The Project Gutenberg EBook of Il Quadriregio, by Federico  Frezzi

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Title: Il Quadriregio

Author: Federico  Frezzi

Annotator: Enrico Filippini

Release Date: December 7, 2008 [EBook #27433]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL QUADRIREGIO ***




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                     SCRITTORI D'ITALIA

                         F. FREZZI

                       IL QUADRIREGIO






                      FEDERICO FREZZI

                       IL QUADRIREGIO


                           A CURA

                             DI

                      ENRICO FILIPPINI




                            BARI

                   GIUS. LATERZA & FIGLI

                  TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

                            1914





                    PROPRIET LETTERARIA

                    MAGGIO MCMXIV--38615





                        LIBRO PRIMO

                     DEL REGNO D'AMORE

p. 3




CAPITOLO I

Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse nel regno di Diana,
ove a' preghi del medesimo fer la ninfa Filena.


        La dea, che 'l terzo ciel volvendo move,
        avea concorde seco ogni pianeto
        congiunta al Sole ed al suo padre Iove.

        La sua influenza tutto 'l mondo lieto
    5   esser faceva e d'aspetto benegno,
        da caldo e freddo e da venti quieto.

        E Febo il viso chiaro avea nel segno,
        che fu sortito in cielo ai duo fratelli,
        ond'ebbe Leda d'uovo il ventre pregno,

   10   E tutti i prati e tutti gli arboscelli
        eran fronduti, ed amorosi canti
        con dolci melodie facean gli uccelli.

        E gi il cor de' giovinetti amanti
        destava Amore e 'l raggio della stella,
   15   che 'l sol vagheggia or drieto ed or davanti,

        quando il mio petto di fiamma novella
        acceso fu, onde angoscioso grido
        ad Amor mossi con questa favella:

        --Se tu se' cosa viva, o gran Cupido,
   20   come si dice, e figlio di colei,
        ch'amore accese tra Enea e Dido;

        se tu se' un del numer delli di,
        e se tu porti le saette accese,
        esaudisci alquanto i desir miei.
p. 4
   25   I' priego te che mi facci palese
        la forma tua e 'l tuo benigno aspetto,
        il qual si dice ch' tanto cortese.--

        Appena questo priego avea io detto,
        quand'egli apparve a me fresco e giocondo
   30   in un giardino, ov'io stava soletto,

        di mirto coronato el capo biondo,
        in forma pueril con s bel viso,
        che mai pi bel fu visto in questo mondo.

        I' creso arei che su del paradiso
   35   fosse il suo aspetto: tanto era sovrano;
        se non che, quando a lui mirai fiso,

        vidi ch'avea un arco ornato in mano,
        col quale Achille ed Ercole percosse,
        e mai, quando saetta, getta invano.

   40   Sopra le vestimenta ornate e rosse
        di penne tanto adorne avea duo ali,
        che cos belle mai uccel non mosse.

        Nella faretra al fianco avea gli strali
        d'oro e di piombo e di doppia potenza,
   45   colli qua' fere a di ed a mortali.

        Quando ch'i'l vidi avanti a mia presenza,
        m'inginocchiai e, come a mio signore,
        li feci onore e fe'li riverenza,

        dicendo a lui:--O gentilesco Amore,
   50   se a venire al priego mio se' mosso,
        colla tua forza e col tuo gran valore

        aiuta me, il quale hai s percosso
        e s infiammato col tuo sacro foco,
        ch'io, lasso me! pi sofferir non posso.--

   55   Allor rispose, sorridendo un poco:
        --Dall'alto seggio mio i' son venuto
        mosso a piat del tuo piatoso invoco.

        Degno  ch'io ti soccorra e diati aiuto,
        da che ferventemente tu mi chiame,
   60   e ch'io sovvenga al cor, ch'i' ho feruto.
p. 5
        Sappi che in oriente  un reame
        tra lochi inculti e tra ombrosi boschi,
        ch' pien di ninfe d'amorose dame.

        E quelle selve e quelli lochi foschi
   65   son governati dalla dea Diana,
        la qual voglio che veggi e la conoschi.

        E bench sia la via molto lontana
        e sia scogliosa e sia di molta asprezza,
        io la far parer soave e piana.

   70   Io son l'Amor, che dono ogni fortezza
        ne' gravi affanni e, mentre altrui affatico,
        gli fo la pena portar con dolcezza.

        In questo regno, del quale io ti dico,
         una ninfa chiamata Filena
   75   con bell'aspetto e con volto pudico.

        La selva  ben di mille ninfe piena;
        ma dea Diana, quando va alla caccia,
        pi presso questa che null'altra mena.

        Costei s bella e con pudica faccia
   80   io ferir per te d'un dardo d'oro,
        quantunque io creda che a Diana spiaccia.

        Tu vedra' delle ninfe il sacro coro
        insieme con Diana lor maestra,
        e belle s, ch'i', Amor, me n'innamoro.

   85   E portan l'arco fier nella sinestra,
        ed al comando della lor signora
        cacciando van per la contrada alpestra.

        --O dio Cupido, tanto m'innamora,
        --risposi a lui--il ben che m'hai promesso,
   90   che al venire mi pare un anno ogn'ora.--

        Allor si mosse, ed io andai con esso;
        alfin venimmo per la lunga via
        in un boschetto, ch'avea un piano appresso.

        La dea Diana a caso fatta ava
   95   una gran caccia e dalla parte opposta
        con pi di mille ninfe in gi vena.
p. 6
        E discendeano al pian su d'una costa
        inverso una fontana d'acqua pura,
        qual era in mezzo della valle posta,

  100   non fatta ad arte, ma sol per natura;
        ed era d'acqua chiara e s abbondante,
        che un fiumicel facea 'n quella pianura.

        E poi ch'al fonte funno tutte quante,
        corseno a rinfrescarsi alle chiare onde,
  105   ponendo in elle le mani e le piante.

        Ed alcun'altre stavan su le sponde
        del fiumicello; e delli fiori clti
        facean grillande alle sue trecce bionde.

        Ed alcun'altre specchiavan lor volti
  110   nelle chiare acque, ed altre su pel prato
        givan danzando per que' lochi incolti.

        Cupido, ed io con lui, stava in aguato
        dentro al boschetto, e ben vedevam quelle,
        ed elle noi non vedean d'alcun lato.

  115   Poscia ben cento di quelle donzelle
        sciolson le trecce della lor regina,
        le trecce bionde mai viste s belle.

        S come tra' vapor, su la mattina,
        ne mostra i suoi capelli il chiaro Apollo,
  120   e nella sera quando al mar dechina;

        cos Diana avea capelli al collo,
        cos splendea ed era bella tanto,
        che a vagheggiarla mai l'occhio  satollo.

        E poi ch'ell'ebbon fatta festa alquanto,
  125   tennon silenzio tutte, se non due,
        che alla sua loda comincionno un canto.

        Delle due cantatrici l'una fue
        Filena bella, che m'avea promessa
        il dolce Amor con le parole sue.

  130   E quando egli mi disse:--Quella  essa,--
        pensa s'io m'infiammai, che la speranza
        tanto pi accende quanto pi s'appressa.
p. 7
        Ond'io all'Amor:--Se quella a me per 'manza
        hai conceduta, percuoti col dardo
  135   costei, che in belt ogn'altra avanza.

        Ahi quanto piace a me quando la sguardo!
        E cosa desiata, se si aspetta,
        tanto pi affligge quanto pi vien tardo.--

        Allor Cupido scelse una saetta
  140   ed infocolla e posela nell'arco
        per saettare a quella giovinetta.

        E come cacciator si pone al varco
        tacito e lieto, aspettando la fera,
        e sta in aguato col balestro carco;

  145   tal fe' Cupido e la saetta fiera
        poscia scocc, e, inver' Filena mossa,
        il manto sol tocc lenta e leggera.

        Quando le ninfe sentir la percossa
        e nostra insidia a lor fu manifesta,
  150   tutte fuggir con tutta la lor possa.

        S come i cervi fan nella foresta,
        quando sono assaliti, o' capriuoli,
        se cani o altra fera li molesta,

        che vanno a schiera, e alcun dispersi e soli,
  155   e per paura corron tanto forte,
        che pare a chi li vede ch'ognun voli;

        cos le ninfe timidette e smorte
        fuggiro insieme, ed alcuna smarrita,
        quando si furon di Cupido accorte.

  160   Filena bella non sera fuggita,
        se non che la sua dea la man gli porse:
        tanto pel colpo ell'era sbegottita.

        L'Amore, ed io con lui, al fonte corse,
        dove le sacre ninfe eran sedute,
  165   quando la polsa insino a lor trascorse.

        Io non trovai se non ch'eran cadute
        alle due cantatrici le grillande
        de' belli fior, che in testa avieno avute.
p. 8
        Per a Cupido dissi:--Ov' la grande
  170   virt dell'arco tuo, che tanto puote?
        E 'l fuoco ov', che tanto incendio spande?

        Se l'arco tuo giammai invan percuote,
        perch ingannato m'hai colle promesse,
        che m'han condutto in le selve remote?--

  175   Non potei far che questo io non dicesse
        col volto irato, e pi mi mosse ad ira
        che del mio scorno parve ch'ei ridesse.

        Poscia rispose:--Ov'io posi la mira,
        quivi percossi, e quivi il colpo giunse
  180   dell'arco mio, che mai invan si tira.--

        E quel che segue, col parlar, soggiunse.


p. 9




CAPITOLO II

Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno pu far
resistenza a lui ed alle sue saette.


        --N ciel, n mar, n aer mai, n terra
        potro al foco mio far resistenza,
        n all'arco dur, che mai ferendo egli erra.

        Dall'alta sede della sua eccellenza
    5   fatt'ho discender pi fiate Iove
        colle saette della mia potenza.

        E lui mutai in cigno ed anco in bove,
        ed in altre figur bugiarde e false,
        senza mostrar le mie ultime prove.

   10   Nettunno freddo in mar tra l'acque salse
        accese tanto il mio fuoco sacrato,
        che l'Oceno estinguer non gli valse.

        Ma come fortemente innamorato
        della fiera Medusa, che a lui piacque,
   15   e di cui 'l viso tanto gli fu grato,

        gridava:--Io ardo tra le gelid'acque;--
        perch ammortar non potea in s l'ardore
        merc chiamando, a me soggetto giacque.

        Pluton d'inferno, ove non fu ma' amore,
   20   infiammai tanto col mio caldo foco,
        che 'l feci innamorar col mio valore.

        Proserpina, che stava in balli e gioco,
        fei che rapo e feila far regina
        del tristo inferno e dell'opaco loco.

   25   A Febo l'arte della medicina
        niente valse contra l'arco mio,
        n sapienza, n virt divina;
p. 10
        ch, bench' e' fosse saggio e fosse dio,
        correndo il feci andar dietro a colei,
   30   la qual nel bello allr si converto.

        Ahi quanti sono stati quelli di,
        ch'i' ho feriti, e quante le persone,
        ch'i' ho domate con li dardi miei!

        Ercole forte, che vinse il lione
   35   e che all'idra sette teste estinse,
        Cerbero prese e mozze Gerione;

        in scambio della spada poi si cinse
        la rocca e 'l fuso per la bella Iole:
        tanto la fiamma e mia saetta il vinse.

   40   Per pi piacer, di fiori e di viole,
        esperta all'elmo, adornava sua testa,
        come dalle donzelle far si suole.

        Tosto vedrai e tosto manifesta
        sar a te in effetto la percossa,
   45   ch'io fe' a Filena al sommo della vesta,

        che gli ha passato gi la carne e l'ossa;
         gi intrato il caldo alle midolle
        e giunto al core, ov'egli ha maggior possa.--

        E poi mi fe' sguardar su verso il colle
   50   ad una naida, che venia alla 'ngie,
        alla quale io parlai com'ello volle;

        ch quando insino a noi venuta fue,
        la domandai:--Perch a quest'acqua amena
        venuta se'? E, dimmi, chi se' tue?

   55   --Una ninfa gentil ditta Filena
        smarrita ha qui una bella grillanda
        --rispose quella--e di questo ha gran pena.

        E perch io la ritrovi ella mi manda,
        e disse a me:--Io vidi un giovinetto,
   60   che corse l, e per ne 'l dimanda.--

        Ed anco d'altre cose ella m'ha detto:
        saresti tu colui, che loda tanto,
        che parve a lei di s benigno aspetto?--
p. 11
        Cupido inver' di me sorrise alquanto,
   65   quasi dicendo:--Or vedi la promessa
        e la percossa, ch'io gli diei sul manto.--

        E come chi da compagni si cessa,
        perch parlar vuol tacito e quieto,
        mi cessai solo per parlar con essa.

   70   --Naida mia--diss'io,--or mi fa' lieto:
        dimmi dov' Filena, se tu 'l sai,
        e se tu hai da lei alcun segreto.

        --Rifa chiamata sono e seguitai
        --rispose quella--gi la dea Diana,
   75   e fui nel suo cospetto accetta assai.

        Ma una volta in una parte strana
        fece una caccia in uno aspro paese,
        ed io cacciando andai molto lontana.

        Trovai un centauro, e per forza mi prese:
   80   oh lassa me, ch'i' non ebbi potere
        contra sua forza usar le mie difese!

        Per Diana non vuol sostenere
        ch'io vada pi con lei, ed hammi posta
        che in guardia un fiumicel debba tenere.

   85   Io era l, di l dall'altra costa,
        quando le ninfe con la smorta faccia
        vidi fuggire, e nulla facean sosta,

        s come cervi che son messi in caccia,
        quando dietro il lion va seguitando,
   90   o altra fiera fuggendo l'impaccia.

        Ed io della cagion facea 'l domando
        del fuggir loro, e Diana non vlse
        darme risposta insino allora quando

        tutte le ninfe sue ella raccolse.
   95   Allor mi disse:--Qui mi fa fuggire
        Cupido falso e sue infocate polse.

        Ma io far querela al sommo sire,
        ch 'l regno mio pi volte a tradimento
        con falsit venuto egli  a assalire.--
p. 12
  100   Poi cerc tutte e solo il vestimento
        trov a Filena, ch'era alquanto acceso,
        il qual con l'acqua crese avere spento.

        Ma gi quel foco sacro era disceso
        dentro nel sangue, s come s'accende
  105   un picciol foco nella stoppa appreso.

        Il d seguente, quando il sol risplende,
        Diana prese le saette cnte;
        ed ogni ninfa ancor suo arco prende,

        per che seppon che di l dal monte
  110   era di cervi venuta una schiera
        a beverarsi ad una bella fonte.

        Filena non and, ma rimasta era,
        ch di non poter ir prese la scusa
        ancor pel colpo della polsa fiera.

  115   E per la fiamma, ch'ella avea rinchiusa
        drento nel cor, faceva la donzella
        come un ferito cervio di fare usa,

        il qual non trova loco; e cos ella
        or si adornava di fioretti belli
  120   la testa sua, come sposa novella,

        or sospirava ed or li suoi capelli
        mostrava al sole e gli occhi, duo zaffiri,
        poscia specchiava ne' chiar fiumicelli.

        Per tanti segni e per tanti sospiri
  125   io, ch'era gi di queste cose esperta,
        conobbi dell'amor li gran martri.

        --Dimmi, Filena, e non tener coperta
        la fiamma tua:--chiamandola da parte:--
        per tanti segni--dissi--io ne son certa.--

  130   Rispose dopo assai lagrime sparte:
        --Ahi lassa me! Amor d'un dardo d'oro
        ferita m'ha con forza e con sua arte.

        Per non ho seguito il sacro coro
        di mie sorelle, sol perch m'aiuti:
  135   se non mi aiuti, o Rifa, oim ch'io moro!--
p. 13
        Poscia che i suo' martri ebbi saputi,
        venni per aiutarla e son discesa
        non per grillanda o per fiori perduti.--

        Quando quest'ambasciata io ebbi intesa,
  140   risponder voleva io:--La mente mia
         pi di lei ch'ella di me accesa;--

        se non che quella naida n'and via,
        ed in poc'ora trascorse il viaggio
        insino al loco ond'ella venne pria.

  145   Ond'io all'Amor:--Se se' possente e saggio,
        ora il vegg'io e priego, a me perdona,
        se del tuo arco dissi mai oltraggio.--

        Tempo era quasi presso in su la nona,
        ed io pregava che andassimo ratto,
  150   colui che a gir ratto ogni altro sprona,

        dicendo:--Quando  l'ora,  il tempo adatto;
        se poi s'indugia e perdesi quel punto,
        spesse volte l'effetto non vien fatto.--

        Poscia ch'io fui all'altro colle giunto,
  155   vidi Filena l dal fiumicello,
        di cui l'Amor m'avea il cor trapunto.

        Di fiori adorno avea lo capo bello;
        e perch il fiume correa giuso al basso,
        per discesi ed appressaime ad ello.

  160   Quando per gire a lei io movea il passo
        per entro il fiume, udii sonare un corno,
        il qual mi tolse allora ogni mio spasso.

        Filena disse:--La dea fa ritorno;
        oim, fuggi via tosto;--e poi levosse
  165   i fior, de' quali il capo avea adorno.

        Ed incontra alle ninfe ella si mosse,
        le qua' tornavan liete con le prede;
        ed indi anche Cupido me rimosse,

        dicendo a me:--Se Diana ti vede,
  170   come Acteon, quando da lei fu visto,
        trasmutar ti far da capo a piede.--
p. 14
        Come colui che crede fare acquisto
        di quel che pi desia, e viengli invano,
        cos io me scornai e feime tristo.

  175   E lagrimando ingavicchiai la mano,
        e risguardava la nobile 'manza
        da un boschetto non molto lontano.

        Oh credula anco e fallace speranza,
        confortatrice all'uom nelle gran pene,
  180   che, mentre perdi, acquistar hai fidanza!

        Ancor nel core mi dicea la spene:
        --Anco avverr che Filena rimagna,
        se a Diana partir gli conviene.--

        Poi volle andar la dea alla montagna;
        e per non gire, io credo, mille prece
  185   fece Filena e Rifa sua compagna.

        Ella non assent, ma gir le fece
        amendue seco, e Filena lo sguardo
        volse a me, andando, volte pi di diece;

        e, mentre andava in su, mi gitt un dardo.


p. 15




CAPITOLO III

L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena,
che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta.


        Il dardo, che gitt, da me si colse,
        che, quando il balestr, venne s ritto
        e tanto appresso a me quant'ella vlse.

        Io amo te--occulto ivi era scritto:--
    5   l'Amor, che fer Febo di Parnaso,
        ferito m'ha li panni e 'l cor trafitto.

        Cupido a me:--Per me non  rimaso
        che tu non abbi avuto il tuo desire;
        ma questo impedimento  stato a caso.

   10   Cercando omai per lei ti convien gire.--
        E quando io a lui rispondere vola,
        fugg volando e non mi volle udire.

        --O falso Amor--diss'io,--o scorta mia,
        perch mi lassi? or dove prendi il volo?
   15   perch mi lassi senza compagnia?--

        Vedendomi rimaso cos solo,
        passai il fiume insino all'altra banda
        e fui sul prato e su quel verde suolo,

        ov'io vidi Filena lieta e blanda,
   20   quando coll'occhio mi soffi nel foco,
        che amore accende e che Cupido manda.

        E sospirando dissi:--Oh dolce loco,
        mentre Filena vi tenne le piante!--
        E poscia che 'l basciai e piansi un poco,

   25   per la via ch'ell'er'ita, andai su avante,
        cercando tutti i balzi ed ogni valle
        e scogli e schegge intorno tutte quante.
p. 16
        E gi Atalante dietro le sue spalle
        posto avea Febo e facea il giorno nero;
   30   ed io pur oltre per lo duro calle,

        senza riposo; e solo avea il pensiero
        a ritrovarla per la selva oscura,
        piena di spine senz'alcun sentiero.

        Se sol di notte non avea paura,
   35   Amor  quel che da fortezza altrui
        nelle fatiche e l'animo assicura.

        Tra l'aspre selve e tra li boschi bui
        tutta la notte andai cercando intorno
        insin che in un vallon venuto fui.

   40   E quasi su nel cominciar del giorno
        trovai un mostro, maladetta fera,
        coll'arco in mano, e avea al petto un corno.

        Il petto e 'l volto suo tutto d'uomo era,
        il dosso avea caprin fino alla coda,
   45   con quattro piedi e colla pelle nera.

        Un satiro era questo pien di froda:
        e satir detti son malvagi e falsi,
        che fanno inganni con lusinghe e loda.

        E fauni ancora stan tra quelli balsi
   50   ed hanno umani i petti ed anco i volti;
        l'altro  bovino, e vanno nudi e scalsi.

        E semicervi ancora vi son molti,
        ingannatori ed animal perversi,
        pur ch'altri con lor usi e che gli ascolti.

   55   Dal satir, che scontrai, con dolci versi
        s lusingato fui e s sottratto,
        che tutto il mio amor gli discopersi.

        Ch quando vidi un mostro cos fatto,
        in man per mia difesa presi il dardo,
   60   che la bella Filena a me ave tratto.

        Ed egli il riconobbe al primo sguardo
        ch'io l'avea dalla ninfa di Diana;
        onde parl come falso e bugiardo:
p. 17
        --Onde vien' tu in questa selva strana?
   65   Di', che ti move e, dimmi, qual  il fine,
        pel qual tu vai per questa via lontana?--

        Ed io a lui:--Tra cespi e dure spine
        smarrito vo, ed or son qui venuto
        come chi va, n sa dove cammine.

   70   Ma tu, che se' mezz'uomo e mezzo bruto,
        mi fai maravegliar quando io ti guato,
        ch s fatto uom non fu giammai veduto.

        --Io fui pur uom--rispose--innamorato
        di dea Diana, e vagheggiaila ognora,
   75   e da lei 'n questa forma fui mutato;

        ch'ella preg lo dio, ch'altru' innamora,
        che a ci rimediasse, e me percosse
        del dardo ch' di piombo e disamora.

        Questo ogni amor mi tolse e via rimosse;
   80   e per quella dea a me permette
        ch'i' possa gire a lei unque ella fosse.

        Insieme vo con le sue giovinette
        fra questi monti, insieme con lor coglio
        li fior, che stanno in su le verdi erbette.

   85   A chiunque  innamorato anche ho cordoglio,
        che ricordo le pene, ch'io provai
        del falso Amor, del quale ancor mi doglio.

        E se tu mi dirai dove tu vai,
        forse t'aiuter, se mi richiedi
   90   e se sei saggio e secreto il terrai.--

        O vano amor, oh quanto ratto credi
        quel che vorresti! Alle parole udite
        ed al modo del dir fede gli diedi.

        Ed io a lui:--Per queste vie smarrite
   95   cercando vo le ninfe, ov'elle stanno:
        prego, se 'l sai, me diche ove son ite.--

        Rispose ancor con falsit ed inganno:
        --Elle sonno ite in un lontan paese,
        al qual non potrest'ir per grave aflanno.
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  100   Ma, se tu ami, perch nol palese
        a me, che sai che ho provato l'arme
        del fier Cupido e le saette accese?

        --Satiro mio--diss'io,--se puoi aitarme,
        io te 'l dir, se prima tu mi giuri
  105   tener credenza e ch'io possa fidarme.

        --Perch non di', perch non t'assecuri?
        --rispose il falso.--Or non sai tu che io
        di piombo e d'r sentito ho i dardi duri?

        Io ti prometto e giuro innanzi a Dio
  110   di tenerti secreto e d'aiutarte
        e conducer la ninfa al tuo desio.--

        Cos mi disse con malizia ed arte;
        ond'io m'apersi e dissi con gran pena:
        --Vo cercando una ninfa in ogni parte,

  115   bella e gentile, chiamata Filena;
        per ritrovarla entrai per questo bosco;
        la sua belt dirieto a lei mi mena.

        Tra questi spin, che son pi amar che tsco,
        soletto per parlargli io mi son messo,
  120   ch pi piacente cosa io non conosco.

        --Ed io far--diss'ei--quel ch'i' ho promesso;
        ch'io ander co' mie' veloci piei
        ove la ninfa sta molto da cesso.

        Ma perch essa creda a' detti miei,
  125   il dardo, che hai in man, mi d' per segno,
        perch segretamente il mostri a lei.

        Con mie parole e mio usato ingegno
        far ch'ella verr in un bosco sola,
        e tu girai a lei quand'i' rivegno.--

  130   Io gli die' 'l dardo per questa parola,
        ed ei ghign alquanto e poi saltando
        and veloce come uccel che vola.

        Forse sei ore avea aspettato, quando
        io vidi Rifa mia fida messaggia,
  135   e quando a lei fui presso, io la domando:
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        --Dov' Filena bella, onesta e saggia?
        Per lei cercato ho il bosco in ogni canto,
        e gito in ogni scheggia, in ogni piaggia.--

        Ella rispose con singolti e pianto:
  140   --Pi non appar la misera tapina;
        come tu contra lei errato hai tanto?

        Quella biforme bestia, ch' caprina,
        dianzi venne a noi, correndo in fretta,
        'nanti alle ninfe ed alla lor regina,

  145   e mostr lor lo dardo over saetta,
        che balestr Filena a te dal monte,
        e la scrittura Io t'amo  tutta letta.

        Per la vergogna ella abbass la fronte,
        e dea Diana, a grand'ira commota
  150   contra Filena, stante a braccia gionte,

        gli die' dell'arco in testa e nella gota;
        e poich l'ebbe dispogliata nuda,
        disse alle ninfe:--Ognuna la percota.--

        Allor ciascuna verso lei fu cruda.
  155   Ridea colui che fatto avie l'accusa,
        quel reo biforme maladetto Iuda.

        Poscia cos spogliata e s confusa
        ad una quercia grande fu congiunta,
        che sempre debba stare ivi rinchiusa.

  160   E quivi vive e sta quasi defunta;
        e mille volte fu percossa ancora
        drento alla pianta; e quando ella  trapunta,

        ad ogni colpo n'esce il sangue fuora
        e l'arbor bagna; e quando il colpo giunge,
  165   grida piangendo:--Om, om, m'accora!--

        Udito io questo, ambe le mani e l'ugne
        mi diedi al volto e tenni basso il viso
        e non parlai, che il gran dolor, che pugne,

        parlar non lassa, quand'ha 'l cor conquiso.
  170   Poscia, sfogati gli occhi lagrimosi,
        con voce fioca e col parlar preciso,

        s come or seguir, io gli risposi.


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CAPITOLO IV

Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa
di pi bella ninfa fattagli da Cupido.


        --Oim, oim, o Rifa mia fedele,
        come ha permesso la fortuna e Dio
        che sia avvenuto un caso s crudele?

        Trovai quel mostro maladetto e rio
    5   nella boscaglia in sul levar del sole;
        ed e' mi domand del cammin mio.

        Oh lasso me! con sue dolci parole
        ei m'ha tradito: or vada, ch'io nol giunga
        e non l'occida, a lunge quanto vuole.--

   10   Driada disse:--Il falso  s alla lunga,
        che 'nvan per queste selve t'affatichi
        che mai per te insino a lui s'aggiunga.

        --O Rifa mia, io prego che mi dichi
        dov' la quercia, dove sta unita
   15   Filena mia coi begli occhi pudichi,

        e, da che io non gli parlai in vita,
        la vegga morta e le mie braccia avvolti
        a quella pianta, dove sta impedita.--

        Mossesi allor con pianti e con singolti,
   20   ed io con lei per l'aspero cammino
        di quelli boschi e di que' lochi incolti,

        insin che giunsi all'arbore tapino;
        non alto gi, ma era lato tanto,
        quanto in la selva  lato un alto pino.

   25   Io corsi ad abbracciarlo con gran pianto,
        e dissi:--O ninfa mia, prego, se pui,
        prego che mi rispondi e parli alquanto.
p. 21
        Oh lasso me! ch a te cagione io fui
        di questa morte; ch quel traditore
   30   nefando mostro ha tradito amendui.

        Alli miei prieghi ti fer l'Amore
        dell'infelice colpo alla gonnella,
        che pass tanto acceso poi nel core.

        Prego, perdona a me, Filena bella:
   35   perch non parli? perch non rispondi?
        Prego, se puoi, alquanto a me favella.

        Questa novella pianta e queste frondi
        e questi rami io credo che sian fatti
        delli tuoi membri e tuoi capelli biondi.--

   40   Poich mille sospiri io ebbi tratti
        e mille volte e pi la chiama' invano
        con pianti e voci ed amorosi atti,

        a quelle frasche stesi s la mano
        e della vetta un ramuscel ne colsi:
   45   allora ella grid:--Oim! fa' piano.--

        E sangue vivo usc, ond'io el tolsi,
        s come quando egli esce d'una vena;
        ond'io raddoppiai il pianto e s mi dolsi:

        --Perdona a me, perdona a me, Filena.--
   50   Poi maladissi il falso dio Cupido,
        che lei e me condotto avea a tal pena,

        dicendo:--Se pi mai di lui mi fido,
        perir poss'io, e se al suo consiglio,
        seguendo il passo suo, mai pi mi guido.--

   55   Quando questo io dicea, con lieto ciglio
        Cupido apparve con bel vestimento
        broccato ad oro nel campo vermiglio;

        e disse a me:--Perch questo lamento
        di me fai tu? Non  la colpa mia,
   60   se altri a te ha fatto tradimento.

        Anche  stato tuo error e tua follia,
        da che tu rivelasti il tuo secreto
        al mostro, che trovasti nella via.
p. 22
        Pon' fin omai, pon' fin a tanto fleto,
   65   ch d'altra ninfa di maggiore stima,
        se mi vorrai seguir, ti far lieto.--

        Ed io, mirando l'arbore alla cima,
        dissi:--Pi bella non fu mai veduta;
        questa l'ultima sia, che fu la prima.--

   70   Ed egli a me:--Della cosa perduta
        non curar pi; e tanto ti sia duro,
        quanto se mai tu non l'avessi avuta.--

        Ed io dicendo pur:--Venir non curo,--
        della faretra fuor un dardo trasse,
   75   ch'era di piombo pallido ed oscuro,

        e parve ch'e' nel petto me 'l gittasse;
        e perch quello fa che amor si sfaccia,
        fece che pi Filena io non amasse.

        Allor risposi a lui con lieta faccia:
   80   --Voglio venire e voglio seguitarte
        ed esser presto a ci che vuoi ch'io faccia.--

        Ed egli disse:--Qua a destra parte
        sta una valle tra la gran foresta,
        che diece miglia di qui si diparte.

   85   L debbe dea Diana far la festa
        per la sua madre, come fa ogni anno,
        e la dea Iuno a venirvi ha richiesta,

        s ch'ella e le sue ninfe vi verranno,
        che son s belle, che, a rispetto a quelle,
   90   queste di Diana silvestre parranno.

        Tu vederai venir quelle donzelle
        tutte vaghette, adorne ed amorose,
        incoronate di splendenti stelle.--

        E poi si mosse tra le vie spinose,
   95   tanto ch'e' mi condusse su nel monte,
        ond'io vedea la valle, e l mi pose.

        In mezzo la pianura era una fonte
        s piena d'acqua, che n'usciva un rivo,
        nel qual le ninfe si specchian la fronte.
p. 23
  100   E 'n mezzo la pianura, ch'io descrivo,
        era una quercia smisurata e grande
        e sempre verde quanto verde olivo;

        e li suo' rami in quella valle spande,
        li quai son tutti di rosso corallo,
  105   ed ha zaffiri in loco delle giande.

        E tutto il fusto  come un chiar cristallo,
        e sotto terra ha tutte sue radice,
        come si crede, del pi fin metallo.

        Per farlo adorno e mostrarlo felice
  110   vi cantan tra le fronde mille uccelli,
        e lodi di Diana ciascun dice.

        Sul verde prato tra' fioretti belli
        vidi migliaia di ninfe ire a spasso
        con le grillande in sui biondi capelli:

  115   e per le coste gi scendere abbasso
        fauni vidi e satiri e silvani,
        che alla festa al pian movean il passo.

        Dietro son bestie ed hanno visi umani;
        e son chiamati di di quelli monti
  120   e di quegli alpi s scogliosi e strani.

        E naide v'eran le de delle fonti,
        e driadi v'eran le de delle piante,
        che hanno i membri agli arbori congionti.

        Con le grillande vennon tutte quante
  125   gi nella valle a far festa a Diana;
        e poi che funno a lei venute avante,

        s'enginocchioron su la valle piana;
        e fengli offerta s come a signora,
        e cantando dicean:--O dea sovrana,

  130   benedetta sii tu in ciascun'ora,
        e benedetti li fonti e li boschi,
        dentro alli quai tua deit dimora.

        Le fre venenose e c'hanno toschi
        non vengan nelli lochi dove stai,
  135   n cosa, che dispiaccia, mai conoschi.
p. 24
        Tu facesti smembrar con doglie e guai
        il trasmutato in cervio Atteone
        con la potenzia grande, che tu hai;

        ch delle ninfe le nude persone
  140   corse a vedere tra le chiarite acque,
        bench fortuna ne fosse cagione.

        Ippolito gentil, quando a te piacque,
        tornar facesti in vita dalla morte
        con quelle membra, con le quali ei nacque.--

  145   E quando ell'ebbon lor offerte prte,
        anco alle ninfe fenno riverenza,
        s come a servi principal di corte.

        E dilungate dalla lor presenza
        tennono nella valle estremo loco,
  150   come conviensi a lor bassa semenza.

        Gi era il tempo che la festa e 'l gioco
        far si dovea e Diana fe' segno
        a due sue ninfe, a lei distanti poco,

        che chiamasser Iunon dall'alto regno,
  155   che scendesse alla festa omai a sua posta
        col coro delle ninfe alto e benegno.

        Come fa 'n cor colui, al qual  imposta
        l'antifona per dir, che prima inchina,
        poi a cantar la voce tien disposta;

  160   cos fn quelle due a sua regina,
        che s'inchinonno prima al suo comando,
        poi, tenendo la faccia al ciel supina,

        encomincionno a dir cos cantando.


p. 25




CAPITOLO V

Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana.


        --O regina del cielo, o alta Iuno,
        moglie e sorella del superno Iove,
        che l'aer rassereni e failo bruno,

        Diana prega te che venghi dove
    5   ella fa festa e con le belle dame
        del nobil regno tuo qui ti ritrove.

        Il nostro dir, bench da lungi chiame,
        noi sappiam ben che l'odi dall'altezza
        del monte Olimpo, dov' il tuo reame.--

   10   Queste parole con tanta dolcezza
        cantn due ninfe, Pallia e Lisbena,
        ch'anco, quando il ricordo, io n'ho vaghezza.

        N mai cant s ben la Filomena,
        n per addormentare in mar Ulisse
   15   cant s dolcemente la Sirena.

        Iuno, per dimostrar ch'ella l'udisse,
        mand un lustro e sin a lor discese
        come balen che subito venisse.

        Le ninfe di Diana inver'il paese,
   20   onde venne quel lustro, stavan vlte,
        con gli occhi rimirando e stando intese.

        Ed ecco come il raggio spesse volte
        pare una via, che 'nsino a terra cada
        fuor delle nubi, ove non son s folte,

   25   cos da alto ingi si fe' una strada
        dal loco, onde Iunon dovea venire,
        lucida e stesa insin quella contrada.
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        Poi, come il chiaro Febo suol uscire
        fuori dell'orizzonte la mattina,
   30   cos vidi io per la strada apparire

        un nobil carro, e suso una regina
        con corona di stelle e s splendente,
        come tra li mortal cosa divina.

        E quanto pi e pi vena presente
   35   agli occhi miei, tanto parea pi adorno,
        maraviglioso il carro e pi eccellente.

        E mille ninfe avea intorno intorno
        con corone di stelle in su la testa,
        lucenti al sole ancor nel mezzogiorno.

   40   E d'oro e celestina avean la vesta,
        e cantando dicen:--Viva Iunone!--
        con suoni, balli, gioia e con gran festa.

        Il carro ad ogni rota avea un grifone,
        pappagalli e pavon con belle penne
   45   intorno e sopra; e tre 'n ogni cantone.

        Poscia che 'l plaustro gi nel pian pervenne,
        Diana il carro suo fe' venir anco,
        che gran bellezza ancora in s contenne,

        di drappi adorno e d'ogni uccello bianco:
   50   mai vide Roma carro trionfante,
        quant'era questo bel, n vedr unquanco.

        Con pi di mille ninfe a lei davante
        ella si mosse incontra a fare onore
        alla regina, moglie al gran Tonante.

   55   E poich fu ballato ben due ore,
        le ninfe di Iunon l'altre invitro
        a voler concertar con lor valore,

        dicendo:--Acci che ben si mostri chiaro
        chi usa meglio l'arco o voi o noi,
   60   se a voi piace, a noi anco sia caro.

        Di vostre ninfe due eleggete voi;
        e noi due altre; e chi trarr pi dritto,
        da dea Iunon sia coronata poi.--
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        Alle de piacque cos fatto ditto;
   65   e dea Diana una corona pose
        nell'aer alta a lor per segno fitto,

        fatta di fiori e pietre preziose.
        Per parte di Iunon, celeste dea,
        vennono due ardite e valorose.

   70   Una fu Ursenna e l'altra fu Lippea,
        a me promessa, bella giovinetta;
        ma che foss'ella, io ancora nol sapea.

        A lei diede Iunone una saetta
        e l'arco eburneo bello ed inorato:
   75   tanto era grata a lei e tanto accetta.

        A campo incontra uscr dall'altro lato
        Lisbena e Pallia; e queste due son quelle,
        che, 'nvitando Iunone, avean cantato.

        E patto fn tra lor quelle donzelle
   80   di trar tre volte; e chi pi ritto manda,
        d' coronarsi le sue trecce belle.

        Pallia trasse prima alla grillanda,
        coll'arco dirizzando a lei lo strale;
        ma ello dechin a destra banda.

   85   Poi trasse Ursenna; e fero altrettale,
        s che fu giudicato d'este due
        che fosse il colpo loro ognuno eguale.

        Lisbena a saettar la terza fue
        e die' s ritto, che quasi toccata
   90   fu la grillanda nelle frondi sue.

        Lippea trasse la quarta fiata
        e ritto tanto, che tocc una fronde,
        che cadde in terra dal colpo levata.

        Le sue compagne si fenno gioconde,
   95   perch credetton che dentro passasse;
        ma spesso il fatto al creder non risponde.

        Pallia poi un'altra volta trasse,
        prima pregando la sua dea Diana
        che 'l dardo alla corona dirizzasse.
p. 28
  100   Ma la saetta tratta and lontana
        dalla grillanda forse quattro dita,
        s che la prece e la spene fu vana.

        Lippea bella gi s'era ammannita,
        e, dopo lei, col suo duro arco scocca
  105   una saetta leggiadra e polita.

        Da lei fu un poco la grillanda tcca,
        non dalla punta, ma sol dalla penna,
        c'ha la saetta appresso della cocca.

        E, dopo questa poscia, trasse Ursenna,
  110   Lisbena poi; e gi secondo il patto
        due volte ognuna avea tratto a vicenna.

        Ognuna ancora avea a fare un tratto;
        e Pallia pria, per aver la corona,
        vlta a Diana con riverente atto

  115   disse:--Se mai, o dea, la mia persona
        servito ha te con arco e con faretra,
        a questo colpo la grillanda dona.--

        Poscia a misura, come un geomtra,
        nella corona s forte percosse,
  120   che ne fe' d'ella sbalzare una pietra.

        Nel centro avrebbe dato, se non fosse
        che Iuno in quella fe' venire un vento,
        che 'l dardo alquanto dal segno rimosse.

        Ursenna, lieta d'esto impedimento,
  125   prese la mira per voler poi trare,
        col core e con lo sguardo ben attento.

        Non die' nel mezzo, ov'ella credea dare;
        ma la tocc e commossela alquanto,
        ma non per che la fsse voltare.

  130   Ora in due era omai rimaso il vanto
        della battaglia e della gran contesa;
        e queste eran pregate da ogni canto.

        --Fa', o Lisbena, che vinchi l'impresa
        e getta s, che non abbiam vergogna,
  135   con l'arco al segno e con la mente intesa.
p. 29
        --Soccorri, o dea Diana, or che bisogna
        --disse Lisbena,--e se lo mio quadrello
        tu fai che dentro alla grillanda io pogna,

        offerta far a te d'un bianco agnello,
  140   di bianchi gigli e bianchi fior coperto,
        e d'un bel cervio a Febo tuo fratello.

        Egli  signor e dio e mastro esperto
        di trar con l'arco: egli fer Fetonte,
        il quale un gran paese avea deserto.--

  145   Lippea ancora al ciel con le man gionte
        a dio Cupido ins alzava il volto,
        che stava meco ascosto a pi del monte.

        --Derizza il dardo mio, ti priego molto,
        o dio d'amor, s come tu percoti
  150   col dardo che nel cor a tanti  clto.--

        Poich'ebbon fatti molti e grandi voti
        e che pregato avean con gran desire,
        mostrando gli atti e' sembianti devoti,

        trasse Lisbena, a cui tocc il ferire;
  155   e 'l dardo dentro alla grillanda colse
        in un de' lati e torta la fe' gire.

        In quel che la corona si rivolse,
        gitt Lippea nella circonferenza;
        e 'l dardo trapassolla e l si folse.

  160   Ora tra lor comincia grande intenza,
        ch l'una e l'altra la grillanda vuole,
        credendo ognuna aver giusta sentenza;

        e diceano a Diana este parole.


p. 30




CAPITOLO VI

Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda
tra Lisbena e Lippea.


        --O dea Diana, o figlia di Latona,
        discerna tua prudenza e tuo gran senno
        chi di noi due debbia aver la corona.--

        Diana, udito questo, fece cenno
    5   che l'una e l'altra andasse a dea Iunone
        con riverenza; ed elle cos fenno.

        Lisbena in pria, che crede aver ragione,
        umilemente abbassa le ginocchia;
        e mosse po' a Iunon questo sermone:

   10   --O del gran Iove mogliera e sirocchia,
        mira l'onor della mia compagnia,
        mira se ho ragione, e bene adocchia.

        Io trassi alla corona alquanto pria;
        e poi Lippea; ma non trasse ad ora,
   15   ch gi pel colpo ell'era fatta mia.--

        Lippea incontro a questo dicea ancora:
        --O alta Iuno, a cui il sommo impero
        ha dato Iove, e sei con lui signora,

        se ben si mira qui a quel ch' vero,
   20   Lisbena e le compagne vedran forse
        che 'l colpo suo non fu ritto e sincero,

        che diede alla grillanda e s la torse,
        perocch la tocce; ed io, in quel mentro
        ch'ella volte, la mia saetta porse

   25   un poco dopo lei e ferii dentro,
        e con tanta misura al segno diedi,
        che la mia polsa and per mezzo il centro.
p. 31
        Per ti prego pel carro ove siedi
        e per l'amor che porti all'alto Iove,
   30   che la corona bella a me concedi.

        Se 'l priego mio, signora, non ti move,
        movati il sacro cor, che teco viene:
        che abbiam perduto non si dica altrove.--

        Iunon rispose:--A Diana appartiene
   35   giudicar questo e che la pace pogna
        tra te e Lisbena; e cos si conviene.--

        Diana a questo:--Ancor pugnar bisogna
        un'altra volta; e la qual parte vince,
        abbia l'onore, e l'altra la vergogna.

   40   Un cervio sta non molto lontan quince
        con corni grandi, e 'l dosso ha tutto bianco,
        se non c'ha i pi macchiati come lince.

        Questo in la selva  stato sempre franco,
        ch mai non lo lasciai morder dai cani,
   45   n da persona mai ferire unquanco.

        Io mander miei fauni e miei silvani,
        che menin questo cervio su nel prato,
        e sia lasciato in mezzo a questi piani.

        E tu, o Lippea, li porrai da un lato
   50   con le tue ninfe e con le tue compagne,
        con quante e quali e come a te sia grato.

        Lisbena ancor per piani e per montagne
        porr le ninfe mie dall'altra parte;
        e se addivien che il cervio tu guadagne,

   55   piaccia a Iunon volere incoronarte.
        Ma se le ninfe mie vincon la caccia
        o per ingegno o per forza di Marte,

        anco Lisbena incoronar gli piaccia,
        non per lei tanto, ma per le sorelle,
   60   che per vergogna stan con rossa faccia.--

        Le ninfe di Iunon gentili e belle
        si mostrn d'accettar volonterose
        con arditi atti e con pronte favelle.
p. 32
        Allor Diana a sei silvani impose
   65   che menassero il cervio; ed ei menllo
        su delle ripe e delle vie scogliose,

        con una fun legato intorno al collo;
        poi fu lasciato sciolto presso al fonte,
        ch'era sacrato alla suora d'Apollo.

   70   --Su su, sorelle, circondate il monte
        --dicea Lippea,--e prendete la costa
        con archi e spiedi coll'acute ponte.

        Ognuna attenta sia nella sua posta:
        co' can correnti dietro alli cespogli,
   75   come chi sta in aguato, stia nascosta.

        E tu, Tirena, va' 'ntorno a li scogli
        con cento ninfe: sai ch'io mi confido
        in tua virt; per mostrar la vogli.

        S come io accenno o col mio corno grido,
   80   cos con quelle cento mi soccorre,
        co' cani alani e col tuo arco fido.

        Perch, se 'l cervio suso al monte corre,
        di l dall'altra valle non trapassi,
        lass, Ipodria, tu ti vogli porre

   85   e con ducento ninfe prendi i passi:
        con can mastini e con cani levrieri
        fa' che lo pigli e che passar nol lassi.

        Or ora essere accorte  ben mestieri;
        acci che onore abbia la nostra dea,
   90   mostriam la forza de' nostri archi fieri.--

        Non men Lisbena ancora disponea
        la schiera sua e facevala forte
        con modi e con parol, ch'ella dicea.

        --Sorelle, ora conviene essere accorte;
   95   ora convien mostrar nostro valore;
        ch'altri che noi di caccia onor non porte.

        Ora si veder chi porta amore
        a dea Diana e se siete valente,
        s che di questa caccia abbiamo onore.
p. 33
  100   O Lisna bella mia, va' prestamente
        sopra del monte e circonda la cima
        con cento ninfe: e state bene attente.

        Credo che 'l cervio l correr prima:
        abbiate cani e spiedi, ch non varchi
  105   di l dal monte verso la valle ima.

        Chi per la costa discorra cogli archi,
        chi di lanciotto e chi di duro spiedo,
        quando fia l'ora, la sua mano incarchi.

        Alconia, te per principal richiedo,
  110   che stii con cento ninfe in su la piaggia;
        ch 'l cervio l verr, s come io credo.--

        Quando ordinata fu la schiera saggia,
        e fu ognuna nel loco che vlse
        quella di Iuno e della dea selvaggia,

  115   la bella Iris i gran cani sciolse
        d'intorno al cervio abbaianti e feroci;
        ed ei fugg e ver' Diana volse.

        Le ninfe sue alzn liete le voci,
        gridando fortemente:--Ad esso, ad esso
  120   con le saette e coi passi veloci.--

        Le lor verrette scoccavano spesso;
        e 'l cervio corre e su lo monte sale;
        e dietro i can correndo vanno appresso.

        E poi che giunto fu nel piano equale,
  125   passato arebbe il monte, se non fosse
        che Lisna bella gli die' d'uno strale.

        Allora quello addietro alquanto mosse,
        ed un fier can mastin gli prese il volto,
        e Marsa ninfa d'un dardo il percosse.

  130   Per questo il cervio, alla man destra vlto,
        ver' quelle di Iunon fece l'andata;
        e questo a Lisna bella increbbe molto.

        Ipodria bella, tutta rallegrata:
        --Fa'--disse,--o Iuno, che vinciam la festa;
  135   d' or questa vittoria a tua brigata.
p. 34
        L'aspere ninfe della dea foresta
        non l'han saputo aver, ma s' fuggito:
        per  degno che perdan l'inchiesta.--

        Quando quel cervio presso a lei fu ito,
  140   d'un fiero dardo gli pass la spalla,
        tal che egli a terra cadde gi ferito.

        Come che gente alcuna volta balla
        per la vittoria, che gi aver si spera,
        e poi si scorna se l'effetto falla;

  145   cos fn quelle, ch Lisbena, ch'era
        dall'altra parte, disse:--Abbi memoria,
        o dea Diana, della nostra schiera:

        fa' che le ninfe tue abbian la gloria
        di questa caccia, acci che non sia ditto
  150   ch'altri che tu ne' boschi abbia vittoria.--

        Per questo il cervio si lev su ritto;
        ch quelle di Iunon non eran corse
        insino a lui, ma sol l'avean trafitto.

        Poi per la costa gi correndo corse
  155   per gire al fonte, che stava a rimpetto;
        ma Lisna, quando di questo s'accorse,

        un legno attravers 'n un passo stretto
        l onde convena ch'egli passasse;
        e quel correndo vi percosse il petto.

  160   Lisbena in quello d'un dardo gli trasse
        nel fianco manco e pass l'altro canto,
        onde convenne che 'l cervio cascasse.

        L'aspere ninfe s'allegraron tanto,
        quanto si possa dir, ognuna certa
  165   che d'aver vinto si potea dar vanto.

        Taglin la testa, e di bei fior coperta
        portavanla a Diana, e lei fe' segno
        che a dea Iunon ne facessero offerta.

        Ella accett con aspetto benegno:
  170   Lippea e le compagne il volto basso
        tenean d'ira e di vergogna pregno,

        ch 'l lor pensier era venuto in casso.


p. 35




CAPITOLO VII

Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda,
che avea vinta.


        Per questo Lippea bella  disdegnosa;
        e perch vinta gli parea a ragione
        quella grillanda tanto preziosa,

        and piangendo all'alta dea Iunone,
    5   dicendo a lei:--Perch le paraninfe,
        che vengon dietro a te, cos abbandone?

        Queste silvestre e queste rozze ninfe
        di dea Diana, tra' boschi assuete
        e tra li scogli e valli e tra le linfe,

   10   perch han vinto il cervo, stanno liete
        e stan superbe e fan di noi dispregio
        con beffe e riso e con parol secrete.

        Perch a me, che son del tuo collegio,
        la mia vinta corona mi si nega?
   15   Io 'l dico per l'onor e non pel pregio.

        Se il pregio mio, regina, non ti piega,
        mover ti debbe la mia compagnia:
        vedi che ognuna per me te ne prega.--

        Iunon alquanto a ci sorrise pria,
   20   e poi benigna a lei la man distese,
        dicendo:--Usar convien qui cortesia.

        Dacch Diana tien questo paese,
        e noi venimmo ad onorar sua festa,
        ben  che 'nverso lei io sia cortese.

   25   La tua vittoria a tutte  manifesta,
        e tutte veggon ch' tua la grillanda
        e che l'emula tua perde la 'nchiesta.
p. 36
        Ma va' a Diana ed a lei la domanda:
        cos a me piace e voglio che si faccia
   30   da te e dall'altra ci ch'ella comanda.--

        Allora and con reverente faccia
        e disse a lei:--O figlia di Latona,
        con reverenza io prego che ti piaccia

        che mi sia data la vinta corona;
   35   tu sai, Diana, che secondo il patto
        debbe esser mia, e ragion me la dona.--

        La dea rispose a lei con benigno atto:
        --D'allora in qua, Lippea, bene ti vlsi,
        che festi alla grillanda s bel tratto.

   40   Del cervio la vittoria io ti tolsi;
        quand'egli cadde, io gli rendei la lena,
        e su levato alle mie ninfe il volsi,

        ch di perder le vidi aver gran pena;
        ond'i', a piet commossa, alla lor parte
   45   il feci andar a prego di Lisbena.

        N questo feci per ingiuriarte,
        ma perch scaccia invidia e serva amore
        sempre l'onor che insieme si comparte.--

        E poi la 'ncoron con grande onore
   50   e nel carro la pose seco appresso,
        con la grillanda di tanto valore.

        Iunon, che stava non molto da cesso,
        diede a Lisbena un arco d'unicorno
        per premio della caccia a lei promesso,

   55   tutto smaltato d'un bianc'osso eborno,
        e d'una pelle d'orso un bel carcasso
        fulcito tutto d'oro intorno intorno.

        Diana intanto il carro a passo a passo
        mosse verso Iunon; e, giunta a lei,
   60   riverenza gli fe' col capo basso,

        dicendo:--O gran regina delli di,
        Lippea, che sta meco qui presente,
        tanto m' grata e piace agli occhi miei,
p. 37
        che, se a te piace ed ella me 'l consente,
   65   prego che facci che meco rimagna
        insino all'altra festa rivegnente

        e non sia grave a lei nostra montagna;
        ch meco la terr non come ancella,
        ma come mia carissima compagna.--

   70   La dea assento ed anche Lippea bella;
        e l'altre ninfe ne fenno allegrezza,
        mostrando ognuno insieme esser sorella.

        E tutto il loco s'emp di dolcezza,
        di canti e balli su nel verde prato,
   75   il quale ha ben sei miglia di larghezza.

        Cupido, ed io con lui, stava occultato;
        e dalle de s poco er'io distante,
        ch'io intendea lor parlar da ogni lato,

        quando l'Amor mi disse:--Tutte quante
   80   le ninfe hai viste; or, dimmi, qual tu vuoi?
        a qual ti piace pi esser amante?--

        E detto questo, d'un de' dardi suoi
        d'oro ed acceso mi percosse il petto,
        e beffeggiando se ne rise poi.

   85   Ed io a lui:--Il grato e bello aspetto
        della gentil Lippea tanto eccede,
        che nulla paion l'altre a lei rispetto.

        Ma perch non  esperta, non s'avvede
        ch'io l'ami e che di lei m'abbi ferito,
   90   e la mia pena occulta ella non crede.

        Per quella f, con la qual t'ho seguito,
        ferisci ancora lei, perch s'avveggia
        quant'ha valore in s l'arco tuo ardito.--

        Cupido rise come chi beffeggia;
   95   cos ridendo da me disparo
        s come un'ombra o cosa che vaneggia.

        --Ove ne vai--diss'io,--o falso dio?
        perch mi lassi? Or veggio ben ch' folle
        chi pone in te speranza ovver desio.--
p. 38
  100   In questo, come mia fortuna volle,
        una schiera di cervi gi emerse
        e discese nel pian suso dal colle.

        Le ninfe tutte per la valle sperse
        cursono a far la caccia per lo piano
  105   per vari lochi e vie aspre e diverse.

        Lippea coll'arco bello, ch'avea in mano,
        segu un cervio, ch'and verso il monte
        e pass a lato a me poco lontano.

        Sola soletta e con le voglie pronte
  110   gli andava dietro su tra il bosco incolto,
        ferendo lui con le saette cnte.

        Ed io, che stava l in quel loco occolto,
        per ritrovarla dietro a lei mi mossi,
        e tra le frondi del boschetto folto

  115   due miglia o quasi cred'io andato fossi,
        ch'io la trovai, e la fiera avea morta,
        in prima dato a lei mille percossi.

        E quand'ella di me si fo accorta,
        lass il cervio e misesi a fuggire
  120   su verso il monte timidetta e smorta.

        E dietro a lei io comincia' a dire:
        --O ninfa bella, io prego, alquanto ascolta,
        prego che mie parole vogli udire.--

        Come il cacciato cervio si rivolta
  125   sol per veder se il seguitan li cani,
        cos ella facea alcuna volta.

        E poi fugga tra quelli boschi strani,
        ed io seguala tra le acute spine,
        che mi strappavan le gambe e le mani.

  130   --Perch fuggendo s ratto cammine?--
        diceva io a lei.--Io prego che ti guardi
        che tra li boschi e scogli non ruine.

        Deh! perch non ti volti e non mi sguardi?
        Di te ferito m'ha, o cara gioia,
  135   il falso Amor co' suoi orati dardi.
p. 39
        Se tu non m'hai piet, non ti sia noia
        almen ch'io t'ami; e questo sol domando,
        se tu non vuoi ch'io manchi ovver ch'io muoia.

        Io prego il sacro Amor ch'io veggia il quando
  140   ferisca te e costrengati tanto,
        che sii, com'io, soggetta al suo comando.--

        Quand'ella questo ud, si volse alquanto
        e disse, vlta a me, alzando il grido:
        --Mai si potr Amor di me dar vanto.

  145   Tutta la forza del crudel Cupido
        metto a dispetto e le saette e 'l foco,
        ed anco alla battaglia io lo disfido

        ch'egli abbia possa a innamorarmi un poco,
        e del vano arco, il qual portare egli usa,
  150   secura io me ne vo in ogni loco.

        Il petto mio trasmutato ha Medusa
        contro l'Amor in sasso e 'n dura pietra,
        ed a piacergli ha ogni porta chiusa,

        s che suoi dardi e sua vile faretra
  155   niente curo; e bench'egli mi fera,
        il colpo suo mia carne non pentra.--

        E perch ogni ninfa  pi leggera
        assai che l'uomo, da me dipartisse,
        correndo come veltro ovver pantera,

  160   e 'nsin che fu a Diana, non s'affisse.


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CAPITOLO VIII

Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la fer d'una saetta d'oro.


        Io era solo e scornato rimaso,
        quando scontrai in quella via smarrita
        Cupido, come andasse quindi a caso.

        E disse a me:--Lippea ov' fuggita,
    5   che m'ha sfidato e mette me a dispetto?
        Ma converr che da me sia punita,

        ch'io gli trapasser il core e il petto
        con un acceso dardo delli miei;
        e farla a te soggetta io ti prometto.

   10   Io, che ho domato Iove ed altri di
        con la potenza della mia saetta,
        non vincer, non domer costei?--

        Quando egli disse voler far vendetta,
        pensa, lettore, s'io mi feci lieto,
   15   da che affermava a me farla soggetta.

        Egli si mosse, ed io gli andai dirieto;
        e sempre per la costa and all'ingie
        tra 'l duro bosco e l'aspero spineto.

        Quando presso alla valle giunto fue,
   20   vidi io Lippea che guidava il ballo
        'nanti alle de con le compagne sue.

        L'arco suo dur, che mai ferisce in fallo,
        prese Cupido, e d'uno stral gli diede
        a venti braccia forse d'intervallo

   25   sol nelli panni e gi appresso il piede;
        ch se a lor desse in petto o molto forte,
        s come a' viri ed agli di e' fiede,
p. 41
        perch ad amar le ninfe non son scorte,
        pel grande incendio del sacrato foco
   30   verrebbon meno e caderebbon morte.

        Il caldo cominci a poco a poco
        passargli al cor con l'infocato dardo;
        e gi ferita non trovava loco.

        Lippea allora a me alz lo sguardo
   35   e con gli occhi mirommi, con li quali
        tanto m'accese il cor, ch'ancora io ardo.

        L'Amor, movendo poi le splendide ali,
        per man menommi insino alla fontana,
        menacciando anco con suoi duri strali.

   40   Di me s'avvide allora dea Diana
        e disse irata e con acerbo volto:
        --Or che fa qui quella persona strana?--

        Lo dio Cupido meco s'era folto,
        ma non veduto; ch'egli alla sua posta
   45   si pu manifestare e farsi occolto.

        Egli mi disse:--Fa', fa' la risposta.--
        Onde io andai, e riverente e chino
        mi posi al carro suo appresso e a costa.

        E dissi a lei:--Mio caso e mio destino,
   50   o dea, m'ha qui condotto nel tuo regno
        per uno errante ed aspero cammino.

        Forse Dio il fe' che alla tua festa vegno:
        per lui ti prego, o alma dea selvaggia,
        che non mi scacci e che non m'abbi a sdegno.

   55   E prego te che una grazia io aggia:
        che come starvi Ippolito a te piacque,
        cos possa io tra questa turba gaggia.--

        E come chi consente, ella si tacque:
        cos sospeso e dubbioso rimasi
   60   e tornai a Cupido presso all'acque.

        Il carro della dea ben venti pasi
        dal fonte, a mio parere, era distante,
        e 'l sol calato all'orizzonte o quasi,
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        quando con vergognoso e bel sembiante
   65   venne Lippea inverso il fiumicello,
        ond'io andai dicendo a lei davante:

        --O ninfa mia gentil col viso bello,
        deh! non t'incresca e non aver temenza
        se io, che tanto t'amo, ti favello.

   70   Perch pur fuggi e pur fai resistenza
        a quell'Amor, ch'anco li di percote
        con le saette della sua potenza?--

        S come onesta donna, che non puote
        soffrir lascivo sguardo, sottomette
   75   e abbassa gli occhi e fa rosse le gote:

        cos fece ella alle parole dette,
        che abbass il viso e divent vermiglia
        e lagrim e le parol tacette.

        --Mostra i zaffiri, c'hai sotto le ciglia
   80   --dissi,--o Lippea, ed alza s la vista,
        che alle de del ciel si rassomiglia.--

        Sfogando il pianto:--Oim, misera, trista!
        Oim!--diss'ella.--Io ho tanto tormento:
        Amor non vuol che a lui io pi resista.

   85   Se mai il dispettai, io me ne pento;
        se mai il gran Cupido io ebbi a vile,
        dico mia colpa e dico me ne mento.

        Con la potenza dell'orato astile
        di mie parole folli ora mi paga
   90   e col foco, che al cor va s sottile.

        Ma io il prego o che il dardo ritraga,
        che m'ha ferito il cor, o che mi uccida,
        s che la morte risani la piaga.--

        Ed io a lei:--Cupido fu mia guida
   95   insino a te, ed egli mi promise
        donarti a me con sua parola fida.--

        Udito questo, il viso sottomise;
        poi disse sospirando e con vergogna:
        --Perch, quando fer, e' non mi uccise?
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  100   --Da che egli vuole, e questo esser bisogna
        --diss'io a lei,--io prego che mi dichi
        se tu se' mia, e non mi dir menzogna.--

        Come la sposa, cui pudor fatichi,
        cos un s de' labbri gli usc fuore
  105   pur con vergogna e con atti pudichi.

        Il viso bianco di smorto colore
        prima dipinse e poscia si fe' rosso
        de' due color, che fuor dimostra Amore.

        Poi disse:--Oim, oim che pi non posso
  110   celar l'amor!--E questo ella dicendo,
        cadea, se non che io gli tenni il dosso.

        Soggiunse poi:--Amor, a te mi rendo:
        non trova l'arco tuo difesa o scudo;
        per invan contra te mi difendo.--

  115   Poi disse a me:--O amoroso drudo,
        io prego te, da che Amor mi ti dona,
        che contra me non sie cotanto crudo,

        che tu mi lievi la bella corona,
        che io porto in testa e la qual io mi vinsi,
  120   e che mai non mi lasci per persona.--

        Io gliel promisi e per fede gli strinsi
        la bianca mano e con le braccia stese
        il capo bianco e 'l collo ancor gli avvinsi.

        Contro l'amor non fe' poi pi difese
  125   la bella ninfa e mostrossi sicura,
        pur con vergogna ed onest cortese.

        Cercando andammo per quella pianura,
        e poi salimmo ad alto suso al monte,
        in tanto che la notte si fe' oscura.

  130   Era gi Febo sotto l'orizzonte
        ben venti gradi, ed ella mi condusse
        in un bel prato, ov'era un bello fonte.

        Ed in quel loco tanto vi rilusse
        la chiara luna, che per quella valle
  135   ogni fiore io vedea qual e' si fusse.
p. 44
        Di fiori e di viol vermiglie e gialle
        la bella ninfa tutto mi copro;
        e poi sul prato mi posai le spalle.

        E quando all'oriente in pria apparo
  140   il chiaro sol, trovai che n'era andata,
        e posto un sasso scritto al capo mio,

        nel qual dicea: Sappi ch'io son tornata
        a dea Iunone, alla regina mia;
        che colle mie compagne io sia trovata.

  145   Tu sai che dea Iunone, andando via,
        di lassarmi a Diana ell'ha promesso
        che con lei io rimanga in compagnia.

        In questo tempo che star m' concesso,
        staremo ed anderem come a noi piace,
  150   cercando e boschi e balzi e scogli spesso.

        Fatti con Dio e tieni occulto e tace;
        e prego che a vedermi torni tosto,
        ch solo in veder te 'l mio core ha pace.

        Oh lasso! a Invidia nulla  mai nascosto,
  155   c'ha mille orecchie la malvagia e rea,
        e l'occhio suo in mille lochi  posto.

        Questa n'and all'una e all'altra dea,
        dicendo:--Or non sapete ch'una dama
        qui delle vostre, chiamata Lippea,

  160   il giovinetto qui venuto ell'ama
        col core e coll'amor tanto fervente,
        che sol per lui di rimaner ha brama?--

        E, detto questo, spar prestamente.


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CAPITOLO IX

Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire.


        Letto ch'io ebbi ci che nel sasso era,
        io mi partii e dentro uno spineto
        mi posi a stare ascoso insino a sera,

        acci che il nostro amor fosse segreto.
    5   Presso all'occaso ed io scendea la costa
        e per veder Lippea andava lieto.

        Ed una driada disse:--Fa', fa' sosta--
        forte gridando, ond'io maravigliai
        e 'nsin che giunse a me, non fei risposta.

   10   Quando fu a me, ed io la domandai.
        --Non sai--rispose--ci ch' intervenuto,
        e Lippea quanti per te sostien guai?

        L'amor tra te e lei stato  saputo,
        e conven che si parta: oh s infelice,
   15   ch contra questo nullo trova aiuto!

        Io son sua driada e gi fui sua nutrice:
        l'amor, che porta a te, m'ha rivelato,
        ed ogni suo segreto ella mi dice.

        Se saper vuoi il fatto come  stato,
   20   la Invidia, che sempre il mal rapporta,
        che mille ha orecchie ed occhi in ogni lato,

        disse a Iunone:--Or non ti se' tu accorta
        che Lippea ama il vago giovinetto,
        che venne qui e tanto amor gli porta?--

   25   Poscia sparo, quando questo ebbe detto
        la rea, che ha mille occhi e tutto vede
        e mille orecchie e tosco ha dentro al petto.
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        Ah Invidia iniqua, quanto a te si crede!
        e perci volentier tu se' udita,
   30   perch troppo al mal dir si dona fede.

        A Lippea detto fu che ammannita
        stesse ad andarne nel seguente giorno,
        quando Iunon volea far sua partita.

        Pel gran dolor e per lo grave scorno
   35   d'amaro pianto si bagn le gote,
        e smorto divent suo viso adorno.

        E per non far di fuor le fiamme note,
        che Amor le aveva acceso dentro al core
        coll'arco dur, che mai invan percote,

   40   pigliava scusa pianger per l'amore,
        ch'ella portava alla Diana dea
        e alle sue ninfe come a care suore.

        --Sorelle mie--dicea,--perch credea
        rimanermi con voi, per 'l cuor piagne
   45   che dipartir mi fa la 'Nvidia rea.

        E non sar che mai 'l mio pianto stagne:
        tanto  l'amor, oh lassa me tapina,
        ch'io conceputo ho qui, o mie compagne.--

        Poscia and a Iuno e disse:--O mia regina,
   50   per darmi infamia e darmi vitupero,
        l'Invidia con sua lingua serpentina

        detto ha cos; ma s'ella dice il vero,
        io cada morta, o s'io assento all'arme
        di dio Cupido o mai n'ebbi pensiero.

   55   Quando deliberasti, o dea, lassarme,
        concepii amore a tutte, ed or mi dole
        se io le lascio e altrove puoi menarme.--

        Iunon rispose a lei brevi parole:
        --Voglio che vegni e, quando il carro parte
   60   crai, sii la prima sul levar del sole.--

        Poscia che mille lacrime ebbe sparte,
        dicea fra s dolente ed angosciosa:
        --Come far? oim! 'l cor mio si sparte.--
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        Come va 'l cervio, a cui gi venenosa
   65    giunta la saetta, e move il corso
        or qua or l, e insin che muor non posa:

        cos ed ella per aver soccorso
        giva ad ognuna, e poscia lacrimando
        deliber a Diana aver ricorso.

   70   E disse:--O dea, tu facesti il domando
        ch'io rimanessi, e Iuno fu contenta;
        ed io anche assentii per suo comando.

        Ed ora pare a me ch'ella si penta,
        non so perch: e se fia mia partenza,
   75   convien che gran dolor mio cor ne senta,

        perch tu, dea, a me benivoglienza
        hai dimostrata, e Pallia e Lisbena
        e l'altre, con ch'i' ho fatto permanenza.

        Per partir da loro a me  gran pena,
   80   ch'io amo ognuna come mia sorella,
        e sopra tutte te, o dea serena.

        Per, ti prego, alquanto tu favella
        a dea Iunon ch'io stia sino alla festa,
        che ogni anno, come sai, si rinovella.--

   85   Rispose a lei Diana:--Manifesta
        tu fai te stessa: or sappi che colei,
        di cui  sospetto, non  ben onesta.

        Vanne con la signora delli di;
        ch s'ella mi dicesse ch'io v'andassi,
   90   s come a Iove, a lei ubbidirei.--

        Per la vergogna tenne gli occhi bassi
        la misera e pensava tutt'i modi
        per rimanere e che nessun ne lassi.

        O Amor folle, che s forte annodi
   95   l'amante con l'amato e s li leghi,
        che dentro consumando li corrodi!

        Quando si vide non valer li prieghi,
        giva ansiando come fa la cagna,
        a cui veder li suoi figliuol si neghi.
p. 48
  100   E lasci tutte e sol me per compagna
        seco mene; e salse tanto ad erto,
        ch'ella pervenne in una gran montagna.

        Alquanto andammo l per un deserto:
        alfin venimmo in quel prato fiorito,
  105   ov'ella te di fiori avea coperto.

        Ella gittossi dov'eri dormito;
        e cominci a dir con pianto amaro:
        --O dolce sposo mio, dove se' ito?

        dove se' ora, o mio amico caro?
  110   Oh ti vedessi 'nanti ch'io mi parta,
        da che contra il partir non ho riparo!--

        Poi ch'ebbe pianto l ben una quarta
        d'una gross'ora, su in un sasso scrisse
        col dardo suo, come chi scrive in carta.

  115   E l lo pose e poi indi partisse;
        e per veder te, credo, mille volte
        gi per la piaggia mirando s'affisse.

        Iunon le ninfe sue avea raccolte,
        e perch Lippea sola v'era manco,
  120   mandat'avea a trovarla ninfe molte.

        La piaggia tutta non avea scesa anco,
        che fu trovata e menata a Iunone
        coll'animo ansioso e tanto stanco.

        Non valse a dir che sdegno era cagione
  125   del suo assentarsi, che creso era pie
        a Invidia il falso, ch'a lei 'l ver sermone,

        che non la fsse dalle ninfe sue
        battere prima, e poscia l'ha mandata
        stretta e legata al monte Olimpo in se.

  130   Nel suo partir m'impose esta ambasciata,
        la qual t'ho detta; e disse:--Dilli quanto
        da lui mi parto afflitta e sconsolata.--

        Tanto negli occhi m'abbondava il pianto,
        quando la driada questo mi proferse,
  135   che non risposi per lo pianger tanto.
p. 49
        Ma per le vie tant'aspere e perverse
        con lei andai insino alla pianura,
        ove Lippea di be' fior mi coperse.

        E ratto corsi a legger la scrittura,
  140   la quale avea scolpita su nel sasso,
        quand'ella fece la partenza dura.

        Ella dicea: Perduto ho il bello spasso,
        ch'io avea, vedendo te, o dolce drudo:
        partir conviemmi, ed io il mio cor ti lasso.

  145   Troppo Cupido a me  stato crudo:
        egli, ch'io non ti veggia, t'ha nascoso,
        e di te m'ha ferito a petto nudo.

        Ftti con Dio, o mio primaio sposo
        ed ultimo anco: oim, che non ho spene
  150   di rivederti mai, n aver riposo!

        Ch quel reame, che Iunon si tiene,
         alto tanto e posto s lontano,
        che mai nessun mortal tanto su vene.

        Letto ch'io ebbi quel tra me pian piano,
  155   volsi alla driada il lacrimoso volto,
        il qual io mi percossi con la mano,

        dicendo:--Il mio conforto chi l'ha tolto?
        Or dove se', Lippea ninfa mia?
        O dolce amore, in quanto duol se' vlto!

  160   Driada, dimmi se c' modo o via
        o che io la giunga, o s'egli c' speranza
        ch'io venga ove Iunone ha signoria.

        --Il correr delle ninfe ogni altro avanza
        --rispose quella;--e 'l regno di dea Iuno
  165    tanto ad alto ed ha s gran distanza,

        che non vi puote andar mortale alcuno.--
        Cos mi disse e poi si mosse a corsa,
        d'ogni sperar lasciandomi digiuno,

        e se n'and correndo pi che un'orsa.


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CAPITOLO X

Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere con l'autore,
a cui da Venere vien promessa la ninfa Ilbina.


        Oh Speranza vivace e sempre verde!
        Se ogni cosa all'uom toglie fortuna,
        ella sempre rimane e mai si perde.

        Questa soletto al lume della luna
    5   mi mise tra li boschi e tra li rovi
        con gran fatica e senza posa alcuna.

        Dicea fra me:--Ben converr ch'io provi
        ogni mio ingegno e cerchi ogni paese,
        che Lippea bella mia ninfa ritrovi.--

   10   E gi cercando er'ito ben un mese
        per l'aspro bosco e per la selva amara,
        quando Cupido a me si fe' palese.

        E come quando Febo si rischiara,
        perch la nube grossa s'assuttiglia,
   15   che prima ostava alla sua faccia chiara;

        cos una luce splendida e vermiglia
        mi die' nel volto; e, mentre l'occhio innalzo,
        per veder meglio aguzzando le ciglia,

        io vidi lui, che stava su in un balzo
   20   e disse a me:--Ricrdati che tue
        gi tante volte m'hai chiamato falzo.

        Per t'ho tolto l'allegrezze tue;
        ma io prometto a te di ristorarte,
        se falso e traditor non mi di' pie.

   25   Ma sappi prima che forza n arte
        al regno di Iunon giammai perviene:
        tant'ello dalla terra si disparte;
p. 51
        ch 'l regno, il quale Saturnia mantiene,
         posto in aere su nel freddo loco,
   30   onde la pioggia e la grandine viene.

        L non riscalda la spera del foco,
        che non riscalda in gi tanto da cesso,
        n anco il sol niente o molto poco;

        ch 'l raggio del gran Febo in gi riflesso
   35   non riscalda da lungi o molto oblico,
        ma ben dappresso  riflesso in se stesso.

        E quando a questo loco, ch'io ti dico,
        il vapor di quaggi salendo giugne,
        ratto che sente il freddo a s nemico,

   40   in s si strigne ed in s si congiugne
        e fassi nube; e, quand'egli  costretto,
        si fa la pioggia, perch l'acqua smugne.

        Ma nella state quel vapor, che ho detto,
        ha molto in s del terrestro vapore
   45   sulfureo e secco e d'ogni umido netto.

        E questo, quando sente l'umidore,
        s come fa all'acqua la calcina,
        s'accende, e con gran rabbia n'esce fuore

        quindi il baleno e 'l tuon con gran ruina.
   50   E di questo vapor Vulcano a Iove
        fa tre saette nella sua fucina.

        Che se ben miri quanto  pi forte ove
        sta sulfurea fiamma inclusa ed arda,
        tanto pi furiosa ella si move,

   55   s come apparir pu nella bombarda,
        ch poca fiamma accesa tanto vale,
        che tuona e rompe ed esce fuor gagliarda;

        perch la state vieppi alto sale
        del chiaro Febo il suo riflesso raggio,
   60   e risal meno obliquo e pi eguale.

        Per questo vapor, che pria dett'aggio,
        conven che 'l sole il lieve in pi altura
        a farlo nube in pi alto viaggio.
p. 52
        Ov'ei trova adunata pi freddura,
   65   ivi si stringe, e l'acqua da lui scossa
        grandine fassi: s 'l ghiaccio la 'ndura.

        Ma, perch nell'inverno non ha possa
        il sol, che tanto ins il vapor lieve,
        'nanti ch'assai ins faccia sua mossa,

   70   ancor non fatto nube si fa neve;
        e raro e sperso fatto ghiaccio cade,
        come bambace in terra, lieve lieve.

        A cos alte e s fredde contrade
        da che salir non puoi, qui a te venni,
   75   ch di tanta fatica io t'ho pietade.--

        E, detto questo, con parole e cenni
        mi fece scender gi per una scheggia;
        e, quando in un bel prato gi pervenni,

        io vidi ninfe; e ci, ch'occhio vagheggia
   80   mai di bellezza, risplendeva in loro:
        tanto ognuna era bella e tanto egreggia.

        Parean venute dal superno coro
        quaggi nel mondo, creatur celeste
        use con Iove in l'alto concistoro.

   85   Quando mi viddon, fuggr ratte e preste
        alquanto a lungi e poi voltn lor volti,
        me risguardando tacite e modeste.

        --Io prego--dissi--che da voi si ascolti
        di questa mia venuta la cagione,
   90   che m'ha condutto in questi boschi incolti.

        Cercando vo il regno di Iunone:
        da che fortuna m'ha condutto a voi,
        prego vostra piet non m'abbandone.

        --Al regno di Iunone andar non puoi
   95   --mi rispose una,--ch s in alto  posto,
        che montar non potresti insino a loi.--

        E quando questo a me ebbon risposto,
        passro un monte e s ratto fuggro,
        che appena il vento si movea s tosto.
p. 53
  100   Ed io dirieto a lor, con gran suspiro,
        presi la costa e salsi il monte ratto;
        e quando gi nell'altra valle miro,

        io vidi l'arco di Iunon l fatto
        ed alto in aere, il qual per segno diede
  105   Dio a No, con lui facendo il Patto.

        E come re ovver regina siede
        nell'alto tron, cos su quel si pose
        Venus vestita d'r da capo a piede,

        con la corona di mirto e di rose,
  110   con lieta faccia ed aspetto s bello,
        pi che mai de ovver novelle spose.

        Cupido allor volar come un uccello
        vidi per l'aere; e credo s veloce
        Cillen non corse mai, n tanto snello.

  115   Venus mi disse in questo ad alta voce:
        --O giovin, c'hai montata ins la costa,
        spronato dall'amor caldo e feroce,

        la bella ninfa, che a te fe' risposta,
        da me e dal mio figlio a te  sortita,
  120   che l'abbi a tuo voler ed a tua posta.

        Fa' che tu passi qua, dov' fuggita
        nell'altra valle, e tanto l rimagne,
        che da Cupido per te sia ferita.--

        Per questo io trapassai l'aspre montagne,
  125   tanto ch'io la trovai nell'altro piano,
        che stava a coglier fior con le compagne.

        Cupido l non molto da lontano
        di quella bella ninfa mi fero
        d'una saetta d'oro, ch'avea in mano.

  130   Per io con ingegno e con desio
        m'appressa' a loro e dissi:--O ninfe belle,
        in questo loco s silvestre e rio

        per consigliarmi alcuna mi favelle:
        deh! non v'incresca che alquanto qui stia,
  135   stancato tra le selve amare e felle.--
p. 54
        La ninfa, che risposto m'avea pria:
        --O giovin--disse,--non abbiam temenza,
        n anco incresce a noi tua compagnia.

        Ma noi Minerva, dea di sapienza,
  140   aspettiam qui; e da noi qui s'aspetta
        con lo gran carro della sua eccellenza;

        ch qui tra noi  una giovinetta,
        che vuoi menare al suo regno felice,
        la qual tra le sue ninfe ha per s eletta;

  145   e non sappiam di qual di noi si dice.
        Noi non voramo, quando ella discende,
        che alcun uomo con noi trovasse quice.

        Per quella cortesia, che 'n te risplende,
        ti prego che di qui ti parti alquanto,
  150   ch tua presenza sospette ne rende.

        --O ninfa, veder te m' grato tanto
        --risposi a lei--e tanto a te mi lego,
        che io non posso andar in alcun canto.

        Ma io a me stesso la mia voglia niego
  155   contra mia voglia ed al partire assento,
        da che ti piace: tanto pu 'l tuo priego.

        E, da che io mi parto con tormento,
        dimmi chi se'; e quando qui ritorno,
        prego, del tuo parlar fammi contento.--

  160   Per la vergogna arrosci il viso adorno,
        e ch'io non fossi udito ella temea:
        per ella mirava intorno intorno.

