The Project Gutenberg EBook of Sott'acqua, by Gerolamo Rovetta

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Title: Sott'acqua

Author: Gerolamo Rovetta

Release Date: May 10, 2013 [EBook #42684]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SOTT'ACQUA ***




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                             SOTT'ACQUA


                              RACCONTO
                                 DI
                          GEROLAMO ROVETTA.


                           TERZA EDIZIONE



                               MILANO
                       FRATELLI TREVES EDITORI.
                                1883.


PROPRIET LETTERARIA.

Riservati i diritti di traduzione.

Tip. Fratelli Treves.




SOTT'ACQUA




CAPITOLO I.


-- Sarai buona, non  vero?... Mi prometti di non farmi ingelosire?

-- Te lo prometto.

-- Giuralo.

-- Giuro.... bambino mio.

E a questo punto, com' naturale, si ud nel salotto il leggerissimo
susurro d'un bacio.

Quando la contessa Elisa chiamava _bambino_ il conte Eriprando degli
Ariberti, voleva proprio dire che si trovava allora molto in tenero con
lui; cosa che non le accadeva sempre, quantunque, quasi sempre, ella
credesse di volergli bene. Ma dal canto suo, la contessa Elisa era
occupatissima, aveva ogni giorno un infinito numero di cosucce da fare e
da sbrigare, mentre il conte Eriprando non ne aveva che due sole: voler
bene alla contessa Elisa ed aspettar pazientemente una risposta alle
_carte_ ch'egli aveva _inoltrate_ negli uffici delle _strade ferrate A.
I._, col nobilissimo scopo di ottenere un impiego. Anche le grandi
occupazioni per della contessa Elisa Navaredo si riducevano a questo,
di trovare il modo di fare il passo pi lungo della gamba, di fare
insomma abbastanza buona figura a dispetto delle ristrettezze economiche
che l'angustiavano. E, bisogna poi renderle questa giustizia, tutto
sommato, ci riusciva benino.

Con un certo buon gusto che le era particolare, sapeva far comparire e
scomparire le guarnizioni, i pizzi e i fiori dalla veste al cappellino,
e viceversa; sapeva bravamente, con due abiti vecchi, farsene uno nuovo,
e quanto meno la stoffa conservava il colore, la contessa ci rimediava
accorciando tanto pi le maniche e abbassando lo scollato. Teneva una
cameriera, la Beppa, che faceva anche da cuoca, e il cocchiere serviva
in tavola, annunciava le visite, tostava il caff, portava l'acqua,
puliva le stanze, e tagliava la legna per la stufa della sala, che si
accendeva solamente la domenica, giorno di ricevimento in casa della
Contessa, la quale, in tal modo, mangiando pochino sette giorni alla
settimana e studiando l'arte di parere dodici mesi all'anno, poteva
darsi ancora delle arie con una rendituccia di sei o sette mila lire: e
quando _Lord Palmerston_, era questo il nome del suo cavallo, non pativa
di reumi, poteva anche fare le visite nella sua carrozza: un _brougham_
stinto e sdruscito, ma che aveva dipinto sugli sportelli uno stemma cos
grande da parere l'insegna d'un tabaccaio.

Il conte Eriprando degli Ariberti di rendite ne aveva ancor meno; ma, in
compenso, era pi ricco d'amore.... fors'anche perch la contessa non
lasciava mai che lo spendesse tutto. Il loro sangue egualmente puro
scendeva all'uno e all'altra attraverso un lungo ordine di magnanimi
lombi: quello del conte per era molto pi caldo, pi abbondante, pi
vigoroso di quello della contessa: ma la differenza si spiega subito
coll'avvertire che _lui_ non aveva ancora ventitr anni, mentre _lei_ ne
aveva contati fino a trentadue.... e poi si era fermata l, senza tirare
pi innanzi.

Si erano alzati tutti due dal canap, il conte per prima della
contessa; quest'ultima tenendosi stretta al braccio del giovanotto e
lasciando che egli facesse un po' di forza per sollevarla; e sebbene dal
canap all'uscio non ci fossero che due passi e mezzo da fare, ella
percorse quel brevissimo tragitto appoggiata, abbandonata quasi di peso
su lui che la guardava in un certo modo che voleva dire "se tornassimo
indietro, cara, a sederci un altro pochino?..."

-- No, sai; bisogna, adesso, che tu vada via.

-- Ancora cinque minuti soli....

-- No, no:  tardi, e domattina mi devo levare per tempo.

E la contessa Elisa, per far intendere al conte Eriprando che quella
volta poteva proprio lasciare ogni speranza, tir indietro il sorriso
languido, si fece subito seria seria, e gli si lev d'addosso, mentre
colle due mani accomodava i capelli sulla nuca, che le si erano
scomposti.

-- Cattiva!

-- Ma, sai, bambino, che con tanta gente che ho conosciuto, un egoista
come te, non l'ho mai incontrato?

A queste parole il conte Eriprando fece il muso; ma la contessa
Navaredo, quasi stizzita, tir innanzi senza badargli:

-- Per te non dovrei n dormire, n mangiare, n uscire, n far nulla....
altro che _filare il sentimento!_

-- Ti domandava cinque minuti soli, soli....

--  dalle dieci che mi domandi cinque minuti; e abbiamo fatto venire la
mezzanotte.... E poi, ho gi suonato; c' la Beppa di l che ti aspetta
per farti lume e io non posso soffrire _les commrages_ delle
anticamere.

Le anticamere di casa Navaredo si riducevano al pianerottolo della
scala: ma, come metafora, poteva passare.

-- Dunque, alle dodici in punto ci troviamo alla stazione?

-- S, caro; ma ricordati che non voglio altre lune.

Il giovanotto promise di no, e la contessa, che con una mano avea gi
mezzo aperto l'uscio del salotto, lo chiuse di nuovo, e si baciarono
un'ultima volta.

-- Sei contento?

-- Adesso s.

-- Dunque va, da bravo. Ricordati domattina di telegrafare all'albergo,
perch ci tengano pronte le camere.

--  gi tutto fatto.

-- Grazie....

-- Prego....

L'uscio fu aperto: la Beppa era l, sul pianerottolo, col lume in mano e
colla faccia sbianchita e ingrugnata dal sonno.

-- Buona sera, signora contessa.

-- Buona sera, signor conte. A domani.

-- A domani.

La Beppa scese innanzi adagio, gi per la scala, ripida, stretta e
oscura, tenendo alto il lume col braccio levato.

Quando fu sulla porta di casa, Ariberti tolse dalla tasca interna
dell'abito un portasigari di pelle nera con una vistosa corona di conte
nel mezzo: poi, dal portasigari, un virginia: ne cav la paglia che
ripose nell'astuccio, lo accese al lume della Beppa, tir in fretta due
o tre sbuffate di fumo per vedere se andava bene, e dopo, dal medesimo
portasigari, lev un mozzicone che porse alla donna:

-- To'... lo darai a Menico.

Menico era il cocchiere, il cameriere, il porta acqua, il caffettiere,
lo spaccalegna di casa, e quando aveva due minuti di tempo, anche
l'amante della Beppa.

-- Grazie, signor conte!

-- _Bon d._

-- Serva sua.

E la Beppa, sbatacchiata la porta dietro al giovanotto, tir tanto di
catenaccio.




CAPITOLO II.


Il conte Eriprando degli Ariberti quella notte non aveva sonno: invece
si sentiva in cuore una gaiezza insolita e nelle gambe una elasticit,
una voglia di camminare che lo fece andare a zonzo per pi d'un'ora. La
gioia tutta nuova che lo aspettava al domani, quel viaggio con Elisa,
quelle due o tre settimane che passerebbe con lei in riva al mare, lo
rendevano l'uomo pi beato della terra.

In quell'azzurro c'era per un punto nero; anzi, per essere esatti,
bisogna dire che ce n'erano due, quantunque uno pi piccino dell'altro.

Il punto grande, lo scarabocchio, era quella musona della contessina
Cecilia; il punto piccolo, quello screanzato di Gegio. Da un'altra
parte, sola con lui, la contessa Elisa non ci sarebbe andata, a Venezia:
ella vi andava per tener compagnia alla figliuola, e per la salute del
suo nipotino: ed anzi, quando lui e lei, negli amorosi colloqui delle
serate primaverili, vagheggiavano quella giterella come il sogno
incantevole d'una notte d'estate, tutte le loro speranze erano sempre
riposte nelle scrofole del bambinello.

Dopo d'aver girato in su e in gi, per straducce buie e deserte, alla
fine dovette pure decidersi a rincasare. Rallent il passo, e rimpianse
il mozzicone che aveva donato a Menico, perch il suo virginia era
consumato.

Il conte Eriprando abitava molto lontano dalla contessa Navaredo, in una
viuzza modesta, in una casetta dall'aspetto meschino e dove il fitto,
che si pagava ogni semestre, era proprio una miseria. Quando vi giunse,
prima di metter la chiave nella toppa, lev il capo e guard una
finestrella del secondo piano: era spalancata e ne usciva uno sprazzo di
luce.

-- La mamma  ancora in piedi, -- disse fra s, nell'aprire.

Non poteva sbagliare. Il lume non era certo quello della serva, perch
la contessa degli Ariberti serve non ne aveva, se non si vuol contare
una donnetta che andava da lei la mattina a sbrigare le faccenducce pi
umili.

-- Sei ancora alzata? -- disse il conte entrando nella stanza della mamma.

La vecchierella era intenta a stirare sopra una gran tavola di legno
greggio, e tutto all'intorno, sul canap, sulle sedie, sul cassettone,
si vedevano, disposte con cura, delle mutande, delle calze, delle
camicie, dei solini e dei polsini finti: grande amarezza questa del
conte Eriprando, il quale non vedea l'ora d'esser capo-ufficio per avere
le camicie coi polsini e il collo tutto attaccato. Sua mamma, poveretta,
aveva tentato di fargliene una: ma ci perdette intorno una quindicina di
giorni senza potervi riuscire: il solino, non c'era caso, faceva borsa
da una parte o dall'altra!....

Nella stanza piccola, bassa, faceva un caldo da soffocare, sebbene la
finestra fosse aperta ma di fuori c'era scirocco, e di dentro due
lucerne di petrolio infocavano la stanza colla loro luce sfacciata e
rossastra. Eriprando cominci subito a sudare; invece la vecchiarella
secca, piccina, che lavorava in quel forno dalle otto della sera, non
sudava affatto.

-- Mi trovi alzata perch non ho sonno; gi, con questo caldo, anche a
voler dormire, non si pu. E poi, ti occorre la roba per domattina, e
io, lo sai bene, preferisco andare a letto tardi, piuttosto di essere
costretta a levarmi presto.

La buona donna mentiva adesso col suo figliolo. Sapeva bene lei che, per
quanto fosse andata tardi a letto quella sera, avrebbe sempre dovuto
alzarsi per tempo il giorno dopo. Il viaggio del contino la affaticava
da un mese. Aveva dovuto provvederlo di biancheria e riaccomodargli
quella vecchia: aveva dovuto pulire, sbattere, rammendargli i panni, e
solamente attorno all'abito nero ci aveva sciupati sette giorni e
perduto un occhio e mezzo. Ma, e d'altra parte come si fa?... Il conte
Eriprando degli Ariberti, partendo da Vicenza per le bagnature colla
contessa Elisa Navaredo e la contessina Cecilia D'Abal, non poteva
andare come un pitocco qualunque.

Gli Ariberti erano una delle pi antiche famiglie di Vicenza: ed  forse
per questo che la troviamo cos vicina a morire di consunzione. Il padre
del contino Eriprando, il conte Eutichiano, era stato un impiegatuccio a
duemila cinquecento; e in un momento di debolezza e con tre semestri di
fitto in arretrato alla gola, aveva commesso un matrimonio
_morganatico_, come diceva lui, colla figlia della sua padrona di casa,
l'Orsolina, che fu poi cos compresa delle illustri nozze, alle quali
era stata assunta, da camminare in punta di piedi, quando si trov
gravida, per paura di scomodare il nobile rampollo che il conte suo
marito s'era degnato di affidarle per la gestazione. Con legittimo
orgoglio del conte Eutichiano, che vedeva cos continuata la nobile
prosapia, l'erede (erede per modo di dire, che non c'era proprio niente
da ereditare) fu un maschio e subito gli misero nome Eriprando. Era
l'Eriprando _nono_ o _decimo_ della casa, e tutti i predecessori che
portarono prima quel nome, in sei o sette secoli, avevano avuto in mano,
l'uno dopo l'altro, i destini della citt.

Per l'Orsolina, il conte figlio era qualche cosa di sacro. All'affetto
materno ella univa nel suo cuore la religione, il culto che professava
all'ultimo discendente degli Ariberti, e facendogli da serva, credeva in
buona fede di non fare nulla pi del suo dovere.

Il conte Eutichiano mor quando il bambino non aveva pi di tre o
quattro anni. Alla vedova ed al pupillo non rimase altro per vivere che
la magrissima pensione del marito, la biancheria e il mobilio bastante
per quattro stanze: cominciarono col subaffittarne due, e n'ebbero cos
un altro cespite di entrata.

Mamma Orsolina si tiranneggiava, si misurava, come si suol dire, il
boccone di pane, e tutto ci perch Prandino non mancasse di nulla. Lei
faceva colazione con una fetta di polenta, se ce n'era: ma Prandino,
quando andava a scuola, avea il suo canestro per la merenda sempre ben
fornito. L'Orsolina la si vedeva, a ricordo d'uomo, con una vesticciuola
di percalle a quadrettoni caff, linda, pulita, ma tutta a rattoppi, che
pareva un mosaico: invece il camiciotto di Prandino era novo fiammante,
la biancheria fina, le scarpette lucide e scricchiolanti.

Quando venne il momento di dover pensare ad una professione pel contino
Eriprando, la buona donna si sent stringere il cuore; ma, vedendo anche
lei che, senza far nulla non avrebbe potuto vivere, volle almeno ch'egli
s'avviasse all'avvocatura.

Lo fece studiare..... e trov modo, Dio solo sa con quanti stenti e con
quanti sacrifici, di mantenerlo all'universit: ma quando gi era
dottore, Prandino stesso comprese da s che anche colla laurea avrebbe
finito copista in qualche studio: il genio forense gli mancava del
tutto. Allora, facendosi pi sentito il bisogno di guadagnare, si decise
anche lui a trangugiare l'amaro calice e cerc un impiego nelle
ferrovie. Adesso che lo abbiamo imparato a conoscere, aveva gi mandato
le sue carte, aveva passato benino gli esami.... ma continuava ad
aspettare l'impiego, che si prometteva e non arrivava. Mamma Orsolina,
del resto, non disperava. Era sicura che col suo nome Prandino avrebbe
fatto una bella carriera e figurandoselo commendatore e capo-traffico,
non lo vedeva, per il momento, alla vendita dei biglietti ed alla
spedizione delle merci. Certo che se il parentado degli Ariberti lo
avesse voluto aiutare.... ma l'Orsolina non si lamentava di nessuno. I
parenti non le erano venuti incontro, quest' vero: ma i parenti, si sa
bene, per queste mosse hanno sempre le gambe troppo corte, e poi nemmeno
lei li era andata a cercare. D'altra parte era troppo buona per sentire
dell'odio, dell'invidia, o solamente dell'amarezza, per alcuno: ella
sopportava tutto in santa pace, ed era pi che soddisfatta, felice,
quando le domeniche d'estate andava in _Campo Marzo_, tutta chiusa nella
sua mantelletta di seta nera, in compagnia della signora Luciana, una
zitellona che teneva in affitto da molti anni le due disponibili delle
quattro camerette, e le poteva dire, indicandole i pi splendidi
equipaggi che passavano al trotto: -- quella signora l,  la marchesa
tale, seconda cugina di Eriprando: -- quell'altro signore  il conte cos
e cos, terzo cugino di Eriprando: -- adesso arriva il principe Caio,
fratello d'un cognato d'una cugina di Eriprando -- e con queste
indicazioni la durava per tutto il passeggio, e la domenica vegnente
ricominciava da capo, senza che mai ne dimenticasse un solo!... Quando
poi rientrava in casa, dopo il _corso_ di _Campo Marzo_, era tutta
beata: le sue stanzette le sembravano pi grandi, pi lucente il
cassettone, pi morbido il canap: e a cena, la sua polenta asciutta le
parea dolce e saporita come un marzapane.

Mamma Orsolina, anche quella notte continuava nel suo lavoro, e il conte
Eriprando, secondo il solito, quantunque del bene gliene volesse, non si
sentiva rattristare dallo spettacolo di quella vecchiarella che si
affaticava per lui. Era un po' viziato l'amico: era stato avvezzo a
esser servito: e poi, colla propria coscienza si accomodava facilmente,
pensando che s'egli l'avesse anche sgridata, tanto e tanto quella buona
donna non avrebbe voluto intender ragioni.

Non le disse nulla dunque, ma invece si mise anch'egli a far qualche
cosa. Prima di tutto si lev l'abito nero e tenendolo sollevato con una
mano, coll'altra ne cav, dalle tasche, il portasigari, un portafoglio
di cuoio con una corona d'argento nel mezzo, dono della contessa
Navaredo: un fazzolettino di battista che aveva pure una gran corona da
conte ricamata in un angolo, capolavoro di mamma Orsolina, e un paio di
guanti scuri, piegati a mezzo. Tutta questa roba la colloc in ordine,
sul tavolino, e poi cominci a ripulir l'abito ben bene.

La contessa Elisa usava di nascondere colla cipria l'impertinenza dei
capelli bianchi, che qua e l cominciavano a comparire nell'ampio volume
della chioma bionda, e perci, dopo i loro colloqui, il conte Eriprando
rimaneva tutto bianco di farina di riso. Anche quella sera, mentre colla
spazzola dissipava le amorose tracce, un profumo di cipria
all'_opoponax_ lo avvolse come in una nuvola, sollevandogli nella mente,
nel cuore, nei sensi, dei ricordi, che lo facevano vagar lontano da
quella povera stanzetta, fino al canap dei cinque minuti.

Quando l'abito fu spazzolato, il conte Eriprando lo pos delicatamente
sul divano, piegandolo in quattro, colle fodere fuori. Quell'abito avea
da sostenere una gran parte alle bagnature; figuratevi che, come si suol
dire, era figlio unico di madre vedova!... Poi, venne la volta dei
guanti; prese un piccolo calamaio d'osso, una penna, e, sedutosi, sempre
in manica di camicia, vicino a una lucernetta, cominci adagio adagio e
con molta pazienza, a colorir coll'inchiostro dove la pelle era un po'
consumata.

Il conte e la contessa erano cos occupati da una mezz'ora, quando dopo
un "si pu" che ebbe risposta affermativa, s'aperse l'uscio che dava
sulla scala, ed entr nella stanza una figura nera, lunga, ossuta, tanto
da non potersi indovinare, a prima vista, se fosse un prete o una donna.
In mano aveva un bicchiere, pieno, per due terzi, di caff.

-- A lei, contessa Orsolina; ho fatto il caff fresco e gliene porto una
mezza chicchera.

La signora Luciana non aveva mancato mai, in tanti anni di fitto, di
chiamare contessa l'Orsolina: anzi ci teneva di rimbalzo a tutta quella
aristocrazia, perch gi i titoli, anche quando non cavano la fame,
riempiono la bocca.

Il conte Eriprando salut la signora, senza scomporsi, con un inchino
cordiale e dignitoso a un tempo, e continu tranquillamente a tingere i
guanti.

-- Ne vuoi due dita? -- chiese mamma Orsolina rivolgendosi al figliuolo.

-- Grazie, mamma. Dammene una goccia in un bicchier d'acqua.

L'Orsolina usc, e rientr subito con una ciotola di cristallo quasi
piena d'acqua fresca; si avvicin al suo ragazzo, e vers tanto caff
nella ciotola, finch questi, che aveva levati gli occhi, fe' cenno col
capo che bastava.

Anche la signora Luciana, quando tutti ebbero terminato di bere il
caff, prese, senza dir nulla, un ferro dal fornello, e, da un altro
lato della tavola, cominci a stirare dei fazzoletti.

-- La signora Luciana non ha mai sonno!

-- Lo creda, signor conte, io dormo d'inverno anche per l'estate.

-- Hum! Chiss.... chiss che foco ci brucer sotto a tutta questa
insonnia!...

-- Oh! giusto!.... Che fuoco la vuole che ci bruci sotto, caro lei!....

Luciana, ad onta dei quarant'anni sonati, anzi, forse appunto per
questo, se la godeva un mezzo mondo quando il bel giovinotto le toccava
certi tasti delicati.

-- Io non ne so nulla: per i miei sospetti cadrebbero sopra un capitano
dei bersaglieri, stagionato ma ben portante, che vedo spesso girellare
da queste parti con certe arie da conquistatore....

-- Mi fa la grazia di tacere? Mi fa la grazia di non inventarne sempre
delle nuove, lei? Ieri era un avvocato, oggi  un capitano dei
bersaglieri, stagionato ma ben portante!.... Quasi che non ci fossero
altre donne per la casa, e pi belle di me!....

-- Via, via, signora Luciana: lo sa anche lei, lo sa anche lei di essere
amata: e ne gode, e si vede:

    "Quando nell'ombra de' _suoi_ negri occhioni
    Improvvise balenano e procaci
    Le cupidigie che..."

-- Zitto l!.... non dica sciocchezze!.... e vada a dormire.... che
domani.... Domani dev'essere una gran giornata per lei, ma... acqua in
bocca! Acqua in bocca, ch se no, ce ne sarebbero degli altarini da
scoprire!....

-- Sa, -- continu l'altro, che invece di essere spaventato, si sentiva
lusingato da quelle minacce, -- sa, signora Luciana, che sto gi
preparando de' versi per le sue nozze?

    "Dall'arida cenere
    Rinasce il mio core,
    Ritorna la cetera
    Ai canti d'amore."

-- Grazie tante, ne faccio senza de' suoi versacci, tutti pieni di
sporcizie....

-- _Le tue carezze le conosco io solo_, continu l'altro facendo gli
occhiacci.... -- _E il tuo guancial per me non ha segreti_....

-- Le dico di smettere!....

    -- _Guai se potesse dir quel letticciuolo_,
    _Se potessero dir quelle pareti_....

-- La vuol finire, s o no? Prenda il suo lume, i suoi guanti, e vada a
dormire subito, subito, subito!....

Cos dicendo, la signora Luciana, rossa come un peperone, con certe
chiazze che non erano tutto pudore, si era buttata addosso al
giovanotto, per farlo tacere, per ispingerlo fuori della stanza, e
intanto si godeva a stringergli le mani e le braccia. Il conte Eriprando
continuava a ridere e a recitare i versi dello Stecchetti, per irritare
sempre di pi la signora Luciana; ma poi, siccome era tardi, prese il
lume, i guanti, che avea involtati in un giornale, e s'avvi davvero per
andare a dormire. Mamma Orsolina rideva a quelle scene, senza capirne
nulla, tutta allegra per l'allegrezza del suo figliuolo:

-- Aspetta, Prandino!... Vengo anch'io!...

E lasciata la signora Luciana a brontolare e a finire la camicia che
aveva gi mezzo stirata lei, entr col figlio nell'altra camera.

Chiuse la finestra, rimbocc le coperte del letto; usc e torn con un
bicchier d'acqua fresca che pose sul tavolino da notte, e poi,
finalmente, se ne and dalla camera, ma dopo aver salutato e guardato il
suo figliuolo con una occhiata nella quale c'era dentro un bel bacione,
ch'ella, intimidita, non osava dargli.

Prandino aveva cominciato a svestirsi quietamente, colla cura di chi non
vuole strapazzare la propria roba. Pieg il panciotto e i calzoni, e
involt la cravatta di raso nero nello stesso numero del _Giornale di
Vicenza_, dove c'erano i guanti. Fatto ci, perdette ancora del tempo
parecchio a lucidare la sua catena di similoro; una catena che credevano
tutti, anche la contessa Navaredo, fosse d'oro massiccio. Lev quindi
dal cassettone un cartoccio, nel quale stava involtato un portafogli
unto e bisunto, il predecessore di quello che gli aveva regalato
l'Elisa, e torn a contare, operazione che da una settimana faceva
regolarmente tutte le sere, il danaro che c'era dentro.

Non c'era verso: erano dugento ottanta lire, non una di pi, non una di
meno!... Allora torn, come tutte le altre volte, a rifare i suoi
calcoli: tanto pel viaggio, tanto per la camera, tanto pel vitto, pei
bagni, per le acque, pei traghetti... Ne aveva per dodici giorni, a far
molto! Fossero state almeno trecento, avrebbe avuto un po' di largo!....
Alla fin fine viaggiava con signore, e colle signore si spende sempre di
pi... poi c'era quel monello di Gegio, il quale si metteva a piangere
dalla sete e voleva bere tutte le volte che vedeva un caff.... poi
c'era suo cugino Badoero, sicuro, che lo avrebbe condotto in _societ_ e
che indirettamente lo avrebbe fatto spendere anche lui.

Bisogna sapere che su questo cugino Badoero il conte Eriprando ci faceva
molto assegnamento per darsi arie a Venezia. Ne aveva discorso molte
volte colla contessina Cecilia, e non parlava mai delle bagnature colla
contessa Elisa, senza ch'egli non le promettesse di presentarglielo. Per
dire la verit si conoscevano appena di nome, tanto da scambiarsi i
biglietti di visita ogni capodanno e nulla di pi. Ma, non importa,
erano parenti lo stesso: e il Badoero, oltre di appartenere ad una gran
famiglia, -- figuratevi che fra maschi e femmine contavano in quella casa
pi di una dozzina di corni, corni ducali, s'intende, -- oltre dunque di
appartenere ad una gran famiglia era anche un riccone sfondolato. Ma pur
troppo, per quanto il cugino Badoero fosse ricco, le ducento ottanta
lire del conte Eriprando non ne volevano sapere di diventare
trecento!...

E queste sue pene, dopo d'essersi levati gli stivali prima di saltare
nel letto, le confid tutte con un'occhiata piena di passione ad una
fotografia _portrait-album_, ch'egli teneva sul suo tavolino da notte
appoggiata a un elegante cavalletto di legno intarsiato.

In quel ritratto la contessa Elisa dimostrava una diecina d'anni di
meno, ragione per cui tanto lei quanto il conte Eriprando lo trovavano
somigliantissimo.

Era stata presa di profilo come dicono i fotografi: in piedi, a mezza
figura. Aveva i capelli sciolti che le scendevano gi per le spalle e,
fra le mani, teneva un libro aperto, che non doveva essere un libro di
devozione.

Era appoggiata al davanzale d'una finestra, pi che raccolta, assorta
nella sua lettura: e la fotografia, con effetto di _chiaro di luna_,
aggiungeva dei riflessi romantici a quel profilo delicatissimo di
figuretta bionda e sentimentale.

Adesso il tempo avea giocato dei tiri assassini alla Contessa. Il collo
le si era un po' ingrossato, le guance cominciavano a diventar flosce,
le palpebre, specialmente la mattina. Le avea rosse e gonfie: la pelle
scuretta, la fronte un po' rugosa, e quando apriva la bocca si vedeva
qualche segno di lutto fra i mascellari: gi il suo riso non era pi
limpido, squillante, argentino e breve; s'era fatto troppo lungo e
sgangherato, e la finezza della vita era sciupata da un tantino di
pinguedine. Di tutte queste disgrazie il conte Eriprando non se ne
accorgeva: per merito della cipria, del belletto, della glicerina, del
_cold-cream_ e della _crme froide_, ma sopratutto dell'amore, egli la
vedeva sempre bionda, bianca, sottile, con alcun che di vaporoso, di
etereo, di virginale nell'espressione, soavemente melanconica del volto
ed in tutta la _linea_ elegante della personcina; tal e quale com'era l
in quel suo ritratto... ch'ella da dieci anni continuava a far
riprodurre.

Quella dolce contemplazione dur qualche tempo: poi, finalmente, si
decise, spense il lume e salt nel letto. Per anche al buio, la
contessa Elisa, coi capelli sciolti, col libro in mano e tutti gli
effetti del _chiaro di luna_ appariva viva dinanzi agli occhi del nostro
innamorato!... Com'era cara, com'era bella, com'era buona! -- ed era
sua!.... Quante felicit avrebbe godute con lei in quelle due
settimane.... al Lido di giorno.... in gondola di sera..., e poi.... --
Peccato ch'egli non avesse almeno trecento lire, e che non si potessero
mandare al diavolo quell'uggiosa della contessina Cecilia e quello
sbarazzino di Gegio!




CAPITOLO III.


Otto o nove anni addietro, quando il conte Eriprando d'adesso era appena
Prandino, Elisa Navaredo, oltre al figurare come una donnina bella ed
elegante, quale l'abbiamo veduta nel _portrait-album_, era per di pi
una dama elegante, che dava molto a parlare alla cronaca cittadina.

A Prandino, quella bella signora, le chiacchiere, i desideri, gli
scandali che la circondavano, fecero subito una grandissima impressione.
Egli non parlava mai della Contessa, ma ci pensava sempre, giorno e
notte; e tutti i suoi castelli in aria erano pieni di lei, della sua
grazia, della sua bellezza e de' suoi fascini provocatori. -- Oh! quando
fosse diventato un grand'uomo!... -- qual  il ragazzo che non sogna di
diventare un grand'uomo?.... -- quando fosse diventato un grand'uomo,
allora le confesserebbe d'amarla... e l'Elisa non gli direbbe certo di
no!....

Tutto il suo avvenire egli lo vedeva in lei e per lei, e tanto
s'infervorava col pensiero fisso nella contessa Navaredo che, alle
volte, facea delle lunghe passeggiate, solo soletto, fantasticando
attorno a quella donna, fingendo di averci insieme dei colloqui d'amore
o delle scene di gelosia, e terminava sempre coll'essere lieto o triste
per davvero, a seconda che la sua immaginazione lo figurava amato o
deriso.

Quando la incontrava, arrossiva tutto, sebben l'Elisa non lo guardasse
neppure: tutte le domeniche, e le altre feste comandate, andava in
Duomo, alla messa delle dieci, per vederla, per trovarsi dove era lei.

Ma, prima di quelle messe, sciupava tutta la mattina lavandosi e
fregandosi tanto da spellarsi per diventare pi bianco.

Rifaceva per una decina di volte almeno il fiocco della cravatta,
perdeva un'altra mezz'oretta intorno alla scriminatura, e, proprio in
mezzo alla fronte, s'impiastricciava un riccio alla rubacuori, che
pareva un punto interrogativo.

Dopo d'averla guardata di lontano, per tutto il tempo che durava la
messa, usciva fuori in fretta dalla chiesa e s'imbrancava, fermandosi
sulla porta, cogli altri adoratori del bel sesso, per farsi vedere, e un
tantino per farsi anche ammirare da lei. La Contessa, figurarsi!, gli
passava dinanzi dritta, lesta, senza nemmeno accorgersi di quel
bamboccione impomatato per amor suo, mentre vedendosela cos vicina, a
Prandino invece gli tremavano le gambe, gli si scoloriva la faccia, e
bench davanti allo specchio avesse fatte molte prove, tuttavia l non
gli riusciva mai bene di riverirla levandosi il cappello con un largo
giro del braccio e in tre tempi, salutare, inchinarsi e stringere i
tacchi. Per lo pi, quando si decideva a scoprirsi, la contessa Navaredo
era gi passata.

