.

A questa brutale sortita, Lisa cadde seduta, mandando un grido: Biale
indietr come colpito a mezzo il petto da una botta.

--Signore! sclam quest'ultimo: voi mi darete ragione di queste
parole.

Il cassiere cont senz'altro come la mancanza di Pannini dal suo posto
e quella delle cartelle del debito pubblico avessero gi desto alcun
sospetto in Bancone; come una lettera di Marone avesse avvisato che
egli non aveva ricevuto i denari; come la misteriosa partenza di
Gustavo troppo confermasse i concepiti sospetti.

-- impossibile,  impossibile, disse Biale diventato pallido, che
pure sentiva entrare in suo cuore lo spavento che quella potesse
essere la verit.

Lisa si drizz con impeto, presa da nuova energa, e gett le braccia
al collo del genitore.

--S,  impossibile: grida ella: oh! difendetelo voi, padre mio, non
lasciatelo calunniare il mio Gustavo. Egli  innocente, ne sono
sicura...

E la meschina ruppe in pianto.

--Sta di buon animo: le disse il capitano abbracciandola; sar uno
sbaglio che tosto si metter in chiaro... Io vengo con voi, signor
cassiere: voglio parlare al vostro principale.

Ed abbracciata amorosamente la figliuola, partissi tosto col signor
Bernardo.




XXVI.


Bancone soffriva della podagra anche pi del giorno precedente; e il
fatto della fuga di Gustavo l'aveva mandato in un'irritazione da non
dirsi.

Bernardo entr primo nel gabinetto del banchiere.

--Ebbene? dimand Bancone appena lo vide: quel mariuolo ce lo menate
voi qui per le orecchie?

--Egli  fuggito davvero: rispose Busca, coll'aria mortificata d'un
segugio che si lasci scappar la lepre.

Bancone mand una grossa bestemmia da scandalizzare un vecchio
caporale.

--Ma c' qui suo suocero: continu Bernardo.

--Suo suocero! esclam il banchiere. E che cosa m'importa dello
suocero? Andate a chiamare l'assessore di pubblica sicurezza.

Biale s'avanz.

--Un momento, di grazia, diss'egli con nobile accento: la prego.

Bancone mir il volto pallido e commosso del capitano: quelle
sembianze severe ed oneste gli imposero.

--Che cosa la mi vuole?

--Prima di gettare il disonore sopra un nome ed una famiglia si
compiaccia riflettere.

--Riflettere! proruppe Bancone trasalendo sulla poltrona: e intanto il
merlotto se la batte col bottino... Fossi matto!

--Ma se fosse un equivoco?

--Non c' equivoco: la cosa  chiara come il sole....

E raccont al capitano come Gustavo giuocasse alla borsa, avesse
perso, avesse pregato lui di soccorrerlo, e si fosse soccorso poi
colle sue mani, rubando.

L'infelice padre di Lisa sent la vergogna affogarlo; con voce che
stentava ad uscir dalla gola, disse allora:

--Ebbene, la prego in nome della carit a voler soprassedere... Pensi
che vi sono degli innocenti.

--Penso che ci perdo centocinquanta mila lire: interruppe ruvidamente
il banchiere.

--Signore... tutto quello che ho son pronto a dare per indennizzarla.

--Eh si, parole! Il suo patrimonio  egli bastevole a ci?... Non ne
so niente io, e non voglio perdere tempo in inutili incombenti.

Biale non preg pi. La pena che l'opprimeva era incredibile. Una
vergogna dolorosa, pi che parola umana possa esprimere, gli gravava
l'anima eletta; il rossore, senza colpa, gli faceva abbassare quella
nobile fronte che sino allora aveva portata alta innanzi a tutti, nel
fuoco delle battaglie, nelle vicende della vita civile.

--Faccia a sua posta, diss'egli con dignit. Eseguisca lei ci che
crede suo diritto, io non mancher di fare quel che penso mio dovere.

E fatto un leggiero inchino se ne part, la morte nell'animo, ma fermo
tuttavia nel viso.

Con quanta impazienza Lisa attendesse il ritorno di suo padre  pi
facile immaginare che dire. Quand'egli giunse si precipit verso di
lui, e venne a cadere fra le sue braccia.

--Gustavo  innocente, esclam ella. Non  vero che Gustavo 
innocente?

--Voglio ancora sperarlo, rispose il padre, non osando dire la
tremenda verit: ma intanto conviene tosto provvedere che niuno pel
fatto suo abbia danno. Tutto ci che io posseggo  tuo, sei tu pronta
a sacrificarlo?

Lisa non lo lasci terminare.

--Tutto, tutto, diss'ella. Purch Gustavo sia salvo... e torni
presto... O cielo! s'egli non avesse a tornar pi?

Intanto l'autorit a cui s'era sporta denunzia avvisava per telegrafo
tutte le stazioni di carabinieri, lungo la linea di ferrovia per cui
si appur essere partito Gustavo, perch si cercasse del fuggitivo e
lo si arrestasse.

Un giorno solo era trascorso e la povera Lisa pareva aver passati anni
di dolore: anche suo padre era disfatto e scoraggiato. Il bravo uomo
gi aveva date tutte le disposizioni per vendere il suo piccolo avere,
e si addolorava forte perch non bastasse a pagare l'intiera somma da
Gustavo derubata.

Verso le dieci ore padre e figliuola furono riscossi dal suono del
campanello. Questa volta era Carlotta, la cameriera della marchesa di
Campidoro, che domandava sollecita di parlare alla signora Pannini.

Venuta innanzi a Lisa ed al capitano, la giovane cominci a chiedere
scusa del presentarsi cos di suo capo, non mandata da nessuno, ma
soggiunse non averci potuto resistere, aver ella troppo interesse e
troppa simpatia per la buona signora Lisa da vedere con indifferenza
la solenne birbonata che si voleva compire a danno di lei. Pregata di
spiegarsi, raccont come da un pezzo ci fosse intorno alla marchesa
una gara fra Grisostomo, il curato, il dottor Lombrichi, il signor
Marone e il cavalier Salicotto a dar la caccia all'eredit dei
Campidoro: che negli ultimi giorni i fili s'erano venuti stringendo,
che fattasi una lega fra tutti, escluso Salicotto, cui avevan trovato
modo di levare ogni considerazione nello spirito della marchesa merc
la storia narrata dal dottore del modo di governarsi di quel tale
verso suo padre, aveano deciso di spartirsi fra loro la torta; che da
un po' di tempo stavano a' panni alla marchesa perch rifacesse dietro
loro intenzione il suo testamento, che per una ragione o per l'altra
non ci avevano mai potuto riuscire, ma che di quel giorno medesimo,
premendo la cosa perch la vecchia era molto gi, si voleva finire la
bisogna. La buona Carlotta pertanto veniva ad avvisare la signora Lisa
perch accorresse subito presso la santola, la quale vedendola o non
avrebbe pi fatto il nuovo testamento od almanco non ci avrebbe pi
dimenticata la figlioccia, come quei brutti musi la volevano indurre a
fare.

Detto ci, la buona ragazza scapp tosto per tornare a casa prima che
la sua mancanza vi fosse avvertita.

Padre e figlia rimasero senza parlare per un po': Lisa aveva sentito
che il suo dovere era di accorrere ad assistere la santola che stava
male, ma ora il suo cuore era preso da tanto affanno che non aveva
risoluzione e coraggio a pur pensare ad altro che quello non fosse: il
capitano appariva preoccupato assai. Fu egli finalmente a rompere il
silenzio.

--Conviene tu ci vada dalla marchesa, prima perch  tuo debito,
poi...

Ristette come se le parole che avevano da seguire gli fossero penose
da pronunziare, e in vero non fu senza sforzo ch'egli soggiunse:

--Perch se tua matrina ti volesse favoreggiare, ci ne gioverebbe
assaissimo...

Arross come uomo in colpa e s'affrett a soggiungere:

--Non gi per noi... ma per poter riparare a tutto... il danno fatto
da Gustavo.

Lisa non rispose parola, ma diede in una esclamazione, e corse a
vestirsi.

Dieci minuti dopo, ella era pronta ad uscire quando la sorte le mand
un ostacolo ad impedirnela. Era l'autorit giudiziaria che si
presentava per procedere ad una perquisizione domiciliare.

La brava Carlotta intanto aspettava l'arrivo di Lisa a casa della
marchesa con vera impazienza. Ma il tempo passava, ed ecco alle undici
il notaio arrivare ed essere introdotto tosto nella stanza
dell'inferma, dove gi erano il curato ed il dottore. La signora
Pannini non s'era ancora fatta viva.