        Poscia rispose:--Io nacqui gi 'n Alfea,
        Ilbina ho nome e tra li duri scogli
  165   vo seguitando la selvaggia dea.

        Pi non ti dico: omai partir ti vogli.--


p. 55




CAPITOLO XI

Come la dea Minerva discese e seco men Ilbina ninfa.


        Io me n'andai in un boschetto alpestro,
        distante a quelle ninfe, a mio parere,
        ben quasi una gettata di balestro,

        s ch'io poteva udire e ben vedere
    5   tutti lor atti e tutte lor parole,
        ed aspettando mi stava a sedere.

        Ed ecco, come quando il chiaro sole
        tra le men folte nubi sparge il raggio,
        che quasi strada in cielo apparir sle,

   10   cos da cielo ingi si fe' un viaggio;
        e la via lattea, che pel caldo s'arse,
        pi che quella in splendor non ha vantaggio.

        Le ninfe tutte alla strada voltrse;
        e come quando rischiara l'aurora,
   15   cos lucente in cielo un carro apparse.

        E poco stando io vidi una signora
        splendente quanto il sol su la mattina,
        quando dell'orizzonte egli esce fra,

        incoronata come la regina,
   20   che venne a Salomon dal loco d'Austro
        per udire e saper la sua dottrina.

        Quando pi presso ingi si fece il plaustro,
        lo scudo cristallin gli vidi in mano,
        lucente quanto al sol nullo alabastro.

   25   Ed era s scolpito e s sovrano,
        che tanto adorno nol fece ad Achille,
        per preghi della madre, dio Vulcano.
p. 56
        Appresso al carro stavan le sue ancille,
        inclite ninfe, intorno a coro a coro,
   30   ed ogni coro in s n'ha pi di mille.

        Non ebbe pi splendor, n pi lavoro
        il carro, a cui Fetn lasci lo freno,
        quando trasse i corsier dal cammin loro.

        Vedendo lo splendor tanto sereno,
   35   l'alpestre ninfe stavan ginocchioni
        con reverenza sul basso terreno.

        Quando discesa fu con canti e suoni
        la dea Minerva e che fu posto fine
        a tanti balli ed a tante canzoni,

   40   le ninfe alpestre riverenti e chine
        dissono:--O dea, qual vorrai che vegna
        di noi e che al tuo regno al ciel cammine?--

        Rispose ella:--Di voi ognuna  degna;
        ma ora eleggo Ilbina e voglio questa,
   45   che venga meco ove da me si regna.--

        E, detto questo, con canti e con festa
        la coron d'alloro e poi d'uliva,
        e di fin r gli fe' vestir la vesta.

        Poi per la strada, che da ciel deriva,
   50   la men seco pel cammin ad erto,
        forte a salire ad uom mortal, che viva.

        Io, che m'era occultato in quel deserto
        tra dure spine e pungenti cespogli,
        il viso alzai di lacrime coperto.

   55   --Perch, o Palla, Ilbina mia mi togli?
        --dissi piangendo;--e perch a questa volta
        d'Ilbina, o dio Cupido, ancor m'addogli?--

        E fuora uscii e con fatica molta
        per la celeste strada ins mi mossi
   60   dietro alla ninfa, la qual m'era tolta.

        E ben un miglio cred'io andato fossi,
        che la dea Venus si chin a pietade:
        tanto con li miei preghi io la commossi.
p. 57
        Nell'aere apparse con grande beltade;
   65   poi scese al carro con faccia proterva,
        il qual saliva le splendenti strade.

        --Non senza gran cagione, o dea Minerva
        --disse Venus,--io vengo tra la schiera,
        che segue te e tuo comando osserva,

   70   ch insino al cielo, ove il gran Iove impera,
        d'un vago giovinetto  giunto il grido,
        che sempre ha 'n me sperato e sempre spera.

        Ed io ed anche il mio figliuol Cupido
        una ninfa, ch' qui, gli abbiam promessa,
   75   s come a nostro caro amico e fido.

        E se tu vuoi sapere quale  essa,
        Ilbina ha nome, che la dea Diana
        la mand a te ed halla a te concessa.

        E perch la mia spen non fosse vana,
   80   Iunon la conferm e fe' che scese
        Iris, sua nuncia, presso una fontana.

        Acci che mie parol sien meglio intese,
        mira colui che sal su per la via:
        il mio figliuol colui d'Ilbina accese.

   85   Costui  quel, di cui prego che sia
        la detta ninfa; ed egli  quel che fue
        dato da Iuno a lei per compagnia.

        Vedi che move ratto i passi inse
        e per la costa omai  tanto stanco,
   90   che a pena dietro a te pu seguir pie.--

        Minerva, vlta verso il destro fianco,
        mi rimir; ed io era da lunge
        tre gettar di balestro o poco manco.

        Come che 'l servo se medesmo punge,
   95   che  visto ed aspettato dal signorso,
        che affretta i passi insin che a lui aggiunge;

        cos fec'io insin ch'io ebbi corso
        al carro, ove Ciprigna s'era posta,
        che mi aspettava per darmi soccorso.
p. 58
  100   Come persona a compiacer disposta
        a chi la prega, cos Palla fece
        a Citarea benigna risposta:

        --Se a Iunone, a cui imperar lece,
        io ho rispetto ed a te che 'l domandi,
  105   che puoi dir: Voglio, e fai cotanta prece,

        io mi contento far ci che comandi;
        ma chiama Ilbina e vedi se consente
        innanti che 'l mio carro pi su andi.--

        Come donzella, che tra molta gente
  110   si d' sposar, ed gli detto:--Vuoi
        per tuo marito costui qui presente?--

        che, vergognando, abbassa gli occhi suoi;
        cos Ilbina si fe' vergognosa,
        parlando questo le de amendoi.

  115   Per gli disse Venere amorosa:
        --O ninfa, che tra l'altre pi elette
        pi bella se' e pi pari graziosa,

        perch della vergogna sottomette
        il tuo bel volto? perch hai temenza
  120   del mio parlar, che gran ben ti promette?

        Vien' su nel carro di tanta eccellenza:
        io ti voglio parlar quass da presso:
        vien' su avanti alla nostra presenza.--

        Come la zita col volto sommesso
  125   va per la via e move il passo raro,
        tal and al carro e poi mont su in esso.

        Mentre salea, io vidi un foco chiaro,
        che gli abbruci l'estremit del panno,
        ond'ella mise un gran suspiro amaro.

  130   Quando s'avvide Palla dello 'nganno
        e che conobbe il foco, il fumo e 'l segno
        del sospirar, che fe' con tanto affanno,

        si volse a Citarea con grande sdegno:
        --Come se' tanto ardita, o rea e falza,
  135   tradir le ninfe, che son del mio regno?
p. 59
        Nata nel mare gi tra l'acqua salza,
        de li membri pudendi, e tra le schiume,
        qual  quella superbia, che t'innalza?

        Madre e maestra d'ogni rio costume,
  140   prtite e vanne al regno tuo, l dove
        ogni tuo atto  vano e torna in fume.

        Tu lodi il tuo figliuol, che fer Iove;
        ma non fu il vero: Iove anche  diverso
        da quel che il cielo ed ogni effetto move.

  145   Quel sommo re, che regge l'universo,
        porta odio a te e 'l tuo figliuol descaccia,
        s come falso amor, rio e perverso.--

        Come chi scorna, ch'abbassa la faccia
        e mormorando seco il capo scuote,
  150   mostrando irato e con segni minaccia;

        cos Ciprigna con le rosse gote
        partssi quindi ed al figliuol ricorse,
        come chi s vendicar ben non puote.

        E gi ad Ilbina sarebbon trascorse
  155   le fiamme e 'l sacro foco insino al core,
        se non che Palla il suo scudo gli porse,

        che ha tanta virt, tanto valore,
        che ogni fiamma di Cupido ammorta,
        ogni atto turpe ed ogni folle amore.

  160   E questo scudo, che Minerva porta,
         di cristallo e 'l capo gorgoneo
        ha s scolpito di Medusa morta,

        vinta per forza e ingegno di Perseo.


p. 60




CAPITOLO XII

Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del suo reame.


        Con miglior labbia poscia a me rivolta
        la dea Minerva splendida e serena,
        mi disse:--Attento mie parole ascolta.

        Se vuoi lassar Cupido, che ti mena
    5   tra' duri scogli dell'aspro deserto
        con tanti inganni e con cotanta pena,

        e vuoi salir la strada suso ad erto,
        meco venendo all'alto mio reame,
        chiuso agli stolti ed alli saggi aperto,

   10   io ti far amar dalle mie dame,
        che fanno i lor amanti esser felici,
        e te faran beato, se tu l'ame.

        Le ninfe di Diana servitrici,
        rispetto a quelle, ti parran villane,
   15   incolte, indotte, zotiche e mendci.

        O ben dell'aspre selve, o cose vane,
        tanto veloce lo tempo vi toglie,
        che come d'ombra nulla ne rimane!

        Non posson contentar l'umane voglie,
   20   che 'n s non hanno esistente bontade,
        e 'l ciel le logra, mentre sopra voglie.

        E, perch il ciel voltando sempre rade,
        quel che fu nuovo riveste l'antico;
        per le cose belle si fan lade.

   25   E, perch meglio intendi ci ch'io dico,
        vien' su nel carro mio, che alla 'ns monta,
        tra l'esercito mio saggio e pudico.--
p. 61
        Io salsi il carro e nella prima gionta
        io dissi:--O dea Minerva alta e benegna,
   30   del regno tuo alquanto mi racconta.

        E dimmi qual  'l modo ch'io vi vegna
        e dove sta e chi 'l regge e nutrca,
        e della sua belt ancor m'insegna.

        --Al regno mio, del qual vuoi ch'io ti dica
   35   --rispose quella--e vuoi ch'io ti dimostri,
        non vi si pu salir senza fatica;

        ch nel cammino stanno sette mostri
        con lor satelli ad impedir la strada,
        che l'uom non giunga a' miei beati chiostri.

   40   E chi losinga acci che a lei non vada,
        chi fa paura e chi occulta il laccio,
        che impacci altrui o che dentro vi cada.

        E s'alcun vince e trapassa ogni impaccio,
        lassati i mostri, trova una pianura.
   45   ove non caldo  mai troppo, n ghiaccio.

        Chi su per l'erbe di quella verzura
        s'ingegna sempre di salire avante,
        del regno mio poi trova sette mura.

        E ogni muro dall'altro  pi distante
   50   che cento miglia, e dentro alla sua mta
        un regno tien di ninfe oneste e sante.

        Ed una donna umle e mansueta,
        a chiunque sale, il sacro uscio disserra
        benignamente e mai a nullo il vieta.

   55   Ma pria conven che l'uom basci la terra:
        allora quella ratto apre la porta
        e va con lui; se no, 'l cammin egli erra.

        Tra quelli regni dietro a questa scorta
        chi entra trova le muse elicone,
   60   ed ognuna gli applaude e lo conforta.

        Con lieti balli e soavi canzone
        il menano a diletto su pel monte,
        facendo melodia dolce e consone.
p. 62
        Pervengon poi al pegaseo fonte,
   65   ove i poeti bevon la sacra onda;
        e poi d'alloro inghirlandan la fronte.

        All'altro giro, che vieppi circonda,
        va poi chi prega la guida che 'l mene,
        e dietro a' passi suoi sempre seconda.

   70   Sette reine, nobili camene,
        che dienno alli gran saggi le mamille,
        di latte di scienza tanto piene,

        si trovan l e nitide e tranquille
        mostran sette scienze, ovver sett'arti,
   75   con dolce dire e con soavi stille.

        Altra regina trovi, se ti parti,
        che splende quanto il sol nel mezzogiorno,
        quando ha li raggi meno obbliqui o sparti.

        Quella regina  tutta intorno intorno
   80   fulcita d'occhi assai vieppi che Argo
        ed ha del sole il nobil viso adorno.

        Con tutti gli occhi il regno lungo e largo
        ella contempla e rende tanta luce,
        ch quivi non pu 'l viso aver letargo.

   85   La scorta saggia altrove anco conduce,
        dov' l'altra regina s modesta,
        ch'ogni costume e senno in lei riluce.

        Fabricio e Scipion nutric questa.
        Ella  che ad ogni troppo pone il freno
   90   ed  negli atti e nel parlare onesta.

        Altra reina  anco dentro al seno
        d'esto mio regno, di tanta fortezza,
        che a nulla violenza mai vien meno.

        N mai menacce, n losinghe apprezza;
   95   n fortuito caso mai la piega;
        n muta faccia a doglia, n a dolcezza:

        il piombo solo  che la vince e spiega
        s come il diamante, e cos face
        di questa dea chi umilmente la prega.
p. 63
  100   Da questo regno s alto e capace
        la guida sale alla nobile Astrea,
        che con Saturno resse il mondo in pace.

        Ma, poich fu la gente fatta rea
        e l'avarizia resse il mondo male,
  105   ritorn al cielo, ov'ella  fatta dea.

        Al nobil mio reame poi si sale,
        ove si trovan tre altre reine,
        ognuna in nobilt a me eguale.

        Con queste tre s alte e s divine
  110   contemplo Dio, che regge l'universo,
        principio d'ogni cosa, mezzo e fine.

        Il regno mio  fatto a questo verso,
        com'io t'ho detto: or di' se vuoi venire
        o per le selve errando andar disperso.--

  115   Io era pronto e gi volea dire:
        --Io voglio, o dea, seguire il tuo consiglio
        e dietro a' piedi tuoi sempre vo' ire.--

        Ma, quando in aer su alzai il ciglio,
        vidi Venus, la quale una donzella
  120   mi mostr lieta e Cupido suo figlio,

        non vista mai al mio parer s bella;
        e cenno mi facan che su non gisse,
        ch fermamente mi darebbon quella.

        E parve che Cupido mi ferisse
  125   di piombo e d'oro; e con quelle due polse
        fece che allora non mi dipartisse.

        Quella del piombo il buon amor mi tolse,
        ch'avea d'Ilbina, e con quella dell'oro,
        oh lasso me! che a boschi anco mi volse.

  130   Per questo non seguii quel sacro coro;
        per questo lascia' io la compagnia,
        che mi menava all'alto concistoro.

        Risposi a Palla:--O dea, la possa mia
        non si confida e forse non pu tanto
  135   che vinca i mostri e saglia s gran via.--
p. 64
        Cos discesi di quel plaustro santo
        e gi nell'aspre selve ritornai
        intra le spine e punto d'ogni canto.

        Ratto ch'io giunsi, Venere trovai,
  140   che mi aspettava in una valle piana,
        s bella quanto si mostrasse mai.

        Di mirto e rose e d'erba ambrosiana
        portava su la testa tre corone
        e faccia avea di dea e non umana.

  145   Ella mi disse:--Or di': per qual cagione
        volevi lasciar me e 'l mio figlio anco
        o per Minerva o per muse elicone?

        Se s poco salendo fosti stanco,
        se tu fossi ito per quelle erte vie,
  150   saresti, andando ins, venuto manco.

        Ma, se verrai nelle contrade mie,
        le ninfe del mio regno al tuo desio
        saran condescendenti e preste e pie.

        E quella ninfa, ch'io e 'l figliuol mio
  155   t'abbiam mostrata, ancor te la prometto;
        e mezzo e guida a ci ti sar io.

        --O Citarea--diss'io,--a te soggetto
        sempre son stato ed anco al tuo Cupido,
        sperando aver da voi alcun diletto;

  160   onde per tue parole mi confido
        la bella ninfa aver, che mi mostrasti,
        e, ci sperando, dietro a te mi guido

        per questi lochi s spinosi e guasti.--


p. 65




CAPITOLO XIII

Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura,
la quale gli rende ragione di molti fenomeni.


        Appena eravamo iti un miglio e mezzo,
        ch'io vidi in una valle una donzella
        sotto una quercia, che si stava al rezzo.

        Io andai a lei e dissi:--O ninfa bella,
    5   di qual reame se'? O dolce dama,
        deh, fammi cortesia di tua favella,

        e dimmi il nome tuo come si chiama.
        Cos soletta senza compagnia
        aspetti tu alcun, che forse t'ama?--

   10   Ella si volse e riverenzia pria
        fece alla dea; e poi cos rispose
        alle parol della domanda mia.

        --Del van Cupido saette amorose
        giammai sentii; ed egli mi dispiace
   15   e suoi costumi e sue caduche cose.

        Dall'alto regno, che a Vulcan soggiace,
        son io venuta all'ombra a mio diletto,
        ch starsi al fresco alle sue ninfe piace.

        Se vuoi saper come il mio nome  detto,
   20   Taura son chiamata e qui dimoro
        a questo orezzo e nullo amante aspetto.

        E spesso l'altre ninfe del mio coro
        vengono qui e vanno quinci a spasso
        con vestimenti e con corone d'oro.

   25   Ma tu chi se' e dove movi il passo?--
        Ed io risposi:--L'amor m'ha condutto
        per questo loco faticoso e lasso.
p. 66
        Chi sono e donde vengo a dirti il tutto
        sarebbe lungo: io gusto ora l'amaro,
   30   sperando di fatica dolce frutto.

        Se la dea assente, io prego, fammi chiaro:
        o ninfa bella, volentier domando,
        perch io so poco e domandando imparo.

        Per, mentr'io sto teco dimorando,
   35   dimmi del regno, che Vulcan nutrca
        sotto il suo freno e sotto il suo comando.

        Il tuo dolce parlare anche mi dica
        del loco ov'egli sta, s'egli ti done
        che pi dell'altre ninfe a lui sie amica.

   40   Cupido gi del regno di Iunone
        assai mi disse con suo parlar breve,
        e della grandin disse la cagione

        e delle nubi e pioggia e della neve
        e delli tuoni, e disse del baleno,
   45   ch'anco a' giganti  timoroso e greve.

        Ma non mi disse ben espresso e appieno
        come si fa la sube e la cometa
        e la stella che corre e poi vien meno.--

        Allor la ninfa con la vista lieta
   50   rispose:--In pria conven che le parole,
        le qua' disse Cupido, io ti ripeta.

        Ci, che non scalda il foco ovvero il sole,
        conven che da s venga in gran freddezza,
        come natura e filosfia vuole.

   55   Per nell'aer sopra a tanta altezza,
        dove non scalda il raggio che 'ns riede,
        e ove il foco non scalda a pi bassezza,

        sta 'l regno freddo che Iunon possede:
        li duo vapori, acquatico e terrestro,
   60   l si fan nube, s come si vede.

        E 'l vapor terreo e secco  da s presto
        ad accendersi ratto, purch senta
        l'umido intorno, a s opposto e molesto.
p. 67
        S come la calcina, che diventa
   65   focosa all'acqua e fuor manda il calore,
        che prima parea fredda e quasi spenta;

        cos levato 'ns il doppio vapore,
        l'acquatico si stringe e quindi piove,
        perch quivi  compresso dal freddore.

   70   Il terreo allor si aduna e si commove
        dentro alla nube, e quel moto l'accende:
         la fiamma rinchiusa in stretto, dove

        con grave tuon la densa nube fende,
        e spesse volte la saetta scaccia
   75   col balenar, che subito risplende;

        il balenar vien subito alla faccia;
        ch presto l'occhio pu veder la luce,
        se opaco o grande spazio non l'impaccia.

        Ma 'l tuon, che seco il balenar produce,
   80   l'orecchia dalla lunga nol pu udire,
        se l'aer seco a lui non lo conduce.

        E ben che 'l foco sia atto a salire,
        niente meno ingi la nube spande,
        che 'l freddo denso ins non lassa ire.

   85   Or, se saper tu vuoi quel che domande,
        dir pria della stella, che nel cielo
        permuta loco e par correndo ell'ande.

        Se 'l vapor terreo passa l'aer gielo,
        sottile e secco  ad ardere disposto
   90   pi che la stoppa a lume di candelo.

        Quand'egli vien lass, dove sta posto
        il regno di Vulcan, l'accende il foco
        nel primo capo, e la fiamma tantosto

        per lui trascorre e non a poco a poco,
   95   ma ratto e presto; e la fiamma corrente
        pare una stella che tramuti loco.

        E fa un fregio s chiaro e lucente
        per la via che trascorre, ed in un tratto
        poscia vien meno e non appar niente.
p. 68
  100   E se 'l vapor  di materia fatto
        che sia grossa e viscosa e sulfuresca,
        non atta a consumarsi molto ratto,

        quando ha passata la contrada fresca,
        va su infin che l'aer caldo trova,
  105   e l s'accende come a fiamma l'sca.

        E pare un trave acceso che si mova:
        questo  la sube, e spesso ha la figura
        o di colonna o di altra cosa nova.

        E se 'l vapor, che 'l sol lieva in altura,
  110    grosso e secco e molto denso e spesso
        e di materia a consumarsi dura,

        quando egli giunge s al foco appresso,
        s'accende quella parte che 'n pria monta,
        e quella fiamma scende gi per esso

  115   in quella parte che non  ancor gionta,
        ma sta gi verso l'aere distesa
        lunga e nelle sue parti ben congionta.

        Allor la parte ch' nel foco accesa,
        pare una stella, e l'altra la sua chioma,
  120   cio la parte nell'aer distesa.

        E per questa cometa si noma,
        quasi comata, e chi ben questo mira,
        dato fu a lei il suo proprio idioma.

        Se saper vuoi perch il sol non tira
  125   pi 'ns 'l detto vapor, poich  focoso,
        ma secondando il primo moto gira,

        sappi che ogni cosa ha 'l suo riposo
        nel proprio loco, come hai gi udito,
        e, se si parte quindi, va a ritroso.

  130   E per quel vapor, quando  ignito,
        sta dentro fermo presso a quella spera,
        la quale  d'ogni lieve il proprio sito.

        E sappi ancor che tanto la lumiera
        dura della cometa e tanto  vista,
  135   quanto dura il vapor e sua matra;
p. 69
        ch mai la fiamma pu veder la vista
        o la luce del foco per se sola,
        s'ella non  con altro corpo mista.--

        Tacette poscia dopo esta parola;
  140   ond'io a lei risposi:--Ammiro alquanto
        come s'accende il vapor che 'ns vola.

        Ed anco ammiro come pu esser tanto,
        che se ne faccia vento e pioggia ancora
        e l'altre cose dette nel tuo canto.--

  145   Sub brevit questo rispose allora:
        --Pensa del cibo dentro al corpo umano,
        quando  indigesto e quando egli evapra:

        il qual, quando  cacciato fuor dell'ano,
        s'infiammeria come trita vernice,
  150   se si scontrasse in acceso vulcano.

        Cos il vapor, che s 'l mio canto dice,
        s'infiamma giunto nell'aere acceso
        e d'ogni impressione  la radice.--

        Cupido, quando a questo io stava atteso,
  155   vena per l'aere quasi uccel veloce
        colle saette in mano e l'arco teso.

        --O Taura--chiam ad alta voce,--
        tu proverai che pi 'l mio foco infiamma
        che quel del tuo Vulcano, e che pi coce.

  160   Ei l'ha provato, e sallo la mia mamma.--
        Cos dicendo, un colpo tal gli porse
        col dardo acceso di sacrata fiamma,

        che trapassolla e insino a me trascorse;
        e tanto m'infiamm quella saetta,
  165   ch'io grida' aiuto, e l'Amor non soccorse.

        Taura bella, di dolor costretta,
        grid al ciel:--Vulcano, ora m'aita,
        e del crudele Amor fammi vendetta.--

        E, detto questo, cad tramortita.


p. 70




CAPITOLO XIV

Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego di Venere
Giove discese dal cielo e pose pace fra loro.


        Parve che quella voce andasse al cielo,
        ch venne con un tuon un gran baleno
        a lei sopra la faccia e 'l petto anelo.

        E nel dir _miserere_ ed anche in meno
    5   l'aere si turb e fssi fosco,
        il quale pria era chiaro e sereno.

        E ben mille ciclopi fuor d'un bosco
        io vidi uscir e fuor delli gran monti,
        alti, che tanto abeti io non conosco.

   10   Questi hanno sol un occhio in le lor fronti,
        fabbri di Iove e duri nelle braccia,
        crudel, nelle battaglie arditi e pronti.

        Poi tra le nubi con irata faccia
        e con tempesta apparve il gran Vulcano
   15   co' tuon, co' quali a' giganti minaccia.

        E tre saette avea nella sua mano;
        cos discese gi con s gran grido,
        ch'egli facea tremar tutto quel piano.

        --Dov'--dicea,--dov' 'l crudel Cupido?
   20   Dove se' ito, traditor bugiardo?
        Vieni, ch alla battaglia io ti disfido.

        Ahi, gran prodezze mostrarsi gagliardo
        contra una ninfa, a cu' il petto hai ferito
        s crudelmente col tuo crudo dardo!

   25   Ma, se tu se' s grande e s ardito,
        perch non vieni, o nato d'adultro,
        in campo alla battaglia, ov'io t'invito?--
p. 71
        Cupido, in questo, superbo ed altro
        vidi venir volando, e mai uccello
   30   corse alla preda s ratto e leggero.

        Ed a Vulcan:--Ritorna a Mongibello,
        sciancato, storto e dal ciel messo in bando:
        ritorna alla fucina ed al martello.

        Il dardo orato mio, il qual io mando,
   35   tu proverai; e, se ti giunge addosso,
        tu griderai a me:--Merc domando.--

        Poi scocc 'l dardo, ed arebbel percosso,
        se non ch'e' si gitt alla supina:
        per questo il colpo and da lui rimosso.

   40   Su ratto si lev e con ruina
        il folgore gitt, il qual la spada
        corrode e nulla fa alla vagina,

        ch'ello  fiamma sottile e fa che vada
        dentro alli pori e ci che non ha poro,
   45   cos disf, come il sol la rugiada.

        Questo di piombo le saette e d'oro
        fuse nella faretra, e smunse e rse
        ci che v'avea di metallin lavoro.

        Quando Cupido le polse penose
   50   volle trar fuor per trarre un'altra volta,
        nulla trov, mentre s la man pose.

        Onde ei, scornato e con furia molta:
        --Io ho l'altr'arme--disse--e 'l foco sacro:
        quest'arme a me da te mai non fia tolta.--

   55   Cos dicendo, furibondo ed acro
        corse in Vulcano e s gl'incese il mento,
        che 'l volto d'ogni barba li fe' macro.

        E, di questa vendetta non contento,
        col foco s'avvent nelli ciclopi;
   60   e, poi che 'l capo incese a pi di cento:

        --Tornate alle caverne come topi
        --diceva a lor,--tornate, o turba inerte,
        o falsi e vili e neri quanto etipi.--
p. 72
        Vulcano, in questo, s a braccia aperte,
   65   fuggendo, salse al regno di Iunone,
        ove il vapore in saette converte.

        Ma dietro a lui, leggier come un falcone,
        and Cupido, e mai corse s ratto
        dall'arco suo scoccato verrettone.

   70   E disse a lui:--Vulcan, non verr fatto
        l'avviso tuo: far che le saette
        far non potrai per me a questo tratto.--

        Cos dicendo, tutte nubi umette
        'sciucce col foco e tanto consumolle,
   75   che 'ntorno al caldo l'umido non stette;

        ch, quando  consumato l'umor molle,
        accendersi non pu 'l secco vapore,
        s che Vulcan non fece quel ch'e' volle.

        Per questo cominci con gran rumore
   80   a gridar forte, chiamando difese
        contra Cupido, stimol dell'amore.

        Allora Venus sue braccia distese
        al cielo e disse con parol divote
        al sommo Iove, tanto ch'e' la 'ntese:

   85   --Guarda il vecchio marito, che non puote
        pi difensarsi contro il mio figliuolo:
        vedi ch'e' l'ha percosso e che 'l percote.

        Tu sai che, quando il giganteo stuolo
        volle pigliar il cielo e discacciarte,
   90   pi che null'altro t'aiut ei solo.

        E fece le saette con sua arte:
        con quelle, o Iove, tu gettasti a terra
        li gran giganti con le membra sparte.--

        In men che alcun non apre gli occhi o serra,
   95   vidi Iove discender gi 'n quel loco,
        ove Cupido a Vulcan facea guerra.

        --Cessa--disse al fanciullo--il sacro foco;
        Amor, se pensi quanto l'hai feruto,
        tu dirai ch'egli  troppo, e non  poco.
p. 73
  100   E s'egli avesse a te ferir voluto,
        come potea, nella tua persona,
        nullo al suo colpo aver potevi aiuto.--

        A questa voce del signor che tona,
        cess il foco Cupido e reverente
  105   disse al padrigno:--O padre, a me perdona.--

        Nulla cosa a sdegnarsi  pi fervente
        che 'l buon Amore, e nulla cosa ancora
        si placa e torna pi leggeramente.

        Posta la pace, si part allora
  110   colle sue ninfe Iove e suoi satelli,
        de' quali il regno suo in ciel s'onora.

        Ma pria la vita a Taura, ed i capelli
        rend a Vulcano, che parea un menno,
        ed a Cupido i dardi orati e snelli.

  115   Poich i duo guerreggianti pace fenno,
        Vulcan disse all'Amor:--Perch s rio
        ver' me se' stato e con s poco senno?

        Se non che, quando a te saetta' io,
        trassi come a figliuol, non a figliastro:
  120   tu non scampavi mai dal colpo mio.

        E provato averesti ch'io so' il mastro
        di saettar e che non si pu opporre
        a me mai scudo, unguento ovver impiastro.

        Io son che getto a terra le gran torre
  125   e li gran monti, e che soccorsi a Iove,
        quando i giganti vlsonli 'l ciel trre.

        Della saetta mia, quando si move,
        i grandi effetti e le varie ferite,
        nulla  filosofia che le ritrove.--

  130   Rise Cupido alle parole udite
        e fe' come fa alcun, che par ch'assenta
        a quel che non  ver, per non far lite.

        E, come aquila fa, quando s'avventa
        alla sua preda rapace e feroce,
  135   ch'ali non batte, perch non si senta;
p. 74
        cos ciascuno ingi venne veloce
        alla dea Venus. Benigna l'accolse
        e poi a Vulcan proferse questa voce:

        --Assai, marito mio, il cor mi dolse,
  140   quando tu fulminasti il dolce figlio
        e che guastasti le su' orate polse.

        Ma pi mi dolse che la barba e 'l ciglio
        egli arse a te e che con tanta asprezza
        nell'aer su ti pose a tal periglio.

  145   Or della doglia io sento gran dolcezza,
        da che tra voi  la concordia posta,
        la qual prego che duri con fermezza.--

        Vulcan non fece a lei altra risposta
        se non che con l'Amor volea la pace;
  150   ch la sua sposa, che gli stava a costa,

        pi 'l riscald che 'l foco, ov'egli giace,
        e, se non pel figliastro, facea forse
        cosa ch' turpe e con belt si tace.

        Per questo si part e su ricorse
  155   al regno suo; e Taura sua partita
        fece una seco, onde gran duol mi morse.

        Per a Cupido:--Amore, ora m'aita:
        tu sai che 'l colpo insino a me pervenne,
        allor che Taura fu da te ferita.--

  160   Egli ridendo mosse le sue penne,
        e fugg via l'Amor senza leanza
        ed alla piaga mia non mi sovvenne.

        Venus a me:--Assai pi bella 'manza,
        --disse--nel regno mio ti doneraggio.--
  165   Per, al conforto di tanta speranza,

        la seguitai per l'aspero viaggio.


p. 75




CAPITOLO XV

Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia,
la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti.


        L'amor con la speranza  s soave,
        che fa parer altrui dolce e leggera
        la cosa faticosa e da s grave;

        ch sempre mai, quando l'animo spera
    5   aver il premio della sua fatica,
        piglia l'impresa con la lieta ciera.

        Questa tra spine e tra pungente ortica
        menava lieto me per duro calle:
        tanto quella promessa a me fu amica;

   10   quando vidi una ninfa in una valle,
        che cogliea fiori, e suoi biondi capelli
        di color d'oro avea sparsi alle spalle.

        --A quella che l coglie i fiori belli
        --diss'io a Venus--volentieri irei,
   15   se piace a te che alquanto gli favelli.--

        La dea consent ai desii miei;
        ond'io andai, e, quando gli fui appresso,
        queste parole dirizzai a lei:

        --O ninfa bella, mentre a me  concesso
   20   ch'io parli teco, prego, a me rispondi:
        chi se' e questo loco a chi  commesso?--

        Allor, rispersa de' capelli biondi,
        inver' di me alz la lieta testa,
        e poi rispose con gli occhi giocondi:

   25   25--Eolo regna qui 'n questa foresta,
        che regge i venti ed halli tutti quanti
        sotto il suo freno e sotto sua potsta;
p. 76
        ch, quando contra il ciel funno i giganti,
        seguro il padre, e le colpe paterne
   30   spesso tornano a' figli in duri pianti.

        Per gl'inchiuse Dio tra le caverne,
        ed Eolo diede a lor, che gli apre e serra
        e che sotto suo impero li governe.

        Se ci non fosse, l'aere e la terra
   35   subbissarieno ed in ogni contrada
        farian grande ruina e grande guerra.

        Panfia ho nome, e la dea della biada
        alla figlia Proserpina mi manda;
        e spesse volte vuol che a lei io vada.

   40   E coglio questi fior, ch'una grillanda
        gli vo' portar, ch delli fior che colse
        gli sovvien anco, e per me 'n domanda,

        quando Cupido con sue fiere polse
        fer 'l disamorato infernal Pluto,
   45   allor ch'a Ceres la figliola tolse.

        Ma tu chi se' e come se' venuto
        cos soletto in questa valle alpestra?
        Vai vagabondo o hai 'l cammin perduto?--

        Ed io a lei:--Venus  mia maestra;
   50   seco mi guida al loco, ov'ella regna,
        e per darmi conforto ella mi addestra.

        Ed ha concesso a me ch'io a te vegna;
        o ninfa bella, prego mi contenti;
        e quel che ti domando, ora m'insegna.

   55   Dimmi ove stanno e donde son li venti,
        ch, quando scendi all'infernal regina,
        io credo che li veghi e che li senti.--

        Ed ella a me:--Perch ratta e festina
        Ceres mi manda, per fretta non posso
   60   appien de' venti darti la dottrina.

        Ma sappi che la terra dentro al dosso
        ha gran caverne, meati e gran grotte,
        ove li venti stanno in vapor grosso.
p. 77
        Tra quei meati e quelle rupi rotte
   65   diventa quel vapor sottile e raro,
        quando di sopra al d cresce la notte;

        ch, quando un loco a s prende un contraro,
        l'altro contraro prende un loco opposto,
        e quanto posson tengon loco varo.

   70   E per, quando  ito il fin d'agosto,
        e che 'l d manca e fassi qui il verno,
        allor che il sole in bassi segni  posto,

        nelle caverne, ch'Eolo ha 'n governo,
        s'inchiude il caldo. E di ci dn certezza
   75   l'acque che stanno nell'alvo materno,

        che hanno il verno alquanto di caldezza,
        come si vede e come appare al senso;
        la state hanno sotterra pi freddezza.

        S che 'l vapor, in prima grosso e denso,
   80   convien che s'assuttigli e sparso cresca
        il verno, riscaldato ovvero accenso.

        Per dall'arto loco cerca ond'esca:
        cos per le fissure e pori esala,
        e 'l sole il tira insino all'aura fresca.

   85   L ripercosso, poscia all'ingi cala
        e fassi vento, e, dove luna il tira
        ovver Saturno, quivi move l'ala.

        Il vapor che rimane e che si aggira
        nel ventre della terra, perch appieno
   90   non pu uscir del loco, ond'egli spira,

        ritorna addietro in fondo gi nel seno
        dell'alma terra; e per innanzi alquanto
        che sia il tremoto, ogni vento vien meno.

        E poi ritorna e con impeto tanto,
   95   venendo insieme, la terra percote,
        che la fa almen tremare in alcun canto.

        Questo  'l tremoto, e voglio ch'ancor note
        che 'l vapor caldo inchiuso ha tal valore,
        che nulla cosa ritener il puote.
p. 78
  100   Se fusse un monte qual tu vuoi maggiore,
        tutto d'acciaio dentro alla montagna,
        per mille parti ne uscirebbe fore.

        Cos il vapor inchiuso in la castagna
        o in altra cosa, quando  riscaldato,
  105   convien che n'esca e quel che 'l tiene infragna.

        Io ho veduto gi ch'egli ha levato
        del loco un monte e fatta un'apertura
        sopra la terra con s grande iato,

        che 'l re d'inferno avuta ha gran paura
  110   che non discenda insin laggi il raggio
        e non illustri la sua patria oscura.

        E dico a te che anco veduto aggio
        Eolo re temere alcuna volta,
        quand'apre i monti e d a' venti il viaggio.

  115   Egli escono con furia ed ira molta,
        quasi lioni o Cerbero feroce,
        quando si vide la catena sciolta.

        E discorrendo van per ogni foce;
        e, se si scontran due venti inimici,
  120   il turbo fanno, il qual cotanto nce.

        Quest' che gitta a terra li edifici
        con gran ruina e percuote li tetti,
        e svelle gli arbor dalle lor radici.--

        E gi poneva fine alli suoi detti,
  125   se non ch'io dissi:--Deh! di' se la luce
        del sol fa nell'inferno alcuni effetti.--

        Allor rispose:--Il sol, ch' primo duce
        di ci che nasce, pietre preziose,
        oro ed argento di laggi produce.

  130   Ver  che Pluto tutte queste cose
        dona alla sposa sua, la quale  figlia
        di quella che l'andata a me impose.

        Io dir a te una gran maraviglia:
        che d'oro mi mostr un s gran monte,
  135   che'ntorno gira pi di diece miglia.--
p. 79
        E disse:--Io prego, quando lass monte,
        che tu nol dichi agli uomini del mondo
        e d'esta mia ricchezza non racconte;

        ch son s avari, che 'nsin quaggi al fondo
  140   ei cavarieno a rubbar il tesoro,
        il qual m' dato in sorte e qui nascondo;

        e son s ghiotti e cupidi dell'oro,
        che gi han cavato ingi trecento braccia:
        che non vengan quaggi temo di loro.--

  145   E, detto questo, con la lieta faccia,
        ridendo, inchin alquanto e disse:--Addio;--
        e poi n'and come chi fretta avaccia.

        Alla mia scorta allora torna' io;
        e seguitaila insin all'oceno
  150   per un viaggio molto aspero e rio.

        Nettuno a noi col suo tridente in mano
        venne risperso di marine schiume,
        s che sua barba e 'l capo parea cano.

        Con lui vennon le ninfe d'ogni fiume,
  155   delle quali al presente non ne narro,
        ch 'n altra parte il contar il volume.

        Nettuno poi ne pose sul suo carro
        e solce 'l mar; e li mostri marini
        facean, mirando noi, al plaustro sbarro.

  160   Triton sonava, e li lieti delfini
        givan saltando sopra l'onde chiare,
        che soglion di fortuna esser divini.

        Poich mostrato m'ebbe tutto il mare
        e che dell'acque la cagion mi disse,
  165   perch sotto son dolci e sopra amare,

        in terra ne pos e l s'affisse,
        e fe' ballar per festa le sue dame:
        e poi dicendo:--Addio,--da noi partisse.

        Allor Venus and al suo reame.


p. 80




CAPITOLO XVI

Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo reame dispiacquero
all'autore, perch usavano atti disonesti d'amore; onde Venere il men
a ninfe pi oneste, ma pi piene d'inganno.


        Chi di Venus ben vuol saper il regno
        com' disposto, sguardi pure agli atti;
        ch ogni balla si conosce al segno.

        Come gli uomini sonno dentro fatti,
    5   nell'opera di fuor si manifesta:
        quella  che mostra i saggi ed anco i matti.

        Poich passata avemmo una foresta,
        io vidi il regno suo pi oltra un poco
        e gente vidi quivi in gioia e festa.

   10   Ed in quel regno quasi in ogni loco
        eran distinte ninfe a sorte a sorte
        in balli e canti ed in solazzi e gioco.

        Quando si funno di Ciprigna accorte:
        --Ecco la nostra dea--dissono alquante,--
   15   che torna a suo reame ed a sua corte.--

        Ben mille ninfe allor venneno avante,
        di rose coronate e fior vermigli,
        vestite a bianco dal collo alle piante.

        E de' loro occhi e dell'alzar de' cigli
   20   Cupido fatto avea le sue saette
        e l'sca, con la qual gli amanti pigli;

        ch quelle vaghe e belle giovinette
        con que' sembianti moveano lo sguardo,
        che fa la 'manza che assentir promette.

   25   Non era l mestier pregar che 'l dardo
        traesse dio Cupido a far ferita
        o ch'egli al suo venir non fosse tardo;
p. 81
        ch'ognuna mi parea che senza invita,
        solo al mirar e ad un picciol cenno,
   30   che nella vista sua mi dicesse:--Ita.--

        Poich diversi balli quivi fenno
        'nanti a Ciprigna con canti esquisiti
        e misurati suon con arte e senno,

        io vidi dame e vidi ermafroditi,
   35   uomini e donne insieme, venir nudi,
        ove natura vuol che sien vestiti.

        Al viso con le man mi feci scudi
        per non vedergli; ond'ella:--Perch gli occhi
        --mi disse--colle man cos ti chiudi?--

   40   Risposi a lei che gli atti turpi e sciocchi
        e ci che vuol natura che sia occolto,
        enorme par che 'n pubblico s'adocchi.

        Ed ella a me:--Un luoco dista molto,
        ove tengo mie ninfe tanto oneste,
   45   che, solo udendo amor, le arroscia il volto;

        talch, quando Diana fa sue feste
        o va alla caccia tra luochi selvaggi,
        spesso vuole che alcuna io gli ne preste.

        Li sta la ninfa, la qual voglio ch'aggi,
   50   la qual, perch non gissi, io ti mostrai
        a lato a me tra gli splendenti raggi.--

        Partissi allora, ed io la seguitai
        insino a quelle, e di tant'eccellenza
        Natura ninfe non form giammai.

   55   N Fiandra, n Roma, ovver Fiorenza,
        n leggiadria giammai che di Francia esca,
        mostrro ninfe di tant'apparenza.

        D'una di quelle Amor mi fece l'sca
        ad ingannarmi, e fui preso s come
   60   uccello o all'amo pesce che si pesca.

        Venere Ionia la chiam per nome.
        Allor dall'altre venne la donzella
        con la grillanda su le bionde chiome.
p. 82
        E, come va per via sposa novella
   65   a passi rari e porta gli occhi bassi
        con faccia vergognosa e non favella,

        cos la falsa moveva li passi
        per ingannarmi e, quando mi fu appresso,
        mi riguard; ond'io gran sospir trassi.

   70   Venere disse a lei:--Io ho promesso
        a questo giovinetto che ti guide:
        a lui ti diedi ed or ti dono ad esso.--

        S come putta che piangendo ride
        per ingannar, cos bagn la faccia,
   75   dicendo:--O sacra dea, a cui mi fide?

        In prima, o Iove, occidermi ti piaccia;
        in prima, o Citarea, voglio morire,
        che alcun uomo mi tenga tra le braccia.--

        E per podermi ancor meglio tradire,
   80   'sciuccava gli occhi a s con li suoi panni,
        nel cor mostrando doglia e gran martire.

        Chi creso arebbe che cotanti inganni
        e tanta falsit adoperasse
        ninfa, che non parea di quindici anni?

   85   Io pregava Cupido che tirasse
        contro di lei omai il suo fiero arco
        e che al mio voler la soggiogasse.

        Ed io il vidi col balestro carco
        nell'aer suso in uno splendor chiaro,
   90   e ferirla mostr con gran rammarco.

        Non fe' all'Amor la ninfa pi riparo,
        ma il capo biondo sul mio petto pose
        e che io l'abbracciassi mostr caro.

        Allor Venus di rosse e bianche rose
   95   a lei ed anco a me risperse il petto;
        e poi spar come ombra e si nascose.

        Quand'ella vide me seco soletto,
        cos mirava intorno con sospiri
        come persona, quand'ella ha sospetto.
p. 83
  100   --Perch, o ninfa mia, intorno miri?
        --diss'io a lei.--Deh! alza gli occhi belli,
        che hai nel viso, quasi duo zaffiri.

        Perch stai timorosa e non favelli?--
        Allor alz la faccia a me e parlommi,
  105   'sciuccando gli occhi a s co' suoi capelli.

        --Pel sommo Iove e per li di pi sommi
        per l'aere e 'l cielo, il qual nostr'amor vede,
        pel duro dardo il qual gittato fommi,

        ti prego, amante, che mi dia la fede
  110   che non m'inganni e che vogli esser mio,
        da ch'io son tua e Venus mi ti diede.

        Or ti dir perch ho sospetto io:
        qui stan centauri e fauni incestuosi,
        turpi in ogni atto scostumato e rio.

  115   E stanno tra le selve qui nascosi,
        e qui la 'Nvidia maledetta anco usa
        con sue tre lingue e denti venenosi.

        Ed io temo lor biasmo e loro accusa;
        per pavento, e sai che colpa occolta
  120   innante ai numi e al mondo ha mezza scusa.

        Per, acci che teco non sia clta,
        prego che la partenza non sia dura
        a te, n anco a me per questa volta.--

        Un monte mi mostr e:--Su l'altura
  125   --mi disse sta un boschetto; io l verraggio
        a te, quando la notte sar oscura.--

        E, perch 'l suo consiglio parve saggio,
        io me partii; ma prima li die' il giuro
        d'amarla sempremai con buon coraggio.

  130   Ed ella del venir mi fe' sicuro.
        Cos n'andai; e, quando al loco fui
        colla speranza del venir futuro,

        dissi pregando:--O Febo, i corsier tui
        movi veloci verso l'occidente,
  135   perch pi ratto questo d s'abbui.
p. 84
        E tu, Atlante, il ciel pi prestamente
        movi coll'alte braccia e grandi e forti,
        perch la notte giunga all'oriente.

        O cerchio obliquo, che i pianeti porti,
  140   fa' s che entri il sole in Capricorno,
        che sia la notte lunga e il d raccorti,

        acci che tosto passi questo giorno
        e venga Ionia, che venire aspetta,
        quando sia notte, meco a far soggiorno.

  145   Io benedico il foco e la saetta,
        o dio Cupido, col qual m'hai ferito;
        e la tua madre ancor sia benedetta,

        che, quando con Minerva ins er' ito,
        per me avvoc ed ella mi ritorse;
  150   ed ella ha fatto ch'ancor t'ho seguto.

        E qui al suo reame ella mi scorse
        ed hammi data Ionia, e che a me vegna
        n'aggio speranza senza nessun forse,

        e spero in te e 'n lei che mi sovvegna.--


p. 85




CAPITOLO XVII

Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla ninfa Ionia.


        E gi il chiaro sol s calato era,
        che nell'altro emisperio a quello opposto
        faceva aurora e quivi prima sera.

        E, per meglio vedere, io m'era posto
    5   alto in un sasso e l cogli occhi attenti
        stava sperando che venisse tosto.

        Intanto fn del sole i raggi spenti;
        e gi 'l cielo mostrava ogni sua stella,
        e non senta se no' 'l soffiar de' venti.

   10   --Quando verrai, o Ionia ninfa bella?
        --dicea fra me;--perch tanta dimora?
        Qual sar la cagion che s tarda ella?--

        Qual va cercando l'angosciosa tora,
        a cui il figlio o la figliola  tolta,
   15   che soffia e cerca e mugghia ad ora ad ora,

        e poi si folce e coll'orecchie ascolta;
        tal facea io, ed alquanto la spene
        dalla sua gran fermezza s'era vlta.

        Queste son le saette e dure pene,
   20   che balestra agli amanti il folle Amore;
        ch se speranza o tarda o in fallo viene,

        quanto sperava, tanto ha poi dolore;
        ch sempre volont s'affligge tanto,
        quanto a quel che gli  tolto avea fervore.

   25   Io cercai per quel bosco in ogni canto
        insino al primo sonno e chiamai forte,
        aggirando quel loco tutto quanto,
p. 86
        come fe' Enea alla suprema sorte
        cercando della misera Creusa,
   30   rimasa in Troia dentro delle porte.

        Eco tapina, che vive rinchiusa
        tra le spelonche, mi dava risposta
        al fin della parol, come far usa.

        Per ritrovarla scesi poi la costa,
   35   e driada trovai su nel sentiero,
        che a guardar le ninfe ivi era posta.

        --Deh dimmi, driada, prego, e dimmi il vero,
        se delle ninfe ve ne manca alcuna,
        o se 'l numero loro  tutto intero.

   40   --Quando la notte ieri si fe' bruna
        --rispose quella,--Ionia n'and via,
        e non era levata ancor la luna.--

        E disse a me che cenno fatto ava
        la dea Ciprigna, acci ch'andasse a lei
   45   cos soletta senza compagnia.

        --Ma io, o giovin, volentier saprei
        perch tu ne domandi ed a quest'otta
        come vai quinci, e dimmi che far di.--

        Risposi:--Iersera, quando il d s'annotta,
   50   io vidi lei; ond'io maravigliai
        che s soletta andar s'era condotta;

        ch'i' so che in questo loco stanno assai
        centauri e fauni, e so che qui ed altrove
        sono alle ninfe infesti sempremai.

   55   Io temo, o driada, che alcun non la trove
        e, sol da questo mosso, quaggi vegno:
        questo a venir di notte qui mi move.

        --Se Citarea, la dea di questo regno
        --rispose quella--volle ch'ella gisse
   60   ed acci ch'ella andasse gli fe' segno,

        nullo sara centauro che ardisse,
        n che potesse impedirgli l'andata,
        la qual i fati e la dea gli prescrisse.
p. 87
        Ma, se questo non  e fie trovata,
   65   null'altra cosa, credo, la ripara
        che non sia presa e che non sia sforzata.--

        Ahi, quanto esta risposta mi fu amara,
        credendo fermamente fosse presa!
        E questa opinion mi parea chiara;

   70   ond'io risalsi ins tutta la scesa,
        che ave fatta, e giunsi su nel piano,
        ove aspettato ave con spene accesa.

        Io dicea meco:--O ninfa, alla cui mano
        or se' venuta? O vaga giovinetta,
   75   qual fauno t'ha scontrata o qual silvano?

        Questa , Cupido, tua crudel saetta,
        e grave pena  la tua fiamma dura,
        se tardi o togli quel che spene aspetta.

        E l'altra  gelosia e la paura,
   80   che, perch la bellezza troppo s'ama,
        per in nulla parte  mai secura.--

        Cos andai chiamando quella dama,
        come colui che una persona sola
        vuol che lo 'ntenda e timoroso chiama,

   85   che dice ratto e parla nella gola;
        e tal i' la chiamai ben mille volte,
        qual Eco rende 'l suon della parola.

        Tant'eran gi del ciel le rote vlte,
        che Aurora gi mostrava sua quadriga,
   90   e gi Titon gli avea le trecce sciolte,

        quando pel pianto e per la gran fatiga
        convenne che gi in terra io mi colcasse,
        e pi per lei cercar non mi diei briga.

        In questo parve a me che in me entrasse
   95   il sonno, che ristora e che riposa
        a' mortali le membra stanche e lasse.

        Mentr'io dorma, apparve a me, amorosa
        e piena di splendor, la bella Ilbina,
        in apparenza pi che umana cosa.
p. 88
  100   --Lvate su,--mi disse,--ch' mattina:
        Cupido tante volte t'ha tradito,
        egli e la madre sua, che  qui reina.

        Sappi che a Ionia il petto egli ha ferito
        d'un dardo oscuro ed impiombato e smorto,
  105   che 'l venir suo a te ha impedito.

        L'amor, che avea a te, in lei  morto;
        e ad un fauno vile, rozzo e negro
        l'han data per amante e per conforto:

        colui del suo bel viso ora sta allegro.
  110   E perch queste cose, c'ho racconte,
        le sappi appieno e tutto il fatto intgro,

        quand'ella a te vena quass nel monte,
        perch piacesse a te pi la sua vista,
        di rose s'adorn il capo e il fronte.

  115   Cupido allor d'una saetta trista
        ed impiombata dentro al cor gli diede,
        colla qual fa ch'all'amor si resista:

        questa ogni amor gli tolse ed ogni fede
        a te promessa. E poi con l'altro astile,
  120   il quale  d'r, da cui amor procede,

        s come l'sca el foco del focile,
        cos accese lei; e poi mostrgli
        un fauno bovin, cornuto e vile.

        Per ti prego che seguir non vogli
  125   questo Cupido e che non vogli ire
        pi tra le selve e tra li duri scogli.

        Se al regno di Minerva vuo' venire,
        lass l'animo tuo sar contento,
        lass trova la voglia ogni desire.--

  130   Poscia spar; e 'l sonno mio fu spento,
        e gi di terra mi levai s erto,
        ch 'l letto mio fu 'l duro pavimento.

        E per voler di questo esser ben certo,
        s come il bracco va cercando a caccia,
  135   cos cercando andava io quel diserto;
p. 89
        e trovai Ionia stare intra le braccia
        del fauno duro ed abbracciargli il seno.
        Ond'io con grande voce e gran minaccia

        corsi ver' lor, di furia e d'ira pieno;
  140   ond'elli, spaventati, fuggr presti.
        Ma, perch Ionia potea correr meno,

        rimase addietro; ond'io:--Ch non t'arresti?
        perch fuggi cos, o mala putta?
        Son queste tue parole ed atti onesti?

  145   Tu m'hai fatto aspettar la notte tutta
        ed hai lasciato me sol per restarte
        con un mostro cornuto e fra brutta.--

        E, perch del fuggir le ninfe han l'arte
        e son veloci, sen fugg s ratto,
  150   che non la giunsi mai in nulla parte.

        Allor meco pensai ch'io era matto
        seguitar pi Cupido, ch' fallace
        nelle promesse ed infedel nel fatto.

        Con voce irata ed animo audace
  155   queste parole contra Amor profersi,
        volendo seco guerra e mai pi pace,

        s come si contiene in questi versi.


p. 90




CAPITOLO XVIII

Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci
e della citt di Foligno.


        --O vano e rio e traditor Cupido,
        nelle promesse iniquo ed infedele,
        morto sia io, se pi di te mi fido!

        Che tu non se' piatoso, ma crudele,
    5   e come falso il tosco amaro ascondi
        nella dolcezza d'un poco di mle.

        Perch, o falso e rio, non ti confondi
        aver tradito me, che li miei passi
        seguto han dietro a' tuoi sempre secondi?

   10   e tra li scogli e tra li duri sassi
        condotto m'hai, con tue promesse ladre,
        tra lochi montuosi e lochi bassi?

        Non  venusta dea tua falsa madre;
        anche  pellice obbrobriosa e sozza,
   15   nemica a tutte l'opere liggiadre.

        Io prego che la lingua gli sia mozza
        a chi ti chiama e chiamer mai dio;
        ch chiunque il dice, mente per la strozza.--

        Quando queste invettive dicea io,
   20   una dea venne innante a mia presenza,
        saggia ed onesta, coll'aspetto pio.

        Io son nel ciel la quarta intelligenza--
        avea nel manto e nella fronte scritto:--
        Minerva manda me, dea di scienza.

   25   E bench'io avessi el cuor cotanto afflitto,
        quand'io la vidi presso me venire,
        m'inginocchiai, ch prima stava io ritto.
p. 91
        Benignamente a me cominci a dire:
        --Dimmi, per qual cagion tu ti lamenti?
   30   Chi t'ha condotto in s fatto martre?--

        Ed io a lei:--Li falsi tradimenti
        del rio Cupido lamentar mi fanno:
        egli m'ha indutto in cotanti tormenti.

        E se saper tu vuoi il mio affanno,
   35   ed egli ed una ninfa m'han tradito,
        usando meco falsit ed inganno.

        S'io fossi con Minerva ins salito
        nel regno suo, ella mi promettea
        il ben, il qual contenta ogni appetito.

   40   Ed io lassai l'andar con quella dea
        per l'amor di Cupido, e tornai vlto
        nella ruina d'esta selva rea.--

        Rispose quella con benigno volto:
        --Minerva a te mi manda ed anco Ilbina,
   45   ch'io ti tragga del cammino stolto.

        Degno  chi dietro al folle Amor cammina
        e chi nel suo voler fonda sua voglia,
        che cada in precipizio ed in ruina.

        Tu stesso se' cagion della tua doglia,
   50   da che sapei che donna ha per usanza
        ch'ella si volta e move come foglia.

        Ahi, quanto  stolto chi pone speranza
        in cosa vana! ch, quando si fida,
        quand'ella manca, ancor egli ha mancanza.

   55   Non sai che 'l folle Amor sempre si guida
        dietro a Concupiscenzia, e di lei  figlio
        quei che coll'arco l'amador disfida?

        E questo, se non ha el mio consiglio,
        convien che erri e come cieco vada
   60   smarrito per le selve in gran periglio.

        Ma, se tu vuoi tornar in tua contrada,
        sguita me, ed io sar tua scorta;
        e riporrotti nella dritta strada.--
p. 92
        Da quella selva tanto errante e storta
   65   mi pose nella via, la qual conduce
        dov' della virt la prima porta.

        Ivi parlommi e disse la mia luce:
        --Per questa via ritroverai Topino,
        che ad onta il trapass il grande duce.

   70   E dietro al tuo signor movi il cammino
        (per U e go, e per quel nominollo,
        ch'a Pier fu nel papato pi vicino).

        A lui e a' suoi passati il grande Apollo
        diede per segno due mezzi destrieri
   75   con redini vermiglie intorno al collo,

        in campo bianco, a teste vlte, e neri;
        ed a' suoi descendenti il fiero Marte
        per gran virt promesso ha fargli interi.

        Come si trova nell'antiche carte,
   80   di Tros di Troia un suo nepote scese,
        detto anche Tros e venne in quella parte

        ad abitare in quel nobil paese,
        ove il Topino e la Timia corre:
        tanto l'amor di quel bel loco il prese.

   85   E Troia dal suo nome fece porre,
        chiamato or Trieve, ch antico idioma
        si rinovella e mutando trascorre,

        tanto che Persia Perugia si noma,
        e Spello in prima fu chiamato Specchio:
   90   cos un vocabol su nell'altro toma.

        E questo Tros poi in quel tempo vecchio,
        Flamminea pose al nome della stella,
        che a battaglie influir non ha parecchio.

        Flamminea chiam la citt bella,
   95   ch flammeo  chiamato Marte fro:
        cos l'astrologia ancor l'appella;

        ch Marte avea promesso far intero
        il segno de' cavalli in campo bianco:
        per cos nomarla ebbe pensiero.
p. 93
  100   La citt il nome e 'l loco mut anco;
        e fo Flamminea Foligno nomata,
        perch l'antichit sempre vien manco.

        Ed in quel loco anch' la strada lata,
        la via Flamminea ed or detta Fiammegna:
  105   cos da' patriotti ora  chiamata.

        Da questo Tros vien la progenie degna
        de' troian Trinci, ed indi  casa Trincia,
        che anco ivi dimora ed ivi regna.

        E costui anco tutta la provincia
  110   Asia cos chiam dall'Asia grande,
        com'uom che nuovo regno a far comincia.

        E, se certezza di questo domande,
        quivi  'l monte Soprasia cos detto,
        che sopra a quella patria pi si spande.

  115   Da questo scese il prence, a cui subbietto
        amor t'ha fatto e l'influenzia mia,
        quando prima spir nel tuo intelletto.

        Come and Paulo alla man d'Anania,
        al magnanimo torna, che detto aggio,
  120   ove mai porte serra cortesia.--

        Andai al mio signor cortese e saggio;
        e come alcun domanda ond'altri vne,
        cos mi domand del mio viaggio.

        Risposi a lui:--Seguto ho vana spene
  125   del rio Cupido, ed egli mi condosse
        tra selve e boschi con acerbe pene.

        Ivi sara smarrito, se non fosse
        che una donna venne a me davanti,
        ed ella a te tornar anco mi mosse.--

  130   E poscia che gl'inganni tutti quanti
        gli dissi di Cupido, e come foi
        con lui tra' boschi per diversi canti,

        di dea Minerva gli ragionai poi
        e come m'invit e fui richiesto
  135   ch'andassi seco alli reami suoi,
p. 94
        e che Cupido, quando vide questo,
        egli e la madre sua mi fecer segno,
        tal ch'io tornai al bosco s molesto.

        Rispose a questo quel signor benegno:
  140   --Come l'animo tuo tanto sofferse
        non seguitar Minerva all'alto regno,

        da che ella t'invit e ti proferse
        il carro suo eccellente e di splendore,
        e d'essere tua guida anco s'offerse?

  145   Non sai che ogni senno e buon valore
        vien dal suo regno e che da lei procede
        ci che per probit s'acquista onore?

        Prego, se mai a me avesti fede,
        che questo regno tu vadi cercando;
  150   ch poi io vi verr, s'ella il concede.--

        Che risponder dovea a tal domando
        se non:--Far, signor, ci che m'hai imposto,
        ch ogni priego tuo a me  comando?--

        E, perch'egli ad andarvi era disposto,
  155   questo, a cercar di quel regno felice,
        mi diede pi fervor ad andar tosto,

        nel tempo che 'l seguente libro dice.





                       LIBRO SECONDO

                   DEL REGNO DI SATANASSO

p. 97




CAPITOLO I

Come la dea Pallade appare all'autore
e gli descrive la sedia e signoria di Satanasso.


        Febo la notte addovagliava al giorno
        ed era in compagnia col dolce segno,
        che prima fa di fiori il mondo adorno,

        quando a cercar mi misi il nobil regno
    5   di dea Palla Minerva, per comando
        d'un mio signor magnanimo e benegno.

        E come alcun che parla seco, quando
        va pel cammin soletto, faceva io,
        e questo dicea meco ragionando:

   10   --O alto re, monarca, o sommo Dio,
        non vedi tu che 'l mondo va s male
        e quanto egli  perverso e fatto rio?

        Non vedi il vizio che la virt assale?
        E da che questo da te si comporta,
   15   o tu nol vedi o dell'uom non ti cale.

        Gi l'avarizia ha ogni piet morta
        ed ogni parentela ed ogni fede:
        il vizio alla virt serra ogni porta.

        Non vedi che superbia sotto il piede
   20   tien la giustizia e con orgoglio e pompe
        s' posta armata su nella sua sede?

        Non vedi tu che la lussuria rompe
        le leggi di natura e che 'l corrotto
        quel di novella et poscia corrompe?
p. 98
   25   Signor e Dio, se Abraam o Lotto
        in Sodoma e Gomorra tu non trovi,
        cio nel mondo a tanto mal condotto,

        perch tu 'l foco e 'l zolfo gi non piovi?
        e se tu odi tante a te biasteme,
   30   perch a fulminar Vulcan non movi?

        perch tu non disfai il crudel seme,
        peggior che Licaon e che i giganti,
        se non che lor fortezze son pi sceme?--

        Minerva in questo venne a me davanti,
   35   e non la conoscea che fosse quella;
        ed una dea pareva alli sembianti.

        Come che saggia e vergine donzella,
        d'oliva e d'r portava due corone,
        talch mai 'mperator l'ebbe s bella.

   40   Scolpito avea l'orribile Gorgone
        nel bello scudo, ch'ella ha cristallino,
        il quale porta e contro i mostri oppone.

        Quando a lei fui e reverente e chino,
        ella mi disse:--Dove andar intende
   45   l'animo tuo per questo aspro cammino?--

        Risposi a lei:--Tra belli monti scende
        Topino in Umbria, ed in quel bel paese,
        sinch al Tevere l'acqua e il nome rende,

        regna un signor magnanimo e cortese:
   50   egli mi manda a cercar un reame,
        al qual Minerva m'invit e richiese.

        Ma, perch allor Cupido di tre dame
        colle saette sue m'avea invaghito,
        con quali e' fa che fortemente s'ame,

   55   non accettai da quella dea l'invito,
        ma dietro al folle amor con molti affanni,
        s come cieco, andato son smarrito.

        Or ch'io mi so' avveduto de' suo' inganni
        e che ogni cosa si pu dir niente,
   60   la qual vien men per correre degli anni,
p. 99
        che non andai con Palla il cor si pente;
        e 'l detto mio signore anco sen duole,
        ch'io non fu' al suo comando ubbidiente.

        Per mi ha detto in espresse parole
   65   ch'io cerchi infin che truovi ov'ella regna,
        ch'egli al suo regno poi venir vi vuole.

        Per ti prego, donzella benegna,
        o tu m'insegna il loco, ove la trovi,
        o di guidarmi infino a lei ti degna.

   70   E s'al mio basso prego non ti movi,
        mvati quel signor, il qual mi manda,
        e li congiunti suoi antichi e nuovi.--

        Minerva, poich 'ntese mia dimanda,
        sorrise alquanto e fece lieta cra,
   75   mostrando faccia dilettosa e blanda.

        Rispose poi:--Virt e fede vera
        del prince, che tu dici, e suoi passati,
        e che ne' figli e nepoti si spera,

        lui e suo' amici a me fatt'han s grati,
   80   ch'io son venuta a te, e son colei
        che t'invitai a' mie' regni beati.--

        Allora la conobber gli occhi miei,
        ond'io m'inginocchiai e mia persona
        prostrai in terra innanti alli suoi pii,

   85   dicendo:--O dea Minerva, a me perdona,
        s'io te lassai e seguitai Cupido
        per la via ria e abbandonai la buona.

        E quella fiamma, che fe' errar gi Dido,
        Ercole e Febo, innanzi a te mi scuse
   90   e 'l pentimento, pel qual piango e grido.--

        Allor porse la mano e s la puse
        benignamente in su la mia man destra
        e poscia in questo modo mi rispuse:

        --Da che Cupido e la sua via alpestra
   95   non vuoi pi seguitar, io acconsento
        menarti meco ed esser tua maestra.
p. 100
        Ma dimmi prima se tu se' contento
        combatter contra i mostri ed esser forte,
        che nel viaggio dnno impedimento.--

  100   Risposi:--O sacra dea, pi mi conforte
        che Adriana Teseo, quando il fe' saggio
        scampar del laberinto e della morte.

        Pensa se del venir gran voglia io aggio,
        quando cos soletto mi son mosso
  105   a cercar te per questo aspro viaggio.

        Tu sai la mia virt e quant'io posso;
        e, s'ella  poca, io spero aver ardire,
        se io mi guider dietro il tuo dosso.

        Ma prego, o sacra dea, mi vogli dire
  110   qual  'l cammino e prego che mi mostri
        chi sta in quel viaggio ad impedire.

        --Il primo e principal di tutti i mostri
        --rispose-- Satanasso ed ha 'l governo
        del mortal mondo e delli regni vostri.

  115   Gi pi tempo  ch'egli usc for d'inferno,
        e prese questo mondo a gran furore
        e ci che muta tempo, o state o verno.

        Nel primo clima sta come signore
        colli giganti, ed un delle sue braccia
  120   pi che nullo di loro  assai maggiore

        Tu vederai il suo busto e la sua faccia,
        e gloriarsi e dir che 'l mondo vince,
        e gi la sua superbia al ciel menaccia.

        E con lo scettro in mano il mondan prince
  125   in mezzo il mondo siede triunfante,
        come signore e re delle province.

        E sua citt ha fatta somigliante
        al vero inferno e li vizi egli tiene,
        la morte e le miserie tutte quante.

  130   E perch questo tu lo sappi bene,
        convien che tu discendi in quel profondo,
        onde ci che si parte, alla 'ns vene.
p. 101
        Visto lo primo cerchio e poi il secondo,
        l'anime afflitte e gli altri cerchi ancora,
  135   ritornerem tu e io quass nel mondo.

        Il regno di Satn cercherai allora
        e la sua gran citt e l'alto seggio
        anche vedrai e chi con lui dimora.

        Or, perch 'l mondo va di male in peggio,
  140   se ben pensi chi 'l guida, da te stesso
        chiaro il vedrai s com'io chiaro il veggio.

        Tu ragionavi, a me venendo adesso,
        ond' che 'l mondo  s di vizi pieno
        e perch tanto mal da Dio  permesso.

  145   Or sappi ben che Dio ha dato il freno
        a voi di voi; e se non fosse questo,
        libero arbitrio in voi sarebbe meno.

        E voglio ancor che ti sia manifesto
        che vostra carne, le pi volte, volta
  150   vostra ragion dal segno d'atto onesto.

        E perch al vizio  prona gente molta,
        Satno vince; e questa  la sementa
        e la zizania sua mala ricolta.

        Vince anco le pi volte quando tenta,
  155   ch 'n mille modi torcer vostra nave
        puote dal porto ritto, ove si avventa;

        ch correre a vert sempre par grave
        a vostra carne, la qual sempre incta
        a quel che par al senso pi soave.

  160   Facciamo omai di qui nostra partita:
        il tempo  breve, ed  distante il loco,
        ov' d'andar al ciel prima salita.

        --Minerva mia, te primamente invoco,
        e poi le muse, che dell'acqua chiara
  165   del fonte pegaseo mi diate un poco.--

        Cos risposi e poi:--Or mi dichiara
        di questo che mi d gran maraviglia:
        tu sai che domandando l'uomo impara.
p. 102
        Quando fu che Satn e sua famiglia
  170   lasci di s e de' suoi l'inferno vto
        e venne su, ove si more e figlia?

        Vorrei saper ancor, ch non mi  noto,
        s'egli  signor di tutti quegli effetti,
        che influisce il cielo ovver suo moto.--

  175   Allora mi rispose in questi detti.


p. 103




CAPITOLO II

Come l'autore narra a Minerva che e' si confida
vincere Satanasso e suoi vizi.


        --Vergine saggia e bella il cielo adorna,
        di cui Virgilio poetando scrisse:
        Nova progenie in terra dal ciel torna.

        Resse gi 'l mondo, e s la gente visse
    5   sotto lei in pace, che l'et dell'oro
        el secol giusto e beato si disse.

        La terra allora senza alcun lavoro
        dava li frutti e non facea mai spine;
        n anco al giogo si domava il toro.

   10   Non erano divisi per confine
        ancor li campi, e nullo per guadagno
        cercava le contrade pellegrine.

        Ognuno era fratello, ognun compagno;
        ed era tant'amor, tanta pietade,
   15   ch'a una fonte bevea il lupo e l'agno.

        Non eran lance, non erano spade;
        non era ancor la pecunia peggiore
        che 'l guerreggiante ferro pi fiade.

        La Invidia, vedendo tanto amore,
   20   di questo bene a s gener pene,
        e d'esto gaudio a s diede dolore:

        con quella doglia che a lei si convene,
        and in inferno, ed alli vizi dice
        quanta pace avea il mondo e quanto bene.

   25   E l'Avarizia, d'ogni mal radice,
        seco ne trasse e menolla su in terra
        per conturbar quello stato felice.
p. 104
        Vennon con lei la Crudelt e la Guerra,
        l'Inganno e Froda e la Malizia tanta,
   30   che ha guasto 'l mondo e fa che cotanto erra.

        Presa ch'ebbe la terra tutta quanta,
        non gli bast, e 'l mar ebbe assalito
        la rea radice d'ogni mala pianta.

        Quando Nettuno vide l'uomo ardito
   35   cercar il mare e non temer tempesta
        e di solcarlo e gir per ogni lito,

        trasse di fuor del mar la bianca testa
        e 'l suo tridente, ed ebbe gran pavento,
        dicendo:--Oim! Che novit  questa?

   40   Come ha trovato l'uom tanto argomento,
        che passa il mar e non teme dell'onde,
        e va e vien a vela ad ogni vento?--

        Come cosa nociva si nasconde
        che non si trove, per che si teme
   45   che, se si trova, gran mal ne seconde;

        cos Natura de' denari il seme
        pose e nascose nel regno di Pluto,
        perch la gente non turbasse insieme.

        Ma l'amor dell'aver tanto cresciuto
   50   sfond la terra e 'l gran Pluto infernale
        robb, gridante lui, chiamando aiuto.

        Questo fu poi cagion di maggior male,
        ch ruppe amor e legge ed ogni patto,
        e fe' il figliolo al padre disleale.

   55   Vedendo Astrea il mondo esser disfatto
        e 'l viver santo, e guasto il giusto regno
        dal mostro reo, che fu d'inferno tratto,

        lass la terra prava a grande sdegno,
        s come indegna della sua presenza,
   60   e torn al ciel, ov'ella  fatta segno.

        Allor li vizi senza resistenza
        uscro di comun da Mongibello
        col loro ardire e con la lor potenza.
p. 105
        E come quei che han preso alcun castello,
   65   gridan:--Brigata, s! il castello  nostro!--
        per veder se si leva alcun ribello;

        cos, usciti dall'infernal chiostro,
        Satan e i suoi questo mondo pigliro:
        allor d'inferno usc il primo mostro.

   70   E sua superba sede collocro
        in mezzo il mondo, dov' il primo clima,
        onde l'un polo e l'altro vede chiaro.

        L sta la via che al regno mio sublima,
        su per la qual nessun pu mai venire,
   75   se colui non combatte e vince in prima.

        L stanno i vizi sol per impedire
        che verso il cielo alcun ins non saglia
        con grandi orgogli ed onte e con ardire.

        Chi come Circe la mente gli abbaglia,
   80   chi canta dolce pi che la sirena,
        e chi menaccia e chi d gran battaglia.

        Di mille se un passa e anco appena,
        viene in contrada di splendor sereno,
        di belli fiori e dolci canti piena.

   85   Ed in quel pian s chiaro e tanto ameno
        stanno quei ch'ebbon fama di virtute,
        bench battesmo e fede avesson meno:

        ch non vuol l'alto Dio che sien perdute
        le prodezze in inferno, e senza fede
   90   vuol che null'abbia l'eternal salute.

        Chi, oltre andando, pi suso procede,
        trova nel gran giardin quattro donzelle:
        oh beato chi l'ode e chi le vede!

        Tre altre pi divine e vieppi belle
   95   ne stan pi su, e con queste sto io,
        accompagnata da quelle sorelle.

        Ed in quel loco bel vagheggio Dio,
        e veggio il primo artista nel suo esemplo
        tra le bellezze del suo lavorio.
p. 106
  100   Poi vo pi alto ed entro nel gran templo
        del sommo Iove, e con la mente mia
        a faccia a faccia il Creator contemplo.

        Anche domandi quanta signoria
        ha Satanasso; ed, a ci dichiararte,
  105   convien con fondamento sappi in pria

        che Dio  primo prince in ogni parte
        sempre e di tutto, ed a' primi motori
        la sua virt comunica e comparte.

        E questi dopo lui sonno signori
  110   di tutte quelle cose, che 'l ciel move,
        perch de' cieli son governatori.

        Adunque ci che da influenzia piove,
        o che fa 'l tempo, cio state o verno,
        ovver natura delle cose nve,

  115   tutto procede dal moto superno;
        e la virt vien da' motor primai,
        a cui de' cieli Dio dato ha 'l governo.

        Pi che gli altri motor Satn assai
        ha di potenza, e da lui esser mossa
  120   puote ogni spera ed influir suoi rai.

        E se ogni cosa natural  scossa
        dai ciel, che viene in terra, or puoi sapere
        quant'ella  grande e ampia la sua possa.

        E, poich colpa gli fe' l'ali nere,
  125   Dio spesse volte l'operar gli toglie,
        s come in Iobbe si poteo vedere.

        Vero  che a certe cose egli lo scioglie,
        ch vuol che sia signor sopra la gente
        che segue la sua legge e le sue voglie.

  130   E tu lo proverai s'egli  possente
        coi vizi suoi ed anco s'egli stanca
        la carne vostra, quando a lui consente.

        Ma non temere e l'animo rinfranca;
        reduci i grandi esempli alla memoria,
  135   ch fortezza incorona, se non manca.
p. 107
        Nella battaglia s'acquista vittoria.
        Nessun mai per fuggir o per riposo
        venne in altezza, fama ovver in gloria.

        E, se il cammino  duro o faticoso,
  140   pensa del fine e pensa qual sia il frutto
        fra te medesmo saggio e virtuoso.--

        Allor allor alla briga condutto
        stato essere vorria: tanta speranza
        mi die' il suo dir e rinfrancme tutto.

  145   E per dissi con grande baldanza:
        --Andiam, ch nullo mostro pel sentiero
        di potermi impedire avr possanza.

        --Non ti fidar di te, n sie altro
        --rispose,--ch colui  pi da lunge,
  150   che stima esser pi appresso nel pensiero.

        Nessun giammai a buon termine giunge,
        se del gir poco o del tornar addietro
        non fa a s gli spron, con che si punge.

        Perch di s presunse il gran san Pietro,
  155   cadde, da vento piccolo commosso,
        non come ferma pietra, ma di vetro.--

        Quando udii questo, di vergogna rosso
        s diventai, che dissi per scusarme:
        --Minerva, senza te niente posso.

  160   Perch spero da te la possa e l'arme
        --diss'io,--credo cos esser difeso,
        se dietro a te ti degni di guidarme.--

        Allor si mosse, quando m'ebbe inteso.


p. 108




CAPITOLO III

Come l'autore mediante la dea Minerva ritorn dell'inferno,
dove era disceso.


        Denanti a me andava la mia guida,
        e poi io dietro per una via stretta,
        seguendo lei come mia scorta fida.

        Andando come alcun che non sospetta,
    5   subitamente un gran tuon mi percosse,
        s come Iove il fa, quando saetta.

        E questo il sentimento mi rimosse,
        tanto ch'io caddi quand'egli mi colse,
        s come un corpo che senz'alma fosse.

   10   Dal punto che li sensi il tuon mi tolse,
        insin che 'n me tornai, una gross'ora,
        al mio parer, di tempo il ciel rivolse;

        ch, quando io caddi, veniva l'aurora,
        e gi toccava l'orizzonte il sole;
   15   e poscia il vidi un mezzo segno fuora.

        Su mi levai senza far pi parole,
        cogli occhi intorno stupido mirando,
        s come l'epilentico far suole.

        Dicea fra me:--Oh Dio! or come e quando
   20   son qui venuto?--e stava pauroso.
        Dov' Minerva, ch'andai seguitando?

        Sotto qual parte del ciel io mi poso?
        Sto sotto il Cancro, o sto io sotto l'Orse
        con quelli che han sei mesi il sol nascoso?--

   25   Cos, mirando intorno, alfin m'accorse
        che mi guardava e stava a destra banda
        la saggia donna, che la via mi scorse.
p. 109
        A me parlando senza mia domanda,
        mostr due vie, e disse:--D'este due
   30   prendi qual vuoi, ed a tuo piacer anda.

        Questa, ch' arta e che mena alla 'nse,
         nel principio molto aspera e forte,
        ma poi nel fine ha le dolcezze sue.

        Quest'altra, che tu ve', che ha sette porte
   35   e che  lata e mena giuso al basso,
         dolce in prima e poi mena alla morte.--

        Oh semplicetto me, ignorante e lasso!
        Presi la via, che all'ingi conduce,
        perch pi lieve mi parea al passo.

   40   E nell'entrata  ver che quivi  luce;
        ma, perch' scura quanto pi gi mena,
        andai poi come un cieco senza duce.

        Cos, privato di luce serena,
        io giunsi in poco tempo insino al centro,
   45   onde nullo esce senza forza e pena.

        Quando mi vidi condutto l entro,
        dicea tra me:--Come son qui venuto
        in questo fondo, ove io cos m'inventro?

        --Non cercar ora come se' caduto
   50   --disse Minerva dalla lungi alquanto,--
        ma pensa uscirne e che a ci abbi aiuto;

        ch 'ngi andando sei disceso tanto,
        che pi che 'n testo loco non si scende,
        e chi n'uscisse sal da ogni canto.

   55   --Io prego, o dea, il braccio a me distende
        --diss'io,--ch uscirne m'affatico invano,
        se tu con la tua destra non m'apprende.--

        Allor dea Palla stese a me la mano
        e di quel fondo, dove io m'era messo,
   60   mi trasse su, tirandomi pian piano.

        Quand'io fui ito un miglio su da cesso
        dal loco, che Satn lassato ha vto,
        trovai Cocito e 'l laco suo da presso.
p. 110
        E, perch questo laco  pi remoto
   65   da ogni caldo di sole e di foco,
        pi fredda cosa non ha 'l mondo toto.