Per, soffriva spesso dei dispiaceri, delle gelosie, delle amarezze, che
lo rendevano proprio infelicissimo. Bastava che, mentr'egli la pedinava
di lontano, la vedesse accompagnarsi con qualcuno, perch al povero
Prandino gli si facesse nera l'esistenza, come il carbone. Allora
s'imbestialiva, e nel suo furore a freddo, la copriva di vituperi, la
chiamava leggera, civetta, e si figurava, quando sarebbe stato un
grand'uomo, di farsi amare dalla regina per farle dispetto.

Del conte Navaredo, il marito della contessa Elisa, Prandino non
soffriva gelosia: invece, quando si trovava con lui, era preso da una
gran soggezione.

Un giorno, che lo incontr, facendo una visita, si sent confuso,
impacciato, sconvolto, quasich l'altro gli leggesse in fronte il
segreto dei suoi desideri e della sua passione.

Per fortuna di Prandino, il conte Navaredo mor presto di un accidente,
e non si potrebbe ridire la gioia dalla quale fu invaso alla notizia di
questo avvenimento il buon ragazzo, del resto cos mansueto e delicato
di cuore, da scappar via dalla cucina inorridito quelle rare volte che
la contessa Orsolina poteva abbandonarsi al lusso di tirare il collo ad
un magro volatile.

Ma ben presto, appena finito il lutto grave, egli la scont a caro
prezzo quella sua gioia cattiva. Ogni giorno, a Vicenza, si dava in
moglie la Contessa a qualche nuovo adoratore, e quelle chiacchiere
tormentavano, perseguitavano il povero Prandino, che arrossiva e
impallidiva tutto in una volta, con turbamenti strani e angosciosi.
Allora leggeva Leopardi, piangeva, e la chiamava Aspasia.... quasi che
lei ne avesse colpa! Pi di ogni altro, poi, lo metteva fuori di s un
capitano di cavalleria, un riccone, il marchese Del Mantico, che teneva
sempre dietro all'Elisa, come la sua ombra.

In tal modo, avvelenandosi senz'alcun costrutto l'esistenza e godendosi
con poco sugo delle gioie immaginarie, il nostro Prandino divent a poco
a poco il conte Eriprando: ma l'ideale del ragazzo rimase pur sempre
l'amore e il dolore dell'uomo.

Aveva vent'anni, quando si fece presentare in casa Navaredo. Era goffo,
timido, impacciato; tutti lo deridevano senza piet, e la Contessa pi
di tutti. Solamente due anni dopo, quando il marchese Del Mantico fu
promosso a maggiore e cambi reggimento, solamente allora il conte
Eriprando cominci ad essere preso in considerazione, ed ebbe in regalo
la fotografia, _portrait-album_, con effetto di _chiaro di luna_.

Per egli lasci correre del gran tempo, prima di spiegarsi intorno a'
suoi sentimenti. Non osava.

Tutti i giorni che si recava dalla Navaredo, giurava a s stesso di
aprirle il cuore, di spiattellarle la sua brava dichiarazione; -- ma
quando era l, gli mancava il coraggio e la parola e apriva la bocca
soltanto quand'era tornato via, per darsi del balordo, dell'imbecille e
della marmotta.

Egli non la lasciava mai, taceva molto e la guardava sempre. Qualche
volta la contessa Elisa, che aveva capito quanto foco covasse dentro per
lei quel bel giovanotto balbettante, confuso, timoroso, che le riempiva
la casa di amorini e perdeva tutto il giorno a dipingerle delle corone
da contessa sui ventagli, le scatole e il parasole, qualche volta si
godeva a metterlo alle strette; ma lui zitto, ammutoliva subito,
abbassava gli occhi e tutto rosso parea rannicchiarsi nel suo abito
nero, come una lumaca dentro al guscio.

Ma si sa bene, tira, tira, la corda si rompe.

Nell'autunno prima del viaggio di Venezia, il conte Eriprando era stato,
come il solito, invitato dal suo compare a passar un mesetto in
campagna: fortuna volle che la contessa Elisa prendesse appunto in
affitto un villino nelle vicinanze e.... sfido io! si vedevano sempre,
facevano delle lunghe passeggiate insieme, sedevano stanchi, soli.... e
senza alcun sospetto sotto l'ombra di un albero o fra i cespugli delle
giovani quercie, e accadde.... quello che da un pezzo doveva accadere.
Un giorno, ch'egli le avea detto a memoria il _Guado_ dello Stecchetti,
quando l'ebbe finito, colla scusa che questa poesia era carina tanto,
concluse dicendole che anche lei era bionda, bella e che lui l'amava,
che da molto tempo

    "Glielo _voleva_ dire e non l'_osava_."

Elisa lo ascolt senza punto punto adirarsi; ma finse di non capire che
l'amico le parlasse sul serio.

Prandino allora ripet l'assalto, anche pi scopertamente; ma la
Contessa d'un tratto pareva avesse perduto il suo spirito, e continuava
a non capir nulla. Allora, quell'altro le disse, tremando, che le voleva
bene, e lei a rispondergli che mentiva: e il giovanotto a ripeterle
ch'era innamorato fin da quando, si pu dire, era ancora un ragazzo e
che la pregava, la scongiurava d'esser buona, di lasciargli intendere
che anche lei non era insensibile e che di tutto quel gran bene gliene
ricambiava un zinzino.

-- Eppoi?.... quand'anche glielo dicessi?.... A che pro?.... Tanto e
tanto, sarebbe sempre la stessa cosa.

L'Elisa disse queste parole lentamente, facendosi seria, quasi mesta,
alzando gli occhi al cielo con sospiri, con fremiti, che la scuotevano
tutta.

Prandino che, sparata la bomba, sentiva crescere il coraggio coll'odor
della polvere, le si fece pi vicino e le prese le mani: ma lei non
volle, si ritrasse, si scherm, fe' forza per liberarsi dalle strette
del giovane; in fine, termin col tagliare il male nel mezzo, e tir via
una mano, l'altra abbandonando a quelle carezze insensate.

Ariberti, preso l'aire, parlava adesso per tutto il tempo che aveva
taciuto. Non le domandava che una parola, un segno, un indizio qualunque
che gli facesse capire ch'ella gli voleva un po' di bene.

-- E dopo?.... Quand'anche glielo lasciassi intendere?.... Gi sarebbe
sempre la stessa cosa.

E l'Ariberti ad insistere, a ripeterle che lo renderebbe l'uomo pi
contento, pi beato del mondo; ch'egli non le domandava la sua pace,
ch'egli non avrebbe turbato la sua quiete, la sua coscienza: ch'egli da
lei non voleva altro che un sorriso, che una parola, e dopo avrebbe
taciuto di nuovo, come taceva da tanti anni: ma che ne sarebbe stato
cos lieto, cos superbo, perch era solamente un po' del suo cuore
ch'egli voleva ottenere, perch egli desiderava soltanto di dominare ne'
suoi pensieri, perch egli non aspirava se non al possesso dell'anima
sua, perch l'amore ch'egli sentiva per lei, potente, appassionato, era
per alto, era per nobile e puro, come l'amianto che la fiamma purifica
e non consuma.

L'Elisa a tanta retorica, sempre con la testa china, sempre seria,
sempre mesta, cogli occhioni sempre fissi, immobili, quasi la tenesse
assorta l'idea d'un lontano pericolo, continuava a ripetere, come
ritornello:

-- E poi?.... Quand'anche glielo lasciassi capire?.... A che pro?....
Sarebbe poi sempre la stessa cosa!....

Il giorno dopo pioveva, e la passeggiata non si pot fare.

Non tralasciarono per di vedersi. Il conte Eriprando and a farle
visita e trov la Contessa nel salotto terreno, che ricamava certe
strisce di panno, destinate col tempo a diventare, unite insieme, un
tappeto: ma che intanto si potevano paragonare alla famosa tela di
Penelope, non che per fatto loro avessero costretto nessuno ad
aspettare, ma perch, invece, gli adoratori della Contessa, uno dopo
l'altro, dovevano tutti godersele sotto il naso, finch durava l'amore.

Il salotto terreno, con un divano, un tavolino rustico e due o tre
seggiole di paglia in tutto, era una specie di sala di passaggio, con
due porte vetrate, l'una di faccia all'altra. La prima dava nel giardino
e avea di fronte un fitto capanno di mortella intrecciata colla vite
selvatica: la seconda metteva invece sul piccolo orticello della
villetta.

Era una giornata d'autunno, bigia, uniforme, senza uno spacco di cielo
fra quella tinta squallida, infinita, senza neanche il fantastico
rincorrersi delle nubi che si accavallano minacciose.... Era una
giornata bigia, uniforme, monotona.

La pioggia col suo susurro lento e continuo, in quel silenzio di ogni
anima viva, sembrava avesse isolato il salotto lontano dal mondo, fra i
riflessi del verde delle piante, dell'erba, delle foglie, fatto pi cupo
dall'acqua che cadeva; quella pioggia, quella luce scialba, il lontano
brontolo del tuono mettevano addosso una melanconia, una tristezza, che
rendeva pi dolci e pi desiderate le commozioni di una confidenza
intera e tranquilla.

-- Sa?... non lo aspettava oggi, con questo tempaccio.

-- Quando son partito da casa, sembrava che il cielo si rischiarasse!

-- Davvero?

E la Contessa lo guard in modo, che l'altro dovette arrossire. Gli era
sfuggita una goffaggine, e se ne accorse subito; ma, sempre, il primo
momento ch'egli si trovava con Elisa, provava un impaccio, una
soggezione, che non potea superare.

-- Iersera, ho ricevuto una lettera da mia figlia.

-- Buone nuove?

-- S, buonissime.

-- E laggi come si trova?

La contessina Cecilia, la chiamavan cos per un riguardo alla mamma,
aveva sposato l'avvocato D'Abal, sotto-prefetto a Maremma.

-- Non troppo bene, anzi finch a mio genero non daranno un'altra
destinazione, fa conto di ritornare a star con me.

A questa notizia l'Ariberti sorrise; ma a denti stretti.

-- Ci son dei saluti anche per lei.

-- Grazie mille, Contessa.

L'Elisa, a questo punto, cerc nel cestino, ma invece della lettera di
sua figlia, le corse fra mani un'altra lettera. Accortasi dello sbaglio,
arross e, in fretta, se la cacci nella tasca della veste.

Eriprando, che aveva scorto sulla busta lo stemma del marchese Del
Mantico, fece un muso cos lungo tutto ad un tratto, in modo che la
Contessa non pot non accorgersene.

-- Mi ha scritto anche il Del Mantico: e m'ha detto che, in settimana,
verr a trovarmi.

Prandino impallid.

-- E.... lei.... che cosa gli ha risposto?

-- Che lo vedr molto volentieri.

Ariberti si sent opprimere il petto dall'affanno. Volle parlare, ma non
pot dire due parole. Finalmente dopo un buon tratto che durava la scena
muta, si alz e stese la mano alla Contessa per accomiatarsi.

-- Va via?... Cos presto?... E con questo tempaccio?...

-- Ci son venuto anche coll'acqua.

-- Ma allora, secondo lei, pareva che il cielo si rischiarasse.

E l'Elisa torn a ridere fissandolo, con un riso ch'era tutto un'amabile
canzonatura.

Egli continuava sempre muto, sempre con tanto di muso a stenderle la
mano, la Contessa gliela strinse: poi, con una certa violenza, lo tir
vicino, e se lo fece sedere sopra una seggiola accanto.

-- Andiamo, da bravo, si consoli. -- Oh!... Per me....

-- Ho scritto a Del Mantico di non venire, perch di giorno in giorno
aspetto mia figlia.  contento adesso?

Ariberti non lo volle dire, ma lo lasci intendere anche troppo.

Tuttavia nelle sue notiziole la Contessa non era molto esatta. Era stata
lei a scrivere al maggiore di venirla a trovare, e il maggiore invece le
avea risposto che non veniva, con una lettera piuttosto fredduccia,
scusandosi coi soliti _affari di servizio_, e, se si deve dir proprio
tutto, questa lettera avea molto infastidita la contessa Navaredo.

-- Dunque.... -- e Prandino, che adesso ritrovava tutta la sua vivacit,
per il gran peso che si era levato da dosso, si tir tanto vicino alla
Contessa, da toccarle le vesti colle ginocchia. -- Dunque.... se gli ha
scritto cos.... vorrebbe dire.... che un po' di bene me lo vuole?...

-- Veramente, potrebbe anche non volere dir nulla di tutto questo!...

-- La prego, la scongiuro, Contessa, mi dica che  stato per farmi un
piacere che gli ha scritto di non venire.

-- S.... perch mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo.

Elisa cominciava a trattarlo col _voi;_ ma bisogna compatirla, povera
signora. L'Ariberti, quando si metteva in orgasmo, era un gran bel
ragazzo, con quelle sue guance fresche, rosate, come una fanciulla; i
capelli neri, folti e spettinati; e poi, aveva delle mossettine, degli
atteggiamenti, certe arie da fanciullo viziato, che riuscivano molto
attraenti, specialmente per una donnetta come l'Elisa, che, adesso,
anche nell'amore, si godeva a fare un po' le parti della mamma:
"....perch mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo."

-- Per questo solo?

-- Sicuro!...

-- Non vi credo. Gli avete scritto di non venire perch.... perch mi
volete un po' di bene.

-- Torniamo da capo?

-- Ve ne supplico, siate buona, non mi fate soffrire cos. Gi lo
capisco, lo vedo, lo sento che mi volete bene; dunque non siate cattiva,
ditemelo, mi volete bene, non  vero?

Elisa lasci cadere il ricamo sulle ginocchia, e piegandosi un po',
fiss il giovane con un senso d'affetto pieno di compiacenza, che le
trapelava dagli occhi.

-- Bambinone!

-- Mi volete bene?...

-- No!

A questo punto, per un perch forse pi patologico che psicologico, la
Contessa mut d'un tratto. Da' suoi occhi si dilegu ogni espressione di
tenerezza; divenne seria, sembr quasi irritata, si lev da sedere e
and ad appoggiarsi, ritta, senza pi dire una parola, alla vetrata che
metteva nel giardino.

L'altro, indispettito, si abbotton l'abito nero, quello stesso che pi
tardi fu rimesso a nuovo da mamma Orsolina per il viaggio di Venezia,
poi cominci a dondolarsi sulla sua seggiola.

Stettero un pezzo cos: lei, pensosa, immobile a guardar l'acqua che
cadeva; lui, tutto nervoso e sconvolto, a sfogare la stizza facendo
l'altalena.

Per, dopo qualche tempo, sebbene Ariberti non ne potesse proprio pi,
fu la prima l'Elisa a parlare.

-- Conte, conte! Venga qui.... Guardi com' bello!

Di fuori, continuava a piovere; ma la pioggiolina s'era fatta pi
minuta, il cielo pi chiaro, e una larga striscia di sole faceva
brillare sulle foglie degli alberi e dei fiori, sui fili d'erba e sui
bianchi sassolini del giardino, le gocciole dell'acqua caduta, cos che
parevano gemme, mentre di lontano, l'arcobaleno squarciava co' suoi
vivaci colori la tinta grigiastra, uniforme, disegnandosi largamente di
sotto a un gran lembo d'azzurro.

-- Conte!... Venga qui!

Prandino si alz, ma rimase affatto insensibile a tutte quelle bellezze
della natura.

-- Perch torna a trattarmi col _lei_ adesso?

-- Oh che, forse non le ho sempre parlato in terza persona?

-- Sempre no; e lei lo sa bene.

-- Allora le domando scusa della libert che mi son presa senza
accorgermene. Venga.... Venga con me: andiamo l, sotto il capanno.

L'Elisa, in mezzo a tutti quei profumi che la pioggia aveva sbattuti dai
prati e dalle aiuole, aspirando quelle sbuffate d'aria fresca,
frizzante, si sent correre in tutto il corpo un senso di piacere, un
benessere, un'elasticit, una contentezza che le penetrava nell'anima,
come se quella giornataccia di autunno si fosse mutata in un bel giorno
di maggio, co' suoi fascini e colla sua salute. Allora, le salt l'estro
di fare un po' la bambina, raccolse le vesti e si mosse per attraversare
il giardino, sotto l'acqua, cos senza ombrello, colla testa scoperta e,
ridendo, invit l'altro a seguirla.

-- Venga, dunque, andiamo!

-- Me lo dica in un altro modo....

-- Ebbene, _venite!_ bambinone.

Ci detto, senza aspettar la risposta, Elisa si pose a correre verso il
capanno, chiudendo gli occhi, gittando dei gridi, delle risate vibranti,
scotendosi e fremendo sotto quell'acquerugiola che la bagnava tutta.
Arrivata sotto il capanno, non aveva quasi di bagnato altro che gli
stivalini, sembrava che non fosse corsa, ma volata l dentro. Prandino,
invece, che le aveva tenuto dietro, era tutto inzaccherato. E ancora col
respiro affannoso, torn daccapo per farsi dire s'ella lo amava, con
quell'insistenza ostinata e petulante, che alle donne non dispiace quasi
mai, e agli uomini giova quasi sempre.

-- Ditelo che anche voi mi amate un po'... Gi, il dirlo, non vi costa
nulla.

-- Voi pensate che non mi costerebbe nulla?...

-- Vi giuro; vi giuro sul mio onore.... Sarebbe sempre la stessa cosa.

Non era pi lei, ora; era Prandino che ripeteva quell'antifona della
sera innanzi.

-- No, no.  meglio non dir nulla;  pi sicuro. Com' carino, come si
sta bene qui sotto; non  vero?

E la Contessa, che voleva fingere anche con s stessa d'aver vent'anni,
torn a ridere, a ninnolarsi, stancandosi le dita per legare attorno al
capo il suo piccolo fazzolettino di trina.

La pioggia batteva, crepitava sulle foglie della vite e della mortella
con uno scroscio lento e continuo, ma di sotto per non ne cadea se non
qualche rara gocciola qua e l, che, ingrossata, si staccava dal fitto
tessuto del capanno.

-- Che gusto a star qui sotto, non  vero, Conte?

La contessa Elisa riebbe allora uno dei suoi bei momenti. Ritorn per un
istante com'era dieci anni prima. La fatica di quella corsa le aveva
colorite le guancie, il brivido dell'acqua, l'allegrezza che si sentiva
intorno, l'amore caldo, appassionato di quel bel giovanotto bruno,
forte, sano, che, pauroso, tremava d'amore dinanzi a lei, tuttoci le
metteva addosso un brio, una lena, un calore che la faceva proprio
ritornar giovane per davvero.

Volendo staccare un piccolo fiorellino da un ramo di mortella, si bagn
le mani e, alcune gocce, scosse dall'urto, le caddero sul viso. L'Elisa
ritorn a ridere, dopo un grido acuto, squillante.... e porse al giovane
le mani, perch gliele asciugasse. Non lo poteva far da s ch la sua
pezzuola se l'era legata attorno al capo.

Prandino arross.... prese una mano della Contessa, poi l'altra, e le
asciug tutte due adagio, lentamente.

-- Guardate qui, -- fece lei quando l'altro ebbe finito, e gli mostr la
goccia d'acqua che le rigava la faccia, chinandosi e allungando verso di
lui la sua testa incipriata.

A Prandino batteva il cuore violentemente, gli ronzavan le orecchie e
sudava tutto. Avrebbe voluto parlare, ma la voce gli si strozzava nella
gola: avrebbe voluto asciugar quella gocciola con un bacio, avrebbe
voluto stringersi l'Elisa al cuore, e lei, forse, non chiedeva di
meglio, ma non ebbe il coraggio di farlo o di tentarlo.

-- Grazie, -- diss'ella, quando il giovane, tremando l'ebbe toccata appena
sulla guancia colla cocca del fazzoletto.

-- Se non sentiste qualche cosa per me, non mi terreste qui cos.... cos
vicino a voi.

-- No; non sento nulla; non insistete; cominciate a seccarmi.

La Contessa disse tutto ci con un'asprezza nervosa che contrastava col
buon umore e colla tenerezza di poco prima.

Ritornarono a tacere: Prandino questa volta era anche un po'
mortificato.

-- Siete in collera?... -- disse lei alla fine ritornando buona. -- Via,
datemi la mano e facciamo la pace.

L'altro le si avvicin; le due mani si strinsero; ma anche dopo la
stretta non si lasciarono.

-- Perch volermi far dire una cosa che gi avete capito da un pezzo?

A queste parole dette con una lentezza piena di sentimento, chi lo
crederebbe? Prandino invece di consolarsi fu preso da uno strano
turbamento. Era una confessione che desiderava da tanti anni, che
aspettava da tanti giorni, eppure detta l, in quel luogo, in quel modo,
in quel momento, lo sorprese invece di commuoverlo, lo sgoment invece
di consolarlo. L'idea di quello che avrebbe dovuto rispondere, di quello
che avrebbe dovuto fare lo impicciava. Tutto il suo sangue, cos caldo,
cos bollente, s'era raffreddato in un attimo.

-- Ah! dunque  proprio vero, mio Dio? -- e non trov e non seppe dir
altro.

Elisa, ch'era vicinissima a lui, gli appoggi la testa sul petto, poi
gli si pieg addosso, stanca, quasi priva di forze, colle braccia
abbandonate, chiudendo gli occhi, palpitando, traendo dal seno ricolmo
lunghi e grossi sospiri.

Egli si guard attorno.... incerto, timoroso. Capiva che avrebbe dovuto
essere ardito; ma non l'osava. Invece la baci appena, leggermente, sui
capelli, e le disse piano, con la voce strozzata:

-- Sar sempre la stessa cosa, ve lo prometto.

Elisa ebbe un nuovo fremito, lo strinse lei al cuore, con una stretta
nervosa, convulsa: l'altro mantenne la data parola.

Imbruniva; la pioggia ritornava a cader gi fitta fitta, e anche il
capanno cominciava a gocciolare da tutte le parti.

La contessa Elisa socchiuse gli occhi, come se si destasse allora, poi
si rizz e:

-- Grazie, -- gli disse lentamente.

-- Addio.... Contessa!

-- Andate via?

-- S.

-- Perch?... con questa pioggia?

--  meglio, Contessa.... lasciatemi andar via.... altrimenti....
Credetelo,  meglio che me ne vada. Addio.

La Contessa gli sorrise dolcemente, ma lo lasci partire.

L'Ariberti, quasi di corsa, penetr nel salotto, prese il cappello,
l'ombrello, poi ne usc di nuovo e senza nemmeno salutare un'ultima
volta l'Elisa, senza nemmeno guardare dalla sua parte, si dilegu
nell'ombra della sera che, di mano in mano, si faceva sempre pi densa e
pi profonda.




CAPITOLO IV.


L'arcobaleno mantenne le sue promesse: dopo una giornataccia e tutta una
notte scura e piovosa, ne usc uno splendido mattino pieno di sole,
d'aria e di colori.

La contessa Elisa si dest che gi la piccola cameretta era inondata di
luce, e, sedotta dalla larga striscia di sole che rigando il coltrone di
seta gialla damascato ne sollevava un via vai di pulviscoli dorati,
folleggianti fra loro, come torme d'insetti che s'inseguano, volle
alzarsi, volle scendere all'aperto, per respirare anch'essa in mezzo a
quel giocondo e allegro sereno della campagna, che la chiamava a s
dalle finestre spalancate.

Nulladimeno, non si potrebbe dire che appena balzata gi dal letto,
uscisse subito dalla camera, oh! no, tutt'altro! Ella si vest, si
acconci colla solita cura paziente e diligente. Si oscur le
sopracciglia, con due tocchi leggerissimi di pennello: lisci, ammorbid
le guancie con una certa manteca, sulla quale poi fece correre varie
volte il piumino della cipria. Specialmente attorno alle narici, che
aveva un pochino enfiate, e dentro le occhiaie, furono minuziose quelle
sue cure.

Dopo si di il rossetto alle labbra, e, quantunque volesse sembrare
spettinata, tuttavia non le cost poco tempo n poco lavoro, l'artistico
disordine dei capelli. Sulla veste, indoss un lungo mantello a doppio
bavero, che nascondeva, o almeno dissimulava abbastanza bene, la fatale
e inesorabile pinguedine, e finalmente attorno alle tese del cappello,
punt un velo fitto fitto, color caff, di sotto al quale il suo volto,
cos accomodato e mezzo nascosto, appariva soffuso di una freschezza
incantevole.

Tutto quell'abbigliamento diceva chiaro che la Contessa voleva uscire a
passeggiar fuori della villetta, e difatti, appena scesa attravers il
giardino, pass il cancello e s'inoltr in una stradicciola dritta,
lunga, ombrosa, fiancheggiata da due rivi d'acqua limpida, sui cui
margini verdeggianti ella si fermava qua e l per raccogliere stupide
margherite e sentimentali "non ti scordar di me."

Quando fu al termine della stradetta, ud un'allegria confusa e varia di
fringuelli, di cingallegre, di passeri e di merli, che cantavano
tutt'insieme. L, a dritta, poco discosto, dopo un prato tutto verde e
un campo di terra nuda sparsa di sanali, c'era il paretaio, dove
l'Ariberti, ogni mattina, andava a uccellare per conto del suo compare.

La contessa Elisa lo sapeva e per questo appunto gir a destra,
sollevando un po' la veste colle due mani e tuffando arditamente, fra le
erbe umide del prato, i suoi stivaletti di pelle lucida.

Il casotto del paretaio era tutto coperto da rami di pino selvatico e da
fronde rampicanti, disposte in modo da nascondere quel luogo d'insidie.
Le reti appese in giro, pendevan gi, da lunghi filari d'alberi d'ogni
specie. Il mandorlo intrecciava i suoi rami con un giovine carpine ed il
pero col sicomoro. I poveri uccellini avevan l, davvero, una ricchezza
funesta di seduzioni!... Ma dopo quelle seduzioni sulla fronda cara che
rammenta il nido, sul tronco amico che ricorda il primo volo, sotto le
foglie e tra gli stessi fremiti della brezza che accompagn i primi
gorgheggi del loro amore, trovavano l'agonia e la morte!... Poveri
augelletti!... Oh! mille volte pi fortunata l'allodola che rimane
uccisa da un colpo improvviso e tonante come la folgore, lontana dalle
native pianure, in mezzo alla deserta infinit dello spazio!...

La contessa Elisa era giunta a pochi passi dal casotto e si godeva tutta
tra quei gorgheggi, in mezzo a quella verzura folta, ricreata dall'aria
fresca del mattino.

-- Conte Eriprando! -- grid dopo un poco che era l rimasta ferma a
guardare, -- conte Eriprando!... Si pu venire avanti!?...

A risponderle usc dal casotto un contadinello che serviva il Conte
facendogli da uccellatore. Questi, senza parlare, con una mano le fe'
cenno di non muoversi dal posto: poi si chin e, nascondendosi mezzo
dentro e pur rimanendo mezzo fuori dall'usciolo, attento attento,
fissava l'occhio su due tordi che si avvicinavano saltellando fra i rami
del paretaio, finch d'improvviso, essi volando di traverso, piombarono
nelle reti, dove invano si dibattevano tra quei fili, che per le lor
forze pareano di ferro, con degli scrolli matti, furiosi, disperati.

L'uccellatore con un urlo d'allegrezza, corse calpestando le aiuole
seminate, ed era gi l per ghermirli, quando la Contessa preg
Prandino, che in due salti l'aveva raggiunta, di lasciarglieli veder
vivi nella rete.

-- Giacomo! lascia stare! -- grid il Conte all'uccellatore, che obbed di
mala voglia.

L'Elisa e l'Ariberti, lo raggiunsero presto e si trovarono anche loro
due dinanzi alle vittime spaurite.

-- Oh! come son carini, come sono bellini, poverini! -- esclam l'Elisa
vezzeggiandoli con tutte le moine e i diminutivi coi quali si godeva
darsi delle arie bambinesche.

-- Vuole che li serbi vivi per lei, Contessa?

-- Oh! no: tanto non camperebbero.

Giacomo, appena udite queste parole non aspett di pi; e colle sue
ditacce, schiacci loro la testa, un dopo l'altro, con due colpi lesti,
sicuri.

Dibatterono l'ali un'ultima volta, ed erano gi morti.

L'Elisa di in un grido acuto, mentre i suoi occhi si gonfiarono di
lagrime.

-- Perch hai fatto a quel modo, villano?

E il Conte, irritato, aggiust a Giacomo uno scapaccione cos forte che
gli mand il cappellaccio a rotolare lontano.

-- Dio mio, poverini! che senso m'han fatto....

L'Elisa, cos dicendo, stringeva, chiudendoli, gli occhi, e si premeva
le mani sul cuore che le palpitava.

Tutti e due rimasero tristi e silenziosi. Il villano, sconcertato, si
gratt la nuca, poi, dopo di essere corso a raccogliere il cappello,
ritorn l per accomodare, con due strappate di mano, le bisacce della
rete.

-- .... Andiamo un po' all'ombra, nel casotto? -- domand Prandino alla
Contessa, con la voce che gli tremava e il cuore che gli batteva forte.

-- Andiamo.

E l'Elisa, di nuovo, sollevando un po' le sue vesti, fu la prima a
muoversi nella direzione indicata, sempre triste, sempre silenziosa,
saltellando leggermente per schivare le pozze fangose della viottolina.

Il nostro giovanotto, dopo le conversazioni del giorno innanzi, si
aspettava qualche cosa da parte della contessa Navaredo: o una lettera,
o un libro con un fiore, oppure un invito a colazione.

La contessa Elisa non usava chiamar gente a desinare, perch i pranzi
impegnano troppo, ma dava invece, di tanto in tanto, qualche
colazioncina intima (erano sempre in due a tavola, compresa la padrona
di casa) per la quale, pi che la cameriera, la Beppa, che serviva da
cuoca, lavorava il contadino che, essendo anche giardiniere, riempiva la
mensa di fiori e di semprevivi.

Ma sebbene qualche cosa si aspettasse, tuttavia quella visita della
Contessa, a quell'ora, in quel luogo, superava qualunque speranza avesse
osato vagheggiare.

Erano i _castelli in aria_ della sua adolescenza, fantasticati tutte le
domeniche in Duomo, durante la messa delle dieci, che si avveravano coi
loro pi splendidi miraggi, divenuti realt.

Camminando adagio adagio, egli la guardava amorosamente muoversi lesta,
elegante, dinanzi a lui; e allora il piedino perfetto e, pi su, la
gamba rotonda, coperta da una calza finissima di seta rossa, che le
vesti, nel sollevarsi, scoprivano di pi a ogni passo, a ogni saltello;
e allora, il profumo della cipria _aux fleurs de lys de kachemyr_, che a
sbuffate gli saliva al naso; e allora quegli alberi che si movevano ai
lunghi soffi della brezza mattutina quel verde grondante di rugiada,
quell'erba luccicante, quel sole cos limpido, quell'aria fresca e sana,
quella solitudine sicura, in mezzo a tutto quel vasto silenzio, solo
interrotto dal canto alto degli uccelli, gli facevano battere il cuore
con una contentezza infinita, gli facevano correre nel sangue nuove
ebbrezze voluttuose.