La stanza dell'inferma era in una oscurit quasi completa; nel fondo
giaceva la vecchia in un letto suntuoso, cortinato di seta, e il
macilento di lei corpo si perdeva affatto sotto le coperture, come il
capo quasi scompariva in mezzo dei guanciali di piuma a cui
s'appoggiava. Presso al letto stavano il parroco ed il medico: in un
angolo della stanza un tavolino con sopravi carta, penne, calamaio,
bastoncini di cera lacca ed una candela accesa, con un coprilume opaco
che non ne lasciava spandere i raggi all'intorno.

Appena entrato col notaio, Grisostomo and innanzi, e s'avvicin
sollecito alla giacente dalla parte del letto verso la parete.

--Il notaio  qui finalmente: diss'egli.

Non s'ud risposta alcuna dell'ammalata.

Il dottore col pi lezioso de' suoi sorrisi sulle labbra s'accost al
notaio che stava l piantato, senza vederci ancora distintamente in
quella oscurit, e gli disse:

--Lei avr gi preparato l'atto?

--No, signore.

--La sarebbe stata pi spiccia. Pazienza! S'accomodi qui e lo rediga
subito, ch la signora marchesa desidera far presto.

Egli accennava il tavolino col lume.

--Scusi, disse il notaio, ma per ragione del mio ministero, mi bisogna
parlar prima colla cliente.

S'avvicin al letto. I suoi occhi gi avvezzi a quella poca luce
videro l'ammalata che gi pareva morta, cotanto era gialla e senza
espressione nel volto: aveva per gli occhi larghi e quasi inquieti.

--Riverisco, signora marchesa, disse il notaio, come sta?

Grisostomo si chin verso la giacente.

-- il signor notaio ch'ella aspettava sin dall'altro ieri.

E la marchesa guardando stupidamente il notaio si pose a balbettare:

--Testamento... testamento... ho da fare testamento.

Il dottore fu lesto ad interpretare quelle parole al notaio.

--La sente? Dice che ha mandato a chiamar lei per fare testamento.

--Eccomi ai suoi ordini: disse il notaio parlando alla marchesa.
Questa e proprio la sua decisa volont?

Grisostomo fiss con s intentiva insistenza i suoi sguardi sulla
vecchia, che gli occhi di costei, come per influsso magnetico, furono
attirati a quelli di lui e parvero attingervi alcuna maggiore
intelligenza.

--Grisostomo, balbett ella con fievolissima voce, dite voi, fate
voi.... Ho sete, datemi da bere.

Il domestico pass il suo braccio sotto ai tanti cuscini che reggevano
il capo dell'inferma e ne la sollev pianamente; Lombrichi gli porse
un bicchiere, e Grisostomo messolo alle labbra della vecchia, vi
lasci cadere a goccie la bevanda. Poi la rimise gi adagino e le
riassett intorno al collo le coltri.

Il notaio riprese a domandare:

--Che sorta di testamento vuol ella fare signora marchesa? pubblico o
segreto?

--Segreto, segreto: rispose il curato che non aveva ancora detto
sillaba, e presa d'in sul tavolino una carta ripiegata in quadrato e
chiusa da pi sugelli di cera lacca, la porse al pubblico uffiziale:
ed eccolo qui.

--Va bene, disse il notaio, ma bisogna che sia la marchesa stessa che
me lo consegni, dichiarandomi espressamente in presenza dei testimonii
che quello  il suo testamento.

Grisostomo si curv di nuovo verso la giacente, e fissandola con
un'espressione che quasi poteva dirsi di comando, le disse:

--Ha udito? Bisogna che sia lei a dar nelle mani del notaio il
testamento.

La marchesa volse al _cacciatore_ i suoi occhi fatti quasi sgomenti e
ripet con voce tremolante:

--Testamento!... testamento!... O Dio! Ho proprio da morire?

Il domestico si chin vieppi sull'ammalata, e le disse all'orecchio:

--No, anzi.... ci le vorr far del bene.

Il curato entr in mezzo anch'egli.

--La nostra vita  nelle mani di Dio; e felice colui che  in ogni
modo preparato a comparirgli dinanzi.

Il medico fu lesto a temperare l'effetto poco rassicurante di queste
parole.

--Grisostomo ha ragione, diss'egli. Quando la si sar tolto questo
fastidio, pi tranquilla d'animo, la vorr stare assai meglio.

--S?... Allora.... fate voi Grisostomo.... dite voi.... E mi si lasci
la pace.

Furono introdotti i servi che dovevano servire da testimoni;
Grisostomo trasse fuori dalle coltri il braccio destro della marchesa,
lev dalle mani del curato la carta ripiegata, e la pose nella destra
dell'inferma, poi le disse:

--Ecco: dia questa carta al signor notaio e gli dica: Questo  il mio
testamento.

La marchesa ubbid come una macchina; e il notaio, ricevuto il plico,
and al tavolino preparatogli e ci sedette a scrivere l'atto.

In quella un po' di rumore ed alcune parole scambiate nella stanza
vicina attrassero l'attenzione di Grisostomo; gli parve udire fra le
voci che parlavano quella di Lisa, ed accorse sollecito. La figlioccia
della marchesa stava proprio per entrare spinta da Carlotta.

Lisa, tostoch libera, erasi affrettata a giungere in quel punto.

--Presto, presto, le aveva detto Carlotta che era andata ad aspettarla
in anticamera; forse la  ancora in tempo.

E, prendendola, l'aveva menata sollecitamente fino all'uscio della
camera da letto della padrona. Ma col ecco mettersi innanzi a loro un
servo che, d'ordine del signor Grisostomo, aveva da impedir l'entrata
a chicchessia. Carlotta volle persuaderlo, Lisa si mise a pregarlo, e
Grisostomo comparve in quella.

--Che cos'? diss'egli, lanciando uno sguardo da basilisco su
Carlotta.

Costei cap che per essa la era rotta affatto col _cacciatore_, e che
perci tanto valea la lotta aperta.

--C' che la signora Pannini vuol vedere sua madrina, e niuno glie
l'ha da impedire: diss'ella con un coraggio eroico.

Grisostomo si volse al servo.

--E tu panbianco, che cosa facevi cost?

--Io le ho detto subito che in questo momento non si poteva entrare:
rispose il servo.

E Grisostomo, burbero, senza per guardare in faccia la signora Lisa:

--N in questo momento, n mai.

La moglie di Gustavo fece un passo innanzi, e con dignitosa fierezza
proruppe:

--Che vorreste voi dire, Grisostomo?

-- l'ordine della signora marchesa, rispose costui guardando sempre
di sbieco, quasi non osasse fissare in volto la signora.

-- impossibile, esclam Lisa con isdegno: voi mentite.

--No, signora: rispose Grisostomo stizzito; la mia nobile padrona ha
detto...

Esit un momentino; ma poi, come ripreso coraggio, soggiunse
spiccatamente:

--Che non la voleva pi accogliere in casa sua la moglie di un ladro.

Lisa indietreggi, si fece bianca come un cencio e mand un grido,
come se un acuto dolore l'avesse sovraccolta improvviso; poi
barcollante and verso la pi vicina seggiola e vi si lasci cadere
priva di forze.

--Andate l, che siete proprio un villanaccio: esclam Carlotta, e si
affrett a soccorrere la povera Lisa.

L'uscio della camera della marchesa si apr e il dottore Lombrichi
porse in fuori la testa.

--Grisostomo, diss'egli: venite, si tratta di farla sottoscrivere.

Lisa part, come potete pensare, per non tornare mai pi in quella
casa.

Mezz'ora dopo Grisostomo cercava di Carlotta, ed avutala a s, le
diceva:

--La signora marchesa, nel suo testamento, ha lasciato una buona somma
a tutti i servitori maschi e femmine che si troveranno in sua casa il
d della sua morte; voi, mia cara, non godrete di questo vantaggio,
perch da questo giorno medesimo voi andrete fuori... E ci avrete
guadagnato codesto a voler fare la generosa protettrice d'altrui.

Pochi giorni dopo la marchesa di Campidoro moriva. Aperto il suo
testamento si trovava ch'ella aveva lasciato erede la Congregazione di
Santa Filomena coll'obbligo d'una rendita annuale al parroco per tante
messe e per largizioni ai poveri; e che a Grisostomo aveva assegnato
un legato vistosissimo col patto di mantenere ed aver cura della
cagnolina _Mim_, ed al dottor Lombrichi un lascito considerevole.
Alla sua figlioccia un legatuccio di cinquemila lire.

Salicotto, dimenticato per l'affatto, scrisse un articolo di fuoco
contro le mene dei clericali captatori di eredit.




XXVII.


Sono passate oramai ventiquattr'ore da che Vanardi  uscito per
disperato di casa sua, e Rosina non l'ha pi visto ritornare. Nella
buona donna, di cui vi ho gi detto pi volte che l'indole era
eccellente, non aveva tardato molto a svanire del tutto la collera che
l'aveva spinta alle troppo male parole contro il marito; onde la s'era
pentita forte, e la paura l'aveva assalita potentissima che Antonio,
irritato di soverchio, non ponesse in atto la minaccia di tornar pi.