        E tutto il freddo e ghiaccio, ch' 'n quel loco,
        ove la tramontana fa 'l zenitte,
        rispetto a quello par niente o poco.

   70   De' traditori l'anime confitte
        vid'io nel ghiaccio, che Iuda e Caino
        seguiron gi con fatti e parol fitte.

        E, perch in poco tempo gran cammino
        avea a far, di l la dea mi trasse
   75   inverso a un monte, a quel laco vicino.

        Per una grotta volle ch'io andasse
        dentro fra 'l monte, e sette miglia suso
        per la via oscura e con le gambe lasse.

        Quant'io vedrei con ciascun occhio chiuso,
   80   tanto vedea l con l'occhio aperto,
        insin che uscimmo fuor per un pertuso.

        Quand'io fui giunto su nel monte ad erto,
        l'anime vidi di chi Dio biastema,
        in un gran piano di fumo coperto.

   85   Ancor, pensando, al cor me ne vien tma,
        ch io vedea a tutti arder la bocca,
        e tutti quanti avean la lingua scema.

        E come spesso la grandine fiocca,
        s caggion sopra lor saette accese,
   90   e non invan, ch'ognuna ad alcun tocca.

        Satno trasse fuor d'esto paese,
        s come Palla disse, i gran giganti,
        quando co' vizi suoi il mondo prese.

        Vero  che l ne stanno ancora alquanti
   95   distesi in terra e con caten legati,
        s che non son nel mondo tutti quanti.

        Io vidi lor quando son fulminati,
        che biastimavan la virt eterna,
        superbi, altri e con li volti irati.
p. 111
  100   Poi ne partimmo e per una caverna
        intrammo un monte, e tanto la dea salse,
        che fummo ins la terza valle inferna.

        Chiunque con fatti e con parole false
        inganna altrui con doli ovver con frode,
  105   quivi ha lo scotto con amare salse;

        ch strascinati son dietro alle code
        in forma di cavalli da' dimni,
        e chiunque corre pi, quello  pi prode.

        E sopra quelli stan cogli speroni
  110   altri dimni, e tra le pietre dure
        strascinan l'alme supine e bocconi.

        E quivi del mal peso e di misure
        si fa vendetta e d'ogn'infedel arte,
        de' giochi, d'arcarie e di man fure.

  115   La dea mi disse:--Andiamo in altra parte,
        ch 'n poco tempo al cerchio d'Acheronte
        di piaggia in piaggia a me convien menarte.--

        Allor intrammo per un alto monte,
        sempre montando, ed al sommo salito
  120   vidi gran valle, quando alzai la fronte.

        Il vizio contro natura  punito
        acerbamente in quella valle piana;
        l sta in tormento ciascun sodomito.

        Questi omicidi della spezie umana
  125   l'amor, che figlia e fa congiunti insieme,
        spreggiano e gittan come cosa vana.

        Sopra esti destruttor dell'uman seme
        il foco e 'l zolfo puzzolente piove,
        e dentro al fuso rame ancor si geme.

  130   Salimmo poi nel quinto cerchio, dove
        li sette vizi avevan gi le case,
        anzi che gisson dell'inferno altrove.

        Ell'eran grandi e vacue rimase,
        s come a Roma sono le ruine
  135   delle anticaglie con le mura pase:
p. 112
        sordide tutte e piene di fuline,
        deserte dentro e con le mura rotte,
        piene di rovi, d'ortiche e di spine.

        La dea a me:--L dentro in quelle grotte
  140   stava Cerbero gi rabbioso cane
        con tre bocche latranti aperte e ghiotte.--

        Per una intrammo di quelle gran tane,
        sinch le male bolge ebbi salite:
        alfine uscimmo in contrade lontane,

  145   ove trovammo la citt di Dite
        con le mura di foco intorno intorno,
        con le torri alte e con le case ignte.

        Ogni casa parea ardente forno.
        Vedea i demni colle acerbe viste,
  150   che l per manegoldi fan soggiorno.

        Io vidi tormentar l'anime triste;
        e secondo le colpe, che han commesse,
        cos conven che l doglia s'acquiste.

        Io vidi molte per mezzo esser fesse
  155   con dure seghe, ed alcune co' denti
        mordevan s, lacerando se stesse.

        E questo  'l duol che pi gli fa dolenti,
        il verme della stizza, e maggior gridi
        fa trarre a lor che tutti altri tormenti.

  160   Vidi i rattori e vidi gli omicidi
        tagliare a pezzi e le lor membra crude
        rifar, e poi tagliarle ancor gli vidi.

        Io far come quel che 'l dir conchiude.
        Sappi, lettor, che 'l Iudice del tutto,
  165   che vede il core, il vizio e la virtude,

        non vuol mai che 'l ben far non abbia frutto
        d'onore e di letizia, e non vuol mai
        che 'l male alfin non partorisca lutto

        con piena e con tormento di gran guai.


p. 113




CAPITOLO IV

Dove trattasi del limbo e del peccato originale.


        Uscito er'io della citt del foco
        dietro a mia scorta, ch'andai seguitando;
        e, poi che ins andato fui un poco,

        la domandai e dissi:--Dimmi quando
    5   noi perverremo ove Satn dimora,
        che dica questo inferno al suo comando.--

        Ed ella a me:--Ins andando ancora,
        convien che noi passiam duo altri cerchi,
        'nanzi che d'esto inferno usciamo fra.

   10   Il limbo  'l primo che convien che cerchi;
        un altro poi convien che ne trapassi,
        'nanzi che su nel mondo tu soverchi.--

        Ben sette miglia ins movemmo i passi,
        e trovammo una porta, ov'era scritto
   15   nell'arco suo, ch'avea di smorti sassi:

        In questo limbo, ovvero in questo Egitto,
         pena privativa e sol di danno,
        e nullo senso in questo loco  afflitto.

        Dentro  la gran prigion di quel tiranno,
   20   che tenne gi gli amici da Dio eletti
        e vinse Adamo a tradimento e inganno.

        Per legger questi detti io mi ristetti
        presso alla porta l, ch'era serrata;
        e, poich'io gli ebbi intesi e tutti letti,

   25   Minerva con la man chiese l'entrata.
        Non so chi fusse il portinar cortese,
        che ratto aprio e diedene l'andata.
p. 114
        Quand'io fui dentro, vidi un bel paese,
        di fiori e d'arboscelli e d'erbe adorno,
   30   s come Tauro fa nel suo bel mese.

        Ma qual  luce al cominciar del giorno,
        tal era quivi; e per mezzo la valle
        eran fantini ed anche intorno intorno,

        che su per le viol vermiglie e gialle
   35   givano a spasso, e alcuni dietro ai grilli,
        dietro agli uccelli e dietro alle farfalle.

        Ed una schiera, ch'eran pi di milli,
        vedendo noi, insieme si ristro
        ed ammirrno timidi e tranquilli.

   40   --O fanciulletti, a cui ritorna amaro
        il peccato d'Adamo, ed a cui costa
        il non aver baptismo tanto caro,

        al mio domando fatemi risposta:
        perch iustizia per altrui offesa
   45   vostra innocenzia in questo loco ha posta?--

        Quando questa parola ebbono intesa,
        suspiron tutti con dolor, che viene
        di mezzo il cor, che gran doglia appalesa.

        Poi un di loro a me:--Se noti bene,
   50   io ti dichiarer, s come estimo,
        perch giustizia qui chiusi ne tiene.

        Quando Dio fece il nostro padre primo,
        gl'impeti rei ovver concupiscenza
        non volle fusse in suo corporal limo.

   55   E questo grande dono ed eccellenza
        ebbe per grazia e non gi per natura,
        e sol tenendo a Dio obbedienza.

        E cos l'alma sua splendente e pura
        Egli cre e di iustizia santa,
   60   formata alla sua immago e sua figura;

        ma di questa eccellenza e grazia tanta,
        il Creator iustamente privollo,
        quando la vile e test nata pianta
p. 115
        incontra al suo Fattor alz lo collo,
   65   ed a subgestion del mal serpente
        volle saper quanto sa il primo Apollo.

        E, perch non fu a Dio obbediente,
        a lui la carne divent rubella
        contra lo spirto e legge della mente.

   70   Bench sia l'alma da s pura e bella,
        niente meno quand'ella il corpo avviva,
        per due cagion diventa brutta e fella.

        Prima  che nasce di iustizia priva;
        l'altra  che quand'ell' al corpo unita,
   75   nella bruttezza sua si fa cattiva;

        ch vorrebbe ire al bene ed  impedita
        dal corpo, collo qual ella sta insieme,
        ed al mal far la tira ed anche invita.

        Questa bruttura va di seme in seme
   80   in tutti quelli che nascon d'Adamo,
        ch'ogni uman corpo da quel primo geme.

        Per questo infetti in questo loco stiamo
        dannati pel peccato originale,
        ch 'l mal della radice  in ogni ramo.

   85   Oh lassi noi, ch l'acqua baptismale,
        per la qual l'uomo a Dio figliol rinasce,
        sanati arebbe noi da questo male!

        Se non che noi dal ventre e dalle fasce
        di nostre mamme la morte ne tolse
   90   e menonne quaggi tra queste ambasce.--

        Ciascun di loro al ciel la faccia volse,
        al suon d'este parol, con s gran pianti,
        che facean pianger me: s me ne dolse.

        Addomandato arei di loro alquanti
   95   di quai parenti stati eran figlioli,
        se non che ratto mi sparr dinanti.

        Parecchie miglia poi andammo soli,
        sinch trovammo grandissima rupe,
        alta vieppi che nullo uccello voli,
p. 116
  100   ch'avea le sue caverne oscure e cupe,
        s come quando  s buia la notte,
        che par che gli occhi riguardando occpe.

        Trovammo l sette gran porte rotte,
        tutte di rame, e di ferro il verchione,
  105   le qua' serravan gi quelle gran grotte.

        Palla mi disse:--Qui 'n questa pregione
        il drago Satanasso gi ritenne
        l'anime circumcise, elette e buone,

        sinch 'l Figliol di Dio su dal ciel venne
  110   e per la colpa delli suoi amici
        pag il bando e la morte sostenne.

        Allor ardito e con splendor felici
        venne quaggi vittorioso e forte
        contra Satn e gli altri suoi nemici,

  115   e disse a lor:--Levate via le porte:
        traete fuor la mia turba fedele,
        che menar voglio alla celeste corte.--

        Allor Satn, omicida crudele,
        a lui s'oppose e cominci la guerra,
  120   come gi fece contra san Michele.

        Puse le rene l dove se serra;
        ma Cristo lui e 'l catarcion d'acciaio
        e queste porte allor gett a terra.

        Quando in la grotta entr 'l lucido raio,
  125   Adamo disse:--Questo  lo splendore,
        che mi spir in faccia da primaio.

        Venuto se', aspettato Signore:
        dal petto, dalle mani e dalle piante
        il sangue hai dato in prezzo del mio errore.--

  130   L'anime a lui amiche tutte quante
        trasse del limbo l'alto Emanul,
        vittorioso lieto e triunfante.

        Adamo ed Eva e 'l lor figliolo Abl,
        Seth e No, che fece la santa arca,
  135   Abram, Isac e ancora Isral
p. 117
        e Moiss e ciascun patriarca
        e David re e tutti li profeti
        men al cielo, ov' 'l primo Monarca.--

        Ed io a lei:--Li saggi e li poeti
  140   sonno egli qui? e gli antichi romani?
        o sonno in lochi pi felici e lieti?--

        Ella rispose:--In questi prati vani
        non son cotesti, che lor alti ingegni,
        come gi dissi, han lochi pi soprani.

  145   Virt e fama loro ha fatti degni
        a star con Marte ed a star con le muse
        e con Apollo in pi splendenti regni.--

        Poscia la man deritta alla mia puse,
        trassemi per la porta, onde mi mise;
  150   e, ratto ch'io fui fuora, ella si chiuse.

        Cos dal tristo limbo mi divise.


p. 118




CAPITOLO V

Come l'autore trova certe anime, che
stavano penando presso al limbo.


        Appresso al limbo, intorno e in ogni canto
        son gran montagne selvagge e spinose
        ed aspre s, che mai le vidi tanto.

        Ed anime stan l, che van penose
    5   intorno errando per quel loco incolto
        tra rovi e spin, che mai producon rose.

        E, perch' quivi l'aer grosso e folto,
        io non scorgea alcun, bench'io mirasse,
        tanto che 'l conoscesse ben nel volto.

   10   Per Minerva assent ch'io andasse
        ivi tra lor e, se trovava alcuno
        conosciuto da me, ch'io gli parlasse.

        Allor me misi tra quell'aer bruno
        e tra gli sterpi, ed acuto mirai,
   15   tanto che l'occhio mio ne conobbe uno.

        --O anima gentil, che tanto amai,
        'nanzi che 'l corpo ti lassasse sola,
        perch tra questi lochi asperi stai?

        Son qui i compagni della prima scola?
   20    qui Arnoldo ed Agnolo da Riete?
        Potrei parlar ed udir lor parola?--

        Rispose a me con sembianze non liete:
        --Accorso e gli altri due, che tu m'hai detti,
        son fuor d'inferno in pi alta quiete.

   25   Tra questi asperi luochi siam ristretti
        quei che tu vedi, e tra montagna oscura,
        ch su del mondo non uscimmo netti;
p. 119
        ch l'et pueril, ch' da s pura,
        ora  dal mondo rio cos corrotta,
   30   ch' piena di malizia e di bruttura,

        ed in tutti que' vizi  mastra e dotta,
        che la natura a quell'et occulta,
        e senza possa col deso n' ghiotta.

        'Nanzi che alcun di noi all'et adulta
   35   venuto fusse, ordin l'alto Dio
        che nostra carne su fusse sepulta.

        Se tratti non ne avesse il Signor pio
        di quella vita breve e che sta in forsi,
        tanto ne arebbe infetti il mondo rio;

   40   ch noi saremmo in maggior colpe corsi,
        e poi puniti in pi acerbo loco
        e da pi pena in questo inferno morsi.

        Per la montagna ingi scendendo un poco,
        i figli stan di quelle ree contrade,
   45   sovra li qual Dio piovve solfo e foco.

        Se fussono venuti a piena etade,
        sarebbon in pi colpa ed in pi duolo:
        adunque dar lor morte fu pietade.

        E l con loro sta 'l picciol figliolo,
   50   che Gregor dice che nel sen paterno,
        Dio biastimando, lasci 'l corpo solo.

        In pi penoso loco sta in inferno
        chiunque a far male alcuno induce o tira
        o non corrige, quando egli ha 'l governo.

   55   Quel loco  l e quel padre martra,
        a cu' il figliol co' denti tronc il naso,
        ascondendo nel bascio la iusta ira.--

        Io credo che sarei con lui rimaso,
        se non che Palla:--Assai--disse--hai veduto:
   60   vedi che 'l sole omai giunge all'occaso.

        Sotto i pi nostri  gi Schiron venuto:
        vedi che 'l tempo corre e non si folce
        e non s'acquista mai, quand' perduto.--
p. 120
        Quanto con lui lo star mi parve dolce,
   65   tanto da lui partir mi fu amaro;
        quand'ella disse:--Al venir ti soffolce.--

        Quivi lassai il mio amico caro,
        figliol di Senso, il perugin Batista,
        che 'l mondo il fece infetto, ch'era chiaro.

   70   Di gran piat avea carca la vista,
        quando Palla mi disse:--Perch 'l viso
        porti tu basso? Or che dolor t'attrista?--

        Ed io a lei:--Perci che m'hai diviso
        da colui con ch'i' stava, o sacra dea,
   75   e 'l suo dolce parlar anche hai reciso.

        In chiaro e bel latino a me dicea
        che Dio la morte acerba altrui permette,
        perch innocenza non diventi rea.--

        Ella rispose:--E perch sian subiette
   80   a lei tutte l'etadi e da' mortali
        in ogni loco ed ogni ora s'aspette;

        e perch son cresciuti tanto i mali,
        che al vizioso sol peccar non basta,
        se nel suo vizio molti non fa eguali.

   85   Come il fermento corrompe la pasta,
        e l'altre poma un sol fracido melo,
        cos la prima et l'altra poi guasta.

        Questa  l'iniquit e 'l grande scelo
        far rio altrui e s tanto peggiore,
   90   quanto s'appressa pi al canuto pelo.

        Per provvede Dio che alcun si more
        in quell'et, che non  d'anni piena,
        perch malizia non gl'imbrutti il core.

        E forsi che il morir tolle la pena,
   95   ch destinata morte  forse impiastro
        ad altri mali, a che fortuna il mena.

        State contenti a ci, che fa quel Mastro,
        che regge il mondo e sa il come e 'l quando
        e dispon voi s come in cielo ogni astro.--
p. 121
  100   Poscia tacette, ed io gli fei domando
        dicendo:--O dea, un dubbio, il qual or penso,
        la mente mia non vede, in lui pensando:

        come il dimn, che non ha corpo o senso,
        dal foco corporal ovver dal ghiaccio
  105   in questo inferno puote esser offenso?--

        Ed ella a me:--A molti ha dato impaccio
        il dubbio, il qual il tuo parlar mi dice:
        ma io dichiarer quel che ne saccio.

        Sappi ch'amor  la prima radice
  110   d'ogni allegrezza, e l'odio  fundamento
        di ci che attrista ovver che fa infelice.

        Per alcun voler, quand' retento
        d'andar a quel ch'egli ama o che si toglia,
        quanto pi l'ama, tanto ha pi tormento.

  115   Sappi ancor ben che quanto pi alla voglia
         odioso quel che la ritiene,
        tanto pi se n'affligge e pi n'ha doglia.

        Se queste mie premesse noti bene,
        comprenderai il foco, onde si duole
  120   il dimonio in inferno e le sue pene,

        ch non puote ir dov'ama e dove vle,
        e vedesi in prigione e fatto sozzo,
        libero prima e pi bello che 'l sole.

        E' stava in cielo, ed ora sta nel pozzo
  125   di tutto il mondo e vede ogni suo velle
        ed ogni suo desio essergli mozzo.

        Come superbo, estima che le stelle
        reggere debbia ed essere il sovrano,
        fatto e creato tra le cose belle.

  130   E, bench'egli dal ghiaccio e da Vulcano
        sensualmente non possa esser leso,
        perch da lui  ogni senso strano,

        niente meno dal corpo egli  offeso,
        perch a quel corpo, ch'era a lui subietto,
  135   ora subiace e sta dentro a lui preso.
p. 122
        E non  maggior onta ovver dispetto,
        che da quel servo, ch' avuto in bala,
        esser signoreggiato ovver costretto.

        E se per arte di nigromanzia
  140   il demn si costrenge ed  legato,
        ben lo p far pi alta signoria.

        E perch in ogni modo, in ogni lato
        e' cerca di fuggir, quinci argumenta
        che dal corpo, ove sta, egli  penato.

  145   Nell'aer sopra l, dove diventa
        folgore lo vapor, molti ne stanno
        e molti fra la gente, ove si tenta.

        Ma nell'ultimo d dell'ultim'anno
        tutti in inferno seranno serrati,
  150   nel gran supplicio dell'eterno affanno.--

        Noi eravamo ins tanto montati,
        che, nove miglia pi andando sopre,
        suso nel mondo seriamo allitati,

        perch quel loco solo un cerchio il copre.


p. 123




CAPITOLO VI

Come l'autore, uscito dall'inferno,
venne nel mondo nell'emisfero di Satan.


        Non  nella riviera genovese,
        ovver tra gli Alpi freddi della Magna,
        n trovariasi mai 'n altro paese

        aspera tanto e repente montagna,
    5   quant'una, che trovammo s alpestra,
        che fe' maravigliar la mia compagna.

        Mirando intorno, io vidi una finestra
        a pi del monte con questa scrittura,
        la qual legger mi fe' la mia maestra:

   10   Voi, che salir volete su all'altura
        e che volete uscir di questo fondo,
        intrate dentro questa buca oscura.

        Qui  la via che mena suso al mondo:
        chi salir vuol, convien che pria qui entre
   15   e saglia poi, girando suso a tondo.

        Minerva poi mi mise dentro al ventre
        del duro monte, e forse un miglio er' ito,
        che dietro a lei ins salendo, mentre

        io venni manco, caddi tramortito
   20   e ratto al ciel, s come Ganimede
        quando Tonante fu da lui servito.

        L mostrato mi fu come procede
        da Dio l'anima nostra, allora quando
        al corpo organizzato la concede.

   25   Infundendola Dio 'nsieme e creando,
        non di materia, ma celeste forma,
        l'unisce al corpo e dona al suo comando.
p. 124
        Poi torna' in me com'uom che prima dorma;
        e, su levato, presi il dur viaggio
   30   dietro alla dea, de' pi seguendo l'orma.

        Sei miglia er' ito, quando vidi il raggio
        del chiaro sole scender d'una buca;
        onde Minerva a me col parlar saggio:

        --Insin lass convien che ti conduca
   35   e per quel foro ti convien uscire,
        se vuoi vedere il sole e che a te luca.--

        Allor pi ratto cominciai a salire,
        ch di veder il sole avea disio;
        ed ella mi spronava col suo dire.

   40   Ma dicea meco:--Or come potr io
        caper pel foro di quel sasso fesso,
        che non  una spanna, al parer mio?

        E, quando fui a quel pertuso appresso,
        vi pontai 'l capo per la voglia presta,
   45   tanto che un poco fra l'ebbi messo.

        E poscia ne cavai tutta la testa;
        poi la persona mia sospinsi tanto,
        ch'io n'uscii nudo senz'alcuna vesta.

        E caddi in terra con omi e pianto;
   50   e quando prima il miser occhio aperse,
        vidi una vecchia brutta starmi a canto.

        Questa le membra nude mi coperse;
        poi, come donna riputando dice,
        queste parole inver' di me proferse:

   55   55--Io son la Povert, prima nutrice,
        che l'uom ricevo colle membra nude,
        quand'egli arriva nel mondo infelice.

        E quando gli occhi a lui la morte chiude,
        vo con lui alla fossa e l rimagno,
   60   ove l'altre person si mostran Iude.

        E mentre in vita con lui m'accompagno,
        s impazientemente mi sopporta,
        che fa di me sempre querela e lagno.
p. 125
        Niente reca, quando al mondo apporta;
   65   e fatica e timore  la sua vita;
        ed al partir niente se ne porta.

        Allor conoscer pu nella partita
        che 'l vostro essere umano  come un sogno,
        e sogno par la parte che n' ita.

   70   S come l'r, ch' falso e di mal cogno,
        vanisce al foco, vostra vita manca;
        e ci ch' falso manca nel bisogno.--

        Poi levai s la mia persona stanca,
        e la vecchia tacette e poi disparve;
   75   ond'io gli occhi voltai dalla man manca.

        Mentr'io mirava, una cosa m'apparve
        mirabil s, che, a volerla narrare,
        le mie parol mi paion levi e parve.

        Vidi un gigante giovine cantare,
   80   bello e membruto e col leuto in mano,
        e lieto lieto cominci a ballare

        e coglier fiori su pel lordo piano;
        e poi mi parve che s'inghirlandasse
        di quelli fiori come garzon vano.

   85   Ed una rota grande, che voltasse
        di sopra a lui, e, quando ella si volve,
        parea che a poco a poco il consumasse.

        Come di neve statua si risolve,
        quando sta al sole, cos a poco a poco
   90   si disfece e di poi divent polve.

        Quasi fenice antica, che nel foco
        arde se stessa e poi delle penne arse
        un'altra nasce nuova ed in suo loco,

        cos di quella polve un altro apparse
   95   giovin gigante e inghirland le chiome,
        sotto la rota ancora a consumarse.

        Costui addomandai come avea nome,
        ed anche dissi a lui ch'io avea brama
        di quel disfar saper il quale e 'l come.
p. 126
  100   Rispose:--Il nome mio come si chiama
        non posso dir, ch da me fu negletto
        quell'operar, che, morto, vive in fama.

        Io con mill'altri e pi sto qui subietto
        a questa rota, che di sopra volta,
  105   che muta a parte a parte in noi l'aspetto;

        ch della vita breve avemmo molta,
        e negligenti andammo a passo lento
        sino all'estremo, dove ne fu tolta.

        Per ha fatto Dio che in anni cento
  110   nessun vive di noi pi di mezz'ora,
        e l'altro tempo in polve giaccia spento.

        E questa pena ha l'uom nel mondo ancora;
        che, mentre il ciel a lui si volve intorno,
        a parte a parte conven ch'egli mora.

  115   Cos a morte corre in ogni giorno
        mosso dal tempo, che volando passa
        e, poich' ito, non fa mai ritorno.

        E quella dea, che scrive il tempo e cassa
        il cammin tutto dell'et compiuta,
  120   un delli mille trapassar non lassa.

        Il cielo  quella rota che trasmuta
        tutte l'etadi della vita breve
        e che la testa bionda fa canuta.--

        Poi, come si disf al sol la neve,
  125   cos, parlando, colui si disfece,
        o come cera che 'l caldo riceve.

        Minerva allor di l partir mi fece;
        ed io a lei:--Da che parlar non posso
        pi con colui, rispondi a me in sua vece.

  130   Se 'l cielo sopra noi non fosse mosso,
        lo stare ei fermo sarebbe cagione
        ch'ogni operar quaggi fosse rimosso?--

        Ed ella a me:--Quest'altra gran quistione
        richiede pi il dir aperto e sciolto,
  135   che non  questo, e pi lungo sermone.
p. 127
        Il tempo e 'l ciel, che sopra voi  vlto,
         una cosa, e, non voltando il cielo,
        ci che da tempo pende, saria tolto:

        fatica, fame, sete, caldo e gelo,
  140   e ci che segue al moto alterativo,
        morte e vecchiezza col canuto pelo.

        E, non voltando, l'uomo saria vivo
        e volont e la virt, che 'ntende,
        ed ogni senso arebbe pi giulivo.

  145   Qui quel che disse l'agnol, si comprende,
        quando iur per l'alto Dio vivente:
        Mai non sar pi tempo, ovver calende,

        ed ogni verbo avr solo il presente,
        e cesser il preterito e 'l futuro,
  150   e ci, che or corre, sar permanente;

        e nell'Apocalisse  questo iuro.--


p. 128




CAPITOLO VII

Dove trattasi del regno d'Acheronte.


        Miglia' di mostri pi oltre trovai,
        i quai bench'io li narri e li racconte,
        appena a me si creder giammai.

        Anime vidi al lito d'Acheronte,
    5   ch'avean sette persone e sette facce;
        e queste su in un ventre eran congionte.

        Pensa sette uomin, che l'un l'altro abbracce
        dietro alle reni e con sette man manche,
        con sette destre ed altrettante bracce.

   10   Ed avean sol un ventre e sol due anche
        e sol due gambe e sol un umbillico:
        s fatti mostri non son trovati anche.

        E ciascun delli visi, i quali io dico,
        quant'era pi appresso a quel davante,
   15   pi giovin era e dietro pi antico,

        s che la prima faccia era d'infante
        or ora nato, e l'altra puerile,
        d'adolescente il terzo avea sembiante,

        giovine il quarto, il quinto era virile,
   20   il sesto di canuti era cosperso,
        e l'ultimo un vecchiaccio tristo e vile.

        Miglia' di mostri fatti a questo verso
        stavano a lato di quell'acqua bruna,
        per passar l'onde del lago perverso,

   25   il qual avea assai maggior fortuna,
        che mai Carribdi, Scilla o l'Oceno,
        quando ha reflusso o quando volta luna.
p. 129
        Vidi Carn non molto da lontano
        con una nave, in mezzo la tempesta,
   30   che conducea con un gran remo in mano.

        E ciascun occhio, ch'egli avea in testa,
        parea come di notte una lumiera
        o un fal, quando si fa per festa.

        Quand'egli fu appresso alla riviera
   35   un mezzo miglio quasi o poco manco,
        scrsi sua faccia grande, guizza e nera.

        Egli avea il capo di canuti bianco,
        il manto addosso rappezzato ed unto;
        e volto s crudel non vidi unquanco.

   40   Non era ancor a quell'anime giunto,
        quando grid:--O dal materno vaso
        mandati a me nel doloroso punto,

        per ogni avversit, per ogni caso
        vi mener tra la palude negra
   45   incerti della vita e dell'occaso.

        Pochi verran di voi all'et intgra;
        spesso la vita alli mortali io tollo,
        quand'ella  pi secura e pi allegra.--

        Dava col remo suo tra testa e 'l collo
   50   a' mostri, che mettea dentro alla cocca;
        e forte percotea chi facea crollo.

        Poscia rivolto a me, colla gran bocca
        grid:--Or giunto se', o tu, che vivi,
        venuto qui come persona sciocca.--

   55   Minerva a lui:--Costui convien ch'arrivi
        all'altra ripa sotto i remi tui,
        'nanzi che morte della vita il privi.

        --Su la mia nave non verrete vui
        --rispose a noi con ira e con disdegno,--
   60   ch altre volte gi ingannato fui.

        Un trasse Cerber fuor del nostro regno,
        l'altro la moglie; or simil forza temo:
        per voi non verrete sul mio legno.--
p. 130
        Minerva a lui:--Io chiedo ora il tuo remo,
   65   ch'io vo' menar costui, o vecchio lordo,
        da questo basso al mio regno supremo.

        Lassame andar, consumator ingordo,
        ch a te non  subietta quella vita,
        per la qual vive uom sempre per ricordo.--

   70   Ratto ch'egli ebbe esta parola udita,
        si vergogn ed abbass le ciglia,
        e senza pi parlar ne die' la ita.

        Navigato avevam ben gi due miglia,
        ed io mi volsi addietro, e vidi ancora
   75   venuta alla rivera altra famiglia,

        solcando noi per quella morta gora,
        con gran tempesta tra le morte schiume,
        col vento non da poppa, ma da prora.

        S come il falso argento torna in fume
   80   nel ceneraccio, che fa l'alchimista,
        o cera che al foco si consume;

        cos a' mostri la lor prima vista
        vidi mancare ed anche la seconda,
        come cosa non stata o non mai vista.

   85   E poi la terza colla testa bionda,
        la quarta e poi la quinta venne meno,
        navigando oltra per quell'acqua immonda;

        manc poi il sesto di canuti pieno;
        sicch di lor rimase un sol vecchiaccio:
   90   non sette pi, ma un tutti parino.

        La nave a riva avea a venir avaccio,
        quand'io addomandai un gran vecchione,
        che stava a lato a me a braccio a braccio.

        E dissi a lui:--Perch 'l demn Carone
   95   s vi disf? e perch, navigando,
        sei parti ha tolte alle vostre persone?--

        Rispose:--Quel Signor, che 'l come e 'l quando
        sa della morte e la vita concede
        non mai a patti, ma al suo comando,
p. 131
  100   nel mondo s lunga vita ne diede;
        e fummo negligenti alla virtude
        e ratti a far le cose brutte e fde.

        Per menar ne fa per la palude,
        e nella ripa esto crudel pirata
  105   la vita a noi vecchiacci ancora chiude.

        E quando addietro la nave  tornata
        e mena quei che stan dall'altro canto,
        in quel rifatti siamo un'altra fiata.

        E ritornamo a quella riva intanto,
  110   ove pria fummo; e l da noi s'aspetta
        anche 'l nocchier con pena e con gran pianto.

        Questa  da Dio a noi giusta vendetta,
        da che a ben far nostra vita fu tarda,
        che sempre a morte nostra vita metta.

  115   La Morte non  mai all'uom bugiarda,
        ch lo minaccia in viso e fallo accorto;
        ma egli chiude gli occhi e non si guarda.

        E, bench l'uom si vegga giunto al porto
        degli anni suoi,  s ne' vizi involto,
  120   che prima il viver che 'l mal fare  scrto.

        In quell'et, che fa canuto il volto,
        alcun nell'operar tanto  difforme,
        ch'e' non par vecchio, ma fanciullo stolto.

        Ed io lass, dove si mangia e dorme,
  125   fui gi Del Bruno chiamato Francesco
        e fiorentin lascivo vecchio enorme.

        Qui sta, (or poni un vo di dietro al vesco,)
        Pier d'Alborea, che 'n tre vescovati,
        secco negli anni, nel peccar fu fresco.--

  130   Noi eravamo al porto gi appressati;
        e tutti vennon men su nella riva,
        s come un'ombra ed uomin non mai stati.

        Io scesi in terra con la scorta diva,
        ed ella disse a me:--Se ben pon' mente,
  135   la vita umana non si pu dir viva;
p. 132
        ch solo solo un punto  nel presente,
        e nel futur non  ed anco  'ncerta,
        e del passato in lei non  niente.

        E, perch questa cosa ti sia esperta,
  140   pensa che un oro puro a parte a parte
        a poco a poco in piombo si converta.

        Se un venisse a te a domandarte,
        tu non potresti dir che quel fusse oro,
        da che dall'esser r sempre si parte.

  145   Cos  la vita di tutti coloro,
        che 'l tempo mena a morte; e chi ben mira,
        non dir mai:--Io vivo,--ma--Io moro;--

        ch, mentre il cielo sopra voi si gira,
        logra la vita, ed  cagion quel moto
  150   del caso e qualit che a morte tira.--

        In questo ad ira Carn fu commoto
        e grid forte:--Questa simil pena
        ha l'uom; ma, come a cieco, non gli  noto;

        ch 'l ciel fa il tempo, quel nocchier che mena
  155   l'uom navigando d'una in altra etade
        sino alla ripa, ov' l'ultima cena.

        Dal tempo ha 'l corpo ogni infermitade;
        e ci, che  nel mondo all'uom molesto,
        s vien dal cielo o da natura cade.--

  160   Poi si part Carn fiero e rubesto.


p. 133




CAPITOLO VIII

Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e' significhi.


        Carn la nave irato addietro mosse
        e Palla opposta a lui mosse le piante;
        e quasi un miglio credo andato fosse,

        che trovammo giacere un gran gigante
    5   legato in terra e dietro resupino,
        e sopra lui un gran vltore stante,

        che 'l becco torto avea come un uncino:
        il petto gli smembrava il grande uccello
        con grave doglia al misero tapino.

   10   --Minerva mia--diss'io,--che mostro  quello,
        a cui il fegato dal vltore  roso
        tanto, che poco n' rimaso d'ello?--

        Perch mostro il nomai, gli fu noioso,
        al mio parer; per la testa grande
   15   alz, parlando irato e desdegnoso.

        E disse:--O tu, che qui di me domande,
        Tizio son io, a cui 'l fegato pasce
        questo avoltore e tutto il giorno prande.

        E poi la notte in petto mi rinasce
   20   e fassi preda allo bramoso rostro:
        queste pene sostengo e queste ambasce.

        Simile a me, che m'hai chiamato mostro,
        in ciascun uomo  la parte mortale;
        e che questo sia vero, io tel dimostro.

   25   Come vltore, il caldo naturale
        l'umido radicale in voi divora,
        poi rinasce del cibo, ma non tale,
p. 134
        per che sempre la lega peggiora;
        oltre la giovent putrido fasse;
   30   per questo l'uomo invecchia e discolora.

        Se 'l cielo sopra voi non si voltasse,
        non averebbe il detto uccello il pasto,
        n converria che cibo il ristorasse.

        E se a me il petto  roso e guasto,
   35   la notte integramente lo risaldo;
        s che io in sempiterno vivo e basto.

        Ma quel ch' in voi consumato dal caldo,
        se si rif per prandio ovver per cena,
        non sempre  s perfetto, n s saldo.

   40   E questo alla vecchiezza e morte mena,
        e fame e sete; s che vostro stato
        vien meno ed ha a questa simil pena.--

        Io non risposi, quand'ebbe parlato,
        ch non volle Minerva; ond'ei la testa
   45   ripose risupina ins quel prato.

        Trovammo poi in una gran foresta,
        quant'un gigante grande, la Vecchiezza
        tra molta gente dolorosa e mesta.

        Ell'era guizza e piena di gravezza,
   50   magra, canuta e senza nessun dente,
        poggiata ad un baston per debilezza.

        Dirieto a lei veniva una gran gente,
        che parevano vivi, ognun coniunto
        inseme con un morto puzzolente.

   55   Cos erano uniti a punto a punto,
        s come san Macario e san Bordone,
        quand'un viveva e l'altro era defunto.

        Quand'io considerai cotal passione
        esser coniunti i vivi colli morti:
   60   --Oim!--diss'io,--oh quanta afflizione!--

        La vecchia mi guat con gli occhi torti
        e dissemi:--Se mai nel mondo riedi
        dietro a colei che t'ha li passi scorti,
p. 135
        simile a quella pena, che tu vedi,
   65   l troverai e le person penose.
        Ma, perch forse questo a me non credi,

        sappi che 'l mondo nomina le cose
        non per diritto, ma per lo traverso:
        per le verit gli son nascose.

   70   Quando l'uom nasce nel mondo perverso,
        che a vivere incomincia usate dire;
        ma questo dir dal ver tutto  diverso,

        per ch'allora incomincia a morire;
        e, perch insieme insieme vive e more,
   75   col vivo il morto  l anco l'unire.

        Tutti gli anni, li mesi e tutte l'ore
        che son passate, e ci c'ha 'l tempo scemo,
        nell'uomo  morto ed  di vita fuore.

        Oh quanto  stolto quel, che 'l ben faremo
   80   conduce insino al serrar delle porte
        e 'l ben poi principiar in sull'estremo!

        Queste alme son dannate a cotal sorte,
        perch nel mondo non fr le lor vite
        vive nell'operar, ma pigre e morte.

   85   E, se ben miri, son qui ben punite,
        ch vive dalli morti hanno tormenti,
        e come morte a morti sono unite.--

        Quando ebbe detto delli negligenti,
        pi oltre mi mostr quivi dappresso
   90   l'Infermit, che facean gran lamenti.

        E disse:--Su nel mondo vanno spesso;
        non pu fare Ipocrte ed Avicenna
        che 'l corpo uman non sia da loro oppresso.--

        Non poteria giammai scriverlo penna
   95   la schiera grande che io vidi de' Morbi,
        che fere all'uom, o che ferir gli accenna.

        Quivi eran zoppi, monchi, sordi e orbi;
        quivi era il Mal podagrico e di fianco,
        quivi la Frenesia cogli occhi torbi.
p. 136
  100   Quivi il Dolor gridante e non mai stanco,
        quivi il Catarro con la gran cianfarda;
        l'Asma, la Polmonia quivi eran anco.

        L'Idropisia quivi era grave e tarda,
        di tutte Febbri quel piano era pieno,
  105   quivi quel Mal che par che la carne arda.

        S d'ammirazione io venni meno,
        ch'arei laudato l'error d'Origene,
        se non che Fede a me tir il freno.

        Dice che l'alma, che nel corpo viene,
  110    un dimonio, il qual Iddio rinchiude
        dentro alla carne sol per dargli pene.

        E per il corpo umano  fatto incude
        di tutti i colpi che 'l mondo saetta,
        perch di sua superbia si denude.

  115   --Sta' fermo su la Fede, ch' perfetta,--
        disse Minerva, che, senza mio sermo,
        vedea l'opinion, ch'i' avea concetta.

        Ed io a lei:--Perch nel corpo infermo,
        subietto al cielo e brutto e tanto vile,
  120   che tanto o poco pi  vile un vermo,

        l'anima nostra, ch' tanto gentile,
        Dio la rinchiude ed in lui la trasfonde?
        Trov pi miser loco o sozzo o vile,

        ove materia in nulla corrisponde
  125   alla sua forma? E per maraviglio
        che l'anima del corpo si circonde.--

        Come si schiara il padre verso il figlio,
        che si rallegra quando egli ha ben detto,
        cos la dea ver' me rallegr il ciglio.

  130   E disse:--Se 'l volere e lo 'ntelletto
        con vostra carne fosse insieme unito,
        il vostro arbitrio saria al ciel subietto.

        E s'egli fosse dal cielo impedito,
        non ritrarria la carne, che rimove
  135   spesse fiate dal vano appetito;
p. 137
        ch, se lo corpo all'obietto si move
        e 'l voler vostro fusse uno con lui,
        fren non sarebbe a ritirarlo altrove.

        Questo  principio per provare a vui
  140   che puote l'anima aver subsistenza,
        forniti che ha 'l corpo i giorni sui.--

        Io anche dissi:--O dea di sapienza,
        se 'l ciel mi tira, ed io tirato vado,
        mosso dal corso ovver dall'influenza,

  145   dunque che biasmo avr, se fo alcun lado?
        O che loda e che onor io debbo avere,
        s'io surgo al bene o s'io nel mal non cado?--

        Ed ella a me:--Il ciel 'n voi ha potere
        solo nel corpo, e s'e' al mal corresse,
  150   il vostro velle il puote ritenere.

        Se prava ancor complessione avesse
        da tempo o loco o da suoi genitori,
        esser potrebbe ch'al mal si movesse;

        perch, secondo che 'n voi son gli umori,
  155   cos si move il carnal desidro
        ad ire, invidie, ad odii ed amori.

        Ma volont in voi ha 'l sommo impero
        di ciascun senso umano, e pu guidarlo
        e soggiogarlo ad ogni ministero.

  160   Dunque l'arbitrio, del qual io ti parlo,
        perch guida il timon di tutto il legno
        e pu a scoglio ed a porto drizzarlo,

        di biasmo e loda egli diventa degno,
        secondo che va ritto o che devia
  165   dal dritto porto ovver dal dritto segno.--

        Poscia di quindi noi andammo via.


p. 138




CAPITOLO IX

Come l'autore trova la Morte,
la quale parla acerbamente contro i mortali.


        --Le rote delli ciel tanto son vlte
        --disse Minerva,--che, da che venisti,
        tre ore della vita t'hanno tolte.

        La vita e 'l tempo, se tu ben udisti,
    5   son una cosa; e quanto dell'un perde,
        tanto perdi dell'altro e tanto acquisti.

        Convien omai che tu cammini inver' de
        colei, la quale a ci che nasce  fine,
        e che fa secco ci che pria fu verde.

   10   Non col passo dei pi te gli avvicine
        o meno o pi, ma di sopra li cieli
        voltati fan che tu ver' lei cammine.

        --Con tanta oscurit il dir mi veli
        --risposi a lei,--che ben io non l'intendo
   15   qual fine  questo, se tu non riveli.

        Per quel che tu m'hai detto, ben comprendo
        che gi tre ore mia vita  scemata,
        mentre noi queste cose andiam vedendo.--

        Ed ella a me:--Stolto  colui che guata
   20   solo alla vita e non rimira il porto,
        al qual fa ogni d una giornata.

        In questa valle, nella qual t'ho scorto,
        vedrai la Morte--Palla mi sobiunse;--
        per fa' che, passando, tu sie accorto.--

   25   S gran timore allora al cor mi giunse,
        quand'io udii dover veder la Morte,
        che ancor mi punge: tanto allor mi punse.
p. 139
        E le mie guance diventonno smorte,
        ch 'l sangue si restrinse tutto al core,
   30   come natura fa, perch 'l conforte.

        Per la dea a me:--Perc'hai timore
        di quella cosa, che convien che sia
        e debbesi aspettar in tutte l'ore?

        Dato  il quando e l'ordine e la via
   35   del pervenire al termine gi posto:
        n fia la morte pi tarda, n in pria.

        E, se non sai se egli  tardo o tosto
        della tua vita il tuo ultimo punto,
        star di ognora accorto e ben disposto.

   40   Acci che tu non sia improvviso giunto,
        propon' che il tempo incerto, che ti resta,
        sia tutto gi presente ovver consunto.

        Il tempo logra a voi la mortal festa;
        e le tre Parche tessono alla voglia
   45   di quel Signor, che a tempo ve la presta.

        E, quando Morte di quella vi spoglia,
        rimane in voi ci che non gli  subietto:
        per l'alma non sente mortal doglia;

        ch vostra volont e l'intelletto
   50   e tutto quel che 'n voi non  brutale,
        subsiste pi vivace e pi perfetto.

        In terra torna il corpo animale,
        e l'alma, ch' dal ciel, su al ciel riede,
        ciascun al suo principio originale.--

   55   Gran passion gran conforto richiede;
        per Minerva alla mia gran paura
        questa monizion lunga mi diede.

        Com'uom che va per la via non sicura,
        che mira e tace pel sospetto grande,
   60   cos, temendo, intorno io ponea cura.

        E per Palla a me:--Mentre tu ande
        inverso a quella, a cui pervenir di,
        perch pur temi e di lei non domande?--
p. 140
        Ond'io risposi:--Volontier saprei
   65   quant'ella sta ancor a noi da cesso,
        innanti ch'io pervenga insino a lei.--

        Ed ella a me:--A voi non  concesso
        del cammin vostro di saper il quanto;
        ma ella in ogni loco  molto appresso;

   70   ch'ella discorre ed  veloce tanto
        per questa valle, per la qual tu vai,
        che in ciascun punto ell' in ogni canto.--

        Per questo pi acuto allor mirai
        e vidi lei in un caval sedere
   75   negro e veloce pi che nessun mai.

        Avea le guance guizze, magre e nere:
        crudel la vista e s oscura e buia,
        ch'io chiusi gli occhi per non la vedere.

        E perch ogni uomo volontier s'attuia
   80   gli occhi per non vederla, tanto  brutta,
        per ci ella va occulta come fuia.

        --Mia--s dicea,--mia  la gente tutta:
        quanta n' nata e nascer al mondo,
        destrugger e l'altra ho gi destrutta.

   85   Quando alcun crede star sano e giocondo,
        io l'assalisco, e quanto  pi gagliardo,
        pi tosto al mio voler lo mando al fondo.

        Imperatori o re non ho in riguardo;
        a' miseri, che stanno in pena acerba,
   90   mando mie' morbi, ed a lor io vo tardo.

        Ci che nasce nel mondo, a me si serba,
        e che ha carne e corpo, cresce e vive:
        tutto fia mio insino all'ultim'erba.--

        Di molti morti io vidi poscia quive
   95   s grande strage, che rispetto a quella
        nullo poeta s grande la scrive;

        non quella che riempi i moggi d'anella,
        non quella che la peste fe' in Egina,
        n quella, della qual Lucan favella.
p. 141
  100   Di quelli morti tra la gran rovina
        un si lev, che solo il cuoio e l'osse
        avea e verminose le intestina.

        E disse:--Poich noi siam nelle fosse,
        son nostri alunni e compagni li vermi.
  105   Oh fine oscuro delle umane posse!

        E, perch questo io meglio vel confermi,
        guatate i corpi fracidi di noi:
        per me' vedergli, alquanto state fermi.

        Quali ora siete voi, ed io gi foi:
  110   e quale io sono, tutti torneranno
        que' che son nati e che nasceran poi.

        In questo loco papi meco stanno,
        imperatori, re e cardinali;
        n pi che gli altri qui potenzia hanno,

  115   perch all'estremo tutti quanti equali
        ne fa la morte, ai ben felici atroce,
        e tarda e dolce agl'infelici mali.

        Oh lasso me! L'indugio quanto nce!
        E quel, che si d' fare, averlo fatto,
  120   oh quanto acquista del tempo veloce!

        Io perdei Pisa e poi Lucca in un tratto;
        e questo il fe' la mia pigrizia sola,
        ch non soccorsi, com'io potea, ratto.

        Io fui gi Uguccion dalla Fagiola.--
  125   Poi come morto ricadde supino,
        ratto ch'egli ebbe detto esta parola.

        Io ingavicchiai le mani, e 'l viso chino
        tenea: per questo il cor s m'invilo,
        ch'io non curava pi del mio cammino.

  130   Ma quella, che guidava il passo mio,
        disse:--Che hai, che stai ammirativo
        e, come pria, venir non hai disio?

        Non sapei tu che ombra  'l corpo vivo,
        e che trapassa e fugge come un vento,
  135   e cibo a' vermi  poi, di vita privo?
p. 142
        Se tu non vuoi, morendo, essere spento,
        cammina s, che quella vita cresca,
        che 'l ciel non logra col suo movimento.--

        Come infingardo, a cui l'andar incresca,
  140   e, perch vada ratto, alcun gli grida,
        ch'allor s'affretta e li passi rinfresca;

        cos fec'io al dir della mia guida,
        tanto ch'io trapassai il regno afflitto
        del rio pirata e crudele omicida.

  145   E dietro alla mia dea andando io dritto,
        pervenni in loco, ove trovai una porta;
        e quel che seguir quivi era scritto,

        il qual io lessi ed anco la mia scorta.


p. 143




CAPITOLO X

Dove l'autore discorre delle pene,
che l'uomo d a se stesso per false opinioni.


        Voi, che salite al secondo reame,
        intrate qui per questa porta inferna,
        che sempre aperto tiene il suo serrame.

        Dentro ve fa la via una caverna,
    5   la qual salendo sette miglia gira,
        ove nulla  che chiaro occhio discerna.

        Questa conduce al loco, ove martra
        l'uomo se stesso, e di s fa vendetta,
        e fassi il colpo, onde piange e sospira.

   10   Vista che avemmo la scrittura e letta,
        intrammo la caverna alla man destra
        per una via oscura ed anco stretta.

        Ma dietro all'orme della mia maestra
        io sempre andai, e per un sasso fesso
   15   uscimmo fra, a guisa di finestra.

        E su nell'aere, alquanto a noi appresso,
        vidi una donna alata trasmutarse
        in diverse figure spesso spesso.

        Grande come gigante prima apparse;
   20   poi piccola si fece e lieta e trista;
        giovine e vecchia poi la vidi farse.

        --Chi se'--gridai,--che pi cambi la vista,
        che Acchilogo, e nullo essere vero
        par che 'n te sia, ovver che 'n te persista?

   25   --La Falsa Opinion son del pensiero
        --disse volando,--e questo loco tegno,
        ov'io dimostro il bianco per lo nero.
p. 144
        Qui sta la Fantasia, qui sta lo Sdegno,
        Speranza, Amor, Timor e Alterezza,
   30   Sospizion, 'Resia sta in questo regno.

        Io fo povero alcun nella ricchezza
        e fo la povert allegra tanto,
        ch'alcun la porta e nulla n'ha gravezza;

        s come avvien che 'n povert alquanto
   35   equal son due, e l'un non se ne cura,
        e l'altro si lamenta e fa gran pianto.

        Se da s fosse quella soma dura,
        alli due pazienti equal sera,
        se l'operante  di simil natura.--

   40   L'Opinion, ovver la Fantasia,
        per l'aer se n'and, movendo l'ale,
        e mutava sembianti tuttavia.

        --Quella  la grave peste e 'l grave male
        --disse Minerva a me;--quella  cagione
   45   di molto duol, che l'uom nel mondo assale.

        S'alcuno  ricco, e la sua opinione
        a questa verit gli contradice,
        egli se stesso in povert ripone.

        Nessun pu esser in stato felice,
   50   se a quello non concorre il suo parere,
        come concorre al frutto sua radice.

        Come la frenesia, che fa vedere
        un per un altro, e 'l vin, quando ubbriaca
        non lassa ben vedere le cose vere;

   55   cos tre passion, che son la ra'ca
        di tutti i vizi: il troppo amore e spene
        e 'l timor anco all'uom la mente opaca.

        Per queste tre, quando son troppe, avviene
        che si disvia ed erra l'intelletto,
   60   tanto che 'l ver non pu conoscer bene:

        come alcun che ha il palato infetto,
        che gusta il dolce, e pargli che sia amaro
        e giudica in contrario il proprio obbietto.
p. 145
        Altramente il superbo ovver l'avaro
   65   estima alcuna cosa, ed altramente
        l'animo buono e di vert preclaro.

        E secondo l'et cos la gente
        credon le cose, ed altramente estima
        chi porta l'odio che chi d'amor sente.

   70   La puerizia ovver l'etade prima
        errando crede che solazzo e gioco
        tra tutti i ben sovran tenga la cima.

        E, poich quell'et tramuta loco,
        dietro all'amor ne va l'adolescenza,
   75   e i ludi gi passati estima poco.

        Nell'et terza, c'ha pi conoscenza,
        reputa i giochi e l'amor esser vano,
        e solo estima onore ed eccellenza.

        Poi nella quarta et dal capo cano
   80   s'avvede ch'ogni et era ingannata,
        e pone all'avarizia allor la mano.

        Se, quando  su la morte, addietro guata,
        il cammin della vita, il qual  ito,
        gli pare un'ombra o cosa non mai stata.

   85   Svegliasi quando del mondo  partito,
        e vede ci c'ha tempo esser menzogna,
        rispetto all'eternal, che  infinito.

        S come spesso avvien, quando alcun sogna,
        che, mentre dorme, gli par manifesto
   90   aver dell'oro in man quanto bisogna,

        e, quando torna in s e ch'egli  desto,
        e' qui si scorna e dice nel suo core:
        --Oim! oim! perch non fu ver questo?--

        cos l'anima umana, quando  fuore
   95   della sua carne, allor ella comprende
        che il mondo  sogno, e conosce il suo errore.

        Iti eravamo omai quanto si stende
        quell'ampia valle, e noi trovammo un colle,
        che ben duo miglia su da alto pende.
p. 146
  100   Minerva salse il monte e poscia volle
        che dietro a lei seguissi le vestige,
        se non voleva andar s come uom folle.

        Quand'io fu' in cima, vidi il lago Stige,
        fatto alla forma ch'io l'avea veduto
  105   gi nell'inferno in ogni sua effige.

        Io era insino al lito suo venuto,
        e per mirar fermai i passi mei,
        per la gran nebbia risguardando acuto.

        --Questa negra palude, che tu vi,
  110    quella, per cui iura il sommo Iove
        --disse Minerva--e iuran gli altri di.

        Ci che cade da cielo, ovver che piove,
        ci che dall'aere o su dal foco cade,
        e ci che l'acqua s purgando move,

  115   si aduna qui da tutte le contrade:
        ogni sozzura ed ogni sucidume,
        tutta la marcia delle cose frade.--

        Per penetrar la nebbia e 'l folto fume,
        facea cogli occhi miei lo sguardo aguzzo,
  120   come fa alcun, quand'egli ha poco lume.

        Quanto pi m'appressava, maggior puzzo
        senteva al naso e tanto n'era offenso,
        che soffiando io facea dell'aere spruzzo.

        Tutta la timiama ovver l'incenso,
  125   che mai d'Arabia ovver d'Assiria venne,
        non mitigara quel fetore immenso.

        L eran l'arpie con pallide penne,
        con facce umane, storte, irate e guerce,
        fetenti s, che 'l naso nol sostenne.

  130   Facean lamenti su le smorte querce,
        e 'l misero Fineo mangiava sotto
        vivande, ch'eran di lor sterco lerce.

        Una di lor mi disse questo motto:
        --O tu, che questo inferno passi vivo,
  135   dietro alli passi di Palla condotto,
p. 147
        perch ti atturi il naso e mostri schivo?
        Tu sai che l'uomo nel vostro emispero
        pi di noi non  netto ovver giulivo:

        ch egli  un sacco pien di vittupro,
  140   e tra gli altri animal che son nel mondo,
        vuole in nettarsi maggior ministero.

        Tu sai ch'e' per la cima e per lo fondo
        e dello corpo suo per nove fori
        sparge il fastidio, pi che noi immondo.

  145   Al sucidume e suoi corrotti umori
        per delicanza concorron le mosche,
        s come l'api sopra belli fiori.

        --Trapassa ratto este contrade fosche
        --disse a me Palla--e non gli far risposta:
  150   basta che l'abbi viste e le conosche.--

        Allora mi partii senza far sosta
        e vieppi oltre una gente trovai,
        ch'avean la soma in la lor testa posta,

        la qual convien che portin sempremai.


p. 148




CAPITOLO XI

Dove si tratta della pena di Sisifo.


        Noi pervenimmo in una gran foresta,
        ove gente trovai, ch'ognuno un sasso
        avea per soma su nella sua testa.

        Per una piaggia ins moveano il passo,
    5   e, giunti al monte, poi scendeano al piano,
        e poi risalian su laggi da basso.

        Venir ver' noi non molto da lontano
        un'alma carca vidi d'un gigante
        maggior sei volte e pi d'un corpo umano.

   10   Io dissi a lei, quand'io gli fui davante:
        --Dimmi chi se', che porti s gran soma,
        ch'appena portera un elefante.

        --Sisifo son, che 'l gran poeta noma,
        --disse. E poi giunse:--A voi mortali  posta
   15   soma maggior ch'a me, e pi vi doma.

        E perch meglio intendi mia risposta
        e che tu sappi ben ch'io non agogno,
        a quel, che ora dir, l'orecchio accosta.

        Il timor della morte e del bisogno,
   20   amor e speme a voi pon maggior pesi,
        che non fa l'enco, quando appare in sogno.--

        E, perch questo dir non ben compresi,
        dissi a Minerva:--O dea, questo sermone
        ben non intendo, se non l'appalesi.--

   25   Ed ella a me:--Quel Signor, che dispone
        e regge il tutto, a chiunque al mondo nasce
        della sua soma sua gravezza pone.
p. 149
        Con pena prima sta dentro alle fasce
        e col sudor di colei che 'l nutrca,
   30   e di colui che poi, vivendo, il pasce.

        Poi che cresciuti son, chi s'affatica
        dietro all'aratro e la terra rivolta,
        ch non produca spine ovver ortica;

        chi con paura e con fatica molta
   35   giunge, cercando il mare, alla vecchiezza,
        sepolto dentro a' pesci alcuna volta;

        chi mercatanta per aver ricchezza,
        e quel, che con fatica egli rauna,
        a chi pervenga nulla n'ha certezza;

   40   _et tamen_ senza sonno e posa alcuna
        la voglia sempre ha fame e mai non s'empie
        ed al pi pasto, pi riman digiuna;

        chi segue Marte e le sue opere empie
        facendo s centauro biforme,
   45   armato a ferro indosso e nelle tempie;

        chi mangia a posta altrui e vegghia e dorme
        sol per aver il rimorchiato pasto,
        e va subietto dietro all'altrui orme;

        chi, per sanar all'uom il membro guasto,
   50   Ippocrate si fa; e chi legista
        per vender le parole e far contrasto.--

        Quand'ella dicea questo, alzai la vista
        inverso il monte e vidi un'altra gente,
        ch'avea la soma di splendor sofista.

   55   --Chi son color che 'l carco hanno splendente?
        --diss'io a Minerva.--Saria forse quello,
        perch si porti pi leggeramente?--

        Ed ella a me:--Perch 'l peso sia bello,
        non  per che egli sia pi lieve,
   60   n d a colui, che 'l porta, men flagello;

        ch una libra di penne  tanto greve,
        non pi, n men quant'una libra d'oro
        al dosso che la porta e la riceve.
p. 150
        E se saper tu vuoi chi son coloro,
   65   son quelli, dalli quai si signoreggia,
        e per 'l peso han con s bel lavoro.

        Come la bestia, che ben somereggia,
        va pi adornata ed ha miglior prebende
        ed  onorata di freno e di streggia;

   70   cos han quelli il peso che risplende,
        ma sotto quel colore sta nascosto
        la soma greve, che la mente offende.

        Per questo gi grid Cesare Agosto:
        --Quando sar ch'io scarchi i pesi gravi
   75   del pondo imperial, sopra me posto?--

        Grid Gregorio che 'l manto e le chiavi
        ed ogni reggimento ha tanto pondo,
        che gli altri sonno a rispetto soavi.

        Ahi! quanti credon su nel mortal mondo
   80   alcun aver in poppa il prosper vento,
        e s averlo in prora e non secondo!

        Che se colui, il qual credon contento,
        dicesse quant' afflitta la sua voglia,
        direbbon s aver minor tormento.

   85   Ahi! quanti son che sguardano alla invoglia
        della gran soma, a cui se lo somiere
        dicesse il suo gran peso e la gran doglia,

        piglierian le lor some volentiere,
        come minori e di pi lieve affanno,
   90   pi atte al loro dosso e pi leggiere!

        Ahi! quanti son che or a basso stanno,
        che 'n terra con la soma caderino
        del signorile scettro e primo scanno!

        Quanti son ricchi ed in stato sereno,
   95   che, della povert portando il peso,
        la forza e la vert lor verria meno!

        Saul in terra morto and disteso,
        portando la soma alta e con bei fregi,
        che, stando a basso pria, non era offeso.
p. 151
  100   Chi sta in alto, il basso non dispregi;
        e chi sta al basso ed ha la soma oscura,
        non abbia invidia a prenci ed a gran regi.--

        E poscia ad altri molti io posi cura,
        ch'ognun sopra la soma era premuto
  105   da circumstanti suoi per fargli iniura.

        Udii gridar indarno:--Aiuto! aiuto!--
        con pianti e con sospir; ma la pietade
        ivi era sorda a chi non era muto.

        Ed uno a noi grid:--Guai a chi cade!
  110   ch, bench'abbia abbondanza di consigli,
        non per trova chi aiutarlo bade.--

        La dea rispose:--O tu, che s bisbigli,
        perch al caso tuo cordoglio porto,
        t'adiuter, se 'l mio consiglio pigli.

  115   Se vuoi alla gran soma alcun conforto,
        pensa di quei che portan maggior carchi
        che non hai tu, e portanli pi a torto.

        E guarda ben che l'amor non ti carchi,
        e la spene e 'l timor se ti dn pena,
  120   degno  che sol di te tu ti rammarchi.--

        Poich'ebbe esto consiglio, un'ora appena
        egli era stato, e quivi un fanciul venne
        con bella faccia e di letizia piena.

        Due ali adorne avea di belle penne
  125   pi che paone, ed in mano avea l'arco,
        dal qual Achille gi 'l colpo sostenne.

        Costui gli pose sopra tanto carco,
        mostrando il dolce e celando l'amaro,
        che 'l fece pianger con pianto e rammarco.

  130   Poi venne un altro, che tutto contraro
        era a quel primo in tutte sue fattezze,
        col viso negro quanto il primo chiaro.

        Questo gli pose ancor molte gravezze,
        poi venne innanti a noi una donna anco
  135   col riso in bocca e piena d'allegrezze.
p. 152
        E, bench egli fusse lasso e stanco,
        con altri pesi ancor gli carc il dosso.
        Allora disse:--Oim! che vengo manco.--

        Mentre diceva:--Oim! che pi non posso
  140   portar tante gravezze,--e' cadde in terra,
        fiaccandosi la testa ed anche ogni osso.

        --Io fui da Lucca e detto Forteguerra
        --diss'egli a noi:--a far la grande impresa
        m'indusse spem, che fa che spesso uom erra.

  145   Ella mi fece far la molta spesa
        e posemi l'incarco della parte,
        che sempre a chi n' capo troppo pesa.

        --Nulla averebbe potuto gravarte
        --diss'io a lui,--se tu alla scorta mia
  150   creduto avessi in tutto ovver in parte.

        Ma, s'e' ti piace, volentier vorria
        che mi contassi le doglie penose,
        che la speranza pone in questa via.--

        Ond'egli, sospirando, mi rispose:
  155   --Sappi che la fallace e vana spene
        principalmente si fonda in due cose.

        O ella aspetta scemarsi le pene,
        ch'ella sostien, o desiando sguarda
        poter avere alcuno amato bene.

  160   Se l'una e l'altra d'este due si tarda,
        ovver che manchi, l'animo tormenta;
        ma affligge molto pi, quand' bugiarda.

        Bench tante fiate a noi ne menta,
        come hai provato, ancor se gli d fede:
  165   tanto con le losinghe altrui contenta;

        che 'l miser'uomo sempre ratto crede
        quel che desia; ma quel, ch'egli ha 'n temenza,
        non crede si rimova, se nol vede.--

        Poi pi non disse; e femmo indi partenza.


p. 153




CAPITOLO XII

Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona il timore.


        Dietro a Minerva cento passi o quasi
        su salsi un monte e pervenni alla cima
        a veder quei che temon tutti i casi.

        L era un piano, e, quando mirai prima,
    5   vidi una strada insino all'altra sponda
        lunga due miglia, quanto alla mia stima,

        ch'era diamtro nella valle tonda:
        quivi saper pu bene il geomtra
        quanto quel piano intorno a s circonda.

   10   Ne' semicerchi della valle tetra
        anime vidi di fuor della strada,
        la qual lastreco avea di nera pietra.

        Ed ognuna dell'alme in alto bada
        un grande sasso, che cader minaccia
   15   tanto, che par che tosto in capo cada.

        Per questo alzata ins tengon la faccia,
        temendo che non cada con ruina
        il sasso a lor in testa e che gli sfaccia.

        Ahi, quanto punge del timor la spina!
   20   e quanto affligge il core il mal futuro,
        che l'uomo aspetta e quasi lo indovina!

        Pensa, lettor, se stessi sotto un muro,
        che fosse per cadere, o sotto un tetto,
        e se 'l dovervi stare fosse duro!

   25   Pensa se avessi un uom incontra 'l petto
        coll'arco teso e fuggir non potessi,
        ed ei dicesse:--Tosto ti saetto!--
p. 154
        Cos han questi, di paura oppressi,
        gli archi di contra e per stan tremanti
   30   che sassi e dardi non percuota ad essi.

        Per dar lor pi timor, al volto innanti
        discorrono i Mal sogni e 'l Mal presaggio,
        l'upupa, il gufo e 'l corvo con lor canti.

        Su per la strada era il nostro viaggio,
   35   e trovai Fleias ch'era qui il primaio
        del gran timor con pallido visaggio.

        --O Fleias,--dissi io,--che a tanto guaio
        se' posto qui e tremi vieppi forte
        che 'l vecchio can nel freddo di gennaio,

   40   Apollo ha posto te a cotal sorte
        per tua superbia e di te fa vendetta,
        che 'n sempiterno questo tremor porte.

        Assai  minor pena a chi suspetta
        solo in un punto ricever il duolo,
   45   che sempre temer l'arco e la saetta;

        ch 'l timor seco mena grande stuolo
        d'assalitori, ed ognuno il cor punge:
        adunque  meglio aver un colpo solo.

        Per darti pi timore ancor s'aggiunge
   50   all'arco il sasso, e temi che non caggia
        e non ti fiacchi il capo, quando giunge.

        --Nel mondo, ove tu sal' di piaggia in piaggia
        --rispose,--proverai simil doglienza,
        se vi pervieni colla scorta saggia.

   55   L vederai tu il don di provvidenza
        farsi una lima che se stessa rode,
        di mille casi avversi c'ha 'n temenza.

        E vedrai le ricchezze non far prode:
        tanto di povert il timore affligge,
   60   che 'l possessor di lor lieto non gode.

        Che giova all'uom la vita, se l'effigge
        dell'orribile morte ognor l'accora
        e sempre di paura lo trafigge?
p. 155
        L'affaticato cibo, che ristora,
   65   mentre si mangia, infermit e sospiri
        menaccia al proprio corpo, che 'l divora.

        Se suso inverso il ciel ancor tu miri,
        menaccia a te il Giudice di sopra,
        se gli fai cosa, per la qual s'adiri.

   70   La terra, che convien che ancora il copra,
        e gi l'interno ancor gli fa paura,
        s come punitor di sua mal'opra.

        Se a destro ed a sinistro si pon cura,
        vede che ogni vizio quivi offende,
   75   e teme a' suoi coniunti ogni sciagura.--

        Ahi quanto di vergogna il viso accende,
        quando alcun riprendente  poi ripreso
        di quel medesmo, del qual e' riprende!

        Cos io feci, quando l'ebbi inteso;
   80   e per dissi:--Prego mi perdoni,
        se, Fleias, col mio dir t'avessi offeso.

        --O tu, ch'andi la strada e che ragioni
        e dietro a dea Minerva movi i passi,
        vedendo d'esto inferno le magioni:

   85   --cos grid un de' miseri lassi
        e poi subiunse:--io prego che tu torche
        verso me il viso, innanti che tu passi.--

        Io mi voltai e vidi un su le forche
        col capo chino tanto, che le guancia
   90   a lui toccava quasi una dell'orche.

        --Morte e paura io posi in la bilancia
        --subiunse,--e poi la morte col capestro
        elessi a me per men pungente lancia.

        Troppo temendo in me il caso sinestro,
   95   me stesso uccisi: io son Architofelle,
        che fui nel consigliar s gran maestro.

        Meco sta qui Sal, re d'Israelle,
        e quei roman, che sol timor gli strinse
        e non vert a spogliarsi la pelle.--
p. 156
  100   Alquanto inver' di lui li passi pinse
        sol per parlarli; ma la dea non volle
        ch'io parlassi a colui, che s estinse;

        ch, se fortuna il ben temporal tolle,
        non lieva per mai d'alcun la spene,
  105   s'egli da se medesmo non  folle.

        --Tu vederai, se tu ammiri bene,
        non tremar nullo, ch'abbia s ucciso:
        risguarda, ed io dir onde ci viene.--

        Per io riguardai con l'occhio fiso;
  110   poi, vlto a lei, diss'io:--Perch non trema
        qualunque dalla vita ha s diviso?--

        Ed ella a me:--Quando la spen si scema
        tanto in alcun, che niente rimane,
        colui non ha amor, n anco tma;

  115   ch le paure e l'allegrezze umane
        procedon da speranza e dall'amore,
        che porta l'uomo a vostre cose vane.

        Per, se tutto, amor e spene, more,
        mor la letizia, che da lor procede,
  120   e la paura, e sol ha poi il dolore.

        Il qual il disperato fuggir crede,
        fuggendo s, e uccide allor se stesso
        con crudelt, credendo far mercede.

        E, se speranza non avesse appresso
  125   il fren d'alcun timor, cresceria tanto,
        che faria stolto per lo troppo eccesso.

        Cos il timor, se seco non ha accanto
        dolcezza di speranza, tanto teme
        e tanto vien in doglia ed in gran pianto,

  130   che nol sostiene e s di morte oppreme;
        ch'ogni timor all'uomo  s a noia,
        che pi tosto vuol morte che lui inseme.

        Nulla allegrezza e nulla cara gioia
         tanto dolce, che rispetto a quella
  135   non sia pi amaro all'uom temer che moia.
p. 157
        E tu sai ben che l'_Etica_ favella
        che 'l timor troppo nullo portar puote:
        tanto la mente e l'animo flagella.

        E da qui il timor van, se tu ben note,
  140   in mille modi il suo balestro scocca
        nel mondo all'uom e l'animo percuote;

        tanto che gi come presente tocca
        quel che non  e forse fia niente,
        e gi piangere fa la mente sciocca.

  145   Se a questo e a quel ch'io dissi ben pon' mente,
        nulla pena  maggior che star in forse
        di quel che spiace e che p far dolente.

        Ognun ch'al van timor ben si soccorse,
        spregia la morte e sol teme il Monarca,
  150   che 'l tempo breve e la vita ne porse:

        cos senza timor secur si varca.--


p. 158




CAPITOLO XIII

Come l'autore vede la Fortuna.


        Per l'aspero cammin di quella valle
        eravamo iti, al mio parer, un miglio,
        lasciando il van timor dietro alle spalle,

        quando per veder meglio alzai lo ciglio
    5   e dalla lunga la Fortuna io vide
        mirabil s, ch'ancor me 'n maraviglio.

        Minerva a me:--Se ti losinga o ride,
        e s'ella mostra a te il viso giocondo,
        fa' ch'allor ben ti guardi e non ti fide.

   10   Quella  che molti inganna in questo mondo
        col rider suo e spesso alcun inalza
        per abbassarlo e farlo ire al fondo.

        Guarda la faccia sua quant'ella  falza
        e che di chiara in torba la trasmuta,
   15   quando da alto alcuno in terra sbalza.--

        Quando da presso poi l'ebbi veduta,
        conobbi quant' grande quella donna,
        quant' sinistra e quanto alcuno adiuta.

        Era maggior che non fu mai colonna,
   20   e sol dinanti avea capelli in testa,
        e d'oro fin dinanti avea la gonna.

        Ma dietro calva, e dietro avea la vesta
        tutta stracciata, ed era di quel panno,
        che vedoa porta in dosso, quando  mesta.

   25   Ghignando con un riso pien d'inganno,
        volgea con una man sette gran rote,
        che come spere in questo mondo stanno.
p. 159
        La quarta er'alta insino onde percote
        con le saette Iove, ove il vapore,
   30   dal gel costretto, da s l'acqua scuote.

        La terza d'ogni lato era minore,
        e le seconde poi minor che quelle;
        e minime eran poi quelle di fuore.

        Nella met le ruote paralelle,
   35   dico nella met, ch'alla 'ns monta,
        erano orate e preziose e belle.

        Ma l'altra parte, quando su  gionta,
        gi vien calando a quella donna dietro;
        quanto pi cala, pi del mal s'impronta

   40   e fassi oscura; e da quel lato tetro
        descender vidi molti a capo basso
        con gran lamento e doloroso metro.

        Poich caduti son con gran fracasso,
        ogni amico li fugge e li dispregia:
   45   chi li sospinge e chi lor d del sasso.

        Ma alli salenti dalla parte egregia
        ognun si mostra amico ne' sembianti:
        chi li losinga e chi di loda 'i fregia.

        Come da due nel carro triunfanti
   50   mescolato era il dolce con l'amaro,
        usando inver' di lor contrari canti,

        cos su ad alto e giuso due cantro
        nel colmo delle rote e due di sotto,
        un d'allegrezza e l'altro del contraro.

   55   La dea Minerva gi m'avea condotto
        sino alla donna, che voltava il giro:
        allor parl, che pria non facea motto.

        E disse:--Io, che a basso e ad alto tiro
        le sette rote, son la dea Fortuna
   60   e solo a quei dinanti lieta miro.

        Nullo su ad alto aggia fermezza alcuna
        in me di securt ovver fidanza,
        ch'io mostro faccia chiara, e quando bruna.
p. 160
        E nullo a basso perda la speranza
   65   tutta di me, ch spesso io son la scala
        di poner in ricchezza e gran possanza.

        Ma vegga ben ognun, anzi ch'e' sala,
        che non si lagni poi, n faccia grido,
        se 'l mando a quella parte che 'ngi cala;

   70   ch, quando si lamenta, ed io mi rido;
        e se me chiama cruda, ed io lui pazzo,
        che 'n tanta sicurt faceva il nido.

        E questo  'l gioco mio e 'l mio solazzo,
        atterrar quel dalla parte suprema,
   75   ed esaltare un vestito di lazzo.

        Se falsa alcun mi chiama e mi biastema,
        io non me 'n curo, e lamentevol voce
        dell'allegrezze mie niente scema.--

        Io riguardai la rota pi veloce,
   80   di cui il cerchio quasi terra tocca;
        e l stava uno a gran tormento e croce.

        E quando sotto va l'anima sciocca,
        tra 'l duro suolo e la rota s'accoglie,
        e gli strascina il ventre gi e la bocca.

   85   --Colui che su e gi ha tante doglie,
         Ission ed ha tal penitenza,
        ch volle a Iove gi toglier la moglie;

        ch la sposa di Dio sua Provvidenza
        procacci di veder col suo intelletto,
   90   s come vano colla sua scienza.

        Saper si puote bene alcuno effetto,
        quand' futuro, nella sua cagione,
        come puoi nella _Fisica_ aver letto.

        Ma quel che vuol Fortuna e Dio dispone,
   95   se Dio non lo rivela, mai si vede
        da intelletto creato o per ragione.

        Or mira quel che su nel colmo siede
        del terzo cerchio e pi salir non p,
        che cos ride e securo esser crede.
p. 161
  100   Quegli  il milanese Barnab;
        ma tosto mostrer Fortuna il gioco,
        com'ella sle e s'apparecchia m.

        L'altro, che sale dietro a lui un poco,
         suo nipote, il qual del reggimento
  105   il caccer e seder in suo loco.

        E quanto ad una cifra cresce il cento,
        cotanto accrescer il biscion lombardo
        e di Toscana fie in parte contento;

        se non che 'l giglio roscio, c'ha lo sguardo
  110   sempre a sua libert, contro lui opposto
        far che 'l suo pensier verr bugiardo.

        Nella seconda rota in cima  posto
        Cola Renzo tribuno, ed  salito
        nel colmo, ond'altra volta fu deposto.

  115   Ma stato  troppo folle e troppo ardito,
        c'ha presa la milizia su nel sangue
        de' principi roman tanto gradito,

        per che Colonna ed altri ancor ne langue;
        ma tosto Roma a lui trarr il veleno,
  120   c'ha nella lingua il malizioso angue.

        Nel primo cerchio, che si volge meno,
        stanno li duci che si mutan spesso:
        per da ogni parte n' s pieno.

        E quel, che sale al sommo ed  s presso,
  125   tre volte a quella ruota gira intorno,
        e su e gi tre volte ser messo.

        Egli  chiamato Antoniotto Adorno:
        Genova bella, nella quale  nato,
        metter ne' malanni e nel mal giorno.

  130   Nel quinto cerchio l dall'altro lato
        regina sta magnifica Ioanna
        col capo di Sicilia incoronato.

        Ma la Fortuna, che ridendo inganna,
        mostrer a lei ed a quel che sal poi,
  135   che chi in lei fida, sta in baston di canna.
p. 162
        Del sesto cerchio se tu saper vuoi,
        l sonno posti i novelli Caini,
        consumatori de' fratelli suoi,

        quei Della Scala spiatati Mastini
  140   e pi crudeli che rabbioso cane;
        ma tosto abbasso calaranno chini.

        Dall'altra rota, che di l rimane,
        Ioanni dell'Agnello far il salto,
        mutando il fasto e le sembianze vane.

  145   E prover quant' duro lo smalto
        del suol di Lucca, quando la percossa
        egli aver, cadendo su da alto.

        Romperagli quel caso l'anche e l'ossa;
        ed in un punto le terre, ch'egli ha,
  150   e Pisa del suo iugo sar scossa;

        ed ei sapr s' duro: e ben gli sta.


p. 163




CAPITOLO XIV

Dove trattasi della pena, che d l'Amore, quando ha il vero fondamento.


        Poscia salendo un monte ruinoso,
        noi ci partimmo ed, in un pian saliti,
        trovammo altro martr molto penoso.

        Uomin vedemmo insieme molto uniti,
    5   come di molti corpi un si facesse;
        ma i volti eran distinti e dispartiti.

        Pensa, lettore, un mostro che avesse
        un grande busto, e, bench'egli foss'uno,
        un collo molti capi contenesse.

   10   Vero  che lor color o bianco o bruno
        e lor gionture e lor lineamenti
        aperti si parean in ciascheduno.

        L stan dimoni e con spade taglienti
        dividon quelli, e, quando alcun si parte,
   15   li capi piangon tutti e son dolenti.

        Non credo che spargesse giammai Marte
        cotanto sangue; n fo mai battaglia
        di tai ferite, n si legge in carte.

        Non vale qui lo scudo ovver la maglia;
   20   ch la iustizia d le gran percosse,
        ed ei fatt'han le spade, che li taglia.

        Vidi un dimonio, che irato si mosse
        ed un recise intorno in ogni canto,
        s ch'e' rimase come un fusto fosse.

   25   Un capo sol rimase e con gran pianto
        a me si volse e disse:--O tu, che mena
        seco Minerva, a me risguarda alquanto.
p. 164
        Vedi l'amor quanto a noi torna in pena
        E tanto affliggon pi le parentele,
   30   quanto pria strinson con maggior catena.

        Ahi, quanto a' vivi torna amaro il mle
        del dolce amor de' figli e de' congiunti,
        quando gli uccide la morte crudele!

        Diece figliuoli in salda etade giunti,
   35   nove nepoti ebb'io ed un fratello,
        e poi li vidi in un mese defunti.

        Com'io, che 'n questo inferno ti favello,
        intorno intorno son cos tagliato
        e, perch troppo amai, ho tal flagello;

   40   cos interviene all'uom, quando l'amato
        figlio o fratel gli  tolto, e pi tormenta,
        quanto pi forte  coniunto e legato.

        La casa, onde fui io,  tutta spenta;
        fui da Perugia, di santo Ercolano,
   45   e de' Vencioli la prima somenta.--

        Per la piat ingavicchiai la mano,
        e volea dar risposta a sue parole;
        ma e' sparo s come un corpo vano.

        Ond'io dissi alla dea:--Se tanto duole
   50   la cosa amata, quand'altrui si toglie,
        ben  stolto colui ch'ama e ben vuole.