Quand'erano gi vicini al casotto, s'accorse che Giacomo gli teneva
dietro: Ariberti si volt a dirgli:

-- Adesso non ho bisogno di te; va' pure a fare la tua merenda.

-- Grazie, signor Conte.

Il villano gli fece dietro alle spalle una smorfia da scimmia, poi
infil un'altra viottola, pass dall'uccelliera a prendersi la sporta
col suo desinare, e a un mezzo tiro di fucile all'incirca dalla ragnaia
si sedette sopra l'erba folta della riva che divideva il campo vicino
dal paretaio. Di tanto in tanto, fra un boccone e l'altro di polenta, il
ragazzaccio per tornava a grattarsi la nuca e a fissare il casotto con
certe mossacce maligne.

L dentro, in quella tana angusta, oscura, dove il sole penetrava appena
con qualche striscia minuta, con qualche punto luccicante, dagli
spiragli invisibili, sparsi in quel fitto congegno di fronde, di tronchi
d'albero e di stuoie, Elisa e Ariberti, tutti due vicini, tutti due
seduti sopra una panchina corta, ristretta, avevano gi ricominciato a
discorrere d'amore.

-- Che cosa avete pensato di me, iersera?

-- Che siete molto buono.

-- Troppo forse?

-- Oh! No!.... Vi voleva bene prima.... ma adesso ve ne voglio anche pi.

Prandino l'aiut a levarsi il cappello che pos sopra un trespolo ch'era
l presso: poi torn a sedersi sulla panchina con lei, che in quella
oscurit non ci perdeva nulla, anche senza velo.

-- Perch non dite _te ne voglio_ anche pi?

-- Perch non son buona, perch non mi piace. E poi, guardate, non ho mai
dato del tu a nessuno.

-- Nemmeno a vostro marito?

-- Con mio marito si sa bene; ma era un'altra cosa!

E l'Elisa si strinse un po' nelle spalle, infastidita da quella domanda
molto ingenua di Prandino.

--  curioso per il vostro modo di voler bene.

-- Sta a vedere, adesso, che l'amore consister nel dare del lei, del voi
o del tu!

-- Non in questo solo, ma....

-- Ma in che cosa?

-- Voi siete cattiva anche.... anche in tutto il resto.

Lei lo guard fisso perch non capiva, e lui la guard fissa per farsi
capire: ma poi, siccome l'altra continuava a non voler intendere,
Ariberti, per ispiegarsi, col braccio le circond la vita, e sporse le
labbra, avvicinandosi per darle un bacio.

Elisa si ritrasse con tanta vivacit che, quasi, cadeva gi dallo
sgabello.

-- La prego, Conte, non mi faccia pentire della fiducia che ho avuta.

-- Perdoni, Contessa; perdoni! Gi, io doveva saperlo ch'ella non sente
nulla per me!

E Prandino, secondo il solito, mettendo subito il muso, sciolse dal suo
abbraccio la vita della Contessa, e cogli occhi fissi fuori dalla
piccola finestrella del casotto, sembr volesse rimanere da allora in
poi tutto intento alla caccia.

-- Vedete come siete? Perch non si vuol fare in tutto a modo vostro,
fate il broncio e diventate sgarbato. Andate l, che anche voi avete un
modo curioso di voler bene!....

Quell'_anche voi_ urt i nervi a Prandino, che per non si mosse e
continu a spiare dalla finestretta.

In quel punto due fringuelli spionciando allegramente e saltellando sui
rami, tra le fronde della ragnaia, sembrava da un momento all'altro
volessero scender gi nel mezzo del boschetto, attratti dagli inviti
degli allettaioli.

Ariberti, non appena li vide, fece subito svolazzar gli zimbelli; poi,
sollecito, allung le mani sulla corda dello spauracchio.

Poveri uccelletti! Un colpo, una tirata sola e erano presi.

Elisa li avea scorti molto prima che li vedesse il Conte; ma aveva
taciuto, sperando gli passassero davanti senza che se ne accorgesse.
Ella si era sentita stringere il cuore per essi; se li figurava gi
colla loro testina schiacciata fra le ditacce di Giacomo e, buona,
sensibile com'era di cuore, volle salvarli. Pens di chiedere a Prandino
la grazia della loro vita, ma Prandino in quel punto aveva una faccia
cos feroce....

-- Perch siete in collera, Conte? -- gli chiese allora come per provare a
distogliere l'attenzione del giovanotto da quel nuovo agguato.

Ma Prandino era un cacciatore di prim'ordine e nella presa ci metteva
molto amor proprio, per cui non le badava affatto, e rimase invece tutto
fisso, immobile, ad aspettare il momento buono di tentare il colpo.

-- Perch siete in collera, Conte?

I fringuelli, fatti due o tre voli capricciosi, adesso eran piombati fra
le aiuole traditrici, e, senza alcun sospetto, poveri innocenti,
beccavano il miglio sparso l intorno, per gli zimbelli.

Bisognava tirare lo spauracchio ed eran subito presi....

Prandino difatti, ne aveva gi afferrata la corda e puntandosi
fortemente co' piedi, stava per dare l'urto alla strappata, quando la
Contessa, visto che non c'era altro scampo, appoggi sulle mani di lui
le sue manine grassocce, calde, vellutate, e piano piano gli susurr
all'orecchio:

-- Perch _sei_ in collera, adesso?....

Prandino si lasci sfuggire la corda.... si volt....

I fringuelli erano salvi.

La buona Elisa gli aveva appoggiata sulla spalla la testa profumata.
Egli la guard con uno sguardo lungo, tenerissimo, colmo d'amore e di
passione: Elisa aveva chiusi gli occhi e sorrideva a fior di labbro.
Come la sera innanzi egli allora la baci sui capelli; poi,
d'improvviso, stringendosela al cuore con una stretta convulsa, la baci
e la ribaci sulla bocca, cosa che la sera innanzi non aveva avuto il
coraggio di fare.

Intanto i due uccelletti eran rimasti liberi e padroni del campo.
Volavano a capriccio, dalle aiuole fiorite alle frondi verdi della
siepe; poi battendo l'ali tornavan gi a bere l'acqua e a diguazzarsi
nel bagnatoio degli zimbelli.

Nessuno al mondo pensava pi di fare ad essi alcun male.

Giacomo, appena li aveva notati, s'era levato lui, mezzo da sedere,
aspettando che dal casotto venisse data la tirata. Ma nel casotto
sembrava che tutti fossero morti o, per lo meno, addormentati. Allora il
villano die' in una grande sghignazzata, si strinse nelle spalle e si
butt a svoltolarsi, come un puledro, fra l'erba umida della riva.

Dei soffi d'aria leggeri correano sfiorando la terra, piegando le
foglioline dell'erba, facendo stormire le fronde spesse delle siepi;
lunghe ondate di profumo vagavano nell'aria, e qua e l qualche
ranocchio che si godeva il sole sull'orlo del fossato univa di tratto in
tratto, il suo gracidare monotono, ai canti acuti, squillanti, stonati
che uscivano dall'uccelliera.

Giacomo, supino, stette l lungamente a beversi in un assopimento stanco
quella luce calda e snervante; ma poi quel grande barbaglio del sole lo
accec e allora stirandosi e sbadigliando, si tir gi, sulla faccia
rosolata, il cappellaccio nero, bisunto e sformato.

I fringuelli continuavano intanto a godersi lietamente tutta quella
pastura. Eran tornati a rivolare sulla siepe e dalla siepe al boschetto,
e dal boschetto alle aiuole, e adesso salterellavano tutti e due sul
tetto del casotto.

S'inseguivano, si sfuggivano, poi ritornavano ad accoppiarsi per scappar
via un'altra volta, ma sempre continuando a pigolare, con dei gorgheggi,
ch'erano le note pi dolci del loro linguaggio.

Dal tetto, vispi, pettegoli, curiosi, scesero in cerca di becchime fra
le fronde secche delle pareti, poi, temerari, vennero a posar proprio,
bezzicandosi, sulla corda dello spauracchio ch'era l distesa,
abbandonata e, dopo, tutti e due vicini vicini, pigolando sempre,
s'inseguirono fino sull'assicella del finestrino: ma allora ci fu
qualche cosa che li impaur all'improvviso, perch d'un tratto volarono
via, spionciando spaventati e andarono dritti dritti, a cader gi
perdendosi nei campi lontani.




CAPITOLO V.


Quello fu per il conte Eriprando degli Ariberti il pi bel giorno della
sua vita; e quando, verso le dieci, la Contessa lo licenzi con un
ultimo sfogo di moine, egli era stanco, affranto, da quella sua grande
felicit, e sentiva proprio il bisogno di esser solo, di andar lontano
anche dalla donna ch'egli adorava, per raccogliersi a pensare, a
misurare, a comprendere la nuova e immensa beatitudine che lo stordiva.
Venne quasi l'alba prima ch'egli potesse addormentarsi. Tutta notte
s'era voltato e rivoltato nel letto, col cuore gonfio, in preda a una
contentezza, a una smania nervosa, che lo teneva desto, agitato.

 proprio vero: la felicit d le stesse inquietudini, le stesse
angosce, quasi, del dolore, ed  anche proprio vero che, come bisogna
abituarsi alle disgrazie per sopportarle, cos bisogna anche abituarci
alla felicit per saperla godere.

Nemmeno la contessa Elisa dorm subito; non gi ch'ella pure avesse
inquietudini in cuore, ma perch aspett del tempo prima di andare a
letto. Per la Beppa, ch'era una dormigliona rabbiosa e che, quand'erano
sonate le dieci, tutta raggomitolata sopra una sedia, vicina al fuoco,
in cucina, non faceva altro che brontolare fra un pisolo e l'altro,
quella sera non ebbe occasione di lamentarsi. Elisa la mand a dormire
subito, dicendole che si sarebbe spogliata da s, perch prima aveva da
scrivere delle lettere.

Difatti, ne scrisse una, corta corta, alla contessina D'Abal, e
quest'altra che segue, piuttosto lunga, per il maggiore Del Mantico:

  "_Caro marchese_,

"Oggi ho avuto una giornata molto splenetica, e vi confesser, con tutto
il candore, che ne  proprio stata causa la vostra lettera, dalla quale
traspariva, fra le linee, una freddezza per me incomprensibile e anche
_choquante_ in qualche punto.

"Perch non venite?.... _Gli affari di servizio_.... Oh! sono molto
comodi gli affari di servizio, quando mancano pretesti.

"_A quelque chose malheur est bon_, e anche le _grandi manovre_ servono
bene per ischivare delle visite seccanti. Non  vero, caro marchese?....

"Io, per, siccome non ho nessun _regret_ nella mia coscienza, cos vivo
tranquilla, almeno per questo riguardo, e dimentico il presente,
spaziando, come in un sogno, nelle rimembranze di un dolce e tenero
_trascorso_.

"Anche oggi ho avuto la visita del conte Eriprando degli Ariberti.
Povero _bb!_ Egli mi ama davvero e vorrebbe farmi sua moglie. In ogni
modo, senza interrogare il mio cuore, la realt della vita vi si oppone.
L'ho mandato via, adesso, per iscrivere a voi, e penso di chiamare mia
figlia presso di me, perch il mondo  cos maligno, e le assiduit del
Contino, essendo io qui tutta sola, potrebbero venire interpretate
_equivocamente_.

"Del resto, io lo vedo proprio con dispiacere soffrir tanto, povero
giovane! ma non gli ho nascosto che rinchiudo tali ricordi nella mia
anima, che mi darebbero sempre molto a pensare prima di legarmi a un
altro. La poesia, che da lontano mi sfiora l'anima col suo dolce
profumo, _paralizza_ ogni palpito del cuor mio.

"Per confortatevi, caro marchese; se io vivo del passato, ci non vi
deve punto _allarmare_. Ho dello spirito, me lo avete detto anche voi, e
ne uso a beneficio degli amici, per ricordare delle loro promesse quelle
soltanto che loro stessi rammentano senza pentimenti.

"E ci sia detto _en passant_, anche per la visita che volevate farmi
qui in villa, e che le _grandi manovre_ hanno _rimandata_, pare, ad un
tempo indefinito.

"E quella mia figlia che mi secca sempre perch vuole ad ogni costo che
io mi rimariti?!.... Da ci solamente dovrei arguire che l'avvocato
D'Abal le rende molto felice l'esistenza.

"L'Ariberti ha visto stamattina nel mio cestino la vostra lettera. Deve
certo aver indovinato dalla busta ch'era vostra, perch  diventato
rosso come un gambero e poi  scappato subito via, tutto sconvolto,
senza quasi nemmeno salutarmi.

"Pensate a me e, se non altro, _non siate oblioso_ di qualche _souvenir_
che del tutto ancora non pu riuscirvi ingrato. Credete che io
conserver sempre a _riguardo_ vostro, dell'affezione leale e sincera,
anche perch il giorno nel quale cessasse questo mio vivo
_interessamento_, quel giorno potrebbe cominciar la coscienza a farmi
dei rimproveri e dei _rimarchi ben_ severi.

"Chi ama dimentica....

"Chi cessa d'amare ricorda.... ed io non posso, ed io non voglio
ricordare, e perci domander uno stordimento benefico anche alle ceneri
dell'amore, ed alla poesia soave delle memorie.

"Vi d la mia mano da baciare. Una volta la baciavate inginocchiandovi
come dinanzi ad una regina; oggi stringetela pure senza complimenti,
come ad un buon camerata.

"_Bienheureuse la femme qui aprs l'amour laisse panouir les parfums de
l'amiti_.

"_Aprs l'amour!_.... Ma mi avete amata, voi, caro marchese?

"_Sans adieu, et sans rancune_.

                                                  "ELISA NAVAREDO."

Pieg la lettera, la chiuse nella busta, vi fece l'indirizzo e la lasci
l, sul tavolino, vicino a quell'altra, scritta per la contessina
Cecilia.

Gli affari erano terminati e poteva concedersi il meritato riposo,
perch anche lei era un po' stanca ed aveva sonno.

Per, come nell'abbigliarsi al mattino, cos anche nello svestirsi la
sera, ella aveva mille cosucce da sbrigare.

Liberatasi dalle vesti e rimasta in sottanino, cominci dal levare le
ciocche dei riccioli finti che aveva intrecciate, e il crespo che avea
nascosto nei capelli. Poi sulla fronte e di dietro sul collo, fece lesta
lesta, alcune ciambelle coi capelli corti, che schiacci fra certi
diavolini di seta nera, unti e bisunti. Sulla faccia, lentamente, si
spalm una pomata scura, che si asciug dopo con un pannicello di lana.
Attorno alle narici avea la pelle pi rossa del solito, e avea le labbra
molto pi rovinate; per quella sera, ricorse al rimedio pi efficace:
da un cassettino della toletta, sotto lo specchio, prese il fondo di una
candela di sego, che vi era involtata in un pezzo di giornale, lo
riscald, lo fece gocciolare al calore della lucerna, e, con quello, si
unse ben bene il naso e le labbra. Finita anche questa operazione, stur
una bottiglietta di glicerina, se ne vers tanto del liquido in una mano
quanto ne poteva contenere, e cos continu per un pezzo a fregarle
tutt'e due l'una coll'altra, come se fosse dietro a lavarsele, e senza
asciugarle, infil un paio di guanti sudici, che una volta doveano
essere stati bianchi, ma che adesso erano gialli dall'unto. Fatto tutto
ci, si avvicin al letto e fin di spogliarsi; ma quando si lev
l'ultima sottana e rimase in fascetta e in camicia, qualche cosa di
ruvido le scivol gi tra le gambe.... Era un ramoscello d'edera che,
prima di uscire dal casotto, appoggiata mollemente al braccio di
Prandino, aveva strappato dalla breve fessura della finestrella e che si
era nascosto nel seno. Elisa guard per terra, lo vide.... ma forse non
lo riconobbe, perch lo cacci dispettosamente sotto il letto colla
punta della babbuccia, mentre, per causa del freddo che l'era venuto
addosso, s'ebbe un colpo di tossaccia grassa, che fece tremare tutta
quella sua carne che, cos disciolta com'era, dal busto e dalle altre
vesti, l'avrebbe fatta apparire a chi l'avesse vista, ancor pi pingue e
sformata.... Ma per fortuna non c'era alcun occhio indiscreto!




CAPITOLO VI.


Il treno-_omnibus_ da Vicenza per Venezia parte alle 12,27, ma alle 11 e
mezzo il conte Eriprando degli Ariberti giungeva in carrozzella alla
stazione.

Aveva la faccia scura. Mamma Orsolina, nell'abbracciarlo, era scoppiata
in un dirotto pianto, e nemmeno le celie della Luciana valsero a
dissipare in lui l'impressione affettuosamente melanconica di quel
distacco.

Smont, pag il vetturino che brontol sulla mancia, consegn la
valigia, prese un biglietto di _prima classe_, che infil in bella
mostra sotto il nastro del pioppino, e, con un gran sussiego, si pose a
passeggiare sul piazzale, fuori della stazione, aspettando che _lord
Palmerston_ gli conducesse l'Elisa e la Contessina.

Intanto, mentre girava l'occhio per osservare se il suo biglietto verde
era notato con rispetto da quelli che viaggiavano in _seconda_, col
fazzoletto si spazzolava la polvere dal vestito nero, e, mentalmente,
rifaceva quei benedetti conti: fra il biglietto, la vettura e il
bagaglio, aveva gi speso undici lire. Non gliene rimanevano pi altro
che dugento sessantanove. Eran pochine!... Gi, per far le cose ammodo,
gli sarebbero occorse trecento lire nette da poter spendere a Venezia,
senza doverle intaccare per il viaggio.

Era ancora immerso in questi calcoli, quando _lord Palmerston_, che, col
suo _traino_ misurato, scalpitava forte sulle pietre con un _cioc ciac_
tutto particolare, gli fe' battere il cuore e alzare la testa.

Non si era ingannato: era proprio la carrozza di casa Navaredo.

Prandino, diventando rosso, corse allo sportello e lo aperse. Gegio,
subito gli salt addosso, e, siccome aveva mangiato delle ciliegie e ne
aveva ancora le manine sporche, cos gli lasci l'impronta delle dita
sui polsini della camicia.

Lesta lesta discese poi la contessa Elisa, coperta fin sotto al mento,
da uno spolverino d'_orleans_ color piombo, con un cappello di paglia
scura, che le veniva gi sugli occhi, e una veletta fitta, bigia, che le
girava attorno al collo e le nascondeva bene la faccia.

La contessina Cecilia, su per gi vestita come sua madre (gi per lo
pi, era la Beppa la sarta di tutte due) fu l'ultima a muoversi, e,
messo un piede sul predellino, prima di toccar terra, si appoggi tutta
alla mano del giovanotto, perch, come al solito, anche allora, la
Contessina era, per dir la cosa pi pulitamente che si pu, _in istato
interessante_.

-- Ha preso i biglietti? -- chiese subito costei, appena scesa di
carrozza, colla sua vocina fessa, col suo piglio rabbioso, al povero
Prando, intimidito tanto da non sapere come dirle di no.

-- Ma, veramente, aspettava....

-- Che cosa aspettava? Che li prendessi io anche per lei? Non sa forse
che andiamo a Venezia? Intanto, non vede? allo sportello c' gi la
gente accalcata e noi dovremo star qui ferme impalate, chiss per quanto
tempo!

-- La Contessa pu accomodarsi nelle _sale di aspetto_, -- disse uno dei
facchini che aveva tirati gi dalla vettura il baule e le sacche da
viaggio.

Ma la Cecilia non ne volle sapere, tutta scalmanata a correre intorno,
dondolandosi in quello stato, a contare le sacche, le cassette, le
scatole, le cappelliere, se c'erano tutte e a sorvegliare quelle che si
dovevano consegnare, e quelle da tenersi in mano. Gridava, smaniava,
dava in escandescenze per un nonnulla.

Voleva essere subito sbrigata, su due piedi, come se al mondo non ci
fosse stata che lei da servire; faceva un casa del diavolo per le cose
pi semplici, era malcontenta di tutto, sospettava che tutti, e
specialmente il Governo, la volessero frodare, tirava le orecchie a
Gegio, brontolava con sua madre, perch non sapeva farsi ubbidire, e
ogni cinque minuti concludeva dicendo che se ci fosse stato l suo
marito, la tale e tal'altra cosa non sarebbe successa.

E cos arrovellandosi anche per un'inezia, la sua faccia d'un bianco
giallo da linfatica, grassa, rotonda, col naso minuto, a punta, le
labbra sottili, le sopracciglia spelacchiate, s'infocava tanto sugli
zigomi, da diventare violacea, mentre in quei momenti i suoi occhietti
bigi guardavano losco.

La Cecilia, fin dalla nascita, era stata la croce, e una croce molto
pesante, degli adoratori della contessa Navaredo. Anzi, si pu giurare
senz'altro, che, se qualcuno avesse commesso (per modo di dire) qualche
peccatuzzo colla mamma, la figliola ci avrebbe pensato lei a dargliene
la penitenza.

Da bambina, per farla tacere, e per farla andar via, ci volevano i
confettini, le bambole mute e parlanti, i cestini da lavoro, le cucine
di stagno e le strade ferrate d'ottone. Per, se i vostri regali non le
davano nel genio, stava l con tanto di muso, senza moversi, a farvi
degli sgarbi: ma se invece le piacevano troppo, allora non vi lasciava
pi, vi era sempre addosso, e vi prendeva a voler bene con un amore
seccantissimo che vi dimostrava pestandovi i piedi, saltandovi sulle
ginocchia, baciucchiandovi colla bocca umida e impiastricciata di dolci,
e sciupandovi la cravatta coi suoi ditini, ch'erano stati un po'
dappertutto.

Grandicella, era maliziosa come uno scimmiotto e s'innamorava lei degli
adoratori di sua madre, che generalmente se la cavavano coll'arricchire
alla Contessina gli _album_ dei francobolli, col regalarle libri morali,
fiori, gingilli, coll'ammirare i suoi dipinti, col deliziarsi alle sue
sonatine di pianoforte, col giurare che avrebbe avuto una bellissima
voce anche pel canto, e col dir male di tutte le ragazze che si
maritavano, e, peggio ancora, dei giovanotti che le sposavano. Ma ce ne
fu uno, pi minchione degli altri, il sottoprefetto D'Abal che avendo
tentato inutilmente tutti gli espedienti per piacere alla mamma, e
volendo proprio piacerle a ogni costo, chiuse gli occhi e si prese la
figliuola.

Tutti respirarono, tranne, s'intende, il sottoprefetto; ma tutti per
poco. Delle sue pene ella faceva soffrire un po' ogni conoscente.

Il sigaro le faceva male, gli odori delle essenze peggio, se parlavate
forte, le doleva la testa, se parlavate piano, dicevate male di lei.
Ogni mese dovevate correre in traccia di un medico nuovo per un nuovo
consulto, ad ogni parto andare in traccia di una nutrice forte, sana,
robusta, non bella, perch era gelosa, e di poca spesa. Ogni giorno poi,
bisognava cercarle una cuoca o una cameriera, perch, da lei ci
restavano tutt'al pi una settimana corta corta, e poi scappavano via
come se avessero avuto il fuoco alle calcagna.

Nei vostri discorsi dovevate sempre alludere al ministro dell'Interno
per protestare che era un asino, perch non rendeva giustizia ai meriti
dell'avvocato D'Abal. Dovevate confessare che tutte le donne erano
brutte, dichiarare che quello di far figliuoli era un gran merito e
ammettere che il sottoprefetto era pi bello, pi buono, pi forte e pi
intelligente di voi.

-- Dunque? Ha preso questi biglietti? -- chiese la Cecilia a Prandino,
quando lo vide venir via dallo sportello.

-- Eccoli, Contessina. Per lei, per la Contessa e mezzo per Gegio.

-- Come?! Gegio ha tre anni e gli devo prendere il mezzo biglietto? Se
per Gegio non ho mai pagato nulla?... Ma lei s' fatto imbrogliare!...
Ma lei non sa viaggiare!... Ma lei  rimasto sempre in un baule!...
Faccia, faccia il piacere, la _vadi_ e glielo dia indietro!

-- Ma....

-- Che cosa, ma?

-- Ma adesso, voleva dire.... che non.... che una volta staccato non lo
riprendono pi.

-- No? E allora? Che cosa me ne devo fare? La _vadi_, la _vadi_, si
faccia sentire e non si lasci canzonare in questo modo. Sicuro, santo
Dio, che con quella faccia sbalordita.... pare sempre addormentato.
Gliela farebbe sotto il naso anche un santo, gliela farebbe. Ah! se ci
fosse mio marito.... con lui, glielo dico io, lo ripiglierebbero, e
senza tanti discorsi. La _vadi_, la _vadi!_...

Prandino, tutto sconcertato e vergognoso, corse dal bigliettinaio col
mezzo biglietto, ma non riusc se non a farsi strapazzare anche da lui.

-- E cos?... -- domand la contessina Cecilia all'Ariberti, quando lo
vide entrare nella _sala di aspetto_. Ma quelle due parole furono dette
con una cera, con un tono, con un'espressione tale, che il povero
Prandino non ebbe pi cuore d'andare avanti.

-- S.... lo han ripreso, -- disse tutto abbattuto e colla voce fioca. Il
sacrificio era consumato: altre quattro lire e cinquanta centesimi se
n'erano ite.

-- Ha veduto?... Ma sicuro che bisogna muoversi, che bisogna parlare, e
anche saper mostrare i denti se occorre! Andiamo, si svegli adesso, e mi
aiuti un po' a portar questa roba. Prenda in mano quelle due sacche,
quella scatola e quella cappelliera e andiamo fuori: il treno 
arrivato.

Si mossero tutti e due, e l'Elisa dietro, dritta, silenziosa, senza
occuparsi di nulla, lasciando ogni briga alla Cecilia, come se fosse lei
la mamma. Gegio era sempre fra le gambe di chi aveva pi fretta e voleva
sempre dare la mano a chi le aveva ambedue impedite.

Il trovare buoni posti e l'accomodarsi nello scompartimento, non fu la
cosa pi facile del mondo. Il conte degli Ariberti era gi andato
innanzi e indietro per due volte, quant'era lungo il treno, seguendo la
Contessina che correva su e gi, brontolando e spaventando i
viaggiatori, che erano gi dentro le carrozze. Vedendola cos trafelata
e con tutta quella roba, chiudevano in fretta gli sportelli, oppure si
affacciavano in piedi all'ingresso, per preservarsi da quell'invasione.

-- Partenza!... Padova, Mestre, Venezia!... Primi posti avanti, secondi
indietro, terzi in fondo!...

L'Elisa, che passeggiava in su e in gi anche lei, ma lentamente, per
conto suo, vide uno scompartimento dove c'erano dentro solo due inglesi
maschi, seduti l'uno di faccia all'altro. Chiam la figlia e vi salirono
su tutti e quattro.

Prandino l dentro, fra quei due musi seri seri, che non si scomodavano,
che non gli davano posto, che non si movevano nemmeno per restringere la
loro roba che, sparsa com'era, di qua e di l, occupava tutta la rete,
sentiva un grande imbarazzo e anche una certa soggezione. Quell'ambiente
ricco e severo della _prima classe_, se era quello del suo sangue, non
era per quello della sua borsa.

Egli, in certo modo, invidiava un po' la disinvoltura di Gegio, il quale
aveva gi camminato pacifico sui piedi dell'Inghilterra, e poi, dando
una inciampata fra le gambe di uno dei due, s'era voltato per dire alla
contessina Cecilia: -- guarda, mamma, come sono brutti!

Ma la Contessina aveva altro pel capo. Era in piedi, tutta occupata a
disporre le sacche e le valigie.

-- Con permesso, _pardon_, scusino, gi ci deve essere posto per tutti;
abbiamo pagato anche noi.

L'Elisa s'era subito rincantucciata comoda comoda, senza badare a nulla,
nell'angolo vicino a un finestrino, e anche Prandino riusc, alla fine,
a potersi sedere e a tenere il posto di faccia all'Elisa, ma quando
erano gi cominciati gli urti e le toccatine di piedi, proprio sul pi
bello, gli inglesi, dopo essersi guardati in faccia con un'occhiata
significantissima, levarono dei sigari d'avana dalle tasche, li accesero
e, in due o tre sbuffate, riempirono di fumo lo scompartimento.

-- Ma, Conte.... Siamo forse in un _coup da fumare?_

Cos dicendo, la Cecilia cominci a tossire, a fiutare il fazzoletto, a
morderlo.... per senza ottenere alcun effetto, ch i due inglesi,
imperterriti, non si lasciavano commuovere da tutte quelle convulsioni.

Lo scompartimento era proprio destinato pei fumatori e la Contessina
dovette rassegnarsi ed essere lei la prima a cedere.

Strepit perch le aprissero lo sportello, grid prima in italiano che
era una _sconvenienza_, e poi lo grid in francese, corse gi, come
meglio pot, dal vagone, e Prandino dietro, carico di nuovo di tutto il
bagaglio e con Gegio fra le gambe, che piangeva perch aveva paura che
non si andasse pi a Venezia.

La Contessa intanto aveva osservato che il _sotto capostazione_, un bel
giovanotto biondo col berrettino foderato d'arancio, messo sulle
ventiquattro, le teneva gli occhi addosso con mesta ammirazione e cheta
cheta, senza dir verbo, scendeva anche lei dal _coup_, ma per con la
grazia e la compostezza che non l'abbandonavano mai.

Cecilia D'Abal, com' naturale, era adesso su tutte le furie. La gente
le faceva circolo intorno, e i viaggiatori, col capo sporto fuori dalle
finestrelle, la stavano a guardare, ridendo tra loro.

--  una sconvenienza! una mancanza di educazione! Bisogna avere dei
riguardi per le signore! Oh! se ci fosse stato mio marito!... Avrei
voluto vederlo!... Avrebbe saputo insegnar la creanza, lui, a quei
signori!...

-- Anch'io -- soggiunse sommessamente Prandino che voleva essere pure
tenuto in qualche conto -- anch'io ho detto loro che potevano essere pi
gentili.

-- S, ma gliel'ha detto in italiano e allora.... chi lo capisce?...

L'Elisa, peraltro, otteneva cogli occhi pi che sua figlia colla lingua,
perch il _sotto-capo_, da un momento all'altro, fece aprire uno
scompartimento, destinato a rimaner chiuso fino a Padova, e l dentro,
comodamente presero posto tutti i nostri viaggiatori. Prandino si
profuse in ringraziamenti col giovane impiegato, e a titolo di regalo
gli offr il suo biglietto di visita, con tanto di corona nel mezzo, ma
il _sotto-capo_ si trov meglio ricompensato dal sorriso che gli volse
di sotto alla veletta la contessa Navaredo. In quanto alla Contessina,
questa volta ch'era una sgarbatezza il tacere, non apr bocca: avean
pagati i biglietti, dunque toccava a quei signori della ferrovia a
trovar loro i posti!...