La notte angosciosa ch'ella pass nella vana attesa del marito aveva
servito sempre meglio a macerarle per cos dire l'animo ed ammollirne
la tempra. Quando la prima luce del mattino la sorprese, levata
ancora, tutto freddolosa, gli occhi rossi dal piangere, il pentimento
l'aveva cos conquisa ch'ella proponeva, giurandolo a s stessa,
d'essere d'ora innanzi pel marito una vera pasta di zuccaro.

Verso le dieci, ella ode il rumore di parecchi passi nel corridoio
delle soffitte; alza vivacemente la testa; ma sono in pi, e con chi
verrebbe egli Antonio, se fosse lui? Richina la testa scoraggiata;
eppur s, tutti quei passi si sono fermi all'uscio del camerone. O
cielo! ci picchian dentro. Un forte palpito la colse. Fosse avvenuta
disgrazia ad Antonio! e glie lo recassero allora sanguinoso, ferito,
morto? Si ripeteva il picchiare. Rosina and ad aprire, e si trov in
faccia quattro uomini sconosciuti, vestiti di nero. Erano il
segretario della giudicatura, uno scrivano, un usciere ed un pubblico
estimatore che venivano, dietro sentenza del giudice, sulle istanze di
Marone, a _procedere agli atti esecutivi in odio_ di Antonio Vanardi.

Rosina all'annunzio che glie ne di il segretario, sent mancarle il
cuore: sola com', vedersi prendere le poche robe e cacciata fuori di
casa coi bimbi!... Si mise a pregare, scongiurare piangendo; e il
segretario intenerito le dichiar con evidente rammarico che la
volont del bigotto padrone di casa era irremovibile, e che a loro non
toccava che fare il dover loro.

Ma s'era appena incominciato, quand'ecco un susurro nel corridoio di
gente che veniva, e poi tosto entrare una frotta, a capo la quale
erano Selva, lo speziale Agapito, il filantropo Salicotto, la
portinaia e suo figlio, e dietro loro il pizzicagnolo della strada, il
panattiere, il carbonaio, tutti i creditori di Antonio, e quasi tutti
gl'inquilini della casa.

Ed ecco come avveniva che tutta quella gente fosse l.

Messer Agapito, si teneva sul passo della porta di sua bottega,
secondo il solito. A dire tutto il vero, la noia lo possedeva e lo
faceva sbadigliare. Da parecchi giorni era succeduto un cambiamento
nella sua vita che non tornava affatto a suo vantaggio: al vecchio
egoista mancava qualcheduno da tormentare. La partenza di Anna gli
aveva tolto un docile soggetto e sempre l sotto mano da punzecchiare
ad ogni volta gli saltasse mattana: e ci lo crucciava molto, il
brav'uomo ch'egli era.

Tornato a casa quel d, e trovato in luogo della nipote un biglietto
che lo avvisava essere ella decisa a levargli il fastidio e il peso
della sua carit per essa, e volersi restituire al villaggio a vivere
miserissimamente del suo lavoro, Agapito aveva incominciato per
gridare all'ingratitudine ed alla perversit di quella bertuccia, per
cui egli aveva fatto cotanto; poi tosto se n'era anzi rallegrato,
dicendosi che la era un carico per lui, che la non era buona da
niente, e tanto meglio l'esserne disimpacciato. Ma ecco che a luogo di
Anna era pure stato costretto a prendere una fante; e questa conveniva
pagarla, per quanto meno egli volesse spendere, sempre di pi della
nipote, a cui non dava la croce d'un centesimo: e la serva non era
acconcia a soffrire tutti gli umori e tutte le mattie del vecchio
speziale, ma alle aspre di lui parole rimbeccava di santa ragione, e
per poco egli volesse imporne la era subito pronta a piantarlo in
asso, senza pi un cane che lo servisse. Epper egli nel suo segreto
di belle volte lamentava gi non poco la mancanza dell'_ingrata_
nipote, e andava macchinando come richiamarla all'ovile.

Ed erano di cotali pensieri che gli frullavano nella mente quella
mattina di cui vi discorro; quando Selva presentatoglisi tutto turbato
nel volto, disse che veniva appunto in cerca di lui, desiderando
parlargli.

Messer Agapito, tutto ingrognato, senza pur tentare di fare il menomo
gioco di parole, in tono grave, senza offrire a Giovanni d'entrare in
bottega, pesc nella sua tabacchiera di corno una presa, e rispose
esser pronto ad ascoltare.

Selva non mostrando d'accorgersi punto punto di queste maniere disse:

-- egli molto tempo ch'ella non ha visto il mio amico Vanardi?

Lo speziale diede in un leggier guizzo e i suoi occhi corsero
interrogativi e dubitosi sulla faccia di Giovanni. Dopo quella sua
certa scena colla moglie d'Antonio gli era sempre rimasto nell'anima
un salutare timore verso quest'esso ed ogni cosa che venisse da lui.
Rispose adunque con una certa diplomaticheria:

--Io?... Ma!... Non saprei nemmanco. Questa mattina certo di no...
Perch mi domanda ella codesto?

--Perch? riprese Giovanni con faccia sempre pi contristata, perch
temo una grande disgrazia.

La curiosit dello speziale fu sovreccitata di presente.

--Oh! esclam egli cogli occhietti accesi e porse a Selva la scatola
aperta. Che cosa mai? che cosa mai?  accaduta qualche novit?

--Lei  un uomo di molta prudenza.

Agapito lev in alto la sua mano destra col pizzico di tabacco fra il
pollice e l'indice.

--Epper ho voluto consigliarmi con lei: continu Selva.

--Dica pure. Eccomi qua tutto ai suoi comandi. Che cosa  arrivato?

--Ella sa le misere condizioni di quel povero Antonio.

--Eh, eh! fece lo speziale, strabuzzando degli occhi, crollando la
testa ed agitando la mano.

--Ebbene, la miseria ha mandato quell'infelice a un disperatissimo
partito.

Agapito fece un piccol salto indietro.

--Misericordia! sclam egli; ne ha commessa alcuna di grossa....

--Si  ammazzato.

Lo speziale mand un grido di stupore.

--Ammazzato!?

--Tutto me lo fa credere....

Agapito senz'altro, apr l'uscio a vetri della bottega e chiam i
garzoni.

--Martino, Giannello, la sapete la novit? Oh che caso! oh che
caso!... Ne son tutto rimescolato... Chi l'avrebbe mai detto?

--Che ? che ? domandarono i garzoni venendo fuori.

--Il pittore Vanardi s' ucciso.

Oh! Ah! esclamazioni da non dirsi.

La portinaia usciva in quella dalla casa.

--Ucciso chi? domand ella accorrendo.

Poich le fu risposto ella grid e schiamazz per cinquanta. Bastiano
suo figlio, venuto fuori anche lui ed udita la novella, corse a
propalarla nelle botteghe vicine: tutti accorrevano al fondaco dello
speziale.

--Il pittore! Ucciso? Possibile! Come? Quando? Perch? Povero diavolo!
Povera moglie! Poveri bambini!

In un momento la strada fu tutta sossopra e gi a piovere
interrogazioni e commenti intorno a Giovanni, che ottenuto poscia un
po' di silenzio ebbe campo finalmente ad esporre il fatto.

Narr come la mattina precedente avesse ricevuto una lettera
dall'amico in cui questi diceva, che disperato aveva risoluto finirla
con un gran colpo e torsi alla sua miseria ed alla vista di quella de'
suoi: gli raccomandava pertanto la sua famiglia nell'atto che gli
mandava quell'ultimo addio. Selva, datosi premura di cercare di
Antonio sparito di casa, non aveva potuto raccogliere altra notizia
fuor quella che il misero era stato visto gironzare sulla sponda del
Po.

--Vi si  buttato: interruppe a questo punto Agapito; la cosa 
chiara. Precisamente come quell'altro di cui parlava il giornale
quindici giorni sono... Anzi, mi ricordo che son io che glie ne ho
dato da leggere la pietosa novella, la quale gli fece tanta
impressione che volle gli lasciassi quel foglio... che poi non mi ha
pi restituito.

-- certo, disse uno, che da qualche tempo egli aveva un'aria affatto
sconvolta.

--Ci si vedeva in viso, aggiunse un altro, che macchinava qualche
doloroso proposito.

--Poveretto!

Fu un alto levarsi di compianto: il fornaio medesimo, lo stesso
pizzicagnolo, perfino il carbonaio, uno de' pi accaniti fra i
creditori d'Antonio, protestarono che a preferenza vorrebbero
rinunziare ad ogni loro credito verso il misero pittore che udire una
siffatta disgrazia.