        Se non voglio d'amor sentir le doglie,
        non posso avere al cor migliore scudo,
        se non che d'ogni amore mi dispoglie.

   55   E, se questo facessi, sara crudo;
        ch, se non amo le persone note,
        sarei di carit e di piat nudo.

        N anco il posso far, ch mal si pote
        ben rifrenar a che natura inclina:
   60   tanto a quel corso son le cose mote.

        --Tra tutte l'altre cose la pi fina
        --disse Minerva a me-- 'l dolce amore,
        se dal ver fundamento non declina.
p. 165
        Ma, se nel fundamento sta l'errore,
   65   quanto pi l'edifizio cresce o sale,
        tanto fa pi ruina e duol maggiore.

        Fundamento  che quanto alcun ben vale,
        tanto si stimi e tanto amore accenda,
        quant'egli ha di bont e men di male.

   70   E, s'egli  ben che d'altro ben dependa,
        non s'ami quasi per s esistente,
        se vuoi che, quando  tolto, non t'offenda.

        Fundamento  che quel, ch' dipendente,
        non s'ami come fermo e per s stante,
   75   ch'ei da se sol non ha essere niente;

        ch 'l Creator le cose tutte quante
        fe' di niente, e, s'egli le lassasse,
        niente tornerian come che innante.

        Adunque come il servo, che estimasse
   80   essere sue le cose del signorso
        e come proprie sue cos le amasse,

        se poi gli fusson tolte, sara morso
        di gran dolore ed avera li duoli
        per quell'error, nel qual  in prima corso;

   85   cos fanno li padri de' figliuoli,
        e de' coniunti li mondani stolti,
        che gli estimano stanti e per se soli.

        E 'l giusto Iobbe de' figliuoli adolti,
        quando fr morti, fe' questa risposta:
   90   --Dio me gli diede e Dio me gli ha ritolti.--

        Tu mi dicesti nella tua proposta:
        --A nullo, amando, voglio avere affetto,
        dacch, perduto, tanto amaro costa.--

        Io dico ch'abbi amor, ma sia perfetto
   95   e temperato s, che, se 'l divide
        o Dio od altro, non t'affligga il petto.--

        Ed io a lei:--Maestra, che mi guide,
        dimostra a me ancora un altro vero,
        ch' s oscur, che mai mia mente il vide.
p. 166
  100   Tu di' che volont ha 'l summo impero
        di nostra barca e che regge il timone
        di tutti i sensi e 'l carnal desidro.

        S'egli  cos, or dimmi qual cagione
        pi volte vince questa volontade,
  105   che non p far quel che vuol la ragione,

        che par contrario alla sua nobiltade,
        poich libero arbitrio gli  concesso,
        s che 'l s e 'l no sia in sua libertade.

        Io so d'alcun c'ha 'l piede in amor messo
  110   e non ha forza a poterlo ritrare:
        tanto Amor puote e vince per eccesso.

        Ben so che ogni cosa debbo amare
        in quanto  buona, e solo in Dio  buona;
        e, bench 'l sappia, io non lo posso fare.--

  115   Ed ella a me:--Vostra natura  prona
        agl'impeti de' sensi, e, se v'indura
        per molta usanza e troppo s'abbandona,

        allora l'uso converte natura,
        s che ragion non pu guidare il freno
  120   del desiderio bene a dirittura.

        Di diecemila uno ed ancor meno
        si trova, che co' sensi non s'accorde
        in tutto o in parte col voler terreno.

        L'amor vi pu legar con quattro corde:
  125   la prima  di Cupido la gran fiamma,
        l'altra  di cupidigia e voglie ingorde,

        poi de coniunti, figli, padre e mamma,
        e 'l quarto amor d'amici ed  s poco,
        quanto rispetto a mille  una dramma.

  130   Or sappi di Cupido che 'l gran foco
        e l'amor de' coniunti tanto lega
        e l'amor della borsa e d'ampio loco,

        ch' molto forte che ragion il rega,
        se gran virt non rompe il gran legame,
  135   che tanto forte inver' l'amato piega.
p. 167
        E, bench Dio ne dica ch'ognun l'ame,
        ciascuna d'este fun s forte tiene,
        ch'a lui non lascia ir, bench vi chiame.

        E perci nel Vangelio si contiene
  140   che amiate Dio col core e colla forza,
        s come il primo e pi sovrano bene.

        E, se avvien ch'altro amore vi torza,
        rompete quella fun, ch'altrove tira
        colla vert, che giammai non s'ammorza.

  145   Siate come Sanson, commosso ad ira,
        quando li fe' la moglie il grave laccio,
        cio l'amor carnal, a chi ben mira.

        E cos, Dio amando senza impaccio,
        colla virt che sta nelli capelli
  150   e non sta nella carne ovver nel braccio,

        d'amor carnal non si senton fragelli.--


p. 168




CAPITOLO XV

Come l'autore riconosce la citt di Dite in questo mondo,
e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini.


        Nel terzo regno su per quella piaggia
        noi devenimmo, ed, alzando le ciglia,
        s come piacque alla mia scorta saggia,

        vidi di Dite la citt vermiglia,
    5   di mille miglia intorno, ed in figura
        a Dite dell'inferno s'assomiglia.

        Di ferro ardente avea le grandi mura,
        a ogni cento pi avea una torre,
        con guardian, che mi facea paura.

   10   Attorno delle mura un fiume corre,
        ardente pi che non  il fuso rame,
        quando in campana per canal trascorre.

        Bolliva pi assai che 'l Bollicame,
        e, perch ferve, per Flegetonte
   15   il suo vocabol convien che si chiame.

        Dalla ripa alla porta era per ponte
        attraversato e steso un sottil filo,
        pel qual chi in Dite va, convien che monte.

        Non fe' s sottil riga giammai stilo,
   20   n fil s sottil giammai aragna,
        com' la via che mena in quell'asilo.

        Su per quel fil sottil la mia compagna
        prima si mosse, e, poich un passo diede,
        disse che andassi dietro a sue calcagna.

   25   Io non andai, ma tenni fermo il piede,
        dicendo a lei:--Non verr, perch temo,
        ch non son io legger quanto tu crede.--
p. 169
        Cos, standomi fermo su l'estremo
        di quella ripa, dicea:--Non verraggio,
   30   se noi per altra via non anderemo.--

        Palla, per rifrancare a me il coraggio,
        tre volte l e qua 'l filo trascorse,
        come colui ch'assecura il viaggio.

        E, poich la sua man alla mia porse,
   35   resposi:--Io vegno, da che pi ti piace;
        ma forte temo e del cader so' in forse.--

        Su per lo fil pi sottil che bambace
        io passai Flegetonte e sua mal'onda,
        ch'ardea di sotto pi che una fornace.

   40   Quando giunse Minerva all'altra sponda,
        ella chiam come chi chiama forte
        un che sia lunge e vl che gli risponda.

        E disse:--Aprite a noi queste gran porte,
        ch siam discesi nel maligno piano
   45   per veder Pluto, il tempio e la sua corte.--

        Risposto fu:--Il vostro passo  vano:
        nullo entrar puote, s'e' non porta seco
        o presente o denar nella sua mano.--

        La dea subiunse:--Me' che denar reco:
   50   per apri a noi tosto, o portinaio,
        a me ed a costui, il qual  meco.--

        Mamon, che tra coloro era il primaio,
        la gran porta di Dite in fretta aperse,
        ratto ch'ud nominar il denaio.

   55   Ma, quando vide poi che nulla offerse,
        con grande sdegno ne guard in tortoni,
        e poscia irato este parol proferse:

        --Or dimmi dove son questi gran doni,
        che di' ch'arrechi, o donna, e ch'a noi porti,
   60   che pi che li denar di' che son buoni.

        Ma entrasi cos nelle gran corti?
        Uscite fuora e ritornate addietro
        tu e costui, a cui ha' i passi scorti.
p. 170
        --Da tal Signor il mio andar impetro
   65   --disse Minerva,--ch'io non ho temenza,
        quantunque mostri a noi il volto tetro.

        E 'l don, che reco meco,  la scienza,
        che non si perde mai quand'io la insegno:
        per pi che null'oro  di eccellenza.

   70   Palla son io, che a questo loco vegno,
        e son dell'arme, d'arti e di scolari
        prima maestra e forma d'ogni ingegno.--

        Mamon rispose:--Chiunque vuol, impari,
        ch la scienza qui non  di pregio,
   75   e nulla vale a rispetto ai denari.

        Ma, se veder volete il gran collegio
        del nostro Pluto, andate alla man destra,
        e 'l mio consiglio non abbiate a spregio.--

        Minerva a lui:--Ognun male ammaestra,
   80   se pria no' impara; e mal guida sara
        chiunque non sa il cammin, pel quale addestra.--

        Cos dicendo, non prese la via,
        ch'egli avea detto, ma sal s'un'erta,
        che ben due miglia d'un monte penda.

   85   Nell'altra valle selvaggia e deserta
        Circe trovai, la maladetta maga,
        che fa che l'uomo in bestia si converta.

        Con gli occhi putti e con la faccia vaga
        losinga altrui e con ridente grifo,
   90   acci che l'alme a sue male attraga.

        Nella sinistra man tenea un cifo,
        il qual empi di s brutto veneno,
        che ancor, pensando, me ne viene schifo.

        Io vidi un uomo, a cui lo porse pieno,
   95   diavolo farsi, quand'ella gliel diede,
        a membro a membro e l'uman venir meno.

        In pi di cigno in prima mut il piede
        e poi le gambe, e poi d'un babbuino
        mise la coda e 'l membro ove si siede.
p. 171
  100   Il ventre fe' squamoso e serpentino,
        e negro il petto pi che gelso mzzo,
        le man pelose e l'ugne quasi uncino.

        Mentre si trasmutava a pezzo a pezzo,
        mise due ali assai pi ner che corvo;
  105   cornuto il capo e 'l viso fe' d'un ghezzo.

        La bocca fe' d'un porco, il naso crvo:
        cos dimon si fece a poco a poco
        cogli occhi rosci e collo sguardo torvo.

        Per tutti i nove fr gittava foco;
  110   ma nella bocca egli era acceso piue
        che una fiamma, in che soffiasse coco.

        Mentr'i' ammirava, ancor ne vidi due
        del maladetto cifo abbeverarne;
        e l'un divent lupo, e l'altro bue.

  115   Io vidi molti poscia trasmutarne
        in cani e volpi ed in leoni ed orsi,
        e draghi farsi dall'umana carne.

        Per tutti i lochi, ch'io avea trascorsi,
        non stetti cosa a veder tanto vaga
  120   quanto che questa, quand'io me n'accorsi.

        --Ahi, gente fatta alla divina imago
        --disse Minerva,--perch 'n te trasmuti
        la bella effigie in lupo ovver in drago?

        Perch visson gi questi come bruti,
  125   a lor Iustizia questa pena rende,
        che li sembianti umani abbian perduti;

        ch non  uom, se 'l vizio tanto apprende,
        che non conosce il male e non ha pena
        e non vergogna e tma, quando offende;

  130   ch Dio ha posta in voi luce serena,
        che fa che il mal da prima si conosca,
        e vergogna e timor d, che 'l raffrena.

        Ma, quando alcun tanto il peccato attosca,
        che non vergogna e che non ha timore,
  135   segno  che quella luce in lui  fosca.
p. 172
        E questo mena poi in pi errore,
        ch'e' piace a se medesmo quando pecca,
        e del mal suo s'allegra e dell'angore.

        Ogni bont umana allor  secca,
  140   che loda il vizio per virtude vera,
        e piacegli chi uccide, robba e mecca.

        E, se in tal vizio indura e persevra,
        allora 'n lui 'l peccar si fa _necesse_,
        e di emendarsi al tutto si dispera.

  145   Sappi anco che non toglie l'uman _esse_
        il male, al qual fragilit conduce,
        n da ignoranza le colpe commesse;

        ch tutta non oscuran quella luce,
        che Dio ha posto in voi, della ragione,
  150   che tma, duolo e vergogna produce.

        Quel che vedesti, che si fe' demne
        e fe' l'aspetto tanto brutto e rio,
        fu spoletino e detto Servagnone:

        ladro, assassin, biastimator di Dio
  155   e dispettoso d'ogni cosa bona
        e nemico ad ogni atto onesto e pio.

        L'altro s'assomigli a Licaona,
        il terzo al mostro posto nel Labrinto,
        che uomo e toro fu 'n una persona.

  160   N l'un n l'altro ben era distinto:
        or puoi saper di lor qual fu il peccato,
        che 'n lor l'aspetto umano ha tutto estinto,

        e perch 'n bestia ciascuno  mutato.--


p. 173




CAPITOLO XVI

Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani.


        Nullo, se non Iddio, conosce il cuore,
        e vede ogni palese ed ogni occolto;
        ma l'uom p iudicar sol quel di fre.

        Per chi estima altrui secondo il volto
    5   ovver nell'apparenza che fuor vede,
        spesse volte gli avvien ch'egli erra molto.

        E per questo intervien ch' poca fede
        e che gli antichi ed ognun ch' ben saggio,
        si guarda pi, e meno ad altri crede.

   10   Io era ancor nel loco che detto aggio,
        ove sta Circe nella valle trista,
        che 'n bestia sa mutar l'uman visaggio.

        L era gente pi piacente in vista
        che nullo albergator nel proprio albergo
   15   o mala putta di losinghe artista.

        E mentre dietro a dea Minerva pergo,
        ella mi disse:--Fa' che qui ti guardi,
        e fa' che sempre tu mi venghi a tergo.

        Se tu per mezzo del mio scudo sguardi,
   20   tu vederai pel mio cristallin vetro
        i cor di tutti questi esser bugiardi.--

        Onde, sguardando ed a lei stando dietro,
        io vidi ci ch'a me prima era oscuro;
        e forte mi fia a dirlo in questo metro.

   25   Per queste rime mie, lettor, ti giuro
        che alcun di quelli dentro era un serpente
        e nella vista fuor pareva uom puro.
p. 174
        Ed alcun altro, quando posi mente,
        di fuor pareva pur un sant'Antonio
   30   e dentro un lupo rapace e mordente.

        Agnol di fre, e dentro era un demonio
        alcun di quei, quando li vedea nudi:
        se dico il ver, Dio mi sia testimonio.

        --O sacra dea, che tanto ben mi scudi
   35   --diss'io a lei:--oh quanto tradimento!
        quanti Gani stan qui e quanti Iudi!

        S come ad Amasa gi prese il mento
        Ioab e disse a lui:--Salve, fratello!--
        mentre l'uccise con pena e tormento;

   40   cos sotto al sembiante blando e bello
        molti di questi nascondon l'inganno,
        che portan dentro al cor malvagio e fello.--

        Ed ella a me:--Quando risurgeranno
        questi cotal dalla falsa apparenza,
   45   la vista, che han dentro, prenderanno;

        ch Dio ha dato lor questa sentenza,
        che forma umana da lor non si pigli,
        da che han mutata in bestia lor semenza.

        Or mira in alto ed alza su li cigli.--
   50   Ond'io li alzai e vidi le tre Furie
        col volto irato e cogli occhi vermigli.

        Figura avean di donna, a cui iniurie
        un'altra donna pel tolto marito,
        quando si turba che con lei lussurie.

   55   Col viso irato, crudele ed ardito
        strigneano i denti e strabuzzavan gli occhi
        inverso me, menacciando col dito.

        --Regina mia--diss'io,--or non adocchi
        che di paura io vengo tutto manco
   60   e tremanmi le gambe e li ginocchi?--

        Ed ella a me:--Sta' forte e col cor franco,
        e non temer niente i lor fragelli,
        mentre hai lo scudo mio e staimi a fianco.
p. 175
        Quella che di scorzoni ha li capelli,
   65   Megera ha nome, crudelt dell'ira:
        vedi c'ha tutti i peli a serpentelli.

        Aletto  l'altra, che 'n torton ti mira,
        che ha tanti serpi d'intorno alle tempie,
        e nasce di colei ch'al ben sospira.

   70   L'altra, c'ha le sembianze tanto scempie,
         quella falsa crudelt, che nacque
        del mostro che di cibo mai non s'empie.

        Ella grid, ch'al mio parer gli spiacque
        ch'io dicessi:--Cos venne Medusa
   75   per l'amor di colui che regge l'acque.

        Tesifone, costui a faccia chiusa
        vedr il Gorgon: or t' venuto in fallo
        che 'l faccia pietra, s come e' far usa.--

        Per mezzo del mio scudo del cristallo
   80   vedrai quel mostro, ed io a viso nudo
        veder nol curo; ed ella il perch sallo.--

        Io stavo a prova ben dietro allo scudo,
        quando apparve Medusa, il crudel mostro,
        superbo, orrendo, dispettoso e crudo;

   85   e sopra quelli di quel tristo chiostro
        sol con lo sguardo un tal veneno asperse,
        ch'era pi ner che non fu mai inchiostro.

        Allor tutti piglin forme diverse
        dentro alla mente, e secondo le colpe
   90   cotal figure avean nel cor submerse.

        Alcun si fe' leon ed alcun volpe,
        alcun dimonio, alcun lupo rapace;
        ma tutti avan di fuore umane polpe.

        --O sacra dea, chi  colui che pace
   95   mostra nel volto e par soave e piano,
        e dentro al cor come un diavol giace?--

        Ed ella a me:-- Iacopo d'Appiano.
        Molti son qui de' traditor di Pisa;
        ma egli sopra tutti  il pi sovrano.
p. 176
  100   'Nanti che fusse l'anima divisa
        dal corpo suo, tal era nel pensiero;
        per  trasmutato in questa guisa.

        Egli trad il nobil messer Piero
        de' Gambacorti e fe' dei figli preda,
  105   mentre a lor si mostrava amico vero.

        E lasci dopo lui l'avaro ereda
        colui che fe' la bella Pisa schiava
        e per dinar la die', che si posseda.

        E quel secondo, in cui tossico e bava
  110   sparse Medusa e venenolli il petto,
        e c'ha la mente dentro tanto prava,

        fu re di Cipri, chiamato Iacchetto.
        Al suo fratel maggior diede la morte,
        mentre a riposo giaceva nel letto,

  115   cio al re Pietro magnanimo e forte,
        che 'n Alessandria gi mise la 'nsegna
        dentr'alla piazza e vinse le sue porte.

        Quel terzo, c'ha la faccia s benegna
        e dentro  tutto quanto serpentino
  120   e c'ha la mente di venen s pregna,

        fu Della Scala e fu crudel Mastino.
        Il suo fratel maggior uccise pria
        e poi fu del minor ancor Caino.

        Morto il primaio, ed ei sen fugg via
  125   per la paura, ed allor di Verona
        l'altro fratel pigli la signoria.

        Mand pel fratricida e a lui perdona;
        e tanto amore inver' di lui accese,
        che la bacchetta signoril li dona.

  130   Costui il donator ligato prese
        e stretto el fece mettere in prigione:
        cos fu grato a chi fu a lui cortese.

        E poi 'n quell'ora ch'ognun si dispone
        in su l'estremo, e contrito e confesso
  135   si rende a Dio con gran divozione,
p. 177
        costui mand il dispiatato messo,
        e fe' mozzare al suo fratel la testa,
        e di vederla content se stesso.

        Or fu mai crudelt maggior che questa?
  140   Non quella ch'a Tieste fece Atreo,
        quando i figli mangiar gli die' per festa;

        non quella di Nettunno e di Teseo;
        ch'ognun di questi, a chi ponesse cura,
        iniuria il fece cos esser reo.

  145   Ma costui non offesa, non iniura,
        non la cagion, per che fu morto Remo,
        che pria bagn di sangue l'alte mura.

        Ma sol si fece d'ogni piat scemo,
        ch dopo lui 'l fratello non regnasse:
  150   per questo il fe' morir su nell'estremo.

        O doppio fratricida, se tu lasse
        la doppia prole, il tuo paterno esempio
        degno  ch'ancor da lor si seguitasse;

        ch l'uno uccise l'altro crudo ed empio,
  155   e della Scala fu l'ultima feccia,
        che sen fugg del veronese tempio

        dietro a colei che solo in fronte ha treccia.


p. 178




CAPITOLO XVII

Come l'autore vede il tempio di Plutone.


        Continuando per la gran foresta
        io vidi il tempio di Pluton da cesso,
        presso ad un'acqua, che avea gran tempesta.

        E, quando giunto fui insino ad esso,
    5   vidi ch'era fundato in sulla rena
        di quel gran fiume, che li corre appresso.

        Io forte ammiraria che non sel mena
        quel gran torrente: tanto forte corre,
        quando tra' vento e quando egli  'n gran piena,

   10   non fusse che quel tempio ha una torre,
        che su la pietra viva sta fundata:
        per quell'acqua non la p via trre.

        Quando Minerva fu in sull'intrata,
        mi die' la mano; e, quando dentro fummo,
   15   ratto dal portinar fu domandata:

        --O voi ch'entrate qui, adorate il Nummo?--
        La dea rispose:--Certo adoro Deo;
        ch fuor di lui ogni altra cosa  fummo.--

        Similemente anche risposi eo,
   20   perch mi ricordai della risposta,
        che fe' san Paulo dentro al Coliseo.

        Io vidi su in una sede posta
        seder Plutone e poscia Radamanto,
        Minos ed Eaco star dall'altra costa.

   25   Ben mille poi seden dall'altro canto
        nel crudel tempio, formato al contrario
        a quel che fece Cristo umile e santo;

        ch in quel di Cristo il pover volontario
        era il pi ricco, ed umilt fa grande,
   30   s come apparve in Pietro, suo vicario.
p. 179
        In questo, in cui avarizia si spande,
        quell' maggior che pi aver possede,
        e quel si fa che regga e che comande.

        Iustizia, carit e ferma fede
   35   fundr quest'altro, e 'l sangue e dura morte,
        che die' 'l martirio dietro al primo erede.

        Per sta fermo ed anco  tanto forte,
        che nol vincon Satn e tutti i suoi,
        n posson contro lui l'infernal porte.

   40   In mezzo a quel collegio venne poi
        un mostro armato in forma tanto brutta,
        che, pur pensando, ancor par che mi ni.

        La faccia umana avea di mala putta
        e tutto il busto in forma serpentina;
   45   ed ella d'oro era coperta tutta.

        Sotto suoi pi teneva una regina
        tanto formosa, che la sua beltade
        non parea cosa umana, ma divina.

        E colla coda armata di tre spade
   50   la percoteva tanto asperamente,
        che ogni gran crudel n'ara piatade.

        --Quel c'ha la faccia umana ed  serpente
        --disse Minerva,--della belva nacque,
        che diede ad Eva il cibo fraudulente.--

   55   Poi, rimirando, s come a lei piacque,
        io vidi l'idol Nummo del talento,
        che stava presso alle tempestose acque.

        E credi a me, lettor, ch non ti mento,
        che da Pluto e da' suoi era onorato
   60   vieppi che Dio assai per ognun cento.

        Plutone in prima a lui inginocchiato,
        poi tutti gli altri gli offersero un core,
        il don che al sommo Dio sara pi grato.

        E come Ignazio Ies Salvatore,
   65   cos tra quelli cori io vidi scritto
        denar, denar, denar dentro e di fuore.
p. 180
        La vergine, a cu' il petto avea trafitto
        colla sua coda armata il mostro fello,
        menata fu all'idol quivi ritto.

   70   E come Pirro innanzi al tristo avello
        del padre Achille uccise Polisena,
        stando ella mansueta come agnello;

        cos la fra con dispregio e pena
        sacrific la verginetta pura,
   75   spargendo quivi il sangue d'ogni vena.

        Ed ella intorno intorno ponea cura
        a' circumstanti per aver difese,
        e nullo la subvenne in tanta iniura.

        Un angel venne ed in braccio la prese,
   80   dicendo:--La donzella ch' qui morta,
         viva in ciel, onde prima discese.--

        E poscia verso la celeste porta
        con lei in braccio mosse il santo volo,
        come falcon che 'ns la preda porta.

   85   Il mostro, che del drago fu figliuolo,
        inver' la gente, ch'era quivi, corse,
        blando leccando alcun come cagnolo.

        Ed alcun altro crudelmente morse
        prima col dente acuto e venenoso,
   90   poi con la coda, che come uncin torse.

        Nel tempio, a quel di Dio fatto a ritroso,
        Proserpina era reina infernale,
        adulterata spesso dal suo sposo;

        ch, non guardando chi, come, n quale,
   95   purch'al marito suo si dica:--Io pago,--
        la 'spone ad adulterio e ad ogni male.

        E presso al fiume su in un gran drago,
        che diece colli avea e diece teste,
        stava a seder coll'occhio putto e vago.

  100   Il vestimento suo, il qual ei veste,
        di purpura era, e teneva il pi manco
        dentro nell'acqua di s gran tempeste.
p. 181
        Poi in un cifo ben pulito e bianco
        vidi ch'e' bebbe sangue e inebriosse
  105   pi che briaco, ch'io vedesse unquanco.

        In questo il mostro inver' di noi si mosse;
        e diece teste mison sette corni;
        e fieramente l'un l'altro percosse.

        Quando ser, o putta, che tu torni
  110   al primo stato, alla tua madre antica,
        nel prato, ove coglievi i fiori adorni?

        Tu gi vivesti nel mondo pudica,
        e Luna in cielo e ne' boschi Diana
        innanzi ch'a Pluton tu fussi amica,

  115   allora quando in ogni cosa vana
        davi del calcio, e quando eri tenuta
        come regina e non come puttana.

        Poscia che quella donna ebbi veduta,
        Minerva di quel tempio rio mi trasse
  120   per quella porta, ond'ella era venuta.

        E su per una via volle che andasse,
        ove demni stavan con uncini,
        con reti e lacci, ch'alcun ve cascasse.

        --O dea--diss'io,--qual via vuoi che cammini?
  125   Or chi ser colui, che quinci vada,
        che in alcun d'esti lacci non ruini?--

        Ed ella a me:--Per mezzo della strada
        chi va e non declina a nulla parte,
        securo va che ne' lacci non cada.

  130   E, perch qui bisogna senno e arte,
        il fren ti metter; e, s'io ti meno,
        non temer mai che possi illaquearte.--

        Cos dicendo, ella mi mise un freno;
        poscia mi mise nell'aspro viaggio,
  135   ch'era d'uncini e lacci e reti pieno.

        Quando io vi penso, ancor paura n'aggio
        di que' dimni e di que' lacci tesi,
        ne' quai cade ciascun che non  saggio.
p. 182
        Da ogni parte io vidi molti presi,
  140   fra' quai conobbi messer Gualterotto;
        e vennemi piat quando lo 'ntesi.

        E' disse a me:--Perch da me fu rotto
        nel mondo ogni statuto e li decreti,
        per tra questi uncini io son condotto.

  145   Leggi iustiniane e que' de' preti
        non usa il mondo se non per guadagno:
        per lass son fatte come reti.

        Come rompe il moscon la tela al ragno,
        e non la mosca, cos gli uomin grandi
  150   straccian le leggi e danvi del calcagno.--

        Poi disse:--Or satisfa' a' miei domandi:
        dimmi s' ver che li pisan sian schiavi,
        e de' Lanfranchi miei, mentre tu andi.--

        Ed io a lui:--Le signorie soavi
  155   non si conoscon mai dalli subietti,
        se non poscia ch'e' provan le pi gravi.

        Sappi ch'i tuoi pisan son s costretti
        sotto quel giogo, che 'l dinar lor mise,
        che i Gambacorti sono or benedetti.

  160   Poscia che 'l traditor d'Appiano uccise
        messer Pier Gambacorti e i figlioli anchi
        a tradimento e piangendo ne rise

        ed uccise anche i primi de' Lanfranchi,
        egli vendette la citt d'Alfea,
  165   s che li tuoi pisani or non son franchi.--

        Tanto m'avea menato oltre la dea
        continuando per l'aspero calle,
        che, se pi detto avesse, io non l'odea.

        Quando noi fummo in una lunga valle,
  170   la dea Minerva allor mi trasse il camo,
        che m'avea posto in bocca e sulle spalle.

        E, quando un altro monte salivamo,
        vidi color che dietro son cavalli,
        e son dinanzi nepoti di Adamo,

  175   avvolti di serpenti verdi e gialli.


p. 183




CAPITOLO XVIII

Dove si tratta delli centauri.


        Quando giunsi nel monte suso ad alto,
        mirai la valle, maledetta chiostra,
        ove i centauri stanno a far l'assalto.

        Come soldati, quando fan la mostra,
    5   spronando lor cavalli, van gagliardi,
        o come cavalier che vanno a giostra;

        cos i centauri l con archi e dardi
        descorron per la valle a mille, a cento,
        veloci pi che tigri o leopardi.

   10   Palla scendea la costa a passo lento:
        e 'l sesto miglio avea a scender forse,
        quand'io ebbi timore e gran pavento;

        ch 'l maggior de' centauri s s'accorse
        di noi che scendevamo, e presto e fiero
   15   con ben mille de' suoi, venendo, corse.

        Non si mosse corsier mai s leggiero,
        n capriolo ovver corrente cervo,
        com'ei correva superbo ed altiero

        coll'arco teso in man. Ed in sul nervo
   20   egli avea gi una saetta posta;
        e, giunto, disse col parlar protervo:

        --Fermate i passi e fate la risposta:
        con qual licenza qui, con qual valore
        ardite voi di scendere la costa,

   25   senza licenza del nostro signore,
        che 'n mezzo il mondo siede triunfante,
        come re principale e imperadore?
p. 184
        A te saettarei, che vien dinante,
        se non che allo scudo mi rassembre
   30   amica di Perseo ed al sembiante.--

        La dea rispose:--O animal bimembre,
        a cui ha dato forza il fiero Marte,
        e con cui 'l sol sta in mezzo di novembre,

        l'onor dell'arme  anco mio in parte.
   35   Io son Bellona, che costui scorgo,
        che do nelle battaglie ingegno ed arte.

        Veder lo puoi, se bene sguardi il Gorgo,
        ch'io porto nel mio scudo de cristallo,
        che per difesa innante al petto porgo.--

   40   Chiron, che inseme  uomo e cavallo,
        udito questo, gli fe' reverenza,
        e fla far a ciascun suo vassallo.

        Allora io scesi gi senza temenza
        ivi fra loro; e, poi ch'io vi fui giunto,
   45   uomini vidi stare a gran sentenza;

        ch da' centauri a lor bevuto e smunto
        era lo sangue da tutte le vene,
        quanto ve n'era insin ch'era consunto.

        E, quando  vto, che pi non ne viene,
   50   e' son compressi e messi allo strettoio,
        e trattogli ogni umor con guai e pene.

        Io vidi alcun solo aver l'ossa e 'l cuoio,
        e volergli esser anche il sangue tratto,
        gridando lui:--Oim, oim, ch'io muoio!--

   55   Tra lor iustizia ha posto questo patto:
        che poscia son lasciati insin che cresce
        in loro il sangue e l'umor sia rifatto,

        e poi ripresi, ed anco quanto n'esce
        lor tolto  'l sangue, e, poich son bevuti,
   60   restretti sonno e messi alle soppresce.

        Fra quegli spirti magri e desvenuti
        Minerva, andando, tanto mi condusse,
        che tra quei duoli pungenti ed acuti
p. 185
        io trovai 'l Laberinto; e ch'ello fusse
   65   nol conoscea, se non ch'io vidi dentro
        quel che del toro Pasife produsse.

        Egli mugghiava fortemente, e, mentro
        stav'io a vederlo e ad udir i lamenti,
        che l'anime facean nel cieco centro,

   70   venan tre alme a quelli gran tormenti
        belle e membrute, pien di sangue e grasse,
        ma nella vista angosciose e dolenti.

        Come leon, che allegro e crudo fasse,
        vista la preda, e mostra maggior ira,
   75   non altramente Nesso inver' lor trasse,

        il quale am la bella Deianira.
        Trasse il centauro che nutr Achille,
        e come sanguesuga il sangue tira.

        Trasse Medon ed Imbro e pi di mille;
   80   ed ognun le succhiava quanto puote,
        come cagnol che succhia le mammille.

        Poscia che l'alme fn del sangue vte,
        divennon magre, ed ognuna si fece
        qual  la fame indosso e nelle gote.

   85   Diss'io:--O spirti, se parlar vi lece,
        chi foste e perch ste s destrutti?
        per qual iustizia o colpa o in qual vece?

        --Capitan di campagna fummo tutti
        --rispose l'uno,--e qui per un cammino
   90   venuti a queste pene e a questi lutti.

        Ed io, che parlo a te, sono Ambrosino,
        figliuol di Barnab, del gran lombardo,
        e sol qui tra costor io fui latino.

        L'altro, ch' qui,  Annichin Mongardo;
   95   fra Moriale  'l terzo; e questa asprezza
        abbiam, ch'ognun fu crudo e fu bugiardo.

        E molt'erra chi crede aver fermezza
        fede d'uom d'arme ovver di meretrice,
        da che 'l denaio a suo piacer la spezza.
p. 186
  100   Se ben attendi al mio parlar che dice,
        vedrai ch'amor e fede mal si fonda,
        quando l'utilitate ha per radice.

        Perch alla colpa la pena risponda,
        noi siam succhiati, che smongemmo altrui,
  105   quando noi fummo in la vita gioconda.

        Se tra li vivi perverrete vui,
        dite a color che vanno a saccomanno,
        che faccian s ch'e' non vengan fra nui.

        Dite a Ioanni Aguto il nostro affanno,
  110   a Ioan d'Azzo, agli altri compagnoni,
        che per centauri su nel mondo stanno,

        che la lor crudelt li fa pregioni,
        ed e' si fan la corda che li mena,
        ove stan questi del sangue ghiottoni.--

  115   Ed io a lui:--Ai miseri c'han pena,
        avervi compagnia, o n'han diletto,
        o veramente alquanto il duol raffrena.

        Per mi di' perch hai tu suspetto
        che alcun non venga qui in questa soglia,
  120   ch non intendo ben perch l'hai detto.--

        Ed egli a me:--Non per ben ch'io lor voglia,
        ma come su in ciel di pi consorti
         pi letizia, qui  maggior doglia.--

        Poi, perch funno allo strettoio attorti,
  125   per quella afflizion pi non mi disse;
        onde n'andammo tra' centauri forti.

        E poco er'ita Palla, che s'affisse;
        e trovammo un gran mostro, in cui coloro
        curson cogli archi, e ciascuno el trafisse.

  130   S come fa il leon che prende il toro,
        che 'l morde e per la fretta nol manduca,
        ma succhia il sangue dove ha fatto il foro,

        ovver come fa l'orso, quando suca
        il favo ml; cos facean ad asto,
  135   succhiando il sangue a quel per ogni buca.
p. 187
        --Diomede son io, che son s guasto--
        --diss'egli a me,--che gi gli uomini vivi
        diedi a' cavalli miei per biada e pasto.

        Se tu nel tuo emispero mai arrivi,
  140   prego che di lass da te si dica
        (ed a chi nol puoi dir, fa' che lo scrivi)

        che chi degli altru' affanni ovver fatica
        pasce cavalli o altra cosa vana,
        e chi, robbando, sua vita nutrca,

  145   sar menato in questa valle strana,
        ove stan questi del sangue assetiti
        vieppi che 'l cervio alla viva fontana.--

        Poscia che avemmo i suoi sermoni uditi,
        Minerva verso un monte la via prese,
  150   nel qual senz'ali mai saremmo iti;

        ch'avea le ripe sue tanto distese,
        che, secondo che disse la mia scorta,
        nullo mai vi sal ovver descese.

        Vero  che gi ai pi era una porta,
  155   la quale aveva scritto su l'usciale
        queste parole in una pietra smorta:

        Chi vuol montare ins, di qui si sale;
        e suso sta in una gran pianura
        il gran Satn altiero e triunfale.

        Allora intrammo quella porta scura.


p. 188




CAPITOLO XIX

Come l'autore trova Satan trionfante nel suo reame.


        Dentro la porta su per una grotta
        fu la via nostra insin in co' del monte
        con poca luce, come quando annotta.

        Quando fui su e ch'io alzai la fronte,
    5   vidi Satno star vittorioso,
        ove risponde il deritto orizzonte.

        Credea vedere un mostro dispettoso,
        credea vedere un guasto e tristo regno,
        e vidil triunfante e glorioso.

   10   Egli era grande, bello e s benegno,
        avea l'aspetto di tanta maista,
        che d'ogni riverenza parea degno.

        E tre belle corone avea in testa:
        lieta la faccia e ridenti le ciglia,
   15   e con lo scettro in man di gran podsta.

        E, bench alto fusse ben tre miglia,
        le sue fattezze rispondean s equali
        e s a misura, ch'era maraviglia.

        Dietro alle spalle sue avea sei ali
   20   di penne s adorne e s lucenti,
        che Cupido e Cilleno non l'han tali.

        Ed avea intorno a s di molte genti,
        che facean festa, e questi tutti quanti
        al suo comando presti ed obbedienti.

   25   Ma i primi e principal eran giganti
        con orgogliosi fasti e con gran corti,
        con presti servidor, che avean innanti.
p. 189
        Alla guardia di questi arditi e forti
        erano quei che son viri e cavalli,
   30   con li lor capitani saggi e accorti.

        Su per li prati ancor vermigli e gialli
        andavan donzellette e belle dame
        con melodie soavi e dolci balli.

        Quand'io stava a mirar tanto reame
   35   e vedea il gran Satn nell'alto seggio,
        s bello ed obbedito pur ch'e' chiame,

        io dissi:--O Palla, or che  quel ch'io veggio?
        Gi calo ad adorarlo li ginocchi:
        tanto egli  bello, e grande il suo colleggio.--

   40   Ed ella a me:--O figlio mio, se adocchi
        per mezzo del cristallo del mio scudo
        --allor mel diede ed io mel posi agli occhi,--

        tu vederai il vero aperto e nudo,
        e non ti curerai dell'apparenza,
   45   alla qual mira l'ignorante e rudo.

        Ch chi  saggio risguarda all'essenza,
        ch su in quella sta fundato il vero,
        e non si muta ed ha ferma scienza.--

        Allor mirai e vidi Satan nero
   50   cogli occhi accesi pi che mai carbone
        e non benigno, ma crudele e fro.

        E vidi quelle sue belle corone,
        che prima mi parean di tanta stima,
        ch'ognuna s'era fatta un fier dragone.

   55   E li capelli biondi, ch'avea prima,
        s'eran fatti serpenti, ed ognun grosso
        e lungo insino al petto su da cima.

        E cos gli altri peli, ch'avea indosso;
        ma quelli della barba e quei del ciglio,
   60   mordendo, el trasforavan sin all'osso.

        Le braccia grandi e l'ugne coll'artiglio
        avea maggior che nulla torre paia;
        e le man fure e preste a dar di piglio;
p. 190
        e di scorpion la coda e la ventraia;
   65   nell'ano e presso al membro che l'uom cela
        di ceraste n'avea mille migliaia.

        Argo non ebbe mai s grande vela,
        n altra nave, come l'ali sue,
        n mai tessuta fu s grande tela;

   70   ma non atte a volar troppo alla 'nsue,
        se non come l'uccello infermo e stanco,
        che tenta volar alto e cade ingiue.

        Serpentin era il pi deritto e 'l manco;
        e diece draghi maggior che balena
   75   faceano a lui il seggio e 'l tristo banco.

        E questo a Satanasso  maggior pena:
        che sempre ins volar s'ingegna e bada,
        e la gravezza sua a terra el mena.

        E Dio permette ben che alla 'ns vada;
   80   ch, quanto pi volando in alto monta,
        tanto convien che pi da alto cada.

        Io 'l vidi in pi levar con faccia pronta
        dall'alto seggio suo, e con orgoglio
        udii ch'e' disse:--O Dio, alla tua onta

   85   sopra gli astri del cielo or salir voglio:
        io intendo prender l'uno e l'altro polo
        al tuo dispetto, ed ora il ciel ti toglio.--

        Cos dicendo, alla 'ns prese il volo:
        ben diece miglia ins s'era condotto,
   90   quando 'l vidi calar al terren slo

        a trabocconi e col capo di sotto,
        e come un monte fece gran ruina.
        E, poich 'n terra fu col capo rotto,

        la faccia verso il ciel volse supina,
   95   e fe' le fiche a Dio 'l superbo vermo
        e biastim la Maiest divina.

        Poi si lev s come fusse infermo,
        e verso il suo gran seggio mosse il passo
        con mormorio e dispettoso sermo.
p. 191
  100   E l a seder se puse fiacco e lasso;
        e menacciava Dio, alzando il mento,
        che fe' che 'l suo volar li venne in casso.

        Quando 'l vidi cadere, io fui contento,
        perch conobbi che quanto pi sale,
  105   tanto egli ha pi ruina e pi tormento.

        Tenendo io 'l bello scudo per occhiale,
        vidi i neri giganti e lor palazzi,
        pieni d'invidia, d'ira e d'ogni male.

        Vidi mutati in pianti lor solazzi
  110   e che smongono altrui e sono smonti
        dalli centauri e dalli lor regazzi.

        Vidi che li gran sassi e li gran monti
        conducean sopra s per far la torre,
        sopra la qual da loro al ciel si monti.

  115   S come, quando vlsono il ciel trre,
        che pusono Ossa sopra il gran Peloro,
        talch Iove grid:--Vulcan, soccorre!--

        cos in quel pian s'ingegnan far coloro;
        ma, perch la lor possa non seconda,
  120   ritorna sempre invano il lor lavoro.

        Ed ogni volta che la voglia abbonda
        pi che la possa, avvien che mal viaggio
        faccia l'impresa e che 'l fattor confonda.

        Per colui che  prudente e saggio,
  125   perch l'impresa non gli torni invano,
        fa che la possa sempre abbia vantaggio.

        Elli facean le torri nel gran piano,
        e chi portava sassi e chi la malta,
        chi ordinava e chi facea con mano.

  130   Io vidi una di quelle andar s alta
        sin dove del vapor fa pioggia il gelo,
        tal ch'io dicea fra me:--Gi 'l cielo assalta;--

        quando Iove percosse su da cielo
        con un gran tuono, e la torre e 'l gigante
  135   mand a terra il fulgoroso telo.
p. 192
        Per parlarli, ver' lui mossi le piante
        e dissi:--Chi se' tu, caduto a terra
        di s gran torre col capo dinante?

        --Io son Fialte, e fui nella gran guerra
  140   --rispose,--che facemmo contra Dio,
        che le saette contra noi disserra.

        Cos le grandi imprese e 'l lavorio
        fanno il gran signor s com'io feci,
        e poi caggiono a terra s com'io.

  145   Cadde Alessandro, il gigante de' greci,
        cadde Priamo e cadde la gran Troia,
        che combattuta fu per anni dieci.

        Cadde Pompeo e Scipio, la gran gioia
        dell'alta Roma e Cesare ed Agosto,
  150   Dario e Assuero con pena e con noia.--

        Io averia al suo detto risposto,
        se non che a me apparve un altro obietto,
        al qual lo sguardo mio mi venne posto.

        Io vidi che Satn di mezzo al petto
  155   un serpentello con tre lingue scelse,
        che parea pien di tosco maladetto.

        Tra' giganti el gitt quando lo svelse;
        ed egli il suo venen tra loro sparse,
        ch'era pi ner che non son mzze gelse.

  160   Allora ogni gigante un drago farse
        cominci dentro; e, l'uman quindi tolto,
        e' fuor nel viso s com'uomo apparse.

        Ma non si pu giammai tenere occolto
        amor, n invidia o colpa ch'aggia il core,
  165   che non appaia alquanto su nel volto.

        L'imago dentro cominci di fuore
        appalesarsi e mostrarsi in la faccia;
        e questo fe' tra lor guerra e romore.

        S come quando il mar prima ha bonaccia
  170   e poi si turba e tutto in s ribolle,
        e l'acque, che son sotto, sopra caccia,
p. 193
        e pare ogni onda grande quanto un colle,
        quando la luna solo il fratel mira,
        e tutto il lume suo a noi ne tolle;

  175   cos facean color commossi ad ira,
        e davansi fra s li colpi gravi,
        e con grand'onte l'un l'altro martra.

        Non fecer mai abeti s gran travi,
        come eran le lor lance lunghe e grosse,
  180   n mai s grandi legni portn navi.

        Pensa, lettor, che quei c'hanno gran posse,
        dnno gran colpi, e cos anche credi
        che, quando coglie, han pi gravi percosse.

        E poscia a maggior fatti io mossi i piedi;
        e, poco andato, tanto mi stancai,
  185   ch'a riposarmi gi in terra mi diedi,

        insin ch'apparson li raggi primai.





                        LIBRO TERZO

                    DEL REGNO DE' VIZI.

p. 197




CAPITOLO I

Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi, lo vinse.


        Dell'orizzonte il sole era gi fuora,
        e, per aver la lena, io m'era assiso
        come chi stanco a riposar dimora.

        E, risguardando, tenea in alto il viso,
    5   perch ammirava il superbo arrogante,
        che fu ribello a Dio in paradiso,

        quando la dea a me su venne avante:
        --Or ti bisogna assai esser gagliardo
        ed usar le tue forze tutte quante.

   10   --Minerva mia, a cui sto i' a riguardo,
        che di guidarmi dietro a te ti degni
        al loco, ov'io d'andar di desio ardo,

        prego che m'addottrini e che m'insegni
        quai sonno i mostri, che tengon la strada,
   15   che l'uom non saglia a' tuoi beati regni.

        Da che convien che alla battaglia vada,
        dammi fortezza e dammi la dottrina
        ch'io non sia preso e che vinto non cada.--

        Rispose a questo a me quella regina:
   20   --Quando il gran mostro su vorr levarte,
        e tu col capo sempre ingi declina.

        Questa fie la vittoria, e questa  l'arte,
        con che si vince sua superbia ardita:
        va', ch, se vuoi, potrai da lui aitarte.--
p. 198
   25   Andai, quando la dea ebb'io udita,
        come colui che a duello combatte
        o per dar morte o per perder la vita.

        Quale Davd incontra a Goliatte,
        gigante grande, ed egli era fantino
   30   e non avea all'armi le membra atte;

        tal pareva io, quando presi il cammino
        contra Satn, se non ch'a lui rispetto
        ben mille volte er'io pi piccolino.

        Quand'io fui presso e contra al suo cospetto,
   35   e' s'adir da che m'ebbe veduto,
        e mostr grande sdegno e gran dispetto.

        Io sara morto e del timor caduto,
        se non che Palla con voce e con cenni
        mi rinfrancava il cor e dava aiuto.

   40   Andai pi innanti e insino a lui pervenni,
        e del pi il dito, pi ch'un trave grosso,
        colle mia braccia avvinchiato gli tenni.

        Allora a stizza vieppi fu commosso,
        e le gran braccia stese con grand'ira,
   45   e 'ns tirommi, tenendomi il dosso.

        A questo grid Palla:--A terra mira;
        pensa ch'a darti morte egli t'afferra,
        e per gittarti a basso ins ti tira.

        Fa' come Anteo, e vincerai la guerra,
   50   che tante volte le forze francava,
        quante toccava la sua madre terra.--

        Come colui che se medesmo aggrava,
        che tien le membra come fosson morte,
        cos fec'io, quando ins mi levava.

   55   Mirabil cosa! Allora i' fui s forte,
        che gli feci abbassare ingi le braccia,
        e gi mi pose con le mani sporte.

        Le reni in terra, ins tenea la faccia;
        e con ingegno e forza e con li morsi
   60   facea com'uom che volentier si slaccia.
p. 199
        Cos le dita sue da me distorsi,
        che m'avean preso; e s me dilungai,
        che cento passi e pi a lunga corsi.

        Quando sei spenta, ancor potenzia hai,
   65   o gran superbia! Per questo fui preso,
        ch d'esto scampo io me ne gloriai.

        Chinossi allora, tutto d'ira acceso,
        il crudel mostro, e con la man feroce
        volea levarmi nell'aer sospeso.

   70   Allor grid la dea ad alta voce:
        --Abbassa a terra!--Ed i' a terra mi diede
        col ventre e il volto e colle braccia in croce.

        Cos prostrato, entrai di sotto al piede
        del gran superbo, col qual chiude il calle,
   75   il qual senza battaglia mai concede.

        Per questo a terra gi diede le spalle
        e nel pian cadde con s gran fracasso,
        che tremar fece tutta quella valle.

        Quando vidi caduto Satanasso
   80   cos prostrato, io misi la mia testa
        ed intrai su la via per l'arto passo.

        Come alli vincitor si fa gran festa,
        tal fece a me la scorta onesta e saggia:
        poscia si mosse ins veloce e presta.

   85   Prese la via per la pendente piaggia
        e disse:--Vieni e sempre alla 'ns sali,
        ed alla 'ngi nullo tuo passo caggia.--

        Mentr'io movea alla 'ns del desio l'ali,
        ed io sentii a me gravar le penne
   90   da una che dicea:--Vo' che gi cali.--

        La mia persona abbracciata mi tenne,
        tirandomi alla 'ngi con tale scossa,
        ch'appena ritto il piede mi sostenne.

        E del salir s mi tolse la possa,
   95   che, andando ins, io non potea seguire
        la scorta, che a guidarmi s'era mossa.
p. 200
        Dietro alla guida ins volea pur gire,
        ed ella mi tirava seco ingiue
        e suso meco non volea venire.

  100   Cos insieme luttando amendue,
        ella tirando ingi ed io ins lei,
        s mi stancava, ch'io non potea piue.

        --Oim!--dicea fra me--chi  costei,
        che ha le voglie s lascive e pronte,
  105   che vuol menarmi ov'io gir non vorrei?--

        La dea salito avea molto del monte,
        e, vlta a me, grid:--Perch non vieni?
        perch ristai? perch quass non monte?

        Cotesta donna, che ti sta alle reni
  110   pensa che  muliere, e tu se' viro;
        per vergogna t', se la sostieni.--

        Allor con gran fatica e gran sospiro,
        usai mie forze e camminai fin dove
        Palla aspettava col suo dolce miro.

  115   S come sotto il giogo tira il bove
        con tutta la sua possa il grosso trave,
        che, punto dallo stimolo, si move;

        cos tirai ins la donna grave
        dietro a Minerva per quell'arta via
  120   contra la forza di sue voglie prave.

        E quanto a poco a poco io pi sala,
        tanto pi la gravezza vena manco
        di quella che me 'ngi tirava pria.

        Alla mia scorta appena era giunto anco,
  125   quando di lei nulla sentia fatiga,
        e fui leggero e niente era stanco.

        --Chi  colei che d qui tanta briga
        --diss'io a Palla,--e fa che l'uom s'arreste
        e, gi tirando i passi, altrui intriga?

  130   --Parte  in voi angelica e celeste
        --rispose quella,--e fa che si cammine
        per sua natura a tutte cose oneste.
p. 201
        E questa ha sempre le voglie divine:
        della fatica presente non cura,
  135   sol che conduca altrui poscia a buon fine.

        L'altra  parte brutale, vile e oscura;
        e questa guarda al diletto presente
        e per buon fin non sostien cosa dura.

        Questa  l'ancilla mal obbediente,
  140   questa  la mala e repugnante legge
        a quella c'ha Dio posta in vostra mente.

        Come il signor, che ben sua casa regge,
        la fante e la mogliera, ch' provosa,
        battendola e privandola, corregge;

  145   cos costei alla ragion ritrosa
        ed arrogante, superba e proterva,
        batter conviensi e dargli poca posa:

        allor verr subietta come serva.


p. 202




CAPITOLO II

Delle cagioni onde viene la superbia, e come ella  vizio principale.


        Una giornata inverso l'oriente
        sala la strada, ed al merizo  vlta
        poi anche una giornata similmente.

        Poi inver' la parte, ove lo sol s'occolta,
    5   gira altrettanto a modo che le scale
        si fan nel campanile alcuna volta;

        poi verso il corno anche altrettanto sale.
        Cos per sette giri ins si monta
        al regno glorioso ed immortale.

   10   Su questa via quando Palla fu gionta,
        mostr a me quant'ella ins sublima,
        pi bella assai che qui 'l dir non racconta.

        E questa via, che noi salimmo in prima,
         stretta ed erta e quanto pi su viene,
   15   tanto  pi larga e piana inver' la cima.

        In mezzo al gir, che ho detto, si contiene
        la trista valle, ove sua signoria
        co' suoi giganti Satanasso tiene.

        Alquanti ins con noi venan per via;
   20   ma eran pochi rispetto agli assai
        d'un'altra gente, che alla 'ngi vena.

        Ins andando, il viso mio voltai,
        e vidi ins levato il gran superbo
        ed a seder, come prima, el trovai.

   25   Ahi! quanto si mostrava a me acerbo
        e quanto egli pareva d'ira pieno,
        io nol potrei giammai spiegar con verbo.
p. 203
        Intorno intorno spargeva il veneno;
        e i suoi irsuti peli eran serpenti,
   30   ch'a lui mordeano il volto, il collo e 'l seno.

        Ed ei le labbra si mordea co' denti,
        come fa alcun che se medesmo turba;
        e con tre bocche soffiava tre venti,

        i quali andavan dietro a quella turba
   35   che 'ngi vena, e percotea lor tempie,
        come il vento Austro, quando il mar conturba.

        Quasi vessica che di vento s'empie,
        cos quel vento infiava le lor teste
        e le lor viste dispettose ed empie.

   40   Poich'eran fatte assai maggior che ceste,
        s come lucciol spargean le parole
        e di quelle fregiavan le lor veste.

        E, come nuovo arnese mostrar sle,
        a farsi fama, il nuovo mercatante,
   45   quasi invitando chi comperar vle;

        cos mostravan certe merci sante,
        e 'l vento, che dal mostro si deriva,
        soffiando, le portava tutte quante.

        Io ammirando dissi:--O Palla, o diva,
   50   deh, dimmi, che dimostran queste cose?
        Che io 'l sappia e che altrui lo scriva.

        --Questi tre venti--a me la dea rispose--
        sonno il fomento e sonno la cagione,
        perch le genti son superbiose.

   55   Il primo vento  della nazione,
        per la qual molti mostrano eccellenza
        e voglion soprastar l'altre persone.

        Ma questa loda  sol della semenza,
        onde  disceso, ch virt s'apprezza
   60   appo li saggi e vera sapienza.

        L'altro vento, che soffia,  la ricchezza
        la qual, se megliorasse il possessore
        e seco avesse la vera fermezza,
p. 204
        meritarebbe loda ed anco onore;
   65   ma, perch le pi volte il buon fa rio,
        enfia qui il capo e poco ha di valore.

        Se il terzo vento saper hai desio,
         quel che toglie il grazioso dono,
        che ne d la natura ed anche Dio.

   70   Bench da s sia prezioso e buono,
        vostre virtudi se ne porta il vento,
        quando da Dio conosciute non sono.

        --Da che di questo--dissi--m'hai contento,
        dimmi, perch 'l superbo  tanto grande,
   75   e perch enfia e fregia il vestimento?

        --Il ragionar che fai, mentre tu ande
        --rispose quella--per questa salita,
        mi piace, ed io far quel che domande.

        Superbia  grande, che  la prima ardita
   80   contra la mental legge e la divina,
        e prima fa che non sia obbedita.

        A tutti gli altri vizi ella cammina
        e va dinanti e fagli a Dio ribelli
        e fa che la sua legge ognun declina:

   85   per  maggior tra' vizi falsi e felli.
        Or ti dir, e fa' che tu ben odi,
        perch si fregia e gonfia li cervelli.

        Superbia puote essere in tre modi,
        s come si dimostra dalla Musa,
   90   la qual hai letta e che tu tanto lodi.

        Prima  superbia nella mente inchiusa:
        questa odia li maggior, questa presume
        pomposa, ingrata ed obbedir recusa.

        Ed a' difetti suoi non vede lume
   95   e pon mente agli altrui ed  perversa,
        iniuriosa e con altier costume,

        con suoi equali, con li qual conversa,
        discorde ed arrogante; e lor dispregia
        ed onteggiando li minori avversa.
p. 205
  100   L'altra  in bocca, quando ella si pregia,
        vantando con parole e con iattanza,
        che son le lucciol, delle qual si fregia.

        L'altra  ne' fatti a dimostrar che avanza;
        ed alcun questo mostra in santitade,
  105   come gl'ipocriti hanno per usanza.

        Nella scienza alcuno o in beltade
        mostra eccellenza, e chi in adorno manto,
        chi ne' conviti o in altra vanitade.

        E questo vizio or  cresciuto tanto,
  110   che nella mensa e nel vestir non puote,
        pi che 'l vassallo, il signor darsi vanto.

        Ora superbia fa le borse vte
        all'avarizia, e Venere e la gola,
        ne' servi, in ornamenti e nelle dote.

  115   Cesar, del qual cotanta fama vola,
        prodigo fu chiamato nel convito,
        perch die' pi ch'una vivanda sola.

        Ora la vanit, non l'appetito,
        e la superbia gran vivande chiede
  120   e 'l banco d'oro e d'argento fornito.

        Ed ha Mercurio, Orfeo e Ganimede,
        che serva e suoni e che quell'altro mesca
        innanti a Iove, mentre a mensa siede.

        O farisei, il mio dir non v'incresca,
  125   ch non vi tocca e non vi s'apparecchia
        con sumpti e fasti il letto ed anche l'sca.

        Il mondo, che nel vostro far si specchia,
        per vostro esemplo lassa questo vizio,
        s che la lunga usanza non s'invecchia.

  130   A questo diede esemplo il buon Fabrizio,
        che moderava gi 'l triunfo a Roma,
        e Scipion scusoe quasi ogni offizio.

        Ora messere e maestro si noma,
        sol che tre fave egli abbia nel tamburo,
  135   che risuonin parole a soma a soma.--
p. 206
        Ben mille poi trovai nel cammin duro,
        ch'aven del viso infiata s la pelle,
        che ciascun occhio in lor facea oscuro.

        Io dissi ad uno:--I' prego che favelle,
  140   e di' chi fusti e perch tu non vedi
        la terra e 'l cielo e l'altre cose belle.--

        Rispose:--Se del nome mi richiedi,
        detto fui Alardo e fui 'n Parigi artista
        e tanto a vanit ivi mi diedi,

  145   ch'io curai solo a parer buon sofista;
        e cos fen quest'altri, che stan meco:
        per a ciascuno  qui tolta la vista,

        ch 'n sapienza ognun fu vano e cieco.--


p. 207




CAPITOLO III

Dichiaransi gli effetti della superbia.


        Il vento, quale spira Satanasso,
        gonfia le teste e poscia in alto mena
        e poi da alto fa cadere a basso.

        S come il vento fa la vela piena,
    5   io vidi fare a tre la testa grossa
        ed ire in alto e poi cader con pena.

        E nel cadere ebbon s gran percossa,
        che Simon mago non die' tal crepaccio,
        quand'egli si fiacc il cervello e l'ossa.

   10   --Io, che cos caduto in terra giaccio
        --disse un di lor,--son quel superbo Sesto,
        che a Lucrezia diede tanto impaccio,

        quand'io gli maculai il letto onesto;
        onde caddi io e 'l mio padre Tarquino
   15   per tanta offesa e per cotanto incesto.

        E l'altro qui caduto a capo chino
        chiamato fu Nabucodonosorre,
        che a s attribu l'onor divino.

        Il terzo  quel che fece la gran torre
   20   gi di Babel e chiamato Nembrotte,
        che volle contra Dio rimedio porre.

        E cento volte noi tra 'l d e la notte
        innalza il vento, che 'n testa percuote;
        e poi cadiam con l'ossa fiacche e rotte.

   25   Qui anche sta il novello nipote
        e 'l sesto prete grande, a cui del regno
        gonfia anche il vento la testa e le gote.
p. 208
        E quand' divenuto grosso e pregno,
        cade da alto e gran fiacco riceve,
   30   s come noi e s com'egli  degno.

        In lui apparve ben quant'egli  grieve
        la signoria e dispettosa e dura
        d'alcun villan, che da basso si lieve.--

        Tanto i' avea preso, andando, dell'altura,
   35   che vidi aver Satn, quand'io mi volse,
        la faccia sua ver' noi a derittura.

        Allor soffi, e quel vento mi colse
        e nella fronte s forte percosse,
        che ogni forza di salir mi tolse.

   40   Io sera in gi tornato, se non fosse
        che grid Palla:--Gi 'n terra ti poni,
        se vuoi che 'l vento il capo non t'ingrosse.--

        Per mi posi in terra in ginocchioni,
        il petto e 'l viso umiliai di botto,
   45   e cos ins mi mossi in groppoloni.

        Quando la dea mi vide esser condotto
        in tanta altura, ch'ella vide stare
        il gran Satn ai nostri piedi sotto,

        su ritto ed erto mi fece levare.
   50   Allor d'un dubbio, ch'io avea concetto,
        cos lei cominciai a domandare:

        --Come poteo il mostro maladetto
        desiderar a Dio esser equale,
        ch'esser non puote e nol cape intelletto?

   55   Ch 'l desiderio sempre move l'ale
        dietro all'obietto dalla mente appreso,
        e questo nulla mente apprender vale.--

        La dea rispose, quando m'ebbe inteso:
        --In due superbie offese il Creatore
   60   il rio Satn, e quelle io t'appaleso.

        Se, sol per sua bont, alcun signore
        levasse un servo gi da basso limo
        e ponessel in stato e grande onore,
p. 209
        ed ei dicesse fra se stesso:--Io stimo
   65   meritar pi che quel che m'ha donato,
        per mia bont, ed esser pi sublimo;--

        costui sera superbo e sera ingrato.
        In questo modo enfi Satan le ciglia
        contra colui che allor l'avea creato.

   70   E da che 'l servo in possa s'assomiglia
        al suo signor, quant'egli, al parer mio,
        pi di dominio e d'eccellenzia piglia;

        cos fec'egli, che innalz il disio
        ad aver possa a far quelle due cose,
   75   le qua' solo a s serba il sommo Dio,

        cio creare e le cose nascose
        saper, che sonno occulte nel futuro:
        per questo il gran superbo a Dio s'oppose.

        Alla tua mente omai non  oscuro
   80   come il vil verme volle assomigliarse
        al primo Ben supremo, eterno e puro.

        Dunque superbia prima  reputarse
        d'aver il ben da s e ch'a lui vegna
        per sua bont o per suo ben guidarse.

   85   E cresce poi che si reputa degna
        di maggior fatti: allor presume e pensa
        com'ella a' suoi maggiori equal pervegna.

        Per questo poi incorre in pi offensa;
        c'ha invidia a' grandi ingrata e sconoscente
   90   del don, che 'l suo maggiore a lei dispensa.

        Anche non  a lor obbediente,
        ch li dispregia e non cura lor legge;
        e questo di pi male  poi semente,

        ch'ella s'adira, s'altri la corregge,
   95   e sta proterva e 'l peccato difende,
        odia chi l'ammonisce e chi la regge.

        Per questo poi in altro mal descende,
        ch non medica il male, il ben non ode;
        cos mai a sanit atta si rende.
p. 210
  100   E, perch  pomposa, ama le lode;
        s come il foco s'avviva da' venti,
        cos se ne esalta ella e se ne gode.

        Di mille vizi da lei discendenti
        comprender pi che nascon d'esto seme,
  105   se nella mente tua ben argumenti.

        Perch la gente ben vivesse inseme,
        fe' Dio la fede e fe' le parentele;
        e la superbia l'una e l'altra oppreme,

        ch'ella, a chi la fa grande,  infedele,
  110   fa parte tra compagni e lor divide,
        e ne' coniunti  spietata e crudele.

        Romul per questo il suo fratello uccide:
        nullo mai grande un altro grande appresso
        senz'odio o invidia veder, n vide.

  115   Il dispiatato sangue, il grande eccesso
        delli fratelli qui non si ricorda,
        da che tra li maggiori avviene spesso.

        Se ben la citra, Italia, non s'accorda
        della tua gente, or pensa la cagione,
  120   la qual fa in te discordante ogni corda.

        Sostenne gi Pompeo e Scipione
        star nella barca e non guidare il temo
        e star nel campo sotto altrui bastone.

        Ma nelle barche tue esser supremo
  125   vuol ciascheduno ed esser soprastante
        chi servir deggia nel vogar del remo.

        Per questo le tue membra tutte quante
        han odio insieme, e per questo  mestiero
        che 'l capo signoreggino le piante.

  130   Per questo il grande teme e regge altro,
        e quello che sta a basso, nel cor porta
        quel che superbia figlia nel pensiero.

        Indi diventa la iustizia morta
        nel mal punire e nel premiare il bene:
  135   per la nave tua va cos torta.
p. 211
        O dea Iunon, perch tarda e non viene
        tra cotal gente un Lico crudo e diro,
        da che politico ordin non sostiene?

        Perch non regge tra li serpi un tiro?
  140   perch non regge nelle selve un ranno,
        che gli arbori consumi a giro a giro?

        L'altre province sotto un capo stanno;
        ma per le parti tue e per le stte,
        pi che nell'idra in te capi si fanno,

  145   ch'un ne rammorti, e rinasconne sette.
        Ma un verr, che convien che ti dome,
        e che le genti tue tenga subbiette:

        e tiro e ranno sia in fatti e nome.--


p. 212




CAPITOLO IV

Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura.


        Condutti avea gi Febo li cavalli
        alla pastura sotto l'Oceno
        e gi mostrava i crin vermigli e gialli,

        quando Palla mi die' lo scudo in mano,
    5   dicendo:--Questo la notte fa luce
        e 'l corpo opaco fa parer diafno.--

        Poi l'altra piaggia salse la mia duce;
        e l trovai una gran porta aperta,
        che al vizio dell'Invidia ci conduce.

   10   Forse tre miglia avea salita l'erta,
        quando la vidi star nella sua corte
        inordinata, confusa e diserta.

        Era giganta e con le guance smorte,
        con molte lingue ed ognuna puntuta,
   15   e suoi capelli eran di serpi attorte.

        Non fu saetta mai cotanto acuta,
        quant'ella in ogni lingua avea un coltello;
        e tossico parea quel ch'ella sputa.

        Duo ner diavoli avea dentro al cervello;
   20   e, bench 'l corpo e 'l capo avesse opaco,
        col bello scudo io vedea dentro ad ello.

        Nel core un vermicello e pi gi un draco
        vidi, ch'aveva dentro alle 'ntestina,
        e avea la coda aguzza pi ch'un aco.

   25   La pelle umana avea e serpentina,
        unita una con l'altra e inseme mista,
        e di cigno li pi, con che cammina.
p. 213
        Sempre pallida sta e sempre trista;
        ma, quando vede il male over che l'ode,
   30   alquanto ride e rallegra la vista.

        Di vipera  la carne ch'ella rode;
        e ben  ver che mangia carne umana;
        ma solo quando pute, gli fa prode.

        Per la carne, ch' pulita e sana,
   35   prima la imbrutta, corrompe e disquarcia,
        e, quando pute, nel ventre la 'ntana.

        E come mosca  avida alla marcia,
        cos  ella ghiotta di bruttura:
        di questo il ventre e la bocca rinfarcia.

   40   Quando a s brutta cosa io ponea cura,
        gli usc un dimon di bocca quatto quatto
        e tra le genti and come chi fura.

        E del venen, che di lei avea tratto,
        mise all'orecchie a quelli e parol disse;
   45   e poi, ov'era pria, ritorn ratto.

        Parve che quel venen al cor corrisse;
        come licor che per condotto vada,
        mi parve che alle man poi riuscisse.

        Nel core un drago, ed in man si fe' spada
   50   puntuta quant'un ago e s tagliente,
        quanto rasoio suttilmente rada.

        Il drago, che nel cor occultamente
        era rinchiuso, le man furiose
        fece ad ognun de tutta quella gente.

   55   Io vidi poi molt'anime ulcerose,
        piene di schianze siccome il mendco,
        che alla porta del ricco invan si pose.

        In questo usc, 'n men tempo ch'io non dico,
        l'altro diavolo come un traditore,
   60   che nuocer vuole, mostrandosi amico.

        Trasse l'Invidia allor tre lingue fre
        s lunghe, che un'asta all'altra posta,
        al mio parer, non sarebbe maggiore.
p. 214
        Ed alla gente, che gli stava a costa,
   65   mostrava quelle schianze ovver la rogna,
        con tre gran lingue scoprendo ogni crosta.

        E, come fa il ghiotton che si vergogna,
        che mira qua e l, perch suspetta
        ch'altri a sua ghiottonia mente non pogna;

   70   cos facea la belva maladetta,
        che ritir le tre lingue nefande,
        quando quel che percote se n'addetta.

        Oh, detestanda bocca, a cui vivande
        son maculare il bene e farlo poco,
   75   e palesare il male e farlo grande!

        Poi vidi con tempesta e con gran foco
        uscir di fuor di lei il gran dragone
        ed assalir la gente di quel loco.

        E, come in Colco fece gi Iasone,
   80   cos un dimonio a lui li denti trasse,
        grandi e puntuti quanto uno spuntone.

        E 'n terra ar, perch li seminasse.
        Nacqueno allor del maladetto seme,
        come che pianta a poco a poco fasse,

   85   uomini armati ed uccisersi inseme;
        e tanto sangue fu in quel loco sparto,
        ch'ancor, pensando, la mia mente teme.

        Allora il verme, ch'era il mostro quarto,
        gli rose il core, ond'ella si ritorse
   90   come la donna, quando  presso al parto.

        E, poich dentro al petto egli a lei morse,
        divent grande e fessi un basalisco,
        e s sin alla bocca li trascorse.

        Ancor dentro nel cor ne contremisco,
   95   pensando ch'egli uccide chiunque sguarda:
        per vedi, lettor, s'io stetti a risco.

        Non fe' s gran tempesta mai bombarda,
        quanto fec'egli, quando fuor usco,
        venendo a me con la crista gagliarda.
p. 215
  100   Ma, quando vide s in lo scudo mio,
        perch lo sguardo suo  che uccide,
        l si specchi e subito moro.

        Quando l'Invidia morto il figliol vide,
        le man si morse con sospiri e pianto,
  105   con gran singolti, voci ed alte gride.

        Allor inver' di lei mi feci alquanto,
        dicendo:--O brutta e maladetta fra,
        o crudelt, che 'l mondo guasti tanto,

        nel bel giardin di sempre primavera
  110   tu da primaio insidiosa intrasti
        con falsit e con bugiarda cra;

        i primi nostri, vergognosi e casti,
        servi facesti di concupiscenza;
        e i gran doni di Dio per fr guasti.

  115   Non ti ritenne poi l'alta innocenza
        del iusto Abel, ch'era il primaio buono,
        nato nel mondo d'umana semenza.

        N che 'n quel punto egli facea il dono
        d'offerta a Dio: allora pi feroce
  120   tu l'uccidesti senza alcun perdono;

        per che gridoe la terra ad alta voce
        per lo sangue innocente; e cos fece
        per l'altro, il qual tu occidesti in croce.

        Le man fraterne armasti nella nece
  125   del bel Iosef, ed a ci consentire
        facesti i suoi fratelli tutti e diece.

        Non avesti piat del gran martre
        dell'et puerile e del lamento
        del vecchio padre, che volea morire,

  130   quando del figlio vide il vestimento
        tinto di sangue; e tu, o fra cruda,
        stavi ridente e col volto contento.

        Ahi, belva trista e d'ogni piat nuda!
        A te Pilato, sol per saziarte,
  135   dimostr il Re gi tradito da Iuda,
p. 216
        tinto di sangue e con le vene sparte.
        Per recarti a piat, disse:--Ecco l'Uomo
        fragellato nel corpo e in ogni parte.--

        Ma tu, crudele, allora festi como
  140   cane alla preda, che l'ira il trafigge,
        o come l'orso, quando vede il pomo;

        ch allor gridasti:--Tolle, crucifigge;--
        e niente ti mosse, o dispiatata,
        in tanta maiest l'umile effigge.

  145   Superbia  la tua madre, onde se' nata;
        e 'l timor vile  quel che ti notrca,
        ed anco  'l padre, dal qual se' creata.

        Per d'ogni virt tu se' nemica,
        mentre vuoi esser tu la pi eccellente
  150   e che di te meglio d'altri si dica.

        Odio tu porti a quel ch' pi splendente,
        s'e' tua virt ecclissa o falla meno
        come il lume maggior il men lucente.

        Allor nel core ti nasce il veneno
  155   inver' di quello, e cerchi che s'estingua
        quello splendor ch' pi del tuo sereno.

        E col rancor del core e colla lingua
        giammai non posi e colli denti stracci
        la carne umana marcia che t'impingua,

  160   insidiando con occulti lacci.--


p. 217




CAPITOLO V

Di tre spezie d'Invidia e di Cerbero, dal quale l'autore fu assalito.


        Mentr'io dicea, ed ella strignea i denti
        irata verso me ed era morsa
        da' suoi capelli, ch'erano serpenti.

        E gi Minerva avea la via trascorsa,
    5   al mio parer, un gittar di balestro,
        ond'io per giunger lei mi mossi a corsa.

        Per partimmi e pel cammin alpestro
        s ratto andai, ch'io fui appresso a lei
        come scolar che va dietro al maestro.

   10   Ed ella a me:--Li figli, che li piei
        seguitan d'esta belva e 'l suo calcagno,
        se vuoi sapere, or nota i detti miei.

        Sappi che, quando alcun, sol per guadagno
        o altro bene, d'invidia s'accende
   15   contra il vicino artista ovver compagno,

        questo ha alcuna scusa, s'egli offende;
        ch sempre alla cagion, che 'l bene scema,
        alcuna invidia ovver rancor si stende.

        Ma, se la volont la gran postema
   20   ha dell'invidia senza essere lesa,
        e senza pro e senza alcuna tma,

        cotale invidia non pu aver difesa;
        ch sol malizia ha quel rancor commosso
        senza esser adontata ovver offesa:

   25   s come il can che non pu roder l'osso,
        che, quando vede ch'altro cane il rode,
        con impeto, abbaiando, gli va addosso.
p. 218
        E questo non fa ei che gli sia prode;
        ma sol malizia el fa esser nemico,
   30   talch si duol di quel ch'altri si gode.

        Cotal invidia il vizioso antico,
        s come  scritto, alli giovani porta,
        in quel che senza posa egli  inico.

        La terza invidia, che chiude ogni porta
   35   della piat nell'uomo e che  segno
        ch'ogni luce mentale in lui sia morta,

         quella c'ha il cor tanto malegno,
        che del dono, che d Dio ovver natura,
        concepisce odio ed anche n'ha disdegno

   40   ch, quando  bona alcuna creatura
        e p far pro ed offesa non reca,
        nulla scusa ha colui che gli ha rancura.

        Dunque sola malizia  che l'acceca
        e move a invidia; e tal colpa di rado
   45   riceve grazia della sua botteca.--

        Cos Minerva a me di grado in grado
        li membri dell'invidia mi descrisse
        e quel ch' pi difforme dal men lado.

        E pi detto averebbe; ma s'affisse,
   50   perch trovammo in terra una catena
        maggior che da Vulcan giammai uscisse;

        la qual era s grande, che appena
        l'averebbon portata due cameli,
        se l'avesseno avuta in su la schiena.

   55   --Cerbero, che ha a serpenti tutti i peli
        --disse a me Palla,--d'esta fu legato
        nelle tre gole, c'ha tanto crudeli,

        quand'egli dal fort'Ercol fu menato
        nel mondo su, come menar si sle
   60   un fero toro a forza e suo mal grato.

        Giunto che fu presso ove luce il sole,
        perch negli occhi il raggio gli percosse,
        forte latr con tutte e tre le gole.
p. 219
        E con tal forza addietro ingi si mosse,
   65   che avera tratto seco il forte Alcide
        inver' l'inferno, credo, se non fosse

        ch'egli sguard le braccia ardite e fide
        del buon Teseo, ed egli li sobvenne,
        quando alla 'ngi cos calar lo vide.

   70   Cerber, tirato, su nel mondo venne,
        forte latrando con tutti e tre i musi,
        perch la mazza d'Ercole sostenne.

        Poi che fu su, tenne gli occhi suoi chiusi
        ch sempre il raggio lucido  noioso
   75   agli occhi infermi ed alle tenebre usi.

        Quando mor il grand'Ercol virtuoso,
        ch la camicia la vita li tolse,
        tinta del sangue che era venenoso,

        quel can malvagio allora si disciolse,
   80   ch colli denti esta catena rose;
        e libero fugg dovunque vlse.

        L'Invidia allor quiritta questa pose
        in questo loco, ch'a lei  subietto;
        ed halla qui tra l'altre infernal cose.--

   85   Minerva appena a me questo avea detto,
        ch'io cominciai udire il trino abbaio
        di Cerber, cane orrendo e maladetto.

        E come un gran rumor, che da primaio
        confuso pare e, quanto s'avvicina,
   90   tanto egli par pi vero ed anco maio,

        cos facea del can la gran ruina.
        E po' el vidi venir con tre gran bocche,
        correndo gi per quella piaggia china.

        --Guarda--disse la dea,--che non ti tocche;
   95   ch, s'e' la bava addosso altrui attacca,
        mestier non  che mai pi cibo imbocche.--

        Le fiere gole, con che 'l cibo insacca,
        quando latrava, parean tre gran tane,
        vermiglie come sangue e come lacca.
p. 220
  100   Minerva avea il mele ed avea il pane;
        e fenne un misto ed al mostro gittollo:
        allor tacette quel rabbioso cane

        e, per pi averne, ratto stese il collo
        e ventiloe la coda ed alz 'l mento
  105   come il mastin, quando non  satollo.

        Mentr'egli, per pi averne, stava attento,
        la dea accenn ch'io prendessi la via;
        ond'io quatto su andai a passo lento.

        Quando Cerber s'avvide ch'io fugga,
  110   mi risguard e poi scosse la testa
        e con tre gole borbott in pria.

        Poscia corse ver' me con gran tempesta,
        come alla preda affamato lione,
        quando adirato sta nella foresta.

  115   --Fa', fa' che ratto a lui lo scudo oppone
        --grid Minerva,--se non vuoi morire,
        ov' scolpito l'orribil Gorgone.--

        Il gran periglio d maggior ardire,
        se non dispera; ed io lo scudo opposi,
  120   quando su contra me il vidi venire.

        Egli lo morse coi denti rabbiosi;
        poi li ritrasse a s, perch s'avvide
        che al cristallo non eran noiosi.

        Allor gridai:--O Palla, che mi guide,
  125   perch tu a questa volta m'hai lasciato?
        perch tu a me medesmo sol mi fide?--

        Per questo corse e posemise a lato,
        dicendo a me:--Perch 'l timor t'assale,
        da che natura ed io t'abbiamo armato?

  130   Per questa piaggia, per la qual tu sale,
        se tu non lassi l'arme da te stesso,
        nulla nuocerti pu over far male.--

        Quando questo dicea, ed ivi appresso
        in terra vidi guasto un corpo umano,
  135   mezzo corroso e con lo petto fesso.
p. 221
        Ed era senza piedi e senza mano
        s come un corpo ch'a' lupi rimagna,
        e brutto e lacerato a brano a brano.

        Di simil corpi, l 'n quella campagna,
  140   cos disfatti, n'era un grand'acervo,
        il qual mi demostr la mia compagna.

        Quel primo, ch'io trovai, disse:--Io fui servo
        gi d'Atteon e fui 'l primo che 'l morsi,
        quando mi parve trasmutato in cervo.

  145   Ma poi, quando fui qui, ed io m'accorsi
        ch'io fui il cane e ch'egli era uomo vero;
        ma per la 'nvidia l'intelletto torsi.

        E noi, che stiamo in questo cimitero,
        siam cos rosi, ch rodemmo altrui
  150   con lingua e fatti e dentro nel pensiero.

        Quel grande invidioso  qui tra nui,
        che volle a s che un occhio si traesse,
        perch al compagno sen traesson dui:

        ed anco ha doglia, quando 'l ben vedesse.--


p. 222




CAPITOLO VI

Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virt.


        Mentr'io admirando stava stupefatto,
        vidi quegli uomin guasti rifar sani
        e nelli membri interi ed in ogni atto.

        E poi vidi venir ben mille cani,
    5   latrando contra loro inseme in frotta,
        mordaci e grandi pi che cani alani.