-- Padova, Mestre, Venezia!...

Finalmente furon tutti seduti. Prandino riusc a mettersi daccapo in
faccia alla Contessa; finalmente suon il corno, la campanella, la
macchina fischi, il treno si mosse, e non c'eran da temere altri
inconvenienti. Gegio, inginocchiato sul sedile, guardava fuori dal
finestrino dall'altra parte; la Cecilia gli stava vicina tenendolo per
la falda del camiciotto perch non cadesse fuori, e i nostri due
innamorati eran cos vicini che potevan parlare liberamente, come se
fossero restati soli.

-- Sembra una persona per bene, quel _sotto-capo_, ed  molto gentile --
disse lui.

-- S, davvero? non ci ho badato -- rispose lei: poi chinandosi un po' --
sei contento, bambino? -- gli chiese piano piano, accarezzandolo cogli
occhi e col suo fiato caldo che gli corse sulla faccia e che lo fece
tremar tutto.

-- Oh! s, e non credevo che al mondo si potesse esserlo tanto!...

I quattro piedi si cercarono, s'incontrarono, si toccarono di nuovo e
non si lasciarono pi fino a Poiana.

Prandino toccava il cielo col dito e, pare impossibile, lo toccava col
dito dei piedi....

Forse per questo la sua felicit era cos vicina ad andarsene colle
gambe all'aria!

Da Poiana a Padova fu un lungo e non interrotto sdilinquimento
sentimentale, mentre Gegio canticchiava con urlacci cos stonati da
romper la testa, se non fossero stati attutiti un po' dal rumore e dallo
sbattere del treno, e la Contessina dormiva, forse per il dispiacere di
non aver alcuno da strapazzare.

-- Mi ami?

-- Tanto, tanto!

-- Avrai delle lune?

-- No.... se non ti lascerai fare la corte da nessuno.

-- Chi vuoi che me la faccia, bambino?

-- Tutti vorranno fartela, poich sei tanto bella.

-- Non temere, sar buona.... vedrai.... e poi a Venezia, non so che cosa
sia.... ma sono sempre stata pi buona che in tutti gli altri luoghi.

Prandino ne avrebbe fatto senza di una tale confessione, ma gi un po'
di chiaro-scuro ci voleva.

-- Perch fai il muso adesso?... cos'hai?...

-- Nulla, un pensiero che m' passato per la testa.

-- Dimmelo....

-- Sciocchezze! Non lo ricordo nemmeno.

--  impossibile! Voglio saperlo,

-- Ma se non lo ricordo pi, ti dico!... senti, senti, cara: una sera....
una sera andremo in gondola noi due soli?

-- Oh! s!

-- E... l... mi dirai anche l di volermi bene?

Questa volta, l'Elisa non gli rispose nulla, ma sospir, levando gli
occhi al cielo, in un modo tale che pareva Santa Lucia, prima
dell'operazione.

Prandino sognava a occhi aperti: quei dodici giorni alle bagnature gli
si paravano dinanzi alla mente con tutte le dolcezze, i fascini, le
commozioni, le ebbrezze volute e sperate dal suo cuore. Egli si sentiva
felice: anzi, si sentiva l'uomo pi felice della terra, e, quando il
treno arrivava sotto la tettoia di Padova, non desiderava pi nulla....
nemmeno le trenta lire che gli mancavano per fare le trecento.

Lo scompartimento dov'erano i nostri viaggiatori si ferm proprio in
faccia al Caff della stazione, e per la contessina Cecilia si sent
subito fame, e Gegio sete di _un'aqua di marena_.

Il Conte smont dalla carrozza, entr nel Caff e, strascicando l'erre,
fece portare fuori un'acqua pel bambino e un caff e panna, _colla
cesta_, per la D'Abal.

-- E lei, Contessa, non desidera nulla?

-- No, grazie, Conte.

-- Pagate, che dopo, stasera, faremo tutto una cosa sola coi biglietti --
disse la Cecilia ad Ariberti, che s'incamminava di nuovo verso il Caff.

Mentre per i camerieri, che l'avevano visto a scendere da un _coup_ di
prima classe e che avevano adocchiata la corona del portasigari, gli
davano del conte a tutto andare, egli si sent stringere il ganascino da
due dita forti come l'acciaio; si volse subito, ma, appena conobbe chi
lo trattava in quel modo tanto confidenziale, divent rosso rosso, e
fece una profonda scappellata. Era nientemeno che il cavaliere
Pinocchio, capo divisione nelle _Strade Ferrate dell'Alta Italia_,
quello al quale il conte degli Ariberti s'era raccomandato tanto per
avere un impiego.

-- Oh! bravo, bravo, bravo il nostro Prandinello! E per dove si viaggia?

-- Vado a Venezia.

-- A Venezia? Oh! che briccone! A Venezia!... bravo, bravo, bravo. Ci
sono stato anch'io un paio di giorni fa, e sar facile che vi ritorni
ancora quest'altra settimana.

-- Davvero? Sarei felicissimo d'incontrarla, Cavaliere.

Questa felicit di Prandino non era mica tutt'oro colato, ma egli la
butt l nulladimeno con una grande espansione.

-- Sicuro; o al Lido, o in piazza, o sotto le Procuratie ci rivedremo
certo.... bravo, bravo, bravo. E come sta mamma Orsolina?

-- Benissimo, grazie, Cavaliere.

-- Oh! a proposito, Prandinello mio, saprete che ho per voi delle buone
nuove.

-- Magari!... -- magari me le desse a bassa voce, -- pensava il poveretto
ch'era sulle brace, perch gli pareva che tutti quanti lo stessero l a
guardare. Ma il cavaliere Pinocchio, uomo tagliato piuttosto alla buona,
e che in tutte le stazioni sulla rete dell'_Alta Italia_, gli pareva
d'essere in casa sua, parlava forte, lentamente e colla bocca piena,
perch stava masticando una focaccia calda calda, della _Meneghina_.

-- Ieri sono stato a Verona, e ho parlato col capo-traffico.... M'ha
detto di aver sollecitata la vostra chiamata in servizio. Per la fine di
questo mese o pei quindici del venturo  quasi certo che sarete a posto.
Gi si sa bene, farete anche voi il tirocinio come avventizio, ma
intanto....

-- Partenza per la linea di Venezia!...

-- Scusi.... Grazie tante, Cavaliere!... -- E Prandino si mosse per
scappar via.

-- Oh!... c' tempo.... c' tempo....

-- Ma sa.... non vorrei.... chiudono gli sportelli...

-- Andate, andate. Ci rivedremo a Venezia.

-- Servitor suo, Cavaliere. -- E Prandino torn di corsa dov'era l'Elisa,
ma era aspettato anche l da una brutta sorpresa.

Il suo posto in faccia alla Contessa era stato preso da un signore
grassotto, di mezza et, vestito piuttosto male, con una lente
all'occhio, il quale, tutto miele, ascoltava sorridendo la contessa
Elisa, che gli parlava chinata verso di lui e facendo l'occhio di
triglia.

La D'Abal s'era un po' avvicinata alla madre, e Gegio stava seduto
tutto moine e carezze sopra una gamba del signore dalla lente.

Prandino, appena lo riconobbe, e lo riconobbe subito, si sent tremar le
gambe, mancare la lena e gli si oscur la vista. Sal inciampando nello
scompartimento; rosso, rosso, fece un risolino da ebete, come per
salutare la comitiva, ma adesso aveva un bel mostrarsi affabile, nessuno
gli badava pi. Tanto per darsi un po' di contegno, accarezz i capelli
di Gegio, ma questi gli si volt irritato, con una mossaccia dispettosa,
e, quasi lo sapesse di fargli dispetto, si pose a baciucchiare la mano
pelosa del suo nuovo amico.

-- Andiamo, Gegio, non essere seccante. -- Si conoscono? -- chiese poi
l'Elisa a quell'altro, indicandogli Prandino.

-- Veramente di vista.... credo di s; ma presentazione non c' stata.

-- Il conte Eriprando degli Ariberti; il marchese del Mantico.

Il maggiore si volse verso Prandino con grande sussiego, e serio, grave,
si pose a fissarlo colla lente nell'occhio in una maniera come se non
avesse da guardare un uomo, ma un monumento. Prandino invece, che voleva
sembrare disinvolto, si alz dal suo posto, gli venne incontro, gli
prese, gli strinse la mano, tanto che il polsino, colle macchie rosse
delle ciliege di Gegio, si slacci dal bottone e gli corse gi, fuori
della manica.

La Contessa e il Maggiore, ripresero subito la conversazione a bassa
voce; la Contessina, da lontano, sorrideva all'una ed all'altro; Gegio
fra le gambe del Maggiore giocava coi ciondoli dell'orologio.

-- Sta a vedere, -- pensava Prando dopo di essersi accomodato il polsino,
-- sta a vedere che questo animale viene a Venezia con noi? Se fosse
vero, io mi fermo a Mestre!... -- E intanto si mordeva i baffi, scoteva
convulsamente i tacchi sul tappeto, allungava il muso, impallidiva,
aggrottava le sopracciglia, ma era tutta fatica sprecata, che gi
l'Elisa non gli badava.

Dopo una mezz'oretta, terminarono di parlarsi cos a bassa voce; e
allora il Maggiore, per cambiar discorso, cominci prima a dir male del
suo colonnello, e poi dopo a discorrere di cavalli, di corse, di
cocchieri di Monte-Carlo, di centinaia di migliaia di lire, delle
scuderie del duca A., delle rimesse del principe B., dei _box_ del conte
C.

Prandino ne capiva poco, ma siccome quell'altro parlando, di tanto in
tanto lo fissava con la lente, quasi per avere la sua approvazione, egli
si credeva obbligato di fare certi sorrisi che pareano smorfie.

Per la provvidenza c' dappertutto, anche sulla linea da Milano a
Venezia. Difatti, poco prima di arrivare a Mestre, l'infelicissimo conte
degli Ariberti si sent tornar l'anima in corpo quando ud il Maggiore
che cominciava a congedarsi.

-- Come!... si ferma a Mestre?

Era la prima volta che Prandino osava dirigergli il discorso; ma la
contentezza gli ridava adesso il coraggio.

-- S, mi fermo a Mestre perch vado a Treviso dove sono di presidio.

-- Per ci rivedremo a Venezia, non  vero? -- gli chiese quell'antipatica
della contessina Cecilia.

-- E.... potrebbe anche darsi.... ma....

E qui invece di rispondere alla figlia, il maggiore fiss la mamma in
modo che questa arross, si chin languidamente, e tornarono a parlarsi
a bassa voce, cosa che rimise l'uggia e lo sgomento addosso a Prandino.

Il treno cominciava a rallentare.

-- Ci siamo? -- chiese il Maggiore.

-- Ci siamo! -- rispose Prandino, e aggiunse mentalmente -- se Dio lo
vuole!

-- Mestre!... Chi scende a Mestre!...

Il Maggiore prese la sua sacchetta e salt gi; ma risal subito sul
predellino a discorrere piano con l'Elisa che si sporgeva mezza fuori
dallo sportello. Prandino, tutto orecchi, non riusciva se non ad
afferrare qualche parola qua e l.

-- Dunque? -- chiedeva il Maggiore.

-- _Cela dpendra!_... -- rispondeva la Contessa, sorridendo con
intenzione. E poi parlarono pi basso ancora, e Prandino non pot
intender pi nulla, soltanto ci fu un momento nel quale gli sembr che
il Maggiore accennasse a lui e che la Contessa si stringesse un po'
nelle spalle colla stessa mossa, tal e quale, con cui ella soleva
mostrarsi crucciata quando egli, alla sua volta, era geloso delle
lettere del Maggiore.

-- E dove ha preso alloggio, Contessa?

-- Alla _Gondola d'Oro_ -- rispose per lei la Cecilia, avvicinandosi. --
Dunque verr a trovarci senza fallo a Venezia?

-- Non dico di no.... e non dico di s!... -- Il Maggiore evidentemente ci
teneva a fare il prezioso.

-- Venga! ma venga, da bravo!

-- Vieni! Vieni! non  vero che verrai? s che verrai? -- si pose a
strillare Gegio che riebbe in quel punto un impeto di tenerezza per Del
Mantico.

-- S.... s.... verr!...

-- Ma non si parte pi?... -- chiese Prandino che cominciava proprio a
perdere la pazienza. -- Non lo capisco tutto questo ritardo.

-- Si vede che aspetteranno l'altro treno.... Ah! eccolo!... Dunque....
buon viaggio, Contessa!

-- _Sans adieu!_... -- disse questa, stendendogli la mano e rifacendo gli
occhi di triglia.

-- _Sans adieu!_ -- e anche il Maggiore, grassotto e attempatuccio
com'era, si lev, anche lui, la lente per salutarla nell'inchinarsi,
finch il treno si muoveva, con un'occhiata lunga e molto sentimentale.

Prandino era ritornato al suo posto, che il Maggiore gli aveva tenuto
caldo, ma aveva un muso, un fare, che diceva pi di qualunque sfuriata.
La Contessa allung il piedino, ma i piedi dell'Ariberti si ritirarono,
quasi avessero paura di scottarsi.

-- Che cos'hai? -- gli chiese piano l'Elisa, chinandosi verso di lui.

-- Nulla! -- rispose Prandino, con una manieraccia che pareva le volesse
dare un morso.

-- Si comincia male!

E l'Elisa, cos dicendo, con aria seccata si riaccomod nel suo
cantuccio, e fino a Venezia non ci fu pi verso di farle dire una
parola.

Intanto, la contessina Cecilia continuava a sfogare il suo vivo
entusiasmo per il Del Mantico: trovava ch'egli era molto simpatico, che
aveva molto spirito, che aveva l'aria di gran signore e, finalmente, che
s'era fatto anche pi bello di prima, il che non era proprio vero, n
poteva essere, perch, da che mondo  mondo, tutti i capitani, quando
diventano maggiori, diventano pi brutti....

Con queste chiacchiere, si attraversava il ponte della laguna, e Gegio
era tutto festante; batteva le manine, gridava, saltava; bisognava
tenerlo, se no, c'era pericolo si buttasse gi dal finestrino.

A un certo punto, quando vide un battelletto con una vela, che filava
diritto diritto in mezzo all'acqua, parve diventasse matto, finch,
voltatosi di botto all'Elisa, le disse:

-- Quando il Del Mantico verr a Venezia, mi farai comperare una
barchettina nera, con una bella vela bianca come quella l?...

-- Tu, caro, devi imparare a non seccare mai nessuno.

-- Va l: te la comprer io la barchettina -- gli disse Prandino,
accarezzandolo, perch, un po' spaventato dalla cera brusca che gli
faceva l'Elisa, sentiva bisogno d'ingraziarsi qualcuno.

-- Oh! giusto te!.... Tu non ne hai soldi, tu!.... La mamma ti chiama
sempre Prandino meschino sotto gli alberi della luna!

Cecilia diede un forte pizzicotto al ragazzo e gli soffoc a mezzo le
parole; ma Prandino aveva udito tutto; e queste sono le ragioni per le
quali il conte Eriprando degli Ariberti, che era partito da Vicenza
raggiante di felicit, smontava a Venezia con un muso lungo un palmo!




CAPITOLO VII.


Per chi non  avvezzo a viaggiare, il momento di uscire, stipato fra la
gente, dalla stazione in una citt grossa, d sempre un certo impiccio:
figuratevi poi Prandino, il quale, con quel po' po' di peso che aveva
sullo stomaco, arrivava per l'appunto a Venezia, dove non era mai stato,
fuorch una volta sola, da ragazzo.

Dopo di avere attraversata quella tettoia lunga, bassa, stretta, scura
della stazione, egli si trov, tutt'a un tratto, in faccia del Canal
Grande, dove le acque e il cielo e la terra si confondono amorosi in una
festa di colori. E l, attorno all'uscita, sul piazzale, c'era una folla
di gondolieri e di servitori d'albergo: i gondolieri sbraitavano, si
spingevano l'un l'altro, si sbracciavano; volevano impadronirsi per
forza dei viaggiatori.

-- _Vorla una gondola, signor? Una bela gondola, a un remo, a do remi --
pronta!_....

I servitori d'albergo, invece, tutti in fila, pi gravi, pi composti,
non facevano altro che ripetere:

-- Albergo d'Italia! _Grand Htel_ -- _Capelo_! Al Vapore! _Pension
Suisse_! La luna! Htel Vittoria!

Prandino era rimasto a bocca aperta; quelle grida lo stordivano e
guardava trasognato lo spettacolo del _Canal Grande_, con quella larga
striscia di gondole che formava gi come un'altra riva mobile,
irrequieta, sotto quella bianca, solida, di pietra, e il verdastro
dell'acqua, e il brulicho di tutta quella gente affaccendata, e pi
lontano il ponte grigio che parea trapunto.

-- Mi dia lo scontrino. Ander io a farmi consegnare il bagaglio. Lei,
intanto, prenda una gondola, ma badi bene di contrattare prima, se no,
vogliono il doppio. Tu, mamma, vieni con me, -- continu la Cecilia,
rivolgendosi all'Elisa, che camminava passo passo, colla sua andatura
molle e sentimentale, guardandosi intorno con una certa noncuranza che
la faceva parere una dama inglese da strapazzo. -- Tu, mamma, vieni con
me. Quattrocchi ci vedono pi di due, e poi, alle volte, non si sa mai,
potrei dimenticarmi qualche _capo_....

Questo pericolo non c'era proprio.... piuttosto ci poteva essere
l'altro, che se ne ricordasse uno di pi!

-- Tu, Gegio, sta bono, resta col Conte.

-- No! Io voglio andare colla mamma grande!

-- Torniamo subito!

-- No! Io voglio andare colla mamma grande!

-- E tu va colla mamma grande, seccatore, marmotta, che non sei altro!

Un ometto magro, agile, colla faccia maschia, espressiva, annerita dal
sole, con in testa un cappellaccio di paglia, e indosso un camiciotto di
rigatino stinto, era stato attento alla scena: per, appena scomparse le
signore con Gegio, si avvicin a Prandino e, come se gi lo conoscesse
da un pezzo:

-- _Son qua mi, signor_ -- gli disse tutto umile -- _son qua mi_.

-- Avete una gondola?

-- _La vegna co mi, ghe digo; la vegna co mi e no la se indubita_!

Prandino lo guard tutto consolato: non gli pareva vero che qualcuno si
occupasse di lui in quella folla, per toglierlo d'imbarazzo e, senza dir
motto, segu il barcaiolo.

Questi lo fece piegare a sinistra.

Poco dopo, dalla stazione usciva un facchino con un gran baule sulle
spalle, una valigia in una mano e due sacche in un'altra. Dietro di lui
venivano la Cecilia, tutta piena di scatole e di cassette, la Contessa
con una cappelliera da una parte, e Gegio, che le dava la mano,
dall'altra.

-- _Bapi! Oh! Bapi! Porta qua la roba del signor_ -- grid il barcaiolo,
che lo riconobbe, mentre Prandino tornava indietro di corsa, per aiutare
la Cecilia, che in quello stato, rossa e dondolante, con tutto il peso
della roba fra le mani, pareva dovesse scoppiare.

_Bapi_, che aveva voltato a destra, appena ud la voce che lo chiamava,
alz gli occhi, ch la testa non la poteva muovere sotto al baule, e
pieg, trotterellando curvo, a sinistra.

-- Si va per di qua? -- chiese Cecilia a Prandino. L'Elisa non gli parlava
mai, era in collera per la scenaccia che le aveva fatto a Mestre.

-- S, per di qua. Ho trovato una bella gondola, grande, pulita.

Adagio adagio, si avvicinarono alla riva; ma quale non fu lo sdegno
della Cecilia e l'espressione ironica della Contessa, quando videro che
Prandino, invece di una gondola, aveva noleggiato un battello. Era una
barca grande davvero! e pulita, co' suoi guancialini candidi, filettati
di rosso!

Per tutto il sentimento aristocratico di casa Navaredo si rivolt
dinanzi a quel democratico mezzo di trasporto. La Cecilia strepit,
l'Elisa si strinse indispettita nelle spalle, e Gegio si mise a piangere
perch avea paura che la mamma non volesse pi andare in barca. Ma tanto
e tanto ogni diverbio era inutile: il baule e le sacche erano gi
dentro, Prandino lo aveva preso, dunque bisognava adattarsi. La Cecilia,
alla quale davano mano in tre, scese ed entr nel battello protestando
che, se ci fosse stato l suo marito, non avrebbe tollerata quella
canzonatura, e continu a brontolare concitata finch il battello
scendeva lungo il Canale.

Il perfido battelliere la lasci sfogare per un pezzo, ma poi, senza
fissare in faccia a nessuno, senza piegare la testa, guardando in alto,
come se parlasse coi fili del telefono:

-- _Il batelo sono pi sicuro de la gondola_ -- disse serio serio --
_perch co una scarampetola da niente si schivano dal tranvai: e invece
la gondola vengano rebaltata facilmente. Anche gieri, do gondole
sburtarono il vaporeto e andarono a ramengo coi passeggeri in aqua_.

-- _Haohe!_.... -- grid poi piegando il battello per voltare in un rio.

-- _Stal!_.... -- rispose una voce interna e subito una gondola usc dal
rio, quasi urtando contro il battello che entrava; ci fu uno scambio di
insolenze fra i barcaioli e ognuno tir diritto per la sua strada.

Fra Prandino e l'Elisa, il malumore dur ostinato tutto quel giorno. A
desinare, Prandino, discorrendo colla Cecilia, fece capire a quell'altra
che lui si trovava cos male a Venezia da pensare sul serio di
ritornarsene a casa il giorno dopo. Ma n la Cecilia n l'Elisa gli
risposero punto in proposito e continuarono invece a chiacchierare, a
scambiarsi mezze parole, sorrisi significantissimi, che si riferivano a
discorsi sott'intesi fra loro due e che Prandino non doveva capire.

Nulladimeno madre e figlia mangiarono con buonissimo appetito: l'Elisa
masticava lentamente, silenziosamente e malinconicamente coll'aria di
scomodarsi per compire un sacrifizio; la Cecilia divorava in furia,
quasi avesse paura di non arrivare a tempo a mangiare di tutto. La
Contessa, intanto, per non perdere il tempo, godeva di essere ammirata,
non essendoci di meglio, dal direttore della locanda, un signore
dall'aspetto pulito, elegante, che andava e veniva nella sala da pranzo,
dispensando ordini coll'aria severa d'un diplomatico, mentre la Cecilia,
di soppiatto, intascava pane, frutta, formaggio, tutto ci che le
capitava, perch con quella provvista risparmiava la colazione sua e
quella di Gegio.

Il contegno delle signore, quei misteri che non finivano mai,
l'indifferenza che gli dimostrava l'Elisa, tutto ci, metteva addosso a
Prandino una smania, una gelosia, una inquietudine da non dire.

-- Certo -- pensava egli fra s -- certo parlano del Maggiore; certo le
loro parole si riferiscono a lui. Maledetta combinazione!.... Ma come
mai era egli a Padova!... Fu un accidente, o un incontro combinato tra
loro d'accordo!.....

Il timore che il Maggiore capitasse un giorno o l'altro a Venezia e si
facesse vedere al passeggio o al Lido coll'Elisa, lo angustiava
fortemente; e in questa grande angustia c'era un po' di gelosia e
insieme di vanit ferita; c'era la paura di perdere l'amore della
Contessa e c'era anche l'apprensione che la gente, vedendola col
Maggiore, non riputasse pi lui, Prandino, il solo amante fortunato.

N a rasserenarlo contribuivano le amabilit scherzose di Gegio, il
quale, pieno come un otre, sdraiato sulla seggiola, si divertiva a
schizzare i noccioli delle ciliegie adosso a Prandino, che gli era
seduto di contro.

Preso il caff, la Cecilia si volse a sua madre e -- Vuoi che andiamo a
vestirci? -- le chiese, alzandosi lei da tavola, per la prima.

-- Andiamo pure.

L'Elisa aveva mangiato troppo; aveva caldo, sudava e, adesso, delle
chiazze rosse, accese, trasparivano sotto la cipria della faccia.

-- Io esco un momentino, -- disse l'Ariberti alla Cecilia, ch, con
quell'altra, anche lui voleva tenere il broncio.

-- Esce solo?.... Senza aspettarci? -- gli domand Elisa un po' inquieta
per quegli indizi di ribellione.

-- Voglio passare da mio cugino Badoero. Non si sa mai, potrei
ritornarmene via presto da Venezia, anche domani forse, e, a buon conto,
desidero prima salutarlo.

-- Faccia pure il suo comodo.

-- Fra una mezz'ora, fra un'ora, forse, tutt'al pi, sar certo di
ritorno all'albergo.

-- Faccia pure, faccia pure. Vuol dire che, se noi saremo uscite, ci
ritrover in piazza o al Caff.

-- A qual Caff? perch, suppongo, ce ne sar pi d'uno anche a Venezia.

-- Al _Florian_. Dovrebbe saperlo: la _buona societ_ non va altro che al
_Florian_.

-- Ma come vuoi che sappia lui queste cose? -- salt su a dire la Cecilia
-- se ti prende ancora un battello per una gondola!

L'Ariberti arross dalla rabbia e avrebbe dato dieci lire, delle dugento
sessanta circa che gli rimanevano, per potersi sfogare tirando le
orecchie ben bene a quel monellaccio di Gegio, che, dopo la risposta
impertinente della mamma, s'era messo anche lui a dar la baia a Prandino
e non la finiva pi di gridare a perdifiato:

-- Oh bello! oh bello!.... per una gondola prende un battello!....

Colla stizza in corpo sal per andare nella sua camera, a prender il
cappello, i guanti e la mazzetta. Sal su su, tutte le scale, quante ce
n'erano, perch, assicurandolo che di l potea veder la laguna, lo
avevano alloggiato proprio sotto il tetto. Quando fu di sopra, s'accorse
di non avere la chiave: scese di nuovo e la domand ai camerieri che
incontrava nelle sale del primo piano. Ma questi che aveano ancora dei
pranzi da servire, andavano e venivano affaccendati, carichi di piatti e
di roba, mostrando chiaro che non c'era tempo da badare a lui. Prandino,
in mezzo a tutta quella gente che gli passava dinanzi senza nemmeno
salutarlo, oppure rispondendogli appena a monosillabi, provava
soggezione. Quegli abiti neri erano pi puliti e pi nuovi e pi
eleganti del suo, capiva di non esser nulla l, per quella gente, mentre
invece a Vicenza era pur sempre _il signor conte_, e temeva che avessero
subito indovinato com'egli fosse uno di quei forestieri che ne han
pochini da spendere.

-- Che numero ha il signore? -- gli chiese un cameriere.

-- L'ottantasei.

--  di sopra la chiave dell'ottantasei? -- domand il primo interlocutore
ad un altro che passava.

-- No.

-- Allora l'avr da basso il portiere.

-- Grazie -- e Prandino scese gi a terreno.

-- Avete la mia chiave?

-- Che numero? -- Il portiere era un uomo alto, colle fedine all'inglese,
l'aria grave, i modi asciutti e che ci soffriva molto a essere
scomodato.

-- L'ottantasei.

Il portiere non si mosse da sedere: era sdraiato sopra una poltrona, non
si lev il berretto, cerimonia che del resto non prodigava mai
agl'italiani, ma teneva in serbo per gl'inglesi, i tedeschi e gli
egiziani, e sempre senza parlare, indic all'Ariberti l'ultima chiave
appesa all'ultimo chiodino della tavoletta.

Prando prese la chiave, risal su su, nella sua camera a cercarvi ci
che voleva e poi ridiscese di corsa. Era ansante, sudato: ma gli stava a
cuore di dare una lezione a quell'animale di portiere. Per, certo,
quando avrebbe saputo con chi aveva da fare, avrebbe usato altri modi.

-- Sapete indicarmi il palazzo Badoero?

Il nostr'uomo si mosse dalla poltrona con visibile malcontento, e senza
alcuna fretta usc fuori a domandare l'indirizzo richiesto, ad un
gondoliere.

-- _Vorla una gondola, signor, andaressimo pi presti_.

-- Non ho premura. Grazie. -- Se per caso -- e Prandino si rivolse al
portiere -- se per caso venisse all'albergo il conte Badoero a cercare di
suo cugino il conte Eriprando degli Ariberti, che sono io, ditegli che
fra una mezz'ora sar qui di ritorno.

-- Sar fatto, signor Conte! -- E questa volta il portiere, con grande
soddisfazione di Prandino, si tocc il berretto.

Il nostro giovinotto, avviandosi e internandosi fra quelle _calli_ cos
strette e affollate, dove la puzza d'acqua salsa, stagnante, si confonde
coll'odore di pesce fritto, non aveva altro che un solo pensiero:
trovare il modo di far patire all'Elisa un po' di quel malcontento, di
quell'inquietudine che pativa lui.

-- Certo -- pensava -- certo stasera mi aspetter un bel pezzo al Caff....
Tanto e tanto il maggiore  a Treviso e non ho paura di lui, dunque....
che mi aspetti!... Comincier anche lei ad essere un po' inquieta non
vedendomi capitare. D'ora in poi cambier sistema. Gi colle donne, lo
dicono tutti, bisogna farsi desiderare per essere desiderati. A buon
conto il mio cugino Badoero, molto probabilmente, uscir con me: andremo
insieme in piazza San Marco, egli mi presenter forse a qualche suo
amico, fors'anche a qualche bella signora, e l'Elisa, vedendomi fare il
galante colle altre, prover alla sua volta il divertimento della
gelosia. Brutta stupida!....

Ma, e il suo cugino Badoero lo avrebbe accolto proprio bene? Se invece
lo trattasse, come si dice, dall'alto al basso? Se non volesse saperne
di lui? Se lo licenziasse sbrigandosene con un complimentino a fior di
labbra?

Anche questa era una spina, e una spina che lo pungeva tanto pi
profondamente, quanto pi il povero Ariberti si avvicinava al palazzo
del suo illustre cugino.  vero che per nobilt di sangue l'uno valeva
l'altro, ma fra i Badoero e gli Ariberti c'era una differenza notabile
di quattrini e, in questo mondo ladro e democratico, i quattrini sono un
gran che, anche quando non sono tutto come nella maggior parte dei casi.

Quando tir la maniglia del campanello la sua mano tremava ed era cos
confuso che al gondoliere che gli apr la porta domand del padrone
dandogli del _lei!_...

Per si riconfort presto, ch il Conte lo ricevette subito, dopo due
minuti soli di anticamera. Badoero fu con lui di una cortesia senza
esempio. Gli fece tante di quelle espansioni, di quelle profferte, come
se fossero stati due amiconi che non si fossero veduti da anni, non gi
due cugini che non s'erano veduti mai.

Il Badoero era amabilissimo e possedeva una parlantina che non lasciava
tempo a quell'altro nemmeno di respirare, non che di ringraziarlo. E
Prandino lo guardava e sorrideva chinando il capo, tanto per rispondere
in qualche modo. Del resto non ve n'era bisogno, perch il cugino
rispondeva da s alle sue proprie domande.