Ed ecco, mentre pi fitto era il capannello e pi animate erano le
chiacchiere, sopraggiungere un altro personaggio ad interrogare che
fosse: niente meno che il filantropo, democratico, socialista cavalier
Salicotto. Le esclamazioni ch'egli fece e i sermoni ch'ei ne tolse
occasione a tirar gi contro i ricchi e le ingiustizie sociali, non ve
li ripeto per non infastidirvi; ma vi basti sapere ch'ei ne ottenne
gli applausi e l'ammirazione di tutta quella poveraglia l radunata,
la quale, per la maggior parte, vedeva nelle miserie del pittore poco
su poco gi le proprie.

Quando s'era sul migliore di questi compianti, quando la compassione
era giunta al suo apogeo, ecco entrar nel portone della casa i quattro
uomini vestiti di nero che abbiamo gi veduto penetrare nell'alloggio
di Vanardi. La portinaia li riconobbe per quel che erano, e indovin
quello per cui venivano; e figuratevi se la poteva rimanersi dal
dirlo! Allora fu un susurro pieno di minaccie e d'improperii contro
quel bigotto impostore, baciapile e succiapoveri di Marone, a cui
accollavano ogni peggiore appellativo: e tutta quella gente, la quale
mezz'ora prima, per avere il fatto suo, avrebbe voluto fare il
medesimo a danno del povero Antonio, ora pareva pronta, in difesa
della famiglia di lui, a qualunque partito anche violento.

Ad un tratto, come per un'idea nata simultaneamente in tutte quelle
teste, si grid da ogni parte:--Andiamo su; conviene impedire una
tanta infamia; difendiamo quegli innocenti.

E come per una spinta possente, tutta quella massa s'avvi verso le
soffitte della casa di Marone. Il rumore di essa che saliva chiamava
sulle porte ad ogni ripiano i casigliani; s'interrogava, si
rispondeva: la curiosit, la piet, l'indignazione accrescevano la
frotta, e di questa guisa giunsero, come vi dissi, nella stanzaccia
del pittore.

--Che cosa c'? domand il segretario stupito, e poco tranquillo di
quella invasione. Salicotto s'avanz e cominci un bel discorso in cui
Marone era acconciato pel d delle feste: ma Rosina, che si stava
abbandonata e come sbalordita in un angolo, serrando a s i suoi
bambini, sollev la testa, vide Giovanni Selva, e di botto, con impeto
disperato, si slanci verso di lui gridando:

--E mio marito? Dov'? Che cosa  di lui?... Ditemelo per amor di Dio.

Quest'atto, queste parole, e l'accento con cui furono pronunziate,
commossero tutti.

--Cara signora Rosina, rispose Giovanni non senza imbarazzo ed
osservandola bene: io veramente non so bene... credo che suo marito
star assente qualche tempo...

Messer Agapito frattanto s'era accostato al segretario e gli disse a
mezza voce in aria di mistero:

--Lasci tranquilla questa povera famiglia: il misero Vanardi  morto.

In altri momenti, altre parole, la Rosina non avrebbe udite; ma a quel
punto la terribile frase giunse chiara e precisa al suo orecchio. Essa
gett un grido straziante e corse allo speziale.

--Morto!... Mio marito?... Lei lo ha detto... Lei lo sa!... O mio
Dio!... Mi dica tutto... mi dica il vero.

Agapito era pi imbrogliato che un gatto nella stoppa; si strinse
nelle spalle, nicchi, balbett, si gratt il naso e fin per dire che
egli lo aveva inteso da Selva.

Allora Rosina torn da quest'ultimo ansiosa, affannata, tremante,
disfatta nelle sembianze, come persona che attende sentenza di sua
vita o di sua morte.

Giovanni, all'aspetto di quel dolore, parve sentire un pentimento e
stette un poco in bilico, non sapendo come farla; poi rispose
esitando:

--Coraggio!... La non si disperi cos... La cosa non  affatto
sicura... ho delle buone speranze che non sia...

La donna si abbandon tutta al suo dolore. Strinse a s i suoi piccini
e si diede a singhiozzare con tanto tormento che era una pena il
sentirla.

--Signori, disse il segretario, io non domanderei di meglio che
lasciar in pace questa sventurata famiglia: ma come si fa? Ho il mio
dovere da eseguire...

Lo speziale salt in mezzo, il naso illuminato da una buona idea.

--Signori, signori, grid: qui c' un ingordo padron di casa che vuol
essere ad ogni modo pagato... Ebbene, propongo che si faccia una
colletta per pagarlo noi...

--S, s! fu gridato da ogni parte: facciamo una colletta, e tutte le
mani corsero al borsellino.

Ma in questa una voce trafelata ed ansiosa si fece udire di dietro la
folla, gridando:

--Largo, largo, per carit.

Ed un uomo, facendosi dare il passo a spintoni, penetrava nella camera
e dirigendosi di botto al segretario, diceva:

--Faccia grazia, sospenda tutto; son qua io, pago tutto io.

Era il droghiere, zio e padrino d'Antonio.

Quella mattina questo signor zio aveva ricevuto per la posta dalla
citt una lettera, la cui scrittura gli era affatto sconosciuta.
Apertala e lettala, gli si offusc la vista, gli si misero a tremare
le gambe, e un forte pallore gl'imbianc subitamente la faccia.

In quella lettera Giovanni Selva, che il droghiere conosceva di nome e
sapeva amicissimo di suo nipote, gli annunziava come Antonio, datosi
del tutto al disperato, fosse sparito, scrivendogli i fieri propositi
che aveva contro s stesso, ed abbandonando nella pi terribile
miseria la sua famiglia, la quale, non osando pi raccomandarsi allo
zio, si raccomandava all'amico Selva; soggiungeva che di quel giorno
medesimo il padrone di casa e moglie e figli di Antonio avrebbe
scacciato e fatto vendere la roba loro; aver perci pensato di
scrivere allo zio di cui conosceva il buon cuore, il quale non avrebbe
certo abbandonato quegl'innocenti che erano suo sangue e che portavano
il suo nome.

Il buon droghiere, che in fondo amava pur sempre il suo figlioccio,
rimase come tramortito, voleva fare, voleva correre, e non sapeva n
che cosa, n dove: aveva un dolore che gli faceva groppo alla gola e
confusione alla mente. Si disse, maledicendosi, ch'egli, ch'egli solo
era cagione di tanta sciagura. Perch era egli stato cos crudele
verso il figlioccio? Suo figlioccio! Era lui che lo aveva tenuto a
battesimo. E con questo fatto, e con aperta parola, non aveva egli
preso impegno di vegliare continuo sulla sorte e sui giorni di quel
ragazzo? E' l'aveva promesso a suo fratello, al padre del piccino: ed
era cos che aveva mantenuta la sua parola? La colpa d'Antonio che
prima gli pareva una montagna ora non era pi che un granellino di
sabbia. Ricordava la buona indole del giovane e il rispetto che aveva
sempre avuto per lui; ricordava il brutto modo con cui egli l'aveva
accolto l'ultima volta che era venuto a supplicarlo. Ahim! Quella era
pure stata l'ultima volta ch'ei l'aveva visto. Ch non poteva allora
tendergli le braccia e chiamarlo al suo seno nell'amplesso della
riconciliazione? Capiva, ora che gli era tolto, tutto il piacere che
avrebbe provato nel perdonare.

Ad un punto si alz di scatto battendosi colla palma la fronte, e
cerc tutto affannato colle mani tremanti la sua mazza e il suo
cappello. Quando gi fuori dell'uscio, torn indietro, si riemp le
tasche di denaro e corse precipitoso verso la dimora del nipote. Gli
si era fatto presente che in quel giorno, forse in quel momento
medesimo, la povera famigliuola di Antonio veniva cacciata di casa.

Il sopraggiungere del droghiere pose fine alla scena che aveva avuto
luogo nell'abitazione del pittore. Per quanto fosse tenace la
curiosit di quella gente, dovettero pure sfilare tutti, lasciando
soli lo zio, la moglie e i figliuoli di Antonio e Giovanni Selva.

Il dolore dava alla Rosina le buone ispirazioni. Quando ebbe
conosciuto che quel vecchiotto soprarrivato era lo zio di Antonio, e
l'ebbe visto s efficacemente soccorrer loro, ella, spingendosi
innanzi i suoi bimbi, venne a cadergli ai piedi, tutto lagrimosa, e
con quell'accento che parte dal cuore e giunge altres commovente al
cuore altrui, gli disse:

--Il Cielo la benedica, o signore... Grazie, non per me, ma per questi
innocenti... Per loro la prego, per loro poverini; non per me che sono
causa di tutto il male: perdono, perdono!

E la povera donna, smarrita, chinava il capo sino al suolo nel pi
umile atto di pentimento.