        Come in la mandra fa la lupa ghiotta,
        che morde e guasta ed anco uccide e strozza;
        cos facean quei can di quegli allotta.

   10   Quale rimane ai lupi alcuna rozza,
        cos li vidi rosi, e s rimasi
        e cogli occhi cavati e lingua mozza,

        e senza mani e piedi e senza nasi,
        e sviscerati e le budella sparte,
   15   e col cor dentro roso e petti spasi.

        Io vidi un, ch'era guasto in ogni parte;
        al qual io dissi:--Prego che mi dichi
        chi fusti, e vogli a me appalesarte.

        --Io fui al tempo de' romani antichi
   20   --rispose quello,--che Roma a ragione
        visse in virt e cogli atti pudichi.

        Fui con molt'altri contra Scipione:
        ah, invidia, nemica di virtude!
        ah, invidia, ch'a bont sempre t'oppone!

   25   Non valse a lui mostrar le membra nude
        pien di ferite in ragion delle spese,
        che richiesono a lui le lingue crude.
p. 223
        Non valse a lui mostrar che ne difese;
        e che, s'egli non fosse, dir non valse,
   30   sarian le roman case state incese;

        ch, quando per virt in gloria salse,
        allor l'Invidia, per tirarlo a basso,
        contro lui mosse mille lingue false.

        Ond'egli fuor di Roma mosse il passo,
   35   dicendo:--O madre ingrata al figliol pio,
        o patria invidiosa, ora ti lasso:

        tu non possederai il corpo mio.
        Ed io, che parlo, fu' il primo tra quelli,
        ch invidia contro lui mi fe' s rio.

   40   Per son posto qui alli fragelli,
        che tu hai visti, e invidia ne tormenta
        in quello che ne fe' malvagi e felli.

        Iustizia fa ch'ognun di noi diventa
        san nelli membri, e cos fa rifarne
   45   almen nel mese delle volte trenta.

        E, come noi mangiammo l'altrui carne
        s come cani, e cos per vendetta
        da invidiosi can fa divorarne.--

        E gi la dea ins n'andava in fretta,
   50   ond'io partimmi e non gli fei risposta;
        e, mentr'io andava per la strada incerta,

        trova' una fossa occulta in la via posta,
        e senza voglia mia il pi vi posi,
        e caddi in terra alla sinistra costa.

   55   Subito mille cani, ivi nascosi,
        vennon contro di me con grandi gridi
        e colli denti di cani rabbiosi.

        Ahi, quanto io ammirai, quando li vidi!
        Ed anco ebbi timor di lor concorso,
   60   quando disseno:--Preso ; uccidi, uccidi!--

        S come il can quando  percosso e morso,
        ch'ogni altro can gli abbaia e fagli guerra,
        quando grida per doglia o per soccorso,
p. 224
        cos la Invidia fa, quand'altri  'n terra;
   65   e quando vede alcun condutto al laccio,
        manifesta il venen che dentro serra.

        Io m'ingegnai di terra levar 'vaccio.
        Mirabil cosa! Quand'io fui levato,
        ognun fuggo e nessun mi die' impaccio.

   70   E gi, salendo, io era tanto andato,
        che giunsi all'altra spiaggia inver' ponente,
        ove Avarizia tiene el principato.

        Ivi trovai fuggire una gran gente,
        con s gran furia, che l'un dava inciampo
   75   nell'altro per fuggir velocemente.

        S come quando in rotta  messo un campo,
        che par ch'ognun disperso si dilegue
        tra spini e fiumi e monti in loro scampo,

        e con la spada il vincitor li segue,
   80   forte correndo, e spesso avvien ch'un solo
        mille gi messi in fuga ne persegue;

        cos fuggendo andava quello stuolo,
        tra 'l qual conobbi Bencio da Fiorenza,
        che fu di Giorgio Benci gi figliuolo.

   85   Io dissi a lui:--Un poco sussistenza
        prego che facci e che di dir ti piaccia
        perch fuggite voi, per qual temenza.--

        Rispose, andando e voltando la faccia:
        --Donna sta qui, per cui fuggiam s forte:
   90   ella col suo timor ne mette in caccia.

        In questa piaggia tien la brutta corte
        ed  chiamata trista Povertade,
        spiacente tanto, ch'appena  pi Morte.

        Per mezzo delle spine e delle spade
   95   noi la fuggiamo per ogni periglio,
        per mezzo a' fiumi e per l'aspre contrade.--

        Allor per veder quella alzai il ciglio
        e dalla lunga vidi quella vecchia,
        ch' ostetrice prima ad ogni figlio.
p. 225
  100   Avea i peli canuti ad ogni orecchia;
         dispiacente s, che a lei appena
        la Morte in displicenzia s'apparecchia.

        Malanconia e fame seco mena;
        e per suoi damigelli avea gaglioffi;
  105   e di miseria la sua corte  piena.

        E barattieri ha seco e brulli e loffi
        e quelli a cui non fa bisogno punga,
        e nudi che sospiran con gran soffi.

        Per questo van fuggendo tanto a lunga,
  110   e la fatica mai non li fa stanchi:
        tanto han timor che costei non li giunga.

        Il loco, ove fuggano, io mirai anchi
        e vidi l'altra corte, dove vanno,
        ove lor pare alquanto esser pi franchi.

  115   L stava una regina in alto scanno
        ed era grande in forma gigantea,
        e vestita era d'oro e non di panno.

        E, bench fosse adorna come dea,
        nientemeno avea volto lupardo
  120   e la sua vista traditrice e rea.

        Mentr' i' a vederla ben drizzai lo sguardo,
        io vidi cosa, ch'il creder vien meno;
        ma io 'l dir, e non sar bugiardo.

        Vidi che della poppa del suo seno
  125   lattava e nutricava un piccol drago;
        ma ben parea a me pien di veneno.

        Mentre el suggea desideroso e vago,
        da quel, ch'egli era pria, si fe' pi grande
        che un grosso trave rispetto d'un ago.

  130   Allor richiede aver maggior vivande,
        ch tutto il latte, che la madre stilla,
        non basta al grande iato, ch'egli spande.

        Per, affamato, prende la mammilla
        e cava il sangue, e quel convien che suchi;
  135   e, perch  poco, il venen disfavilla.
p. 226
        --Convien che ad altra preda ti conduchi
        --disse colei:--o figlio, io non ti basto,
        da che hai pi fame quanto pi manduchi.--

        Allora il drago, per aver il pasto,
  140   tra quelle genti rapace si mosse,
        come fa il lupo tra le mandre el guasto.

        E, non sguardando qualunque si fosse,
        or questo or quel divora e 'l sangue beve
        colli suoi denti e coll'ultime posse.

  145   E, s'egli cresce al pasto che riceve,
        e quanto cresce, tanto ha pi appetito,
        convien ch'ogni gran cibo a lui sia breve.

        Vidi poi il drago crudele ed ardito
        venir ver' me con s grande tempesta,
  150   che di paura io sarei tramortito,

        non fusse che Minerva presta presta
        a me soccorse, e tra lui e me si mise,
        e, quando venne, gli tagli la testa.

        Mirabil cosa! Sette ne rimise,
  155   e tutte e sette quelle teste nuove
        anco la dea gli tagli e ricise.

        Nacquene in lui ancor quarantanove;
        e fu quell'idra, gi morta da Alcide,
        quando nel mondo fece le gran prove.

  160   Quando dea Palla di questo s'avvide,
        che ogni capo ne rimette sette,
        quantunque volte la spada il ricide,

        non con quell'arme pi gli resistette,
        ma disse a me:--Qui  bisogno il foco:
  165   quest' quell'arme ch'a morte lo mette.--

        Descender vidi allora su 'n quel loco
        una gran fiamma, e quel serpente estinse
        e fllo come pria diventar poco.

        In questo modo la mia scorta el vinse.


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CAPITOLO VII

Ove trattasi del vizio dell'avarizia.


        Io stava ancora a quel dragone attento,
        a cui, mangiando, fame cresce tanto,
        quanto a sei cifre crescerebbe un cento,

        quando la dea mi disse:--Or mira alquanto
    5   a quella lupa cruda, che ha la 'nvoglia
        s preziosa e s adorno il manto.

        Ben converr che, quando ella si spoglia,
        la sua bruttura ed i figliol dimostri,
        che parturisce sua bramosa voglia.--

   10   Allor mirai e vidi cinque mostri,
        quand'ella si spogli il bel mantello,
        ch'avean diversi volti e vari rostri.

        Il primo avea il viso umano e bello;
        e quanto pi vena verso la coda,
   15   tanto era serpentino e rio e fello.

        Minerva disse a me:--Quella  la Froda,
        che guast il vero amore e vera fede,
        che fa temer che l'un l'altro non proda.

        Quell'altro mostro, che dietro procede,
   20   che ha faccia umana e lingua tripartita
        e che trascina il petto e non sta in piede,

         quella biscia maladetta ardita,
        che nacque prima del drago crudele,
        che diede morte, promettendo vita.

   25   Il terzo mostro, che ha in bocca il mle
        e porta nella man la spada nuda
        nascosa dietro, sol perch la cele,
p. 228
         quel dimon, ch'entr nel cor di Giuda,
        quando col bascio il gran Signor trado
   30   per l'appetito della lupa cruda.

        Il quarto mostro, pi malvagio e rio,
         quel che 'l secol d'oro e l'et lieta
        conturb prima con dir tuo e mio.

        E 'l coltel sanguinoso e la moneta
   35   vedi che porta, ed  pien di veneno,
        fiero e rapace senza nulla piet.--

        Poi tanti mostri parturo del seno
        e tanto brutti la bramosa lupa,
        ch'a numerargli ognun ne verra meno.

   40   --Ella  nel ventre tanto grande e cupa
        --disse Minerva,--e mena a tanti lacci,
        ch'ogni intelletto grande e legge occpa.

        Perch nel fundamento ben lo sacci,
        attendi ch'avarizia  voglia accesa
   45   di conservar o ch'acquistar procacci.

        Se ad acquistar questa voglia fa impresa,
        sta in faticosa cura e sempre in moto
        e sempre al pasto con la mente attesa;

        ch sempremai 'l voler, quand' rimoto
   50   da quel ch'egli desia, si move e corre,
        insin ch' pien, se gli par esser vto.

        E, perch'empier non puossi e fame trre
        giammai l'avaro e bramoso appetito,
        salvo al desio non voglia termin porre,

   55   per questo avvien che quanto pi  ito
        oltra, acquistando, tanto s'affatica:
        per tal cura cresce in infinito.

        E quanto vien pi verso l'et antica,
        tanto pi cresce e per amor del pasto
   60   ogni altro amor disprezza ed inimica.

        Quinci escon i gran mal, che 'l mondo han guasto;
        ch, quando questa brama non s'affrena,
        sforzando, ruba altrui con onte ed asto
p. 229
        Questa  che al furto ed alle forche mena
   65   e fa l'usura e barattier ricetta;
        questa  d'inganni e di menzogne piena.

        Questa fa che 'l figliol la morte aspetta
        del vivo padre, e, per esser ereda,
        spesse fiate a lui la morte affretta.

   70   Questa  che assassina, uccide e preda,
        dispregia Dio, all'uom  traditrice,
        e meretrica ed in molt'atti  feda.

        Questa  'l mal seme e questa  la radice
        d'ogni altro mal; ch di lei uscir puote
   75   ogni altro vizio, s come si dice.

        L'altra avarizia ancor, se tu ben note,
         voglia accesa a conservare in arca;
        e questa fa cadere in molte mote.

        Questa  troppo tenace e troppo parca;
   80   ed  senza piat e non sobviene,
        se il bisognoso chiede o si rammarca.

        Deh, dimmi, avar, che giovan l'arche piene,
        se l'Avarizia s ti tien la mano,
        che a te, n ad altri non ne puoi far bene?

   85   E forse lasserai erede estrano,
        che non vorresti, e forse sar alcuno,
        che dir potrai:--Ho conservato invano.--

        Or non sai tu ch'ogni ben  comuno
        nel gran bisogno e che nell'ampia mensa
   90   parte ci ha 'l nudo povero e digiuno?

        Ma ci ch'avanza o che mal si dispensa,
        il bisognoso pu dir che gli  tolto
        e la indigenza iniustamente offensa.--

        Quando tutto il processo ebbi raccolto,
   95   i' dissi a lei:--Non ho bene compreso
        un detto, che 'l pensier mi grava molto.

        Tu di' che la Menzogna, s'io l'ho inteso,
         figlia della lupa iniqua e ria,
        che dopo il pasto ha pi 'l disio acceso.
p. 230
  100   Or come  questo, dacch nacque in pria
        del petto invidioso del serpente,
        ch' menzonaio e padre di bugia?--

        Ed ella a me:--Non  inconveniente
        ch'un atto rio di pi radici nasca,
  105   com'io ti mostrer apertamente.

        Tu sai che fura alcun, perch si pasca;
        ed alcun fura per la voglia sola,
        che ha d'esser ricco, e per mettere in tasca.

        Tu vedi ben che l'uno e l'altro imbola,
  110   ed un di questi da avarizia  mosso,
        e l'altro el move il vizio della gola.

        Perch tal dubbio sia da te rimosso,
        dir dove virt e 'l mal si fonda;
        e chiaro tel dir quantunque posso.

  115   Non vien dal fior, n anco dalla fronda,
        s'egli  amaro e vizioso il frutto,
        ma da la raica e 'l ramo, onde seconda.

        E cos l'atto, s'egli  bello o brutto;
        e, s'egli ha 'n s bont ovver malizia,
  120   vien dalla volont, ond' produtto;

        ch 'l voler, intendendo, el fine inizia
        e sa 'l perch e 'l modo, e l'ordin guida;
        ed ella fa il fin buono ed anche 'l vizia.

        Onde, se alcun per bene un uomo uccida,
  125   servando l'ordin iusto, cotal atto
        non fara lui colpevole omicida.

        Il tempo  poco: omai andiam pi ratto.--
        Ond'io mi mossi; e forse eravamo iti
        quant'un grosso balestro avesse tratto,

  130   ch'io risguardai agli oppositi liti
        e vidi il mostro opposito e distante
        a la lupa rapace e suo' appetiti.

        Le mani avea forate tutte quante,
        i piedi avea di gallo e la gran cresta,
  135   e d'uomo il volto e tutto altro sembiante.
p. 231
        Genti eran seco, che facean gran festa;
        ed egli stava in mezzo grasso e croio;
        poi si spogli e don a lor la vesta.

        Poi, poco stando, ed ei prese un rasoio
  140   e scorticossi, e poi le ven si punse;
        e don a quelle genti il proprio cuoio

        e poscia il sangue, che da s desmunse.
        Alfin e' divent come Eco trista,
        ch'ancor risponde e d'amor si consunse.

  145   La dea a me:--L'immago, che hai vista,
        del prodigo , c'ha suoi atti contrari
        a quella lupa, che bramando acquista.

        Egli non cura robba, n denari;
        dissipa e fonde e li suoi ben ruina.
  150   Quest'altra aduna e tien con modi avari.

        Il liberal per mezzo a lor cammina:
        cos ogni virt giammai non erra,
        s'ella alle parti estreme non declina.

        Da un lato l'avaro a lei fa guerra,
  155   amando troppo l'oro e per eccesso;
        dall'altro quel che mai la borsa serra:

        ch la pecunia e l'altro ben, concesso
        all'uso umano, egli ama tanto poco,
        che non mira ond' e quanto e come spesso:

  160   per oppositi stanno in questo loco.--


p. 232




CAPITOLO VIII

Dove si ragiona del vizio dell'avarizia


        Un gran torrente, poi, polito e chiaro
        trovammo in quella via, che gira in tondo,
        ove pena sostien chiunque fu avaro.

        E presso al fiume, ov'egli  pi profondo,
    5   vidi del miser Cadmo le figliuole
        con brocche in mano; e nessuna avea fondo.

        E, quando alcuna empire l'idria vle,
        perch 'l lor vaso  sfondato di sotto,
        quanto s metton, gi convien che scle.

   10   E sempre stan con l'appetito ghiotto,
        affaticate, che credono empire,
        quando che sia, ognuna il vaso rotto.

        Migliaia vidi posti a tal martre,
        che di quel fiume stanno su la rupe,
   15   ed un di loro a me cominci a dire:

        --S come noi le voglie rotte e cupe
        nel mondo avemmo e sempremai bramose
        pi che mai cagne ovver che magre lupe,

        cos iustizia qui 'n pena ne pose,
   20   che sitibondi stiamo appresso all'onda
        dell'acque s abbondanti e copiose.--

        Poscia una donna vidi in sulla sponda
        come un gigante e col vestire adorno,
        con bella faccia e con la treccia bionda.

   25   Dinanti a lei ed anche intorno intorno
        stavano molti, ch'eran pi assititi
        che Orlando, quando alfin son 'l corno.
p. 233
        E, bench siano al fiume in sulli liti,
        non mai per verun dell'acque toglie,
   30   ch dal voler di Dio sonno impediti.

        La bella donna di quell'acqua coglie
        con diligenza, con una gran brocca,
        per saziar le lor bramose voglie,

        ed a quell'alme la trasfonde in bocca;
   35   ma la lor sete tanto pi s'accende,
        quanto pi acqua in gola lor trabocca.

        Ella mi disse:--O tu, che vivo ascende
        e contemplando vai questo reame,
        la pena di costoro alquanto attende.

   40   Bench 'l poeta Copia mi chiame,
        nientemen mia acqua mai fa spenta
        la sete a questi e loro ardenti brame.

        Or pensa la lor pena se tormenta,
        da che l'arsura lor mai non s'estingue,
   45   n, quantunque acqua beva, si contenta.

        Per qui stanno ianti colle lingue,
        come sta il can che ha corso, e con gran folla
        corrono a me, che la lor sete impingue.

        --O voglia ingorda e cupa mai satolla,
   50   a cui la sete maladetta cresce,
        quanta pi acqua del mio fiume ingolla,

        qual tutta l'acqua, che nutrca pesce,
        non saziara e non fara dir:--Basta,--
        n quanta n'entra in mare ovver che n'esce:

   55   nel mondo, onde mi mena la dea casta
        --risposi a Copia,--non  questa sete,
        al mio parer, cotanto ingrata e vasta.--

        La donna a me:--Lass non conoscete,
        rispetto a quell'arsura che martra,
   60   quant' poca quell'acqua, che bevete.

        La millesima parte, chi ben mira,
        quando:--Vorrei--si dice, o:--Se avesse!
        non si chiede del ben, che l'uomo disira.
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        S come 'l ricco chiese che daesse
   65   un gocciol d'acqua Lazzaro col dito,
        che la sua lingua tanto non ardesse,

        tal chiede l'uom rispetto all'appetito;
        colui ch'empirsi d'un gocciol si fida,
        di tutto il fiume mio non sera empto.

   70   Qui sta Pigmalion, e qui sta Mida,
        che di far oro col tatto a Dio chiese,
        e per tal don di s fu omicida.

        Ancora chiedon con le voglie accese:
        a lor, n ad altri mai potei dar tanto,
   75   ch'elli dicesson ch'io fussi cortese.--

        Rispose a questo un ch'era quivi accanto:
        --Pensa se io, a cui non di niente,
        mi debbo lamentar e far gran pianto.--

        E mentre che per questo io posi mente,
   80   egli mi disse:--Io son preite Antico,
        e son dannato qui tra questa gente.

        Idropico giammai, fabbro, n cuoco
        non ebbon s gran sete; e sempre chiedo
        che questa donna mi dia bere un poco.

   85   Maggior dolor non , s com'io credo,
        che di eccellenza aver gran desidro
        o di ricchezza o d'ira o d'atto fedo;

        ch, se quel ch'uom disia non viene invero,
        l'animo affligge, e, se inver venisse,
   90   ha sempre mancamento e non  intero.--

        Risponder gli volea, quand'esto disse;
        ma per la folla e per la grande stretta
        convenne ch'io sospinto addietro gisse,

        per che quella gente maladetta
   95   fanno gran calca, ed insieme s'oppreme
        ciascun, che l'acqua in prima a lui si metta.

        Per questo poi turbar li vidi inseme,
        s come quei fratelli fn la guerra,
        in Tebe nati dal serpentin seme,
p. 235
  100   e come nel teatro alla gran terra
        ne' giuochi salii dispiatati e crudi,
        s come dice Seneca e non erra,

        stavano disarmati senza scudi
        li condannati, chiusi in poco spazio,
  105   colli coltelli in mano, a petti nudi,

        e di lor carne facean tanto strazio,
        finch l'un l'altro crudelmente uccide,
        ch'ogni Erode crudel ne saria sazio.

        Quando cotanto mal l'occhio mio vide,
  110   dissi a Minerva:--Io prego mi contenti
        d'un dubbio, pria che pi in alto mi guide.

        Di tutti i cieli e di tutti elementi,
        se nell'Apocalisse io ben discerno,
        di tutti i regni e di tutti li venti

  115   commesso ha Dio agli angeli il governo
        s come a motor primi e generali,
        s che lor moto vien dal pi superno.

        Ora mi di': se li ben temporali
        sono commessi ad agnol che sia buono,
  120   da che son seme di cotanti mali?

        Ch, se penso l'origine, onde sono,
        cavati son d'inferno, ove natura
        nascosto avea cos nocivo dono.

        Ed anco questo don, s'io pongo cura,
  125   tutte le volte nuoce a' possessori,
        se l'appetito a s non pon misura.

        E Satanasso disse:--Se mi adori--
        quando nell'alto monte men Cristo,
        --io ti dar e regni e grandi onori.--

  130   Adunque da lui  cotale acquisto:
        nullo guadagno grande e ratto viene,
        se non con froda o con rapina misto.

        Chiaro  lo testo che questo contiene,
        ch nell'Apocalisse chi ben cerca,
  135   questo testo e la chiosa vedr bene.
p. 236
        Dice: Qualunque per guadagno merca,
        convien che della bestia porti il segno,
        come chi serve a Dio porta la cherca.

        E questa bestia, come fermo io tegno,
  140    un diavolo; e la froda e la bugia
        il segno son del serpente malegno.

        Ed anco in ci che fa, convien che sia
        Cristo simile al Padre e che ambedoi
        tengan un modo, un ordin e una via.

  145   Ma Cristo solo a' buon seguaci suoi,
        s'io ben estimo, commise ogni cosa
        alta e perfetta, e questo veder puoi.

        Del sangue suo la sua dotata sposa
        commise a Pietro e l'una e l'altra chiave,
  150   la qual d'aprir il ciel ora si posa.

        E quella dolce Madre, a cui disse:--Ave--
        gi Gabriello, diede al suo diletto,
        il qual am con pi amor soave.

        Il nome suo commise al vaso eletto,
  155   che 'l predicasse tra 'l popul gentile,
        e che alla fede el facesse soggetto.

        Ma la pecunia, come cosa vile,
        commise a quel discepol, ch'era rio
        lupo rapace in mezzo al santo ovile.

  160   Questo ne dice Cristo, al parer mio,
        che nullo puote mai, s come ei pone,
        a Mammona servir ed anco a Dio.

        S come alcuno espositor espone,
        delle divizie Mammona  ministro;
  165   sicch'egli alle divizie si prepone.--

        Quand'ebbi detto, il cammino a sinistro
        prese la dea ed alla mia proposta
        mi disse:--L'opra dimostra il maistro;--

        e non mi volle dare altra risposta.


p. 237




CAPITOLO IX

Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami.


        Gi er'io gionto in su la piaggia quarta,
        ove l'Accidia sta ad impedire
        l'andar alla vert per la via arta,

        quando la dea mi cominci a dire:
    5   --Accidia  tedio ed un increscimento
        di far il bene ovvero a Dio servire;

        ch sempre a quella cosa si sta attento,
        che d diletto ovver piacere al cuore,
        ed ogni altra  con pena e con istento;

   10   e tanto ogni vert ha pi valore,
        quanto  prodotta con pi allegrezza
        e con maggior fervor di buon amore,

        ch amor ogni virt pone in altezza,
        e tanto piace a Dio ed gli accetto,
   15   che 'l ben, quanto ha d'amor, tanto l'apprezza;

        e come amor il ben fa pi perfetto,
        cos l'accidia, ch'all'amor s'oppone,
        el fa essere vile e fallo infetto.

        E sappi che di questo  la cagione
   20   la sensualit, che sempre  prona
        a ci che contradice alla ragione;

        e se al ben far la volont la sprona,
        vi va con tedio, se vert assueta
        non l'ha domata pria e fatta buona.

   25   Ma, se corre a virt gioconda e lieta,
        e spiace a lei ci ch'a ragion dispiace,
        segno  ch' buona, domata e quieta.--
p. 238
        Coll'occhio, poi, che meglio e pi vivace
        prende certezza e pi il ver conferma,
   30   vidi l'Accidia ed ogni suo sequace.

        Ell'era vecchia, magra, trista e 'nferma,
        e posta tra le spine e campi incolti,
        debile s, che 'n pi non stava ferma.

        E mostri intorno intorno ell'avea molti,
   35   ch'avean orribil forma ed apparenza,
        e tutti malanconici ne' volti.

        --La prima sua figliola  Sonnolenza,
        che si distende ovver dorme o sbaviglia,
        quando di Dio si parla o di scienza;

   40   e, se di risi o giochi si bisbiglia,
        sta colle orecchie e sta cogli occhi attenta
        e vigilante e colle liete ciglia.

        L'altra  la Tepidezza pigra e lenta,
        in cui caldo d'amor s poco serve,
   45   ch'adopra come fiamma quasi spenta;

        noiosa a chi l'aspetta ed a chi serve,
        non cura il tempo che veloce vola,
        n fa che, operando, si conserve.

        La Negligenza  la terza figliuola,
   50   che sempre indugia nel tempo veloce,
        gravata ancor d'accidiosa stola.

        Per lei grid gi Curio ad alta voce
        al grande imperator che sempremai
        a cosa apparecchiata indugio nce.

   55   Mentre lo 'ndugio va di crai in crai,
        il tempo manca e crescono gli affanni,
        e li novelli aggravan li primai.

        E, mentre Negligenza tra li panni
        e tra la spen del ben farem si siede,
   60   il tempo corre in sua ruina e danni.

        Il quarto mostro, che 'n gi move il piede,
        Mollizia , nemica del costante,
        che alquanto sale e poscia addietro riede.
p. 239
        E, bench alla 'ns mova le piante,
   65   quando egli avvien che trovi cosa dura,
        per debilezza torna e non va innante,

        e perde il palio, che sta su l'altura,
        che sol si d a chi ben persevra
        insino al fine e 'nsin che 'l cammin dura.

   70   E, perch ben conoschi questa fiera,
        de' suoi figliol dir la radice anco,
        ond'ha origin questa brutta schiera.

        E sol perch in loro  scemo e manco
        il vigor dell'amor, e per avviene
   75   ch'ognun di loro  tristo, lento e stanco.

        Non  che mai da s sia grave il bene,
        ma  la voglia ch'estima se stessa
        di non poter, e per nol sostiene.

        E l'altra figlia, ch'a lei pi s'appressa,
   80   Malizia ha nome, il mostro pi rubesto,
        che di pensar malfar giammai non cessa.

        E, perch questo a te sia manifesto,
        sappi che Accidia in la virt ha tedio,
        e ci ch'a ragion piace, a lei  molesto.

   85   E, perch a lei nel ben non piace sedio,
        anco su vi s'attrista ed gli amaro,
        da lui si parte per trovar rimedio;

        e, per aver all'angoscia riparo,
        fugge dalla virt, ch'a lei  noiosa,
   90   inverso il vizio, alla virt contraro.

        Lasciato il bene, su nel mal si posa;
        ivi si pasce e diletta e s'impregna
        di questa figlia rea e maliziosa.--

        Dicendo questo a me la dea benegna,
   95   io vidi mover con veloci passi
        la vecchia pigra e trista, che l regna.

        E li suoi mostri, che pria parean lassi,
        si mosson dietro a lei gagliardi e presti
        s come giovin, che correndo spassi.
p. 240
  100   E non parean pigri, tristi e mesti,
        ma ratti e tosti e con facce gioconde,
        non sonnolenti, ma attenti e dsti.

        Ed io, che non sapea la cagion onde
        questo avvenisse, dissi:--O dea, al fatto
  105   quel, che tu gi m'hai ditto, non risponde.

        Io veggio che costor van tutti ratto:
        adunque non  ver quel che si dice,
        ch'ognun di lor sia infermo, lento e sfatto.--

        Ed ella a me:--Questo non contradice
  110   a quel che ho detto, se ben tu riguardi,
        ch'amor d'ogni atto umano  la radice.

        Ora costor solleciti e gagliardi
        corron cogli appetiti inverso il male,
        e quando vanno al ben, van pigri e tardi;

  115   ch, come sai, la parte sensuale,
        se non si doma, al mal ratto si move
        e verso il ben par ch'abbia fiacche l'ale.--

        Poscia Minerva mi condusse dove,
        nel mezzo del cammin, trovai due vie;
  120   maravigliar mi fn le cose nve,

        ch su nell'una dolci melodie
        gli angeli cantan, s dolci canzone,
        ch'io me n'innamorai quando l'ode.

        E come a Roma nel campo d'Agone
  125   il premio si mostrava ai forti atleti,
        d'ingrillandarli di belle corone;

        cos quegli angiol colli volti lieti
        prometteano a chi sal, con dolce invito,
        di coronarli e di farli quieti.

  130   --Venite su--diceano--al gran convito
        del nostro Re e del celeste Agnello,
        che sol contentar pu 'l vostro appetito.

        Su pel viaggio tutto onesto e bello
        venite al gran Signor, che su v'aspetta,
  135   e noi ognun di voi come fratello.
p. 241
        Su troverete ci ch'all'uom diletta,
        su senza morte  sempiterna vita,
        su sta la securt non mai suspetta.--

        Io mi credea che tutti a tanta invita
  140   salisseno correndo ins devoti,
        bench'assai dura fusse la salita.

        Ed io ne vidi pochi tardi e pioti
        e gravi andar s come Idropisia
        e come infermi e d'ogni fervor vti.

  145   Quando poi rimirai all'altra via,
        bench fusse lotosa e pien di spine,
        per quella quasi ognun ratto corra.

        E, perch su per quella ognun cammine,
        stavan demni con coron d'ortiche,
  150   che conduceano altrui a mortal fine.

        Tra le punture e tra le gran fatiche
        andava ognun sollicito e giocondo
        e con gran festa alle cose impudiche.

        E, quand'io vidi i servitor del mondo
  155   servir senza gravezza e con disio
        e li serventi a Dio con tanto pondo:

        --Di questo il tipo--dissi nel cor mio--
        fu quando Iuda and ratto e festno
        a tradir quel che fu ver uomo e dio,

  160   e vigilante and fin al mattino;
        e Pier nel ben non vegli solo un'ora,
        ma stava dormiglioso a viso chino,

        quando Cristo gli disse:--Sta' su ed ra:
        non vedi Iuda tu, il qual non dorme,
  165   ma ratto corre al mal e non dimora?--

        E questo esemplo al ver tutto  conforme.--


p. 242




CAPITOLO X

Del vizio dell'ira e delle sue specie.


        Noi divenimmo in su la quinta strada,
        e trovai sangue in ogni lato sparso,
        come in su l'erbe cade la rugiada.

        Ed ogni luogo ivi era guasto ed arso,
    5   s come Erode, a gran furor commosso,
        arse le navi in la citt di Tarso.

        Poi risguardai e vidi un fiume rosso,
        tutto di sangue e grande quanto il Reno,
        ed anco, al mio parer, era pi grosso.

   10   Ahi, quanto di stupor io venni meno,
        vedendo un fiume spumoso e fumante,
        di sangue uman s grosso e tanto pieno!

        S come manca il cuor all'elefante,
        vedendo il sangue ovver liquor sanguigno,
   15   cos mancava a me il core e le piante.

        Per l'argine del fiume s maligno
        andai tanto, insino ch'io trovai
        tre belle donne col viso benigno.

        E vidi dietro a lor, quando mirai,
   20   tre gran diavoli s orrendi e brutti,
        che s deformi non fn visti mai.

        Addosso alle tre donne intraron tutti
        e trasmutro lor belle sembianze,
        e gli atti umani in lor furon destrutti.

   25   Quelle lor facce, pria benigne e manze,
        si fn crudeli e diventn di cane,
        e di scorzon si fn le bionde danze.
p. 243
        Di coltei sanguinosi armn le mane;
        e le gran serpi, ch'avean nelle teste,
   30   soffiavan gracilando come rane.

        Di ferro arruginato fn le veste
        e di ceraste fenno le cinture,
        col morso e col venen troppo moleste.

        Quand'io vidi mutar le lor figure,
   35   conobbi le tre Furie infernali,
        a s ed anche altrui amare e dure.

        Di pipistrello avean le lor brutte ali,
        e 'l collo e 'l dosso avvolti di serpenti,
        con viste acerbe, crudeli e mortali.

   40   --Queste, che mordon se stesse co' denti,
        sonno dell'ira il vizio triforme:
        in cotal modo ell'usan tra le genti.

        Quella che nella vista  men difforme
        e che par men molesta in questo loco
   45   e che si desta e poi ratto si addorme,

         l'Ira prima:  lieve e dura poco,
        s come fiamma accesa nella stoppa
        tosto si lieva, e poi s'estingue il foco.

        E, bench nel durare non sia troppa,
   50   il colpo furioso, quando coglie,
        non fa men male a chi in quello s'intoppa.

        E questa tra le case si raccoglie
        e tra la turba pronta e garrizzaia
        e tra gli amici, il marito e la moglie.

   55   L'altr'Ira  dentro, e di fuor non abbaia,
        ma pensa far vendetta e non favella,
        sol perch l'ira di fuor non appaia.

        Questa  chiamata Ira amara e fella;
        cerca vendetta e nel cuor si richiude;
   60   e poscia alfin si placa e non flagella;

        ch, bench pensi le vendette crude,
        passando il tempo lungo, e l'ira passa
        e le man placa, pria di piat nude.
p. 244
        E l'Ira terza mai vendetta lassa,
   65   rabbiosa nello cor, e sempre seve,
        insin ch'occide o, divorando, abbassa.

        Questa  detta Ira difficile e grieve;
        crudele e tirannesca ovver superba,
        che mai non posa, se 'l sangue non beve.

   70   Megera  questa con la vista acerba;
        di ratta occision non  contenta,
        ma per pi tormentar la vita serba.

        Ella si gode quando altrui tormenta:
        guarda quant'ha crudele e brutta faccia
   75   e che d'ogni piat la cera ha spenta!--

        Io vidi l'Ira poi con crudel faccia;
        e fe' le fiche a Dio il mostro rio,
        stringendo i denti ed alzando le braccia.

        Mentre cos faceva, ei partoro
   80   orrendi mostri e prima la Biastema
        col viso altro e biastimante Dio.

        Ahi, creatura vil, di bont scema,
        putrido verme e posto in gran bassezza,
        come biastemi la Vert suprema?

   85   Ch, da che l'Ira sempre mai disprezza
        colui, con cui si turba, or pensa quince
        se pecchi, dispregiando tanta altezza.

        E, se ti levi contra il primo Prince,
        sol per tal atto diventi idolatra:
   90   tanto il furor e cecit ti vince.

        --Quell'altro, che ha la faccia iniqua ed atra,
         Sdegno inchiuso nella fantasia,
        il qual, quand'esce fuor, com'un can latra,

        e dice contumelia e villania
   95   ed avvilisce, obbrobri recitando
        con la rabbiosa voce e con follia.

        Il terzo mostro ancor brutto e nefando,
        Immania ha nome ed Inumanitade,
        ch' come un cane o bestia, divorando.
p. 245
  100   Questo tra 'l sangue crudo e tra le spade
        prende diletto e, bench altri gridi,
        non ha misericordia, n pietade.

        Dall'ira escon battaglie ed omicidi,
        insulti, oltraggi, onte, risse e guerra,
  105   le grandi espulsion de' propri nidi.

        Se 'l detto mio attendi, che non erra,
        questa  che ha guasto il mondo e le gran ville
        e che li gran reami gitta a terra.

        Questa  ch'uccise Ettr ed anche Achille,
  110   e che ha divisa Italia e che redusse
        Roma e Cartago in foco ed in faville.

        Quando Dio l'uomo da prima produsse,
        non l'arm gi di denti ovver d'artigli,
        sol perch pio e mansueto fusse.

  115   Ma 'l miser'uomo, purch ira il pigli,
        fra crudel si fa, e nella vista
        par ben ch'ad un dimonio s'assomigli.

        E, se saper tu vuoi quanto s'attrista,
        quando Ira sua vendetta far non puote,
  120   e quanta doglia in se medesma acquista,

        ella si morde i labbri e si percote,
        e rompe e spezza e furiosa mira,
        e svelle a s la barba dalle gote.

        E ci che far non pu la crudel Ira
  125   incontro altrui, adopera in se stessa
        e fassi preda a s e si martra.

        E, se la spen di far vendetta cessa
        o troppo tarda, allora questa fra
        piange per la vendetta non concessa.

  130   Perch ben abbi la scienza intera,
        ira  disio d'alcun mal vindicarse,
        ch'alcun riceve e vendicarlo spera.

        Onde, se alcun vedesse iniuriarse
        da un grande eccellente ovver signore,
  135   ed ei non possa o speri d'aiutarse,
p. 246
        costui non move l'ira, ma furore,
        e questo  sol, ch gli manca la spene,
        ch'accende il sangue a stizza presso al core.

        E sappi ancora ch'ira solo avviene
  140   per mal che l'uom riceve iniustamente:
        per apparenza di iustizia tiene.

        Per questo avvien ch'ogni irato si pente,
        quando si vede a torto aver punito
        colui che non ha colpa ed  innocente.

  145   Ed, ogni volta ch'alcuno  impedito
        da quel che molto spera o far intende,
        se non  forte,  dall'ira assalito.

        E chiunque ha seco l'ira, parvipende
        colui che 'l turba; e, s'egli  parvipenso,
  150   questa  prima cagion che d'ira accende;

        ch'ognun diventa di furore accenso,
        ch' dispregiato o che riceve oltraggio,
        se alto cor non spregia, quando  offenso.--

        Poi seguitammo ins nostro viaggio.


p. 247




CAPITOLO XI

Trattasi della pena dell'ira.


        Insieme su andammo per la riva
        del crudel fiume; e non era ito molto,
        ch'io vidi il suo principio, onde deriva.

        Non fu giammai s gran popul raccolto,
    5   quanto una gente, ch'io vidi in un piano,
        d'anime nude, quando alzai il volto.

        Ognun di loro avea la spada in mano;
        tra se medesmi facean la gran guerra,
        spargendo i membri in terra e 'l sangue umano.

   10   Ancora il cuore il pianto fuor disserra,
        quand'io ricordo i colpi delle spade
        e 'l sangue vivo, che correa per terra.

        E, quando cos sparto in terra cade,
        trascorre a valle; e questa  la cagione
   15   che 'l fiume fa di tanta crudeltade.

        Da quella parte, dove il sol si pone,
        le Furie volar io vidi veloci,
        pi che alla preda mai nessun falcone,

        con spade sanguinose e con gran voci,
   20   con facce irate e con serpenti in testa,
        irsute in alto e tumide e feroci.

        Giammai si mosson venti a pi tempesta,
        quando il lor re a loro apre la gabbia,
        che li tien chiusi nella gran foresta,

   25   quanto le Furie si mosson con rabbia,
        cogli occhi accesi e toscosi serpenti,
        col fuoco in mano e con rabbiose labbia.
p. 248
        E, come a suon di tromba e di stormenti
        s'accende a pi furor la gran battaglia,
   30   cos facean tra s le crudel genti.

        Ognun perfora l'altro, smembra e taglia.
        Non viddon tanto sangue i miser prati
        dell'Affrica, di Troia e di Tessaglia.

        Tutti si son nemici e tutti irati;
   35   e nullo colpo lor mai fere indarno,
        ch son, se non di spade, disarmati.

        Pensando, ancor m'impallido e descarno,
        vedendo che del sangue de' tapini
        si facea il fiume vie maggior che l'Arno.

   40   Megera poi de' guelfi e ghibellini
        trasse le insegne fuor tutte resperse
        di sangue vivo e peli serpentini.

        E l'una contra l'altra andro avverse,
        e tanto sangue su quel pian si sparse,
   45   che tutta quella terra sen coperse.

        Di questo il fiume vidi maggior farse:
        allor le Furie corson come l'oca
        dentro in quel fiume nel sangue a bagnarse.

        Ahi, cieca Italia, qual furor t'infoca
   50   tanto che 'n te medesma ti dividi,
        onde convien che manchi e che sie poca?

        Non guardi, o miseranda, che ti guidi
        dietro a due nomi strani e falsi e vani?
        che per questo ti sfai e i tuoi uccidi?

   55   Per questo i tuoi figliol s come cani
        rissano insieme e fan le gran ruine,
        e i cittadini fai diventar strani.

        Non sapendo il principio ovvero 'l fine,
        l'offesa o il beneficio, prendi parte
   60   contra li tuoi e citt pellegrine.

        Pel sangue effuso e per le membra sparte,
        li tuoi figlioli a' mal nati fratelli
        e te a Tebe  degno assomigliarte;
p. 249
        ch, allora allora nati, fn ribelli
   65   tra se medesmi ed uccisonsi inseme,
        con dure lance e con crudi coltelli.

        Ma tu se' peggio che 'l serpentin seme,
        ch'elli, in cinque scemati, fn la pace,
        e tu la cacci quanto pi ti sceme.

   70   S come alcun, che, ascoltando, tace
        e che attende e mostrasi contento,
        udendo il ver ch'agazza e che gli piace,

        cos stett'io; e poscia pi di cento
        corsono addosso ad un con gran corruccio
   75   e ferito il lascin in gran tormento.

        Ed egli, vlto a me:--Io son Uguccio,
        che ressi gi lo popul di Cortona,
        tra i quali fui come tra pesci il luccio.

        Cos ferita  qui la mia persona,
   80   ch la iustizia, secondo l'offese,
        agli offendenti angoscia e pena dona.--

        Ahi, quanta doglia allor il cor mi prese,
        quando in tormenti vidi quel signore,
        che vivo fu magnanimo e cortese!

   85   Per mitigare alquanto a lui 'l dolore,
        diss'io:--Cortona  retta da Francesco,
        pregio di casa tua e gran valore.

        Da lui venuto son quaggi di fresco;
        convien che a lui di te novelle io porti,
   90   se mai di questo inferno quaggi esco.

        Minerva, che m'ha qui li passi scorti,
        di senno ha dato a lui s gran tesoro,
        c'ha i mentali occhi a tutti i casi accorti.

        Il popul cortonese ha buon ristoro
   95   de' loro affanni e lieto vive adesso,
        subietto all'onde celestine e d'oro.--

        Pi dir volea, se non che un appresso,
        che ben di mille colpi era feruto,
        e senza gambe e mezzo 'l capo fesso,
p. 250
  100   grid:--Io fui da te gi conosciuto.--
        Perch pe' colpi io ben nol conoscea,
        risposi:--Al mio parer, mai t'ho veduto.--

        Ed egli a me:--So' il prence d'Alborea,
        che, quando nella vita io era vivo,
  105   fui crudo pi che Silla ovver Medea.

        Di sangue al grande fiume io feci un rivo
        sol delle genti nate in Catalogna,
        'nanzi ch'io fussi della vita privo.

        Io dir 'l vero a te e non menzogna:
  110   ben ventimila ne mandai al sonno,
        che dester la tromba, che non sogna.

        --Iudice mio,--diss'io--signore e donno,
        di quel ch'io veggio in te e che mi dici,
        gli occhi la doglia testificar ponno.

  115   Io mi ricordo de' gran benefici,
        che nella vita lieta a me donasti
        con quell'amor, qual  tra veri amici.

        Or che li membri tuoi veggio s guasti,
        io delle pene tue tanto mi doglio,
  120   che con parol non posso dir che basti.

        Ma una cosa da te saper voglio:
        per mancamento di quale vertude
        tu diventasti s senza cordoglio?

        --Quella che, alzando ed abbassando, lude,
  125   tradimenti--rispose--e lusinghe anco
        delle person del mondo, che son Iude,

        nullo stato alto lassano esser franco;
        e quanto ha di timore alcuna cosa,
        tanto ha d'amore e di clemenza manco.

  130   E, se la Signoria non prende a sposa
        la Virt mansueta ovver Clemenza,
         a s ed anche altrui pericolosa;

        ch, quando ira s'aggiunge alla potenza,
        se la vert benigna non raffrena,
  135   fa pi ruina, quant'ha pi eccellenza.
p. 251
        S come Dio, ridendo, rasserena,
        e, turbato egli, tornara in caosse
        la terra, il cielo e ci che frutto mena:

        il gran Nettunno, quando irato fosse,
  140   turbara il mare, ed infiaransi l'onde,
        e le nereide ancor seran commosse;

        cos, le Signorie stando iraconde,
        quanto pi alto son, maggior fracasso
        e maggior mal convien che ne seconde.

  145   Innanzi che di qui tu movi il passo,
        sappi: chi spregia altrui, a s a rispetto,
        riputando s alto ed altrui basso,

        d'ira e di crudelt viene in effetto;
        ch sempre ira invilisce e parvipende,
  150   se bene hai inteso ci che Palla ha detto.

        Dall'ira crudelt nasce e discende,
        e voglio che tu sappi da me ancora,
        ch'Ira Superbia in sua maestra prende,

        ed ogni vizio scorge ed avvalora.--


p. 252




CAPITOLO XII

Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa
a discorrere del vizio della gola.


        Non medico giammai meglior se trova,
        n pi esperto nella medicina
        che quel che pria l'infermit in s prova.

        Cos mostr quell'anima tapina,
    5   che della crudelt mi disse il vero;
        poscia soggiunse con vera dottrina:

        --Ogni animo in se stesso  molto altro,
        se estima alcuno a s esser fedele,
        e poscia il trova falso e non sincero.

   10   Se non , molto pi si fa crudele:
        per questo, Silla dinanzi al senato
        mor per l'ira grande e sput il fele;

        ch, come a te Minerva ha gi 'nsegnato,
        contra chi inganna e contra chi dispreggia,
   15   agevolmente ognun diventa irato.

        Per colui che, lusingando, freggia
        con atti e risa e con dolci parole,
        e poscia inganna come chi dileggia,

        quel ch' ingannato, tanto irar si suole
   20   e tanto incrudelir di quell'inganni,
        quanto fidava, e tanto mal gli vuole.

        Per questo posto son tra li tiranni,
        che, bench mostrin faccia mansueta,
        nascondon lor vendetta sotto a' panni.

   25   Per cotal colpa io venni a questa meta:
        i traditori a me fn la cagione
        ch'io diventai crudele e senza pita.--
p. 253
        Domizian mostrommi e poi Nerone
        e molti altri tiranni, e nulla staccia
   30   ha tanti fori, quant'han lor persone.

        Forata e fessa avean tutta la faccia,
        ed avean mozzo l'uno e l'altro piede
        e dagli omeri suoi ambe le braccia.

        --Tutta questa gran turba, che tu vede,
   35   la notte--disse--risanan le piaghe;
        poi la mattina, quando il giorno riede,

        prendon le spade ovver l'acute daghe;
        tra s fan la battaglia irati e fieri,
        s ch'elli stessi a s dnno le paghe.--

   40   Io stava ad ascoltarlo volentieri,
        se non che Palla disse che n'andassi,
        per ch'altro vedere era mestieri.

        Per una stretta via vlse ch'intrassi:
        sempre salendo, giunsi su in un balzo,
   45   ove vendetta della gola fassi.

        Io dir 'l vero, e forse parr falzo:
        vidi in terra utricelli su in quel giro
        ovver vessiche, quando il viso innalzo.

        E, lamentando con molto sospiro,
   50   gridavano a gran voci:--Omei, omei!--
        come persona afflitta e che ha martro.

        Per ammirazion fermai li piei
        dicendo:--Che vessiche o che utricelli
        son questi, che tu odi e che tu vi?--

   55   E poscia m'appressai a un di quelli
        e dissi:--O utricello ovver vessica,
        prego, se puoi, che tu a me favelli

        e con aperta voce tu mi dica
        chi ste voi, innanzi che su varchi,
   60   e quale affanno o doglia vi affatica.--

        Rispose come alcun che si rammarchi:
        --Stomachi siamo noi e molto offensi,
        stomachi siam del troppo cibi carchi;
p. 254
        ch Dio ne fece, se tu ben il pensi,
   65   nel corpo umano, ed anco la Natura,
        che 'l cibo a' membri per noi si dispensi.

        E l'uomo ha fatto di noi sepoltura
        a tutti gli animali: il troppo e spesso
        fa generare in noi ogni bruttura.

   70   In noi si sepelisce arrosto e lesso;
        e, quando nostra voglia  piena e sfasta,
        s'adduce il terzo, il quarto e 'l quinto messo.

        Con savoretti or questo or quel si tasta;
        per dilettar la gola e la sua porta,
   75   aggrava noi gridanti:--Oim, che basta!--

        Per 'l mal cresce, e la vita s'accorta;
        ch, perch 'l cibo in noi non ben si cuoce,
        si manda a' membri crudo e non conforta.

        La quantit del vin, che tanto nce,
   80   si corrompe pel troppo; e quinci  'l grido
        delle incurabil doglie e di lor croce.

        L'animal bruto a Cerere e a Cupido
        non acconsente e non prende acqua o sca,
        se no' al bisogno, ed anco non fa nido.

   85   E, bench a noi ed a natura incresca,
        il miser'uomo intana dentro al petto
        ci ch'anda o vola o che nel mar si pesca.--

        Io stava ad ascoltar con gran diletto,
        quando Palla mi disse:--Volta il viso.--
   90   Ond'io 'l voltai, s come a me fu detto.

        E, risguardando ben con l'occhio fiso
        per l'aer tenebroso e quasi opaco,
        io vidi cosa, che spesso n'ho riso.

        D'un'acqua fresca vidi un ampio laco,
   95   ed un altro di vin, ch'era s grande,
        che maggior mai nol chiedera briaco.

        Intorno a questi eran tutte vivande,
        ed anco vini eletti v'eran tutti,
        che bevitor ovver ghiotton domande.
p. 255
  100   Di sopra appresso avean tutti que' frutti,
        che mai fnno in giardino ovver reame
        o da Natura fusson mai produtti.

        L stavan genti dolorose e grame,
        che per brama del pasto maggior pianti
  105   facean che 'l tristo, in cui entr la fame.

        Prostrati in su li liti tutti quanti,
        quando assetiti voglion prender l'onde,
        e l'acqua e 'l vino a lor fuggon dinanti.

        In questo i pomi con le verdi fronde
  110   si fletton giuso sotto le lor ciglia
        alle bocche affamate e sitibonde.

        L'uva s'abbassa bianca e la vermiglia,
        s che tocca la bocca a loro o quasi;
        poi si ritrnno, e mai nessun ne piglia.

  115   Cos scornati e delusi rimasi,
        mirano al cibo su le mense posto
        e dell'ottimo vin pien tutti i vasi.

        Se, per prendere il lesso ovver l'arrosto
        ovver il vino, alcun le man distende,
  120   da sua presenza si fuggon tantosto.

        In mezzo all'acqua, che 'l laco comprende,
        Tantalo vidi stare insin al labbro;
        e mai dell'acqua ovver de' frutti prende.

        S grande sete mai non ebbe fabbro,
  125   n giovin ch'abbia la febbre terzana,
        che fa la lingua e lo palato scabbro,

        quant'egli ha sete in mezzo alla fontana,
        quando vuol bere e l'acqua da lui fugge,
        s che sua spene sempre torna vana.

  130   E, perch egli niente ne sugge,
        spesso sbaviglia e batte i denti a vto,
        ch di fame e di sete si destrugge.

        Cos privato di cibo e di poto
        sta tra li frutti con bramosa voglia
  135   ed assetito dentro l'acqua a noto.
p. 256
        --O tu, che sali s di soglia in soglia
        --disse uno a me,--nel mondo, onde tu vieni,
        a questa, che tu vedi,  simil doglia?

        Ch alcun tra gli ampi campi e cofan pieni
  140   bramoso sta e fame non si tolle,
        ch l'avarizia el tien con duri freni.

        Ver  che d di morso alle cipolle
        spesso spesso messere Buonagiunta,
        ricco pisan; ma non che si sattolle.--

  145   Ancora al detto suo fe' questa giunta:
        --Tra molti cibi sta la voglia magra,
        acci che dal dolor non sia trapunta;

        ch 'l mal del fianco, febbre e la podagra,
        perch del cibo troppo non s'imbocchi,
  150   menaccia con la doglia acuta ed agra.

        Ma certo non fu' io di quegli sciocchi:
        io son Pier tosco, che dissi:--Addio, lume,
        ch'i' ho pi caro il vin, che non ho gli occhi.

        Il medico dicea:--Bevi del fiume,
  155   ch, se tu bevi mai rinchiuso in botte,
        convien che 'n te il vedere si consume.

        Del buon liquore, che al lor padre Lotte
        fecer le figlie, io bevvi un grosso vaso,
        dicendo:--O giorno, addio, ch'io vo di notte.--

  160   Quel poco lume, che m'era rimaso,
        ch l'altro m'avea tolto la taverna,
        ecclips tutto calando in occaso:

        per sto qui ed ho la sete eterna.--


p. 257




CAPITOLO XIII

Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola.


        Io stava ad ammirar cogli occhi attenti,
        quando Palla mi disse:--Ch non miri
        del vizio della gola i gran tormenti?--

        Allor mirai; e giammai li martri
    5   dir non potrei con questo parlar brieve,
        a' quai conduce Bacco, e li sospiri,

        non per colpa del vin che si riceve
        (che utile  da s e ben conforta,
        se temperatamente altrui lo beve),

   10   ma perch la fortezza, ch' gi morta,
        par che susciti alquanto nel presente:
        per la gente matta e non accorta

        a questo mira; ed anco che splendente
        entra e soave, e non sguardan li matti
   15   che 'l troppo morde, poi, pi che serpente.

        Quindi son gli occhi rossi e i nervi attratti,
        il furor cieco, rabido e rubesto,
        e di scimia canini e porcini atti.

        Quando Minerva m'ebbe detto questo,
   20   vidi una donna tutta brutta ed unta,
        e col volto lascivo e disonesto,

        ch'avea la vesta stracciata e consunta,
        e di cane e di porco avea due grugni
        e lingua a spada armata su la punta

   25   e le man fure ed artigliose l'ugni,
        e, come fa 'l leon, quando divora,
        mangiava il pasto, ch'avea tra li pugni.
p. 258
        --O tu, che qui contempli la signora
        --disse a me un,--che regge questo loco,
   30   sobvieni al gran dolor, il qual m'accora.

        Alla mia lingua, ch'arde come foco,
        un poco d'acqua con la man mi dona,
        che tanto incendio in lei rifreddi un poco.--

        Ed io fra me:--Quest' quella persona,
   35   che non sobvenne a Lazzaro mendco,
        s come Luca nel Vagniel ragiona.--

        Ed io risposi a lui:--Tu sai, amico,
        che Abraam, a cui chiedesti l'acque,
        rispose a te, s come anch'io ti dico:

   40   --Lazzaro gi alla tua porta giacque
        infermo e nudo, e chiedeva mercede;
        e di lui mai in te piat non nacque.

        Dio vuol che chi abbund e non ne diede
        al povero di Dio, quando ne chiese,
   45   egli non n'abbia qui, quando ne chiede.--

        Ahi, quanto si scorn, quando m'intese!
        E dicea seco com'uom che borbotta:
        --Io mi credea che fussi pi cortese.--

        Ed io lo addomandai e dissi allotta:
   50   --Perch la lingua qui ha maggior pena
        che gli altri membri, e pi  incesa e cotta?--

        Rispose:--Nella mensa lauta e piena
        Cerere e Bacco fan le teste calde;
        la lingua allor nel van parlar si sfrena

   55   con motti lerci e con parol ribalde;
        e, mentre il buon Falerno i cor fa lieti,
        balestra le iattanze ardite e balde.

        Allor s'apre il serrame alli secreti:
        sempre mal tace la mensa satolla,
   60   se i mangiator virt non fa star cheti.

        Quivi si sparla che fama si tolla,
        quivi la lingua d le gran percosse
        e strazia l'altrui vita, rode e ingolla.
p. 259
        Per questo noi abbiam le lingue rosse
   65   d'ardente foco e abbiamole puntute,
        come di spada ognuna armata fosse.

        Se vuoi saper dell'anime perdute,
        che stanno qui pel vizio della gola,
        che solo in general forse hai vedute,

   70   qui stanno li scolar di monna Ciuola;
        tra' quali  Ciaffo, e fu di Camolla,
        che pi degli altri usava quella scola.

        Egli anche dice che si bevera
        del vino il laco, quando egli s'approccia,
   75   se non che tosto se ne fugge via;

        e dice che, a la bocca se la doccia
        di Fontebranda avesse e fusse Greco,
        la bevera sin all'ultima goccia.

        E molti altri compagni son qui meco,
   80   tra' quali  la brigata spendereccia
        che fe' del molto avere il grande spreco.

        Chi spreca, quando egli ha la bionda treccia,
        degno  che, quando giunge al capo cano,
        venga di povert sino alla feccia.

   85   Da Leonina infino a Laterano
        stanno anche meco mille ghiottoncelli,
        e dicono che gli uomin di quel piano

        prendon per paternostri i fegatelli,
        l'aman per tempo in cambio della Chiesa,
   90   corrono alle taverne ed ai bordelli.--

        Io l'ascoltava colla mente attesa,
        quando Palla mi fe' del partir cenno;
        onde n'andai per la via da noi presa.

        Cinquanta passi e men da noi si fenno,
   95   ch'ella mi disse per farmi ben dotto:
        --Contra golosit fa' ch'abbi senno.

        Sappi che gola  appetito ghiotto
        d'aver diletto in pasto e s bramoso,
        che vince la ragion e tienla sotto.
p. 260
  100   S' naturale, non  mai vizioso;
        e vizioso si fa, se sfrena tanto,
        che a Dio ed a ragion vada a ritroso.

        Questo appetito pu sfrenar nel quanto:
        in troppo prender pasto, in troppo stare
  105   a mensa, in troppi cibi, in buffe e canto.

        Nel quale ancora questo pu peccare,
        quando non fame l'appetito sveglia
        ovver bisogno, ma sol dilettare.

        Ahi, come  dur s ben guidar la breglia
  110   tra 'l quanto e 'l qual nel pasto, ch'uom non cada,
        se molta vert attenta non ci veglia!

        Ch questo passo ognun convien che guada
        del prender pasto; ma servar misura
         forte, se vert ben non vi bada.

  115   Quand'altri sfrena s, che troppo cura,
        perch con dilicanza s'apparecchi,
        costui pecca nel qual ed epicura.

        Non in un modo i cibi, ma in parecchi,
        non per bisogno 'i cuoce e s'affatica:
  120   per Natura fa che raro invecchi.

        Ahi, gola miseranda! ch la mica
        col favor della fame ha pi diletto
        che le molte vivande, e me' notrca.

        Mira colui che quivi sta a rimpetto.--
  125   Ed io sguardai, e ben due passi e piue
        aveva il collo lungo sopra il petto.

        --Colui desider 'l collo di grue
        --disse a me Palla,--a dar pi dilettanza
        alla sua gola, il cibo andando ingiue.

  130   Or l'ha s lungo, ch'ogni struzzo avanza;
        e la sua gola sempre di sete arde,
        n mai di poter bere egli ha speranza.

        Nel tempo ancor si pecca, se ben guarde:
        in questo peccan le persone stolte,
  135   ch'al pasto sempre lor par esser tarde.
p. 261
        Non due fiate il d, ma vieppi volte
        il poto e 'l cibo da questi si prende,
        come le bestie fan, che son disciolte.

        Nel modo d'usar cibi anco s'offende,
  140   ch'alcuno  scostumato, alcun ghiottone,
        alcun le braccia su la mensa stende.

        Anche  vorace alcun come lione;
        ed alcun su nel cibo soffia il fiato,
        alcun per fretta va incontra 'l boccone.--

  145   Quando Minerva questo ebbe parlato,
        quell'Epicur col collo di cicogna
        rispose e disse con lungo palato:

        --Ancor detto non t'ha ci che bisogna,
        ch non t'ha detto le cinque figliuole,
  150   perch nomarle forse si vergogna.

        La prima figlia, che saper si vle,
         Immondizia del cibo, che guasto
        corromper in lo stomaco si suole;

        ch, quando ha troppo vin con troppo pasto,
  155   perch cuocer nol pu, fuor per la bocca
        corrotto esala e fa al naso contrasto,

        e sopra erutta e sotto quello scocca,
        il qual balestra come traditore,
        che apposta alle calcagne, e 'l naso tocca.

  160   La seconda figliola  vie peggiore,
        Ebetudo, di mente inferma e mesta,
        che toglie all'intelletto ogni valore.

        La terza ha nome brutta e trista Festa,
        di buffonie e di giuochi; e questa  quella
  165   che al Batista gi tagli la testa.

        La quarta  quella che troppo favella.
        La quinta  truffe ed opere scurrile:
        questa in la lingua porta la fiammella,

        e nullo  vizio pi che questo vile.--


p. 262




CAPITOLO XIV

Della lussuria e delle sue specie.


        Su nell'ultima piaggia io era giunto;
        e, quando per la strada io movea 'l passo,
        scontrai Cupido, il qual m'avea trapunto,

        non per mai ch'e' mi gittasse al basso:
    5   timor di Dio e vergogna del mondo
        mi tennon ritto come quadro sasso.

        Trovai adunque lui vaghetto e biondo,
        de cui belt negli altri versi scrissi,
        che mai s bello fu, n s giocondo.

   10   Ma ora veggio ben che 'l falso dissi;
        ch'egli  crudele e brutto e pien di tosco,
        chi ben rimira lui cogli occhi fissi.

        Quando mi vide, egli fugg in un bosco,
        ch'era ivi appresso, ove nulle eran frondi;
   15   ma era smorto, secco e tutto fosco.

        --Perch, Cupido, da me ti nascondi?
        --chiamava io forte, dietro seguitando;--
        perch pur fuggi, perch non rispondi?

        Io son colui che teco venni, quando
   20   le ninfe mi mostrasti e la via dura,
        e sempre stetti presto al tuo comando.

        Demostra la tua faccia bella e pura.--
        Allor voltossi, ed era s travolto,
        che, quando el vidi, mi mise paura.

   25   Egli era smorto, e gli occhi brutti e 'l volto;
        e su nel capo nero avea due corni,
        e gli atti avea pazzeschi come stolto.
p. 263
        Allor fuggio da me com'uom che scorni,
        coll'arco in mano e cogli oscuri dardi;
   30   n credo che pi a me giammai ritorni.

        La dea a me:--Se questo Amor riguardi,
        egli  cosa infernal, e chi lo scuopre
        conosce i modi suoi falsi e bugiardi.

        Chiamato  'l forte dio nel mondo sopre
   35   da quegli stolti, che sol guardan fre
        all'apparenza, che spesso il ver copre.

        Ma, perch sappi ben che cosa  amore,
        sappi che amore  presente diletto
        ovver futur piacer, che spera il core.

   40   E questo puote aver triplice obietto:
        primo  l'utilit, qual se si toglie,
        manca l'amor, che all'util facea aspetto.

        L'altro  amor vero, a cui le verdi foglie
        non secca tempo o loco, e che sta fermo
   45   ad ogni caso, che Fortuna voglie;

        e non  losinghiero in atti o sermo
        e coll'amico sta costante e vivo,
        quando  in avversit povero o infermo.

        E questo vero amore, il qual descrivo,
   50   si chiama virtuoso ovver onesto,
        tesoro alli mortal celeste e divo.

        Il terzo amor, ch'io dico dopo questo,
        piacer concupiscibile si chiama,
        ch sol da corporal desio  desto.

   55   E questo  il folle amore, il qual tant'ama,
        quanto dura il diletto e la bellezza,
        e poi si secca in lui la verde rama.

        Questo  Cupido, di cui gran fortezza
        racconta il mondo e ch'a nullo perdona
   60   e che infiamma li dii e la vecchiezza;

        e che gi fer Febo si ragiona,
        quando la bella Dafne si fe' alloro,
        che imperatori e poeti incorona;
p. 264
        e ch'egli porta le saette d'oro,
   65   e Pluto innamor, quando gli piacque,
        e Iove fe' mutar in cigno e toro.

        Di questo anco si dice ch'egli nacque
        di quella che fu data a dio Vulcano,
        nata de' membri osceni in mezzo all'acque.

   70   E dal ver, forse, questo non  strano;
        ch di Venus, cio concupiscenza,
        nasce Amor cieco, fanciullesco e vano;

        e da quel nasce poi la rea semenza
        di molti vizi, a' quai lussuria induce.
   75   E, perch n'abbi perfetta scienza,

        sappi che la Natura e l'alto Duce
        ad alcun fin perfetto ha ordinato
        ogni appetito che 'n voi si produce.

        E, se da quel buon fin  disviato,
   80   quanto quel fine ha pi perfezione,
        chi erra in quello fa maggior peccato.

        Tra tutte cose uman, che sonno buone,
        la meglio  conservar l'umana spece,
        prima nell'esser, poi in coniunzione.

   85   Ed a questi duo fin l'alto Dio fece
        l'appetito lascivo: a questo solo,
        ed a null'altro fine usarlo lece.

        Di questo al padre nasce il bel figliolo
        e tutta prole umana, il degno frutto
   90   fatto a laudare Dio nell'alto polo.

        E, se questo buon fin fusse distrutto,
        mancara l'uomo, amore e parentele
        e stato di vert verra men tutto.

        Adunque quel peccato  pi crudele,
   95   dal qual questo buon fine  impedito;
        e questa specie a Dio pi  infedele.

        Questo  il vizio nefando subdomito,
        pien di vergogna detestando scelo
        e strazio umano e infernale appetito,
p. 265
  100   pel qual il foco piobbe gi da cielo
        infino a terra e aprilla ed engollosse
        insieme il biondo col canuto pelo,

        l'un ch'era stato, e l'altro che non fosse
        corrotto tanto. Ahi, smisurato eccesso,
  105   che Dio facesti che tant'ira mosse!

        Per questo in terra fu il diluvio messo,
        quando Dio vide che malizia tanto
        avea corrotto l'uno e l'altro sesso.

        E, per disfar cotanto infetta pianta,
  110   No serv e i figli dentro all'arca,
        sola nel mondo la progenie santa.

        Natura d'esta offesa si rammarca
        innanti a Dio e priega ch'egli scocchi
        le sue saette quel sommo Monarca.

  115   Dell'altro vizio omai convien ch'io tocchi,
        ch' grosso come trave, e quasi stecca
        vien reputato da' miseri sciocchi.

        Dicon che uomo e femmina non pecca,
        consentendosi insieme, essendo sciolti,
  120   se l'un coll'altro fornicando mecca.

        E, perch in questo error son ciechi molti,
        tanto  pi grave il mal, se ben discerno,
        quanto nel suo error ne tien pi involti.

        Sappi che ha ordinato Dio eterno
  125   che tutti gli animali, i cui figlioli
        richiedon padre e madre e suo governo,

        che insieme s'apparecchino duo soli,
        (o reptile che sia o quadrupde,
        o che in acqua ovvero in aere voli),

  130   e stiano uniti insieme in questa fede,
        ch, quando avvien che alcun di loro si parte,
        s'abbandonan li figli, s'e' non riede.

        E, se il padre e la madre ognun ci ha parte
        gi nella nata ovver nascenda prole,
  135   pensa se pecca qual di loro si parte;
p. 266
        ch, se l'un lassa l'altro, quando vuole,
        chi il patrimonio e senno d alli figli?
        chi guarda e d la dote alle figliole?

        Per determinonno i gran consigli
  140   della ragione e delli saggi antichi
        che sien le mogli e sien padrifamigli.

        Questa la casa e quel di fuor notrchi
        i maggior fatti, ed insieme coniunti
        nel matrimonio fedeli e pudichi.

  145   Del terzo vizio se vuoi ch'io racconti,
         l'adulterio; e pi pericoloso
        nullo  nel mondo e che pi altri adonti.

        Quando la moglie si tolle allo sposo,
        l'animo mite rabido diventa:
  150   tanto al consorzio uman questo  noioso.

        Per questo Troia fu deserta e spenta,
        e la real progenie fu disfatta
        in Roma, che di Troia fu sementa.

        Questo peccato in ciel gran colpa accatta;
  155   ch avviene spesso che 'l marito pasce
        gli altrui bastardi e la moglie gli allatta.

        E, quando cresce ed  fuor delle fasce,
        avvien che alcuna al fratel si marita
        e forse al proprio padre, del qual nasce.

  160   Perch la moglie  col marito unita
        in una carne in fede ed amor puro
        per tutto il tempo che dura lor vita,

        per chi cerca averla,  ladro e furo;
        e, se la donna ad adulterio piega,
  165   commette anco peccato grave e duro,

        ch' traditrice, fuia e sacrilga,
        ch'al matrimonio e fede fa lo 'nganno
        ed anco al sacramento che la lega;

        e dell'altrui sudore e dell'affanno
  170   spesso nutrca li figlioli altrui,
        onde  tenuta a soddisfar il danno

        al marito, che crede che sian sui.--


p. 267




CAPITOLO XV

Trattasi pi in particolare delle specie
e de' rami discendenti della lussuria.


        --Di questa brutta porca di Lussuria,
        bench'abbia in s materia copiosa,
        conviene ch'io ne parli con penuria.

        Da che Natura e Dio la tien nascosa,
    5   non puote alcun giammai senza vergogna
        parlar di s nefanda e brutta cosa.

        E forse el fece Dio, perch bisogna
        che l'Innocenza pura non impari
        la puzza occulta di questa carogna.

   10   Ma ora li maggiori han fatto chiari
        s li minori e dotti anco in quell'arte,
        che pi che i mastri sanno gli scolari.

        Di questo vizio dir d'ogni parte
        in general, ch, se tutto distinto
   15   volessi dire, impirei troppe carte.

        Il quarto membro (e poi dir del quinto)
         l'atto, che fe' Pasife col toro,
        madre del mostro chiuso in Laberinto.

        Nel quinto pecca ciascun di coloro,
   20   che, losingando ovver rapendo, tolle
        la vergin 'nanti al suo marital toro.

        E, perch d'esto mal ardito e folle
        il futur matrimonio  impedito,
        per l'antica e nova Legge volle

   25   che quello strupador gli anelli il dito
        e facciagli la dote, o che la testa
        perda, se quella nol vuol per marito.
p. 268
        L'altro  chi stupra, losinga o molesta
        le vergin sacre del santo collegio,
   30   che fu gi in Roma nel tempio di Vesta.

        E questo male  detto sacrilegio;
        ch quella cosa, ch' dicata a Dio,
        s'imbrutta o sforza e trattase in dispregio.

        E l'altro male ancor nefando e rio
   35    con parenti, ed  chiamato incesto,
        ch macula l'amor onesto e pio.--

        Quand'io diceva:--Quanto mal  questo!--
        vedemmo dalla lunga Citarea;
        ond'ella and pi ratto ed io pi presto.

   40   Dimonio ella mi parve e none dea,
        quando la vidi, e non pareva bella
        com'era, quando apparve al iusto Enea.

        Di fuor adorna avea la sua gonnella;
        e, quando la scoprii, s brutta fiera
   45   mai vista fu s come pareva ella.

        Minerva a me:--Questa puttesca cra
        nel mondo  bella solo in apparenza,
        che fa la cosa falsa parer vera.

        E qui rassembra la Concupiscenza;
   50   e per 'l nome del pianeto piglia,
        che sopra quella parte ha pi influenza.

        Cupido  il primo mostro, ch'ella figlia,
        il qual  fanciullesco, stolto e cieco
        in quella parte, che nell'uom consiglia.

   55   Egli  che verso Dio fece esser bieco
        gi Salamone, ed Aristotil prese
        s, che fu cavalcato come pieco.

        E, bench paia saggio nel palese,
        Cupido nel secreto e luoghi occolti
   60    come un pazzo e fa le grandi offese.

        Egli esser fa li saggi matti e stolti,
        e fanciulleschi quei dell'et vecchia
        negli atti turpi, lascivi e disciolti.
p. 269
        Quest' che fa che l'antica si specchia
   65   la faccia guizza e fa le trecce bionde
        del pelo altrui, che si pone all'orecchia.

        L'altro  turpe parlar parole immonde.
        Ahi, quanto  ragionevol che si taccia
        quel che Natura occulta e che nasconde!

   70   Il turpe eloquio a poco a poco caccia
        da s vergogna, il qual  primo freno,
        ch' posto all'uom che peccato non faccia.

        E 'l parlar brutto e turpe ovver osceno
        dimostra il core; ch quel vaso versa
   75   sempre il liquor, del qual  dentro pieno.

        L'altra figliuola iniqua e pi perversa
         l'odio di Dio, come si legge:
        tanto Lussuria fa la mente avversa!

        Non che quel sommo Ben, che tutto regge,
   80   mai odiar si possa per se stesso;
        ma odiare si p nella sua legge.

        Ad ogni vizio, che 'n mal far  messo,
        sempre ogni impedimento  odioso,
        ma pi alla lussuria per eccesso;

   85   per che l'atto suo  furioso,
        e quanto pi il disio corre fervente,
        tanto lo 'mpedimento  pi noioso.--

        Poscia nel fango vidi una gran gente
        coll'arco in mano e colle dur saette;
   90   e ferivansi insieme crudelmente.

        E, perch scudo mai niun si mette,
        n arme indosso, mai non tranno in fallo,
        quantunque volte l'un l'altro saette.

        Ed un grid:--Io son Sardanapallo
   95   lussurioso, che nel gran reame
        non vissi come re, ma come stallo,

        vestito come donna tra le dame,
        seguendo della carne ogni talento:
        or posto son tra 'l fango e tra 'l letame.
p. 270
  100   Vivo ebbi l'arra, ed ora ho 'l pagamento;
        ch'ogni peccato la pena riceve
        prima nel mondo e poi qui ha 'l tormento.

        Vero  che su nel mondo  ratto e brieve,
        e qui ogni dolor dura in eterno
  105   ed anco  pi intenso e vieppi grieve,

        per che 'l mal, il qual  sempiterno,
        rispetto a quella doglia, ch' finita,
        nulla ha proporzion, s'io ben discerno.

        E sappi ben che su la mortal vita
  110   ha l'uom della lussuria molte pene,
        se la ragion e vert non l'aita.

        La prima  trista e furiosa spene:
        quant' maggior l'amore, il quale aspetta,
        tanto, aspettando, pi pena sostiene.

  115   L'altra  la gelosia sempre suspetta:
        ci, che timor possiede o gelosia,
        assai tormenta pi che non diletta.

        Ogni amadore ed ogni signoria
        vuol esser sola ed odia ed inimica
  120   ogni consorte ed ogni compagnia.

        L'altra  il periglio, affanno e la fatica.
        Mai vil gaglioffo chiese il suo bisogno,
        quanto amor chiede la cosa impudica;

        e poscia, avuto, passa come un sogno
  125   quel ch'era chiesto con tanto fervore
        e con parol, di quali ancor vergogno.

        E va languendo il misero amadore,
        chiedendo aiuto alli suoi gran martri,
        e dice, se non l'ha, che tosto more.

  130   Cogli occhi lagrimosi e con sospiri
        dietro alla 'manza va il misero amante,
        per grazia a lei chiedendo che lui miri.

        E quel, che acquista con fatiche tante
        e con le spese, ratto si dilegua
  135   s come un'ombra che fugge davante.
p. 271
        E, perch amore i duo amanti adegua,
        abbassa i grandi ed, a vilt condutti,
        convien che altra colpa ne consegua;

        ch si fan femminili e fansi putti,
  140   mostrando amore; e di questo poi nasce
        la bestialit e gli atti brutti.

        E, perch Venus si notrca e pasce
        di Bacco e Cerer, ch'ogni virt enerva
        e fa l'infermit con le sue ambasce,

  145   il corpo infermo e la mente fa serva
        e flla oscura, e quella parte toglie,
        ove si posa e risplende Minerva.

        In questa mota qui tra queste troglie
        stan li nefandi e vili ermafroditi,
  150   che, essendo maschi, altrui si fecen moglie.

        E i lor mariti ancor qui son puniti
        e posti meco qui tra queste mote,
        e tutti siam di duri archi feriti;

        ch questa  iusta pena, se ben note,
  155   ch quel ch' amato dall'amor lascivo
         l'arco e la saetta, che percuote

        il cor del tristo amante, quando  vivo;
        e l'atto consumato  'l brutto fango,
        il qual infastidisce e viene a schivo:

  160   ed io qui questo in sempiterno piango.--





                        LIBRO QUARTO

                   DEL REGNO DELLE VIRT

p. 275




CAPITOLO I

Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero della scienza
del bene e del male.


        Lasciata addietro avea la prava terra
        e delli vizi la maligna schiera,
        e trapassata avea tutta lor guerra.

        E sopra l'orizzonte gi 'l sole era
    5   ben quattro gradi, in quella parte posto,
        che li fa state e qui fa primavera;

        quando, per poter giungere pi tosto,
        andava dietro alla scorta benegna,
        la qual a seguitar m'era disposto,

   10   Detto m'avea che nullo  che pervegna
        ad alto fine ovver a nobil cosa,
        se non chi s'affatica e chi s'ingegna.

        Ond'io per quella via s faticosa
        andava in fretta come il pellegrino,
   15   che, 'nsin che giunge al termine, non posa.

        Quando fui presso al fin di quel cammino,
        il paradiso vidi ch' terrestro,
        il qual fe' Dio per singular giardino.

        E, s'egli  bello, pensisi il Maestro,
   20   il qual el fece e posel dove il sole
        ha pi vert e 'l cielo a lato destro.

        L era un pian di rose e di viole
        e d'altri fiori e di maggior fragranza
        che qui, dove siam noi, esser non suole;
p. 276
   25   ch ogni frutto, quanto ha pi distanza
        da quello loco, tanto ha vert meno,
        e quanto pi s'appressa, in virt avanza.

        Tra quelli fiori e l'aere sereno,
        e tra le melodie di quel piano
   30   io trapassai di dolci canti pieno.

        Da quel giardino er'io poco lontano,
        ch'io vidi un serafino in su la porta,
        ch' posto l da Dio per guardiano,

        il qual un gran coltel nella man porta;
   35   e l'uno e l'altro  di color di foco,
        talch lor fiamma al sol non parea smorta.

        Quando appressato a lui mi fui un poco,
        egli mi disse, la spada vibrando:
        --Guarda come trapassi in questo loco,

   40   dal qual per colpa fu l'uom messo in bando,
        non solamente per gustar del pomo,
        ma perch'e' trapass di Dio il comando.--

        Minerva a me insegnato avea siccomo
        l'intrata da quell'angelo si chiede,
   45   senza il qual modo non v'entra mai uomo.

        In terra mi prostrai da capo a piede,
        ed ivi in croce spasi le mie braccia
        come nel legno Quel che a noi si diede.

        E dissi:--O angel, prego ch'e' ti piaccia,
   50   per amor del Signor, ch' s cortese,
        che nullo, che a lui torni, mai discaccia,

        che l mi lassi entrar nel bel paese.
        Tu sai ch'Egli al ladron su nella croce
        simile grazia fe', quando gliel chiese.--

   55   L'angel allora, al suon di questa voce,
        la porta apro e diedene l'entrata,
        levando via il coltel tanto feroce.

        Come buona speranza il cor dilata
        d'allegrezza, cotal a me quell'orto
   60   dava letizia e la contrada grata,
p. 277
        ove null'uom giammai sarebbe morto
        senza sua voglia e non gi per natura,
        ch sol per grazia vena tal conforto;

        ch nulla cosa, c'ha in s mistura
   65   di qualit ed opposita azione,
        di venir men puote esser mai secura.

        Mentr'io ascoltava la dolce canzone
        degli uccelletti, ed io vidi venire
        due venerande ed antiche persone.