-- La Contessa vostra madre sta benone, gi s'intende? Bravo, ne ho molto
piacere. Desidero proprio di conoscerla di persona, e lo far, oh se lo
far! la prima volta che passo da Vicenza per andare a Milano, mi ci
fermo tra una corsa e l'altra. Vedrete, vedrete; non vi prometto di pi,
perch voglio essere di parola, ma tra una corsa e l'altra mi ci fermo
di sicuro. Voi gi siete venuto a Venezia per le bagnature? Avete fatto
benissimo: quest'anno avremo una stagione veramente eccezionale. Volete
una sigaretta?.... Vi fermerete tutto il mese, s'intende -- quantunque
non sarete qui per la cura, ma per il passatempo dei bagni. -- Bene,
bene! andremo al Lido insieme, anzi, tanto per cominciare, trovatevi
domani sul vaporetto delle tre. Non vi offro nemmeno un invito per il
_club_: d'estate non ci si va mai. Per, una sera o l'altra, se avrete
gusto di fare un _taglietto_ al _lansquenet_ od un paio di punti
all'_cart_, vi ci condurr. Mi rincresce, _nom de Dieu_, che oggi,
proprio oggi, ho un _rendez-vous_. Aspetto il conte Potapow, cugino
dell'aiutante generale dello Czar, col quale dobbiamo andare dalla
principessa di Lentz. Bisogner che la conosciate la principessa: nasce
Oldenburg. Suo padre, prima di morire,  stato gran duca, e ha regnato
per otto giorni. Oh! qui a Venezia abbiamo una colonia forestiera molto
numerosa e molto scelta. Mi rincresce proprio di questo impegno
preventivo, ma come si fa? Non sono profeta, n figlio di profeta e non
potevo certamente immaginare il bel regalo della vostra carissima
visita. Del resto gi si sa bene; meglio stasera che domani. Appena
arrivato, anche voi avrete molte cose da fare e io, anzi, non voglio
essere indiscreto e non vi trattengo di pi. Dunque a rivederci domani;
siamo intesi: sul vaporetto delle tre. Vi presenter alla Principessa. A
proposito, dove siete, anzi fra noi parenti, dobbiamo trattarci col tu,
lo permetti non  vero?....

-- Oh! si figuri!....

-- .... Dove sei sbarcato? Al _Grand Htel_?....

-- No, all'_Htel della Gondola d'Oro_.

-- Dicono che non ci si stia male. L'anno scorso vi tenne un
_pied--terre_ per qualche mese il commendatore Jamagata.  il console
della Cina e del Giappone. Te lo far conoscere anche lui.

Quando il conte Eriprando degli Ariberti si trov fuori dal palazzo
Badoero era tutto beato, tutto gongolante, e fissava la gente per la
strada con una superbia da Rodomonte.

Gli pareva d'essere diventato un altro uomo. Solamente le dugento
sessanta lire rimanevano sempre le stesse, e anzi, adesso, gli
sembravano ancora meno di prima. E fu per l'appunto questa povert che a
poco a poco gli rase dal cuore tutta la contentezza dell'accoglienza
cos festosa e del _tu_ scambiato col Badoero; _tu_ nel quale la sera
innanzi egli osava appena sperare con un sussulto d'ambizione.

Ma tant', in questo mondaccio non v' cosa bella e desiderata, che una
volta raggiunta non perda tutti i suoi fascini, tutte le sue attrattive.
Anche la promessa d'essere presentato alla principessa di Lentz, al
conte Potapow ed al commendatore Jamagata, quantunque fosse una fortuna,
nulladimeno aveva per lui il suo lato pericoloso. Con dugento sessanta
lire, come avrebbe potuto vivere per un paio di settimane in una
compagnia cos illustre?.... Tanto illustre che al suo confronto, gli
sembrava rimpicciolito anche il grande Badoero, e trovava odiosamente
_borghese_ madama D'Abal?

E se un bel giorno, sul vaporetto delle tre, gli capitasse alle spalle
il cavalier Pinocchio e, prendendolo pel ganascino, gli discorresse ad
alta voce dell'impiego, mentr'egli, magari, si troverebbe seduto fra la
discendente del Granduca e il rappresentante dell'Impero Celeste?! E se
il cugino Badoero si fermasse proprio a Vicenza?.... A questa idea trem
tutto dallo sgomento. Egli vedeva mamma Orsolina nella sua vesticciuola
di percallo a quadrettoni caff, vedeva la figura magra, lunga,
allampanata della signora Luciana aprir l'uscio della cameretta che
serviva da cucina, da guardaroba e da anticamera, all'elegante
visitatore; e si sent stringere il cuore, e desider d'essere
sotterrato vivo, piuttosto di assistere a quella scena. Allora ebbe
quasi vergogna di sua madre, povera vecchietta, dimenticando ch'egli, o
bene o male, si trovava a Venezia a fare il signore, perch la mamma
aveva perduto le notti intere a lavorare per lui e un giorno aveva
rinunciato alla cena e un altro al desinare per mettergli insieme quei
pochi quattrinelli che bastavano appunto per renderlo infelice.

Anche quel caldo, quell'afa sciroccale, contribuivano non poco alla sua
tristezza e al suo abbattimento. Nelle _calli_ strette e infocate
cominciava a farsi buio. Il cielo era grigiastro e il sole calava
imbronciato fra certi nuvolacci di piombo, che sembrava non lasciassero
correr gi nemmeno un fil d'aria.

Prandino camminava lemme lemme, abbandonandosi come lo portavan le gambe
e la gente, fermandosi a ogni ponte a guardare svogliato da una parte e
dall'altra, ma senza intendere nulla, senza che lo commovessero, senza
che gli strappassero dal cuore nemmeno un sospiro di meraviglia, n
quella maga di colori e di contrasti, n quei rii silenziosi, n quelle
case lunghe, scure, chiuse come il mistero, dove una figura di donna che
appare a un balcone, risveglia nell'anima versi d'amore, forse da anni
dimenticati, dove una voce che si leva alta, lontana, fa pensare a un
dramma o a un delitto.

Prandino si moveva lentamente, guardando intorno, ma senza veder nulla.
Dinanzi agli occhi egli non aveva altre immagini che l'Elisa e il
Maggiore, Badoero e mamma Orsolina, le dugentosessanta lire e il conte
Potapow.

Ma cos, dopo essersi per un bel pezzo lasciato trasportare dalla
corrente, gli sembr, un po' alla volta, che il cielo si facesse pi
chiaro, che le calli divenissero meno buie e il brulicho della gente
pi spesso e rumoroso, finch tutto a un tratto si trov in piazza,
sotto le _Procuratie_, proprio di fronte a san Marco.

Ma le meraviglie che l dentro e d'intorno gli si affacciarono alla
vista, non lo commossero punto.

Il suo spirito non era disposto per quell'incantevole spettacolo dove
l'opera di Dio si confonde con l'opera dell'uomo in un'armonia
maravigliosa di linee e di colori; dove pi si ammira ci che 
eternamente bello, la forma; dove pi si sente ci che  eternamente
grande, l'anima.

Invece egli ne risent come una grave malinconia, come uno sgomento
vago, indefinito. Eran le sette gi sonate da un pezzo, e la piazza,
allora deserta, pareva ancora pi vasta. Era rischiarata da un riflesso
bigio, squallido, e i leggii preparati per la musica, senza che avessero
intorno anima viva, e le seggiole bianche e vuote dei Caff gli facevano
l'effetto d'altrettanti scheletrini, disposti in riga in quel vasto e
splendido cimitero. Anche l'allegria dei colombi mancava a quell'ora:
forse essi pure erano andati altrove a desinare. Soltanto qua e l sotto
le _Procuratie_ egli vedeva qualche persona che passeggiava, qualche
altra ferma, in piedi, o seduta. Di tratto in tratto,  vero, la piazza
era attraversata da una frotta di signore e di signori, dagli abiti
strani, chiari, eleganti, dai cappelli d'ogni foggia e d'ogni tinta, che
camminavan lesti, che ridevano, che parlavano tutte le lingue, a due a
tre in crocchi separati: erano forestieri che ritornavano dal Lido col
_vaporetto_, ma che sparivano, si dileguavano via com'eran venuti, in un
attimo. Una volta Prandino fu involto da una di quelle folate, e sent
crescere l'uggia che aveva intorno, perch nessuno badava a lui, perch,
fra tutta quella gente, egli era un ignoto, un nulla, e, allora l,
solo, in mezzo alla piazza san Marco, soffr di nostalgia, per la sua
cittaduzza dov'egli era pur qualche cosa, dove tutti lo conoscevano pel
_signor conte_, dove tutti sapevano che egli era l'amante della
Navaredo.

Ma per quando passo passo, uscendo dalla severit maestosa, solenne
della piazza Grande, entr nella _piazzetta_, allora quella gaia
giocondit di vedute e quell'aria odorosa, umida, saporita che
d'improvviso gli sbuff frizzante sulla faccia, allora la riva, la
Giudecca, san Giorgio e le isole lontane, allora quell'acqua azzurra
come il cielo e argentina, gli fecero provare commozioni nuove,
vivissime, mentre una dolcezza profonda, una mestizia soave dagli occhi
gli scendea gi in fondo all'anima, suscitandovi un impeto generoso di
espansione, di tenerezza e d'amore. Allora la figuretta di mamma
Orsolina gli riappar dolce, cara, affettuosa, allora ricord tutte le
cure, tutto l'affetto della signora Luciana, e pens come potrebbe
impiegare parte delle dugentosessanta lire per portare all'una e
all'altra un ricordo di Venezia. Ma pi che non l'avesse mai amata, pi
che non l'avesse adorata mai, gli ritorn l'Elisa dentro al cuore. In
quel punto sent che i torti erano di lui, ch'egli era stato
ingiustamente geloso, ch'era stato inurbano, che l'aveva trattata male,
e affrett con ogni desiderio il momento di trovarsi solo con lei, per
abbracciarsela stretta, per dirle che le voleva tanto e tanto bene, per
domandarle perdono di tutto, per fare la pace insieme.

And all'albergo per trovarla, ma le signore non erano ancora rientrate.
Allora torn in piazza a cercarle. Adesso s'era fatto notte, la piazza
era gremita di gente, i Caff affollati, e la luce viva, sfacciata del
gas, la musica echeggiante, il mormorio confuso e il chiacchero
pettegolo della folla, il calpesto dei piedi, il frusco delle vesti lo
sbalordivano, lo inebbriavano quasi. Nulladimeno, pass e ripass da
_Florian_ due, tre, quattro volte, ma l'Elisa non c'era e nemmeno quella
uggiosa della D'Abal, che, tant', avrebbe veduta volontieri, perch,
vicino a lei, sarebbe stato sicuro di scorgere anche l'Elisa. Ritorn a
fare la piazza in su e in gi, ma ancora inutilmente. Egli era stanco:
la luce, la musica, il chiasso gli davano il mal di capo, aveva gli
occhi che gli bruciavano ed era cos stanco che le gambe gli si
piegavano, e incespicava nelle ondulazioni disuguali del selciato.

Dov'erano andate?... Dove s'erano cacciate?... Era stato un gran stupido
a non aspettarle, a non uscire con loro. Si seccava a star cos solo,
senza conoscer nessuno, fra tutta quella gente.

-- Che fossero sedute sotto i portici?

Ancora non era abituato a chiamare _Procuratie_ quei palazzi.

Sal i gradini, entr sotto, cammin avanti, ma quando fu proprio
dinanzi al caff Florian, gli pareva d'essere sul palco scenico d'un
teatro. Ebbe soggezione di tutta quella luce, sent una vergogna strana
in mezzo a tutta quella gente. Credea che ciascuno non avesse nulla di
meglio da fare che badare a lui. Proprio sulla porta del Caff c'era
Badoero che discorreva con un bel vecchio dal tipo aristocratico, alto,
colla barba bianca: il conte Potapow di sicuro!... Prandino arross, si
fece piccin piccino, volt via la testa per non essere riconosciuto, e
fugg lesto a nascondersi nel buio, perch in mezzo a quello sfarzo
d'illuminazione aveva scorto che le sue scarpe dalle suole troppo
grosse, erano coperte di mota, e gli era sembrato che tutte le macchie e
le frittelle da mamma Orsolina levate in quei due anni dal suo abito
nero, saltassero fuori di nuovo, pettegole, impertinenti, per deriderlo
e perch fosse deriso.

Respir pi sollevato quando si trov lontano dalla piazza e si avvi
subito verso l'albergo della Gondola d'oro.

--  ritornata la Contessa? -- chiese al portiere.

-- Il numero? -- rispose questi che, come al solito, non buttava via le
parole.

-- Numero quaranta.

Il portiere guard la tavoletta delle chiavi.

-- Il numero quaranta  in casa.

Ci detto, si volt nella sua poltrona e cominci a leggere la _Gazzetta
di Venezia_, con molta attenzione.

Prandino, questa volta, non bad pi che tanto alla boria del portiere,
ma fece gli scalini a due a due e si ferm, ansante per la corsa e un
po' tremante per l'emozione, a battere al numero quaranta.

-- Chi ? -- domanda l'Elisa di dentro.

-- Son io.

-- Avanti.

L'Elisa era occupata nell'accomodare la sua roba dentro al cassettone.

-- Dove vi siete nascoste? V'ho aspettato fino adesso, girando su e gi
per la piazza come un matto. Sono stanco morto.

E Prandino si lasci cadere sopra una sedia facendosi vento col
cappello, che l dentro, in quella cameretta bassa, angusta, si
soffocava dal caldo.

-- Cecilia, dopo pranzo, si sent male e non ebbe pi voglia di vestirsi.

-- Per siete uscite tutt'e due.

-- S, ma per poco. Abbiamo fatto una corsa fino in _Merceria_ per
comperare i nostri _costumi_ da bagno; e poi, siccome ci sentivamo
stanche, siamo ritornate subito all'albergo.

-- Io sono stato da Badoero, e sono giunto in tempo per trovarlo in casa.
M'ha fatta un'accoglienza festosa, affettuosissima, povero Badoero.
Voleva anzi che stasera si uscisse insieme per presentarmi alla
principessa di Lentz, una gran signora: suo padre  stato un duca
regnante. -- Non _ti_ lascio pi. Voglio che facciamo vita comune. -- Ma
io ho risposto subito che per questa sera mi doveva scusare. -- Sai, --
gli ho detto, -- sono appena arrivato. Ho tante cose da fare!... -- Cos,
a fatica, me ne sono liberato per venire al _Florian_, ma tu non
c'eri!... Abbiamo fissato di ritrovarci domani, sul vaporetto delle tre.
Te lo presenter. Vedrai,  un giovinotto molto simpatico.

L'Elisa lo lasciava dire e stava zitta, intenta alle sue faccenduole,
senza badargli.

-- A Venezia fa pi caldo che a Vicenza, -- riprese l'altro, dopo un po'
che durava quella scena muta. -- C' un soffoco opprimente che d alle
gambe. Quando sono uscito, pareva che volesse piovere da un momento
all'altro. Adesso invece s' rimesso al bello, e c' un sereno, di
fuori, che invoglia ad andare a fare una _sgondolata_.

Prandino tentava tutti i mezzi per intavolare la conversazione; ma
faceva fiasco. Allora, tanto per farla parlare, le si rivolse
direttamente e: -- la Cecilia,  andata a letto? -- le domand.

-- S, poco fa. Anche Gegio cascava dal sonno.

-- Sua madre d troppo da mangiare a quel ragazzo. E... tu....

-- Io?

-- S, che cosa conti di fare?

-- Metto a posto questa roba, poi finir coll'andarmene a letto anch'io.

Prandino, a questo punto, si alz, guard l'uscio colla coda
dell'occhio, se era ben chiuso, poi si avvicin all'Elisa e cominci per
abbracciarla.

-- Stia fermo.

-- Sei in collera?

-- Mi lasci stare, la prego: non mi secchi.

-- Ma che cos'hai?

-- Ho, e te lo dico chiaro e tondo, ho che se non moderi il tuo
_temperamento_,  meglio che tu vada per la tua strada.

-- Che cosa ho fatto poi, alla fine....

-- Tu mi tratti, come non sono mai stata trattata da nessuno. Sei geloso
di tutto, d'una parola, d'una mosca che vola....

-- Il Maggiore mi pare che sia tutt'altro che una mosca.

-- Torni daccapo?

-- Ma non vedi che scherzo?

-- S, ma son seccata d'esser sempre _taquine_ anche ne' tuoi scherzi.

-- Se sono geloso,  perch ti voglio molto bene.

-- Oh Dio, quasi quasi, sarebbe il caso di dire un po' meno d'amore e un
po' pi di creanza! Lo sai bene che non sono uscita ieri di collegio, e
che non posso fare sgarbi a tutti per la tranquillit del tuo cuore.

-- No.... ma....

-- Che cosa, ma?

-- Spiegami un po' tutti quei sorrisi, quei sottintesi, quelle mezze
parole colla Cecilia?

-- Si rideva di te, del tuo muso, delle tue lune, delle tue gelosie, dei
tuoi sospetti; ecco di che si rideva, se lo vuoi proprio sapere.

Prandino, anche questa volta, credette all'Elisa ciecamente e, al
solito, fu beato e contento. L'Elisa, sentendosi forse rimordere la
coscienza per qualche marachella che avesse anche lei da farsi
perdonare, quella sera non stette molto sul tirato, e per fecero presto
la pace, e in modo tale che dopo si vollero pi bene di prima.

Prandino, sempre insistente e ostinato nelle sue idee, torn da capo con
la sua _sgondolata_; e la Elisa adesso accett senza farsi molto
pregare.

Appena fuori dell'albergo ed entrati in gondola, cominciarono tutti e
due a respirare un po' meglio.

La gondola, dapprima, si avvi lenta, leggera, dondolante, per quei rii
foschi, silenziosi, dove la tenebra fitta era spezzata sfacciatamente
dai fanali a gas, che, colla loro tozza modernit, stonavano sugli
angoli delle muraglie cos artisticamente tetre, o meglio era interrotta
qua e l dai riflessi di luce rossastra che si spandevano dalle
finestre, illuminando, fra le ombre, qualche tratto di architettura
gotica o bizantina le cui linee fantastiche ridestavano nello spirito
mille storie lontane di vendette, di sangue e di amori infelici.

Poi sempre lenta, sempre leggera, sempre dondolante, la gondola passando
pel rio cos solennemente triste del _Ponte dei sospiri_, usc fuori,
all'aperto. Allora la piazzetta del Palazzo ducale appar d'improvviso
come una scena da teatro, col suo sfoggio di smaglianti colori, col
frastuono delle sue voci confuse interrompendo il melanconico
raccoglimento dei nostri innamorati, che tornarono a sentirsi a miglior
agio, quando allontanandosi dalla riva di nuovo rientrarono nelle
tenebre per uscir fuori ancora in mezzo ad una luce pi tranquilla, in
una calma perfetta, nella queta laguna di San Giorgio.

Giunti l, Prandino si pose a sedere sul _trasto_ guardandosi attorno
cogli occhi meravigliati e l'Elisa sospir con un sospiro che le veniva
proprio dal cuore.

Vi era diffusa una luce pallida pallida, l'acqua era immobile, il cielo
chiarissimo, leggero e vaporoso, da sembrare un immenso velo trapunto di
stelle.

Il silenzio era cos vasto che pareva avesse preso il suo regno in
quella solitudine incantata; eppure da tutta quella pace, usciva quella
melodia che consola, che accarezza lo spirito: era il bello, era la
musica dell'occhio, che scende gi a farsi sentire nell'anima: melodia
arcana, dolcissima che il tonfo del remo accompagna come un ritornello
misurato, sollevando ad ogni battuta scintille fosforescenti, mentre la
luna alta, bianca, serena, par fremere anch'essa rifrangendo i suoi
raggi tremolanti nel cristallo delle acque.

-- Com' bello! -- esclam l'Elisa.

L'Ariberti non rispose nulla: ma quella voce e quelle parole allora lo
urtarono e lo infastidirono.

-- Mi vuoi bene?

-- S.

-- Dammi un bacio, bambino.

Il giovinotto si volse indietro a guardare, e poi fe' cenno alla donna
che sarebbero stati veduti dal gondoliere. Ma tutto ci fu un pretesto;
egli allora non si sentiva la volont, il desiderio di darle un bacio.
In quel punto non sentiva di amarla. L'Elisa, quasi quasi gli era
indifferente e, peggio, quasi quasi gli spiaceva. Mai come in quella
sera e in quel momento egli aveva sentito l'amore, ma non era l'amore
che gli poteva dare la donna viva e sensuale.

Egli si sentiva commosso da un sentimento vago, etereo come quel cielo
vaporoso, casto come il cristallo di quell'acqua intatta. Era un amore
che gli entrava nell'anima per la prima volta colle prime impressioni
subite in quel luogo d'incanto, e cos nuovo per lui: per era infinito
come l'idea e usciva dalle ristrettezze della materia per diffondersi
nella vastit del pensiero.

L'Elisa aveva perduti tutti i suoi fascini, tutte le sue seduzioni.
Nessuna donna di questo mondo egli avrebbe sentito in quel punto di
poter amare, nessuna donna fino allora conosciuta poteva prestare le
sembianze all'ideale della sua mente. Soltanto l, in alto, in alto, nel
fondo di quel cielo leggero come il fiato di una fanciulla, egli
intravedeva una forma vaga, diafana, indistinta che non avea mai veduta
e che non avrebbe veduta mai: che si avvicinava a poco a poco al suo
pensiero, per scomparire a poco a poco simile a sognato fantasma che
fugge via dissipandosi coi primi bagliori dell'alba.

-- Vuoi che torniamo, bambino?... -- gli disse l'Elisa alla fine,
stringendosi attorno lo scialle con un brivido di freddo.

Il gondoliere volt la barca, torn indietro, e poi venne gi verso il
_Canal Grande_.

Appunto perch quelle impressioni erano state cos forti e improvvise,
appunto perci, si dissiparono subito, appena finito l'incanto che le
avea suscitate. Invece lo spettacolo nuovo che gli si preparava e che
contrastava singolarmente col primo, ne produsse in Prandino altre del
tutto diverse da quelle, ma non meno vive e sentite.

Dopo tanta luce, adesso la gondola, sempre lenta, sempre leggera e
dondolante, si sprofondava nelle ombre misteriose del _Canal Grande_.

A mano a mano che s'inoltrava, la Venezia dei Dogi e delle feste, della
volutt e dei piaceri, del Messer Grande e delle cortigiane, si faceva
strada non pi nell'anima, ma nei sensi di Ariberti. Allora Otello e
Desdemona, Bianca Cappello e la Faliero, Alfredo de Musset e la Sand,
Byron e la Guiccioli, la leggenda e la storia dei vecchi palagi
ingigantiti dalle tenebre gli risollevarono nella mente la memoria di
quegli amori, gli riaccesero nel sangue il calore di quelle passioni:
non era pi una forma vaga, indistinta, lontana, che rischiarava adesso
il pensiero dell'Ariberti, ma su quelle acque cupe come l'abisso egli
sentiva correre aliti di sensualit acuti, penetranti, e vinto dalle
nuove seduzioni torn lui questa volta a piegarsi sul _trasto_ e chiese
un bacio all'Elisa che non gli venne negato.

-- _Aho!_ -- grid il gondoliere che piegava per entrare in un rio.

-- _Stal! Aho!_ -- rispose vicina un'altra voce, e una gondola a due
remi, nella quale si distinse appena un'immagine bianca di donna, che
sorrideva mollemente sdraiata ad una figura bruna di giovanotto, usc
velocemente perdendosi nelle tenebre lungo il canale: era un'altra
strofa, che si dileguava nell'ombre, di quel poema eterno dell'umanit
che a Venezia ha il suo canto pi vario e pi appassionato.




CAPITOLO VIII.


Il giorno dopo faceva un tempaccio indiavolato. Era una burrasca di
mare: pioveva a dirotto e soffiava un vento freddo gi per le _calli_,
che sbatteva gli ombrelli contro le mostre delle botteghe e agitava
l'acqua verde dei _rii_. Nessuno, tranne qualche matto d'inglese o di
tedesco, si sarebbe sognato d'andare al Lido.

L'Elisa, un po' stanca dal viaggio e dalla notte che aveva passata in
gondola, rimase a letto fin tardi, indugi ad abbigliarsi e fu visibile
soltanto all'ora del pranzo, ch, in _neglig_, non si lasciava mai
veder da nessuno; e si capisce!...

La Contessina invece, dovendo restar chiusa in albergo, approfitt del
suo tempo per disfare le valigie e regolare i conti con Prandino, al
quale non parve vero di entrar quasi nel suo, quantunque, per dire la
verit, non ci fosse pericoli.

Colla sua solita pazienza e timida rassegnazione, si diger poi una
solenne lavata di capo dalla Cecilia a proposito della mancia ch'egli
aveva creduto di mettere in mano, senza prima parlare con lei, all'uomo
del battello: questi, alla fine, li aveva canzonati per buscarsi lui
quella _corsa_ dalla stazione all'albergo, e non meritava certo che i
gonzi lo regalassero anche per soprammercato!...

Prandino del resto lo sapeva gi, che non l'avrebbe passata liscia senza
pigliarsi un rabbuffo! Che!... Quando doveva metter mano alla borsa, non
c'era versi, madama D'Abal diventava rabbiosa, bisbetica,
insopportabile; e allora gli occhietti guardavan losco e si faceva in
faccia tutta rossa, e non le rimaneva di bianco altro che la punta
sottile del suo naso minuto.

-- No, no, -- borbottava contando i biglietti la terza volta, e osservando
i pi sucidi contro la finestra per paura che fossero doppi; -- no, no;
un'altra volta non mi muovo pi, se non ho mio marito, che dei ragazzi
da condurre a spasso me ne basta uno: Gegio, e spesso e volentieri,
potendolo, farei anche senza di lui!... Una volta, vedete, a Firenze,
perch un vetturino pretendeva pi della tariffa, mio marito, senza fare
n ai n bai, lo prese per un orecchio e lo consegn lui stesso ad una
guardia di citt!...

-- Queste bravate di tuo marito le puoi contare al primo che passa, ma
non a me che lo conosco, -- pensava Prandino. Per non rispose nulla,
anzi rimase colla testa bassa, come fosse mortificato davvero per quel
confronto.

Fatte le valigie, fatti i conti, la Cecilia per non istare in ozio,
cominci a sentirsi male, a bere delle tazze di brodo col limone, e a
sorseggiare dell'_acqua di tutto cedro_, fino all'ora di pranzo, dove
mangi per due, com'era naturale. L'Elisa pi tardi volle scrivere delle
lettere, e il direttore dell'albergo _fece salire_ al numero quaranta
della carta colla marca della casa in oro, e mand alla Contessa tutti i
giornali illustrati della _Salle de lecture_.

In quanto a Prandino, egli cominci a metter muso; l'Elisa non si faceva
vedere; e lui ogni momento scendeva gi dal portiere a domandare se non
c'era stato nessuno a cercarlo; tanto che il portiere, seccato, gli
rispose brusco, che, se capitassero persone pel signor Conte, lo farebbe
avvisato, perch egli stava alla porta appunto per ci!....

Prandino sperava in una visita di Badoero: questa forse avrebbe fatto
uscire l'Elisa dalla sua camera, e forse, chiss, gli avrebbe dato un
po' d'importanza anche presso quella rusticona della Cecilia. Ma
Badoero, contro tutte le espansioni della sera innanzi, non si lasci
vedere. Allora Prandino, per isvagarsi, dovette condur Gegio in piazza
san Marco a gettare il becchime ai colombi che, fortunatamente colla
loro piacevole dimestichezza, fecero scordare a Gegio l'idea fissa che
aveva in testa dalla mattina di prendere una gramolata da _Florian_,
tanto che appena messo il naso fuori dell'albergo aveva cominciato
subito a brontolare che aveva sete.

Tutto sommato per, quella mezza giornata, non fu proprio cattiva per
l'Ariberti. Quando torn all'albergo, si sent dire che il numero
quaranta lo cercava: figurarsi! Mand Gegio in fretta dalla mamma,
promettendogli che il giorno dopo sarebbero andati in piazza a pigliare
i colombi colla rete, e in due salti corse dall'Elisa.

-- Si pu?

-- Avanti!

Nella cameretta buia, le tendine erano calate e le persiane chiuse, si
respirava un profumo di _vinaigres_ e di _violettes_, che ad altri
avrebbe forse dato il mal di capo; ma a Prandino invece ricreava e
irritava i sensi: era l'odore particolare della sua donna.

L'Elisa gli venne incontro mostrandoglisi a poco a poco nell'oscurit,
ancora pi bionda, ancora pi bianca e ancora pi bella del solito. Si
movea lentamente con un languore pieno di sentimento, con una stanchezza
piena di fascino e cogli occhi, ch'ella s'era fatti ancora pi profondi
col _keul_, cos che dal suo volto e da tutta la sua persona apparivano
a Prandino le tracce, a lui tanto care, della notte che aveano passata
in gondola, soli, soletti.

-- Che vuoi, cara?

Nella camera si sentiva la respirazione grave, affannosa del giovinotto.

-- Nulla. Voleva darti un bacio prima di scendere.

Prandino, tremante di volutt, voleva stringerla, baciarla, morderla,
fors'anco: ma lei no; gli si oppose, e lo stacc da s risolutamente.

-- Andiamo; basta; sta quieto, bambino.  ora d'andare a pranzo.

E visto che l'altro stava fermo, intimidito, gli si appoggi al braccio,
gli sorrise di nuovo col suo languore di donna stanca, affranta, e
scesero insieme, ninnolandosi un po' lungo le scale, nella _salle 
manger_.

Ma, proprio, la fortuna di noi miseri mortali pende da un filo
invisibile come la famosa spada di Damocle: quando pareva che tutto
andasse a seconda all'Ariberti, che tutto lo accarezzasse, anche i
piedini di Elisa, manc poco ch'egli non si strozzasse con una lisca di
pesce.

Il direttore dell'albergo, ch'era come sempre tutto daddoli per la
Contessa del numero quaranta, fino a degnarsi di servirla lui e di
domandarle ogni tanto se la portata non le piaceva, o se desiderava che
le fosse cambiata, era entrato in sala con un piego sopra un vassoio
d'argento.

-- Un telegramma per la signora Contessa! -- e glielo porse inchinandosi
graziosamente.

L'Elisa lo ringrazi piegando il capo e girando gli occhi, ma poi,
appena aperto il telegramma, arross, sorrise, parve confondersi, e lo
pass in fretta alla Cecilia.

--  del Maggiore -- pens subito Prandino fra s e s, e fu proprio
quello il momento, che la lisca gli and a traverso.

La Cecilia guard sua madre, aggrottando le ciglia per capir qualche
cosa, ma senza parlare. Elisa le strizz l'occhio, poi:

--  di tuo marito -- le disse continuando a sorridere, tutta rossa in
viso a dispetto della cipria. -- Vuol sapere se abbiamo fatto buon
viaggio.