Quei due forti dolori furono di botto simpatici l'uno all'altro. Lo
zio ebbe dimenticato in un attimo tutte le sue ire passate: non vide
pi che una povera donna amata dal caro e rimpianto nipote, e che gli
veniva innanzi come parte di lui. Per impulso interno sollev la
misera, la prese tra le sue braccia e la strinse al seno. Piansero
amendue in quell'amplesso. Ella prese i suoi bimbi e li serr alle
gambe del vecchio intenerito, e il pi piccino gli pose in collo.
Quando Giovanni vide il buon droghiere seduto con sulle ginocchia i
figli d'Antonio che lo chiamavano zio e l presso la Rosina che gli
baciava la mano, cap che era tempo d'andarsene anche per lui, e corse
via commosso e con tanta sollecitudine, che pareva s'affrettasse a
portare a qualcheduno la lieta novella.

Poche ore dopo tutta la famiglia del pittore era stabilita in casa
dello zio. La Rosina da quel giorno cominci ad essere una tutt'altra
donna. Non c' nulla che sublimi maggiormente l'animo umano che un
forte dolore fortemente sentito. Ogni volgarit, ogni meschinit,
quando in fondo la tempra sia buona, sparisce dall'animo colpito da
suprema sventura. Esso si rialza, ed estrinseca a cos dire, tutte le
sue interne virt affine di esser pari al suo stato, perocch nulla
v'abbia di pi osservabile al mondo dell'uomo che soffre.

Oltrech Rosina s'accusava pure d'essere cagione di tanta sciagura,
ricordava ancor essa quell'ultima scena che aveva mandato fuor di s
Antonio, e, che troppo aveva ella ragione di temere fosse stata
l'ultima spinta ai disperati propositi del marito. E questa le
chiamava in mente tutte le scene precedenti; e questo suo ultimo gran
torto le rifaceva vivi innanzi tutti gli altri suoi, ed essa capiva ad
un tratto come la sua condotta e il carattere e le maniere fossero
state riprensibili e disgraziate. Cos in lei pure l'amore pel marito,
ora perduto, veniva manifestandosi tutto e maggiore d'assai di quello
che avrebbe creduto ella medesima: e quest'amore concentrandosi ne'
suoi bambini che le erano gi s cari, ne conseguiva che in essa,
verso lo zio che li aveva accolti e che facea loro godere agi cui non
avevano goduto mai, erano nate ed una riconoscenza sterminata ed
un'osservanza affettuosa che la facevano riguardosissima a non
dispiacergli per nissun modo. Di che ne conseguiva eziandio che ad
ogni giorno passasse, il droghiere, il quale era scevro da tanto tempo
della vita di famiglia, cui pure aveva cos cara, ponesse maggior
affezione a quella donna e a quei ragazzi, e si lodasse sempre pi di
averli seco.

Ah! s'egli avesse potuto ancora avere il caro Antonio!




XXVIII.


In alto d'una piccola collina, verso la frontiera, c' un piccolo
villaggio, il quale, all'epoca della nostra storia, possedeva ancora
una posta di cavalli. Nessuna linea invaditrice di strade ferrate
s'era spinta tuttavia sin l a togliere ai poveri quadrupedi il
privilegio di sobbalzare i pochi viaggiatori che di quando in quando
passano anche adesso per quella strada, per lo pi affatto deserta.

Appena superata la salita s'entra nel villaggio, e l a capo c'
subito un gran casone bianco, con una spianatella dinanzi da cui si
domina maravigliosamente la strada che si contorce al disotto sulla
falda del colle e la pianura che si stende a' suoi piedi.

Sopra il portone della casa un'insegna di latta verniciata che
strideva al vento continuo che soffia dai monti, portava scritta,
sotto un corno da caccia dipinto, la leggenda: _Albergo della Posta_.

La strada postale traversa per lo lungo la via maestra del villaggio,
e poi comincia, a poca distanza da questo, un'altra salita che si
caccia in una gola delle montagne, le quali si drizzano sublimi e
solenni a limitar molto presso l'orizzonte.

Tempo addietro quel passaggio era frequentatissimo, e le scuderie
della locanda albergavano buon numero di cavalli a cui l'accorrenza di
viaggiatori non lasciava troppo lungo il riposo, e il locandiere non
aveva grand'agio da stare, com'era al momento di cui vi parlo, sulla
soglia della sua casa, le mani dietro le reni, il berretto negli
occhi, l'aria di cattivo umore, sbadigliando inoperoso.

E s che lo avrebbe dovuto rallegrare l'inopinato arrivo di due
viaggiatori che si trovavano appunto nello stanze superiori; un
signore ed una signora, de' quali il primo aveva detto si sarebbero
fermati per riposarsi un'ora. Ma che valeva ci fossero codestoro, se
avevano rifiutato di prendere la menoma refezione, defraudando cos il
povero locandiere dell'onesto guadagno ch'egli aveva gi immaginato di
fare sulle loro borse?

Vi dir subito che quei due viaggiatori erano Orsacchio e sua moglie.
Sapete gi come e perch essi viaggiassero sempre per le strade meno
frequentate e con che sollecitudine il marito volesse ora portarsi
colla povera Gina fuori Stato. Non vi stupirete quindi nel trovarli in
questo rimoto villaggio, fermi per un'ora soltanto, affine di
riposarsi, come ne avevano assoluto bisogno, e riprendere poi la loro
rapida corsa, che meglio sarebbe chiamar fuga addirittura.

Nella scuderia c'erano giusto due buscalfane, alte, magre, sfiancate,
che mangiavano la profenda con dente affamato ed aria triste per aver
l'onore di fare di l a poco una trottata sino all'altra posta a
benefizio degli inaspettati viaggiatori.

Gina, poich la era stata spiccata da quel luogo a cui aveva posto
affezione, pareva scema del tutto e si lasciava regolare come un
bambino, senza volont, senza forza, senza parola. Il marito,
facendola entrare in una delle camere di quella locanda, le aveva
detto:--Sedete; ed ella si era seduta. Quando egli fosse venuto a
comandarle:--Sorgete e seguitemi; ed ella ci avrebbe fatto colla
stessa indifferenza. Ogni sensitivit, come ogni intelligenza, pareva
non che smussata, distrutta in lei.

Tre quarti d'ora dopo l'arrivo d'Orsacchio e di sua moglie,
l'albergatore, che v'ho detto star sulla porta inoperoso ed
ingrognato, ebbe ragione di stupirsi molto e di rallegrarsi alcun
poco, vedendo nella pianura che si distendeva sotto quella collina,
sulla strada che conduceva al villaggio, un'altra carrozza che veniva
al trotto serrato di due cavalli cui la sferza del postiglione
sollecitava, proprio come se colla loro rapidit avessero da
guadagnargli una buona promessa mancia.

Il fatto era cos straordinario che il buon ostiere si freg gli occhi
due o tre volte, prima di credere alla loro testimonianza. Era da anni
ed anni che non aveva pi visto il miracolo, che due carrozze in un
giorno passassero per quel villaggio.

La carrozza intanto aveva lasciato il trotto pel cominciare della
salita, che a giri tortuosi menava alla spianatella dell'albergo.
L'oste, il quale figgeva su quel legno l'occhio che uccel grifagno
figge sulla preda, vide la testa d'un uomo farsi fuori dello
sportello, come per guardare qual fosse la cagione di quella nuova
lentezza, poi volgersi al postiglione, e certo invitarlo a pi
frettoloso andare, poich quest'ultimo con una mezza dozzina di buone
sferzate obbligava le povere bestie, che apparivano stanchissime, a
sollecitare il passo su per l'erta.

Appena fermo il calesse innanzi la porta dell'albergo, quell'uomo, il
cui capo l'oste aveva visto porgersi in fuori dello sportello, salt
gi. Era solo. Giovane, pallidissimo, le chiome arruffate, le
sembianze turbate, gli occhi inquieti ed incavati come chi da qualche
tempo non riposa ed  in continuo disagio o per fatica fisica o per
passione morale o per l'una e l'altra insieme.

E' si rivolse tosto all'oste, il quale gli era mosso all'incontro e
l'accoglieva con profondi inchini:

--Un boccon di colazione, disse, e presto. Fra mezz'ora al pi voglio
ripartire.

--S, signore, come comanda: rispose il locandiere raddoppiando i suoi
inchini.

Il viaggiatore s'avviava per entrar nella casa; intanto il
postiglione, sceso di sella, erasi sollecitato a staccare i cavalli ed
aiutato da un mozzo venuto fuori al rumor della carrozza, in un attimo
s'era fornita la bisogna. Il postiglione, col suo cappello di cuoio in
mano, arrest il giovane viaggiatore e gli chiese la mancia.

Il nuovo arrivato trasse di tasca il portamonete e vi prese dentro del
denaro; ma in quell'atto un'idea parve sovraccoglierlo.