   70   Il meno antico a me cominci a dire:
        --Come tu in questo luogo se' intrato?
        con qual potenzia vien'? con qual ardire?--

        Minerva allor rispose:--Io l'ho menato;
        l'agnol di Dio a lui la porta aperse,
   75   quando umilmente da lui fu pregato.

        Gi del centro d'inferno, ove s'immerse,
        colle mie mani io da primaio el trassi,
        e feci s, ch'in quel loco non perse.

        Palla son io, che gli ho guidato i passi
   80   per mezzo a' vizi e tra le fiere crude
        insino a voi, ai qual vuol Dio che 'l lassi,

        ch demostriate a lui ogni vertude:
        quass venute sonno e quass stanno,
        quando fuggr del mondo, ch' palude.

   85   Tornar io voglio al mio beato scanno:
        a questi lascio te, dolce figliuolo:
        costor inverso il ciel ti guidaranno.--

        Cos dicendo, in alto prese il volo;
        ed io, piangendo, dissi:--O dolce Palla,
   90   perch di te cos mi lasci solo?

        Dietro alli passi tuoi ed alla spalla
        lasciato ho 'l mondo, o scorta e mia auriga,
        il qual, rispetto a questo,  una stalla.

        E sempre, andando ins con gran fatiga,
   95   le tue vestige, o donna, seguitai,
        tra 'l mezzo delli mostri e di lor briga.
p. 278
        Ora, che tu cos lasciato m'hai,
        per tutto l'universo, che ti trovi,
        io ander cercando sempremai.--

  100   Un degli antichi padri ed a me novi,
        disse:--Non  bisogno tanto pianto,
        ma con noi insieme omai i passi movi

        per questo paradiso in ogni canto.
        Enoc  questo primo, ed io Elia,
  105   quai Dio ne pose in questo loco santo.

        Delle vert ti mostrerem la via.--
        Allor pel prato di que' fiori belli
        una con lor mi mossi in compagnia,

        tra verzillanti foglie ed arbuscelli
  110   e tra le melodie dolci e gioconde,
        ch'ivi faceano inusitati uccelli,

        quando trovai un arbor senza fronde,
        ch'era di spoglio di serpente avvolto,
        s come un'edra ch'un ramo circonde.

  115   Lo spoglio avea di forma umana il volto;
        e l'arbore di spine era pien tutto
        intorno a s, siccome luogo incolto.

        Ogni altro legno ivi era pien di frutto,
        e di be' fiori e frondi fresco e bello;
  120   e questo solo era secco e destrutto,

        e su non vi cantava alcun uccello.
        E, non sapendo perch questo fusse,
        il padre Enoc addomandai di quello.

        --L'arbor profano  questo, che produsse
  125   --rispose Enoc--il frutto del suo ramo,
        col qual il drago il primo uomo sedusse,

        quand'egli ingann Eva e poscia Adamo
        a non servare a Dio obbedienza
        col pomo dolce, ov'era il mortal amo.

  130   Legno chiamato fu della scienza
        del bene e mal; che  prima solo bene,
        poscia del mal il ben ha sperienza.
p. 279
        Le pi fiate al miser uomo avviene
        ch'e' non conosce il ben, se non in quella
  135   che n' privato o c'ha contrarie pene.--

        Poscia trovammo la pianta pi bella
        del paradiso, la pianta felice,
        che conserva la vita e rinovella.

        Su dentro al cielo avea la sua radice
  140   e gi inverso terra i rami spande,
        ove era un canto, che qui non si dice.

        Era la cima lata e tanto grande,
        che pi, al mio parer, che duo gran miglia
        era dall'una all'altra delle bande.

  145   --Questa gran pianta di gran maraviglia
        --disse a me Enoc-- l'arbore vitale,
        che vita dona a chi suoi frutti piglia.

        Fitto nel cielo sta il suo pedale;
        indi vien la vert, che gli d Dio,
  150   che possa l'uomo rendere immortale.

        Un ramoscello dall'angelo pio
        n'ebbe gi Set e piantollo in la fossa
        del padre Adamo suo, quando moro.

        E quello crebbe e fssi pianta grossa,
  155   e poscia posta fu nella piscina,
        che sol di sanar uno ebbe la possa;

        ch profetato avea Saba regina,
        che su dovea morir quel gran Signore,
        che fara nuova legge e pi divina.

  160   Allor il legno di tanto valore
        da Salamon fu di terra coperto,
        insin ch'a far suo frutto apparse fre;

        ch, quando piacque a Dio, venne su ad erto,
        e di quel legno la croce si fece,
  165   ove l'Agnel di Dio per noi fu offerto,

        quando su 'n quella il prezzo satisfece.--


p. 280




CAPITOLO II

Della condizione del paradiso terrestre
e de' fiumi, che quindi escono.


        E poscia:--Flecte ramos, arbor alta.
        --Elia e Enoc insieme alto cantro,
        come chi in coro la sua voce esalta.

        Alla lor prece l'arbore preclaro
    5   gi s'abbass, ed e' colson le fronde,
        che son s dolci, che vince ogni amaro,

        dicendo a me:--Del frutto, che nasconde
        quest'arbor dentro a s, nullo ne coglie
        salvo che l'alme felici e ioconde.

   10   E poi mi fn gustar di quelle foglie,
        che porgono alla 'ngi que' santi rami,
        le quai mi contentn tutte mie voglie.

        O cupidigia, che tanto t'affami
        e che quanto pi mangi e pasto hai preso,
   15   tanto apri pi la bocca e pi ne brami,

        se gustassi del legno al ciel disteso,
        ratto faresti come san Matteo,
        quando il nostro Signor egli ebbe inteso:

        che lasci la pecunia e 'l teloneo,
   20   e s gli piacque, ch'a rispetto a quello
        ogni altro cibo gli era amaro e reo.--

        Quindi n'andammo in un boschetto bello,
        dove Adamo fugg e steo nascosto,
        quando mangi del cibo amaro e fello,

   25   allor che non sostenne un sol fren posto,
        un sol comando, il quale Dio gli diede,
        ma fu ardito a romperlo s tosto.
p. 281
        Ei si nascose. Oh matto chiunque crede
        fuggir ovver celarsi da Colui
   30   che tutto puote ed ogni cosa vede!

        E poscia mi partii con ambidui
        tra' belli fiori di quel prato adorno;
        e, quando ad una fonte io giunto fui,

        considerai che era mezzo giorno,
   35   ch 'l sol toccava in alto gi 'l zenitto,
        e nullo corpo facea ombra intorno.

        Dicea fra me, ins mirando fitto:
        --Com' che qui il caldo non offende,
        da che li raggi ins rifletton ritto?

   40   Ch 'n quella obliquit che 'l raggio scende,
        come si prova nella prospettiva,
        in tale a parte opposta si distende.

        Per, se 'l raggio ingi ritto deriva,
        per linea retta ritorna in quel verso,
   45   ed ei l si raddoppia e si ravviva.

        E questo luogo  pian, pulito e terso
        assai a questo, e nol torce in oblico
        concusso alcun, che 'l raggio mandi sperso.--

        Allor mi disse il padre pi antico:
   50   --Tu forse ammiri che qui non fa male
        il troppo caldo noioso e nimico.

        Sappi che, dove il giorno  sempre equale
        alla sua notte, quanto il d riscalda
        il sol, che 'nver' zenitto suso sale,

   55   tanto la notte col fresco risalda;
        e per quella patria, se pon' cura,
        fie temperata, n fredda, n calda.

        E, bench tanto il sol vada in altura,
        non fa di caldo sotto il loco accenso,
   60   quando in cotale altezza poco dura.

        Non  sola cagion del caldo intenso
        l'altezza dello sol, ma sua dimora
        col raggio ins riflesso, s'io ben penso.--
p. 282
        Il suo parlar mi die' pi dubbio allora,
   65   ed io di domandar non avea ardire,
        come scolar che troppo il mastro onora,

        che mostra ancor non voler assentire
        con parole, ma tien il capo basso,
        facendo vista d'altro voler dire.

   70   Ond'ello:--Parla;--ed io:--Cotesto passo
        ha forse verit solo in quel clima,
        ov' la gran citt di Satanasso.

        Ma questo loco tanto si sublima,
        che ben tre ore nell'alto emisfero
   75   vedete il sole innanzi agli altri in prima.

        E cos, quando il giorno si fa nero
        nell'occidente, a voi ben per tre ore
        luce quass il celeste doppiero.

        Che cagion  che qui non  ardore,
   80   se qui diciotto or mostra all'aspetto
        nel giorno il sol con suo chiaro splendore?--

        Ed egli a me:--Se intendesti il mio detto,
        io parlai s del clima di quel loco,
        ov'ha reame il primo maladetto.

   85   E, perch questo da quel dista poco,
        il sol, che dura in questo loco santo,
        come argumenti, accenderebbe il foco;

        se non che 'ns egli  levato tanto,
        che mai vapor, che faccia pioggia o vento,
   90   salir o nocer pu in nessun canto.

        Ma 'l nono ciel e 'l primo movimento
        move qui l'aere, e dolce aura spira
        tal, che conforta ciascun sentimento.

        E, quando il detto cielo intorno gira,
   95   il foco e gli altri ciel voltan con esso
        ed anche seco quest'aere tira.

        Per questo il raggio in diritto riflesso
        si frange e sparge; e, quand' cos sparso,
        non accagiona il caldo intenso e spesso.
p. 283
  100   Per dal sol non  questo luogo arso,
        s'el manda il raggio ritto, o alto el move,
        o se la notte sol sei ore ha scarso.--

        Dal ditto loco poscia andammo dove
        nasceva un fiume, ch'era tanto grande,
  105   che mai verun maggior fu visto altrove.

        Elia mi disse senza mie dimande:
        --Questa grand'acqua, che qui ritto emerge,
        per tutto il mondo poscia si dispande.

        Imprimamente questo loco asperge;
  110   poich la terra ha qui bagnata e infusa,
        per tutta l'altra terra si disperge

        per li meati, s come Aretusa,
        che bagna pria Calabria e di quindi esce,
        poi va in Trinacria sotterra rinchiusa.

  115   Di questo nasce Gange e 'l Nil, che cresce
        tanto la state, ed il Danubio e 'l Reno
        ed il Tanai col saporoso pesce.

        Di questo Ibero e il grande Geon pieno,
        che passa rifrescando l'Etiopia
  120   e che bagna anco l'arabico seno.

        Di questo il Po, che d'acqua ha s gran copia,
        che, quando il mondo secc per Fetonte,
        tra tutti i fiumi n'ebbe meno inopia.

        Ma l'acqua d'ogni fiume e d'ogni fonte
  125   principalmente vien dall'Oceno,
        e da Natura corre prima al monte.

        Perch' spognoso e perch dentro  vano,
        e' scaturisce pel caldo impellente
        e poscia scende e corre giuso al piano.

  130   Ed ogni fiume pi pieno e corrente
        diventa per la pioggia, quando cade;
        e questa  l'altra causa conferente.--

        Poi ci movemmo per le adorne strade
        tra la fragranza e soavi melode,
  135   tra 'l nettar dolce in scambio di rosade.
p. 284
        Ivi ogni senso si rallegra e gode,
        alla verzura si conforta il viso,
        l'orecchie a' canti degli uccelli, ch'ode.

        Rallegra tutto il cor quel paradiso;
  140   ivi ogni cosa intorno m'assembrava
        un'allegrezza di giocondo riso.

        La doppia scorta, la qual mi guidava,
        si movea innanti, ed io segua lor piante
        e con diletto l e qua mirava.

  145   E, quando fummo andati alquanto avante,
        trovammo in giro un ampio ed alto muro,
        ch'avea le torri di duro diamante.

        Elia mi disse:--Qui l'intrare  duro,
        se l'uomo in prima non si gitta a terra
  150   e se:--Peccai--non dice col cuor puro.

        Allor colei, che la porta apre e serra,
        gli d l'entrata e fagli anco la scorta;
        e chi senza lei andasse, il cammin erra.

        Ella ti mener sino alla porta;
  155   dentro la Temperanza troverai,
        che gl'impeti rifrena e 'l troppo accrta.--

        Per questo al duro muro m'appressai.


p. 285




CAPITOLO III

Della vert della temperanza e sue laudi.


        Perch l'intrare a me fusse concesso
        nel bel reame della Temperanza,
        mi feci a quella porta alquanto appresso.

        E, poich fui in debita distanza,
    5   mi postrai 'n terra, dicendo:--Peccavi,--
        s come per intrare l  usanza.

        Ed allora una donna con due chiavi
        apro la porta, e poi la mia persona
        lev di terra con parol soavi.

   10   --Questa gran donna, che l'intrata dona,
         quella, senza cui--mi disse Elia--
        n Dio n uomo al peccator perdona.

        Ella  che al ciel t'insegner la via:
        dietro alli passi suoi ti guida omai;
   15   con lei noi ti lasciamo in compagnia.--

        Quei patriarchi pria ringraziai;
        poscia mi volsi alla scorta novella
        e ch'ella mi guidasse io la pregai.

        Dentro alla porta intrai insiem con ella;
   20   e, poich dentro fummo ed ella ed io,
        allor mi fece don di sua favella.

        --Se saper--disse--vuoi il nome mio,
        io sono l'Umilt, il primo grado
        d'ogni virt, che vuol salir a Dio.

   25   Come Superbia  prima in ogni lado,
        ardita a romper la legge divina,
        cos alle vert io 'nanti vado.
p. 286
        Chi senza me su per andar cammina,
        ritorna addietro intra li luoghi bassi
   30   e non s'accorge quando egli rovina.

        --Io prego, o donna, che tu non mi lassi
        --a lei risposi riverente e piano,--
        ch sempre seguir dietro a' tuoi passi.--

        Benignamente a me porse la mano;
   35   e, poich 'n alto luogo giunto fui,
        che d'ogni amenit era sovrano,

        la Temperanza con belli atti sui
        io trovai quivi e con tanta maista,
        quant'hanno i santi, dov' il dolce frui.

   40   Se ogni cosa  bella in quanto onesta,
        e tutta l'onest da lei procede,
        quindi si sa quanto era bella questa.

        Ella stava a sedere in una sede.
        La nova scorta appresso a lei si pose,
   45   non per in alto, ma gi basso al piede.

        E sette donne, adorne come spose,
        stavan con lei, e d'oro le corone
        aveano in testa e di fiori e di rose.

        E una un orso e l'altra avea un leone,
   50   legato ed ammansito con un freno;
        la terza similmente un gran dragone.

        E come fa 'l cagnol che dorme in seno,
        cos le fre si stavan con loro
        ed anche il drago senza alcun veneno.

   55   Intorno intorno a tanto concistoro
        eran tranquilli giuochi e dolce canto
        di diverse persone a coro a coro.

        Perch da loro er'io distante alquanto,
        cenno fatto mi fu che m'appressasse
   60   alla regina del collegio santo.

        Io m'appressai e le ginocchia lasse
        in terra posi, ed ella anco fe' segno
        che confidentemente a lei parlasse.
p. 287
        --Alta regina, a questo loco vegno
   65   --diss'io a lei--dal mondo con fatiga,
        per contemplar di te e del tuo regno.

        Minerva fu a me primiera auriga;
        ella  che m'ha scampato e s condotto
        per mezzo delli vizi e di lor briga.

   70   E ch'io venisse a te mi fece dotto,
        che m'insegnassi questo tuo reame
        e delle tue donzelle tutte e otto.

        --Dacch di me sapere hai s gran brame,
        --rispose quella,--ascolta, e dir pria
   75   del mio uffizio e poi dell'otto dame.

        Dio fatto ha l'uomo per sua cortesia
        e posto in mezzo lui tra 'l bene e 'l male,
        ch l e qua ei combattuto sia.

        E diede a lui la parte sensuale,
   80   la qual al male impetuosa corre
        come sfrenato e indomito animale.

        E per Dio mi volle con lui porre,
        ch 'nverso il mal egli precipitra,
        se con miei freni a lui non si soccorre.

   85   Per farti ben la mia risposta chiara,
        com'egli verso il mal si move ratto,
        cos va tardo alla parte contrara;

        ch, come infermo debil e disfatto,
        si move col disio inverso il bene,
   90   se con forti speroni ei non  tratto.

        Perci altra virt esser conviene
        cio Fortezza, e questa i sproni mova,
        quando uom come infingardo si ritiene.

        Ella  che fa che l'uom, il qual si trova
   95   nella battaglia, vince e non s'ammorza,
        s come il cavalier di buona prova,

        o come il buon nocchier, che allor si sforza
        che ha la gran tempesta in mezzo all'onda,
        quando el combatte da poppa e da orza.
p. 288
  100   Ed io 'l mantengo, quando va a seconda,
        ch 'l fo attento che 'l timon non lassa,
        senza lo qual la nave si profonda,

        e che non dia de' calci a chi lo 'ngrassa;
        e, quando esalta la fortuna destra,
  105   io fo che tiene il freno e che si abbassa.

        Cos armato a dritta ed a sinestra,
        da un de' lati Fortezza el defende,
        dall'altro lato son io sua maestra.

        Donna  che con mill'occhi su risplende,
  110   che 'l guida dietro e innanti, e 'l fine sguarda,
        tanto che chi lo segue non l'offende.

        Pi suso sta dell'uom la quarta guarda,
        Astrea dico, che resse la gente
        'nanti che fosse fallace e bugiarda.

  115   Alle otto dame omai tu porrai mente;
        dir de' loro uffizi, se m'ascolti,
        che reggono il reame qui presente.

        In prima sappi che impeti molti
        son rei nell'uomo contra bona legge;
  120   ma tre son li peggiori e li pi stolti.

        Il primo  l'ira in cui governa e regge;
        e questa fa il cor di piet nudo
        contra li suoi subietti e la sua gregge.

        Clemenza  detta ovver Mansuetudo
  125   la prima dama, che dalle radici
        stirpa l'ira del core troppo crudo.

        E, secondo duo nomi, ell'ha duo uffici:
        l'uno  che li superbi e troppo altri
        inchina a' servi, quasi a dolci amici;

  130   l'altro  che quei, che son crudeli e fri
        e c'hanno alla vendetta accesi i cori,
        li fa al perdonar dolci e leggeri.

        Per  detta donna de' signori,
        ch li reami e Stati senza lei
  135   non saren signorie, ma gran furori.
p. 289
        Ed anco  detta sposa delli di,
        che son propizi e non corron mai tosto,
        ma tardi alla vendetta contr'a' rei.

        Ell' che esser fe' Cesare Agosto
  140   contra 'l nemico suo gi mansueto,
        il qual a tradir lui s'era disposto.

        Ed egli el chiam seco nel secreto
        dentro alla cambra sua cogli usci chiusi,
        ove gli disse con parlar quieto:

  145   --Non  bisogno, amico, che ti scusi,
        ch' manifesto e non ne puoi far niego
        del tradimento, che contra me usi.

        Ma una cosa a te chiedendo prego,
        che della tua amist mi facci dono;
  150   ed io similemente a te mi lego.

        E ci c'hai detto o fatto ti perdono.--
        E, per pi fede, a lui la destra porse:
        cos 'l fe' amico a s verace e buono.

        Questa , che fe' ch'Alessandro soccorse
  155   con gran benignit al suo vassallo,
        quando del suo bisogno egli s'accorse,

        e desmont de su del suo cavallo,
        e del suo manto le membra gli avvolse,
        ch uopo non avea d'altro metallo.

  160   Traian l'insegne al suo gran carro folse
        solo alla voce d'una vedovetta,
        al cui parlar mansueto si volse,

        dicendo:--Imperador, fammi vendetta,
        ch 'l tuo figliolo il mio figliol m'ha tolto,
  165   ond'io a lamentarmi son costretta.--

        Ed ei rispose con benigno volto:
        --Il mio figliolo, o donna che ti lagni,
        ti dono in cambio di quel c'hai sepolto.--

        Cesare primo, il maggior tra li magni,
  170   li suo' famigli ovver li suoi subietti
        non li chiamava servi, ma compagni,

        facendo a loro onore in fatti e in detti.--


p. 290




CAPITOLO IV

Delle spezie e rami della temperanza.


        Io stava ad ascoltar come scolaio,
        che dal maestro prende la dottrina,
        mentre narr dell'impeto primaio.

        E poi continu quella regina:
    5   --Sappi che rifrenar io debbo ogni atto,
        al qual la parte sensual inclina.

        Il diletto del gusto e quel del tatto
        vuole Dio ch'io rifreni e ch'io m'oppogna:
        questa  la mia materia, ch'io pertratto.

   10   E ci ch' inonesto e fa vergogna
        al nobil uomo, e ci ch'el fa brutale,
        ho io a regolar quanto bisogna.

        Vero  ch'io anco reggo in generale
        i vizi tutti e la lor circumstanza,
   15   e rifren ci che la ragione assale.

        E questo suona el nome Temperanza,
        cio ch'ella rifreni, regga e tempre
        ogni inonesto e ci che in troppo avanza.

        E questo tu per regola tien' sempre,
   20   ch'a ciascuna virtude s'appartiene
        corregger ci, che la ragion distempre.

        Iusto e prudente  l'uom, se noti bene,
        e temperato, ed anche ha in s fortezza
        e tutte le vert insieme tiene;

   25   ch dal peccato ovver dalla dolcezza,
        che gli  opprobriosa, si disparte,
        o che, vincendo, sofferisce asprezza.
p. 291
        Ogni virt, ogni scienza ed arte
        ha sua materia propria, che pertratta;
   30   ma 'n general l'una all'altra comparte.

        La sensualit brutale e matta
        reggo io con queste dame a me propinque,
        e ci che all'uom opprobrio e biasmo accatta.

        E questi vizi in radice son cinque,
   35   e prima l'ira, della quale ho detto
        ch' opposta alla clemenzia, delinque.

        Poscia  superbia, il vizio maladetto
        dell'avarizia ed anco della gola
        e di lussuria il bestial diletto.

   40   Omai contempla la mia bella scla:
        la bella donna, che ti scorse il passo,
        che mi sta a pi umil senza parola,

        vince superbia e vince Satanasso
        (mirabil cosa!), che 'ns monta tanto,
   45   quanto nel suo pensier si pone a basso.

        L'altra donzella, che mi siede accanto,
        la moderata Parcit si chiama:
        ell' la quarta in questo regno santo.

        Ella lega la lupa sempre grama
   50   e pon mesura alla voglia bramosa,
        che mai non s'empie e che, mangiando, affama.

        L'altra, ch' tanto adorna e gloriosa,
         Continenza, agli angioli sorella
        e del sommo Fattor celeste sposa.

   55   Ella Cupido e Venere fragella,
        ogni turpe atto fugge ed hallo a sdegno,
        e sdegna chi ne tratta o ne favella.

        La sesta donna in questo nostro regno
        a Cerere ed a Bacco pone il freno,
   60   ch del bisogno non passino il segno.

        E, perch tutto sappi ben appieno,
        dir dell'altre mie compagne ancora,
        che stanno meco nel regno sereno.
p. 292
        Io suadisco ci che l'uomo onora,
   65   e vieto ci che a lui  turpe e lado,
        perch sua dignit sia pi decora.

        Per la donna del settimo grado
         chiamata Onest ed ha la vesta
        tutta inorata sopra il bel zendado.

   70   Vedi che tutte l'altre gli fan festa;
        vedi che adorna tutte di splendore
        della corona, ch'ella porta in testa.

        Com'io li desidri di furore,
        i quali rifrenar all'uomo  forte,
   75   tempro col freno dello mio valore;

        cos  altra donna in questa corte,
        Modestia chiamata, e tiene il loco,
        che qui gli  dato nell'ottava sorte.

        Ella  che 'l modo pon tra 'l troppo e 'l poco
   80   negli atti esteriori, in fatti e in dire,
        nel rider, nell'andar, nel prender gioco,

        in suntuosit e nel vestire;
        e dove e quando, innanzi a cui e come,
        oltra i termini suoi, non lassa ire.

   85   Tra noi coronat'ha le bionde chiome;
        Modestia  detta, perch serva il modo,
        sicch 'l suo uffizio  consequente al nome.

        In questo regno, nel qual io mi godo,
        sta la Vergogna ovver l'Erubescenza;
   90   la qual non per virt per la lodo,

        ma perch  freno e perch ha temenza
        di fare il lado; e questo  atto buono
        e che mena a virt, se ha permanenza.

        Ma 'n quei che saggi o che antichi sono,
   95   perch debbono il capo aver esperto,
        il vergognarsi trova men perdono.

        Per Vergogna in testa non ha 'l serto
        perch non  virt, come siam noi,
        che 'l capo di corona abbiam coperto.
p. 293
  100   Dell'altre cose, che qui saper vuoi,
        elle diranno co' lor dolci canti,
        una cantando pria e l'altra poi.--

        Clemenzia, al cielo alzando gli occhi santi,
        un canto cominci tanto soave,
  105   pi che mai musa, che cantar si vanti.

        --Non ha peccato--disse--tanto grave,
        che dell'intrar a te, Signor e Dio,
        chiunque si pente non trovi la chiave;

        ch se' s mansueto e tanto pio,
  110   che tua clemenzia il peccator soccorre,
        pur ch'e' si penta e non voglia esser rio.

        La tua piat, che a vendicar non corre,
        a quel che volle a te assomigliarse
        e la sua sede a lato alla tua porre,

  115   pur ch'e' volesse ancora umiliarse
        alle tue braccia, dicendo:--Peccai,--
        ad abbracciarlo non farale scarse.

        Per questo, o Signor mio, saper mi fai,
        che sempre si perdoni a chi si pente;
  120   al superbo non si perdona mai.

        Quando al ciel venne il grido della gente
        di Sodoma e Gomorra e di lor setta,
        tu descendisti a vederlo presente;

        ove m'insegni ch'io non creda in fretta,
  125   quando la fama il peccator condanna,
        e tardo e con piat faccia vendetta.

        Per questo tu ponesti, o santo Osanna,
        l'asprezza della verga dentro all'arca
        colla dolcezza insieme della manna.

  130   La Maddalena, o sommo Patriarca,
        tu ricevisti pio e mansueto,
        quando a te venne di peccati carca,

        e del suo cor compunto e del suo fleto
        pi ti pascesti che su nella mensa
  135   del fariseo, e pi staesti lieto.
p. 294
        La donna, ch'era allor allor comprensa
        nell'adulterio e menata nel tempio,
        benignamente da te fu defensa;

        dove, alto mio Signor, mi dsti esempio
  140   che sol del peccator voglia l'emenda,
        e chi altro ne vuol,  crudo ed empio,

        e quel, che egli fa, nullo riprenda;
        ch'altru' accusando, quel se stesso pugne,
        quand'egli avvien che 'n quel medesmo offenda.

  145   Tu gi facesti e fai che ancor si ugne
        il core a' regi, perch'e' sien benegni,
        e 'l re dell'api fai che non trapugne;

        in questo esempio, mio Signor, m'insegni
        che sieno i grandi grati e mansueti,
  150   e che non sian superbi in li lor regni.--

        E poscia, al cielo alzando gli occhi lieti,
        Parcit cominci sua cantilena,
        poich Clemenzia ebbe i suoi detti quieti.

        --Beato--disse-- l'uom che si raffrena
  155   e pone a quella voglia la mesura,
        che sempre brama e mai diventa piena.

        Beato quello che non sforza o fura
        per pi avere e non prende l'affanno,
        sempre sudante d'infinita cura;

  160   ma, com' Fabrizio nel povero scanno,
        del poco e con vert pi si contenta
        che di pi posseder con froda e inganno.

        Ma pi felice  l'uomo, il qual diventa
        perfetto s, che tutto il disio taglia,
  165   e di ricchezza ha ogni voglia spenta,

        e che 'l pi e 'l meno non cura una paglia,
        e che niente alla Fortuna chiede,
        quando losinga e quando d battaglia.

        Colui di tutto il mondo  ricco erede,
  170   che, avendo o non avendo, pi non vuole;
        ch, quanto uom non desia, tanto possede.--

        Qui fin 'l canto ed anco le parole.


p. 295




CAPITOLO V

Della virt della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza.


        Cominci Continenza il terzo canto,
        quando l'onesta Parcit si tacque;
        e prima gli occhi alz al cielo alquanto,

        dicendo:--A Dio verginit s piacque,
    5   che lei elesse sposa, in lei discese,
        quando di vergin madre al mondo nacque.

        A san Ioanni l'angel fu cortese
        per la verginit, a lor sirocchia,
        quando, di terra su levando, el prese,

   10   dicendo:--Su, su, lieva le ginocchia:
        fratelli e servi siamo in quel Signore.
        che ci, che  futur, presente adocchia.--

        Non pure il cielo a lei fa onore,
        ma l'universo ed ogni creatura
   15   alla bellezza di tanto valore.

        Subietti stanno a lei, quando scongiura.
        li maladetti piovuti da cielo,
        per forza, per amore o per paura.

        La vergin sacra gi accese il velo
   20   nel foco estinto; e l'altra la gran nave
        trasse con un capello d'un sol pelo.

        Il capricorno s feroce e grave
        da lei pigliar si lassa, ed ella el regge;
        e segue lei mansueto e soave.

   25   Ma, perch  scritto nell'antica Legge:
        Crescete insieme vo' e moltiplicate,
        come in quel testo pi volte si legge,
p. 296
        per questo molti la verginitate
        impugnano, perch non  feconda
   30   come lo stato delle coniugate.

        Convien che a questi detti si risponda
        che funno a tutte spezie e fn comuni
        non a persona prima ovver seconda,

        ch vlse Dio e vuol che sianvi alcuni,
   35   perch alle cose sue meglio s'attenda,
        che d'ogni atto venereo sian digiuni.

        Bench verde grillanda o sacra benda
        adorni quella c'ha la mente negra,
        non per vergin esser si comprenda;

   40   ch la verginit pura ed allegra
         la mente incorrotta a Dio divota,
        cogli atti onesti e colla carne intgra.

        E, se l'integrit fusse rimota
        contra 'l voler, non per si sospetti
   45   perder corona e la celeste dota.

        La castit  poi de' men perfetti;
        ma, se si parte dalle cose sozze,
        il frutto di sessanta in cielo aspetti,

        se non trapassa alle seconde nozze,
   50   se lassa ci in che Marta s'affanna,
        se pi non vuol marito che rimbrozze,

        e se con Michelina e con sant'Anna
        abita sola e dimora in quel templo,
        ove si gusta la celeste manna;

   55   se dalla tortora anche piglia esemplo,
        che beve turbo e sola sempre  'n lutto,
        quasi dicendo:--Io castit rassemplo.--

        Il matrimonio  poi di minor frutto;
        perch convien che la famiglia rega,
   60   non pu inverso Dio attender tutto;

        ch quanto pi col mondo alcun si lega
        ed alla cura bassa sta pi attento,
        tanto dal contemplar di Dio si piega.
p. 297
        Allora  santo e vero sacramento,
   65   se in una vera fede egli  fundato,
        in santa pace e in un consentimento;

        se solo a quel buon fine egli  usato,
        pel quale al primaio uom, quando fu fatto,
        la sposa Dio gli trasse del costato.

   70   Se bestiale ovver meretricio atto
        fra lor non si usa, allor  continenza,
        ch fuor de' miei confini e' non  tratto.--

        Poi, come donna che fa reverenza,
        lassando il ballo, tal atto fe' ella,
   75   e prese il quarto canto l'Abstinenza.

        Alzando gli occhi al ciel, quella donzella
        disse:--La mente mia libera e lieta
        sublimo al mio Signor, che mi favella.

        Egli  che spira e che mi fa profeta:
   80   Egli  che ciba me, lui contemplando:
        Egli  che di vert mi fa repleta.

        Di me all'uomo fe' il primo comando;
        e, quando el ruppe, a morte ed a fatiga
        e tra mille timori el pose in bando.

   85   L'offizio mio quella parte castiga,
        dov' 'l desio e quel voler ribello,
        che alla legge mental d s gran briga.

        Li tre fanciulli ed anche Daniello
        profeti fei, perch funno abstinenti
   90   e parlavan con Dio, com'io favello.

        Avventurate gi l'antiche genti,
        a cui il pasto delle giande ed erbe
        fe' 'l viver lungo e san senza tormenti!

        Ora li cibi e le mense superbe
   95   son s cresciuti, che la vita brieve
         inferma e poca e pien di doglie acerbe.

        Ora, se innanzi al pranzo non si beve,
        pare altrui pena; e troppa dilicanza
        fa che 'l cibo comune al corpo  grieve.
p. 298
  100   Il corpo, che del poco ha sua bastanza,
        se non ha buono assai e spesso e presto,
        mormora guasto dalla mal usanza.

        Or pochi fanno quel digiun richiesto
        per decima da Dio, che gli sia offerta,
  105   del tempo, che a ben far n'ha dato in presto.

        E non val ch' precetto e che si accerta
        ch'estirpa i vizi e le virt acquista,
        e che lieva la mente a Dio s erta.--

        Qui lasci 'l canto come 'l citarista;
  110   poi come fa'l falcon, quando si move,
        cos Umilt al cielo alz la vista,

        dicendo:--O alto Dio, o sommo Iove,
        nulla umilt che pretenda bassezza,
        possibil  che mai in te si trove.

  115   Ma, permanendo in s la tua altezza,
        il tuo Figliuol l'umanit si uno
        non con difetti, ma con l'altra asprezza,

        s ch'egli, essendo insieme e uomo e Dio,
        in quanto Dio che satisfar potesse,
  120   e in quanto uom patisse ove moro,

        per colui che, produtto allora in esse,
        ruppe la sbarra del comando primo
        ed attent che, quanto Dio, sapesse.

        Per convenne che 'l superbo limo
  125   s'umiliasse quanto ins era ito,
        ed egli non potea pi ire ad imo.

        Ed anco 'l suo peccato era infinito,
        pensando quel Signore, in cui presunse
        e che a non obbedirlo fu ardito.

  130   Per questo, Dio umanit assunse
        ed un si fece seco e fu quell'Agno,
        che pei peccati altrui s'offerse e punse.

        O alto mio Signor, tu se' s magno,
        che tutti quanti i ciel son la tua sede,
  135   e la terra  scabello al tuo calcagno.
p. 299
        Alla grandezza tua, che tanto eccede,
        l'umilt sola gli fece la casa,
        quando uman 'l tuo eterno Erede

        nel petto di Maria, qual  rimasa
  140   speranza a' peccatori e sempre advoca
        che Piat tenga a lor la porta pasa.

        Quella Umilt, che 'n croce si fe' poca,
        fu esaltata e, posta al lato destro
        appresso a Dio, in alto si collca.

  145   E, quando al mondo stette per maestro,
        con umilt convers tra la gente
        non come prince, ma come minestro;

        ove li gradi mostra, a chi pon mente,
        dell'umilt, e prima che subietta
  150   sie a' maggiori e presta ed obbediente.

        L'altra  che a' suoi egual si sottometta;
        l'umilt terza alli minor subiace:
        questa  suprema ed  la pi perfetta.

        Di un'altra umilt, che nel cor giace,
  155   il primo grado non dispregia altroi;
        l'altro, s' dispregiato, non gli spiace.

        Il terzo grado  dopo questi doi;
        che, s'egli  dispregiato, se ne goda
        e non si turbi, perch altri el ni;

  160   e che avvilisce s, quando altri el loda,
        e sol risponde, quando altri el domanda,
        e non si cura, bench opprobrio oda;

        e come il buon corsier, che cos anda
        come altri mena il fren, cos la voglia
  165   pon nell'arbitrio di chi ben comanda;

        e, bench alcuno a lui la vesta toglia,
        o se la sua mascella li percuote,
        non contendendo, lo mantel si spoglia

        e paragli anco l'altra delle gote.--


p. 300




CAPITOLO VI

Della fortezza e delle sue spezie.


        Menommi poi l'Umilit pi suso,
        tanto ch'io giunsi al reame secondo;
        e, come il primo, il varco aveva chiuso,

        ed anco 'l muro avea girante in tondo
    5   ed era tutto quanto d'oro fino,
        alto ben cento pi da cima al fondo.

        Enginocchiato, al mur mi fei vicino;
        allora l'uscio grande ne fu aperto;
        e noi intrammo su per quel cammino.

   10   Forse duo miglia era ito suso ad erto
        tra dolci canti e tra li belli fiori,
        da' quai tutto quel pian era coperto,

        ch'io vidi in mezzo delli sacri cri
        star la Fortezza ardita e triunfante
   15   come una dea adorna di splendori.

        Mirava al cielo e tenea le sue piante
        fisse e fermate su 'n una colonna,
        ch'era tutta di fino adamante.

        La spada in mano avea la viril donna
   20   e l'elmo in testa ed in braccio lo scudo,
        e la panziera in scambio della gonna.

        --O vert alta, o nobil Fortitudo
        --diss'io a lei inginocchiato appresso,--
        che non curi Fortuna e suo van ludo,

   25   per l'aspero viaggio mi son messo,
        passando i vizi ins con grande affanno,
        per veder questo regno a te commesso,
p. 301
        e per veder le dame che qui stanno;
        e vengo, alta regina, ch m'insegni
   30   l'offizio e l'operar, che da te hanno.

        Se 'l priego basso mio, donna, disdegni,
        Minerva disse a me ch'io ti richieggia
        e che venissi qui, ove tu regni.--

        Siccome, quando le sue schier vagheggia,
   35   si mostra ardito il nobil capitano,
        ed ognun delli suoi, perch'egli il veggia,

        cos fec'ella con la spada in mano,
        e cos se mostroe ogni sua ancilla,
        in forma femminile ardir umano.

   40   Non mai Pantasilea ovver Camilla
        tanto valor nell'arme dimostrro,
        n donna d'Amazona o d'altra villa.

        --Da c'hai passato il cammin cos amaro
        --rispose quella,--e mndati Minerva,
   45   degno  che io t'insegni e faccia chiaro.

        La parte, che nell'uom debbe esser serva,
        per due cagioni alla ragion s'oppone
        e contra buona legge sta proterva.

        Prima  dolcezza delle cose buone
   50   secondo il senso, e, quando troppo move,
        a questa Temperanza il fren gli pone.

        L'altra  quand'ella andar non vuol l, dove
        la ragion ditta e fllo per paura
        o per diletto, che la tiri altrove.

   55   Ora a' due offizi miei porrai ben cura.
        Uno  che arma l'uom e che lo sprona
        alla vert contra ogni cosa dura.

        E, perch'abbia vittoria, la corona
        io gli dimostro; e, se vince l'asprezza,
   60   prometto fama e premio, che 'l ciel dona.

        L'altro  che, come Ulisse, la dolcezza
        lassa di Circe e, come Sanson fiero,
        svegliato, i lacci di Dalida spezza.
p. 302
        E giammai non ti caggia nel pensiero
   65   che di fortezza virtual sia armato
        chi il mal fa forte o casual mestiero,

        cio per furia o ira, o che infiammato
        sia d'amor troppo, e forse per temenza
        o per guadagno ovver come soldato.

   70   Per molta ovver per poca esperienza
        alcun par forte; ma vera radice
        nullo ha di questo, ma sola apparenza;

        ch la fortezza, che fa l'uom felice,
         animo costante a non volere
   75   ci ch'a ragione ed a Dio contradice,

        per questo apparecchiato a sostenere
        ogni fatica, ogni briga e periglio
        e voler contrastar con suo potere,

        e per le quattro cose, a quali  figlio,
   80   la patria, il padre, la vert e Dio,
        ire alla morte con allegro ciglio.

        Non ha per di morte ella il diso;
        ch quanto al mondo  utile sua vita,
        tanto il morir gli dole e pargli rio.

   85   Ma la sua carne libera e espedita
        tiene alla morte, e sol quando bisogna
        e in bene di color che l'han largita;

        ch' meglio assai che l'uom la vita pogna,
        che Cloto fila e fa corte le tele,
   90   che viver vizioso e con vergogna.

        Perch non fusse a' nemici infedele
        nelle promesse, il buon Regulo Marco
        torn alla morte ed al dolor crudele.

        Ristette solo Orazio su nel varco
   95   del ponte, insin che gli fu dietro rotto,
        portando de' nemici tutto il carco,

        e poi nel Tever si gitt di sotto
        non per fuggir, ma che non contentasse
        color ch'a ritener s'era condotto.
p. 303
  100   Fortezza fe' che Curzio si gittasse
        nella ruina, acci che la sua morte
        da morte la sua patria liberasse.

        Omai contempla la mia bella corte.
        Questa che 'n testa porta due ghirlande,
  105   perch a destra ed a sinistra  forte,

        Magnanimit , che ha 'l cor s grande,
        che Fortuna nol flette, se minaccia,
        n lieva in alto con losinghe blande;

        ma tra la gran tempesta e gran bonaccia
  110   conduce la sua barca con salute,
        e troppa spene o tma non l'impaccia.

        Non per ambizion, ma per vertute
        s'ingegna di salir in grande onore,
        e solo a questo ha le sue voglie acute,

  115   e, non perch'i subietti ella divore,
        ma per far prode, s come fa 'l lume,
        che, posto in alto, mostra pi splendore.

        Il vizio d'arroganza, e che presume,
        ha ella in odio e la gloria vana
  120   s come cosa opposta al buon costume.

        Troppa audacia ancor da lei  lontana
        e 'l timor troppo e l'animo pusillo,
        e la temerit da lei  strana;

        ed  verace, e l'animo ha tranquillo
  125   e tra li grandi mostra aspetto magno,
        ed eccellente ed alto  'l suo vessillo,

        ed usa tra' minor come compagno.
        L'onor e la vert vuol che antiposta
        sia all'utilit ed al guadagno.

  130   Quell'altra donna, che gli siede a costa,
         sua sorella, chiamata Fidanza:
        questa  seconda, in questo regno posta.

        Questa comincia con molta baldanza
        le cose dure, pria pensando il fine
  135   e la fatica ed ogni circumstanza.
p. 304
        La terza poscia di queste regine
         Pazienza, ed ella  che sostiene
        della battaglia le pi acute spine.

        E sono dolci a lei l'amare pene,
  140   pensando il premio e 'l grande onor che spera,
        ch senza affanno non si monta al bene.

        La quarta  la vert che persevra
        insin al fine, e l'opera conduce
        tutta perfetta e tutta quanta intera.

  145   Ogni atto buono ed arduo, che produce
        la volont zelante ed iraconda,
        a questo mio reame si reduce.

        Io dico l'ira, quando non abbonda
        tanto che offusche il lume della mente,
  150   ma quella che a ragion sempre seconda.

        In questo regno mio tanto eccellente
        stanno i romani antichi e li gran reggi
        e gli uomin forti dell'antica gente,

        i quai voglio che odi e che li veggi.
  155   Quivi sta Ettr e quivi stan coloro
        che in magnanimit fn li pi egreggi.--

        Allor partssi, e tutto il sacro coro,
        seguendo la Fortezza, i passi mosse,
        sin che trovammo una gran porta d'oro.

  160   La donna principal quella percosse;
        e senza alcun indugio ne fu aperta;
        ma quel portier che apro, non so chi fosse:

        tanto attesi a seguir la scorta esperta.


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CAPITOLO VII

De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette
la virt della fortezza.


        Non credo che sia loco, sotto il cielo,
        s delettoso e di tanta allegrezza,
        n tanto temperato in caldo e 'n gielo,

        quanto quel dove andai con la Fortezza.
    5   E l trovai armato il fiero Marte,
        quanto un gigante grosso ed in altezza.

        E molta gente avea da ogni parte
        e tanto appresso a lui, quanto vantaggio
        ebbon in forza e in battagliosa arte.

   10   E sopra tutti lor scendeva un raggio,
        il qual si derivava dal pianeta,
        che d nella battaglia buon coraggio.

        S come luce ch'esce di cometa,
        cos scendeva lor sopra la chioma,
   15   secondo la vert pi chiara e lieta.

        Quando pi bella e pi in fior fu Roma,
        non ebbe in s s bella baronia,
        n quella che di Troia ancor si noma.

        Come tra' fiori e dolce melodia
   20   l'anime vanno tra gli elisii campi,
        facendo insieme festa in compagnia;

        cos su' prati dilettosi ed ampi
        givano questi in gran solazzo e gioco
        col raggio in capo, che par che gli avvampi.

   25   --Secondo il raggio, quanto  assai o poco
        --Fortezza disse,--qui si manifesta
        la vert de' baron di questo loco.
p. 306
        Colui, che s gran fiamma ha su la testa,
        Ercule fu, quel valoroso e forte,
   30   che morto fu con venenosa vesta.

        Torn d'inferno e fuor delle sue porte
        Cerbero trasse e menollo nel mondo
        con tre catene a tre sue gole attorte.

        L'altro, ch' dopo lui e poi secondo,
   35    Cesar ceso nel ventre materno,
        che 'l raggio ha poi pi chiaro e pi giocondo.

        Tutta la zona donde viene il verno,
        la Francia, il Reno e l'antica Bretagna,
        sommise a Roma sotto 'l suo governo.

   40   E poi quel terzo, il qual egli accompagna
        e che da tanti  qui menato a spasso
        su per li prati della gran campagna,

         quel che di combatter mai fu lasso
        nella battaglia, il fortissimo Ettorre,
   45   per la cui morte Troia venne al basso.

        Non bast, Achille, a lui la vita trre,
        ma 'l trascinasti intorno delle mura
        delle porte troiane e delle torre.

        Il quarto, c'ha la luce chiara e pura
   50   su nella testa,  Alessandro altro,
        che fece a tutto il mondo gi paura.

        Egli ebbe l'Oriente tutto intero:
        forse, se non che morte el liev tosto,
        di vincer Roma gli riusca 'l pensiero.

   55   L'altro, a cui tanto raggio in capo  posto,
         quell'Ottavian, da cui si dice
        ogni altro imperator Cesare Agosto.

        O alto core, o anima felice,
        la terra tutta facesti subietta
   60   fin dove il caldo accende la fenice.

        Fatt'hai di Cesar tuo la gran vendetta,
        e Perugia condutta a trista fame,
        e guasta tutta pompeiana setta.
p. 307
        Recasti tutto il mondo ad un reame;
   65   per tua virt, dal ciel discese Astrea
        e chiuse a Ian del tempio ogni serrame.

        Risguarda omai el magnanimo Enea,
        che si rallegra e parla con lui insieme,
        e ben in vista par figliuol di dea.

   70   Vedi da lui disceso il nobil seme,
        Romulo dico, innanti al cui valore
        tutte l'altre fortezze fnno sceme.

        Vedi che tutti que' gli fanno onore
        e stangli innanzi come figli al padre;
   75   ed ha dal forte Marte pi splendore.

        La grande Roma e l'opere leggiadre
        di farsi grande e vendicare il zio
        e la Sabina a Roma dar per madre,

        il Capitolio e 'l tempio, che fe' a Dio,
   80   la milizia, il senato e la virtude
        el fan s grande in questo regno mio.

        Oh secolo feroce! oh genti crude!
        il padre de' roman da' roman poi
        fu ucciso ed occultato in la palude.

   85   Quell'altro, che pi presso sta a loi,
         il gran Pompeo, il quale in mare e in terra
        fe' gloriosi li triunfi suoi.

        Questo fu vincitor in ogni guerra,
        in Grecia, nell'Egitto ed in Tessaglia
   90   e ove 'l libico mar la secca serra,

        sinch col suocer ebbe la battaglia,
        u' Fortuna mostr che contra lei
        non  fortezza o senno che vi vaglia.

        Vedi il piatoso amator delli di,
   95   difensor delle leggi, il buon Catone,
        refugio a' buon e riprensor de' rei.

        Mira il chiaro splendor di Scipione,
        in tanta giovent verenda immago,
        tanta onest in et di garzone,
p. 308
  100   a cui die' 'l nome la vinta Cartago,
        l'Affrica subiugata ed Anniballo,
        che contra Roma fu peggior che drago.

        L'altro  che 'l gran francioso da cavallo
        gitt a terra, e detto fu Torquato
  105   dal torque, che gli tolse, argenteo e giallo.

        Mira Camillo, il forte Cincinnato,
        il qual fortezza e vert fe' s grande,
        ch'and al triunfo, tratto dell'arato.

        Se di quegli altri tre tu mi domande,
  110   che vanno inseme, a cu' il figliol di Iove
        del raggio a lor fa 'n capo tre grillande,

        quello, che i passi innanzi agli altri move,
         'l sovran re di Francia Carlo Magno,
        che contr'a' sarracin fe' le gran prove.

  115   L'altro, che va con lui come compagno,
         'l valoroso Boglion Gottifredo;
        che della Terrasanta fe' 'l guadagno.

        Il sepolcro di Cristo e 'l santo arredo
        ei conquist; ed ora l'ha 'l soldano,
  120   non iusto possessor, ma come predo.

        Il terzo, ardito, con la spada in mano
         'l re Artus, e i suoi atti pregiati
        nomati son da presso e da lontano.--

        E gi la dea a me avea mostrati
  125   li gran troiani ed anche li gran greci,
        che eccellenti e forti erano stati,

        e detto avea de' Fabi e delli Deci;
        quando vidi un con molta gente intorno:
        ond'io a domandar oltra mi feci:

  130   --Chi  colui, che 'l raggio ha tanto adorno,
        o dea Fortezza, che s come 'l sole
        fara la notte parer mezzogiorno,

        e che di fiori, rose e di viole
        li spargon sopra il petto e sopra il viso,
  135   s come a' novi amanti far si sle?--
p. 309
        Ed ella a me:--Colui, che festa e riso
        riceve qui per la vert che vince,
        or ora debbe andare in paradiso.

        Ed  concesso a lui che passi quince,
  140   che 'l suo valore a te sia manifesto:
        chiamato fu 'l cortese signor Trince.

        Innanzi a quell'Urbano, il qual fu sesto,
        sotto il vessillo scritto in libertade,
        che servit per chiosa ebbe nel testo,

  145   tutte sue terre e tutte sue contrade
        di santa Chiesa a lei volson le piante
        e rivoltnsi con lance e con spade.

        Ma questo con pochi altri fu costante,
        e tra quei pochi di costui apparse
  150   la fede ferma pi che diamante;

        tanto ch'egli per questo il sangue sparse,
        drizzando a Dio il core e le sue mani,
        che 'n liberalit mai fnno scarse.

        Per questo greci, dardani e romani
  155   l'aspergono di fior, come tu vedi,
        e fangli festa in questi grati piani.

        --O sacra dea--diss'io,--se mel concedi,
        andr a lui, e reverente e chino
        abbracciar voglio i sui amorosi piedi;

  160   ch 'l suo figliol dal mondo pellegrino
        quass salir mi mosse: egli mi manda:
        per lui messo mi son in 'sto cammino.

        --Consentirei--respuse--a tua dimanda;
        se non che su nel ciel tu 'l trovarai,
  165   se il core e tua vert tanto ins anda.--

        In questo sopra lui disceson rai,
        quali il sol la mattina all'oriente
        intensi manda li splendor primai.

        Li tre colle grillande prestamente
  170   insieme in compagnia a lui n'andro,
        facendo via a lor tutta la gente,
p. 310
        ed entrn dentro in quello splendor chiaro.
        Allor vennon da cielo agnoli molti,
        che quelli quattro a Dio accompagnro.

  175   Quelli bei fiori, ch'elli aveno clti,
        spargean sopra la gente, andando insue,
        che ammiravan con sospesi volti,

        sinch, allungati, non si viddon piue.


p. 311




CAPITOLO VIII

Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore,
e appresso incominciasi a trattare della prudenza.


        L'intelletto dell'uom, che mai non posa,
        che sempre cerca e sta ammirativo,
        sinch'e' non trova la cagion nascosa,

        dicea fra s:--Nel loco s giolivo
    5   come star puote chi non si battezza
        o non credette in Cristo, essendo vivo?--

        Per addomandai la dea Fortezza:
        --Come qui 'n questo loco tanto ameno,
        di tanta festa e di tanta dolcezza,

   10   stan questi che 'l battesmo ebbono meno?
        Non so se fuor del cielo  luogo al mondo,
        che sia s bello e di letizia pieno.--

        Ed ella a me:--Tu cerchi s profondo,
        che scusata ser, se bene aperto
   15   alla domanda tua io non rispondo.

        Ma sappi in prima, ed abbilo per certo,
        ch'ogni male da Dio ser punito,
        ed anco addolcir ogni buon merto.

        Ma del voler di Dio, ch' infinito,
   20   quanto a cercar alcun pi vi s'affanna,
        tanto pel grand'abisso va smarrito.

        Se li non battizzati egli condanna,
        sol che li tien per sempre del ciel fre,
        per questo non gl'iniuria e non gl'inganna;

   25   ch quei, che ebbon di vert 'l valore,
        di pena sensitiva non martra,
        s'altro peccato non d lor dolore.
p. 312
        E ci che 'l ciel non toglie, mentre gira,
        dico memoria, volont, intelletto
   30   e ci che l'alma sciolta seco tira,

        possono usare ed usan con diletto,
        e la vert che ama e che ragiona,
        e contemplar con atto pi perfetto.

        Ma 'l ben che Dio per grazia ne dona,
   35   se 'l d a costui ed a quel nol concede,
        non per fa iniuria a persona.

        Per grazia  solo, non gi per mercede
        salir al paradiso; e tal acquisto
        far non si p senza battesmo e fede;

   40   ch i battezzati col ben far permisto
        son quelli, a' quali Dio promette il cielo
        ed alli circoncisi innanzi a Cristo.

        Che alcun puniti siano in caldo e gelo
        per gran delitti e scelerosi mali,
   45   apertamente ne 'l mostra il Vangelo.

        Ma questi, ch'ebbon le vert morali,
        bench del ben di grazia sien privati,
        non per perdon li ben naturali.

        E per qui tra questi belli prati
   50   a te mostrati son, che ti sia nota
        la gran vert, della qual fn dotati.

        S come Ezechiel vide la rota
        e vide Ieremia un'olla accesa,
        ed altro intende la mente devota;

   55   cos qui altra cosa s'appalesa
        agli occhi tuoi, ed altra dalla mente
        nel senso vero debbe esser intesa.--

        Poich mostrata m'ebbe la gran gente,
        quelle sante donzelle si partro;
   60   ed io su salsi una piaggia repente,

        tanto che io pervenni al quarto giro,
        ove la quarta porta era chiusa anco;
        e 'l muro tutto ave de fin zaffiro.
p. 313
        Inginocchiato il pi diritto e il manco,
   65   come chi vuol intrar quivi far usa,
        venne una ninfa vestita di bianco.

        Io percepetti ben ch'era una musa,
        ch 'n capo avea d'alloro una grillanda;
        e questa apr a me la porta chiusa.

   70   Tutti i bei fior, che Zefiro ne manda,
        e tutto il canto della primavera,
        allor che amor la compagnia domanda,

        nulla sareno al canto che quivi era:
        il lume di quel regno era s accenso,
   75   che ogni luce di qua parra da sera.

        E, bench lo splendor fusse s intenso,
        non per quello i mortali occhi offende,
        ma pi acuto fa il visivo senso:

        cos l'occhio mental, quand'egli intende,
   80   si fa pi vigoroso e fassi forte,
        quanto l'obietto visto pi risplende.

        Della Prudenzia pervenni alla corte;
        e ben pareva la casa del Sole:
        tanti splendori uscan delle sue porte.

   85   Intorno al pian vid'io le grandi scole
        de' filosofi saggi e de' poeti,
        d'Apollo e di Mercurio santa prole.

        Pensa se gli occhi miei erano lieti,
        vedendo di Parnaso il sacro monte,
   90   qual per veder sostenni fami e seti;

        vedendo intorno al pegaseo fonte
        le nove muse, e di peneia fronda
        incoronarsi le tempie e la fronte;

        vedendo lo stillar della sacra onda;
   95   udendo i dolci canti e le favelle,
        a' quai degno parea che 'l ciel risponda.

        Come dal sole  'l lume delle stelle,
        cos dalla gran corte di Prudenza
        vena la luce in queste cose belle.
p. 314
  100   Nell'aula di tanta refulgenza
        la musa intrar mi fe', di cui le piante
        venni seguendo ins con riverenza.

        Tra molte donne in mezzo a tutte quante
        una ne vidi, e dietro avea due occhi,
  105   duo nelle tempie e duo ne avea dinante.

        Io dissi a lei, calando li ginocchi:
        --O donna, che 'l passato a mente rechi
        e che 'l presente miri e 'l fine adocchi,

        priego che l'ignoranza in me resechi;
  110   e la mia mente illustra, acci che io
        non caggia o vada errando com'e' ciechi.

        Venuto son quass dal mondo rio
        dietro a Minerva, ed ella fu mia duce;
        ella  che ha guidato il passo mio.

  115   Ella mi disse che tua chiara luce
        delle tre tue sorelle illustra ognuna
        e dietro a te ciascuna il pi conduce;

        e che lor mente sera oscura e bruna,
        s come stella senza l'altrui raggio
  120   o come senza il sole oscura luna.

        Io vengo a te per l'aspero viaggio,
        come scolar che volentieri impara,
        ch'a lungi cerca chi lo faccia saggio.--

        S come, quando a Febo s'interpara
  125   alcuna nube, e poscia manifesta
        la bella faccia, che il mondo rischiara;

        cos schiar sei occhi della testa,
        de' quai gli risplendette tutto il volto;
        poi mi rispose con parola onesta:

  130   --S come il senso e l'appetito stolto
        la Temperanza regge e fren lor pone,
        che  mesura tra lo troppo e 'l molto,

        e s come Fortezza lo sperone
        porge al voler, s' tardo o se declina
  135   dalla vert e dalle cose buone;
p. 315
        cos qui illustro con la mia dottrina
        la luce d'intelletto ovver mentale,
        ch l'arte e l'uso la vert raffina.

        Questo splendore e luce naturale
  140    prima legge all'uomo, ed ella  atta
        poter discerner tra lo ben e 'l male.

        Ed in duo modi pu diventar matta,
        quand'ella non al fin del corso umano,
        ma nella via il suo piacere adatta:

  145   cio in diletti, ovver nell'amor vano,
        in troppa cupidigia, in usar froda,
        o in rapina, o nell'arte di Gano.

        Io dir 'l vero, e voglio ch'ognun l'oda:
        inganno, tradimento e falso gioco,
  150   pur ch'util abbia, per vert si loda.

        Prudente  chi al fine, ovver al loco,
        al qual creato fu, drizza il cammino,
        e non al mondo, ov'egli ha a viver poco;

        e per la via fa come il pellegrino,
  155   che per la via, s' saggio, non si carca,
        per ritornar ov'egli  cittadino,

        e, mentre il corpo posa, col cor varca.--


p. 316




CAPITOLO IX

Nel quale ragionasi di assai antichi poeti, filosofi ed autori.


        Io ascoltava ancor con gran piacere,
        quando su si lev quella virago
        per far le cose a me meglio vedere,

        perch s'avvide ben ch'io era vago
    5   voler saper dell'altre cose belle,
        le qual con questo stil ora ritrago.

        Surson dirieto a lei le sue donzelle,
        ognuna in capo con una corona
        splendente pi ch'a mezzanotte stelle.

   10   Ad uno invito di bella canzona,
        la qual dica:--Venite qui su ad erto,--
        salimmo al nobil monte d'Elicona.

        Quand'io andava, vidi il ciel aperto
        ed un gran lume al monte ingi disceso,
   15   tanto ch'egli ne fu tutto coperto.

        E tanto pi e pi pareva acceso,
        quanto pi io mirava inver' la cima,
        insino al luogo, ov'egli era disteso.

        Li saggi e li poeti ditti prima
   20   s'acceson di quel lume, ed ognun tanto,
        quanto pi o men nel saper fu di stima.

        Le muse vidi allor a lungi alquanto
        venir ver' noi; ed ognuna di loro
        due rettorici avea appresso e accanto,

   25   incoronati dello verde alloro
        tutto splendente; ed avean tutti quanti
        ancora in capo altra corona d'oro.
p. 317
        --Virgilio e Tullio son quei duo dinanti
        --cominci a dire a me la dea Prudenza:--
   30   quelli duo fnno i pi soavi canti.

        Inseme Roma e la sua gran potenza
        venne in Augusto all'altura suprema,
        ed in costor lo stil dell'eloquenza.

        E quanto alcun s'appressa al lor poema,
   35   tanto  perfetto; e quanto va da cesso,
        tanto nel dir il bel parlar si scema.

        Omero  l'altro, che vien loro appresso,
        il qual ad ogni dir gi detto in greco
        and di sopra e vinse per eccesso.

   40   E, come ogni splendor oscuro e cieco
        si fa, quando  presente un maggior lume,
        cos ogni altro dir, ponendol seco.

        Quell'altro  quel che fece il bel volume,
        Tito Livio dico, il quale spande
   45   dell'arte d'eloquenzia s gran fiume.

        Il quinto, in cui risplendon le grillande,
         l'alta tuba dotta di Lucano
        con valoroso dire adorno e grande.

        Egli si lagna che 'l sangue romano
   50   fu sparso per li campi di Farsaglia,
        s che vermiglio fe' tutto quel piano;

        e raccont della civil battaglia
        di Cesar e Pompeo e lor grand'onte
        coll'alto dir, che come spada taglia.

   55   Ovidio  l'altro, e 'l gorgoneo fonte
        gli die' nel poetar lingua s presta
        e nelli metri s parole pronte,

        che ha maggior grillanda in su la testa
        che gli altri qui, ma non per s chiara,
   60   s come agli occhi ben si manifesta;

        e canta quanto  dolce e quanto  amara
        la fiamma di Cupido, e ch'al suo foco
        n senno, n altro scudo si ripara.
p. 318
        Stazio napolitan tien l'altro loco;
   65   Orazio  l'altro e poscia Giovenale;
        Terenzio e Persio vengon dietro un poco.--

        Il pegaseo cavallo con doppie ale
        io vidi poscia, e mille lingue ed occhi
        aveva intra le penne, con che sale.

   70   Avea pennuti i piedi e li ginocchi;
        e tanto sal, che non  mai che Iove
        cos da alto le saette scocchi.

        E vidi poscia come ben si move,
        volando fuor del fonte pegaseo,
   75   ov'io pervenni e vidi cose nve.

        Demostene trovai ed anche Orfeo,
        che s soave gi son sua cetra,
        con lo influir di Nisa e di Lieo,

        che moveva i gran sassi ed ogni pietra,
   80   e con la melodia della sua voce
        scese in inferno in quella valle tetra;

        Pluton, senza piat crudo e feroce,
        mosse a piat, e l'anime de' morti
        fece scordar del foco, che le coce;

   85   facea tornar a drieto i fiumi torti;
        alfin ne trasse fuor la sua mogliera,
        col suon facendo a lei li passi scorti.

        Prudenzia, tra cotanta primavera,
        salir mi fe' nel gran monte Parnaso,
   90   dove la scla filosofica era.

        Infino a pi del colle, a raso a raso,
        splendeva il lume grande di quel sole,
        che mai ebbe orto e mai aver occaso.

        Mentr'io sguardava a quelle grandi scole,
   95   un pone mente a me coll'occhio fiso,
        come chi ben cognoscer altrui vuole;

        e poi la bocca mosse un poco a riso,
        che fu cagion che lo splendor s'accese
        ed illustrgli pi la faccia e 'l viso.
p. 319
  100   Allor Prudenza a me la man distese
        dicendo:--Va', quello  mastro Gentile
        del loco onde tu se', del tuo paese.

        La sperienza e lo 'ngegno sottile,
        ch'ebbe nell'arte della medicina,
  105   e ci che egli scrisse in bello stile,

        demostra questa luce e sua dottrina.--
        Allor mi mossi ed andai verso lui,
        quando mi disse:--Va'--quella regina.

        --O patriota mio, splendor, per cui
  110   e gloria e fama acquista el mio Folegno
        --diss'io a lui, quando appresso gli fui--

        qual grazia o qual destin m'ha fatto degno,
        che io te veggia? Oh, quanto mi diletta
        ch'io t'ho trovato in cos nobil regno!--

  115   Come fa alcun che ritornare affretta,
        che tronca l'altrui dire e lo suo spaccia,
        cos fec'egli alla parola detta,

        e 'l collo poi mi strinse colle braccia,
        dicendo:--S'io son lieto ch'io ti veggio,
  120   el mostra il lampeggiar della mia faccia.

        E son venuto dal celeste seggio
        qui per vederti ed anche a demostrarte
        della filosofia l'alto colleggio.

        Colui, che vedi in la suprema parte,
  125    Aristotel, l'agnol di natura:
        egli  che aperse la scienzia e l'arte,

        tanto che chi al ver vuol poner cura,
        nullo, in quanto uomo, pesc tanto al fondo,
        quanto fec'egli, e vol s in altura.

  130   Alberto Magno  dopo lui 'l secondo:
        egli suppl li membri e 'l vestimento
        alla filosofia in questo mondo.

        Il gran Platone  l'altro, che sta attento,
        mirando al cielo, e sta a lui a lato
  135   Averois, che fece il gran comento.
p. 320
        Socrate poscia tiene il principato,
        dottor nella moral filosofia;
        e Seneca  con lui accompagnato.

        Pitagora, che 'l conto trov pria,
  140    l'altro; poi Parmenide e Zenone
        e quel che pone che 'l gran caos sia.

        Sguarda Avicenna mio con tre corone,
        ch'egli fu prence e di scienza pieno
        ed util tanto all'umane persone.

  145   Ipocrate  con lui e Galieno
        e gli altri, per cui 'l corpo si defende,
        che innanzi al tempo suo non venga meno.

        Questo splendor, che questo monte accende,
        da Dio deriva e 'nsin quaggi procede,
  150   e negli angeli suoi prima risplende,

        e poi nelli dottor di santa fede.
        E sappi ben che ci che 'l ciel su cela,
        nullo intelletto, in quanto umano, el vede,

        se Dio con maggior lume nol rivela;
  155   e questo lume qui, rispetto a quello,
         tanto, quanto al sol parva candela.--

        Poi su pel raggio, ov' pi chiaro e bello,
        egli n'and colle celesti penne,
        volando inverso il ciel s come uccello;

  160   e retorn al loco, onde pria venne.


p. 321




CAPITOLO X

Delle specie ovvero delle parti della prudenza.


        Dietro al mio cittadino avea lo sguardo,
        quando Prudenzia disse:--Ormai ti volta
        a veder l'altre cose, e non sie tardo.--

        Come scolaio che 'l suo mastro ascolta,
    5   io stetti attento e piegai le mie braccia,
        mirando lei con riverenzia molta.

        Ed ella a me:--Io voglio che tu saccia
        che lo mio offizio  quadripartito,
        ch a quattro fin dirizzo la mia faccia;

   10   ch la prudenza, di cui hai udito,
        fatta  da Dio che guidi e signoregge,
        s come imperator bene obbedito.

        Per il prudente pria se stesso regge;
        ch, se alcun non guida ben se stesso,
   15   mal regger la sua subietta gregge.

        E, come il Genesis ne dice espresso,
        l'appetito lascivo all'uom subiace,
        s come servo a signor sottomesso.

        Il fin di questo  ch'alla somma pace
   20   gli occhi dirizza ed attura l'orecchia
        alle lusinghe del mondo fallace.

        E nell'ultimo fin sempre si specchia,
        io dico in Dio, ed anco indietro sguarda
        al tempo che trasvola e sempre invecchia.

   25   L'altra prudenza, presta e non mai tarda,
        icomica si chiama, c'ha 'l governo
        della famiglia e la sua casa guarda.
p. 322
        Questa provvede l'arriedo paterno
        alli figliuoli, il vestimento e l'sca,
   30   ed alli campi per la state e 'l verno.

        Il fin di questa  che in divizie cresca
        e ch'abbia prole buona e siagli erede,
        e che del mondo alfin con onor esca.

        Terza prudenza a guerra move 'l piede,
   35   chiamata di milizia triunfale,
        la qual al mondo pria Marte gli diede;

        ch la prudenza, in quel ch' duca, vale
        pi che la forza e fa vie maggior guerra,
        che non fa 'l caldo giovanil ch'assale.

   40   Gran moltitudin spesse volte atterra
        un ben picciolo stuolo; e questo avviene,
        quando nell'arte militar non s'erra.

        Il fin di questo, se tu noti bene,
         la vittoria e pace; e sol per questo
   45   guerra si piglia ed anco si mantene.

        L'altra, s come hai letto in alcun testo,
        politica si chiama e regnativa;
        e, perch bene a te sia manifesto,

        in prima sappi che ogni cosa viva
   50   ed anche ci che non ha vita,  retto
        dalla prima cagione, onde deriva.

        E questa  primo e supremo intelletto
        e prima provvidenza, e questa ha 'n cura
        e drizza verso il fine ogni suo effetto.

   55   Sguita poi l'angelica natura,
        la qual dispon, voltando sopra il cielo,
        ci che in spezie in sempiterno dura.

        Onde, che l'ape faccia il favomelo
        e che del gran provvegga la formica
   60   tutta la state pel tempo del gelo,

        el fa l'intelligenza, che 'i notrca;
        e ci che senza mezzo da lei piove,
        non rinnovella et, o flla antica.
p. 323
        Ma ogni effetto, che con mezzo move,
   65   bench influisca, movendo sua spera,
        conven che 'nvecchi e l'altro si rinnove.

        E, quando  discordante la matera
        dall'influenza, non p l'operante
        dar la sua forma tutta quanta intera:

   70   per le cose non son tutte quante
        d'una perfezione: per 'l naso
        alcuno ha meno e 'l dito, e alcun le piante.

        Non  per ch'ella erri o faccia a caso;
        ma fa come il vasaio, a cui mancasse
   75   la terra, che non fa perfetto il vaso.

        Seguitan poi le signorie pi basse
        delli reami dell'umane genti,
        subiette al tempo, che convien che passe;

        ci che avvien per casi contingenti,
   80   ci che puote arte ovver umano ingegno,
        non per che da Dio sien mai esenti,

        commessi sono a vostro umano regno;
        e quanto lo 'ntelletto  acuto e saggio,
        tanto a signoreggiarli  atto e degno,

   85   perch prudenzia, s come detto aggio,
        del reggimento  la prima radice,
        quando si guida dietro al primo raggio.

        Perci un disse il mondo esser felice,
        quando a lui guidaranno i saggi il freno
   90   e Sapienza aran per lor nutrice.--

        Per satisfarmi poi del tutto appieno,
        mi disse:--Sguarda omai e drizza il viso
        alle donzelle, che a lato mi meno.

        Questa, che dalla lunga mira fiso
   95   il futur tempo,  detta Provvidenza,
        che bon tesor ripone in paradiso.

        E l'altra  la Presente Intelligenza;
        l'altra  Memoria ovver esperta mente,
        che del passato tempo ha esperienza.
p. 324
  100   E queste tre faren poco o niente,
        se non che ognuna parturisce e figlia
        altre Vert, che fanno esser prudente.

        Per la quarta  Vert che consiglia,
        la qual la Provvidenza mena seco,
  105   che senza consigliar sempre mal piglia;

        ch, come senza guida cade il cieco,
        cos conven che l'uom, andando, tome
        senza consiglio e ch'erri come pieco.

        Solerzia la quinta ha poscia nome,
  110   cio sollicitu' ingegnosa ed arte:
        quest' che trova il fine, il perch e 'l come;

        ch'ogni voler, che da casa si parte
        per voler camminar agli alti fini
        di Iove ovver d'Apollo ovver di Marte,

  115   convien che sia ingegnoso e che festin
        e che la possa e che li modi trovi
        che al proposto fin ben si cammini.

        Alquanto ancora addietro gli occhi movi
        alla vert che Provvidenza  detta,
  120   acci ch'anco di lei udir ti giovi.

        Convien ch'ella sia cauta e circumspetta;
        e per  Cautela l'altra luce,
        la qual provvede al mal che si suspetta;

        ch non  saggio ovver prudente duce
  125   chi spregia il suo nemico o chi nol teme,
        ch timor senno e prudenza produce.

        L'altra donzella, che con lei sta inseme,
         qui chiamata Circumspezione,
        d'Intelligenzia ancor secondo seme.

  130   Ella  che gli atti e la condizione
        e 'l quanto e 'l come, mesurando, attende
        e li subiti casi e le persone.

        Docilit  l'altra che risplende,
        cos chiamata, ovver ingegno buono,
  135   se d'uso e di scienza ben s'accende.
p. 325
        Vero  che ingegno  un natural dono;
        ma, quando l'uso e l'arte questa cetra
        temperan s, che ha perfetto suono,

        Docilit si chiama, che pentra
  140   s nel veder, che sa pigliar lo scudo,
        'nanzi che in capo gli giunga la pietra.

        Alcun lo 'ngegno ha tanto grosso e rudo,
        che la scienza s'affatica invano
        che mai a provvedersi egli abbia cudo.

  145   Bench in alcun sia l'intelletto umano
        e grosso e rozzo, si fa luminoso,
        quand'egli stesso vi vuol tener mano;

        ch un, che 'l cielo facea vizioso,
        respuse:--La scienza mi fe' casto,
  150   e l'assiduit mi fe' ingegnoso.--

        E spesso vidi gi esser contrasto
        tra 'l sasso e l'acqua, e una goccia sola,
        cadendo spesso, l'ha forato e guasto.--

        La man mi prese dopo esta parola,
  155   dicendo:--Addio, addio, dolce figliolo;
        ch'io vo' tornar a mia beata scla.--

        Partissi allor con quel beato stuolo,
        ed io pi ad alto presi la mia via;
        e forse un sesto miglio era ito solo,

  160   quando m'occorse un'altra compagnia.


p. 326




CAPITOLO XI

Della virt della giustizia, e come e perch furono trovate le leggi.


        La nobil compagnia, ch'io trova' allora,
        fu quella vergin sacra, con cui 'l sole
        a mezzo agosto e settembre dimora,

        non gi d'Astreo, ma di divina prole.
    5   Quand'ella percepette ch'io la vidi,
        benignamente disse este parole:

        --Con qual ardir quass venir ti fidi?
        come, cos soletto, movi il passo?
        or non hai tu persona che ti guidi?

   10   Se tu venuto se' dal mondo basso,
        qual fu quella Virt, la qual ti scrse
        tra' regni tristi del re Satanasso?--

        Ed io a lei:--Minerva mi soccorse,
        quando per mio errore era ito al fondo,
   15   onde a cavarmi la sua man mi porse.

        Mostrato m'ha lo inferno, il limbo e 'l mondo
        e delli vizi li reami crudi;
        poi mi condusse nel giardin giocondo,

        ove veduto ho io le tre Vertudi;
   20   e tutte insieme con festa e diletto
        menato m'han tra nobili tripudi.

        Cercando or vo colei, da cui fu retto
        s in pace il mondo, che sub suo governo
        fu l'et d'oro e 'l secol benedetto.

   25   --Poi ch'Avarizia usco fuor dell'inferno,
        a cui la voglia mai sazi pasto,
        n poter saziar mai in eterno,
p. 327
        quel reggimento buon fu tutto guasto,
        perch la forza vinse la ragione
   30   e conculcolla con superbia e fasto.

        Allor li Vizi preson le corone
        delli reami, e leggi inique e rie
        teson per lacci e levn via le buone.

        Per questo Astrea dal mondo si parte
   35   e quass venne; ed ha la signoria
        coll'altre tre sorelle oneste e pie.

        --Perch tu fossi omai la scorta mia,
        che io venissi sol--dissi--a Dio piacque;
        per io prego: mostra a me la via.--

   40   Qual si fe' Citarea, nata tra l'acque,
        in sul partir del suo figliuolo Enea,
        che confess nel viso ci che tacque,

        cotal fece ella e disse:--Io sono Astrea,
        che resse il mondo con iuste bilance,
   45   innanzi che la gente fusse rea.

        Quando Superbia colle enfiate guance
        e li danar fn la ragion subietta,
        scacciata fui con spade e con lance.

        Da che il mio regno veder ti diletta,
   50   verraimi dietro; e fa' che mai in fallo
        dall'orme mie il piede tu non metta.--

        Un sesto miglio forse d'intervallo
        era ita, quand'io giunsi al regno quarto,
        ch'avea le mura tutte di cristallo.

   55   L era un uscio piccoletto ed arto,
        il qual tantosto a noi aperto fue,
        quando gittaimi in terra tutto sparto.

        Intrammo dentro e poco andammo insue,
        che le sue dame con corone in testa
   60   vennono incontro a noi a due a due.

        Poich gran riverenzia e molta festa
        ebbon mostrata, stette innanzi ognuna
        come alla donna ancilla a servir presta.
p. 328
        E, come il cerchio che a s fa la luna,
   65   quando dimostra che 'l seguente giorno
        sar seren, cacciando l'aria bruna:

        cos facean a lei il cerchio intorno,
        cos di s una corona fenno
        alla Iustizia, che fa l soggiorno.

   70   E, poco stando, ed ella fece cenno
        ad una che dicesse alcuna stanza;
        e l'altre tutte quante attente stenno.

        Come donzella che ha a guidar la danza,
        che a chi l'invita riverenzia face
   75   e po' incomincia vergognosa e manza;

        cos colei, e disse:--Da che piace
        alla nostra signora che le lode
        dica del regno che a lei subiace,

        tu, che se' vivo, ben ascolta ed ode,
   80   ch la regina, la qual qui ne regge,
        vuol che a noi giovi e a te faccia prode.

        --La voglia e la ragion del sommo Regge
        --cominci poi-- la prima mesura,
        regola e verit  prima legge.

   85   E ci, che segue lei, va a dirittura;
        e, quando alcuna cosa da lei parte,
        tanto convien che torca e vada oscura.

        E, perch questa  regola ad ogni arte,
        quando dall'arte torce l'operante,
   90   convien che l'opra vada in mala parte.

        E le scienze e leggi tutte quante
        vengon da questa; e tanto ognuna  dritta,
        quanto di questa seguitan le piante,

        perch ogni legge convien che sia scritta
   95   e promulgata, acci che chi 'n quella erra,
        non possa avere alcuna scusa fitta.

        Per, quando Dio fe' l'uomo di terra,
        conscrisse in lui questa legge eternale,
        quando l'alma spir, che 'l corpo serra.
p. 329
  100   E questa fu la legge naturale;
        e, mediante questa luce eterna,
        ognun conoscer pu tra 'l bene e 'l male.

        A questa legge fu poi subalterna
        l'antica e nova; ed ognuna bastra,
  105   se non che 'l mondo s mal si governa.

        E, poich fu la gente fatta avara,
        la legge natural e la divina
        fu ecclipsata, che in prima era chiara.

        Corson le genti a froda ed a rapina;
  110   ed eran senza legge e senza duce,
        ond'era il mondo in rotta ed in ruina.

        Ed uno, in cui splendea pi questa luce,
        congreg alcuno e mostr in quanto errore
        il vivere bestial altrui conduce.

  115   A poco a poco, con questo splendore
        mostr che i rei e viziosi e vili
        di legge avean bisogno e di signore.

        Allor principin leggi civili,
        sopra le qual son tante chiose poste,
  120   che gi si troncan: s si fan sottili.

        E le pi sonno storte e sonno opposte
        al senso vero e primo intendimento,
        merc alli denar che l'hanno esposte.

        Se a ci, che ho detto, ben se' stato attento,
  125   iustizia  s degna e s risplende,
        che d'ogni sodo stato  'l fundamento,

        tanto che li ladroni e chi l'offende
        e nullo conversar mai durar puote,
        se modo di iustizia non apprende.

  130   Se anche ci, ch'io ho detto, tu ben note,
        Iustizia fu da cielo e di Dio  figlia,
        ed ogni bona legge a Dio  nipote.--

        E qui tacette; ed io alzai le ciglia
        e vidi molti inver' di noi venire
  135   uomin d'estima e di gran maraviglia.
p. 330
        Ed un di loro a me cominci a dire:
        --Or cesser laggi il mondo unquanco
        novi statuti e nve leggi ordire?

        Non son venute ancor le carte manco?
  140   non son le voci advocatorie fioche
        delli notai, ch'abbaian forte al banco?

        Se 'l danar non facesse che si advoche,
        non sara in terra conculcato il vero,
        e bastaran le leggi buone e poche.

  145   Io son quel re piatoso, e fui severo,
        che la dolcezza temperai col duolo
        nel nato mio, che trova' in adultro.