Prandino rialz il capo respirando, ch la lisca, a quelle parole, trov
la sua strada diritta, e il buon ragazzo, tutto consolato, non si adir
nemmeno contro Gegio, che, con una pallottola di pane, era riescito a
colpirlo proprio in un occhio!...

Povero Prandino!... Meglio per lui, del resto, ma ad ogni modo era un
osservatore assai superficiale. Se no, come avrebbe potuto credere che
la Cecilia cos taccagna, non uscisse in una sfuriata contro l'onorevole
sotto prefetto, quando davvero egli avesse spesa una lira per avere le
notizie, mentre se ne poteva levare il gusto qualche ora pi tardi, con
una cartolina da due soldi?...

Il giorno dopo Badoero pass apposta dalla _Gondola d'oro_ e lasci
detto al portiere che avvertissero il conte degli Ariberti di non
mancare al vaporetto delle tre.

L'Ariberti alle due e cinquanta era gi sul ponte coll'Elisa, Gegio e la
Cecilia che teneva in mano un cuscino di tela greggia con in mezzo lo
stemma in rosso e la corona dei Navaredo, perch, nel suo stato,
soffriva a sedersi sulle panchette dure di legno.

Badoero non si fece aspettare: vestito come un cuoco, tutto di bianco,
profumato, unguentato, impomatato, entr sul vaporetto lentamente e
leggermente, dondolandosi sulle gambette lunghe e molli e passando dal
montatoio sul ponte con un salterello da cavallerizzo. Appena scorse
Prandino, lo salut con un cenno lieve del capo e poi gli si avvicin
nella corsia, dritto, impalato, guardandosi attorno con occhiatacce
assassine e dispensando saluti, sorrisi e scappellate fra le bagnanti
che gi si accalcavano sul vaporetto e lo riempivano di risa, di
chiacchiere e di colori.

Prandino gli venne incontro e lo raggiunse a mezza strada.

-- _Ciao_.

-- _Ciao_, mio caro!

-- Se lo permetti, -- e Prandino gli parl all'orecchio stringendogli un
braccio colla mano, -- ti presento alla contessa Navaredo, di Vicenza, e
a sua figlia, la contessina d'Abal.

Badoero, che in tutte quelle bagnanti cercava invano una mima del teatro
del Lido, per la quale sentiva del tenero assai, continu a guardarsi
d'attorno, ma rispose un _ooh!_ lungo, eloquentissimo, accompagnandolo
con un inchino e mosse dietro ad Ariberti, che camminava male fra tutta
quella gente stipata, dispensando altrettanti _pardon!_ quante erano le
punte dei piedi che incontrava colle sue.

-- Contessa, Contessina: il conte Badoero, mio cugino.

Questa volta furono le due signore che mormorarono un _ooh!_ molto pi
debole per e molto pi corto, chinando il capo leggermente. L'Elisa
arross: gi, alla sua et, aveva imparato ad arrossir sempre, quando
credeva che le stesse bene.

--  la prima volta quest'anno che vengono al Lido? Gi, gi,
sicuramente, perch Ariberti m'ha detto che sono arrivate appunto
l'altro giorno. Venezia per la conoscono? Non si domanda nemmeno,
diamine! da Vicenza a Venezia  la corsa di un paio d'ore. Che tempaccio
ieri! Loro signore non avranno preso il bagno, mi figuro?... Sfido io!
chi doveva arrischiarsi, ieri, d'andare al Lido? Non ci fu altri che
quel matto di Roders, un americano, un mio amico, che ha fatta la
traversata in _sandolo_.

-- Quanta gente che continua a salire! -- esclam la Cecilia accomodandosi
sul cuscino e stringendosi vicino all'Elisa. -- Vorr dire per che
quando saremo stipati come le acciughe chi sar capitato tardi se ne
ritorner indietro.

-- O aspetter un altro vaporetto. Gi, partono ogni venti minuti.

-- Oh mio Dio, mio Dio! che puzzo di carbone! Che, che! io non ci posso
resistere, non voglio gi beccarmi il dolor di testa per nessuno, io! --
esclam la Cecilia quando proprio il vaporetto era pieno.

Non c'era verso, dovettero passare dall'altra parte, urtando e pigiando
quella folla, la Cecilia facendosi da guardinfante colle due mani e
fissando la gente, che stentava un po' a muoversi, cogli occhietti
loschi dalla bile.

Elisa le teneva dietro con aria distratta, forse per fare impressione a
Badoero, il quale allungava sempre il collo cercando la mima che non
trovava mai. Il conte degli Ariberti veniva l'ultimo, tutto rosso dalla
vergogna, strascinandosi Gegio con una mano e coll'altra tenendosi
stretto sotto il braccio il cuscino stemmato.

-- Oh, finalmente! -- esclam la Cecilia, quando si fu di nuovo adagiata.
--  innegabile che una volta, da _Rima_, i bagni erano pi comodi. Oh,
s davvero! E poi si faceva pi presto e si spendeva meno.

-- Oggi, sa, Contessa, c' folla perch  domenica.

-- Anche qui come a Vicenza? -- esclam Prandino: -- la domenica non si pu
andare in nessun luogo.

-- Sicuro: tutto il mondo  paese. Per questo appunto le _nostre signore_
non vengono mai al Lido la domenica.

-- No?

-- No. C' troppa gente. Ma vedranno domani; ce ne sar meno assai e poi
troveranno una _societ_ molto pi _distinta!_

--  vero che al Lido ci sono le carrozze e i cavalli? -- salt su Gegio a
domandare tutto a un tratto, tirando la giacca a Badoero.

-- S, carino. C' il _tramvai_.

-- Mamma, andiamo in _tramvai_? Io voglio andare in _tramvai_!

-- S, s: chetati, carino, si va in _tramvai_, fino allo stabilimento. 
suo figlio? -- chiese poi a Cecilia.

-- Mio figlio. Andiamo, Gegio, da bravo, sta su dritto e saluta il signor
Conte.

Gegio si strinse nelle spalle, e si volt divertendosi a sputare
nell'acqua.

-- Carino proprio davvero; e quanti anni ha?...

-- Tre anni, -- rispose l'Elisa.

-- Per bacco,  molto sviluppato!

-- La _mamma grande_ dice sempre che ho tre anni! -- esclam Gegio,
voltandosi verso Badoero, e dando un urtone a un tedesco. -- Anche l'anno
passato a Lonigo io avevo tre anni!...

-- Finiscila, stupido! -- e la Cecilia gli diede un pizzicotto cos forte
in un orecchio che Gegio divent rosso dalla rabbia e dal dolore e colla
manina chiusa allung un pugno a sua madre. Fra madre e figlio,
naturalmente, stava per succedere una tragedia, quando Badoero, tanto
per volgere altrove l'attenzione, esclam ridendo, ch proprio non
poteva pi contenersi:

-- Oh, ecco Potapow e Jamagata che arrivano gli ultimi; ah, ah, ah! se
non fanno presto restano proprio con un palmo di naso.

Ma Potapow e Jamagata si misero a correre e cos arrivarono a tempo per
imbarcarsi. Potapow era un vecchietto rubizzo, vegeto piuttosto grasso,
e nel vestito era sudicino, anzichen. Aveva la barba intera d'un grigio
giallognolo: parlava sempre, toccava tutto e non istava mai fermo.
Invece, il commendatore Jamagata, lucente nell'abito nero, di una
pulitezza squisita e di una eleganza severissima, alto, dritto,
composto, nel suo genere giapponese era un uomo bellissimo.
Naturalmente, s'era tagliato la coda, ma in compenso si era fatto
crescere i baffi; cio, intendiamoci, non aveva da coltivare che sette
peli alla destra e cinque alla sinistra del naso.

Il russo ed il giapponese si vedevano sempre insieme: ma nulladimeno si
detestavano cordialmente. Fra loro due c'era dell'astio, dell'invidia e
della rivalit. Dicevano corna l'uno dell'altro, si contraddicevano,
garrivano spesso, giocandosi dei tiri, facendosi dei dispettucci e a
volte scambiandosi anche qualche impertinenza. Il russo era allegro e
chiassoso, il giapponese grave e malinconico, il primo assolutista e
avaro, il secondo splendido e liberale, l'uno materialista e scettico,
l'altro sentimentale e credente, quello licenziosetto e spregiudicato,
questo casto e tenero di cuore.

Mentre il vaporetto dal guscio giallo scendeva gi velocemente solcando
l'acqua cristallina della laguna, con la tolda cos tutta coperta dai
vivaci colori delle vesti, dei capelli, degli ombrellini verdi, rossi,
bianchi da sembrare un gran cesto carico di fiori, successe la
presentazione del Conte e del Commendatore alle contesse Navaredo e al
conte Eriprando degli Ariberti. Il giapponese si sedette vicino
all'Elisa, il russo rimase in piedi dinanzi a Cecilia. Jamagata parl
colla Contessa delle melanconiche idealit di Venezia; Potapow consigli
Cecilia a prendere un libretto d'abbonamento pei bagni del Lido,
avvertendola poi di confrontare attentamente le serie delle contromarche
perch alle volte erano sbagliate.

Solamente il conte Eriprando era un po' messo da parte e ci perch egli
non godeva di troppa dimestichezza colla lingua francese. Una volta,
vedendo ch'egli stava l tutto muto, accarezzandosi i baffi e ridendo
quando ridevano gli altri, -- _Parlez-vous franais, monsieur le comte?_
-- gli chiese Potapow.

-- _Oh, trs peu!_... -- rispose Prandino colle labbra strette, e poi
tacque arrossendo, perch dubit di aver detto uno strafalcione; e tanto
per fare un po' il disinvolto, voleva che Gegio ammirasse le isolette
dei _Frari_ e di _Sant'Elena_. Ma Gegio nemmeno gli badava: il ragazzo
fissava Jamagata cogli occhi sbarrati, mangiandosi le unghie.

Prandino cominciava a essere un po' seccato. Quel parlar francese lo
infastidiva: egli aveva creduto di venire a Venezia a far la prima
figura vicino alla contessa Navaredo e adesso invece gli toccava
l'ultima parte.

E gi non ne poteva proprio pi, quando il vaporetto rallentava la
corsa, e poco dopo si fermava all'approdo. Furono aperti gli sportelli,
furon gettati i montatoi, e la gente cominci a scendere. Allora
Prandino lavor tanto bene coi gomiti che riusc in breve a ficcarsi
proprio dietro all'Elisa, e quando ella discese, lui, risoluto, con una
mano appoggiata allo sportello, cacci fuori la gamba sul montatoio, e
le rimase vicino, impedendo il passo a Jamagata.

Intanto la gente prendeva d'assalto i _tramways_, che, appena carichi,
correvano via di trotto, l'uno dopo l'altro.

Jamagata e Potapow, pratici del luogo, non si perdettero in complimenti:
il commendatore salt sul _tramway_ e con tutte due le mani aiut la
Cecilia. Questa vi sal spinta per di dietro da Potapow, che si volse
poi a tirar su anche l'Elisa. Prandino, nuovo in quelle confusioni, e
non abituato a fare l'inglese, s'intimidisce, non ha coraggio di passar
davanti alle signore, e il _tramway_ si riempie: corre in su e in gi,
inquieto, affannato per trovarsi un posto purchessia, ma intanto che
cerca, il _tramway_ si mette in movimento e parte lasciandolo l con un
palmo di naso e con Gegio fra le gambe, il quale, vedendo la mamma
allontanarsi, comincia a piangere e finisce a strillare.

L'Ariberti si guarda attorno, smarrito, mortificato: chiama Badoero: ma
il Badoero s'era dileguato anche lui. L, poco discosto, c'era un altro
_tramway_, mezzo vuoto, che si disponeva a partire. Prandino,
trascinando Gegio, si mette a correre, e vi salta dentro che gi si
muove.

-- Parte per il Lido? -- domanda trafelato al conduttore.

-- No, per Venezia! -- rispose questo ridendo e schioccando la frusta
sulla groppa dei cavalli.

-- Se avessero osato di rispondere cos a mio marito, guai! -- esclam pi
tardi la Cecilia, dopo che Prandino le ebbe contata quella canzonatura,
-- guai!... egli avrebbe buttato quel villano gi dal carrozzone.  vero
per che mio marito non avrebbe certo fatta una domanda cos sciocca: --
soggiunse poi in via di conclusione, per paura che l'Ariberti le potesse
rimaner in credito di una gentilezza.

Quando egli giunse allo _stabilimento_ e attravers la sala del _Caff
ristorante_, scura e bassa pari a quella di una nave, come si affacci
ad una delle uscite che mettevano sulla terrazza, si ferm l su due
piedi.

Il mare tranquillo, in calma, lo accecava col riflesso di un azzurro
largo, ampio, infinito, pi del barbaglio del sole che saettava i suoi
raggi sulle onde calde, con striscie gialle, mobili, scintillanti. A
quell'ora sul mare non si vedeva una vela, nel cielo non correva una
nube, non appariva neppure nella sconfinata immensit d'acqua, di cielo
e di luce, l'ala bianca e rapida dell'alcione.

L'Ariberti, respirando con volutt l'aria frizzante, si mosse, si avanz
verso il lungo parapetto della terrazza; ma allora l'andirivieni
affollato, rumoroso dei forestieri ai bagni e dei veneziani a spasso, lo
tolse dalla sua estatica contemplazione, e quel frastuono babelico, quel
viavai delle fogge pi strane, quel pettegolezzo di colori, lo attrasse
ammirato, come prima lo aveva reso attonito il grandioso spettacolo del
mare, e ci mentre l'acqua ch'egli udiva rompersi e scorrere sotto il
tavolato della terrazza lo impressionava cos, da fargli muover le gambe
con un certo sospetto. Quelle donne belle, eleganti, disinvolte che gli
passavano vicino, lo facevano arrossire senza ch'egli ne sapesse la
ragione. Certo, egli le trovava tutte pi belle dell'Elisa, e pensando a
lei adesso, si sentiva come un po' mortificato. Quelle vesti cos nuove,
quei cappelli cos arditi, che parevano panierini ricolmi di fiori o di
frutta, o ricchi nodi svolazzanti di nastri e di trine, quel lusso,
quella sensualit, gli misero addosso un'invidia indefinibile, un'ansia
infinita di desideri che sentiva confusamente nel cervello, nel cuore,
nel sangue, ma che non avrebbe saputo esprimere; una smania d'essere pur
qualche cosa, in quel mondo a lui cos straniero, di attirare sopra di
s l'attenzione di tutta quella gente che non si curava de' fatti suoi,
che non lo guardava, che nemmeno sapeva chi egli fosse di nome. Si
avvicin al parapetto; gi, nell'acqua, c'era una compagnia di
giovinotti con maglia a righe, come quelle dei _clowns_, che offrivano
un piacevole spettacolo di scambietti, di salti, di capriole, alle
signore che li stavano a guardare dall'alto. Prandino pens allora di
saltar gi, in quella folla, per superare tutti quei nuotatori, per
farsi ammirare!... Ma poi guardandosi attorno, stanco, intristito, e
vedendosi cos solo, mentre molte coppie di donnine e di giovinotti,
passeggiando in su e in gi, combinavano insieme l'amore e la
_reazione_, torn a pensare all'Elisa con un impeto prepotente di
affetto, e insieme con un gran desiderio d'aver anche lui la sua amante
da sfoggiare, e per ricominci a trovarla bella, a sentirsela cara e a
volerle bene.

Fu il Badoero che lo fece tornare in s, dandogli un pizzicotto.

-- Oh, _ciao_, Badoero!... E la Contessa, dov' andata?

-- Dall'altra parte; a spogliarsi per fare il bagno.

-- Io voglio andare a fare il bagno colla mamma grande! -- piagnuccol
Gegio appena ud quelle parole.

-- Appunto; la contessa Cecilia, -- (le conoscenze nuove, si sa bene,
chiamavano contessa anche lei), -- la contessa Cecilia cercava il
bambino, ed era irritata contro di te, perch diceva che ti perdi
d'animo per un nonnulla.

-- E adesso, che cosa si fa?

-- Condurremo il ragazzo da sua madre e poi andremo a fare il bagno anche
noi. Non ti pare?

-- Sicuro, perdina! non vedo il momento di rinfrescarmi.

Il Badoero, tutto consolato perch finalmente aveva sbirciata l'Emma, la
sua mima, gi in mare, che prendeva atteggiamenti plastici a fior
d'acqua, circondata da tre o quattro adoratori, prese lui Gegio per mano
e lo condusse nel compartimento riservato alle donne, raccomandando alla
bagnaiuola che lo facesse entrare nel camerino delle contesse Navaredo.
Poi raggiunse l'Ariberti sulla terrazza donde uscirono tutti e due di
nuovo, per andare a bagnarsi.

-- Sai, -- diceva il Badoero a Prandino, parlando a voce alta, mentre si
spogliavano in due camerini attigui, -- se stasera, sul tardi, ti vedo al
_Florian_, ti presento alla principessa di Lentz e poi andremo da
_Bauer_ a cenare.

-- Grazie, -- rispondeva l'altro dall'altra parte.

-- Se vuoi ti condurr anche al _club_.

-- Grazie.

-- Gi non ti abbisogner nulla; ma, si sa bene, in ogni occorrenza devi
far capitale di me.

-- Grazie.

-- Me ne avrei a male, se non fosse cos.

Uscirono presto, quasi nello stesso punto. Il cugino scese il primo
dalla scaletta; l'altro gli tenne dietro.

L'acqua era bassa, non arrivava a toccar loro le ginocchia.

-- Sei nuotatore, non  vero?

-- Figurati: nuotatore d'acqua dolce!...

-- Tanto meglio, cos andremo al largo.

-- Sicuro.

-- Passeremo dall'altra parte, dove ci sono le signore.

-- Ma, non  proibito?

-- Che!  proibito avvicinarsi alle signore dentro allo steccato: ma
fuori non c' nessuno che possa trovar nulla da ridire.

-- Tanto meglio!

Camminando nell'acqua, si lasciarono dietro la folla dei nuotatori
inesperti che facevano il chiasso, vociando, ridendo, spruzzandosi gli
uni cogli altri, tuffandosi a vicenda, o dondolando, come salami, appesi
alle corde.

Quando il fondo cominci a mancare, i due cugini si allungarono, si
distesero e nuotarono via, filando velocemente.

L'acqua era calda: il sole dall'alto dardeggiava infocato.

-- Vedi la Contessa? -- chiese il Badoero a Prandino.

-- No, non vedo che la D'Abal sulla terrazza: minaccia Gegio
coll'ombrellino, perch non vuol lasciarsi tuffare dal bagnaiuolo.

-- La D'Abal, naturalmente, non far bagni...

-- No.

-- Si capisce.

-- Oh! eccola, la Contessa! Nuota sola sola: esce adesso dallo steccato!

-- Per bacco! Ci vedi da lontano cogli occhi del cuore....

-- Tu scherzi, cuginetto mio!...

-- No davvero! E te ne d subito una prova: io mi fermo qui coll'Emma e
ti lascio libero.

La piccola Emma, con una maglia rossa, scollata, che la faceva
distinguere a mezzo chilometro di distanza, ferma, in piedi, pi vicina
alla riva, usciva dall'acqua -- dalla cintola in su -- come Farinata dal
fuoco: per l'Emma a vederla cos, non metteva punto sgomento.

-- _Voi ti, giavan, adess te vegnet gi?_ -- questo fu il saluto dato
dalla Venere _meneghina_ a Badoero, il quale, al suo apparire, fece
allontanare due o tre giovinottini che le boccheggiavano d'intorno, come
all'avvicinarsi di un pesce pi grosso, i pesciolini minuti si
disperdono, guizzando via lesti lesti.

Quando Prandino raggiunse l'Elisa, questa cominci a nuotare di fianco:
aveva avuta anche l'altra furberia d'indossare un camiciotto da bagno
molto scuro e cos, bench l'acqua fosse limpida, riusciva a nascondere
il soverchio rotondeggiare delle sue forme: precauzioni affatto inutili,
del resto, per il buon Prandino, ch egli era innamorato, e si sa bene:
pi ce n'era di quella donna e pi ne amava!

-- Sei tu?

-- S.

-- Come hai fatto a ravvisarmi cos di lontano, sotto questo
cappellone....

-- Lo sai bene: io ti vedrei anche se tu fossi in capo al mondo.

Prandino ansava e nuotava adesso con maggior fatica. Le braccia bianche,
il piedino lungo, elegante, e le gambe rotonde della Contessa, vedute
cos sott'acqua, gli toglievano il respiro.

-- Sei stanco?

-- Tutt'altro.

-- Andiamo un po' fuori?

-- Come vuoi. Gi bisogna venire in mezzo al mare per trovarti sola.

-- Sai che Jamagata ha gi cominciato a farmi la corte? -- E l'Elisa diede
in una risata, uscendo fuori dall'acqua con un braccio per accomodarsi
il cappellone di paglia.

-- Me ne sono accorto; e tu, non c' che dire, te la lasci fare per
benino!

-- Che vuoi? Un giapponese, non m'era ancora capitato!

-- Cio?...

-- A proposito, bambino, non dir nulla con Cecilia, che siamo usciti
insieme a nuotare, se no, mi fa certe prediche noiose che non finiscono
mai! -- Fra le altre _fanciullaggini_, all'Elisa era rimasta anche
questa, di fingere cio ch'ella fosse tenuta d'occhio da sua figlia.

-- Per me, io non le dico nulla di sicuro!... Ma senti, cara, non ti
lascerai fare la corte da Jamagata: me lo prometti, non  vero?

-- Chi lo sa?  tanto sentimentale! -- L'Elisa guizz nell'acqua, girando
sopra s stessa e fremendo dal piacere.

Prandino le si cacci ai fianchi: -- Giurami, che mi hai risposto cos
per ischerzo!...

-- Tirati in l; andiamo, tirati in l, ch mi fai bere.

-- Ti far bere apposta, se continui a far la civetta!...

-- Andiamo, andiamo!... Sei matto! Nuota pi distante, ch, se ci vedono,
fo davvero una bella figura!

L'Elisa non ischerzava pi: Prandino si allontan subito da lei.

-- Vuoi che ritorniamo indietro?

-- Come desideri!

-- Si sta cos bene qui soli, in mezzo all'acqua.

-- Ti diverti, Prandino?

-- Assai!

-- Come ieri sera?

-- Oh, no! Ieri sera, per modo di dire, fu il pi bel giorno della mia
vita.

-- Quanto sei sciocco!...

-- Sfido io: ti hanno abituata allo spirito del Giappone.

-- Giappone o Cina, sta sicuro che Jamagata di queste sciocchezze non ne
dice!

-- Bada!... ti fo bere!

-- Tirati in l!...

-- Perdinci, come ti sei fatta paurosa!...

-- Andremo ancora un'altra sera in gondola; e prenderemo con noi anche
Cecilia, non  vero? -- L'Elisa aveva detto ci per ischerzo, ma vedendo
che l'altro in acqua come in terra prendeva il cappello colla stessa
facilit. -- Non arrabbiarti, permaloso che sei -- aggiunse subito -- non
capisci che l'ho detto per ridere?

-- Dammi la mano....

-- No....

-- Dammi la mano!

-- No. Non fare scherzi, sai: non mi accomoda! -- E l'Elisa si volt per
ritornare verso lo _stabilimento_.

-- Oh Dio! -- esclam -- quanto ci siamo allontanati.

Difatti sulla sabbia bigia della riva, i bagnanti che vi formicolavano
qua e l, sembravano altrettanti bambini: lo _stabilimento_ basso,
angusto, ristretto, pareva poco pi grande d'un balocco.

Nuotavano tutti e due adagio adagio, senza parlare: lui un po' indietro,
intento cogli occhi per iscoprire sotto l'acqua tutti i movimenti
dell'Elisa, e lei godendosi, colle pupille socchiuse, il barbaglio della
luce calda, molle, snervante, che sollevava dal mare un odore acuto di
alghe e di sale.

-- Chi  quel cappellone laggi, che nuota dritto verso di noi? -- chiese
Prandino, sempre pieno di sospetti, alla sua compagna, indicandole un
coso lontano che sembrava una zucca gialla, galleggiante a fior d'acqua.

-- Non so, non vedo nulla -- rispose l'Elisa. Per, la perfida non diceva
la verit nemmeno questa volta!... Tanto  vero che incresp le labbra a
un sorriso di soddisfazione e che, colla scusa di accomodarsi di nuovo
il cappello, lev fuori dell'acqua un braccio bianchissimo, grassotto,
che ebbe cos, grondante sotto il sole, un momentaneo luccicho. Poi
torn a nuotare di fianco, molto di fianco, allungando e allargando i
movimenti.

-- Ti dico che quello l ci viene incontro! -- torn a ripetere Prandino
coll'innocenza che gli era abituale. Ma poi, quando si avvicinarono
ancora di pi ed egli pot adocchiare chi ci stava sotto il cappellone,
il suo povero cuore gli cominci a saltar dentro come se gli battesse la
furlana e quella larga distesa d'acqua azzurra gli gir attorno alla
vista.

-- Contessa.... arriva da.... Trieste?!

Maledizione! era proprio lui, il Maggiore!

-- Addio Del Mantico! Ritorno col conte Eriprando, da una bellissima
traversata.

L'Ariberti non pot dire una sola parola: per superarsi, per vincere la
commozione di quella sorpresa cos sgradita, acceler troppo i
movimenti, per lo prese un po' d'ansia, d'affanno, e, mentre gli altri
due si scambiavano dei complimenti graziosissimi, lui diede gi una
bevuta cos abbondante, che lo fece starnutire per un pezzo.

-- Conte, si beve?

-- Si beve e si beve amaro!

Prandino continu a sputare, a schiarirsi la gola, e a soffiar l'acqua
dal naso.

Il Maggiore, veduto in maglia da bagno, non era avvenente per nessun
verso. Egli non aveva la malizia dell'Elisa, che nuotava di fianco, e
per si vedeva tutto, cos grasso e grosso com'era, col collo corto e
largo, col petto setoloso, mentre i baffi gli pendevano molli, cadenti,
rendendo buffo quel suo faccione tondo, bruciato dal sole.

-- Lo sapeva, Maggiore, di trovarmi al Lido?

-- No, non lo sa....peva, ma lo spe....rava.

Anche il Del Mantico era ansante nel parlare. Non era un nuotatore della
forza di Prandino, e nell'acqua si stancava subito.

-- Ma come ha fatto a riconoscermi cos da lontano, e senza
l'occhialino?...

-- Mi fu indi...cata dalla contes...sina Cecilia!

-- Strega del diavolo! -- borbott Prandino, la cui grande infelicit
riempiva adesso, per lui, tutto quell'immenso spazio d'acqua e di cielo.

L'Elisa, pratica di tali scene, cap che la posizione poteva farsi un
po' difficile, e pens bene di lasciare soli i due rivali a sbrigarsela
come credessero meglio.

-- Qui, signori miei, bisogna dividerci, se non vogliamo far nascere
scandali.

-- A ben rivederla, Con...tessa!

-- Si ferma a Venezia, Maggiore?

-- Potrebbe.... darsi!

-- Allora, _au revoir!_

-- _Au revoir_.

L'Ariberti non salut nemmeno la Contessa, che fil via dritta dritta,
verso il compartimento delle signore; invece cominci a nuotare come i
cani, sbattendo l'acqua colle mani e coi piedi.

Il Maggiore aveva fatto uno sforzo e non ne poteva pi; buon per lui che
si cominci presto a toccare il fondo! Prandino continu a tenersi muto,
il Maggiore ugualmente, e tutti e due salirono ai rispettivi camerini,
per due scalette differenti.

Quando l'Ariberti si trov chiuso, solo solo nella sua gabbia, rimase l
per un momento, come istupidito dall'affanno e dal dolore; ma poi,
mentre si asciugava, cominci a piangere, e a piangere dirottamente.

Povero ragazzo!..




CAPITOLO IX.


-- Quando ho veduto che c'era quell'altro, ho fatto tutto il possibile
io, perch il Del Mantico non ti corresse dietro -- diceva la Cecilia,
mentre aiutava la mamma a vestirsi -- ma non sono stata buona di
trattenerlo: pareva che avesse addosso l'argento vivo!....

-- Meglio cos: meglio cos!.... Ho sempre veduto che cogli uomini,
quello che non si ottiene coll'amore, si ottiene colla gelosia. Dammi un
po' di _crme_.

-- Bianca o rosa?

-- Rosa.

-- Credi che il Del Mantico questa volta dica davvero?

-- Che vuoi? ancora non ci vedo chiaro -- continuava l'Elisa, mentre
guardandosi nello specchio si toccava qua e l leggermente, colle dita
intinte nella manteca, le labbra e le narici. -- Ancora non ci vedo
chiaro. A volte mi pare di s, a volte mi pare di no.

-- Tuttavia il telegramma di ieri e il fatto di esser capitato oggi a
Venezia cos a precipizio....

-- Certo che dell'Ariberti  molto geloso!...,

-- Vedi un po'?....  geloso di quello stupido!

-- Stupido non tanto, e poi ha un bel nome, e in fin dei conti  anche un
bel ragazzo!....

-- Sar!.... Ad ogni modo  troppo giovine perch ti sposi.

-- Oh! in quanto all'et non vuol dire!

-- Ma poi  uno spiantato.

-- Questa piuttosto,  una buona ragione.

Mentre l'Elisa terminava d'acconciarsi, la D'Abal e il conte Potapow
combinarono di fermarsi al Lido a desinare. Di solito, avea detto il
Conte, servivano un pranzo fisso, a tre lire e cinquanta, senza vino,
abbastanza buono. Jamagata, interrogato anche lui in proposito,
consigli invece di desinare _a la carta_.

Potapow si strinse nelle spalle e non gli rispose nemmeno. Fra loro due
poi successe un battibecco vivacissimo quando si dovette scegliere la
tavola. Potapow ne voleva una vicina alle sale, cos erano meglio
riparati: Jamagata invece la preferiva sul mare, perch se non si doveva
godere della vista del mare, allora era inutile di fermarsi al Lido: e
concluse che chi aveva paura del raffreddore poteva ritornarsene a
Venezia. La Cecilia li lasci bisticciare senza entrare in mezzo: era
troppo affaccendata a far capire al cameriere che pranzavano in sette,
ma che dovevano apparecchiare per otto, perch in compagnia c'era un
bambino, che aveva poco pi di due anni.

Ma sul pi bello, quando tutto pareva ben disposto, eccoti Badoero che
dichiara di non poter prendere parte a quel _picnic_: non lo disse, ma
ne aveva un altro impegnato colla piccola Emma.

Questa notizia inaspettata turb i calcoli e la quiete della Cecilia e
di Potapow. Per fortuna il Conte si ricord in tempo del cavaliere
Ramolini, il quale poco prima aveva manifestato il desiderio di pranzare
anche lui al Lido, e domand subito alla D'Abal se permetteva che
glielo presentasse, e se la contessa Navaredo, che ormai li aveva
raggiunti, ne sarebbe stata contenta.

-- Si figuri, si figuri; vada subito a cercarlo: contenta la mamma,
contenta io, contenti tutti!

Potapow and correndo in cerca del Cavaliere.