--Voi volete tornare indietro subito? dimand al postiglione.

--Signor s: questi rispose.

Il viaggiatore si volse all'oste.

--Ci avete bene dei cavalli qui?

--Ne abbiamo due, cominci a risponder l'oste; ma il postiglione che
ebbe tosto compreso tutto il pensiero del viaggiatore interruppe:

--Tanto e tanto con queste mie povere bestie non si potrebbe far pi
un'altra posta. Appena se le avranno abbastanza di forza da tornarsene
a casa.

Il giovane non soggiunse pi parola, diede la mancia al postiglione ed
entr nell'albergo.

Sedette ad una tavola vicino alla finestra, a pian terreno; e mentre
stava aspettando, appoggiati i gomiti al desco e il mento nella palma
delle mani, si diede a guardar gi nel piano dove serpeggiava la
strada per cui egli era venuto. Ma parve che tosto un interno forte
pensiero sorgesse a dominarlo e lo distogliesse dalle cose
circonvicine, per portare la mente chi sa in quale regione, poich il
suo sguardo si fece fiso e senza luce come quello d'occhio che non
vede, la fronte gli si annuvol e le guancie gli si contrassero come
se fosse assorto in una profonda e dolorosa meditazione.

Ne lo riscosse l'oste, il quale venne a mettergli innanzi
l'asciolvere. Il giovane viaggiatore accenn volersi dar tutto a
codesta occupazione; si rassett di meglio al desco, e volse un'ultima
sguardata a quella vista di paese che gli appariva dalla finestra.
Parve ci vedesse alcun che di spaventoso, poich diede in un sussulto
e le sue sembianze si turbarono forte. Si mosse di subito come dietro
impeto irriflessivo, per levarsi e partirne; ma si trattenne, facendo
forza a s stesso, guard con occhio irrequieto l'oste, e poi di nuovo
la campagna, e sforzandosi a parer calmo, disse:

--Sar bene che incominciate a far attaccare i cavalli alla mia
carrozza.

L'oste si gratt dietro l'orecchia tutto impacciato.

--Signore, balbett egli, ci ha bene, come ho detto, due cavalli, ma
il guaio  che....

--Che cosa? interruppe vivamente il giovane, di cui lo sguardo pareva
non potersi pi spiccare da ci che stava mirando nella sottoposta
pianura.

--Che sono gi allogati ad un viaggiatore arrivato prima di lei, e che
sta per partire a momenti.

Il giovane gitt l bruscamente la salvietta e si lev di scatto,
tutto turbato.

--E non ce ne sono altri?

--Signor no.

Il forastiero guard nuovamente gi nella campagna, poi pigliando
l'oste pel braccio e traendolo seco nel cortile, soggiunse:

--Conviene assolutamente ch'io parta subito. Quel signore non pu
certo aver tanta fretta quanta ho io. Qui ci sono due napoleoni d'oro
per voi, se fra due minuti io posso partire.

E senza aspettare fece scorrere nella mano del locandiere le promesse
monete. Siffatto argomento persuase affatto quel brav'uomo che si pose
egli stesso con molto zelo ad aiutare lo stalliere nell'opera
dell'allestire i cavalli.

Il viaggiatore usc sulla spianata, e torn a guardar gi con ansiet.
Due carabinieri a cavallo erano giunti appi della collina e
cominciavano a salir lentamente su per l'erta che menava al villaggio.

Questo viaggiatore ho io bisogno di dirvi chi fosse? Era Gustavo
Pannini perseguitato gi dal rimorso e dalla paura dell'umana
giustizia. Partitosi, come vi ho narrato, con un treno di ferrovia,
non aveva tardato a pentirsi d'aver scelto questo mezzo di fuga:
troppe erano le persone che ci s'incontravano. Alla prima stazione
abbandon quella strada e quella direzione, e si diede a studiare come
farla, camminando solo traverso la campagna. Stabil, nel primo luogo
in cui ci gli fosse possibile, di procurarsi una carrozza e di
affrettarsi con essa, per istrade meno usate e pi fuori mano, verso
la frontiera.

Giunse appunto in una piccola citt in cui gli venne fatto di eseguire
il suo disegno. Compr un paio di pistole, risoluto in ogni caso,
prima ad uccidersi che cascar vivo nelle mani della giustizia; si
procur un calesse da viaggio, e via con tutta la rapidit che gli
concedevano le strade e i mezzi di trasporto: ed ecco di qual guisa
era arrivato quel mattino al villaggio, dove, spinto da ragioni presso
che le medesime, colla medesima intenzione era gi Orsacchio.

Questi stava appunto per chiamar l'oste ed ordinargli attaccasse i
cavalli, quando udito lo scalpitar di questi nel cortile, si fece alla
finestra e vistili usciti dalla scuderia coi fornimenti si persuase
che si allestisse la carrozza di lui alla partenza. Fece quindi levare
la povera Gina, e con essa discese le scale e s'avvi fuori del
portone sulla spianata, dove in vero una carrozza da viaggio stava
bella e pronta a partire.

Ma col giunto Orsacchio s'avvide che la carrozza non era la sua, e
che un altro viaggiatore sollecitava gli stallieri che finivano di
attaccare i cavalli. Si volse all'oste aggrottando in modo molto
minaccioso le sopracciglia.

--Non  dunque per me che si allestiscono questi cavalli.

L'albergatore si inchin molto impacciato.

--Signor no: rispose.

Orsacchio proruppe con violenza:

--E per me, quando si vuole aspettare? L'ora che avevo detta 
passata. Fuori altri cavalli e si attacchino subito al mio legno.

Il locandiere si fece piccin piccino, si curv nelle spalle con aria
desolata e confess che di cavalli non ce n'erano altri che quelli.

Orsacchio dalla collera divenne rosso come un tacchino. S'aggiunse che
in quella il suo occhio corse a caso gi per la scesa della strada e
ci vide i due carabinieri che ne avevano gi superato un buon terzo.
Anche a lui premeva sfuggirli, ancor egli aveva buone ragioni per
credere cercassero di lui; lasci Gina l dove si trovava e corse da
Gustavo che stava appunto per salire nella carrozza.

--Signore, questi cavalli erano promessi a me: diss'egli bruscamente,
arrestandolo pel braccio; ed io ho fretta di partire.

Gustavo fece a sciogliersi dalla stretta d'Orsacchio, ma nol pot.

--Anch'io ho fretta, rispos'egli. Mi lasci andare... Che modo 
codesto?

Orsacchio colla coda dell'occhio vedeva i carabinieri avanzarsi sempre
pi.

--Le dico che non sar lei a partire, ma io...

Anche Gustavo osservava con ansia l'avvicinarsi sempre pi degli
agenti della forza pubblica.

--Signor no: interruppe egli col tono di uomo risoluto a tutto. Mi
lasci, o guai per lei!

E con uno strappo si liber dalle mani di Orsacchio e salt nel legno;
ma Orsacchio lo prese ai panni.

--Mi lasci, url di nuovo Gustavo che vedeva i carabinieri sempre pi
presso.

--No, rispondeva con pari accanimento Orsacchio spinto dalla ragione
medesima: no per Dio!

--Avanti! grid Pannini al postiglione, il quale gi in sella, la
frusta in mano, stava rivolto a veder quella scena: avanti... e di
galoppo.

Il postiglione accenn colla frusta ad Orsacchio che era mezzo nella
carrozza colla sua persona.

--Vuole ch'io schiacci questo signore?

E Gustavo, quasi fuor di s, lottando sempre a respingere Orsacchio:

--Due napoleoni se tu parti tosto di galoppo.

--Quattro, grid il marito di Gina furibondo, se tu scendi da cavallo.

Il postiglione pareva infradue senza sapere a quale obbedire.

Gustavo guard nuovamente gi della scesa; il suo aspetto si sconvolse
vieppi; gli occhi balenarono; trasse di tasca le sue pistole e le
appunt al petto d'Orsacchio.

--Si ritragga o sparo.

Orsacchio, invece d'arretrarsi, tent abbrancare le canne delle
pistole. Un colpo part: vi rispose un grido soffocato. Gustavo fu
libero; sorse in piedi, s'abbranc al piccolo schienale del seggiolo
del cocchiere e puntando la pistola al postiglione, gli grid:

--A te ora... di galoppo o ti spacco il cranio.

Orsacchio era caduto sanguinoso; a quello sparo, a quella vista, Gina
si riscuoteva tutta, mandava un urlo e si rappiattava spaventata
contro la parete della casa. L'oste sul ciglio della spianata chiamava
colla voce e coll'agitar delle braccia i carabinieri, i quali
all'udire quel colpo avevano alzato la testa e stavano guardando qua e
l per vedere che fosse. La carrozza partiva di gran galoppo.