        Io fei cavar un occhio al mio figliolo:
        e, perch ne dovea perdere dui,
  150   io pagai l'altro e serbaimene un solo.

        In quanto padre, fui piatoso a lui;
        in quanto re, servai la legge intera:
        s che pio padre e iusto re io fui.

        Quest'altro  Bruto, l'anima severa,
  155   che, per servar la legge, ardito e forte
        a duo suoi figli seg la gorgiera.

        Pi tosto volle ad elli dar la morte,
        che la iustizia fusse morta in loro,
        o che mancasse alla pubblica corte.

  160   L'altro, ch' 'l terzo qui tra 'l nostro coro,
        chiese il figliolo alla mortal sentenza
        'nanti al senato e al roman concistoro;

        ch combattuto avea senza licenza,
        e, bench avesse avuta la vittoria,
  165   reo el prov di tanta penitenza,

        che legge contra lui face memoria.--


p. 331




CAPITOLO XII

Trattasi delle parti della giustizia.


        Mentr'i' a quegli uomin iusti stava atteso,
        subitamente mi percosse un tuono,
        che mi stord e fe' cader disteso.

        E, come quei che a forza desti sono,
    5   poi mi levai e vidi star Astrea
        come reina posta in alto trono,

        splendente e triunfal quanto una dea:
        mai tanta maest mostr Iunone,
        quando con Iove tra li di sedea.

   10   Le dame sue con splendide corone
        aveva innanzi a s e gran diletti
        di belli fior, di suoni e di canzone.

        Poi drizz a me, parlando, questi detti:
        --O tu, ch'io scorsi, omai la mente attenda,
   15   se del collegio mio saper aspetti.

        Iustizia vuol che 'l debito si renda
        a chiunque el merta, e quando si conviene,
        e senza colpa mai nessun si offenda,

        e sol da quello, a cui punir pertiene.
   20   Da queste due radici son li frutti,
        che la iustizia produce e contiene.

        L'uomo a tre cose  debitore a tutti:
        ad usar vero e fede e buon amore,
        s che rancore o froda non l'imbrutti.

   25   Tre debiti si debbono al minore:
        dottrina al figlio e farlo virtuoso,
        e soldo al fante ovver al servidore;
p. 332
        il terzo  sovvenire al bisognoso,
        ch ogn'ardua indigenzia pu dir mio
   30   di quel che crudelt gli tien nascoso.

        Tre debiti a colui, il qual  rio:
        cio correzion, quando si spera
        ch'egli si mendi e si converta a Dio.

        E, nel mal far se indura e persevra,
   35   tagli col ferro e con la spada nuda
        il membro infetto la Vert severa.

        N per questo si debbe chiamar cruda,
        mozzando il morbo ch'alla morte mena:
        convien che la piat gli occhi vi chiuda.

   40   Severit adunque a dar la pena
        prima conviensi, e poi ch'anco sia mista
        colla compassion, ch'ira raffrena.

        E tre al buon, il qual virt acquista,
        ch chiunque pu, tenuto  dargli aiuto,
   45   ch'addietro non ritorni o non desista;

        ch spesse volte l'arbor ho veduto
        crescere ratto e far frutto tantosto
        per buon conforto e clto, ch'egli ha avuto;

        e forse un altro, presso a quello posto,
   50   perch' negletto o che ha terreno asciutto,
        sta senza frutto ed a mancar disposto;

        e, bench paia smorto e gi distrutto,
        il clto e buon letame alle radici
        el fan fiorire e fanli far buon frutto.

   55   Quanti saran per la vert felici,
        che, desviati, ovver per mancamento,
        son pervenuti a bassi e vili offici!

        Alla vert, venuta a compimento,
        debito solve chiunque onor gli rende
   60   d'atti e parol, di loco e reggimento.

        Non mai vert, che di splendor s'accende,
        si debbe por a basso o sotto scanno,
        ma suso in alto, ov'ella pi risplende.
p. 333
        Tre a' benefattor, che ben ne fanno:
   65   prima, che chi riceve, non si scorde
        del benefizio, n di quei che 'l dnno;

        e poscia ch'el ringrazi almeno in corde,
        s'egli non p coll'opera, e in aperto
        sovente con la lingua lo ricorde.

   70   Ma ora il mondo  s rio e diserto,
        che, quando il benefizio molto eccede,
        s che non pu o non vuol render merto,

        si duol, se scontra ovver presente vede
        il suo benefattor e china il volto;
   75   ed alcun altro in pi error procede,

        ch, quando il benefizio  grande molto,
        al suo benefattor opta la morte,
        che dall'obligo suo ne sia disciolto.

        Non per 'l liberal chiuda le porte
   80   per l'altrui vizio alla sua cortesia,
        n lassi, a dar, tener le mani sporte;

        ch chiunque d ch'a lui donato sia
        per ricompenso, non  liberale,
        ma mercatante ch'usa mercanzia.

   85   Tre cose debbi a chiunque tu se' eguale:
        prima, equit d'una bilancia ritta,
        s che la sua non saglia e la tua cale.

        L'altra  la legge nel Vangelio scritta:
        ch'altrui non facci cosa, che vorresti
   90   che a te non fusse fatta, n anco ditta.

        Concordia vien la terza dopo questi
        tra l'arti, tra i compagni e dentro al tetto,
        dove dimori, e i vicin non molesti.

        Ed al superior, cui se' subietto,
   95   due cose debbi; e, prima, obbedienza,
        poi onorarlo con fatto e con detto.

        Tre cose al padre, di cui se' semenza,
        ed alla madre tua ed a' primi avi,
        e prima sopra tutto riverenza.
p. 334
  100   Se in la vecchiezza elli han costumi gravi,
        che li sopporti, e loro et antica
        aiuti lieto e con parol soavi.

        Ricrdite l'angoscia e la fatica,
        ch'ebbe la madre in te, e degli affanni,
  105   che porta il padre, che 'l figliol notrca.

        L'aquila, quando  giunta agli antichi anni,
        s'attosca e spenna; e nel nido da' figli
        nutrita , insin che rinnovella i vanni.

        Ed alla patria, da cui l'esser pigli
  110   debitor se', che l'ami e la defensi,
        e 'l comun cresci, aiuti e che 'l consigli.

        Se' debitor a Dio, se tu ben pensi,
        che conosci suoi doni e che tu l'ami
        con tutto il core e con tutti li sensi.

  115   E questo amor produce molti rami:
        religion, che solo Dio adori,
        devoto orando, e genuflesso el chiami,

        e che lui servi come padre, onori
        le chiese e le sue cose, e li d santi,
  120   vacando a lui, per l'anima lavori.

        E questi detti io posso tutti quanti,
        abbreviando, recarli a sei modi:
        per sei son le dame, ch'io ho innanti.

        Latra  prima, e vien a dir che lodi,
  125   ami ed adori Dio e che 'n Lui fondi
        ogni altro amor terren, del qual tu godi.

        Piet  l'altra, e due amor secondi
        delli parenti, e prima che sia tanto,
        che alli bisogni lor non ti nascondi.

  130   La terza  Observanzia, l'onor santo
        fatto agli antichi e virtuosi e buoni,
        ed a chi porta di dignit il manto.

        La quarta  Gratitudin delli doni.
        Equit  la quinta ed usar vero
  135   in apparenzia, in fatti ed in sermoni.
p. 335
        Sesta  Vendetta e l'animo severo
        con la compassione al cor unita,
        tardo al tormento e non troppo austero;

        ch chiunque vuol che colpa sia punita,
  140   se non ha emenda, molto offende ed erra,
        ch Dio non vuol la morte, ma la vita.

        Per 'l divino fro a niuno serra
        la porta di piat, s'egli si pente
        con umilt inginocchiato a terra.

  145   Ma, perch 'l malfattore spesso mente,
        dicendo:--Io son pentito--, l'altro fro,
        cio 'l civile, adopera altramente;

        ch'ogni scienza ed arte ovver lavoro
        prendon diversit dalli lor fini,
  150   alli quai prima elli ordinati fro.

        Il civil fro ha 'l fin che medicini,
        governi e purghi il corpo del comune,
        che per li viziosi non ruini.

        Per questo egli usa spada, fuoco e fune,
  155   sbandisce e taglia e mai non d speranza
        che chi  reo possa andare impune.

        E, bench pianga e chiegga perdonanza,
        non vuol udir; ch chi  predon o fura,
        s' liberato, e' torna a prima usanza.

  160   In questo modo la legge assecura
        el viver lieto e i buoni e vertuosi,
        e li cattivi scaccia ed impaura.

        Se questi detti miei tu ben li chiosi,
        concluderai che la legge fu fatta
  165   pe' trasgressor al buon viver noiosi,

        e fu da' virtuosi in prima tratta.--


p. 336




CAPITOLO XIII

Dove trattasi singolarmente della virt dell'equit e della verit
e de' valenti canonisti e legisti.


        --Domanda--aggiunse Astrea--de' regni miei;
        omai di' ci che vuoi, e ben t'accerta
        e delle dame mie tutte e sei.--

        Quando mi vidi far tanta proferta,
    5   con quella parte io la ringraziai,
        che chiede Dio all'uom per prima offerta.

        E poi con riverenzia domandai:
        --Perch la Verit, la quinta sposa,
        che Equit ancor nomata l'hai,

   10   la veggio singulare in una cosa,
        ch porta la bilancia ed ella sola
        tra la sua schiera  la pi gloriosa?--

        Rispose Astrea a questa mia parola:
        --Da questo nome _ius_, se noti bene,
   15   come si espone in la civile scola,

        Iustizia  detta, a cui tener pertiene
        egual bilance.  ver che 'n alcun caso
        ei non si puote ovver non si conviene;

        ch 'l don di Dio accolma tanto il vaso,
   20   e de' parenti a' figli, ch chi rende,
        non p render appien, ma men che a raso.

        Cos all'uom, che di vert risplende,
        piena mesura non si rende ancora,
        ch nullo ben terren tanto s'estende;
p. 337
   25   ch la virt  s degna, s decora
        e s eccellente, ch'ogni volta eccede
        ogni ben temporal, che lei onora.

        Ed a colui che 'l benefizio diede,
        render si puote egual; ma chi  grato,
   30   anche pi oltra al dato stende il piede.

        E cos la vendetta del peccato
        merita egual; ch quanto fu 'l delitto,
        tanto ognun merta d'esser tormentato.

        Ma, com'io dissi sopra e trovi scritto,
   35   iustizia punitiva  crudelt,
        se la piet non mitiga l'editto.

        Per null'altra in man le bilance ha,
        se non la quinta dama di mia schiera,
        chiamata Equitate e Verit;

   40   ch a lei sola appartien che la statera
        tegna diritta e che in detto e 'n fatto,
        in quel che tratta, sia trovata vera.

        Ogni ristoro e ci che si fa a patto,
        ella pertratta e grida che si renda
   45   quanto la froda o forza hanno suttratto.

        Perch tu queste cose meglio intenda,
        pensa se alcun rifar dovesse diece,
        ed egli a nove a ristorar si estenda.

        Costui non pienamente satisfece,
   50   ch convien sempre che 'l ristor sia eguale
        al danno ed all'iniuria, ch'altrui fece.

        Ell' che grida non far altru' il male,
        che non vorresti tu; e quanto hai offeso,
        tanto restituisci ed altrettale.

   55   D'esto nome Equitate assai ha' inteso;
        or, perch Verit ella si chiama,
        io ti dir, ch'ancor non l'hai compreso.

        Dopo il ristoro, questa quinta dama
        pertratta ci ch'insieme si patteggia:
   60   questa  la sua materia e la sua trama.
p. 338
        A lei pertien che guidi e che proveggia
        che ci che si promette o mercatanta,
        che sia corretto, quando si falseggia,

        e che la mercanzia sia quella e tanta,
   65   che  promessa, e quando, dove e come
        e qual, se quella  guasta o troppo schianta.

        E per Verit  l'altro nome;
        ed ha duo nomi, perch ha duo offici,
        ch usa il vero ed eguaglia le some.

   70   L'altra domanda, la qual tu mi dici,
        , da che porta singular insegna,
        s'ella  maggior tra le dame felici.

        Ogni vert tanto  eccellente e degna
        --rispose a questo,--quanto  di pi pregio
   75   il fine intento, al qual venir s'ingegna.

        Al fin pi glorioso e pi egregio
        ingegnasi Latra; per l'aspetto
        ha pi splendente in tutto il mio collegio.

        Ella  che sale al ciel con l'intelletto
   80   e, dimorando in terra sua persona,
        ella sta innanzi al divino cospetto;

        e l, orando, con Dio si ragiona;
        poi si mesura e pon s in la bilancia,
        nell'altra li gran ben, che Dio ne dona.

   85   E vede i don di Dio di tanta mancia,
        e tanto grandi, che a rispetto a quelli
        ci che l'uom render pu,  una ciancia.

        E, bench vegga Dio cogli occhi belli,
        nientemen le bilance non porta,
   90   ancora che ella, orando, a Dio favelli;

        ch ogni gratitudo  lieve e corta,
        rispetto al don di Dio; e, se si pesa,
        troppo andarebbe la statera torta.

        E con questa ragion, ch'or hai intesa,
   95   sappi che quanto  natural l'amore,
        tanto, negletto o tronco,  di pi offesa.
p. 339
        E nullo vinclo debbe esser maggiore,
        e nullo amor pi stretto e pi eccellente
        che dalla creatura al suo Fattore.

  100   Per chi 'l tronca e chi v' negligente,
        veder si puote in quanta offesa cade,
        chi nol frequenta o chi non gli  obbediente.

        Questo primaio amor prima pietade
        disson gli antichi, e che 'l culto divino
  105    la prima vert, prima bontade.

        Per il re Primo e 'l buon Quirino,
        ed Alessandro in pria fenno li tempii,
        e Salomone el copro d'oro fino.

        Ed, offerendo, al vulgo dienno esempii;
  110   e chi non frequentava il divin clto,
        chiamavano crudeli, iniqui ed empii.

        Ma ora  s negletto e s rivolto
        a Satanasso per diverse vie,
        che, pi che a Dio, a lui si volta il volto.

  115   Con superstizioni e con malie
        or son fatti teatri i sacri lochi
        a vagheggiarvi e farvi ruffianie.

        Quanti Iasoni e quanti re Antichi
        lo imbruttano ora, e Dionisi e Varri
  120   son stupratori degli eterni fochi!

        I filistei riposono in sui carri
        l'arca di Dio, per non inviziarse,
        e tanto mal che di lor non si narri.

        La barbaresca man, che sangue sparse
  125   gi tanto in Roma, che destrusse e incese
        i gran palagi e il Capitolio arse,

        fu reverente ai tempii ed alle chiese;
        ch chiunque fugg a quelli de' romani,
        fu libero da morte e dall'offese.

  130   Io ho toccati questi esempli strani
        degl'infideli, e questo ho posto solo
        per emendar li crudeli cristiani.
p. 340
        L'altr' l'amor, il qual debbe il figliolo
        a' genitori, la piet seconda,
  135   ed alla patria del nativo suolo.

        Ed ogni amor, che la natura fonda,
        piet si chiama, e cos per opposto
        crudel  detto chiunque el confonda.--

        Tacette poi che questo ebbe risposto.
  140   Allor vidi venir molti col vaio
        ver' noi col lume in su la testa posto.

        --Iustinian son io--disse il primaio,
        --che 'l troppo e 'l van secai fr delle leggi,
        ora subiette all'arme ed al denaio.

  145   Iurisconsulti e gran dottori egreggi
        vengon qui meco da stato giocondo,
        perch tu gli odi e perch tu li veggi.

        Questo, che mi sta a lato,  fra' Ramondo
        predicatore, a cui papa Gregoro,
  150   quand'egli dimorava gi nel mondo,

        fe' compilar il nobile lavoro
        de' Decretali, e per questo vien esso
        insieme meco in questo sacro coro.

        Bartol Sassoferrato  l'altro appresso,
  155   con la lettura sua, la cara gioia,
        come dimostra il suo chiaro processo;

        e Baldo perusin, che l'ebbe a noia;
        poi 'l dottor Cino, ch'ebbe il gran concorso
        nel tempo suo e l'onor di Pistoia;

  160   poi Ostiense e 'l fiorentino Accorso,
        che fe' le chiose e dichiar 'l mio testo
        ed alle leggi diede gran soccorso.

        Giovanni Andrea, le Clementine e 'l Sesto
        il qual chios, sta qui con la Novella,
  165   s come il lume a te fa manifesto.

        E sempre il ciel rinfresca e rinnovella
        l'opinioni e li novi dottori;
        e quel che ha detto l'un, l'altro cancella.
p. 341
        Azzo e Taddeo gi funno li maggiori;
  170   ed ora ognun  oscuro e tal appare
        qual  la luna alli febei splendori.--

        Io vidi poi color tutti levare
        inverso il cielo, come fa 'l falcone,
        quando la preda sua prende in su l'are.

  175   In questo, Astrea mi disse esto sermone:
        --Tu hai veduto appien del regno mio
        quanto dir puossi in rima od in canzone.--

        Poscia colle sue dame indi sparo.


p. 342




CAPITOLO XIV

L'autore vede il tempio della fede, e gli appare san Paolo,
il quale gli ragiona di questa virt.


        In su 'l partir che fe' la bella Astrea,
        mi disse la primaia di sue dame,
        fulgurando una luce come dea:

        --Se tu l'aiuto pria da Dio non chiame,
    5   non ti sperar potere andar giammai
        alle Vertudi del quinto reame.--

        Per questo gli occhi al cielo io dirizzai,
        dicendo:--O Maiest, sempre invocanda
        nelli principi e negli atti primai,

   10   chiunque verso alcun fin senza te anda,
        siccome cieco convien che cammine,
        se pria l'aiuto da te non si manda.

        Dell'altre tre vert tu sei il fine
        e segno o Alfa ed O; e son per questo
   15   teologiche ditte ovver divine.--

        Allor vid'io uno splendor celesto
        venirmi al volto alquanto da lontano,
        che quel ch'or dico, mi fe' manifesto.

        La statua grande vidi in un gran piano,
   20   che vide gi Nabucodonosorre,
        significante ogni regno mundano.

        Er'alta vieppi assai che nulla torre
        e forse pi che non fu quel cavallo,
        che fe' da' greci la gran Troia trre.

   25   E di fin oro aveva il capo giallo,
        le braccia e l'orche e 'l petto aveva bianco
        di puro argento senza altro metallo.
p. 343
        Le reni, il ventre e l'uno e l'altro fianco
        eran di rame rubro e resonante,
   30   e quel, con che si siede, ramengo anco.

        Le cosce e gambe insin giuso alle piante
        eran di ferro e i pi di terra cotta,
        parte non cotta, e su quelli era stante.

        Poi una pietra men ch'una pallotta
   35   se stessa si ricise e si remosse
        d'un alto monte e venne a valle in frotta.

        E nelli piedi all'idolo percosse
        e sminuzzollo e prostrollo confratto,
        s che appena parea che stato fosse.

   40   Quella petruccia in questo crebbe ratto
        e fecesi un gran monte, e su la cima
        tosto un tempio alto ed ampio vi fu fatto.

        Dal loco, ove quell'idolo era prima,
        io mi partii e salsi il monte tanto,
   45   ch'andai tre miglia e pi, alla mia estima.

        Quel tempio risplendea da ogni canto,
        e, quando vidi com'era costrutto,
        ne sospirai con lacrime e con pianto,

        ch'era di corpi morti fatto tutto;
   50   e per calcina v'era il sangue posto
        recente s, ch'ancor non era asciutto.

        Vapore acceso nel mese d'agosto
        mai non trascorse il ciel tanto veloce,
        n polsa da balestro va s tosto,

   55   come scese dal ciel con una croce
        donna vestita in bianco, e, gi discesa,
        benigna a me proferse questa voce:

        --Il tempio sacro  questo, ovver la Chiesa,
        fermata in su la pietra; e ferma siede,
   60   bont del fundamento, ond' difesa.

        Ed io, che or ti parlo, son la Fede:
        a me con tanto sangue e con martro
        fu fatto il tempio, che quass si vede.
p. 344
        E questi santi su di giro in giro
   65   mi fenno il fundamento l gi in terra
        colla vertude del superno spiro.

        Questi per me si misero alla guerra,
        armati di vertude e cogli scudi
        di quella verit, che mai non erra.

   70   Essendo agnelli tra li lupi crudi,
        combatteron per me li forti atleti,
        come per 'manza gli amorosi drudi.

        E, se lor corpi fn morti e deleti
        di quella vita, che, vivendo, more,
   75   nell'alma fn vittoriosi e lieti.--

        E, ditto questo, con grande splendore
        ritorn al cielo, ed io rimasi solo,
        ancor chiamando aiuto a Dio col core.

        Allor apparve a me l'apostol Polo,
   80   mostrando blando aspetto e lieto viso;
        e poscia disse a me come a figliolo:

        --Hai vista quella che del paradiso
        venne con Cristo e fondossi nel sasso,
        che dal celeste monte fu exciso?

   85   Fu impugnata pria da Satanasso,
        il qual commosse scribi e farisei
        per atterrarla, ovver per darla al basso.

        Allora Pietro e li compagni miei
        gli funno defensori in ogni corte,
   90   innanzi a' prenci e innanzi alli gran ri.

        E pensa quanto a noi pareva forte
        a suader che l'uomo a Dio s'unisse
        ed incarnasse e sostenesse morte,

        e che, resuscitando, rivestisse
   95   glorificato il corpo, ch'avea pria,
        e poi per sua virt ch'al ciel salisse.

        E, bench questo paresse pazzia
        e che li predicanti fusson vti
        d'umana possa e di vana sofia,
p. 345
  100   nientemen da pochi ed idioti,
        colla vert del sacrosanto foco,
        che dal ciel venne in lor petti devoti,

        seminn questo vero in ogni loco;
        e questo  tal miracol, se ben miri,
  105   ch'ogni altro respective a questo  poco,

        pensando che tra morti e tra martri
        corse alla fede il mondo, e li fedeli
        non si curavan de' tormenti diri.

        Ed onde esser porra, se non da' cieli,
  110   che 'n cos poco tempo tanta schiera
        credesse a noi tra le pene crudeli?

        E, per provare ancor la fede vera,
        permise Dio che 'l maladetto drago,
        che sempre adopra che la fede pra,

  115   unisse la sua possa a Simon mago
        e mostrasse miraculi e gran segni,
        non per ver, ma 'n apparente imago,

        e ch'egli commovesse in molti regni
        pi altri nigromanti e suoi satelli
  120   contra la fede con forza ed ingegni.

        Allor li cavalier pochi e novelli,
        dodici e pochi pi, fn resistenza
        tal, ch'elli confutn tutti i ribelli.

        E, perch sappi di quant' eccellenza,
  125   quanto a Dio piace e quanto merto acquista
        la vera fede con ferma credenza,

        ella  che 'nsino al ciel alza la vista
        e vede il premio, il qual alla fatiga
        fa esser forte, perch si resista.

  130   Ella  che vince la triplice briga
        del mondo, del dimonio e sensuale;
        e la vittoria  ben che 'l mondo affliga.

        Ell' che mostra la pena infernale
        a' peccatori e col timor gl'induce
  135   a far il bene ed a lassare il male.
p. 346
        E, come la Prudenza  guida e luce
        alle vert moral, cos questa anco
        alle vert divine  scorta e duce.

        E, come senza gli occhi nullo  franco
  140   fra' suoi nemici, ed  persona stolta
        quella, in cui al tutto ogni prudenza  manco;

        cos colui, al qual la fede  tolta,
        va come cieco, e l'avversario el mena
        unque gli piace e come vuole el volta.

  145   E, se saper tu vuoi la pi serena
        loda ch'ell'abbia, attendi e fa' ch'impari
        di quanto merto questa fede  piena.

        Se promettesse alcun tutti i denari
        ad alcun altro, acci che gli credesse
  150   alcuni effetti a suoi sensi contrari,

        non sera mai che credere el potesse;
        nientemeno el credera per fermo,
        senza denari ovver senza promesse,

        se fusse ditto a lui dal divin sermo.
  155   Allora quel che non puote natura,
        a creder l'intelletto non  infermo.

        E questo solo avvien, se ben pon' cura,
        ch la mente fedel si fonda in Dio,
        onde ha autorit Sacra Scrittura.

  160   E, se tu ben attendi al parlar mio,
        nulla  maggior offerta e pi eccellente,
        nullo olocausto  pi efficace e pio,

        che quando volont stringe la mente,
        che tanto crede a Dio, ch'assente quello
  165   che pare a' sensi suoi contradicente.

        Chi questo fa, non  a Dio rubello.--


p. 347




CAPITOLO XV

Di coloro che col lor sangue fondarono la fede,
e delle cose che dobbiamo credere.


        Paulo mi mise poi nel tempio sacro,
        fatto di sangue e fatto di fortezza
        di santi, morti a duolo acerbo ed acro.

        Parea ch'andasse al cielo la sua altezza,
    5   edificato in dodici colonne,
        e quattro miglia o quasi nell'ampiezza.

        N Capitolio mai, n Ilionne
        fu di bellezze e gioie tanto adorno,
        n 'l tempio, che 'l gran saggio fe' in Sionne,

   10   quante questo n'avea intorno intorno;
        di mille luci splendea in ogni parte,
        s come luce il sol di mezzogiorno.

        Mai Policleto, n musaica arte,
        neanco Giotto fe' cotal lavoro,
   15   qual era quel di quelle membra sparte.

        Parean i lor capelli fila d'oro,
        e lor vermiglie ven parean coralli,
        e purpuresche le ferite loro.

        La carne e l'ossa chiar pi che cristalli,
   20   tutte ingemmate a pietre preziose,
        pien di iacinti e di topazi gialli.

        Mostr a me Paulo tra le belle cose
        prima san Pietro e poi pi altri assai,
        che Cristo in pria per fundamento pose.

   25   Mostrommi cento e pi papi primai,
        i quai fn morti per la santa fede,
        ch'ora risplende di cotanti rai.
p. 348
        Per la qual cosa a chi saliva in sede
        si trasse dirli:--Vuoi esser pastore
   30   con quella valentia, che si richiede?--

        Ci era a dire:--Hai tu tanto valore,
        che sia costante a sostener la morte
        per santa fede senza alcun timore?--

        Poi disse:--Or mira il giovinetto forte,
   35   il qual inverso il cielo alza la faccia
        e per me prega con le braccia sporte.

        Stefano  quel, che disse:--O Dio, a te piaccia
        che facci agnello del lupo rapace,
        che li tuoi cristian s mette in caccia.--

   40   Allor refulse in me lume verace,
        e caddi in terra e poi risposi a Cristo:
        --Chi se', Signor? far ci ch'a te piace.--

        Laurenzio e poi Vincenzio ed anco Sisto
        mostrommi poi ed il mio Feliciano
   45   tra le gemme pi chiare ivi permisto:

        li martiri sepolti in Vaticano,
        in via Salaria, Callisto e Priscille,
        ognun lucente, chiaro e diafno.

        Io vidi poi le fortissime ancille,
   50   Lucia, Agnese, Marta e Caterina,
        Cecilia, Margherita e pi di mille;

        e quelli che refulsono in dottrina
        in santa Chiesa con tanti splendori,
        quanti ha nel ciel la stella mattutina;

   55   e, sopra a tutti, li quattro dottori,
        intra li quali risplende Augustino
        tanto, ch'ecclissa li raggi minori.

        Tra quelle luci sta Tomas d'Aquino,
        Anselmo ed Ugo, Ilario e Bernardo,
   60   quasi carbonchi posti in oro fino.

        Isidoro, Boezio e 'l buon Riccardo,
        Crisostomo ed Alano era ivi inserto,
        splendente ognun, che mi vincea lo sguardo.
p. 349
        Il tempio, che di sopra era scoperto,
   65   avea per tetto il raggio delle stelle,
        e 'l ciel ogni splendor v'avea aperto.

        Mentr'io mirava queste cose belle,
        Paulo mi disse:--Se tu hai diletto
        altro sapere, perch non favelle?--

   70   Risposi a lui:--Quantunque io abbia letto
        che cosa  fede, ancor non son contento,
        se meglio nol dichiari al mio intelletto.

        --Fede  substanza ovvero fundamento
        delle cose non viste e da sperare,
   75   ferma chiarezza ovver fermo argumento.--

        Cos egli rispose al mio parlare;
        e poi subiunse che qui la substanza
        vien da quel verbo, che sta per substare.

        E, perch tutto l'esser di speranza
   80   sta su la fede e dietro gli seconda,
        e senza lei ogni vert ha mancanza,

        fede  substanza, perch 'n lei si fonda
        spene e vert e vanno dietro poi
        quasi accidenti ovver cosa seconda.

   85   Se d'argumento ancor tu saper vuoi,
        ci  chiarezza, ch la fede  chiara,
        come chi vede ben cogli occhi suoi.

        E fa' che 'ntendi bene, e questo impara:
        ch'alcuna fede  viva, alcuna  morta,
   90   e sol la fede viva appo Dio  cara,

        perch nell'operare  sempre accorta;
        e cos  vert da lei produtta,
        come da pianta che buon frutto porta.

        La fede morta  quella che non frutta
   95   l'opere virtuose e non si guarda
        n dalli vizi, n da cosa brutta.

        E questa fede  morta, a chi risguarda;
        ch, bench dica con parol ch'ell'ama,
        nell'opere si mostra poi bugiarda.
p. 350
  100   Per, se cristiano alcun si chiama
        ovver fedele, e vuoi veder la prova,
        guarda se 'l frutto porta in su la rama.

        Crede il demonio e teme, e non gli giova,
        perch null'atto senza caritate
  105   esser di frutto buon giammai si trova.--

        Poi vidi scritto: O voi che 'l tempio intrate,
        leggete questo e ben ponete mente,
        e, come dice qui, cos crediate.

        Io lessi: Io credo in Dio onnipotente,
  110   e tre persone in un essere solo,
        e che fe' l'universo di niente.

        E credo in Ies Cristo, suo figliuolo
        e nato di Maria e crucifisso,
        morto e sepolto con tormento e duolo;

  115   e ch'and al limbo e trasse dall'abisso
        i santi padri, e laggi di quel fondo
        quass di sopra li men con isso;

        il terzo d poi florido e giocondo
        risuscit, e poscia al ciel salo
  120   per sua vert, partendosi del mondo;

        e siede in forma d'uomo a lato a Dio,
        e verr a iudicare all'ultim'ora,
        salvando i buoni e dannando ogni rio.

        Nello Spirito santo io credo ancora,
  125   e ch'egli  Dio; e credo in santa Chiesa,
        che 'n tre persone un solo Dio adora.

        Credo il battismo, che lava ogni offesa,
        col cor contrito la confessione,
        se a satisfar si tien la man distesa.

  130   Credo nel pane della comunione
        essere Cristo, quando  consacrato,
        in segno che e' giammai non ci abbandone;

        e che, finito il temporale stato,
        che 'l ciel produce, mentre sopra volta,
  135   dal qual  ogni effetto generato,
p. 351
        credo che verr Cristo un'altra volta,
        e che ognun rivestir sua carne,
        quantunque sia disfatta e sia sepolta;

        allora egli verr a giudicarne
  140   con pompa trionfante e con maista,
        col corpo che fu offerto a liberarne;

        e ch'alla tromba della sua richiesta
        verranno innanzi a lui i vivi e i morti
        alla sentenza della sua podsta;

  145   e quelli poi divider in due sorti,
        e mandar li rei a valle inferna
        e li suo' eletti agli eterni conforti.

        Credo i beati e credo vita eterna,
        che solo a' virtuosi Dio la dona,
  150   che hanno fede e carit fraterna;

        ch, come la Scrittura ne ragiona,
        Dio non vuole, n vlse aver mai seco
        se non vert perfetta e cosa buona;

        E per comand che 'l zoppo e 'l cieco,
  155   leproso e brutto non intrasse al tempio,
        n fusse offerto a lui infetto pieco;

        e questo fu nel sopradetto esempio.


p. 352




CAPITOLO XVI

Della resurrezione de' nostri corpi dopo il Giudizio.


        Inver' l'apostol poscia mi voltai,
        e dissi a lui:--Questa scrittura letta,
        di nostra fede articuli primai,

        bench'io la creda, ancora mi diletta
    5   udir come suade la Scrittura
        la resurrezion, la qual s'aspetta.--

        Ed egli a me:--A due cose pon' cura:
        una  ch'ognun ritorner in vita,
        ch non va a morte, ma per sempre dura,

   10   e che de' buon la carne rivestita
        ser immortale ed ar l'altre dote,
        che fia impassibil, lieve e fia polita;

        l'altra cosa  che le celesti rote,
        che ora giran s veloce e forte,
   15   non voltaranno pi, n fien pi mote,

        e per questo seran chiuse le porte
        al futur tempo, e non fia pi Carone,
        che ora ognun, che nasce, mena a morte.

        Se vuoi di questo persuasione,
   20   sappi che 'l moto, quando il fine acquista,
        convien che cessi dalla sua azione.

        E cos 'l ciel convien ch'anco desista,
        quando fie giunto al fin, pel qual si move,
        come opra fatta fa posar l'artista.

   25   Or gira il ciel, perch le cose nve
        produce e figlia e corrompe l'antiche,
        mentre fa state qui e verno altrove;
p. 353
        produce uccelli e quel, del qual nutrche
        gli animal suoi, e produce ogni pomo,
   30   mentre il sol volge tra le rote obliche.

        E tutto questo  fatto a fin dell'uomo;
        e l'uomo  fatto a rifar le ruine
        di que' che su da ciel cadro a tomo.

        Per convien che 'l ciel tanto cammine,
   35   sinch tanta ruina si ristora;
        e poi il moto suo aver fine.

        Allor cessar il tempo, che divora
        ci che produce il primo moto, il quale
        fa ci ch'e' figlia, che vivendo mora.

   40   In questo, Cristo altro e triunfale
        dir:--Surgete, o morti, della fossa:
        venite alla sentenzia eternale.--

        Allor ripiglieran la carne e l'ossa
        li rei oscuri, e i buoni con splendori
   45   per la vert della divina possa.

        S come gli arbor, che perdon li fiori
        nell'autunno e perdono ogni foglia
        e paion morti e senza vivi umori,

        talch 'l coltivatore anco n'ha doglia
   50   che paion secchi, e quasi si dispera
        che mai su d'elli pi frutto ne coglia:

        poi la vert del sol di primavera
        li fa di frondi e fiori adorni e belli,
        e rivivisce in lor la morta cra;

   55   cos li corpi sfatti negli avelli
        resurgeranno in istato felice
        co' membri interi insino alli capelli.

        Come di polve nasce la fenice,
        che arde s e del cenere stesso
   60   giovin resurge, s come si dice;

        e cos 'l corpo, sotto terra messo,
        suo spirito aver da quel che viene
        da prima infuso ed al corpo concesso.
p. 354
        Ancora alla iustizia s'appartiene
   65   render secondo l'opera a ciascuno
        il mal al male, e 'l premio dar al bene;

        ch ogni atto moral sempre  comuno
        allo spirito e al corpo, e insieme vanno
        ad ogni atto splendente ed anco al bruno.

   70   Se sol del mal lo spirto avesse affanno,
        potrebbe dire:--O Dio, se tu se' iusto,
        perch io solo del peccar n'ho 'l danno?

        perch solo sto io nel fuoco adusto?
        perch no' 'l corpo, dacch la dolcezza
   75   ebbe degli occhi, del tatto e del gusto?--

        Cos li santi, i quali ebbon fortezza
        tanta, che i sensi fenno consenzienti
        alli martri, affanni ed all'asprezza,

        potrebbon dire:--O Dio, ch non contenti
   80   noi delli corpi nostri, ch'a' martri
        ne segur volentieri ed a' tormenti?--

        Quando questo dicea, gravi sospiri
        udii nel tempio; e parve ch'ogni morto
        avesse a suscitar mille desiri.

   85   85--Vendica il nostro sangue, sparto a torto
        --diceano,--o Dio, non vi ch'ognun desia
        di rivestirsi i corpi omai 'l conforto?

        Non ch'in noi voglia di vendetta sia,
        cos preghiam; ma per aver la vesta
   90   de' corpi, a noi natural compagnia.

        Acci ch'elli con noi abbian la festa,
        perch 'l Iudizio, o Signor, non affretti?
        perch non fai la vendetta pi presta?--

        Risposto fu:--Da voi tanto s'aspetti,
   95   che il numero si compia di coloro,
        che son da Dio con voi nel cielo eletti,

        insin che fatto sia tutto il ristoro
        de' piovuti da ciel primi arroganti,
        che fn cacciati dal celeste coro.--
p. 355
  100   Poi miglia' d'alme m'apparson innanti,
        ed un angelo die' splendide stole,
        in scambio delli corpi, a lor per manti.

        S come un'altra cosa dar si suole
        per consolar alquanto chi pur chiede,
  105   quando non puote aver quel ch'egli vuole;

        cos l'agnol le vesti bianche diede
        e disse a lor:--Queste vestite, intanto
        che d'uomin s'mpian le superne sede.--

        Quell'alme allora andonno in ogni canto,
  110   cercando il tempio, e lor corpi mirando
        con tal desio, che mi mossono a pianto.

        --Il corpo mio  questo: o Dio, oh! quando
        lo mi rivestir?--dicevan molti.
        Alquanti il sangue lor givan basciando;

  115   alquanti dimostravan li loro volti
        e le ferite e le lor membra sparte,
        le braccia e i pi intra li ferri involti.

        Po', come fa l'amico, che si parte
        dall'altro amico, e, perch amor dimostri,
  120   sospira e dice:--A me incresce lasciarte;--

        cos dissono quelli:--O corpi nostri,
        dormite in pace, e tosto Dio ne doni
        voi venir nosco alli beati chiostri.--

        Poi se n'andn con pi dolci canzoni,
  125   e sol rimase meco il Vaso eletto,
        il qual proferse a me questi sermoni:

        --Se d'altro vuoi ch'io informi il tuo intelletto,
        mentr'io son teco, perch non domandi?--
        Ed io, che il domandar ave concetto,

  130   risposi:--O dottor mio, da che 'l comandi,
        dichiara a me in qual et li morti
        resurgeranno e quanto parvi o grandi.--

        Ed egli a me:--Di lor saran due sorti,
        com'io ho detto, ed una de' captivi,
  135   l'altra di quei ch'a ben far funno accorti.
p. 356
        Quei che son morti buon, poich fien vivi,
        trentaquattro anni in apparente etade
        dimostreranno floridi e giulivi.

        Quella  di umana vita la metade;
  140   ogn'uom, che ci esce prima, ha mancamento,
        e quando cala inver' l'antichitade.

        Se parvit ovver troppo augumento
        non fie per mostro o natura peccante,
        ognun di sua statura fie contento;

  145   s che, se alcun fu nano, alcun gigante,
        questo ed ogni altra cosa mostruosa
        ridurr a forma il divino Operante.

        Ed anco noterai un'altra cosa:
        che ogni dota, che 'l corpo riceve,
  150   gli vien dall'alma sua, ch' gloriosa;

        s che l'esser sottile, illustre e lieve,
        non l'ha 'l corpo da s, se ben pon' mente;
        ch'egli  da s oscuro, grosso e grieve.

        Ma, quando fie rifatto risplendente,
  155   dall'anima verr quello splendore
        e 'l mover, che far subitamente.

        E, perch l'alme ree questo valore
        in s non averanno, per elle
        non potran dar al corpo tal onore.

  160   Non seran liete e non seranno belle:
        tutti i difetti in lor averanno anco,
        ch'ebbon per caso o per corso di stelle,

        e di letizia e luce averan manco.--


p. 357




CAPITOLO XVII

Come Paolo apostolo men l'autore al reame della Speranza.


        --Apostol mio, che al terzo delli cieli
        tirato fosti alle celesti cose,
        perch di quelle a me tu non reveli?--

        Cos diss'io; ed egli a me rispose:
    5   --Perch son s supreme e tanto immense,
        e son s alte e s maravegliose,

        che non  cor terren, che mai le pense;
        n mente che le creda ovver discerna,
        se non le gusta in le superne mense.

   10   Come avverria, se un nella caverna
        fusse nutrito, e poi gli dicesse uno
        ovver la sua nutrice, che 'l governa,

        come nasce la rosa su nel pruno,
        e come 'l sol il d rischiara il giorno,
   15   e poi la sera cala e fllo bruno,

        e quanto il ciel di stelle  fatto adorno,
        e come piove, e che per l'alto mare
        le navi vanno a vento intorno intorno,

        appena el credera; e, poi che chiare
   20   ei le vedesse, dira nel pensiero,
        stando egli stupefatto ad ammirare:

        --Or veggio ben che a s supremo vero
        non alzava io la mente, e ci ch'i'ho creso
         stato diminuto e non intero;

   25   e per questo io, dal terzo ciel disceso,
        parlar non volli tra li saggi e sciocchi,
        che per superbia non m'arebbon 'nteso,
p. 358
        stolti appo Dio e saggi ne' lor occhi,
        pien d'ignoranza e s di senno vti,
   30   che suonan, beffeggiando, unque li tocchi.

        Ma a quei, che alla fede eran divoti,
        a Dionisio ed a molt'altri ancora
        li secreti del ciel io feci noti.

        Quel che tu chiedi ch'io ti riveli ora,
   35   tosto fia manifesto al tuo intelletto,
        quando di questo tempio serai fuora.--

        D'un porfido polito, terso e netto
        una via mi mostr poi 'ns distesa,
        girante intorno al tempio insin al tetto.

   40   --Per questa  la salita ed  la scesa
        di dea Speranza; e chi vuol veder lei,
        convien che saglia sopra questa chiesa.--

        Cos dicendo, ins mosse li piei;
        ed io, che sue vestigie mai non lasso,
   45   dirieto a lui mossi li passi miei.

        E, perch ogni monte  assai pi basso,
        che non  'l monte, ove quel tempio  sito,
        per ratto ch'io salsi il primo passo,

        l'apostol disse a me:--Or sei uscito
   50   fuor del terrestre mondo, e chi s sale
        e di voltarsi addietro  poscia ardito,

        diventa marmo o statua di sale:
        per fa' che non volti, ch tu forsi
        potresti divenir in tanto male.--

   55   Per questo detto, mentre alla 'ns corsi,
        dieci miglia salendo insino a cima,
        il viso mio addietro mai non torsi.

        E, quando sopra il tetto giunsi in prima,
        inverso il mondo ingi chinai la fronte,
   60   come chi d'una torre il viso adima.

        Per l'altezza del tempio e poi del monte
        il mondo parve a me un piccol loco,
        e 'l mare intorno quasi parvo fonte.
p. 359
        --Tu se' appresso alla spera del foco
   65   --disse a me Paulo;--e, perch 'l foco in alto
        riscalda molto, e sotto scalda poco,

        per non arde questo adorno smalto
        di questo tetto, ed anco a te non cuoce,
        degli incendi suoi facendo assalto.--

   70   Non credo mai ch'andasse s veloce
        coll'ale aperte il nunzio Cilleno
        quando il gran Iove a lui comanda a voce,

        che non venisse a me ancora in meno
        la santa Fede, spargendo li raggi
   75   intorno intorno per l'aer sereno.

        E, giunta a me, mi disse:--Accioch aggi
        tuo' intendimenti, e che tu la Speranza
        possi vedere e sua dolcezza assaggi,

        io venni a te e solo ebbi fidanza
   80   ch'io la possi mostrar, se mi t'accosti,
        s che tra te e me non sia distanza.

        Ed abbi li pi tuoi su li miei posti,
        il petto al petto; ed alza la pupilla
        al ciel, come l'arcier ch'al segno apposti.--

   85   Cos udii che fece la sibilla,
        quando mostr al grande imperadore
        col figlio in braccio l'umiletta ancilla,

        dentro in un cerchio in ciel pien di splendore,
        quando il popol roman (tanto era errante)
   90   volea di sacrificio fargli onore.

        Allor Sibilla gli disse davante:
        --Altro signor ne viene, Octaviano,
        a cui degno non se' scalzar le piante,

        ch unir 'l celeste coll'umano.
   95   Egli  che far 'l secolo felice,
        ed al ciel tirer 'l regno mundano.--

        Allora Cristo e la sua genitrice
        gli fe' vedere e disse:--Quegli  'l figlio,
        di cu' i profeti e Virgilio dice.--
p. 360
  100   Cos ed io, al cielo alzando il ciglio,
        un'agnol vidi, ch'era innanzi a Dio,
        il qual dicea per modo di consiglio:

        --Ritorna, o peccatore, al Signor pio,
        il qual perdona a chiunque si converte,
  105   purch si penta e non voglia esser rio.

        Egli t'aspetta colle braccia aperte,
        come padre il figliuol che si desvia,
        che poi l'abbraccia, quando a lui reverte.

        Perch ti parti ed obliqui la via?
  110   Ritorna a tua citt e alla tua corte
        coll'agnol diputato in compagnia.

        Non vedi tu che quella vita  morte
        che corre a morte, e quella vita  vita
        che al vivere giammai serra le porte?

  115   Non vedi tu che l'alto Dio t'invita,
        e, se ti penti e domandi perdono,
        ti dar 'l cielo e la vita infinita?

        Egli dell'esser uom ti fece dono,
        perch suo fossi, e suo esser non puoi,
  120   se non ti mendi e non diventi buono.

        E, se tu 'l tuo voler seguitar vuoi,
        serai perduto; ch nulla ha fermezza,
        se non in quanto ha 'l fundamento in lui.

        Egli  quel padre che nullo disprezza,
  125   che a lui ritorni.--E, quando questo intesi,
        della speranza io sentii la dolcezza,

        e lacrimoso in terra mi distesi,
        dicendo:--O padre, priego mi perdoni,
        se mai io fui superbo e mai t'offesi.--

  130   Mille tripudi allor, mille canzoni
        io vidi in ciel far della penitenza
        del peccator e mille dolci suoni.

        Ed una donna con gran refulgenza
        dal ciel discese a me dal destro lato
  135   a consolarmi della sua presenza,
p. 361
        e disse:--Al cor contrito ed umiliato
        la porta Dio della piet mai serra:
        s quello sacrifizio a lui  grato.

        E, quando il peccator si getta in terra,
  140   di ogni pace Dio gli  grazioso,
        quantunque pria con lui avesse guerra;

        ch non  altro l'esser vizioso,
        se non contra sua legge andar superbo,
        contra l'ordin di Dio ire a ritroso.

  145   Per la superbia di chi 'l pomo acerbo
        gust e stupefe' a' figli i denti,
        fece umanare Iddio l'eterno Verbo,

        a satisfar per quelle giuste genti,
        ch'eran nel limbo; e con martirio amaro
  150   fe' che dal suo Figliol fusson redenti.

        Or pensa quanto Dio ha l'uomo caro,
        da che ordin che tanta maiestade
        a sua perdizion fsse riparo.--

        Quand'ella disse a me tanta pietade
  155   e che Dio fece l'uom non per suo merto,
        ma per parteciparli sua bontade,

        io presi ardire e leva'mi s erto
        e dissi:--Io non son servo, ma figliuolo
        del padre Dio, che tanto amor m'ha offerto.--

  160   Poi mi rivolsi per veder san Polo;
        e vidi lui e la Fe' con gran luce
        salir al cielo; e non mi lassn solo,

        insin che dea Speranza ebbi per duce.


p. 362




CAPITOLO XVIII

De' peccati nello Spirito santo, i quali sono opposti alla speranza.


        Nel levar s, ch'io fei, cotanto ardito,
        ch presa forse ave troppa fidanza
        per quel parlar, che pria aveva udito:

        --Risguarda ben--mi disse dea Speranza,--
    5   che 'n null'altra virt si pu errar tanto,
        quanto in la spen per troppo o per mancanza;

        ch la presunzion sta dall'un canto,
        dall'altro estremo sta il disperare,
        ognun peccato in lo Spirito santo.

   10   N l'un n l'altro si pu perdonare
        in questa vita o nel secol futuro,
        s come dice a noi 'l divin parlare.

        E, perch questo passo  molto oscuro,
        se a quel, che or dir, attento bade,
   15   io tel dichiarer aperto e puro.

        Sappi che la clemenzia e la pietade
        allo Spirito santo  attribuita,
        e ch'e' la porge a chi torna a bontade;

        ch, bench sia la sua piet infinita,
   20   non la debbe donar, n mai la dona,
        se no' a chi torna dalla via smarrita.

        Per, s'alcun nel mal far s'abbandona,
        credendo che, peccando, Dio 'l sovvegna,
        cotal presunzion mai si perdona;
p. 363
   25   ch colpa non  mai di perdon degna,
        se non si pente; e chi pecca sperando,
        chiude la porta, onde aiuto gli vegna,

        ch Dio, il qual  giusto, non  blando
        mai alla colpa, ma contra s'adira,
   30   sinch si emenda e torna al suo comando.

        All'altra estremit della spen mira,
        che ha quattro spezie, e contra piet vera
        pecca 'n Colui ch'eternalmente spira.

        La prima  quando alcun s persevra
   35   in far il mal, che tornar a virtude
        o d'emendarse al tutto si dispera.

        Costui alla piet la porta chiude
        dello Spirito santo ed a' suoi doni,
        dacch non vuol lassar l'opere crude.

   40   L'altra  quando non crede che perdoni
        a lui mai Dio, e pel peccato grande
        crede che Dio pietoso l'abbandoni,

        e non avvien che mai perdon domande.
        Chi si dispera, chiude anco la porta,
   45   ch chi sovvenir vuol, a lui non ande.

        La terza  'n chi la ragion  s torta,
        che loda il mal per bene, e s gli piace,
        che s ed altri nel mal far conforta.

        E, come agli occhi infermi il lume spiace,
   50   cos a lui vert; e chiunque l'usa,
        persegue in fatti e con lingua mordace.

        Costui ancora tien la porta chiusa
        alla piet; e non ch'egli si penta,
        ma chi torna a vert biasma ed accusa.

   55   La quarta spezie  morte violenta
        data a se stesso; ch, mentr'egli more,
        di se medesmo omicida diventa.

        Or chiunque in altro modo  peccatore
        per ignoranza ovver per impotenza,
   60   fatto il peccato, alquanto n'ha dolore.
p. 364
        E dentro nel rimorde coscienza,
        s ch'ancor serva in s la via e 'l lume,
        per la qual pu tornar a penitenza,

        e per cui possa intrar il sacro nume
   65   a suaderli ch'a virt s'induca
        e che lassi ogni vizio e mal costume.

        E, perch ben la speme in te riluca,
        io la diffinir chiara ed aperta,
        acciocch dietro a lei tu ti conduca.

   70   Speranza  un attender fermo e certo
        delle cose celesti ed eternali,
        che vengon per buoni atti e per buon merto.

        Questa  l'ncora data alli mortali
        fermar dentro al mar la navicella,
   75   mentre  in fortuna tra cotanti mali.--

        Qui poscia pose fine a sua favella;
        ed io alzai la testa e tenni mente,
        perch lass uda cosa novella.

        Io udii voci 'n quella spera ardente
   80   del foco, il qual appresso soprastava,
        e sospir gravi d'una afflitta gente.

        Ed ella a me:--Lass si purga e lava
        il satisfar non fatto, e l  'l ristoro
        del tepido, commesso in vita prava.

   85   In quella spera s sta il purgatoro,
        parte del regno mio: l sta la Spene,
        e pi lass che altrove io dimoro.

        Io son che li conforto tra le pene,
        perch hanno speranza di venire,
   90   quando che sia, all'infinito Bene.

        Vero  che la lor doglia e 'l gran martre,
        per buone orazioni e per indolto
        di sante chiavi, si pu sobvenire.--

        Ed io a lei:--Or qui dubito molto;
   95   ch, se 'l peccato sta su nella voglia,
        come senza 'l pentir pu esser tolto?
p. 365
        Se l'uom non  contrito e non ha doglia,
        avvenga ben che Dio perdonar possa,
        senza 'l pentir giammai non  che 'l toglia.

  100   Or come, adunque, l'orazione mossa
        laggi dal mondo fa che perdonato
        sia il vizio qui e l'offesa rimossa?--

        Ed ella a me:--Due cose ha 'n s 'l peccato:
        prima  la colpa, ovver deformit,
  105   cio far contra il ben da Dio ordinato.

        E questa colpa  nella volont,
        la qual, se non si pente per se stessa,
        Dio la pu perdonar, ma mai nol fa.

        E solo questa colpa gli  demessa
  110   al peccator, che corre al sacerdote,
        quando divotamente si confessa.

        L'altra  la pena e satisfar si puote;
        e questa ancora il peccator, se vuole,
        con la contrizion da s la scuote;

  115   ch, quando del peccato egli si duole,
        tanto che contrizion sia tutta piena,
        morendo, allor convien che su al ciel vole.

        Onde, se ognun come la Maddalena
        satisfacesse, bagnando la faccia,
  120   non sera 'l purgatoro, n sua pena.

        Ma, quando  alcun, il qual non satisfaccia
        integramente, il prete che l'assolve,
        da colpa e non da pena lo dislaccia.

        E per 'l peccator che a Dio si volve,
  125   se 'l convertirsi  tardo o freddo o poco,
        nel purgatr la pena poi persolve.

        E tanto tempo sta in questo loco,
        quanto ha negletto, se non lo fa brieve
        il papa santo, offerta o iusto invoco.--

  130   Ed io a lei:--Questo credere  grieve,
        che a chi non satisfece ed  defunto,
        il papa od altra offerta pena live.--
p. 366
        Rispose a questo:--Il membro, ch' coniunto,
        da suoi coniunti membri  sobvenuto,
  135   quando si duole o quando egli  trapunto.

        Se questo a' suoi coniunti ha provveduto
        la nobil e magnifica natura,
        cio che un membro dall'altro abbia aiuto,

        dacch la grazia  di maggior altura,
  140   che non  ella, e nobil e suprema,
        siccome affirma e prova la Scrittura,

        ben pu supplire alla mesura scema
        del satisfar con quei che son consorti
        in carit nella partita estrema.

  145   Cos li vivi sobvengono a' morti
        con satisfar per lor el pentir lento,
        ch 'l tempo d'ire al cielo a lor s'accorti.

        Per questo il Maccabeo mand l'argento
        e fece al tempio offerta e nobil dono
  150   per lo esercito suo, di vita spento.

        Adunque  santo, pio, salubre e buono
        pregar pe' morti; e pel prego concede
        a lor del satisfare Dio 'l perdono.

        E, quando Cristo a Pier le chiavi diede
  155   d'aprire e di serrare, e capo el fece
        di tutti i membri uniti in santa fede,

        il ben, che i membri fanno, ed ogni prece
        commise a lui, e pu participarlo
        ed applicarlo a chi non satisfece.

  160   Il ben participato, di cui parlo,
        non per a chi l'ha fatto, s'amminora,
        n papa a lui porra giammai levarlo;

        sicch, quand'un digiuna ovver che ora
        per quei che son in purgatr puniti,
  165   fa prode a lui ed a coloro ancora.

        E, dacch li purgati sonno uniti
        in grazia con noi e sonno in via,
        perch a lor patria ancor non son saliti,
p. 367
        il papa, ch'esti beni ha 'n sua bala,
  170   del ben universal della sua greggia
        ne pu far parte a lor e cortesia.

        Ed ogni capo, ch'alcun corpo reggia,
        del merito de' membri, ch'e' governa,
        ne pu far parte, pur che altri el chieggia,

  175   in quanto sia accetto, in vita eterna.--


p. 368




CAPITOLO XIX

Come la Speranza conduce l'autore a parlare con la Carit.


        Come la Fede la santa speranza
        mi demostr, cos poscia la Spene
        la carit, ch'ogni vertude avanza.

        Considerai che Dio  sommo bene,
    5   e che da lui ogni altro ben deriva
        prima ne' cieli, e poscia in terra vne.

        Considerai che me fe' cosa viva,
        poi animal, e poi mi diede in dono
        libero arbitrio e vert intellettiva.

   10   E ci, che s'ama, s'ama in quanto e buono;
        ed egli  'l Ben supremo e s cortese,
        ch'ogni pentir in lui trova il perdono.

        Questo di tanto amore il cor m'accese,
        che fe' di piombo ogni aurato dardo,
   15   che mai Cupido folle in me distese.

        Allor inverso il ciel alzai lo sguardo,
        e venne un raggio a me dal primo Amore,
        che tanto mi scald, che ancora io ardo.

        Ond'io gridai:--O alto Dio Signore,
   20   che render posso a tanti benefici,
        se non ch'io ami te con tutto il core?

        Era niente, ed alli ben felici
        tu mi creasti; e, mentre servo io era,
        per grazia, mi facesti de' tuo' amici.--

   25   Quando questo dicea, di luce vera
        resperso fui; ond'io mirai pi fiso,
        per veder onde uscia quella lumiera.
p. 369
        E donna vidi dentro al paradiso
        bella e lucente tanto quanto il sole,
   30   se non che pi acceso aveva il viso.

        E, come aquila fa 'nanti che vole,
        che mira in alto prima che gi vegna
        inver' la preda, che prendere vle,

        cos scese ella e disse a me benegna:
   35   --Del purgatr convien che 'l foco passi,
        anzi che venghi ove per me si regna.--

        Li polsi miei, gi faticati e lassi,
        se sgomentro un poco a tanta impresa;
        ond'io per questo un gran sospir fuor trassi.

   40   Ma, dacch Muzio nella fiamma accesa
        spontaneamente porse quella mano,
        ch'a dare il colpo avea commessa offesa,

        e dacch sol per un onor mundano
        Pompeo il dito s'arse dentro al foco,
   45   a mostrar forte a non aprir l'arcano;

        come temenza in me potea aver loco
        con Spene e Carit, che ogni amaro
        fanno esser dolce e fannol parer poco?

        Per, mostrando il viso allegro e chiaro,
   50   risposi:--Io venir voglio, e, con voi due,
        star dentro al purgatoro a me fia caro.

        Come Abacuc ins levato fue,
        quando soccorse a Daniel profeta,
        cos allora io fui levato insue.

   55   E fui nel purgatoro; e grande pita
        d'anime vidi in quelle fiamme ardenti,
        che tra' martri avean sembianza lieta;

        ch, bench fusson tra li gran tormenti,
        la speranza addolcisce in lor la pena,
   60   ch speran ire alle beate genti.

        --Ave, Maria di grazia piena
        --cantavan molti dentro della fiamma,--
        _Dominus tecum_, o stella serena.
p. 370
        Soccorri tosto, o dolce nostra mamma,
   65   ed a piet ver' noi il Signor piega
        per quello amor, che te di lui infiamma.

        Quando, o Regina, la tua voce priega,
        nel cospetto di Dio  tanto accetta,
        che nulla a tua domanda mai si niega.

   70   O donna sopra ogni altra benedetta,
        fa' ch'a noi venga il benedetto Frutto,
        che con tanto disio da noi s'aspetta.--

        Io stava ad ascoltar, attento tutto,
        le lor parole e le piatose note,
   75   mostranti insieme l'allegrezza e 'l lutto.

        E parte ancor dell'anime divote
        a coro a cor dicen le letanie
        con pianto tal, che mi bagn le gote.

        Ed alcun gl'inni, alcun le psalmodie,
   80   alcuni il Deprofundo e 'l Miserere
        dicen con pianti e dolci melodie.

        Poi un grid:--Oh! venite a vedere
        un, che 'ns sale ed ha viva persona:
        e' dentr'al foco ha le sue membra intiere.--

   85   Come a messaggio, c'ha novella bona,
        corre la gente ed ognuno el domanda,
        ed ei risponde alquanto e non ragiona;

        cos correno a me da ogni banda
        spiriti eletti quivi a farsi belli,
   90   sin ch'a felice stato Dio li manda.

        --Noi ti preghiam--dicen--che ne favelli;
        dacch tu sei colle benigne scorte,
        non hai timor sentir nostri fragelli.

        Se tu non hai gustata ancor la morte,
   95   dinne se ancor al mondo tornerai,
        acci che l di noi novella porte.--

        La Spene e Carit addomandai
        se volen ch'io parlasse, ed assentro:
        ond'io mi volsi a loro e m'arrestai.
p. 371
  100   E vidi li tre, posti a gran martiro,
        che dentro al foco portavan gran some
        con grande ansiet e gran sospiro.

        Il primo addomandai come avea nome,
        e che dicesse a me degli altri doi,
  105   e delle some loro il perch e 'l come.

        In prima sospir, e disse poi:
        --Io fui il padre di questo secondo,
        ed egli al terzo, ed io avo gli foi.

        Si come spesso avvien del mortal mondo,
  110   che l'uno all'altro la gran soma lassa
        de' mal tolletti e frode il carco e 'l pondo,

        in quella vita che, morendo, passa,
        io lassa' al figlio e 'l figlio all'altro ancora,
        che si rendesse il mal riposto in cassa,

  115   ed egli all'altro che 'n vita dimora;
        e 'l pronepote mio non ce n'aita,
        si che una soma gi tre n'addolora.

        Ahi, quanto  saggio chiunque in sana vita
        provvede a questo e fa con Dio ragione,
  120   e non l'indugia infino alla partita!

        Ch far non p la satisfazione,
        e spesso a satisfar il mal ablato
        un altro erede rubator ci pone.

        Sabello nella vita fui chiamato,
  125   e fui di Roma, e 'l mio figliol fu Carlo,
        e Lelio  'l mio nipote, che gli  a lato.

        --Dacch concesso m' che io ti parlo
        --diss'io a lui,--un dubbio, in che m'hai messo,
        dechiara a me, se tu sai dechiararlo.

  130   Se fu a tuo figlio il satisfar concesso,
        perch 'l peccato suo in te redonda,
        s'egli ha negletto quel che gli hai commesso?--

        Ed egli a me:--Se vuoi ch'io ti risponda,
        sappi che 'l pentir tardo, freddo e lento
  135   e 'l non ben satisfatto qui si monda.
p. 372
        E, se alcuno avesse il pentimento,
        come il ladron, che 'n croce si pento,
        senz'altra pena al ciel andra contento;

        ch chi, come san Pietro e san Matteo,
  140   in vita o nello estremo ben si pente,
        prima vorra morir ch'esser pi reo.

        Ma questo ben pentir, se tu pon' mente,
         raro s, quanto sera a rispetto
        all'assai 'l poco, ch' quasi niente.

  145   E cos 'l mio pentir non fu perfetto,
        ch'io 'l tardai e del mal far m'accorse,
        quand'era per morir su nel mio letto.

        E, s'io fusse guarito, sarei forse
        tornato al mal di prima o, come 'l figlio,
  150   a satisfar arei chiuse le borse:

        siccome chi sta in mare a gran periglio,
        che fa gran voti e par tutto contrito
        e dassi al petto ed al ciel alza il ciglio;

        e, quando il tempo turbo s' partito,
  155   ovver ch'egli  disceso fuor del mare,
        muta proposto e muta l'appetito.

        Pel freddo pentimento e pel tardare
        e perch 'l satisfar lascia' a costoro,
        allor che meco io nol potea portare,

  160   tanto star in questo purgatoro,
        che satisfatto sia, se 'l ben comuno,
        che fa la Chiesa, non mi d adiutoro.

        Di quelle messe e preci ha qui ognuno
        la parte sua, come d 'l corpo il cibo
  165   a' membri suoi, e pi al pi digiuno.--

        E poscia vidi ci che ora scribo.


p. 373




CAPITOLO XX

Dove trattasi pi distintamente del purgatorio,
e si risolvono certi dubbi.


        Io vidi poscia alquanti in purgatoro
        cantar nel foco:--_Expectans expectavi_,--
        a verso a verso, come si fa 'n coro.

        Ed alcun'altri con voci soavi
    5   dicean anco, cantando:--O Agnus Dei,
        che i peccati del mondo purghi e lavi!--

        E--_Verba mea_--e--_Miserere mei_
        --diceano molti con s duro pianto,
        che a lacrimar condusson gli occhi miei.

   10   E, poscia che silenzio fenno alquanto,
        agnoli vidi su dal ciel venire
        con allegrezza e festa e dolce canto.

        E, giunti quivi, un cominci a dire:
        --D'este pene esci fuori, o Pier Farnese,
   15   ch Dio ha posto fine al tuo martre.--

        E quel, ch'egli chiam, ratto s'accese
        di luce chiara e tanto benedecta,
        che dal fuoco e da incendio lo difese.

        E cominci a cantar:--_O quam dilecta
   20   tabernacula tua_, o Dio Signore!
        Beato chi 'n te spera e chi t'aspecta!--

        E l'agnol disse:--Da questo dolore
        Ugolin d'Ancaran ora ti slega,
        e d'esto purgatr ti cava fre.

   25   Ogni volta ch'egli ra, per te priega:
        il digiunar e 'l lacrimar, che ha fatto,
        ha mosso Dio, che a piet si piega.
p. 374
        E prete Bonzo ha per te satisfatto
        el dever tuo, ed ito tre viaggi;
   30   e le sue messe ancor ti tran pi ratto.--

        Resperso tutto di celesti raggi,
        con quegli angeli insieme in ciel sen go
        al Ben supremo e sempiterni gaggi.

        E prete Bonzo ben conosceva io
   35   per peccatore; e per ammirai
        che Dio esaudisse un cos rio.

        Per questo la Speranza domandai:
        --Come chi 'n carit non  fundato,
        pu satisfar per queste pene e guai?--

   40   Ed ella a me:--Tu sai ben che 'l peccato
         fare o ir contra divina voglia:
        per giammai a Dio p esser grato.

        Come che pianta mai frutto n foglia
        potrebbe far, remossa la radice,
   45   cos chiunque  che carit si spoglia.

        E, se fa ben alcuno ovver che 'l dice,
        giovar li p al ben, ch' temporale,
        ma non mai all'eterno ovver felice.

        E, quando alcuno, ch' in pecca' mortale,
   50   prega per quel ch' 'n carit unito,
        a quello, per cui prega, giova e vale;

        ch non per s da Dio  esaudito,
        ma per colui che prega e satisface,
        che gi  eletto all'eterno convito;

   55   ch spesse volte il messo, che dispiace,
        si esaudisce per colui che 'l manda,
        o perch'e' chiede cosa ch'altrui piace.

        E spesse volte la buona vivanda,
        perch all'infermo si darebbe invano,
   60   negata gli , quand'egli la domanda;

        la qual, se fusse data a chi  sano,
        ed ei la prenda, el robora e conforta
        in tutti i membri del suo corpo umano.
p. 375
        Ad alcun anco, in cui carit  morta,
   65   del ben, che fa, gli avviene ex consequente
        che 'l premio eterno e felice ne porta;

        ch, quando egli ra o dona all'indigente,
        prega per lui, e la somma Piatade
        spesso per questo gl'illustra la mente,

   70   s ch'ei torna a vert ed a bontade:
        ond'io conchiudo ch'atto virtuoso
        innanzi a Dio giammai in fallo cade.

        --Se tu pervegni al superno riposo
        --un disse a me,--innanzi che tu monti,
   75   star meco alquanto non ti sia noioso.

        Se vuoi che 'l nome mio pria ti racconti
        e la freddezza mia, la qual io mondo
        e che, penando, qui convien ch'io sconti,

        Toso Benigno fui detto nel mondo:
   80   fui piacentino, e da me fu commesso
        ad un per me di satisfar il pondo.

        Romper la fede a Dio  'l primo eccesso,
        e poscia al morto, il qual, quando decede,
        lascia il suo successor quasi un se stesso.

   85   Cos un mio compagno io lassa' erede:
        e' di quel ch'io volea, niente fece,
        s come spesso fa chiunque succede.

        Per ti prego, se tornar ti lece,
        che dichi al fratel mio che satisfaccia
   90   e che per me vada a Roma in mia vece.--

        Risposi a lui:--Ci, che vorrai ch'io faccia,
        el far volentier; ma resta un poco,
        ed a me un punto dichiarar ti piaccia.

        Io lessi gi che sta in altro loco
   95   il purgatoro e ch' parte d'inferno;
        ed ora el veggio qui tra questo foco.--

        Ed egli a me:--Colui, che 'n sempiterno
        mai non si muta ed ogni cosa move
        e tutto l'universo ha 'n suo governo,
p. 376
  100   ha qui il purgatoro ed anco altrove,
        e nell'inferno puote dar gran festa
        e fare il paradiso in ogni dove.

        Basta che qui a te si manifesta
        che cosa  'l purgatoro e che 'l fece anco
  105   prima Iustizia, ovver prima Maista,

        e che l si ristora ci che ha manco
        la penitenzia, e che nullo va al cielo,
        se prima non si purga e fassi bianco.

        Ricrdite dell'alma, che nel gielo
  110   al vescovo grid:--Io son qui messa
        sol per purgarmi, e questo ti rivelo:

        ch'un mese vogli dir per me la messa,
        ch cos spero uscir di questo ghiaccio,
        e che indulgenza mi ser concessa.--

  115   Ricrdite il pastor quant'ebbe impaccio
        nel dir le messe, e come Paulino
        gi si purg, e molti di quai taccio.--

        Gi le mie scorte avean preso il cammino
        su verso il ciel tra l'anime, che stanno
  120   nel foco, come argento a farsi fino,

        ed allo 'ndugio ed alle pene, c'hanno,
        con lacrime chiedean merc da nui,
        ricordando l'arsura e 'l loro affanno.

        E, quando presso al cielo io giunto fui,
  125   sentii maggior l'incendio; e per riparo
        le scorte mie m'abbracciro amendui,

        ch 'l foco l  pi attivo e chiaro,
        e, perch tocca il cielo, in gi reflette:
        per 'l caldo raddoppia ed  pi amaro.

  130   Quelle parti del ciel son s perfette,
        che non temono arsura ed han vantaggio
        a trasmutazion non star subiette.

        Non so in qual modo, n per qual viaggio,
        mi trova' intrato nel ciel della luna,
  135   assai 'n men tempo che detto non l'aggio.
p. 377
        E di due scorte meco era sol una,
        cio la Carit, che risplendea
        s, che ogni luce arebbe fatta bruna.

        E questa dolce guida ed alma dea
  140   disse:--Alla quinta essenza io t'ho condotto
        dall'altra trasmutabile e s rea.

        Ci che sta a questo ciel laggi di sotto,
        subiace al tempo e convien vada e vegna
        in non niente ed in stato corrotto.--

  145   E poi soggiunse quella dea benegna:
        --'Nanti che trascorriam noi questi cieli
        ed ogni intelligenza che qui regna,

        conviene che il mio offizio ti disveli,
        acci che, quando torni tra' mortali,
  150   gli atti miei lor insegni e lor riveli.--

        Risposi:--O sacra dea, tra tanti mali
        per veder le vertudi io son venuto;
        e tu a salire qui m'hai dato l'ali.

        Per te invoco ed a te chiedo aiuto,
  155   che tu m'insegni te, sicch, allora
        ch'al mondo narrer ci c'ho veduto,

        del regno tuo io possa dir ancora;
        e che vert in tanto  vertuosa,
        in quanto amor la 'nforma ed avvalora:

  160   non amor di Cupido o d'util cosa,
        ma quel, che 'l sommo Ben ferma per segno,
        e fa l'anima a Dio fedele sposa,

        s ch'ogni amor, ch' fuor di lui, ha a sdegno.--


p. 378




CAPITOLO XXI

Della carit e dell'opere della misericordia corporali e spirituali.


        --Amor--diss'ella-- la cagione e 'l fine
        d'ogni vert e d'ogni atto morale
        e delle cose umane e di divine.

        E tanto ogni vert appo Dio vale,
    5   quanto ha d'amore; e quanto d'amor manca,
        convien che la vert da bont cale;

        ch'amore  volont accesa e franca
        a voler fare; e, mentre l'amor dura,
        nell'operar la volont mai stanca.

   10   E questo amor va sempre a dirittura,
        quando elegge per fine e per suo porto
        il Creatore e non la creatura.

        E cos alcuna volta anco va torto,
        quando elegge per fine e per suo segno
   15   cosa che manca e che ha l'esser corto;

        onde, s'alcun prudenza, ovver lo 'ngegno,
        ovver iustizia, ovver mostri fortezza,
        ovver clemenza con atto benegno,

        e ci facesse a fin d'aver ricchezza,
   20   non sara questo il buon amor, ch'i' ho detto,
        n quella carit, che Dio apprezza;

        ch carit  un amor perfetto,
        ed  dilezion contemplativa,
        che 'n ci, che ama, ha Dio per suo obietto;

   25   ed ogni cosa, o che sia morta o viva,
        ama ed apprezza, in quanto  buona in Dio,
        e sopra tutto Lui, donde deriva.
p. 379
        E questa carit, ch'ora dico io,
        ama il demonio, in quanto da Dio pende
   30   per creatura, e non in quanto  rio.

        Cos di grado in grado ella descende,
        amando pi e men, secondo i gradi;
        e quanto trova il ben, tanto s'accende.

        Ma, perch amor, se tu diritto badi,
   35   sta in congiunzion stretta e perfetta,
        quando  onesta e fuor degli atti ladi

        questa coniunzion cos costretta,
        chiunque la rompe, separa o disparte,
        convien che grave offesa egli commetta.

   40   Per, mirando quanto a questa parte
        la carit  altramente ordita,
        ed altramente il suo amor comparte,

        prima ama Dio, che l'esser e la vita
        dona alla mente, e poi ama se stesso,
   45   ch nulla cosa ha l'uom pi che s unita;

        poi ama i genitor dopo s appresso,
        e li figli, la donna e li nepoti,
        secondo il grado loro ovver processo.

        In questo amor, se tu attento noti,
   50   vert, natura e caso altrui coniunge,
        quando  onesto e con atti divoti.

        E, quando questo amor va alla lunge,
        se carit lo scalda e fllo grande,
        a' peccatori ed a' nemici adiunge.

   55   Non ch'a lui piaccian l'opere nefande,
        ma, 'nquanto uomini, gli ama e per essi ra,
        ed a ben far ancor la man lor spande.

        La carit appar perfetta allora
        laggi nel mondo, quando  s accesa,
   60   che del suo iniuriante s'innamora.

        E, perch la vertude s'appalesa
        nell'operar, cos si manifesta
        nell'operar la carit, c'hai 'ntesa,
p. 380
        che 'l pover pasce e che dona la vesta
   65   a chi  nudo, e visita e d aiuto
        a quello, il qual l'infermit molesta;

        e va al prigion, che 'n carcere  tenuto,
        e che sia liberato e sia disciolto
        s'adopra con favore e con tributo;

   70   anco  da lei 'l pellegrin raccolto,
        e fa che 'l morto di terra si copre,
        facendo aiuto perch'e' sia sepolto.

        E fuor di queste sonno anco sette opre
        di spirital piet laggiuso in terra,
   75   che per grandezza a queste van di sopre.

        Prima riprende il prossimo, quando erra,
        soavemente; e, s'e' non si corregge,
        d'asprezza e poi d'accusa gli fa guerra.

        L'altra consiglia con senno e con legge,
   80   il prossimo drizzando in la via dritta,
        quando sta in dubbio e non sa che si elegge.

        L'altra conforta poi la mente afflitta,
        l'animo roborando a pazienza,
        che vince, se a terra non si gitta.

   85   La quarta d il dono della scienza
        allo ignorante, il nobile tesoro,
        che pi che la ricchezza ha d'eccellenza.

        La quinta prega per tutti coloro
        che sonno viator nel mortal mondo,
   90   e per color che stanno in purgatoro.

        L'altra sopporta il gravissimo pondo
        de' viziosi e chi mal si nutrca
        col mal costume e col vivere immondo;

        ch, dacch 'l vizio ha la vert nemica
   95   e fagli sempre oltraggio, or quinci pensa
        se a sopportar li rei  gran fatica.

        L'altra rimette e perdona ogni offensa.
        Queste due sempre son l'opre pietose,
        che Carit gi nel mondo dispensa.
p. 381
  100   Alza la mente omai all'alte cose,
        ch'io ti dir, ch'agl'intelletti bassi
        per troppa sottigliezza son nascose.

        Sappi che amor sempre move li passi
        dietro al conoscimento; e, se ben note,
  105   senza esso gli atti del voler son cassi;

        ch amar si posson ben cose rimote
        dagli occhi e dalli sensi, ma non mai
        s'aman le cose all'intelletto ignote.

        Quanto  'l conoscimento, o poco o assai,
  110   del ben, che move ed ha 'l voler piacente,
        tanto s'accende amor, di cu' udito hai.

        E, perch 'l mondo ovver la mortal gente
        non ben conosce le cose del cielo,
        per non l'ama ben perfettamente;

  115   ch non posson veder se non col velo
        de' sensi lor, s come vede il vecchio
        al lume fioco d'un piccol candelo.

        E, perch veggion Dio sol nello specchio,
        il Creator nelle sue creature,
  120   per l'amor laggi non ha parecchio

        a questo di quass, che aperte e pure
        vede este cose e che da Dio procede
        ogni altro bene e tutte altre nature.

        Or veder puoi ch'amor sempre col piede
  125   va dietro al bene, e tanto ha 'n s augumento,
        quanto el conosce e quanto in bont eccede.

        Or mira ben a quel ch'ora argumento:
        che, quando amor pervien col suo desire
        al sommo Ben, che 'l posa e fa contento,

  130   giammai da quello amor si pu partire,
        ch nulla displicenzia  che 'l rimova,
        ed ogni complacenzia ha nel fruire.

        E, dacch ogni dolcezza quivi trova
        e che quel sommo Bene  infinito,
  135   sempre la mente trova cosa nova.
p. 382
        Cos contentasi il doppio appetito,
        in pria la mente e poi la volontade,
        ch l'uno e l'altro ha ci, che ha concupito.

        La mente ve' la prima veritade
  140   nella prima cagion, dalla qual vne
        ogni altro effetto ed ogni altra bontade.

        La volont, che ha sete d'aver bene,
        lo gusta e beve quivi in la sua fonte,
        ch'eternit e securt contiene.

  145   Per chi vede Dio a fronte a fronte,
        convien che abbia carit compiuta,
        se ben ha' inteso le parole cnte.

        Ma giuso in terra  fredda e diminuta,
        sinch, illustrata di lume sereno,
  150   alzar 'nsino a Dio la sua veduta.

        Per satisfarti ancora ben appieno,
        bench sia in cielo amare Dio necesse,
        non per il libero arbitrio  qui meno;

        per che quei, che stan nel beato esse,
  155   amano Dio con volont amorosa,
        se ben hai 'nteso le parole espresse;

        ch'amor e volont  una cosa,
        ed a quel pasto, ove l'amor si pone,
        il voler anco libero si posa.

  160   E, perch 'n Dio  tutta la cagione,
        che ad amar la volontade move,
        la qual si move sempre a cose bone,

        per, quand'ella ha lui, non va altrove,
        s come fa la pietra ovvero il foco,
  165   quand'egli giunge al suo proprio dove,

        ch ogni cosa ha posa nel suo loco.--


p. 383




CAPITOLO XXII

La Carit mena l'autore nel cielo e tratta delle cose superiori ed eterne.


        Il grato e bel parlar, ch'ella facea,
        mi fu interrotto da dolci armonie
        d'un canto d'angel dentro una corea.

        Per questo ad alto alzai le luci mie,
    5   mosso dal cantar dolce e s giocondo,
        che mai in terra simile s'ude.

        Veder mi parve allora un miglior mondo
        e tanto bello, che questo, a rispetto,
         una stalla ed un porcile immondo;

   10   ch questo  brutto, e quel polito e netto:
        lass son le cagion, qui son gli effetti:
        quel signoreggia, e questo qui  subietto.

        Quando tra canti e tra tanti diletti
        trovarmi vidi ed essermi concesso
   15   di vedere tanti angel benedetti,

        venne la mente mia quasi in eccesso
        pel iubilo soave e tanti balli
        di miglia' d'angel, ch'io mi vidi appresso.

        --Fa', fa' che tosto le ginocchia avvalli
   20   --disse la scorta mia,--e riverente
        va', come a suo signor vanno i vassalli.--

        Allor m'avvidi e non tardai niente;
        e, quando appresso fui, m'inginocchiai
        prostrato in terra tutto umilemente.