-- Contento io, oh, no: _rien du tout_ -- disse piano Jamagata alla
Contessa. -- Oh! per trovarmi io contento vorrei essere senza nessuno con
voi, _prcisment_; come dite in italiano?.... senza _nessunissimo?_....

L'Elisa, sorridendo, insegn a Jamagata che in italiano si poteva dire
_soli_, _solissimi_, _affatto soli_, mentre Prandino entrava sulla
terrazza da una parte e il Maggiore vi entrava dall'altra: quello,
livido, cogli occhi rossi e un muso al doppio del naturale; il Maggiore,
invece, colla cera soddisfatta e l'occhialino in cerca dell'Elisa,
asciugandosi i capelli corti, brizzolati, con la pezzuola bianca.

Dopo la presentazione del Maggiore a Jamagata, la contessa Navaredo
cont che il bagnaiuolo cercava di farle il galante e che nell'acqua le
stava sempre vicino e che voleva a tutti i costi insegnarle a nuotare,
quantunque lei non ne avesse bisogno.

Di solito, queste narrazioni, fatte apposta dall'Elisa per istuzzicare
un po' l'amor proprio dei suoi adoratori, indispettivano fortemente
Prandino; ma in quel momento egli aveva gi troppa infelicit nel cuore,
perch una gocciola pi una gocciola meno lo potesse far traboccare.
Invece, cominci a sentirsi un po' meglio quando la comitiva si mise a
tavola e la contessa Elisa volle lui alla sinistra, mentre alla destra
c'era gi seduto Jamagata. Allora tocc al Maggiore d'impermalirsi:
difatti, egli si cacci in fondo, lontano dagli altri, finch Gegio, per
consolarlo, gli cammin prima sui piedi e dopo gli salt sulle
ginocchia.

-- Perch  andato a sedersi cos in disparte, Maggiore? -- gli chiese la
Cecilia.

-- Il bagno forse le ha fatto male? -- gli domand a sua volta l'Elisa,
con una punta d'ironia.

-- Ho fame -- rispose il Maggiore secco secco, per dire qualche cosa.
Prandino, vedendo il Maggiore cos annuvolato, si rischiarava sempre
pi.

-- Verr io, Maggiore, a tenerle compagnia! -- esclam la Cecilia; e, cos
dicendo, si alz di dov'era e and a sederglisi accanto.

Intanto, dalla porta di mezzo, si vide entrare e avanzarsi Potapow,
seguito da un signore dall'aspetto grave, rispettabile, tutto chiuso,
abbottonato fin sotto al mento in un lungo soprabito di _mezza
stagione_.

Questo signore era il cavaliere Ramolini, il quale, dopo i complimenti,
le proteste e i ringraziamenti d'uso, fu messo a sedere anche lui di
fianco alla D'Abal.

-- Domando scusa alle signore, ma vorrei mi permettessero di rimanere
coperto: questa brezza per me  micidiale.

-- Faccia, faccia pure.

-- S'accomodi liberamente.

-- _Sans faons_.

-- _Couvrez-vous monsieur!_ -- e Potapow con una mano gli alz il braccio,
perch non esitasse pi a lungo a rimettersi in testa la tuba grigia.

-- In riva al mare tira sempre un po' d'aria, -- disse, dopo la zuppa, il
cavaliere Ramolini, il quale parlava poco, ma in compenso, di tanto in
tanto, usciva con delle scoperte che facevano molta impressione.

Il pranzo fu abbastanza animato: se Jamagata trovava tutto cattivo,
Potapow, viceversa, affermava che tutto era eccellente, e la Cecilia
mangiava anche per il Maggiore, che si faceva sempre pi ammusato a mano
a mano che Prandino diventava persino spiritoso, tutto consolato dalle
tenere amabilit che gli prodigava l'Elisa.

Gegio non seccava nessuno perch dormiva: la lezione di nuoto lo aveva
infiacchito. E poi, una volta sola che os dire alla Cecilia,
indicandole Jamagata: "Guarda, mamma, com' rimasto giallo anche dopo il
bagno!", si prese un altro pizzicotto sull'orecchio, cos forte, che non
fiat pi per un pezzo, finch termin coll'addormentarsi.

Alle frutta, Jamagata volle che la Contessa lasciasse a mezzo una pesca
duraccina, per ammirare la bella vista.

Il mare aveva preso adesso, coi riflessi del tramonto, una tinta verde
chiara con delle strisce rossicce e violacee, mentre lontano
sull'orizzonte apparivano le vele a triangolo di tre paranze,
sfacciatamente colorite d'un giallo dorato.

-- Ah, se ci fosse mio marito!.... Come sarebbe contento! -- esclam la
Cecilia, estatica.

-- La contessa d'Abal non  mai stata a Dieppe? -- le domand Ramolini.

-- No.

-- Oh!.... -- fece il Cavaliere con un sorriso di compassione, e poi
strinse le labbra come per indicare che l ci dovea essere del bello
assai.

-- Che vuole? -- soggiunse la Cecilia, quasi scusandosi -- i figli!.... -- e
cambi di posto colla seggiola, perch a un tavolo l vicino c'era un
signore che fumava spagnolette.

-- Gi, gi, -- concluse Ramolini.

Ramolini non diceva mai uno sproposito: parlava poco, ma quel poco era
per dire che il sole di luglio  caldo, che l'aria di gennaio  fredda e
che un _risotto coi peoci_ leva l'appetito: tutte verit sacrosante.

Quando egli era costretto a esprimere il suo _debole parere_ sulla tal
persona o sulla tal'altra, non diceva una parola, ma aveva certi sorrisi
che rovinavano una riputazione, certi atti ammirativi che mettevano un
uomo sul piedistallo. Senza avere mai scritta una riga e avendone lette
pochine, nulladimeno pizzicava un tantino di letterato: si faceva vedere
al caff col _Provveditore agli studii_; ogni giorno dava una capata in
biblioteca, e s'era fatto presentare a Carducci; ma anche in
letteratura, come nel resto, aveva un metodo di critica sicuro:
parlavano, per esempio, di Torelli o di Paolo Ferrari? egli si metteva a
sorridere e pronunciava un nome: -- Augier! -- C'era discussione sulla
_Giacinta_ o sui _Malavoglia?_ e lui, dopo d'essere stato sempre zitto,
tornava a sorridere ed esclamava con un sospiro: -- Zola! Oh, _les
Rougon-Macquart!_ -- Dopo di aver osservato attentamente per un quarto
d'ora, sull'_Illustrazione_, la copia di un quadro della scuola italiana
moderna, si stringeva nelle spalle, e: -- Jrome -- esclamava -- Oh,
Jrome!.... -- e buttava la rivista sul tavolino con un moto di
dispetto.... Anche Carducci, sicuro, quantunque Ramolini lo conoscesse
personalmente, anche Carducci impallidiva dinanzi ai poeti della
Francia, perch, gi  inutile, ma per la Francia il Cavaliere ci aveva
un debole.

Qui da noi, in Italia, dove tutti facciamo un po' di tutto, il poeta, il
droghiere, il ministro, il pittore, il sotto-prefetto e il lustrascarpe,
Ramolini, che non aveva mai fatto nulla, per non esser buono a far
nulla, rappresentava una lodevole eccezione, e godeva molto credito.
Andavano tutti d'accordo nel riconoscere il suo ingegno, nel vantare la
sua coltura. Quando era un giovinotto: -- Ramolini, dicevano,  un po'
inerte, ma il giorno che si metter a lavorare, far delle grandi cose.
-- Adesso aveva cinquant'anni, era cavaliere come gli altri, ma ancora
non aveva _estrinsecate_ le proprie facolt intellettuali che sotto una
sola forma: la _dimissione_. Ramolini si dimetteva sempre, appena
nell'ufficio pubblico, al quale era stato eletto, avrebbe dovuto
cominciare a far qualche cosa. -- Che importa ci? -- diceva il buon
pubblico -- Ramolini non sar un ingegno _produttivo_, ma resta sempre un
bell'ingegno e _solido!_ -- e molte volte interpretava quelle sue
dimissioni come piccoli colpi di Stato.

A dir corto, dacch era venuto al mondo, egli non faceva che tacere e
curar la salute; la curava male, per che esagerando nelle cautele e
abusando dei lenitivi, era sempre mezzo indisposto.

Quando servirono il caff, si levarono tutti da tavola e si avvicinarono
al parapetto della terrazza, tranne Gegio che fu lasciato solo a
dormire.

-- Bada, mamma, che il troppo stroppia! -- disse la Cecilia piano
all'Elisa, indicandole il Maggiore che aveva chiesto al cameriere
l'_orario_ delle ferrovie.

-- Lascia stare, che ne so pi di te!

L'Elisa prese il braccio di Prandino, ch'era tanto fuori di s dalla
consolazione da lasciarsi andare fino a parlar francese con Jamagata e
con Potapow, e si fece condurre nella sala in fondo alla terrazza dove
c'era un _maestro_ che suonava disperatamente il pianoforte.

-- Mi vuoi bene? -- le domand Prandino pieno di buona fede.

-- Sei molto seccante!.... In tutto il giorno non hai proprio altro da
dire!

Elisa non si ferm punto nella sala, ma ritorn subito dov'era il
rimanente della comitiva.

L stavano tutti persuadendo il Maggiore a fermarsi per il _fresco_:
c'era la serenata di gala sul _Canal Grande_.

Il Maggiore s'impuntava duro sul no, ma tutti quei discorsi inquietavano
Prandino, al quale battea forte il cuore per la paura che il Del
Mantico, dopo tante chiacchiere, finisse col cedere e col dire di s.

-- Animo, da bravo, bisogna essere compiacente colle signore! --
continuava quella petulante della Cecilia, mettendosi in saccoccia pezzi
di zucchero, per Gegio -- diceva lei! -- Invece di stasera non potrebbe
partire domani colla prima corsa?

-- Ma lascialo andare, Cecilia, non insistere cos, non seccar la gente.
Il Maggiore, si sa bene, non  libero: avr qualche _affare di servizio_
che lo obbligher assolutamente a passare le sue notti a Treviso!....
dunque.... non dobbiamo essere indiscreti! -- e detto tutto ci con
vivacit, Elisa sorrise molto ironicamente.

-- Oh! per gli _affari di servizio_ -- rispose il Maggiore senza guardare
in faccia l'Elisa -- tanto sono in licenza e posso fare quello che pi mi
accomoda.

-- Allora si resta! -- replic subito la Cecilia.

Il Maggiore non rispose nulla: Prandino si sent mancare il fiato.

-- Lei, Maggiore, se vuol dire la verit, ha qualche cosa per la testa.
Andiamo andiamo, mi dia braccio e si confidi con me. Chiss che non
siano cose che non si possano aggiustare!.... Che ne dice, Cavaliere?

-- Mah! A una cosa sola non c' rimedio: alla morte.

Jamagata a queste parole guard l'Elisa sospirando profondamente:
Potapow si mise a ridere.

Il Del Mantico si alz, offerse il braccio alla Contessina e camminarono
lentamente in su e in gi lungo la terrazza.

Prandino li seguiva colla coda dell'occhio, inquieto, perch vedeva il
Maggiore che gestiva con molta animazione.

-- Troverei inutile, -- disse poi all'Elisa, un po' titubante, ma
facendosi coraggio per tastare il terreno -- troverei inutile che la
Contessina dovesse insistere perch il Maggiore si fermasse alla
serenata: tant', in una gondola non ci possiamo star tutti, e per
bisognerebbe dividerci.

La Contessa, che adesso pareva molto distratta, non rispose nulla, ma
Jamagata e Potapow si scusarono di non poter andare con lei al _fresco_
avendo gi ricevuto un invito dalla principessa di Lentz.

Il giovinotto si faceva sempre pi inquieto: i discorsi della D'Abal
con il Del Mantico non finivano mai, ed egli non ne potea proprio pi;
tuttavia quando essa gli si avvicin e gli disse piano di fare i conti
anche per sua madre e per lei, Prandino non os fiatare e correva gi al
banco.

-- Conte Eriprando!.... Scusi!... Senta un momento!....

Prandino le torn vicino, tutto umile e premuroso.

-- Si ricordi bene che Gegio non paga! Non mi faccia i soliti pasticci,
le solite confusioni!....

Mentre Prandino regolava i conti, e in quel mentre, numerando i suoi
capitali, si trovava mancante di sette lire, senza che sapesse come e
dove le avea gettate, le nostre dame, seguite dai rispettivi cavalieri,
uscirono dallo _stabilimento_ per aspettare il _tramway_. Prandino per
li raggiunse subito, tutto in orgasmo, temendo di perdere il posto
buono; quello, si sa, vicino all'Elisa. L'Elisa infatti, che s'era
tenuto Gegio con s, lo mand da sua madre; cos Prandino pot sedersi
al suo fianco, tutto glorioso e trionfante. Se non avesse avuto due
spine, le sette lire che non riusciva a trovare come le avesse spese e
la faccia del maggiore Del Mantico che, dopo le chiacchiere colla
Cecilia, parea meno scura, egli sarebbe stato felice. E non felice
solamente in _tramway_, ma anche dopo, sul vaporetto, ritornando a
Venezia.

L'Elisa se lo teneva vicino e gli sorrideva, accarezzandolo con lunghe
occhiate: si era tolta il velo perch la brezza viva della laguna glielo
portava via, e cos nell'ombra il suo volto pallido, bianco, non ci
perdeva nulla neanche scoperto.

-- Fa freddo! -- esclam Ramolini, appena il vaporetto si stacc dalla
riva, cacciandosi la tuba sulle orecchie e stringendosi attorno il
soprabito.

Jamagata disse di no, che non faceva freddo: Potapow allora si abbotton
l'abito in fretta e si leg un fazzoletto attorno il collo per ripararsi
la gola.

Il cielo, di una trasparenza leggerissima verso il mare, dall'altra
parte, sopra Venezia, era sparso, attraversato da nuvolacci neri,
minacciosi, rotti gi basso, dietro ai monti, da una fascia rossa di
fuoco. Intanto

    "a poco a poco.... la notte era discesa"

e mentre le isolette della laguna qua e l fra le ombre apparivano
scure, silenziose come fantasmi, Venezia gaia, rilucente, splendeva nel
fondo, colla sua lunga riva illuminata.

-- Ci sarebbe pericolo, Cavaliere, che ci piova sopra al _fresco_ di
stasera?

-- Mah! -- rispose Ramolini guardando per aria. -- Mah!....

-- _Oh! madame la comtesse!.... Oh! la belle vue!_.... -- esclam
Jamagata, rapito in estasi, mentre indicava Venezia all'Elisa.

Tutti s'erano levati in piedi, rivolti verso Venezia, esprimendo ognuno
alla sua maniera, tranne, s'intende, il cavaliere Ramolini, la propria
ammirazione.

-- Finalmente! -- esclam Prandino, tutto a un tratto, mentre il
vaporetto, facendo il giro della laguna, per fermarsi allo sbarco,
passava lento dinanzi alla piazzetta illuminata -- finalmente! adesso mi
ricordo!

-- Che cosa, Conte? -- gli domand piano l'Elisa.

-- Nulla, nulla, -- fece l'altro, rimettendosi.

S'era ricordato allora come aveva spese le sette lire; e per, liberato
da quel peso, pot commoversi anche lui dinanzi alle meraviglie della
riva incantata.

Appena discesi a terra, cominciarono i saluti, i ringraziamenti e le
espressioni del piacere reciproco per la fatta conoscenza.

-- E il Badoero? -- domand Prandino -- non s' pi visto?

Il Badoero era rimasto a teatro, al Lido. Tutti notarono allora ch'egli
si era dileguato in una maniera poco cortese.

-- Almeno si fosse degnato di salutarci! -- brontol la Cecilia.

Prandino tent difenderlo, ma le sue parole furono accolte dalla
disapprovazione generale.

-- Giovent, -- disse Ramolini, sorridendo con uno di quei sorrisi che
levavano la pelle.

Il Cavaliere aveva accettato di seguire il _fresco_ anche lui, in
gondola colle signore. Soli Potapow e Jamagata abbandonarono la
comitiva, e tutti e due, per punizione, dovettero ricevere un bacio da
Gegio, che aveva la faccia tutta sudicia e ancora assonnata.

Prima per di allontanarsi, Jamagata, stringendo la mano all'Elisa, le
confid che si sentiva molto _malheureux_, per doverla lasciare, e
Potapow regal un ultimo buon consiglio alla Cecilia: di offrire ai
gondolieri la met di quello che avrebbero domandato di noleggio per la
sera.

Difatti, questo gran contratto non fu concluso tanto presto. Il conte
Ariberti dovette andare innanzi e indietro almeno una mezza dozzina di
volte; finalmente si combin per sei lire, non compresa la mancia.

--  caro, non  vero? -- domand la Cecilia al Ramolini.

-- S.... e no.

Quando l'Elisa fu seduta sul _trasto_ colla figlia, vedendo che il
Maggiore si disponeva a imbarcarsi:

-- Come! Non parte pi Del Mantico? -- gli domand, sempre sorridendo con
ironia: ma per, questa volta, con un'ironia molto pi dolce.

-- Partir colla corsa delle undici! -- e il Maggiore guard la Cecilia,
che sorrise anche lei.

-- Per le undici, sa, Maggiore, non saremo a terra di sicuro, -- avvert
Prandino, che sperava ancora.

-- Ebbene, vuol dire che non partir.

Questa risposta fu detta con un tono cos asciutto che Prandino non
fiat pi; invece, senza far complimenti, scese in gondola prima del
Maggiore e and a sedersi sulla panchettina accanto all'Elisa. Ma un
gondoliere lo fece subito alzare e gli cambi posto, per regolare il
peso della gondola e destin proprio il Del Mantico a seder vicino
all'Elisa.

Le cose tornavano a prendere una cattiva piega per il povero
Prandino!....

Appena che la gondola si mosse, la Cecilia, vedendo che ci sarebbe stato
un posto disponibile perch Gegio poteva mettersi benissimo fra le
ginocchia dell'Ariberti, ripigli una seconda sfuriata contro il
Badoero. Se c'era Badoero,  naturale, avrebbe pagata anche lui la sua
parte e la spesa sarebbe stata minore. E poi la Cecilia, che non vedea
Prandino di buon occhio, si godeva tormentandolo anche a proposito di
quel suo cugino ch'egli aveva dipinto e magnificato come se fosse un
Baiardo redivivo.

L'Elisa, invece, taceva sempre: aveva troppa dignit di s stessa per
curarsi lei di chi si mostrava poco sollecito delle sue grazie.

-- E tutto questo, per chi poi?.... per una _figurante_ di
terz'ordine!....

-- Mamma, che cosa sono le _figuranti_? -- domand Gegio.

Prandino taceva, tutto avvilito e mortificato.

-- Dormi adesso; non seccare! Ancora -- continu la Cecilia -- ancora
capirei se si fosse impegnato, come il Commendatore e il conte Potapow
colla principessa di Lentz!....

A questo nome il Ramolini sorrise col suo ghigno demolitore.

-- Come?.... Non  forse vero che il Conte e Jamagata avevano ricevuto un
invito per questa sera dalla Principessa?....

Ramolini chin il capo affermativamente.

-- Dunque?

-- L'ultima principessa di Lentz  morta a Vienna nel 1869.

-- Ma allora, questa qui di Venezia?....

-- Questa signora che si lascia dare della principessa a tutto pasto  la
vedova del capitano Krauss: l'aiutante o il segretario, che so io, di un
principe di Lentz qualunque, il qual principe, morto senza figli,
riconobbe appunto per suo erede il capitano Krauss, che oltre alla roba
si prese, abusivamente, anche il nome ed il titolo.

-- Oh, guarda un po'!....

-- Non  dunque vero che suo padre abbia regnato? -- domand Prandino col
tono dolente di chi vede dileguarsi una gran bella illusione.

-- Mah! vattel'a pesca!.... Secondo chi sar stato suo padre.

-- E allora perch Badoero e tutti gli altri la chiamano principessa?..
continu la Cecilia con dispetto.

-- Perch qui a Venezia ci trovano gusto. A Parigi, invece, madama Krauss
ha fatto di tutto pur di piantarvi radice, ma non vi ha mai potuto
attecchire. Mah!.... la _societ_ parigina!.... _le faubourg
Saint-Germain!_....

-- Prima d'entrarci l dentro!.... -- fece l'Ariberti sgranando gli occhi,
che proprio gli pareva d'esservi nato.

-- Ci vuol altro!.... -- continu il Ramolini. -- I francesi non somigliano
punto ai nostri giovinotti che corrono attorno ai forestieri come i
servitori di piazza, e tanto pi si affannano quanto pi ci vengono da
lontano. A Parigi?.... Che!.... Bisogna vedere!.... Ma gi, Parigi.... 
la capitale della Francia!....

-- C' stato molto tempo a Parigi, Cavaliere? -- gli domand l'Elisa.

-- No. Non ci sono mai stato. Per faccio conto d'andarci.... prima di
morire.

La gondola, mentre si facevano tutte queste chiacchiere, s'era
internata, sempre in mezzo al buio, passando da un rio in un altro,
finch, dopo un lungo tragitto, si trov quasi all'improvviso nel _Canal
Grande_, vicino al _Ponte di Rialto_.

-- Ah! -- esclamarono allora tutti quei della gondola e, da sdraiati, si
rizzarono a sedere per goder meglio lo spettacolo: per, dopo quel grido
di meraviglia, non dissero pi una sola parola: rimasero l muti a
guardare.

Ramolini solo non si commosse; invece si copr le ginocchia con uno
scialletto che gli aveva prestato apposta la Cecilia.

Il _Ponte di Rialto_, dal quale si vedea sporgere gremita una folla di
teste, era cos bianco, rischiarato dalla luce elettrica, da sembrar
quasi trasparente. Lungo il _Canal Grande_, tutto pieno, tutto coperto
di gondole, le case colle finestre e i balconi illuminati, uscivano
dall'ombra, scure, fosche, sotto il cielo chiaro e diffuso; e qua e l,
fra le colonne dei gotici palagi, bruciava a sprazzi come un incendio,
la luce rossa del bengala. Intanto dalla _galleggiante_, elegantissima
pagoda adorna di vive fiammelle e di palloncini di vetro a colori, si
spandeva nel vasto silenzio, la voce di due donne, lenta, squillante.

Era la serenata del _Sabba Classico_:

    _La luna immobile,_
    _Inonda l'etere_
    _D'un raggio pallido._

Tutte le gondole stipate, a ridosso le une delle altre, erano ferme,
immobili: soltanto l'altalena lenta dell'acqua le movea appena come un
largo respiro. Le donne avvolte nei veli, sdraiate sui cuscini, avean la
bocca semiaperta, l'occhio socchiuso. I gondolieri in piedi, ritti, a
capo scoperto. Tutta quella immensa folla ascoltava muta, quasi assopita
da un'onda dolcissima, voluttuosa.

E la canzone continuava:

        _Doridi e silfidi_
        _Cigni e nereidi,_
        _Vogan sull'alighe._

    _L'aura  serena -- la luna  piena -- l'onda beata!_
    _Canta, o sirena! -- canta, o sirena! -- la serenata!_

-- Oh! se ci fosse qui mio marito! -- torn a sospirare la Cecilia, mentre
il Maggiore stringeva, sotto lo scialle, la manina grassoccia dell'Elisa
che, trasportata in estasi anche lei, lo lasciava fare.

Il Ramolini, per questa volta, non sorrise e non cit Gounod; Gegio si
era riaddormentato, e Prandino, povero ragazzo, guardava teneramente
l'Elisa e sognava.... a occhi aperti.

Per, quando le gondole si mossero tutte in una volta, spingendosi e
urtandosi insieme, Prandino, che si trovava l per la prima volta, in
mezzo a quel trameno, cominci a sentirsi intorno qualche vaga
inquietudine e stava attento ai gondolieri che, adesso, affaccendati co'
remi, bisbigliavan fra di loro a voce sommessa, ma vibrata:

-- _Zo quela pope!_

-- _Me tegno stagando!_

-- _Ocio el fero!_

-- _Cassve soto!_

-- _Ocio el fero, go dito!_

-- _Var..., var che vago avanti_.

-- Non  mai accaduto -- chiese Prandino al Cavaliere, dandosi l'aria di
fare una domanda indifferente, tanto per dir qualche cosa -- non  mai
accaduto che in queste serenate, qualche gondola restasse schiacciata?

Ramolini si strinse nelle spalle per indicare che non ne sapeva nulla.

-- Per.... potrebbe accadere!....

-- Sicuro.

-- E se si va gi in acqua, con tutta questa distesa di gondole, non si
torna pi a galla?

-- Certo.

Le risposte laconiche del Ramolini, non erano gi per s stesse quelle
che pi lo potessero tranquillare. Nulladimeno Prandino tentava di tutto
per non lasciarsi scorgere e vedendo che il Maggiore rimaneva
impassibile, anche lui si sforzava di mostrarsi disinvolto e di
sorridere; per sorridendo, faceva la bocca storta.

Ma capit un altro incidente ad accrescere le sue paure. Mentre la
_galleggiante_ si allontanava trascinata sull'acqua, da quel cielo cos
bianchiccio cominciarono qua e l a cader gi grossi goccioloni.

-- L'ho detto io, che doveva piovere! -- strill la Cecilia -- ma a me, 
inutile, nessuno vuol dar retta, e adesso roviniamo tutta la roba! -- e
ci detto si slacci il cappello e se lo lev: -- era nuovo -- e in fretta
se lo mise sotto la mantiglia.

-- Ma se si vedono le stelle! -- Prandino non ne indovinava una.

-- Meglio per lei, se le vede. Questa, intanto,  acqua che viene!....

Il Cavaliere apr un ombrellino, ma invece di prender sotto la Cecilia,
lo tenne tutto per s. Il Maggiore, pi galante, e piegandosi un po' a
destra e un po' a sinistra, ch sulla panchettina della gondola
cominciava a trovarsi maluccio, teneva coperta l'Elisa. Gegio era stato
cacciato da sua madre sotto le gambe dell'Ariberti, al quale, cos, non
rimanea da far altro che lasciar piovere e pigliarsela tutta.

I goccioloni si fecero presto pi fitti, pi minuti, finch l'acqua
venne gi proprio a dirotto. Allora in quella ressa di gondole era un
continuo muoversi, uno spiegarsi confuso di scialli, di fazzoletti, di
ombrellini, un tramesto disordinato, un chiasso assordante di grida, di
strilli e di risa, mentre invece quelli delle finestre se la godevano
allegramente al nuovo spettacolo e batteano le mani.

Prandino, fradicio, era tutt'occhi e tutt'orecchi, attento ai gondolieri
che lavoravan di remi, rossi in viso, grondanti d'acqua e di sudore,
vociando e sbraitando a pi non posso.

-- _Scia!_

-- _Sci!_

-- _De zo le pope!_

-- Che sia questa la volta che si va sott'acqua? -- torn a domandare
Prandino al Cavaliere.

-- Ci siamo gi, mi pare.

L'Elisa rideva e strillava, fremendo con iscatti che avrebbero voluto
imitar quelli di una bambina impaurita. Il Maggiore, tutto indolenzito,
tentava di allungare le gambe, ma non ci riusciva. Gegio, pacifico, si
asciugava il naso nei calzoni di Prandino mentre sua madre brontolava
che dei _freschi_ ne aveva avuto abbastanza, e che non ce la
piglierebbero pi, per tutta la vita.

Le gondole continuavano a urtarsi, ma avanzavano stentatamente.

-- _D una vogada de manco, che me casso soto!_ -- gridava il barcaiolo di
prora della gondola di Prandino, ad un altro, ch'era in un'altra gondola
l vicina.

-- _St indrio vu, che go pressa!_

-- _E alora vogh, movve!_

-- _Fogo in mnega, paron? Ar che furie!_

-- _And a sciosi, and!_

A questo punto le due gondole sbacchiarono, urtandosi, con un tonfo
sordo di legno; ma quella di Prandino rimase indietro:

-- _And a vogar in peata, and!_

-- _Va l, moscardin, va l!_

Il gondoliere di Prandino, a tali parole s'infuri che parea matto, e
senza badare alle raccomandazioni del Maggiore, alz il remo gridando a
voce squarciata: _Regatante dal loffio! Te cucar doman, te cucar!_

-- Si bastonano! Si accoppano! -- esclam Prandino tirandosi indietro,
vedendo i remi levati, senza badare che le due gondole s'erano un po'
allontanate. Anche le signore si mostravano inquiete. Del Mantico stava
serio e attento. Soltanto il Ramolini sorrideva, dondolando la testa.

-- _Te storzar el colo, mi!_

-- _Va l, moscardin, va l!_

-- _Te stagnar el sangue dal naso!_....

Le gondole non si urtavano pi; a poco a poco sgusciaron via leste,
spedite. La _galleggiante_ coi lumi spenti, o quasi, entrava al largo,
nella laguna; e il cielo, dopo quella burletta, s'era fatto d'una
trasparenza lucente.

-- _Va l, moscardin, va l!_.... -- continuava l'altro a gridare da
lontano colla solita cantilena, ironica e inquietante; ma il nostro
gondoliere adesso non gli badava pi e sorrideva strizzando l'occhio al
compagno di _pope_, che non aveva mai aperto bocca durante tutta la
bega.

-- Sempre cos! -- disse il Ramolini, mostrando il suo disprezzo o il suo
malcontento perch non si erano per lo meno accoppati. -- Succede sempre
cos!

Appena la gondola si avvicin alla riva, prima ancora che il _ganzr_
curvo, col cappello in mano, la tenesse ben ferma coll'uncino, il
Maggiore salt gi, prestamente, sugli scalini, per quanto glielo
permettevano le gambe indolenzite. Allora le allung, le distese con un
sospiro di sollievo, e poi offr il braccio all'Elisa, e si
allontanarono insieme verso la piazza. Prandino avrebbe voluto seguirli,
ma a un cenno imperativo della Cecilia si ferm per pagare il noleggio
della gondola. Quando se ne sbrig e raggiunse il resto della compagnia,
la Cecilia con Ramolini e Gegio, lo aspettava ferma, un po' discosta
dalla "mamma" che tirava dritto, lentamente, appoggiata tutta addosso al
Maggiore.

-- Quanto ha pagato?....

-- Volevano sette lire....

-- Perch lei non  bravo di contrattare!....

-- Ma non ne ho dato altro che sei e mezzo!....

Il Ramolini s'accomiat sotto l'_Orologio_; voleva fermarsi al caff
_Quadri_ a bere qualche cosa di molto caldo; gli altri, passo passo, si
avviarono verso l'albergo. Prandino, che adesso non avea pi paura di
affogare, torn daccapo ad esser molto turbato dalla presenza del
Maggiore: -- Dunque non ander a Treviso altro che domattina?.... E
quella stupida d'Elisa perch si mette a far la smorfiosa con lui?... E
la Cecilia, brutta strega! perch non lo ha lasciato partire?

Sulla porta della _Gondola d'oro_ si fermarono in crocchio, ma Prandino,
col cuore che gli batteva forte, notava che il Maggiore non si risolveva
mai ad accomiatarsi. Chiacchierava a bassa voce coll'Elisa, rideva,
scherzava con lei e non si moveva.