Pochi istanti dopo, i carabinieri, i quali ai cenni dell'oste avevano
sollecitato il passo delle loro cavalcature, giungevano sul luogo.
Orsacchio era morto sul colpo. Gina dalla vista di quel sangue era
mandata in una di quelle crisi che l'assalivano di quando in quando. I
carabinieri, udito sommariamente il fatto, cacciarono gli speroni ne'
fianchi ai cavalli, e via di gran corsa dietro la carrozza di Gustavo,
la quale era gi sparita al fine della strada che attraversava il
villaggio.




XXIX.


Gi erano parecchi d che sopra il volto severo e patito del capitano
Biale non appariva pi cosa che pur di lontano somigliasse a un
sorriso; come poi la povera Lisa fosse dal suo dolore distrutta ve lo
lascio immaginare, essendo cosa pi facile figurarsi che dire. Pure un
giorno, il capitano venne innanzi alla moglie di Gustavo con una cera
tanto pi disfatta del solito, che essa tutta si scosse pel subito
timore d'ogni peggior male: mand un grido, si gett perdutamente
sopra il seno del padre, affissandone ansiosa le sembianze, e non
osando o non avendo tampoco la forza di formulare le varie affannose
interrogazioni che si accalcavano sulle labbra, tutte le espresse in
una sola parola che parve le erompesse proprio dal fondo dell'anima:

--Gustavo?

Il padre la strinse molto affettuosamente al petto e reclin su di lei
la faccia commossa:

--Vive: rispose egli con un sospiro che pareva rimpiangesse il fatto;
 ferito, ma vive.

-- ferito? esclam con profondo sgomento l'infelice.

E il padre con amarezza:

--Una ferita leggiera... Partir quest'oggi stesso per andarlo a
vedere dove si trova.

Lisa si sciolse dall'amplesso, e disse ratto:

--Anch'io... Partiremo insieme... Non negarmelo!... Lo voglio.

Il capitano esit un momento: il suo primo pensiero fu quello di
contrastare, ma poi tosto, ravvisatosi, disse:

--E sia.

Partirono. Gustavo inseguito e raggiunto dai carabinieri aveva tentato
uccidersi sparandosi la pistola contro il petto; ma la mano trem in
quel punto allo sciagurato, e la palla non fece che sfiorargli il
torace. Era stato preso e condotto alle carceri di ***, e col
arrivarono sua moglie e il suocero, muniti dell'opportuna licenza per
poterlo vedere.

L'elegante Pannini era cambiato in guisa da non poterlo riconoscere
pi. Nel volto dimagrato e impallidito, nell'occhio irrequieto,
affondato entro la livida occhiaia, nelle labbra scolorate, tremanti
quasi di continuo, apparivano tutti i tormenti incessanti della sua
anima corrosa dal rimorso. Del non aver saputo uccidersi dolevasi seco
stesso come della maggiore sua sciagura. Pensate qual fosse il suo
animo al momento di comparire innanzi a Lisa ed al capitano! Un
istante pens di rifiutarvisi; ma poi non n'ebbe il cuore. Un tremito
maggiore l'assalse: ed egli, che per debolezza della ferita recatasi
poteva a stento camminare, entr nella stanza ove l'attendevano i
suoi, pi pallido e pi turbato che mai, la fronte per vergogna madida
di sudore, il passo vacillante, gli occhi fitti alla terra, senza
forza, senza voce, quasi senza respiro.

Ma bench gli occhi tenesse bassi, pure travide di presente la fronte
severa del suocero che stava dritto colla sua alta statura all'altra
estremit della stanza in molto nobile e dignitoso contegno, e quella
vista lo atterr anche pi; gli parve l'aspetto stesso della virt e
dell'onest, cui egli aveva abbandonate con tanto infame trascorso;
avrebbe voluto sprofondare. Lisa stette un poco, quasi esitante, quasi
non riconoscesse subito in quella larva che le veniva dinanzi
l'adorato marito; poi l'impeto dell'affetto successe sollecito e
veemente; si gitt al collo di Gustavo e pianse lagrime dirotte, e
parl incomposte parole di traboccante passione.

Anch'egli si stemper in lagrime cos abbracciato da sua moglie;
quindi, come non potendo regger pi in piedi, si lasci calar
ginocchioni per terra, e tendendo le due braccia verso il capitano,
che punto non si era mosso, esclam con voce arrangolata:

--Perdono! perdono!

Biale s'avanz lentamente verso il colpevole, muto, severo, solenne.
Il suo sguardo piombava inesorabile e grave sopra il reo; e questi
curvava il capo sotto di esso e si rannicchiava al suolo, da toccar
quasi colla fronte lo spazzo.

--Sciagurato! disse il capitano, quando gli fu presso, fermandoglisi
innanzi. Che hai tu fatto dell'onor nostro?

--Perdono! perdono! ripet balbettando il miserabile.

--Perdono?... Sapete voi che l'onore era la sola nostra ricchezza e
tutta la mia superbia? E doveva io allevarvi e farvi due volte mio
figlio perch voi ne lo rapiste? Meno ingrato sareste, meno infame, se
mi aveste ucciso. In nome di vostro padre, onoratissimo uomo, vi
rinnego e vi maledico.

Lisa gitt un grido e fece a cingere colle sue braccia il capo del
marito, come per difenderlo dalla maledizione paterna; ma Gustavo ne
la rimosse, si alz, le lagrime aveva rasciutte, il volto pi bianco,
le mascelle contratte, e una nuova risoluzione appariva in lui. Si
volse allo suocero e parl con voce ferma e pacata.

--Fui traviato. Sono un infame; non ho discolpa, lo so. Non merito il
vostro perdono, non lo chiedo pi nemmanco. Solo un'ultima grazia
imploro, e conviene che la dimandi a voi solo, che nessun altro
orecchio mi possa udire, nemmeno quello della mia carissima Lisa.

Biale stette un momento affisando il genero con quel suo occhio franco
e penetrativo: poi accenn col capo d'acconsentire. Il custode che era
presente al colloquio contrast allegando i regolamenti; ma una buona
mancia fece tacere i suoi scrupoli. Si ritrassero amendue da una
parte, e Gustavo cominci tosto a favellare sommesso. Lisa, come
tramortita, guardava con occhio senza luce, quasi non si rendesse ben
conto delle condizioni in cui si trovava, n di quanto le succedeva
dintorno.

--Signore, disse Gustavo non osando pi dar titolo di padre al
capitano, bisogna che io mi salvi dall'ignominia d'un pubblico
giudizio, d'una pubblica condanna. Voglio morire. M' fallita la mano
una volta, ma la seconda non mi fallir pi. Se voi avete ancora
alcuna piet per me; se vi cale far salvo dall'estrema vergogna il mio
nome; se un poco sopravvive in voi dell'affetto che mi avete per tanto
tempo e con tanta generosit portato, usatemi la carit di procurarmi
modo da togliermi a questa vita, a quest'onta.

Biale rimase di nuovo un poco guardando fiso il genero senza parlare.

--Togliervi alla vita, diss'egli poi, fuggir l'espiazione dopo la
colpa! Non sapete voi che  vilt anche quella?

Pannini abbass il capo e mormor con accento pieno di terrore:

--L'espiazione!... Il patibolo, forse!... La gogna... la folla curiosa
e crudele... il mio nome appiccato coll'ignominiosa sentenza ai canti
delle vie... Oh no, no... non lasciatemi a questo troppo supplizio.

E il capitano con accento profondo:

--Voi non avreste il coraggio di affrontare la vostra condanna,
pentito, rassegnato, offrendovi esempio agli uomini, implorando
perdono dalla societ e da Dio?

--No, no... E con voce ancora pi bassa soggiunse: Sarei vile.

--La vostra mano e il cuore son fiacchi; gi una volta fallirono alla
vostra volont. Non avrete neppure il coraggio del suicida.

Gustavo lev alquanto il capo e rispose fermamente:

--L'avr!

Il capitano esit ancora un momento, poi curvandosi all'orecchio del
genero gli disse ratto:

--Va bene.

Poi tuttedue s'avvicinarono alla povera Lisa.

-- tempo di partire, le disse il padre.

Essa lo guard attonita, come se non avesse ben capito.

--Salutate vostra moglie, Gustavo: rispose Biale.

Pannini s'accost a Lisa e le pigli una mano. Allora la donna si
riscosse tutta, e come se una segreta voce la preavvisasse di quanto
avea da succedere, la si butt al collo del marito, sclamando per
disperata:

--Oh, non mi divider pi da te! Oh, non voglio pi lasciarti!

Povera donna! Ella amava: per lei non esisteva delitto, per lei non
c'era argomento che valesse contro l'amor suo. Il padre le si fece
dappresso, accennando volerla tirar seco per avviarsi.

--Un momento, ella esclam; ancora un momento.

E tornando a baciare fra le lagrime il marito:--Quando ti rivedr,
Gustavo?