   25   Un angel bello, ch'era de' primai,
        mi die' la mano, e, quando mosse il riso,
        di luce sparse intorno mille rai.

        --Noi siam qui posti, e sempre in paradiso
        vediamo Dio; e l la nostra vista
   30   sempre contempla il suo eternal viso.
p. 384
        Per volont del nostro primo Artista
        agli uomini del mondo siam custodi,
        che ancor combatton nella vita trista

        contra il prince mundan, che 'n mille modi
   35   lor d battaglia, el drago Satanasso
        con suoi satelli e con sue false frodi.

        Da noi  retto ci che sta gi abbasso:
        ci, che consiglia il senno di Parnaso,
        se noi vogliam, s'adempie o viene in casso;

   40   ch ci, che  laggi fortuna o caso,
        vien di quass da quel primo consiglio,
        che mai ebbe orto, n avr occaso.

        E, se in terra, ch' un granel di miglio
        rispetto al ciel, son s le cose belle,
   45   talch fan lieto il core ed anco il ciglio,

        che debbe esser quass, onde son quelle?
        Qui son gran regni e spiriti divoti,
        rettor di questi cieli e delle stelle.

        Non fece Dio li lochi ad esser vti,
   50   ma per empirli; ed adorn ciascuno,
        ratto che gli ebbe fatti, se ben noti.

        Sub terra pose il fratel di Neptuno
        e li metalli e l'anime nel duolo
        tra lochi sulfurigni e l'aer bruno,

   55   e gli animali nel terrestre suolo
        e l'erbe e i frutti, acciocch nutricare
        possa la madre terra ogni figliolo.

        E fece l'acque ed adunolle in mare,
        e poscia l'adorn di vario pesce,
   60   che va notando tra quell'acque chiare.

        E fece Dio che ogni fiume n'esce,
        ed anco v'entran tutti i fiumicelli;
        n per manca il mar giammai, n cresce.

        E su nell'aer pose i belli uccelli,
   65   e, dove fa la grandine, in quel loco
        parte di que' che funno a Dio ribelli.
p. 385
        Nel quarto regno, elemento del foco,
        fe' il purgatoro, dove li fedeli
        ristorano il pentir, il qual fu poco.

   70   Fe' dieci regni poi tra questi cieli
        e gl'ordini degli angel quass pose,
        pien di fervore e d'amorosi zeli.

        E l'universo in tal modo dispose,
        che, quanto pi si sale inver' l'altura,
   75   pi grandi e pi perfette son le cose.

        Tra gli elementi il foco ha men mistura;
        tra i cieli quei c'han maggiori contegni
        insino al primo, il qual  forma pura.

        Di sopra a noi sono amplissimi regni
   80   di Troni e Principati e di Cherbi;
        e, quanto stan pi su, pi sonno degni.

        Tu li vedrai, se tanto alla 'ns subi;
        ed ogni regno n'ha mille migliaia,
        ed hanno il paradiso in ciascun ubi.--

   85   E poscia tutta quella turba gaia
        ricomincin lor canti e lor tripudi
        con splendore, che 'l sol par ch'ognun paia.

        O uomini mundan, mortali e rudi,
        perch tardate su al ciel venire
   90   per la via aspra e dolce di vertudi?

        La scorta mia a me cominci a dire:
        --Se altro vuoi veder qui, presto mira,
        ch omai debbiamo ad altro ciel salire.--

        Allor mirai e vidi come gira
   95   la figlia di Latona il Zodico
        e come gi sopra gli umori spira,

        e, come quando  'n coda o in co' del draco,
        che per la terra il suo fratel non sguarda,
        il lume suo si oscura e fassi opaco.

  100   Vidi quando  veloce e quando tarda,
        e come a poco a poco si raccende,
        e come per vapor par pur ch'ell'arda.
p. 386
        Poscia al secondo ciel, che pi risplende,
        dall'amorosa scorta io fui condotto;
  105   e questo l'altro circonda e comprende.

        L sta Mercurio, e l'animo fa dotto
        nell'eloquenza ed anco signoreggia
        sopra agli attivi nel mondo di sotto.

        E, perch l'epiciclo suo attorneggia
  110   il volto al Sole, il suo lume minore
        fa Febo che nel mondo non si veggia;

        ch sempre mai la luce e lo splendore
        convien ch'offuschi, manchi e che s'appochi
        alla presenza del lume maggiore.

  115   Angeli e santi io vidi in mille lochi
        giranti su e gi ed ire a danza,
        con canti dolci ed amorosi invochi:

        canto, che tanto quel di quaggi avanza,
        che, poi che io torna' al mondo diserto,
  120   ogni dolce armonia m' dissonanza.

        E, perch ben ridir non posso aperto
        quello ch'io vidi, vuol per la musa
        ch'io ponga fine al mio parlar coperto.

        Il suo comando a me far la scusa,
  125   e che nel mondo il ben non  inteso,
        dove la 'nvidia la vertude accusa.

        Dacch san Paulo, quando fu disceso
        dal terzo ciel dell'amorosa stella,
        di quell'arcano, il qual avea compreso,

  130   a' mortali non disse altra novella,
        se non:--Io fui e vidi ed io udii
        cosa, che di quaggi non si favella;--

        chi dir potrebbe degli angeli pii
        e della venust, che 'n lor si spande,
  135   che, a rispetto dell'uom, paiono dii?

        O palazzo di Dio, tanto se' grande,
        che mille miglia e pi 'l Zenitte muta,
        quando avvien ch'un quaggi un sol passo ande.
p. 387
        E, poscia che ogni sfera ebbi veduta
  140   e l'anime salvate e i Serafini,
        de' quai narrare appien la lingua  muta,

        tra le lor vaghe rime e soavi ini,
        tra l'allegrezze e modulosi canti,
        tra dolci suoni e pi vari tintni,

  145   la scorta mia mi fe' salir s avanti,
        che io pervenni a quel supremo regno,
        ove pi splende Dio e li suoi santi.

        --O sommo Ben--diss'io,--a cui io vegno,
        bench sia verme e vilissima polve,
  150   non mi scacciare e non mi aver a sdegno.

        Risguarda al peccator, ch'a te si volve;
        e, s' rimaso in lui anco alcun rio,
        sola la tua piat  che l'absolve.--

        Quando questo ebbi detto, io vidi Dio
  155   e chiar conobbi ch'era il sommo Bene,
        il qual contentar pu ogni disio;

        e che era il primo prince, da cui viene
        ogni verace effetto, e sua potenza
        ha fatto tutto, e solo egli el mantiene.

  160   La sua grandezza e sua alta eccellenza
        sol egli la comprende e tanto abonda,
        che nulla mente n'ha piena scienza.

        Chi pi a contemplarlo si profonda
        nel mar di Dio, e chi pi addentro beve,
  165   ancora si ritrova in su la sponda.

        E, perch 'l corpo l'anima fa grieve,
        non molto stetti, che, pel suo comando,
        in terra fui posato lieve lieve.

        Cogli occhi lacrimosi e sospirando,
  170   io mi ricordo di quei lochi adorni;
        e 'l volto alzando al cielo, i' dico:--Oh quando

        ser, mio Dio, il d che a te retorni!





NOTA


I

Il poema frezziano, composto tra la fine del sec. XIV e il principio
del XV, ebbe non meno di trenta trascrizioni e non pi di dieci
ristampe.

 inutile che io parli di cinque trascrizioni, che sono o irreperibili
o assolutamente perdute; n vale la pena di tener conto di due
brevissimi frammenti di codici, che si trovano uno a Firenze e l'altro
a Oxford. Gli altri ventitr, per la maggior parte, furono redatti nel
sec. XV, e tra essi quelli di data certa sono sette, cio:

1 il cod. 989 della Biblioteca Universitaria di Bologna, col titolo
_Liber de Regnis_, con l'attribuzione a Niccol Malpigli a principio e
con la data del 1430;

2 il cod. Conv. Soppr. C. I. 505 della Nazionale Centrale di Firenze,
col titolo aggiunto _Quatriregio del decursu della vita umana_, con
l'attribuzione a Federico vescovo della citt de Foligni e con la
data del 1449;

3 il cod. Ashb. 565, della Laurenziana, con in fine l'indicazione di
_Libro de quatro reami_, la stessa attribuzione precedente e la data
del 1461;

4 il cod. Cappon. n. 70 della Naz. Centr. di Firenze, col titolo
Libro de' regni, adespoto e con la data del 1464;

5 il cod. Ashb. 372 della Laurenziana, col titolo precedente,
adespoto e con la data del 1469;

6 il cod. Magliab. II. II. 35 della Naz. Centr. di Firenze, col
titolo precedente, adespoto e con la data del 1474;

7 il cod. Class. n. 124 di Ravenna, col titolo precedente, adespoto
e con la data del 1476.

Appartengono anche al sec. XV i seguenti 12 codici del Quadr. senza
data, cio:

1 il cod. Ottobon. 2862 della Vaticana, con in fine l'indicazione
_Liber de quattuor regnis_ e l'attribuzione a Federico vescovo di
Foligno;

2 il cod. Palat. 343 della Naz. Centr. di Firenze, col titolo
marginale _Quatriregio del decursu della vita umana_, con
l'attribuzione precedente;

3 il cod. Class. n. 231 di Ravenna, col titolo _Libro di regni_ e con
l'attribuzione precedente;

4 il cod. Ashb. 1287 della Laurenziana, col titolo _Quadriregio del
decurso della vita umana_ e con l'attribuzione precedente;

5 il cod. Riccard. 2716, col titolo _Libro de' regni_ e senza nome
d'autore;

6 il cod. Magliab. II. II. 34, col titolo precedente e adespoto;

7 il cod. 1346 della Biblioteca Pubblica di Lucca, col titolo moderno
_Quadriregio_ e con uguale attribuzione a Federico Frezzi;

8 il cod. ora Cora di Torino, col titolo _Federghina_, gi posseduto
dal Convento di S. Michele presso Venezia;

9 il cod. 1454 dell'Angelica di Roma, col titolo _Liber magistri
Federici_;

10 il cod. Canonic. n. 37 della Bodleiana di Oxford, col titolo
_Libro de Regni_ e adespoto;

11 il cod. 10424 del British Museum di Londra, col titolo precedente
e adespoto;

12 il cod. Hamilton 265 della R. Bibl. di Berlino, col titolo
precedente e adespoto.

Appartengono al sec. XVI:

1 la trascrizione Gaddiana contenuta nel cod. XXXII, plut. LXXXX
della Laurenziana, col solito titolo _Libro de Regni_, senza nome
d'autore e con la data d'un esemplare precedente perduto (1493);

2 il cod. Segniano XIX della stessa biblioteca fiorentina, col titolo
suddetto e senza data.

Appartiene al sec. XVII la trascrizione contenuta nel cod. C. X. 16
della Comunale di Siena, col titolo _Quadriregio_, con l'erronea
attribuzione a _Ludovico Frezza_ e mutila in fine.

In ultimo, appartiene al sec. XVIII il cod. Palat. 344 della Naz.
Centr. di Firenze, col titolo _Libro de Regni_, adespoto, senza data
ed esemplato sull'Ashb. 372.

Naturalmente, fra tutti codesti codici, i pi importanti sono quelli
redatti nel 400, di cui occorrerebbe stabilire la genealogia, per
poter rintracciare il pi antico e il pi vicino all'autografo
frezziano, che non si conosce; ma l'impresa  per molte ragioni
difficile, e non so se trover mai uno studioso di buona volont, che
se l'assuma e l'assolva.

Quanto poi alle stampe del poema, la serie cominci alla fine del sec.
XV con la Perugina, fatta da Stefano Arns, nel 1481, in caratteri
gotici, intitolata _Quatriregio del decurso della vita umana_,
esemplata sul cod. Palat. 343 e fornita dell'attribuzione a Federico
vescovo di Foligno: bella, ma non poco scorretta. La seconda  quella
apparsa nel 1488 a Milano pei tipi di Antonio Zarotto, anch'essa in
caratteri gotici, con lo stesso titolo e con la stessa attribuzione, e
quindi figlia legittima della Perugina precedente. Segu quasi
certamente un'edizione fiorentina senza data e senza nome
d'impressore, in caratteri rotondi, con titolo e attribuzione uguali
alle altre, ma con indizi di affinit maggiore alla Perugina e con
qualche notevole novit, di cui non si pu stabilire la provenienza.
La quarta ristampa si ebbe nel 1494 a Bologna per opera di Francesco
De Regazonibus, che non fece altro se non ricalcare le orme
dell'anonimo editore fiorentino, e di suo aggiunse soltanto il titolo
isolato nel r. della prima carta: _Libro chiamato Quatriregio del
decorso della vita umana in terza rima_.

Alle quattro edizioni quattrocentesche tennero dietro tre altre nel
primo 500, e sono: quella impressa nel 1501 a Venezia da Piero da
Pavia e discendente dalla Bolognese, quantunque presenti molti errori
tipografici ed abbreviature in pi; quella uscita a Firenze nel 1508
per cura intelligente di Piero Pacini da Pescia, col titolo
_Quatriregio in terza rima volgare, cio del Reame temporale e mondano
di questo mondo_ etc., in caratteri rotondi e con la stessa
attribuzione delle altre, ma anche con molte pregevoli silografie e
con molti utili richiami in margine, e assai pi corretta e moderna
della Fiorentina senza data, che l'editore sembra abbia tenuto
presente; e la seconda ristampa veneziana del 1511, fatta da editore
ignoto, scorrettissima e con indizi manifesti di discendenza diretta
da quella del 1501.

Dopo codeste edizioni, il poema giacque dimenticato per pi di due
secoli, e solo nel 1725 apparve una nuova ristampa pei tipi di Pompeo
Campana di Foligno, in due volumi e col doppio titolo di _Quadriregio
o poema de' quattro regni di monsignor Federigo Frezzi_ etc., che,
condotta con metodo affatto nuovo, pur non rispondendo a tutte le
esigenze della critica moderna, super tutte le altre. Di essa, che fu
l'unica edizione del poema nel 700, dir meglio in sguito. Baster
qui ricordare che, quando si volle nel secolo successivo ridare alla
luce il _Quadriregio_, non si fece che riprendere il testo folignate e
ripresentarlo quasi tal quale sotto una veste tipografica pi moderna.
Cos si ebbero i due _Quadriregi_, pubblicati nel 1839 dall'Antonelli
di Venezia e inseriti, con lievi differenze, nella doppia collezione
in formato diverso del suo _Parnaso classico italiano_.


II

La fortuna di questo poema non  tutta nelle sue redazioni manoscritte
e nelle sue ristampe. Se nel sec. XVII esso non fu cos letto e
studiato come nei secoli precedenti, sorse appunto in quel tempo la
famosa controversia sulla sua paternit per opera del Montalbani,
allora possessore del codice ora 989 dell'Universitaria bolognese. E
l'affermazione gratuita di lui, che il _Quadriregio_ fosse opera del
Malpigli, passata dapprima inosservata, accolta poi senza discussione
anche dai maggiori letterati del primo Settecento, provoc le pi
ampie riserve da parte del Crescimbeni e suscit un grande rumore e
una grande attivit nel seno dell'accademia folignate dei Rinvigoriti,
fintanto che il Canneti, che ne era _magna pars_, pubblic nel 1723 la
sua nota Dissertazione, nella quale con abbondanza di argomenti
restituiva il poema al suo legittimo autore Federico Frezzi. Segu a
breve distanza la ristampa folignate, cui si  accennato, gi
preparata da gran tempo dalla stessa accademia con la collazione di
pi codici ed edizioni precedenti, e accompagnata da un ricco corredo
di commenti del Pagliarini, del Boccolini, del Canneti stesso e
dell'Artegiani, che diede anche il primo e maggiore impulso alla
ricerca delle fonti del poema frezziano. E si deve a quell'importante
e raro lavoro collettivo del primo Settecento, se il poema torn ad
essere oggetto di studio da parte del Palermo, del Marchese, del Rajna
e del Mazzi, che ne parlarono nei loro scritti; se nel 1878 fu
compreso fra i testi spogliati e citati dalla Crusca nel suo
_Vocabolario_; e se in sguito si discorse di esso pi ampiamente
nelle opere di divulgazione letteraria e di critica, che sarebbe qui
troppo lungo ricordare. Venne poi il Fornaciari a fare in una rivista
fiorentina del 1883 un'ampia esposizione del _Quadriregio_ messo in
relazione col poema dantesco; e pochi anni dopo il Faloci-Pulignani,
nella sua monografia su _Le lettere e le arti alla corte dei Trinci_,
presentava i frutti di speciali ricerche da lui compiute sulla vita e
l'attivit letteraria del Frezzi. Si occup, in sguito, del poeta
folignate L. Frati nello scritto intorno a _Nicol Malpigli e le sue
rime_, aggiungendo nuovi argomenti alle stringenti conclusioni del
Canneti sulla paternit del poema; di lui si occup ancora il
Crocioni, esaminando i _Dialettismi del Quadriregio_; e una serie di
studi diversi sull'opera frezziana pubblicava dal 1903 l'autore di
questa Nota. Ricorder fra essi: 1 _I codici del Quadriregio_ (in
_Boll. di storia patria per l'Umbria_, vol. X, fasc. III.); 2 La
materia del _Quadriregio_ (Menaggio, Baragiola, 1905); 3 Le edizioni
del _Quadriregio_ (in Bibliofilia, voll. VIII e IX); 4 Il P. C.
Lodoli M. O. a proposito d'un codice del Quadr. da lui posseduto (in
Miscellanea francescana del dicembre 1910); 5 Un'accademia umbra del
primo Settecento e l'opera sua principale (in Boll. di storia patria
per l'Umbria, voll. XIII-XVIII, pubbl. anche a parte in due volumi con
aggiunte e indici speciali). Un nuovo e notevole contributo allo
studio delle fonti frezziane diede L. F. Benedetto nel volume _Il
Roman de la Rose e la letteratura italiana_, pubblicato nel 1910 ad
Halle, in cui dedicava alcune pagine importanti alle relazioni tra la
prima parte del _Quadriregio_ e il libro francese. Nel 1911 B. Gilardi
dava alla luce alcuni suoi _Studi e ricerche intorno al Quadriregio_
di Federico Frezzi (Torino, Lattes), che veramente ben poco di nuovo e
di esatto contengono. Poco dopo, chi scrive riuniva sotto il titolo di
Variet frezziane (Udine, Vatri, 1912) alcuni saggi sullo stesso poema
gi sparsamente pubblicati, a cui aggiungeva una monografia su
L'ottava edizione del _Quadriregio_ nel carteggio fontaniniano (da lui
consultato nella Capitolare di Udine), colmando cos una lacuna del
citato lavoro sull'Accademia folignate dei Rinvigoriti. Ed ora si
annunzia una monografia di A. Pellizzari _Riflessi danteschi nel
Trecento_, in cui si discorrer a lungo dell'imitazione della
_Commedia_ nel poema frezziano.


III

Gli editori del 1725, come ho gi detto, non si contentarono di
riprodurre il testo di una delle vecchie ristampe del poema, e per la
prima volta ne costituirono uno nuovo, che riusc molto diverso e
migliore. A questo giunsero con l'esame del cod. Palat. 343 (allora
Boccoliniano), dei due codd. Class. 124 (allora Estense) e 231, del
cod. Bol. Univ. 989 (allora Beccariano), nonch delle edizioni
precedenti (meno la Milanese, che non conoscevano), e specialmente
della Perugina, facendo conoscere agli studiosi anche le varianti non
accettate. Ma quel lavoro critico, certamente faticoso e in gran parte
lodevolissimo, se piacque agli eruditi del tempo, non poteva
accontentare in tutto e per tutto quelli di epoca pi a noi vicina,
che vedevano in esso troppo ingentilito l'aspetto linguistico del
poema rispetto alla rozzezza dialettale delle precedenti edizioni, e
vi trovavano ancora molti luoghi oscuri, una punteggiatura spesso
inesatta e altri difetti minori. Se quell'edizione insomma ha maggiore
importanza delle altre, non pu avere il valore di definitiva, anche
per il limitato numero di codici consultati dal Canneti, che pi
direttamente degli altri si occup della critica del testo.

Ci posto, sarebbe stato conveniente, nell'apprestare una nuova
ristampa del _Quadriregio_, non curarsi pi che tanto della Folignate
e procedere alla formazione d'un nuovo testo su altri manoscritti
autorevoli. Ma questo avrebbe imposto una fatica tutt'altro che lieve
(si tratta di 12101 verso!); n lievi sarebbero state le difficolt
per riunire e consultare in un luogo solo il maggior numero possibile
di codici appartenenti a tante biblioteche italiane e straniere.
Miglior partito, quindi, mi  sembrato quello di riprendere ora come
base del nuovo il testo del poema edito nel 1725 e correggerlo col
soccorso di altre lezioni non esaminate o non apprezzate da quegli
editori, e coll'uso dei mezzi suggeriti dalla moderna critica
filologica. E questo  ci che io ho fatto scrupolosamente libro per
libro, canto per canto, verso per verso.

Fra i codici del _Quadriregio_ ancora inosservati e tuttavia
importanti ho scelto quello segnato Conv. Soppr. C. I. 505 della
Nazionale Centrale di Firenze e l'Ashb. 372 della Laurenziana, che
sono dei pi antichi e meglio redatti. E li ho tenuti presenti dal
principio alla fine del poema, ma specialmente in quei luoghi, in cui
il Canneti accenna alle varianti dei codici da lui consultati. Per i
luoghi poi pi oscuri e dove non credevo sufficiente codesto materiale
a stabilire una lezione persuasiva, son ricorso anche ad altri
manoscritti, e precisamente agli Ashb. 565 e 1287 e all'Angel. 1454.
Ci per non vuol dire che in molti altri casi, in cui il Canneti non
ci ha dato le varianti dei quattro codici da lui esaminati, io non
abbia fatto appello anche ad essi, com'era necessario.

Alla collazione dei codici suddetti ho creduto opportuno aggiungere
quella di qualche antica ristampa. E poich il Canneti non aveva
tenuto conto della Milanese del 1488, pensai subito di metterla a
profitto io; ma, oltrech questa non differisce, come ho detto dianzi,
dalla Perugina,  anche rarissima, e credo che in Italia non si trovi
che la copia posseduta dall'Ambrosiana di Milano. Pi vantaggioso,
certamente, sarebbe stato tener presente la Fiorentina del 1508; ma
anche questa  divenuta molto rara e di difficile consultazione. Dato
quindi lo scarso valore della Fiorentina senza data, della Bolognese e
delle due Veneziane, del 1501 e del 1511, non restava che servirmi
della Perugina, che, per quanto gi studiata dal Canneti nel 1725,
poteva essermi utilissima e illuminarmi su molte cose da lui
trascurate. Infatti essa conserva pi genuina la forma dialettale
delle parole umbre e quella umanistica delle parole derivate dal
latino, e, pur essendo irta di errori d'interpretazione e di stampa,
pur mancando di qualche terzina e di ogni segno d'interpunzione, pur
avendo versi incompleti o troppo lunghi e rime inesatte, offre ancora
una quantit notevole di varianti, oltre quelle gi notate dal
Canneti. Io l'ho esaminata con grandissima cura e me ne sono valso in
numerosi luoghi, che qui indicherei, se non dovessi impormi una certa
brevit. Ho tenuto anche conto delle scarse correzioni apportate al
testo del poema dalle due edizioni del 1839, che non sono per
neanch'esse prive di nuovi errori.

A tutti codesti testi mss. e stampati devo se in molti luoghi il senso
 stato chiarito o semplificato con l'uso prudente delle varianti, con
l'inversione delle parti di alcune frasi, con l'aggiunta di qualche
parola, che nella edizione folignate non si trova, e con la
soppressione di altre, che il Canneti aveva creduto di conservare o
d'inserire. Ecco un elenco sommario di versi, che hanno subito pi o
meno notevoli cambiamenti di codesto genere:


Libro I, cap. I, vv. 9, 26; cap. III, v. 142; cap. IV, v. 147; cap.
VI, v. 52; cap. VII, v. 59; cap. VIII, vv. 117, 151, 153; cap. IX, vv.
48, 109, 122, 148; cap. XI, vv. 24, 30, 133; cap. XII, v. 70; cap.
XIII, vv. 21, 73, 87, 107; cap. XIV, v. 27; cap. XVI, v. 95; cap.
XVII, vv. 28-29, 32, 72, 108; cap. XVIII, vv. 25, 26, 33, 107.


Libro II, cap. I, v. 121; cap. II, vv. 58, 66; cap. III, vv. 52, 57,
61, 104, 126, 141, 147; cap. IV, vv. 6, 15, 70, 82, 93, 104, 134; cap.
V, vv. 26, 88; cap. VII, vv. 109, 137, 157; cap. VIII, vv. 49, 65, 68,
71, 81; cap. IX, v. 116; cap. X, vv. 17, 29, 149; cap. XI, vv. 34, 44;
cap. XII, vv. 53, 60, 143; cap. XIII, vv. 49, 144; cap. XIV, vv. 4,
12, 75, 118; cap. XV, vv. 35, 39, 99; cap. XVI, vv. 5, 39, 41, 50, 66,
90, 143, 152; cap. XVII, vv. 38, 51; cap. XVIII, vv. 16, 98; cap. XIX,
vv. 22, 100, 102, 120, 170.


Libro III, cap. I, v. 119; cap. II, v. 70; cap. III, v. 28; cap. IV,
vv. 19, 24, 36, 43, 54, 59, 99; cap. V, vv. 48, 55, 67, 82, 86, 122;
cap. VI, vv. 10, 65, 74, 147, 157; cap. VII, vv. 17, 45, 69, 142, 152,
160; cap. VIII, vv. 3, 91; cap. IX, v. 126; cap. X, vv. 45, 70; cap.
XI, v. 99; cap. XII, v. 39; cap. XIII, vv. 131, 155, 167, 168; cap.
XIV, v. 76; cap. XV, vv. 27, 37; cap. XV, v. 157.


Libro IV, cap. I, vv. 26, 47, 132; cap. II, vv. 17, 24, 40, 45, 59;
cap. III, vv. 42, 61, 92, 93; cap. IV, vv. 16, 71, 73, 79, 120, 135;
cap. V, vv. 84, 100; cap. VI, vv. 72, 89, 93, 130, 150; cap. VII, vv.
40, 56, 122, 175; cap. VIII, vv. 59, 63; cap, IX, vv. 21, 76, 101,
105; cap. X, vv. 31, 33, 36, 61, 63, 125, 149; cap. XI, vv. 12, 16,
38, 66, 84; cap. XII, vv. 19, 33, 48, 52, 91, 158; cap. XIII, vv. 3,
16, 62, 74, 99, 141; cap. XIV, vv. 23, 26, 29, 130; cap. XVI, vv. 23,
87; cap. XVII, vv. 7, 8, 19, 27, 65, 140, 153; cap. XVIII, vv. 2, 61,
116, 138, 146; cap. XIX, vv. 50, 57, 61, 123, 132, 140; cap. XX, vv.
18, 29, 36, 49, 76, 87, 104, 160; cap. XXI, vv. 38, 84, 100, 110, 148;
cap. XXII, vv. 17, 26, 35, 71, 77, 83, 93, 106, 113, 136.


L'elenco sarebbe molto pi lungo, se avessi voluto tener conto di
tutti i versi, nei quali furono soppressi molti e, io, e' ed
in (davanti a pria), di cui le edizioni del 1725 e 1839 son piene,
e che ho ritenute inutili e ingombranti o che non erano nei testi
precedenti. Cos non vi ho compreso quelli, nei quali tutti i pronomi
le sono stati cambiati in gli e gli articoli e i pronomi il
hanno ceduto il posto ad el, secondo i testi mss. e stampati pi
antichi, n quelli in cui sono state ritoccate le rime.

Pi numerosi mutamenti ho introdotti nel _Quadriregio_ per ci che
riguarda la forma, ora dialettale ora umanistica delle parole. Sotto
questo aspetto si dir che il poema frezziano ora riappare invecchiato
in paragone delle ultime ristampe, che avean cercato di ringiovanirlo
rispetto a quelle pi antiche. Ma che importa ci, se esso, senza
ritornare alla rozzezza delle prime edizioni, riacquista un aspetto
pi confacente alla sua origine, al luogo, cio, ed ai tempi in cui fu
composto? A me insomma  parso che, date le condizioni del poeta, il
quale visse molto tra la sua Umbria e la Toscana in quel periodo di
transizione dal sec. XIV al XV, l'opera sua dovesse risentire, pi di
quanto non risulti dall'edizione cannetiana, degl'influssi esercitati
su lui dal natio dialetto e dall'umanesimo fiorentino. Del resto, se
si leggono i codici e le prime edizioni del _Quadriregio_, vi si
trovano moltissime parole dialettali umbre e moltissime altre di forma
assolutamente latina; e se le prime sono talvolta frutto e conseguenza
delle abitudini dei copisti e dei tipografi, non si pu dire lo stesso
delle altre. Io non ho preso dai testi consultati tutto ci che avrei
potuto mietere in questo doppio terreno: tanto  vero che qua e l il
lettore potr incontrare le stesse parole ora riprodotte in una forma
ora in un'altra; ma tutte le volte che ho trovato pi testi concordi o
quasi nella riproduzione dialettale o latineggiante d'un vocabolo, io
l'ho accettato e introdotto nella stampa. Un glossario spiegher in
fondo le parole umbre meno facili a comprendersi, e vi si terr conto,
fin dove sar possibile, delle Dichiarazioni del Boccolini e delle
osservazioni del Crocioni sui dialettismi frezziani.

Cos ho cercato di dare al testo del _Quadriregio_ una forma pi
genuina, o, per lo meno, pi corrispondente a quella antica. Inoltre
ho tolto il maggior numero di maiuscole inutili; ho disteso molte
forme verbali e mutato molte e in ed; ho stabilito una
punteggiatura pi esatta e meno capricciosa; ho curato, per quanto ho
potuto, l'ortografia delle parole e l'esattezza metrica dei versi, che
spesso sciolgono i dittonghi ed escludono l'elisione, ed ho corretto
tutti gli errori tipografici sfuggiti agli editori del 1725 e del
1839.

Dopo ci che son venuto dicendo fin qui, ben pochi sono i versi del
poema frezziano che in questa edizione abbiano conservato in tutto e
per tutto l'aspetto che avevano nelle ultime. Esporr ora alcune
osservazioni ed avvertenze che riguardano versi e terzine speciali.

Libro I, cap. III, v. 8: Ho conservato la lezione della Folignate,
sebbene nella Perugina se ne abbia un'altra: che tu non l'abbia avuta
al tuo desire; v. 126: Ho tolto il secondo con della Folignate,
perch non  necessario e del resto non si trova nella Perugina.--Cap.
VI, v. 109: Noto che nella Perugina invece di Alconia si legge
chiaramente Meonia. Il Canneti, non registra questa variante ed io,
per essermene accorto troppo tardi, non so se si trovi anche in
qualche codice; ma si pu ritenere per certo che almeno nel cod.
Palat. 343, che serv a quella prima edizione, non manchi.--Cap. VIII,
v. 47: Aggiungo un e, che, se non  estremamente necessario, non sta
male e del resto si trova nella Perugina.--Cap. XVIII, v. 22: Della
doppia lezione quarta-quinta parla lungamente l'Artegiani nel suo
commento del 1725 (cfr. _Quadr_., vol. II, pagg. 28-29). Il suo
ragionamento molto persuasivo mi ha indotto a conservare la lezione
quarta della Folignate, confermata anche dal cod. Conv. Soppr. c. I.
505 della Naz. Centr. di Firenze, sebbene io abbia letto quinta nel
cod. Ashb. 372.

Libro II, cap. I, v. 101:  chiaro che qui si parla della leggendaria
Arianna. La forma Adriana, che io prendo dalla Folignate, si trova
gi nella Perugina e forse anche nei codici osservati dal Canneti, che
non aggiunge varianti. A me  toccato di leggere nei codici anche
Andriana e Dadriana. Del resto, il Petrarca scriveva Adrianna
(cfr. _Trionfo d'Amore_), da cui forse viene la forma frezziana.--Cap.
VI, vv. 16-21: Ho tolto la e al v. 19, sebbene si trovi anche nei
testi da me consultati, ed ho punteggiato diversamente dal Canneti
tutto il periodo, per renderlo meno oscuro e pi spedito.--Cap. X, v.
6: Ho cambiato il nullo in nulla, sebbene i testi confermino
quella lezione, perch essa non ha senso.--Cap. XI, v. 20: Il verbo
pon sembra una corruzione di son, che darebbe maggior chiarezza al
concetto; ma io non l'ho mutato, perch esso pu accordarsi con uno
solo dei soggetti precedenti, e perch  scritto proprio pon nei
testi da me veduti.--Cap. XV, v. 153: Non credo si debba leggere Ser
Vagnone, come legge il Canneti, perch bisognerebbe ammettere che
quel gran delinquente fosse un signore rispettabile; meglio conservare
la forma unita, quale si trova nelle prime edizioni, come se fosse
tutto un nome.--Cap. XVI, v. 36: I codici da me visti e la stampa
perugina hanno gani - ganni - inganni invece di Giani (cfr. su
questa questione il mio cit. lavoro _Un'accademia umbra_ ecc., I,
263). Del resto, il famoso traditore di Maganza  ricordato anche
altrove dall'autore del _Quadriregio_ (cfr. la pag. 315 di questa
ristampa).--Cap. XVIII, v. 11: Sebbene i testi da me visti non abbiano
l'articolo 'l davanti a sesto, ho creduto necessario aggiungerlo;
vv. 115-118: Tutti i testi da me consultati, anche il Class. 124,
hanno Ai miseri invece di I miseri, che leggiamo nella Folignate;
io ho creduto opportuno di riprender quella costruzione, perch, se
non si accorda col verbo n'han diletto, si collega meglio dell'altra
con l'ultimo verso--Cap. XIX, v. 159: Sostituisco mzze gelse a
more gelse, perch cos leggo in due codici e nell'ediz. perugina, e
perch, significando in questo luogo more molto mature,
l'espressione  pi propria dell'altra.

Libro III, cap. III, v. 26: Conservo la lezione cannetiana E 'l sesto
prete grande, sebbene sembri pi logico dire del sesto ecc.; ma di
cinque testi antichi nessuno mi autorizza a fare questo cambiamento;
v. 83: Aggiungo una d' a principio, senza il consenso dei testi; v.
96: Invece della lezione chi le  legge, i testi da me consultati
hanno chi lo reggie-chi li leggie-chi glitegge: io ho sostituito
la prima variante col combiamento del lo in la come pi
logica.--Cap. IV, v. 71: In qualche testo antico manca addietro, ed
io lo tolgo, svolgendo il verbo, che nel testo perugino  ritraea, e
aggiungendo l'articolo le; v. 72: L'ultima parola, nel testo
folignate, non rima coi versi precedenti; quindi correggo se
n'addette in se n'addetta, sebbene la Crusca non registri un verbo
addettarsi.--Cap. VI, v. 161: Correggo rimettea in rimette senza
il consenso del testo perugino, perch questa forma verbale si collega
meglio con quella che segue, e anche il verso ci guadagna.--Cap. VII,
vv. 7-9: Per l'abbondanza dei che e dei suo in questa terzina,
credo conveniente sostituire a due di queste forme, nel secondo verso,
gli articoli relativi ai nomi.--Cap. X, v. 27: Io non credo che in
questo verso si debba leggere bionde danze, come si legge nella
Folignate e in alcuni testi antichi: il verso dev'essere guasto:
questa lezione non star per biondanze?--Cap. XI, v. 72: Cinque
codici da me consultati e la Perugina hanno agazza-aggaza, invece
di aggrada, che si legge nella Folignate: io riprendo la prima
forma, sebbene la Crusca non la registri; v. 110: la Folignate ha
fonno (per fondo), le Veneziane del 1839 hanno sonno, perch gli
editori credettero che quello fosse un errore di stampa, mentre il
Boccolini giustificava fonno nelle sue Dichiarazioni. I codici e la
Perugina hanno sempre sonno.--Cap. XII, v. 1: Conservo il non,
sebbene io non l'abbia trovato n nei codici consultati per la prima
volta da me, n in quelli gi studiati dal Canneti, n nella Perugina.
Noto che solo il cod. Angel. 1454, fra quanti ne ho esaminati, lo
registra.--Cap. X, v. 89:  strano che il Canneti non abbia capito la
necessit di correggere la man, che ha trovato in qualche testo ed
anche nella Perugina, in l'aman, che io ho letto chiaramente nel
cod. Ashb. 372 e non mi son curato di cercare in altri codici: tanto
mi pare esatta questa forma per il concetto. Ma pi strano ancora 
che neanche gli editori del 1839 si sieno accorti dell'errore.--Cap.
XIV, vv. 128-129: Ho chiuso questi versi in parentesi per la forma
singolare degli aggettivi e dei verbi, che essi contengono e che non
si accordano con quelli dei vv. 127 e 130. L'edizione perugina e il
cod. Palat. 343 hanno nel v. 128 forme plurali, che sarebbero
accettabili, se poi non seguisse il singolare voli nel v. 129.--

Libro IV, cap. I, v. 29: Contiene nelle stampe precedenti un dolci,
che si ripete nel verso seguente: per questo io ho tolto di mezzo
questo aggettivo e messo in principio del verso un e, che non mi
pare sia fuori di luogo; v. 60: I testi da me confrontati dnno
ragione alla lezione cannetiana e letizia; ma il senso diventa pi
chiaro, mi pare, spostando la e; v. 65: Mi son permesso di allungare
opposto in opposito per dare al verso una pi giusta misura.--Cap.
IV, v. 39: Anche qui mi son permesso di aggiungere un articolo, che
solo nel cod. Ashb. 372 ho trovato e che mi pare necessario; vv.
112-117: Il plurale verbale dell'ultimo verso, che si legge nei testi
antichi forse per attrazione della parola braccia del penultimo,
discorda col soggetto piet del primo: per questo ho creduto di
cambiare sariano in fariale.--Cap. V, v. 13: Sebbene i testi
antichi confermino la lezione cannetiana a lei le, ho tolto il le,
che  un'inutile ripetizione.--Cap. VI, v. 139: Nella Folignate si
legge son le con una prolessi di a lei: nella Perugina abbiamo
ugualmente songli: io ho tolto il le e compiuto il verbo. Cap.
VII, v. 144: La lezione folignate quel testo, che pure si trova nei
codici e nelle altre stampe, non si accorda col senso della frase: per
questo l'ho ritenuta falsa correzione di nel testo.--Cap. VIII, v.
27: Invece di non lor d alcuni testi hanno non lo d, che 
lezione meno chiara: io mi son permesso di invertire le parole della
lezione folignate; v. 147: Al Canneti sfugg la variante della
Perugina nell'arte di Gano, che trovo confermata da due codici e che
mi sembra migliore della lezione, da lui accolta, nell'arte
d'ingano.--Cap. IX, v. 50: In tre codici e nella Perugina invece di
Farsaglia si legge Tesaglia: la variante, che non fu registrata
dal Canneti, si sarebbe potuta anche accettare, se la lezione
folignate non fosse pi determinata; v. 64: La variante tolosano,
gi registrata dal Canneti, si trova anche in altri testi, che egli
non vide, e nella Perugina, che non cita; vv. 101 e 110: In nessuno
dei testi da me consultati mi  occorso di leggere le varianti errate
del cod. Bol. 989 Niccol dalla Fava gentile e figliuolo invece di
Mastro Gentile e Folegno, su cui si fonda principalmente la
rivendicazione cannetiana del _Quadriregio_ a F. Frezzi.--Cap. XII, v.
107: Della opportunit del verbo s'attosca in questo luogo
discussero gi il Boccolini (cfr. le sue _Dichiarazioni_, p. 231) e il
Canneti (cfr. la sua _Dissertazione_, p. 75), che pensarono a una
possibile corruzione della parola originaria; ma io non ho trovato
alcuna variante che giustifichi quei dubbi; v. 140: Ho cambiato la
preposizione a nel verbo ha, che per non ho letto in alcun testo
antico.--Cap. XIII, v. 61: Ho ridotto di mia iniziativa appartien a
pertien; v. 77: Negli altri testi invece di ingegnasi si legge si
ingegna.--Cap. XIV, v. 132: Non avendo trovato varianti o correzioni
al verso oscuro della Folignate e la vittoria bench 'l mondo
affliga, ho creduto di chiarirlo aggiungendo un  e separando le
due parti di bench.--Cap. XVI, v. 119: Mi  parso necessario
aggiungere un e, che nella Folignate e nei testi antichi da me
consultati manca; v. 140: Il verbo cresce della Folignate non d un
senso chiaro; io gli ho sostituito ci esce, che mi  stato molto
opportunamente suggerito dal cod. Ashb. 372.--Cap. XVII, v. 140:
Scegliendo la variante ad ogni pace, che ho trovato in altri quattro
codici, invece di ad ogni parte, ho cambiato di mio l'ad in
di.--Cap. XVIII, v. 80: Il Canneti, stampando il qual l sopra
appresso stava, non vide la lezione perugina el qual appresso
soprestava, che  confermata anche dal cod. Conv. Soppr. C. I. 505 di
Firenze, e che io credo sia da preferirsi all'altra.--Cap. XIX, v. 38:
Nella Folignate si legge isgomentaro; ma nella Perugina si ha
sgomentorono e nel cod. fiorentino or ora indicato e sgomentoro,
dove par di vedere un resto di se, che io ho creduto opportuno
restituire.--Cap. XX, v. 150: La lezione folignate degli atti miei lo
'nsegni e lo riveli non  esatta; e, sebbene essa sia confermata da
altri testi, ho ritenuto necessaria la correzione dei due lo in
lor.--Cap. XXII, v. 137:  evidente che qui Zenit, che si legge
nella Folignate, si deve compiere in Zenitte, ed io l'ho fatto senza
trovare il consenso dei testi antichi.

Codesto elenco dimostra anzitutto che, se l'editore del 1914 si 
permesso di commettere sul testo del _Quadriregio_ qualche coraggioso
arbitrio, ci avvenne soltanto per amore di esattezza e di chiarezza.
Inoltre esso dimostra che nel poema restano ancora punti oscuri, che
forse anche un esame pi largo dei testi antichi non riuscirebbe a
chiarire. Cos vi restano parecchi versi un po' zoppicanti, che la
collazione dei codici e delle stampe non  bastata a rabberciare: tali
sono, per es., i vv. 90 del cap. IV, 19 e 91 del cap. V del libro I;
40 del cap. VIII e 35 del cap. X del libro III; 120 del cap. IV, 39
del cap. XII, 128 del cap. XV, 167 del cap. XVIII, 35 del cap. XXI del
libro IV, ed altri. Non sarebbe stato difficile dar loro un'andatura
migliore con spostamenti, soppressioni ed aggiunte di parole; ma io
non ho voluto farlo e non l'ho fatto.

E basti per il testo poetico. Ora occorre che io dica qualcosa intorno
al titolo del poema, alla distribuzione dei capitoli ed ai sommari che
li precedono. Chi ha letto l'elenco dei codici e delle ristampe, con
cui si apre la presente Nota, avr visto una certa variet di titoli
assegnati dagli amanuensi e dagli editori all'opera frezziana. Io
ignoro se la parola _Quatriregio_ o _Quadriregio_ sia stata proprio
coniata dall'autore: i codici pi antichi di data certa ci presentano
altre intitolazioni, e, tra quelli del 400 senza data, non sappiamo
quale sia il pi vicino all'autografo perduto. Ma sta il fatto che,
sebbene quel nuovo vocabolo non sia di buona lega (sarebbe stato
meglio dire _Quadriregno_, come pensava anche il Canneti), esso si
trova gi in testa all'Ashb. 1287 e alla prima edizione, e fu accolto
anche dai dotti editori del 1725: sarebbe quindi fuori di luogo
troncare ora una tradizione letteraria cos radicata. Per questo io ho
creduto conveniente conservare inalterato questo titolo, spogliandolo
per del secondo, che ha nella Folignate e che mi sembra inutile.

Molto pi gravi si presentavano le altre questioni. Tutti i codici e
le edizioni del _Quadriregio_, ad eccezione dell'Angel. 1454,
assegnano a questo poema non meno di 74 capitoli. Ma, se quel ms. ne
ha uno di meno rispetto agli altri, non  detto perci che questi
siano completi. A me, dopo tante letture dell'opera frezziana, sembra
ognora pi strano il passaggio dal capitolo 52 al 53, cio dal
discorso di Sardanapalo, con cui quello si chiude, alla descrizione
del viaggio verso il paradiso terrestre, con cui questo si apre:
passaggio che contrasta assolutamente, per mancanza di naturalezza,
cogli altri precedenti da un regno ad un altro, e che  tanto pi
brusco, in quanto nelle prime terzine del cap. 53 si richiamano cose
e fatti, che non si trovano prima neppure accennati. Spinto quindi dal
dubbio che tra quei due capitoli l'autore ne avesse scritto un altro,
che le diverse edizioni non ci hanno tramandato, io ho cercato di
rintracciarlo in qualche codice dei pi antichi; ma le mie ricerche
sono state vane. Forse quel capitolo si sarebbe potuto trovare in
qualcuna delle trascrizioni che sono definitivamente perdute.

Ora questi 74 capitoli, che nelle ristampe sono ugualmente
distribuiti, nei codici hanno una ripartizione affatto diversa. Su
quindici, che io ne ho potuti esaminare, otto (cio il Bol. 989,
l'Ashb. 565, il Class. 124, l'Ottobon. 2862, il Class. 231, il
Magliab. II. II. 34, il Lucch. 1346 e il cod. Cora) assegnano 18 capp.
al l. I, 19 al II, 17 al III e 20 al IV; altri sei (cio il Fiorent.
Conv. Sopp. C. I. 505, l'Ashb. 372, il Palat. 343, l'Ashb. 1287,
l'Angel. 1454 e il Palat. 344) assegnano 18 capp. al l. I, 19 al II,
15 al III e 22 al IV; ed uno (cio il Segn. XIX) assegna 18 capp. al
l. I, 19 al II, 18 al III e 19 al IV. Mentre quindi codesti codici
sono tutti d'accordo sul numero dei capitoli che costituiscono i primi
due libri del poema, sono in gran disaccordo su quello degli altri
due. E poich la concorde distribuzione dei capitoli dei primi due
libri risponde esattamente alla partizione voluta dal poeta, su di
essa non occorre discutere; ma, per ci che riguarda le ultime due
parti, sorgeva necessariamente la questione: Quale delle tre maniere
di distribuzione si doveva introdurre nella presente ristampa? Si
doveva accettare senz'altro la distribuzione tradizionale delle dieci
edizioni, che fa capo a quella del secondo gruppo di codici? Certo la
tradizione  un argomento molto valido, ma in questo caso non 
decisivo: quante tradizioni non sono basate su errori iniziali? Se
quindi questo argomento non fosse suffragato da altri, la
distribuzione gi consacrata nelle stampe avrebbe dovuto cedere il
posto a quella del primo gruppo di codici, che  rappresentata da un
maggior numero di manoscritti. Ma tanto questa quanto quella
dell'unico cod. Segniano non si conciliano affatto con la partizione
generale del poema, poich i capp. 16, 17 e 18, che quegli amanuensi
includono nel l. III, parlano del paradiso terrestre e del regno della
Temperanza, che sono indubbiamente materia del l. IV. All'assurdit di
quelle due maniere di distribuire i capitoli degli ultimi due libri
del _Quadriregio_ si oppone la razionale esattezza dell'altra, e
soprattutto per questo ho seguito anche qui la tradizione.

Quanto ai sommari,  notevole il fatto che gi il Canneti aveva
lasciato da parte quelli, sempre uguali, delle stampe precedenti e ne
aveva introdotti di nuovi e pi brevi. Donde egli traesse questi
sommari, cos diversi dagli antichi, non ci ha detto in nessuno
scritto. Ma  facile supporre che il Canneti, desideroso di pubblicare
argomenti chiari e concisi ad un tempo, si servisse soprattutto di
quelli che trovava nei due codd. Classensi e che rispondevano meglio
degli altri al suo intento, e li adattasse qua e l al gusto dei suoi
tempi: cos ho desunto da un confronto, che ho potuto fare tra i due
codici e la stampa folignate. Forse codesti sommari non sempre
soddisfano a tutte le esigenze, perch non sempre ci dicono tutto ci
che i vari capitoli del poema contengono; ma io non ho voluto
sostituir loro altri tratti da qualche codice non esaminato dal
Canneti, per la semplice ragione che non si sa se il Frezzi abbia
lasciato coi versi anche le rubriche, e quale sia, tra le diverse
forme che ne abbiamo, la pi antica. Riproducendo per gli argomenti
cannetiani, ne ho ritoccato l'ortografia e l'interpunzione e ne ho
eliminato le lettere maiuscole non necessarie.

La numerazione marginale dei versi e l'indice analitico dei nomi e
delle cose notevoli, che ho aggiunto alla presente ristampa del poema
frezziano, ne renderanno, spero, pi facile l'uso agli studiosi.





GLOSSARIO


_Abbrusci_, bruci

_addovagliava_, uguagliava

_alzn_, alzarono

_andonno_, andarono

_arroscia_ - _arrosci_, arrossa - arross

_attura_ - _atturi_, ottura - otturi



_bambace_, bambagia

_basci_ (n. e v.), baci

_biastema_ (n.), bestemmia

_biastimante_ - _biastemi_ - _biastim_, bestemmiante - bestemmi - bestemmi

_biastimatore_, bestemmiatore

_breglia_, briglia



_cambra_, camera

_catarcione_, catorcio

_ceneraccio_, sedimento

_colcasse_, coricasse

_comincionno_, cominciarono

_como_, come

_corra_ - _corrisse_ - _corson_, correva - corrsse - corsero

_crepaccio_, rottura rumorosa

_crese_ - _creso_, credette - creduto

_crista_, cresta



_daesse_, desse

_denno_, devono

_dinar_, denaro



_enco_, incubo



_fo_ - _foi_ - _fn_ e _funno_ - _fusse_ - _fussono_,
  fu - fui - furono - fossi e fosse - fossero

_fracido_, fradicio

_fuline_, fuliggine

_fume_, fumo



_grillanda_, ghirlanda

_groppoloni_, con la groppa in su

_guizza_, vizza, sciupata



_ingavicchiai_, intrecciai



_logra_ (v.), logora



_'manza_, amanza o innamorata

_mossono_, mossero



_none_, non



_ode_, udiva

_orche_, spalle



_pasi_, lunghezze ottenute col distendere ambe le braccia

_pieco_, pecora

_piglin_, pigliarono

_piobbe_, piovve

_pioti_, lenti

_polsa_, freccia

_portn_, portarono

_presto_ (_in_), prestito (in)

_puse_ - _pusono_, pose - posero



_ra'ca_ e _raica_, radica o radice

_robba_, ruba

_roscio_, rosso



_sacci_ e _saccia_ - _saccio_, sappi - so

_salea_ - _salse_, saliva - sal

_sbaviglia_, sbadiglia

_'sciuccava_ - _'sciuccando_ - _'sciucce_, asciugava - asciugando - asciug

_seden_, sedevano

_senta_, sentiva

_siccomo_, siccome

_smongono_ - _smonti_, smungono - smunti

_so' - sonno_, sono (I. p. s.) - sono (3. p. p.)

_solcoe_, solc

_soppresce_ (n.), soppresse

_spoglio_, pelle squamosa

_staccio_, vaglio

_staesti_, stesti

_statera_, stadera o bilancia a mano

_stenno_, stettero

_'sto_, questo



_tennon_, tennero

_testo_, cotesto

_troglie_, sudicerie



_Vagniel_, Vangelo

_verchione_, chiavistello

_vicenna_, vicenda

_visson_, vissero

_voglie_ (v.), volge e volga.





INDICE DEI NOMI


Abacuc, 369.

Abele, 116, 215.

Abraam, 98, 116, 258.

Abstinenza (person.), 237-39.

Acchilogo, 143.

Accidia (person.), 297.

Accorso (?), 118.

Accorso fiorentino, 340.

Acheronte, 111, 128.

Achille, 4, 55, 151, 180, 185, 245, 306.

Acteone e Atteone, 13, 24, 221.

Adamo, 113, 116, 182, 278-80.

Adorno Antoniotto, 161.

Adriana (Arianna), 100.

Affrica, 248, 308.

Agnello (dell') Ioanni, 162.

Agnese (santa), 348.

Agnolo da Rieti, 118.

Agone (campo d'), 240.

Agosto (imperatore), vedi Ottaviano.

Aguto Ioanni, 186.

Alano, 348.

Alardo, 206.

Alberto Magno, 319.

Alborea, 131, 250.

Alcide, vedi Ercule.

Alconia, 33.

Alessandria, 176.

Alessandro (Magno), 192, 289, 306, 339.

Aletto, 175.

Alfea, vedi Pisa.

Alpi, 123.

Alterezza (person.), 144.

Amasa, 174.

Amazona, 301.

Ambrosino (Visconti), 185.

Amore (person.), vedi Cupido.

Anania, 93.

Anna (santa), 296.

Anniballo (Annibale), 308.

Anselmo (sant'), 348.

Anteo, 198.

Antiochi (Antioco re), 339.

Antioco (prete), 234.

Antonio (sant'), 174.

_Apocalisse_, 127, 235.

Apollo e Febo, 3-7, 9, 15, 16, 26, 29, 32, 43, 50, 51, 83, 92, 97, 99,
  115, 117, 154, 212, 263, 313, 314, 324, 386 -- chiamato Cilleno, 53,
  188, 359.

Appiano (d') Iacopo, 175, 182.

Arabia, 146.

Architofelle, 155.

Aretusa, 283.

Argo (dai cento occhi), 62.

Argo (nave), 190.

Aristotele, 268, 319 -- _Etica_, 157 -- _Fisica_, 160.

Arno, 248.

Arnoldo (da Rieti), 118.

Artus (re), 308.

Asia, 93.

Asma (person.), 136.

Assiria, 146.

Assuero, 192.

Astrea, 63, 104, 288, 307, 327, 331, 336, 341, 342.

Astreo, 326.

Atalante (Atlante), 16, 84.

Atreo, 117.

Augustino (sant'), 348.

Aurora (person.), 87.

Austro, 55, 203.

Avarizia (person.), 103, 224, 229, 326.

Averois, 319.

Avicenna, 135, 320.

Azzo (da Casalmaggiore), 341.



Babele, 207.

Bacco e Lieo, 257, 258, 271, 291, 318.

Baldo (perugino), 340.

Barnab, vedi Visconti.

Bartolo (da Sassoferrato), 340 -- Lettura, id.

Batista di Senso, 120.

Batista (Il), vedi Ioanni B. (san).

Bellona, 184.

Benci Giorgio, 224.

Bencio da Fiorenza, 224.

Bernardo (san), 348.

Biastema (person.), 244.

Boezio, 348.

Boglione Gottifredo, 308.

Bollicame, 168.

Bonzo (prete), 374.

Bordone (san), 134.

Bretagna, 304.

Bruno (del) Francesco, 131.

Bruto, 330.

Buonagiunta (pisano), 256.



Cadmo, 232.

Caino e Caini, 110, 162, 176.

Callisto (catacombe di san), 348.

Calabria, 283.

Camilla, 301.

Camillo, 308.

Camollia, 259.

Cancro (costell.), 108.

Capitolio, 307, 339, 347.

Caribdi, 128.

Carit (person.), 369, 370, 377, 380.

Carlomagno, 308.

Carone (Caronte), 129, 130, 132, 133, 352.

Cartago (Cartagine), 245, 308.

Catalogna, 250.

Catarro (person.), 136.

Caterina (santa), 348.

Catone, 307.

Cautela (person.), 324.

Cecilia (santa), 348.

Cerbero, 10, 78, 112, 129, 218-20, 306.

Cerere e Ceres, 76, 254, 258, 271, 291.

Cesare Agosto (titolo imperiale), 306.

Cesare Agosto (imperatore), vedi Ottaviano.

Cesare (Giulio), 192, 205, 289, 306, 317.

Cherubi, 385.

Chiesa (cattolica), 259, 309, 343, 348, 350, 351, 372.

Chirone, 184.

Ciaffo di Camollia, 259.

Cilleno, vedi Apollo.

Cincinnato, 308.

Cino (da Pistoia), 340.

Cipri (Cipro), 176.

Ciprigna, vedi Venere.

Circe, 105, 170, 173, 301.

Circumspezione (person.), 324.

Citarea, vedi Venere.

Ciuola (monna), 259.

Clemenza, Mansuetudo e Virt mansueta (person.), 250, 288, 293, 294.

Cloto, 302.

Cocito, 109.

Cola di Renzo, 161.

Colco, 214.

Coliseo, 171.

Colonna (famiglia), 161.

Concupiscenza (person.), 91, 268.

Continenza (person.), 291, 295.

Copia (person.), 233.

Cortona, 249.

Creusa, 86.

Crisostomo (san Giovanni), 348.

Cristo, 116, 178, 235, 236, 241, 276, 297, 308, 311, 312, 344, 347-51,
  353, 359, 366 -- chiamato Agnello e Agno celeste, 240, 279, 298;
  -- alto Emanuele, 116; -- Erede di Dio, 299; -- Figliuolo di Dio, 116,
  298, 361; -- Frutto di Maria, 370; -- Ies Salvatore, 179, 350;
  -- Quel che a noi si diede, 276; -- Signore, 116, 228, 280, 294, 348;
  -- Verbo eterno, 361.

Crudelt (person.), 104.

Cupido e Amore, 3-8, 11-13, 15, 17, 18, 20, 21, 29, 37, 39-43, 46, 47,
  49, 50, 53, 56, 57, 59, 60, 63-66, 69-74, 76, 80-82, 84, 85, 87-91,
  93, 94, 98, 99, 144, 166, 188, 254, 262-64, 268, 291, 317, 368, 377.

Curio, 238.

Curzio, 303.



Dafne, 263.

Dalida, 301.

Daniele e Daniello (profeta), 297, 369.

Danubio, 283.

Dario (re), 192.

David, 198.

Deci (i), 308.

Deianira, 185.

Demostene, 318.

_De profundo_ (preghiera), 370.

Diana, 5, 6, 11-14, 16, 17, 19, 22-36,
39, 41, 44, 46, 47, 57, 60, 81, 181.

Dido e Didone, 3, 99.

Dio, Deo e Iddio, 18, 20, 41, 49, 53, 63, 76, 97, 98, 101, 105, 106,
  108, 110, 113-116, 119, 120, 123, 126, 127, 130, 136, 160, 164-167,
  171-74, 176, 178-80, 190-92, 197, 201, 204, 207-10, 215, 218, 229,
  233-38, 241, 244, 251, 254, 258, 260, 262, 264, 265, 267-69, 275-80,
  285, 287, 290, 293, 295-99, 302, 307, 309-12, 320, 321, 323, 327-29,
  332, 334-36, 338, 339, 342, 344-46, 348-51, 354, 355, 358, 360-66,
  368, 370-75, 377-79, 381-384, 386, 387 -- chiamato primo Amore, 368;
  -- primo Artista, 384; -- Bene supremo, 209, 269, 364, 374, 377,
  381, 387; -- Colui che tutto puote, 281; -- Creatore, 106, 114,
  165, 208, 378, 381; -- _Dominus_, 369; -- Duce, 264;--Fattore, 115,
  291,339; -- Giudice supremo e del tutto, 112, 115; -- Iove, 298;
  -- Maestro del paradiso, 275; -- Mastro del mondo, 120; -- Monarca,
  117, 157, 265; -- Operante divino, 356; -- Osanna, 293; -- sommo
  Patriarca, 293; -- primo Prince, 244; -- Re del mondo, 215, 240,
  328; -- Signore, 130, 139, 148, 170, 240, 276, 293, 295, 297, 298,
  354, 360, 368, 370, 373; -- Vert suprema, 244.

Diomede, 187.

Dionisio e Dionisi, 339, 358.

Dite, 112, 168, 169.

Docilit (person.), 324, 325.

Dolore gridante ecc. (person.), 136.

Domiziano, 253.



Eaco, 178.

Ebetudo (person.), 261.

Eco, 86, 87, 231.

Egina, 140.

Egitto, 307.

Elia, 278, 280, 283-85.

Elicona, 316.

Enea, 3, 86, 268, 307, 327.

Enoc, 278-80.

Eolo, 75-78.

Epicuro, 261.

Equit (person.), 324, 336, 337.

Ercolano (sant'), 164.

Ercole e Alcide, 4, 10, 99, 218, 219,
226, 306.

Eresia (person.), 144.

Erubescenza (person.), 292.

Erode, 235, 242.

Etiopia, 283.

Ettore, 245, 304, 306.

Eva, 116, 179, 278.

Ezechiele, 312.



Fabi (i), 308.

Fabricio e Fabrizio, 62, 205, 294.

Fagiola (della) Uguccione, 141.

Falerno (vino), 258.

Fantasia (person.), 144.

Farnese Piero, 373.

Farsaglia, 317.

Febbri (person.), 136.

Fede (person.), 136, 343, 359, 361, 368.

Feliciano (san), 348.

Fetonte, 29, 56, 283.

Fialte, 192.

Fiammegna, 93.

Fiandra, 81.

Filena, 5-7, 10-16, 18, 19, 21, 22.

Filomena (Filomela), 25.

Fineo, 146.

Fiorenza, 81, 224.

Flamminea, 92, 93.

Flegetonte, 168, 169.

Fleias, 154.

Foligno e Folegno, 93, 319.

Fontebranda, 259.

Forteguerra da Lucca, 152.

Fortezza e Fortitudo (person.), 287, 300, 304, 305, 308, 311, 314.

Fortuna (person.), 158, 159, 161, 263, 294, 300, 303.

Francesco (Casali) da Cortona, 249.

Francia, 81, 306, 308.

Frenesia (person.), 135.

Froda (person.), 104, 227.

Furie (le), 174, 243, 247, 248.



Gabriello (arcangelo), 236.

Galieno, 320.

Gambacorti (de') Piero, 176, 182.

Gange, 283.

Ganimede, 123, 205.

Gano (di Maganza) e Gani, 174, 315.

_Genesis_, 321.

Genova, 161.

Gentile (da Foligno), 319.

Geone, 283.

Gerione, 10.

Giotto, 347.

Giovanni Andrea (del Mugello), 340 -- _Clementine, Novella_, Sesto, ivi.

Giove, vedi Iove.

Giovenale, 318.

Giuda, vedi Iuda.

Goliatte (Golia), 198.

Gomorra, 98, 293.

Gorgo e Gorgone, 98, 175, 184, 220.

Gratitudine (person.), 334.

Grecia, 307.

Greco (vino), 259.

Gregorio (san), 119, 150, 340.

Gualterotto (Lanfranchi), 182.

Guerra (person.), 104.



Iacchetto (re di Cipro), 176.

Iano (Giano), 307.

Iasone e Iasoni, 214, 339.

Ibero, 283.

Icomica (person.), 321.

Idropisia (person.), 136, 241.

Ieremia, 312.

Ignazio (sant'), 179.

Ilario (sant'), 348.

Ilbina, 54, 56-59, 63, 87, 91.

Ilionne (Troia), 347.

Imbro, 185.

Immania (person.), 244.

Immondizia (person.), 261.

Inganno (person.), 104.

Innocenza (person.), 267.

Intelligenza presente (person.), 323.

Inumanit (person.), vedi Immania.

Invidia (person.), 45, 46, 48, 83, 103, 213, 215, 219, 223, 224.

Ioab, 174.

Ioan d'Azzo, 186.

Ioanna (I, regina di Napoli), 161.

Ioanni Batista (san), 261, 295.

Iobbe, 106, 165.

Iole, 10.

Ionia, 81, 84-86, 88, 89.

Iosef (ebreo), 215.

Iove, 3, 9, 25, 30, 31, 40, 47, 51, 52, 57, 59, 70, 72, 73, 82, 106,
  108, 146, 159, 160, 191, 205, 264, 324, 331, 359 -- chiamato
  Tonante, 26, 123.

Ipocrate, 320.

Ipodria, 32, 33.

Ippolito, 24, 41.

Ira (person.), 243-245, 251.

Iris, 33, 57.

Isac, 116.

Isidoro (sant'), 348.

Israele e Israelle, 116, 155.

Issione, 160.

Italia, 210, 245, 248.

Iuda e Giuda, 19, 110, 215, 228, 241.

Iudi (come Iuda), 174.

Iuno e Iunone, 22, 24-28, 30-36, 44-50, 52, 53, 57, 58, 66, 72, 211,
  331 -- chiamata Saturnia, 51.

Iustiniano (imperatore), 340.

Iustizia (person.), 171, 328, 331, 336, 376.



Laberinto e Labrinto, 172, 267.

Lanfranchi (famiglia), 182.

Laterano, 259.

Latona, 30, 36, 385.

Latria (person.), 334, 338.

Laurenzio (san), 348.

Lazzaro, 234, 258.

Leda, 3.

Legge antica e nuova, 267.

Leonina (citt), 259.

Licaona e Licaone, 98, 172.

Lico, 211.

Lieo, vedi Bacco.

Lippea, 27-32, 34-38, 40-43, 45, 46, 48-58.

Lisbena, 25, 27-32, 34, 36, 47.

Lisna, 33, 34.

Lotto e Lotte (Lot), 98, 256.

Luca (san), 258.

Lucano, 140, 317.

Lucca, 141, 151, 162.

Lucia (santa), 348.

Lucrezia (romana), 207.

Luna (divin.), 181.

Lussuria (person.), 267, 269.



Macario (san), 134.

Maccabeo, 366.

Maddalena (la), 293, 365.

Maiest divina, 190, 342, 376.

Magna (La), 123.

Magnanimit (person.), 303.

Mal di fianco (person.), 135.

Malizia (person.), 104, 239.

Mal podagrico (person.), 135.

Mal che par la carne arda (person.), 136.

Mamone e Mammone, 169, 170, 236.

Margherita (santa), 348.

Maria (santa), 299, 350, 369 -- chiamata Madre di Cristo, 236;
  -- Regina del cielo, 370.

Marta, 296.

Marta (santa), 348.

Marte, 31, 92, 117, 149, 163, 184, 305, 307, 322, 324.

Matteo (san), 280, 372.

Medea, 250.

Medone, 185.

Medusa, 9, 39, 59, 175, 176.

Megera, 175, 244, 248.

Memoria (person.), 323.

Menzogna (person.), 229.

Mercurio, 205, 313, 386.

Michele (san), 116.

Michelina (santa), 296.

Mida, 234.

Minerva, Palla e Pallade, 54, 56-61, 63, 64, 84, 88, 90, 91, 93, 94,
  97-99, 101, 107-10, 113, 118-20, 123, 124, 126, 129, 130, 132-34,
  136, 138, 139, 144, 146-49, 153, 155, 158, 159, 163, 164, 169-71,
  173, 178, 179, 181-84, 186, 187, 189, 197, 198, 200, 202, 203, 208,
  212, 217-20, 226-28, 235, 240, 249, 251-54, 257, 259-61, 268, 271,
  276, 277, 287, 301, 314, 326.

Minos, 178.

_Miserere_ (preghiera), 370.

Modestia (person.), 292.

Moises, 117.

Mollizia (person.), 238.

Mongardo Annichino, 185.

Mongibello, 71, 104.

Morbi (person.), 135.

Moriale (fra), 185.

Morte (person.), 131, 138, 139, 224, 225.

Musa (Dante), 204.

Muzio (Scevola), 369.



Nabucodonosor, 207, 342.

Natura (person.), 81, 104, 255, 260, 264, 267, 269, 283.

Negligenza (person.), 238.

Nembrotte, 207.

Nerone, 253.

Nesso, 185.

Nettuno, Neptuno e Nettunno, 9, 79, 104, 177, 251, 384.

Nilo, 283.

Nisa, 318.

No, 53, 116, 265.

Nummo, 178, 179.



Observanzia, 334.

Oceano, 9, 128, 212, 283.

Olimpo, 25, 48.

Omero, 317.

Onest (person.), 292.

Opinione falsa (person.), 143, 144.

Orazio (Coclite), 302.

Orazio (poeta), 318.

Orfeo, 205, 318.

Oriente, 306.

Origene, 136.

Orlando, 232.

Orse, 108.

Ossa, 191.

Ostiense (Arrigo da Susa), 340.

Ottaviano, Agosto e Cesare Agosto, 150, 192, 289.

Ovidio, 317.



Palla e Pallade, vedi Minerva.

Pallia, 25, 27, 28, 47.

Panfia, 76.

Pantasilea, 301.

Parche (le), 139.

Parcit (person.), 291, 295.

Parigi, 206.

Parmenide, 320.

Parnaso, 15, 313, 318, 384.

Pasife, 185, 267.

Patto (divino), 53.

Paulino (san), 376.

Paulo e Polo (san), 93, 178, 343, 347, 359, 361, 386.

Pazienza (person.), 304.

Peloro, 191.

Perseo, 59, 184.

Persia, 92.

Persio (poeta), 318.

Perugia, 92, 164, 306.

Pier d'Alborea, 131.

Piet (person.), 324.

Pietro (re di Cipro), 176.

Pietro (san), 92, 107, 178, 236, 344, 347, 366, 372.

Pigmalione, 234.

Pirro, 180.

Pisa e Alfea, 54, 141, 162, 175, 176, 182.

Pistoia, 340.

Pitagora, 320.

Platone, 319.

Pluto e Plutone, 9, 76, 78, 104, 169, 170, 178, 179, 181, 264, 318.

Po, 283.

Policleto, 347.

Polisena, 180.

Polmonia (person.), 136.

Pompeo, 192, 210, 307, 317.

Povert (person.), 124, 224.

Presagio (person.), 154.

Priamo, 192, 339.

Principati, 385.

Priscille (catacombe di santa), 348

Proserpina, 9, 76, 180.

Provvidenza (person.), 323, 324.

Prudenza e Prudenzia (person.), 313, 317-19, 321, 346.



Quirino, vedi Romulo.



Radamanto, 178.

Ramondo (fra'), 340 -- _Decretali_, ivi.

Regulo Marco (Attilio), 302.

Remo, 177.

Reno, 283, 306.

Riccardo (da san Vittore), 348.

Rieti, 118.

Rifa, 11, 12, 14, 18, 20.

Roma, 26, 81, 111, 161, 192, 205, 222, 240, 266, 268, 305-08, 317,
  339, 371, 375.

Romulo e Quirino, 210, 222, 223, 307.



Saba, 279.

Sabello, 371 -- Carlo figlio e Lelio nipote di S., ivi.

Sabina (regione), 307.

Salamone e Salomone, 55, 268, 279, 339.

Salaria (via), 348.

Sansone, 161, 301.

Sapienza (person.), 323.

Sardanapallo, 269.

Satan, Satana e Satanasso, 100-02, 105, 106, 109, 110, 113, 116, 179,
  187-90, 192, 198, 199, 202, 207, 208, 235, 291, 326, 339, 344, 384.

Saturnia, vedi Iuno.

Saturno, 63, 77.

Saul, 150, 155.

Scala (della) famiglia, 177.

Scala (della) Mastino e Mastini, 162, 176.

Schirone, 119.

Scilla, 128.

Scipio e Scipione, 62, 192, 205, 210, 222, 307.

_Scrittura sacra_, 346, 351, 352.

Sdegno (person.), 144, 244.

Seneca, 235, 320.

Servagnone, 172.

Sesto (Tarquinio), 207.

Seth e Set, 116, 279.

Sibilla, 359.

Sicilia e Trinacria, 161, 283.

Signoria (person.), 250, 251.

Silla, 250, 252.

Simon mago, 207, 345.

Sionne, 347.

Sirena (la), 25.

Sisifo, 148.

Sisto (san), 348.

Socrate, 320.

Sodoma, 98, 293.

Sogni (person.), 154.

Sole, 3, 313, 386.

Solerzia (person.), 324.

Sonnolenza, 238.

Soprasia (monte), 93.

Sospizione (person.), 144.

Spello, 92.

Spene e Speranza (person.), 50, 144, 358, 359, 361, 362, 364, 368-70, 374.

Spirito santo, 350, 362, 363 -- chiamato Colui che eternamente
  spira, 363.

Stati, 288.

Stazio, 318.

Stefano (santo), 348.

Stige, 146.

Superbia (person.) 251, 285, 327.



Taddeo (Pepoli), 341.

Tanai, 283.

Tantalo, 255.

Tarquinio (il superbo), 207.

Tarso, 242.

Taura, 65, 69, 73, 74.

Tauro (costell.), 114.

Tebe, 248.

Temperanza (person.), 284-86, 290, 301, 314.

Tepidezza (person.), 238.

Terenzio, 318.

Terrasanta, 308.

Teseo, 100, 177, 219.

Tesifone, 175.

Tessaglia, 248, 307.

Tevere, 98, 302.

Tieste, 177.

Timia, 92.

Timore (person.), 144.

Tirena, 32.

Tito Livio, 317.

Titone, 87.

Tizio, 133.

Tomas d'Aquino (san), 348.

Topino, 92, 98.

Torquato (Manlio), 308.

Toscana, 161.

Tosco Piero, 256.

Toso Benigno, 375.

Traiano, 289.

Trieve (Trevi), 92.

Trinacria, vedi Sicilia.

Trincia e Trinci (famiglia), 93.

Trinci, Trince, 309.

Troia, 86, 92, 192, 248, 266, 305, 306, 342.

Troni, 385.

Tros, 92, 93.

Tullio (Cicerone), 317.



Ugo (cardinale), 348.

Uguccio (Casali) da Cortona, 249.

Ulisse, 25, 301.

Umbria, 98.

Umilt (person.), 285, 298, 300.

Urbano (VI, papa), 309.

Ursenna, 27, 28.



Vagniel, Vangelio e Vangelo, 167, 258, 312, 333.

Varri (Varrone), 339.

Vaticano, 348.

Vecchiezza (person.), 134.

Vencioli (famiglia), 164.

Vendetta (person.), 335.

Venere e Venus, 53, 56-58, 63, 64, 72, 74-76, 79-83, 205, 264, 271,
  291 -- chiamata Ciprigna, 57, 59, 80, 81, 86; -- Citarea, 58, 64,
  82, 86, 268, 327.

Verit (person.), 336-38.

Verona, 176.

Vesta, 268.

Vincenzio (san), 348.

Virgilio, 103, 317, 359.

Virt e Vertudi (person.), 326, 342.

Vizi (person.), 327.

Vulcano, 51, 55, 65-67, 69-74, 98, 191, 218, 264.



Zefiro, 313.

Zenitte, 386.

Zenone, 320.

Zodiaco, 385.





INDICE

LIBRO PRIMO

DEL REGNO D'AMORE

I. Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse
nel regno di Diana, ove a' preghi del medesimo fer
la ninfa Filena                                                      pag. 3

II. Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno
pu far resistenza a lui ed alle sue saette                              9

III. L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena,
che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta                 15

IV. Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa
di pi bella ninfa fattagli da Cupido                                   20

V. Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana             25

VI. Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda tra
Lisbena e Lippea                                                        30

VII. Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda, che
avea vinta                                                              35

VIII. Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la fer d'una
saetta d'oro                                                            40

IX. Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire                45

X. Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere
con l'autore, a cui da Venere vien promessa la
ninfa Ilbina                                                            50

XI. Come la dea Minerva discese e seco men Ilbina ninfa                55

XII. Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del
suo reame                                                               60

XIII. Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale
gli rende ragione di molti fenomeni                                     65

XIV. Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego
di Venere Giove discese dal cielo e pose pace fra loro                  70

XV. Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia,
la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti                    75

XVI. Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo
reame dispiacquero all'autore, perch usavano atti
disonesti d'amore; onde Venere il men a ninfe pi oneste,
ma pi piene d'inganno                                                  80

XVII. Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla
ninfa Ionia                                                             85

XVIII. Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci e
della citt di Foligno                                                  90


LIBRO SECONDO

DEL REGNO DI SATANASSO

I. Come la dea Pallade appare all'autore e gli descrive la
sedia e signoria di Satanasso                                           97

II. Come l'autore narra a Minerva che e' si confida vincere
Satanasso e suoi vizi                                                  103

III. Come l'autore mediante la dea Minerva ritorn dell'inferno,
dove era disceso                                                       108

IV. Dove trattasi del limbo e del peccato originale                    113

V. Come l'autore trova certe anime, che stavano penando
presso al limbo                                                        118

VI. Come l'autore, uscito dall'inferno, venne nel mondo
nell'emisfero di Satan                                                 123

VII. Dove trattasi del regno d'Acheronte                               128

VIII. Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e'
significhi                                                             133

IX. Come l'autore trova la Morte, la quale parla acerbamente
contro i mortali                                                       138

X. Dove l'autore discorre delle pene, che l'uomo d a se
stesso per false opinioni                                              143

XI. Dove si tratta della pena di Sisifo                                148

XII. Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona
il timore                                                              153

XIII. Come l'autore vede la Fortuna                                    158

XIV. Dove trattasi della pena, che d l'Amore, quando ha
il vero fondamento                                                     163

XV. Come l'autore riconosce la citt di Dite in questo mondo,
e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini                     168

XVI. Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani              173

XVII. Come l'autore vede il tempio di Plutone                          178

XVIII. Dove si tratta delli centauri                                   183

XIX. Come l'autore trova Satan trionfante nel suo reame                188



LIBRO TERZO

DEL REGNO DE' VIZI

I. Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi,
lo vinse                                                               197

II. Delle cagioni onde viene la superbia, e come ella 
vizio principale                                                       202

III. Dichiaransi gli effetti della superbia                            207

IV. Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura             212

V. Di tre spezie d'invidia e di Cerbero, dal quale l'autore
fu assalito                                                            217

VI. Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virt                     222

VII. Ove trattasi del vizio dell'avarizia                              227

VIII. Dove si ragiona del vizio dell'avarizia                          232

IX. Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami               237

X. Del vizio dell'ira e delle sue specie                               242

XI. Trattasi della pena dell'ira                                       247

XII. Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa
a discorrere del vizio della gola                                      252

XIII. Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola             257

XIV. Della lussuria e delle sue specie                                 262

XV. Trattasi pi in particolare delle specie e de' rami discendenti
della lussuria                                                         267


LIBRO QUARTO

DEL REGNO DELLE VIRT

I. Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero
della scienza del bene e del male                                      275

II. Della condizione del paradiso terrestre e de' fiumi, che
quindi escono                                                          280

III. Della vert della temperanza e sue laudi                          285

IV. Delle spezie e rami della temperanza                               290

V. Della virt della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza   295

VI. Della fortezza e delle sue spezie                                  300

VII. De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette la
virt della fortezza                                                   305

VIII. Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore, e
appresso incominciasi a trattare della prudenza                        311

IX. Nel quale ragionasi di assai antichi poeti, filosofi ed autori     316

X. Delle specie ovvero delle parti della prudenza                      321

XI. Della virt della giustizia, e come e perch furono trovate
le leggi                                                               326

XII. Trattasi delle parti della giustizia                              331

XIII. Dove trattasi singolarmente della virt dell'equit e della
verit e de' valenti canonisti e legisti                               336

XIV. L'autore vede il tempio della fede, e gli appare san
Paolo, il quale gli ragiona di questa virt                            342

XV. Di coloro che col lor sangue fondarono la fede, e delle
cose che dobbiamo credere                                              347

XVI. Della resurrezione de' nostri corpi dopo il Giudizio              352

XVII. Come Paolo apostolo men l'autore al reame della Speranza        357

XVIII. De' peccati nello Spirito santo, i quali sono opposti alla
speranza                                                               362

XIX. Come la Speranza conduce l'autore a parlare con la
Carit                                                                 368

XX. Dove trattasi pi distintamente del purgatorio, e si risolvono
certi dubbi                                                            373

XXI. Della carit e dell'opere della misericordia corporali e
spirituali                                                             378

XXII. La Carit mena l'autore nel cielo e tratta delle cose superiori
ed eterne                                                              383

Nota                                                                   389

Glossario                                                              407

Indice dei nomi                                                        409






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Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

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Volunteers and financial support to provide volunteers with the
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Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
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The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
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number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
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The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
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business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


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increasing the number of public domain and licensed works that can be
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