--Fra pochi d, s'affretto a dire il capitano. Vieni, Lisa; ora 
forza partire.

E cos Gustavo vide allontanarsi da lui per l'ultima volta quella
donna cui amava pur tanto, l'infelice, colla quale avrebbe avuta
esistenza s lieta se non lo avesse morso al cuore il funesto demone
dell'oro.

Il domani Biale ottenne di tornare al carcere, ma ci fu solo, e collo
stesso metodo del giorno precedente, cio con una vistosa mancia,
riusc a far scorrere nella mano del genero un piccolo involto. Quando
torn a casa aveva la fronte pi annuvolata e lo sguardo pi scuro che
par l'innanzi. A Lisa disse che per parecchi giorni era impossibile
rivedere il prigioniero. Ella si tacque, ma il cuore aveva pieno di
spaventosi presentimenti. Il giorno di poi la infelice non osava
neppure pronunciare il nome del marito innanzi al padre taciturno e
pi cupo che non fosse stato mai; ma il suo sguardo timoroso era una
continua e sollecita ed ansiosa interrogazione.

Il capitano usc, ma non istette guari a ritornare. Era s
terribilmente turbato che Lisa comprese di botto una suprema sciagura
essere avvenuta; venne innanzi al padre bianca pi che cadavere, le
labbra illividite, e senza potere articolar parola fiss con ansia il
volto del capitano, ponendogli la destra sopra il braccio.

--Gustavo, disse Biale solennemente, si  sottratto alla giustizia
degli uomini per sottomettersi direttamente a quella di Dio.

Lisa non comprese. Continu a star l a quel modo, fissa, immobile:
solamente le sue labbra tremanti si agitarono come per parlare, ma
senza pur mandare un suono. Il padre aspett un istante; poi, visto
che la tremenda luce del vero pareva non balenare nemmanco alla mente
intorpidita della infelice, soggiunse:

--Gustavo  morto...

La donna gett un grido straziante, e cadde riversa, come fulminata.




XXX.


Giovanni Selva tutti i giorni andava in casa dello zio d'Antonio a
vedere la moglie e i figli di codestui. Era graditissimo a tutti, e il
droghiere si compiaceva parlare con lui del perduto nipote. Giovanni,
trascorso un po' di tempo, s'appigli ad un modo singolarissimo per
consolare lo zio e la moglie del pittore scomparso, e fu quello di
porre in dubbio, prima apertamente, poi non espresse parole la morte
d'Antonio, e far nascere in loro la speranza che un giorno o l'altro
l'avrebbero potuto rivedere vivo e sano, in questo mondo. Infatti la
morte di lui non era menomamente provata; di cadavere n in Po n
altrove non se n'era trovato: non poteva egli invece che uccidersi
essere andato in lontano paese?

In quella, ecco diffondersi la voce del fatto di Pannini e
dell'uccisione d'Orsacchio in quel rimoto villaggio. Selva pens tosto
alla povera Gina che sarebbe stata l sola senza sapersi trarre
d'impaccio e senza avere alcuno che si curasse di lei: e tenne a
questo proposito una lunga conferenza con una persona che da parecchi
giorni egli teneva accuratamente nascosta nelle sue camere.

Non far il torto alla vostra sagacia, cari lettori, di dirvi che
questa persona era Antonio Vanardi, non morto altrimenti, ma d'accordo
coll'amico Giovanni decisosi a scomparire per un poco alla vista del
mondo, affine di eccitare in favor suo quella carit della gente che
sempre si commuove quando non  pi a tempo.

In seguito a questa conferenza fu stabilito che i due amici
partirebbero subito alla volta di quel villaggio, dove era succeduta
la catastrofe, per pigliar Gina quando la ci fosse ancora, o scoprire
almeno che fosse divenuta e dove andata; e perch in questa fatta
impresa una donna  sempre pi acconcia, deliberarono condur seco la
moglie di Giovanni, la quale, buona e pietosa com'era, appena udito il
fatto, s'affrett a consentire di gran cuore.

Antonio voleva prima riabbracciare la moglie, i bambini e lo zio; ma
Giovanni nol permise, parendogli che meglio fosse il tardare anche
pochi giorni a restituirsi loro, che, restituito appena, ripartirne
subito per altri interessi. Per, a tranquillare vieppi i parenti del
pittore, Selva fu da loro e disse, avere scoperto finalmente dove
Antonio s'era ritirato coll'animo di non ritornare mai pi se lo zio
non gli perdonava; partir tosto per raggiungerlo e rimenarlo nelle
braccia de' suoi cari, fra pochi giorni l'aspettassero pure, ch'egli
giurava l'avrebbe dato ai loro amplessi.

Fu immensa la gioia nel droghiere e in Rosina. Lo zio volle
promettesse da sua parte ad Antonio ogni maggior cosa; non che perdono
gli avrebbe concesso assoluta padronanza in sua casa; venisse
solamente, e non pi un zio ed un padrino avrebbe trovato in lui, ma
un amorosissimo padre.

Gina da quel nuovo colpo della sorte aveva ricevuta una forte scossa,
che invece di nuocere aveva piuttosto giovato alla sua ragione. Le
sorse di botto il pensiero che ella era libera finalmente di quella
tirannia feroce che l'opprimeva, di quella vendetta implacabile e
crudele che le affannava ogni istante della vita. Un tale rimutamento
si fece in lei, che mentre agli occhi della gente parve stupidita
dalla capitatale sciagura, nel suo interno avveniva un travaglio per
cui si ricostruiva, a cos dire, la sua ragione. Che cosa le toccava
di fare? Era sola, era libera, senza affetti al mondo, senza legami di
sorta. Dove andare? Non aveva luogo a cui niente l'avvincesse pi.
Ricord con alcun aggradimento la quiete dell'ultimo suo asilo, e le
parve quello fosse il solo luogo in cui potrebbe vivere. Decise
recarsi col a passarvi quella vita che Iddio le avrebbe ancora voluto
concedere.

Selva, sua moglie e Vanardi trovarono ancora Gina a quel villaggio, e
la ricondussero tutti insieme alla villa di Marone.

Ed ora in poche parole mi sbrigher di quanto ancora mi rimane a
dirvi.

Vanardi ha rinunziato all'arte e fa il droghiere. Il suo padrino 
felicissimo, e Rosina  diventata molto migliore. Marone continua a
fare il torcicollo ed ha venduto la sua villa alla vedova d'Orsacchio,
la quale prese con s come dama di compagnia Anna, la nipote dello
speziale, e conserva come coltivatori Matteo e Teresa. Questi non
parlano mai di loro figlio Tommaso, ma non vi dico che non ci pensino,
e quando ci pensano sospirano dolorosamente. Il cavaliere Tommaso
Salicotto fa sempre il filantropo e guadagna denari:  deputato, sar
ministro. Vi pare felice? Solo, senz'affetti, finir nella vecchiaia
del celibe egoista, a cui nessuno s'interessa, e che anima al mondo
non ama.

E in questa condizione trascina i suoi d lo speziale Agapito, il
quale  cascato sotto le unghie di una governante quasi giovane, mezzo
belloccia, che lo tiranneggia e lo ruba a man salva. Egli trova ogni
suo spasso e consolazione nel dir male di tutti e nel fare degli
stupidi giuochi di parole.

La moglie di Gustavo  sopravissuta. Suo padre l'ha menata seco
lontana da Torino. Poveretti! Perch in questo mondo gl'innocenti
hanno s spesso da espiare le colpe altrui?


FINE.



NOTA DEL TRASCRITTORE: sono stati corretti i seguenti refusi (tra
[parentesi] l'originale):


  fare invidia ad un banchiere e ad un impresario[imeprsario].
  candele, un sesto una matassa di cotone e via [va]
  --Che? interrog Rosina, pensi forse tu[fu]
  cui quella brutta e cattiva Mim[Mimi] stesse poco
  tre mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopport[soport]
  se il padrone non c'era. A queste parole[porole]
  ispira confidenza e v'impone rispetto; una di [di di]
  zigomo[zigoma], piegandovisi sotto, alle gote, in una rete
  Il cassiere trasse dal taschino del panciotto[panciatto]
  mentre[mentro] un terzo veniva portando in giro una
  fraintese[frantese] affatto il sentimento del vecchio
  costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo[seguiguitandolo]
  visto che i pochi avanzi dei denti di Mim[Mimi] si
  con troppa buona voglia; Lombrichi[Lambrichi] invece
  --La riverisco[rivevisco], signor dottore: poi girando
  sia la marchesa stessa che me lo consegni, dichiarandomi [dicharandomi]
  voleva fare, voleva correre, e non sapeva[sasapeva]





End of Project Gutenberg's La carit del prossimo, by Vittorio Bersezio

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CARIT DEL PROSSIMO ***

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