-- Conte Eriprando, ho sete, -- cominci Gegio, con voce piagnolosa.

-- Berrai domattina. Adesso si va a dormire; -- gli rispose seccamente la
Cecilia.

A questa antifona della figlia, la Contessa, che l'aveva capita, chiese
al Maggiore, con un certo garbo malizioso, se, adunque, aveva risoluto
di fermarsi o di partire.

-- Partir.... domani.

E il Del Mantico sorrise in un modo tutto particolare e pieno di
sottintesi.

-- Oh! finalmente! tanto ci voleva! -- esclam la D'Abal, mentre guardava
brontolando, se l'acqua avesse lasciato macchia sul vestito.

-- Ma.... -- Prandino parlava a stento e colla voce malferma. -- Ma.... il
nostro albergo deve essere tutto pieno....

-- Ho telegrafato da Treviso perch mi tenessero pronta una camera.

Allora entrarono dal portiere, per vedere se il telegramma era giunto in
tempo.

-- Mi avete tenuto una stanza? -- chiese il Maggiore al portiere che
sonnecchiava.

-- Il numero 43, signor Marchese!

Il portiere, secondo il solito, non si mosse, ma si tocc il berretto
colla mano.

Quando fu arrivato su in cima, al numero _ottantasei_, Prandino non ne
poteva proprio pi; si sentiva soffocare, e buttandosi smaniando sul
letto, pens allora che sarebbe stato meglio se la gondola fosse calata
a fondo con lui dentro! Oh! s; molto meglio sarebbe stato! Almeno, a
quell'ora, egli avrebbe finito di soffrire.




CAPITOLO X.


Quella notte, il conte Eriprando degli Ariberti stent molto a prender
sonno e, anche dopo, dorm poco e male. Si svegli che albeggiava
appena, n pot pi riaddormentarsi. In quella cameretta soffocava. Si
alz, si vest a malincuore, sospirando nel lavarsi, sospirando
nell'infilare i pantaloni, e annodandosi la cravatta con una stretta
rabbiosa.

Tant', per lui era cosa gi risoluta: se la contessa lo tradiva col
numero 43, egli non avrebbe pi voluto tirarla innanzi.

Che cosa avrebbe fatto? -- Uno sproposito avrebbe fatto, ma dopo, almeno,
la sarebbe finita.

Povera mamma Orsolina!... Non ci pensava Prandino, in quel momento.

Usc dalla _Gondola d'oro_ ch'erano sonate appena le sette, e and a
passeggiare per un pezzo, cos dinoccolato, colla faccia smorta, gli
occhi gonfi e una folla di brutti pensieri che gli girava per la testa.
Soffriva; soffriva davvero. Nel suo cuore esacerbato c'erano due odii,
anzi tre; odiava la Cecilia, odiava il Maggiore, odiava adesso anche
l'Elisa: la Cecilia per sopra ogni altro era il suo tormento pi grave;
era giunto anzi quasi a figurarsi l'Elisa come una vittima, forse troppo
debole, di sua figlia, ma tuttavia sempre una vittima, che si
sacrificava per lei. Quando tutto a un tratto (passeggiava allora sotto
le _Procuratie_) sent chiamarsi per nome da una vociaccia che lo fece
trasalire: era il Maggiore che usciva da _Galli_, il parrucchiere.

Prandino si volse e torn indietro qualche passo per venire incontro a
Del Mantico. Ebbe il coraggio di stendergli la mano, si sforz di far la
bocca ridente; ma l, su due piedi, non fu buono di dire una parola: la
voce gli si strozzava nella gola.

-- Come mai la si vede in piedi cos per tempo, caro Conte?

--  il caldo!

-- Col caldo, difatti, si dorme male.

-- Ma.... anche lei, signor Marchese,  molto....  molto _mattutino_!

L'Ariberti avrebbe voluto dire _mattiniero_. Ma bisogna compatirlo; era
l'emozione che gli faceva pigliare dei granchi.

-- Io sono solito ad alzarmi presto. A Treviso sono in quartiere prima
delle cinque, estate e inverno.

-- Per bacco!

Il Maggiore si mostrava cortese, affabilissimo con Prandino; ma questi
certo sarebbe stato pi contento se lo avesse trovato burbero e musone,
com'era stato il giorno prima al Lido. Bisognava proprio che i suoi
affari gli andassero bene, per essere cos di buon umore.

-- E oggi, -- domand poi, improvvisamente, prendendosi l'Ariberti a
braccetto, -- che cosa ne faremo oggi delle _nostre_ signore!

Nostre? Adagio Biagio! -- pensava Prandino. -- A te lascer la Cecilia e,
se vuoi, anche Gegio per giunta.

-- Che cosa ne faremo?

-- Mah! Bisogner sentire la contessa Navaredo e la contessina D'Abal! --
rispose Ariberti, con aria diplomatica.

-- Gi, m'immagino che vorranno ritornare al Lido?

-- Sicuro: sono venute a Venezia per i bagni.

-- E ci fermeremo l anche oggi, a pranzo?

Ma dunque non parte pi! -- pens Prandino, e non ebbe lena di rispondere
nulla.

-- Si mangia cos male, al Lido! -- continu il Del Mantico.

-- Oh! il mangiare...  l'ultima cosa! -- esclam l'altro, sospirando
profondamente.

-- Certo; quando per non si abbia appetito! E anche oggi ci dovremo
digerire la compagnia di Potapow e del Giapponese?

-- Lo temo.

-- Mi sono cordialmente antipatici tutti e due!

-- Anche a me!

Questa volta, forse fu la prima e rimase forse anche l'ultima, il conte
degli Ariberti e il marchese Del Mantico andavano sinceramente
d'accordo.

-- Oh! To! to! Guarda chi si vede, a quest'ora! La contessa Elisa!

Prandino si sent battere il cuore con violenza, e divent rosso come un
gambero.

La contessa Elisa, elegante, profumata, col suo velo caff attorno alla
faccia, si avvicinava, sorridendo, inchinandosi scherzosamente; non
molto per, ch si poteva muovere appena, tanto s'era stretta
nell'abito, per parere meno grassa.

All'Ariberti, quella mattina, l'Elisa parve ancora pi bella, ancora pi
cara del solito; vedendola appena, sent in un attimo dileguare l'odio e
ritornare tutto l'amore.

Ella gli sorrise graziosamente, e lui prov un grande bisogno di
trovarsi solo con lei, per parlarle col cuore in mano, colle lagrime
agli occhi, per iscongiurarla di non amare il Maggiore, ch l'avrebbe
reso infelice, per contarle che aveva passata una notte d'inferno e che
aveva voluto morire, per dirle, insomma, che le voleva bene e che le
perdonava!...

-- Sola, Contessa?

-- Affatto sola, Maggiore!

-- Come mai?...

-- Sono scappata via! -- e cos dicendo fece una mossetta co' fianchi,
come di fanciulla che fosse fuggita di collegio.

-- Ma, e la contessina Cecilia, dov'?

-- Via, via, Maggiore, non pensi male. Non ho nessuna idea di ribellione.
Eccola l, la mia guardiana! -- e, alzando l'ombrellino, indic fuori
dalle colonne la D'Abal, rossa, scalmanata, in quello stato! che
inseguiva Gegio gridando forte, mentre il monello le scappava dinanzi in
mezzo alla piazza, per correr dietro ai colombi.

Per quanto tentasse tutti i modi e cercasse tutti i pretesti, il conte
degli Ariberti non pot restare solo colla contessa Navaredo altro che
al Lido, alla sfuggita, sulla terrazza. La Cecilia si era allontanata
per far preparare il camerino alla mamma, e il Maggiore era andato nel
suo a spogliarsi. Ma per, anche allora, messo tutto in orgasmo, forse
per averlo aspettato e desiderato troppo quel colloquio da solo a sola,
non trov n modo, n agio di dirle nulla. Solamente le domand, come
una grazia, che non uscisse al largo a nuotare: sarebbe stato troppo
infelice, se avesse veduto il Maggiore tenerle dietro.

Bisogna sapere che al conte degli Ariberti non era concesso quel giorno
di fare il bagno, per quanto ne potesse aver desiderio; ch gli era
stato proibito dalla D'Abal, la quale gli aveva imposto di tener
d'occhio Gegio fino a tanto che ella rimanea colla mamma per aiutarla a
spogliarsi e a vestirsi.

L'Elisa, dopo che Prandino le ebbe chiesta grazia, non gli rispose ne
s, n no; ma gli sorrise in un modo che il fanciullone interpret come
assenso.

-- Dunque s?... me lo giuri?...

L'Elisa cominci a guardarlo, ma si fe' seria e cominci a sospirare.

-- Perch ti sei fatta cos triste?

-- Nulla, sai, non ho nulla: non mi sento a modo mio. Ma il bagno mi far
bene, servir a scuotermi un po'!

-- Devo parlarti. Ricordati che dopo il bagno ti aspetto fuori: verso la
_Favorita_. Voglio restar solo con te.

-- Vedr se mi sar possibile....

-- No, se sar.... deve essere possibile, perch lo voglio.

-- Ah! bambino mio! Se si potesse far sempre quello che si vuole, che
paradiso sarebbe! -- E l'Elisa sospir di nuovo. Poi, come abbandonandosi
a un'improvvisa risoluzione -- addio, -- gli disse, -- vado a spogliarmi.

-- Ti accompagno....

-- No.... resta sulla terrazza....  meglio evitare i commenti.

-- Buon bagno, Contessa! -- esclam Prandino, salutandola ad alta voce.

-- _Au plaisir de vous revoir_, caro Conte! -- rispose l'Elisa con un tono
che attir l'attenzione dei vicini, e poi lentamente si avvi verso il
compartimento delle signore.

Anche quel giorno la contessa Navaredo era stata molto affettuosa col
conte Eriprando; ma per, in fondo alle sue moine c'era qualche cosa di
triste che avrebbe dovuto mettere Prandino in sull'avviso. Col Maggiore,
invece, l'Elisa non parl quasi mai: tuttavia era affatto sparita dal
suo sorriso ogni tinta ironica e ogni apparenza di sfida.

Adesso lo sfuggiva cogli occhi e li abbassava subito appena il Maggiore
si metteva a fissarla coll'occhialino: voleva mostrarsi timida con una
soggezione non priva di verecondia, quantunque, cos striminzita com'era
entro l'abito, non si potesse abbandonare ai molli e ai languidi
atteggiamenti che le erano abituali.

Durante il tragitto sulla laguna, in vaporetto, si sedettero vicini
mesti e taciturni.

Come gi aveva annunciato Badoero il giorno prima, il vaporetto era meno
affollato, le conversazioni tutte pi intime o pi sommesse; non si
udivano risa, ma si vedevano soltanto sorrisi. Badoero salut da lontano
le _Contesse di Vicenza_. Era tutto sussiego al fianco della principessa
di Lentz, una vecchia alta, secca, arcigna, vestita di nero, che
salutava appena con un cenno breve del capo, senza dar la mano a nessuno
e rimanendo quasi sempre in piedi, come se l, sul democratico
vaporetto, ci stesse a regnare, a ricevere suppliche e a dispensare
grazie.

L'Elisa la guardava con invidia, la D'Abal con dispetto, mentre il
conte degli Ariberti allungava il collo per farsi vedere da Badoero,
sperando che lo chiamasse vicino per presentarlo alla Principessa. Ma
Badoero dritto, serio, contegnoso, gongolante in cuor suo d'essere
veduto da tutti vicino alla vecchia dama, non guardava nessuno, nemmeno
la piccola Emma, che faceva il chiasso con alcuni ufficiali
d'artiglieria. Egli dimostrava tutta la gravit nobile e a un tempo
superba d'un ciambellano che si trova alla presenza di Sua Maest.

Quando salirono sulla coperta Jamagata e Potapow, le Navaredo si
consolarono tutte e due sperando anche loro di mettere su un po' di
corte: l'Elisa salut con un'occhiata tenerissima il Commendatore, e
madre e figlia -- Complimenti!.. Complimenti! -- esclamarono ad alta voce,
e la Cecilia si tir da parte sul cuscino, quello solito collo stemma di
casa, per fare un po' di posto ai nuovi amici; ma Potapow e Jamagata si
degnarono appena di un _bonjour_, _mes dames_, corto e distratto, e poi
filarono via per andare ad inchinarsi _ai piedi del trono_, come disse
il Maggiore, con una frase che fu trovata felicissima dalle Contesse di
Vicenza.

Fortunatamente a rialzare un po' il loro umore, capit grave e solenne
il cavaliere Ramolini. Aveva il soprabito gettato sul braccio, perch il
termometro, al sole, segnava 30 Raumur. Ramolini sorrise stringendosi
nelle spalle, finch la Cecilia tirava gi delle impertinenze a
proposito di quella _ridicola_ madama Krauss; ma poi annunci con
mestizia che quel giorno temeva di non poter fare il bagno: soffiava un
po' d'aria. Gi era sempre cos: Ramolini capitava al Lido ogni giorno:
ma appena era imbarcato sul vaporetto cominciava ad esprimere dubbi, e
quando poi era giunto sulla terrazza, non trovava mai che la temperatura
fosse abbastanza buona, e il tempo abbastanza sicuro, per arrischiare di
tuffarsi nell'acqua.

-- Chi lo piglia il raffreddore, se lo tiene! -- rispondeva
invariabilmente a chi giudicasse esagerata quella prudenza.

Quando la contessa Navaredo lasci Eriprando per andare a fare il bagno,
Gegio cominci subito a sentirsi male alla gola, cosicch l'altro, per
vedere di guarirlo, si determin a fargli portare un gelato. S'erano
seduti tutti e due vicino al parapetto, ma Ariberti, ad ammirare il
mare, aspettava che vi si fosse tuffata l'Elisa; intanto approfitt di
quel momento di quiete per fare un po' di conti. Il bilancio lo atterr;
in cassa non gli rimanevano pi altro che _dugentoquindici lire;_ e
ancora all'albergo c'era tutto da pagare!... Non riusciva a capacitarsi,
come mai il denaro scappasse via cos presto. Perbacco! _Dugentoquindici
lire!_ Ma gi era un continuo spendere: e gondola, e bagno, e pranzo, e
guanti, e _tramway_, e caff, e _traghetti_.... A volerla fare da
signore, proprio davvero, anche trecento lire sarebbero state poche!...
Continuando di quel passo, in una settimana, se non toccava il verde, ci
andava molto vicino. E pensare che lui lo sentiva in s di non essere
proprio nato per fare il pitocco!... Ma!... e al mondo c'erano dei
bottegai, dei fruttivendoli, dei fabbricanti di _piroconofobi_ per le
zanzare, che accumulavano milioni.... mentre lui.... l'ultimo degli
Ariberti, non avrebbe ottenuto alla banca, sulla sua firma, un cento
lire!... Ma!... _Il progresso!_ Bel progresso, davvero!... Ah! se invece
d'essere l'Eriprando _nono o decimo_ della casa, ne fosse il _quinto_ o
il _sesto_ solamente, avrebbe saputo lui come farlo correre il
_progresso_ a gambe levate!...

Intanto che pensava a tutto ci, avvilito e colla testa bassa, gli tocc
un altro dispiacere: i suoi calzoni in fondo erano cos smangiati, che
sfilavano in diversi punti.... Ci fosse stata la mamma! glieli avrebbe
saputi rammendare cos bene da parere nuovi. Ma alla locanda?... Oh, s;
bravi davvero!... Alla locanda, la rompono la roba, invece di
aggiustarla!... Figurarsi, i suoi guanti che aveva dati da accomodare,
li avevano cuciti col cotone!... -- Povera mamma! bisogner che mi
ricordi un giorno o l'altro di scriverle una cartolina. Gi, se l'ultimo
giorno che sto a Venezia, pagato il conto dell'albergo e messi da parte
i denari del viaggio, mi resta un avanzo di sei lire, le compero la
spilla!

Era una magnifica spilla di _venterina_, con una gondola in mosaico nel
mezzo, che Prandino aveva veduta in mostra da un chincagliere, sul
_ponte dei Beretteri_: non valeva pi di sei lire, ma faceva figura per
venti.

-- Oh, Conte illustrissimo! prendi il fresco?

Era Badoero che, abbandonato dalla Principessa, arrivava sulla terrazza
in cerca dell'Emma.

-- _Ciao_, Badoero.

-- _Ciao simpaticone!_ Dir anch'io col poeta: Beati coloro che veder si
ponno!

-- Perch?

-- Perch ti sei fatto invisibile!

-- Anche oggi ero sul vaporetto delle tre, colla contessa Navaredo e
colla contessina D'Abal.

-- Lo dici davvero?... E dire che io ho guardato appunto se ti vedevo,
perch volevo presentarti alla Principessa.

-- Grazie.... al caso.... se si presentasse di nuovo l'occasione, mi
farai un favore.

-- Eriprando, ho fame! -- piagnucol Gegio, il quale, furbo, cap subito
che alla presenza di Badoero, quell'altro non gli avrebbe rifiutato una
ciambella.

-- Fra un'ora pranzerai. Accontentati del gelato.

-- Ho fame!... Non voglio aspettare un'ora.

-- E che, diavolo! fa portare una pasta! -- disse Badoero a Prandino.

-- Dopo non mangia pi a pranzo.

-- E che importa? Fai troppo il tiranno! _Garon!_ porta la cesta.

Gegio si acquet subito, e quando ebbe la cesta davanti, tocc tutte le
paste, per arrivare a scegliersi la pi grande.

-- Hai fatto il bagno?... -- torn a domandare Badoero.

-- No.

-- Non lo fai?

-- Forse pi tardi.

-- Dopo ti lasci vedere?

-- S, dove vuoi che ci troviamo?

-- Ci troveremo, ci troveremo... aspetta un po'... ci troveremo... ma,
adesso che ci penso, dopo il bagno ho un impegno colla Principessa. 
meglio fissare per domani.  una gran seccatura quella Principessa, che
Dio la conservi!... Oh diavolo! Ecco l'Emma che m'ha riconosciuto e mi
fa cenno di scendere in mare con lei.... questo mi secca! oggi non
posso; oggi non ho tempo da perdere!

Eriprando, da qualche momento non gli badava pi: cominciava ad essere
distratto. La Contessa nell'acqua nuotava verso i pali e il Maggiore
_faceva il morto_ nelle vicinanze.

-- Ciao, Ariberti! -- esclam il Badoero, dopo aver fatto dei segni
all'Emma colle mani per aria.

-- _Ciao_.

-- A proposito, ricordati che un giorno dobbiamo pranzare insieme.

-- Grazie, quando vuoi.

-- No, no, il giorno lo fisserai tu, caro il mio _Prefetto!_ -- e Badoero
si mise a ridere con malizia.

Ariberti lo guardava fisso, senza capir nulla.

-- Sai, qui, appena vedono una persona, subito gli affibbiano un
soprannome. Ma senza malignit, cos, tanto per ridere.

-- Oh bella, e a me hanno dato il soprannome di _Prefetto?_

-- Sicuro; siccome ti vedono sempre in abito nero, cos ti chiamano il
_prefetto di Malamocco!_

Prandino rise ancora, per adesso con un po' meno di piacere. _Prefetto_
sarebbe bastato, senza quell'aggiunta di _Malamocco!_

Nel frattempo gi nell'acqua si videro anche Potapow e Jamagata a far
bella mostra delle loro forme: Potapow, pi prudente, non si allontanava
dalla corda, ma Jamagata s'era spinto fuori e aveva anche tentato d
unirsi col Maggiore, nella sua gita acquatica; ma il Del Mantico fece
l'indiano, col giapponese, e tir dritto per conto suo, avvicinandosi
sempre pi al compartimento delle signore.

Prandino sulla terrazza guardava fisso, attento a ogni cosa e diventava
verde; l'Elisa, tranquillamente, dopo essersi fermata qua e l ad
accomodarsi il cappello e a serrarsi la veste sul collo, si lasci
andare ed usc al largo, fuori dei pali; e il Maggiore le tenne
dietro.... ma non era buono di raggiungerla.

-- Contessa!... Contessa!...

--  lei, Maggiore? -- L'Elisa, come al solito, nuotava di fianco; per
meno del giorno prima perch l'acqua era pi morbida e non lasciava
distinguere bene altro che il biancastro dei piedi e delle braccia.

-- L'acqua oggi  buona, -- cominci il Maggiore, che faceva fatica a
seguire la Contessa.

--  anche troppo calda!

-- La prego.... Vada un po' pi adagio.... Contessa! Cos io non posso
tenerle dietro.

-- Non voglio che mi tenga dietro.... Lei ha risoluto di compromettermi
ad ogni costo!

-- Se ha tanta paura di compromettersi allora dovrei credere ch' proprio
vero quanto m'ha narrato la Contessa.

-- Non so che cosa mia figlia le abbia detto; io la prego soltanto di
ritornare indietro.

-- E se non volessi ubbidirle?

-- Ho da fare, spero, con un gentiluomo.

-- Ma la Cecilia mi assicur in fine.... che lei non aveva detto ancora
l'ultima parola.

L'Elisa s'era messa a nuotare un po' pi lentamente, socchiudendo gli
occhi ai buffi d'aria umida, che le sfioravano la faccia come una
carezza: il Maggiore le si era avvicinato, e guardava sott'acqua.

-- Crede lei che la dica proprio volontieri quella parola?.... Certe
cose, sa, una donna come me, non le dimentica mai.

Il Maggiore guardava il collo dell'Elisa che appariva sotto i riccioli
biondi bagnati, di una bianchezza incantevole: ma non ne vedea pi di
due dita: il cappellone colla larga tesa abbassata e la veste scura
serrata alta, lo nascondevano quasi tutto.

-- E chi l'obbliga a dirla?

-- Mia figlia.... e mio genero. Se sapesse che bocconi mi tocca di mandar
gi, che dispiaceri ho dovuto soffrire per lei!....

-- Per me?

-- Certo, perch tanto mia figlia quanto il D'Abal mi fan capire anche
quello che non hanno il coraggio di dirmi.... Pur troppo non sono stata
sempre padrona di me stessa.... pur troppo.... Ma gi lei lo sa
bene!.... Mia figlia e mio genero insomma mi fanno capire che se un
giovane onesto, leale, un gentiluomo, mi offre la sua mano, il suo nome,
io dovrei.... dovrei dimenticare tutto, anche il passato, e accettarla.

A questo punto, l'Elisa, quasi che si sentisse stanca anche lei, si
volt di contro al Maggiore e prov un momento a _fare il morto_. Ma un
momento solo; che torn a voltarsi subito, rapidamente, appena vide gli
occhietti del Maggiore luccicare sotto il cappellone.

Questi per le si avvicin nuotando con orgasmo e:

-- Lo ami quel bamboccio? Lo ami proprio? -- le domand commosso e
inquieto.

-- Certo; se mi decider a diventare sua moglie, dopo, lo amer
certamente.

L'Elisa, detto ci, si ferm un momento e si tenne ritta nell'acqua per
accomodarsi, alzando le due braccia, i capelli, che pareva le si
sciogliessero, poi si allung di nuovo e continu a nuotare adagio
adagio.

-- Ma adesso.... oggi.... lo ami?

-- A _lei_.... che cosa importa a _lei_ di saperlo?

-- Importa anzi moltissimo.

-- Perch?

-- Perch io sono franco; e ti confesso che un po'.... un po' credeva che
mi fosse passata.... ma alla sola idea.... che.... che tu possa.... che
tu abbia un altro.... insomma.... sento di.... sento che non lo potr
mai sopportare.

Il Maggiore, fosse l'emozione, fosse la stanchezza, respirava cos
affannosamente da non poter tirare pi innanzi.

-- Sei stanco?.... -- gli chiese l'Elisa fermandosi e non facendo che
qualche lento movimento per tenersi a galla.

-- Oh! No.... ti pare?.... vengo avanti quanto vuoi.

-- Prova ad appoggiarti con una mano sul mio braccio, ma tienti leggero,
sai; -- e l'Elisa, gli distese il suo braccio bianco, sodo, rotondo, la
sola bellezza perfetta che ancora le fosse rimasta. Il Maggiore vi si
appoggi sopra, ma con tutte due le mani e cos forte, che per poco non
andarono sott'acqua tutti e due.




CAPITOLO XI.


Appena Prandino vide la Contessa uscire al largo ed il Maggiore tenerle
dietro ed accompagnarsi con lei, non si pot pi contenere. Dimentic la
prudenza, i rispetti umani, le ingiunzioni stesse della D'Abal:
dimentic Gegio che s'era messo a correre per la terrazza, e scapp via
pallido, concitato. Voleva buttarsi in mare, voleva raggiungere la
perfida.

Strepit per aver presto la maglia e la biancheria. Intorno al casotto
del guardaroba c'era ressa, essendo arrivati allora i _tramways_ del
vaporetto delle quattro: e siccome l, subito, non trov nemmeno un
camerino disponibile, sebbene avesse promessa una lira di mancia al
bagnaiolo, si spogli in fretta e in furia in un _passaggio_ vuoto, fra
due corridoi, bestemmiando i santi del paradiso e strappando i bottoni
di quell'abito nero, che in tanti anni di onorato servizio, non si era
mai sentito trattare con cos poco rispetto. In un attimo svestito,
infil la scaletta della riva che non avea ancora finito di allacciarsi
la maglia; ma appena nell'acqua, quando, fatti i primi passi, si butt
lungo disteso per nuotare e raggiunger pi presto la Contessa, si sent
afferrare improvvisamente per una gamba. Sternutando, ch era andato ben
sotto colla testa, si volt furioso per dir la sua a quel villano che
gli avea fatto quel tiro, e uno scroscio continuo di spruzzi d'acqua,
accompagnati da una sonora sghignazzata, lo percosse sul viso.

--  una mancanza di educazione!  un'impertinenza! -- url il contino
degli Ariberti accecato dall'acqua e dall'ira.

-- Ah! ah! ah! Il nostro Prandinello!.... Il nostro Prandinello che
beve!....

Misericordia!.... Lo screanzato, l'impertinente era nientemeno che il
cavalier Pinocchio!

-- Uno spruzzetto, un altro, un altro ancora!.... Cos! Ah! ah! ah! Che
faccia buffa, che mi fate.

-- Scusi, Cavaliere!.... Scusi.... sa.... non l'aveva riconosciuto!....
Ma avr il bene di rivederla pi tardi! -- E Prandino fa di nuovo per
mettersi a nuotare; ma il cavalier Pinocchio, che quel giorno era
proprio di buon umore, continua a ridere e torna a prenderlo per una
gamba.

-- Scusi, Cavaliere; mi lasci andare!....

-- E dov', dov' che vuol andare il nostro Prandinello? -- Da bravo!
Rimanete un po' qui a farmi compagnia....

-- Ma, volevo....

-- Io sono un cattivo nuotatore, anzi, vi dir che non so nuotare n
punto n poco.

-- Ma....

-- Sapete?.... Ho scritto per voi a Verona, sicuro, al Capo-traffico.

-- Grazie....

-- Che volete! L'Orsolina mi sta proprio a cuore. Quella  una santa
madre, ma santa davvero!.... Potete proprio dire d'esser nato colla
camicia!.... La vostra mamma si leverebbe il pane di bocca per darlo a
voi, sciupone d'un don Giovanni!

-- Lei scherza, Cavaliere, ma adesso vorrei....

-- Vedete, Prandinello, il _morto_, lo so fare -- e cos dicendo il
cavalier Pinocchio si distese sull'acqua supino -- ma se fo un movimento,
non c' verso, bevo!.... Aspettate, dovreste provare un po' voi a
mettermi le vostre due mani sotto la vita: cos.... bravo!.... Restate
fermo adesso, non vi movete!

-- Ma.... -- e Prandino, mentre teneva il Cavaliere, fissava cogli occhi
imbambolati i due cappelloni gialli della Contessa e del Maggiore che si
allontanavano lentamente sullo specchio turchino del mare.

-- Come vi dicevo, ho scritto a Verona, al Capo-traffico, e m'ha gi
risposto.... Ah, quant' buona oggi l'acqua!....  proprio un piacere!
Voglio provare adesso a muovere prima le braccia e poi le gambe.... ma
voi state fermo, sapete, se no, vado sotto. Benissimo! cos! bravo!....
_Uno-due!_... _Uno-due!_.... _Uno-due!_.... _Uno-due!_.... -- e il
cavaliere Pinocchio continu per un pezzo a fare i movimenti di
_scuola_, sempre sostenuto da Prandino, che non aveva il coraggio di
lasciarlo andare, e intanto vedeva l'Elisa e il Maggiore confondersi
insieme nella lontananza, cos da sembrare quasi un punto solo.

-- Ah! che bagno delizioso!.... _Uno-due!_... _Uno-due!_... adesso voglio
provare.

-- Ma scusi.... -- A Prandino gli pareva che i due cappelloni di paglia si
fossero fermati.

-- State fermo! Forza, mi raccomando! Adesso vorrei provare a distendere
insieme le braccia e le gambe.... Ah, come me la godo!.... Come me la
godo!

-- Ma io.... -- Prandino si sentiva male: il punto giallo non si moveva
pi.

-- Dunque, il Capo-traffico m'ha risposto che sareste chiamato in
servizio provvisorio fra pochi giorni e che forse.... _Uno-due!_...
_Uno-due!_.... forse sarete destinato per l'appunto alla contabilit
della divisione di Vene.... No! No!.... Non vi movete! non mi lasciate
andare!.... Vado sotto!.... Vado sot.... -- e il cavalier Pinocchio non
pot finire la parola, perch era andato sotto davvero. Quando,
soffiando e sbuffando, pot di nuovo levarsi su, ritto, Prandinello era
scomparso.

Che cos'era accaduto? -- Un avvenimento che poteva avere del tragico.
Mentre Ariberti, colle braccia tese, teneva a galla il cavaliere
Pinocchio, e col cuore correva dietro all'Elisa, sent all'improvviso la
vocetta aspra della Cecilia, che lo chiamava forte dalla terrazza.

-- Conte Eriprando! Conte Eriprando!

Il Conte Eriprando lev il naso all'aria e vide la D'Abal che gestiva
contro di lui come una spiritata.

-- Gegio! Dov' Gegio?!.... Gegio!

A questo nome Prandino si ricord del marmocchio che aveva piantato l
solo, sulla terrazza e sud freddo bench fosse in acqua: lasci andare
a fondo il cavalier Pinocchio e corse via con uno sgomento in corpo che
gli lev ogni altra preoccupazione.

-- Chiss dove s' cacciato! Chiss che cosa gli  accaduto! -- pensava
l'Ariberti mentre si vestiva in tutta fretta, senza nemmeno finire di
asciugarsi.

-- Gegio! Dov' Gegio?! Gegio! -- La Cecilia, spinta dall'angoscia, aveva
superato ogni pudico ritegno, ed entrata nel compartimento riservato
agli uomini, correva lungo il corridoio chiamando il bambino, seguita da
Ramolini, al quale si unirono presto anche Potapow e Jamagata che,
appena udite le grida della Contessina, uscirono dai rispettivi
camerini.

-- _Mais Gegio, ne prend-il pas le bain avec vous?_

-- No! Ieri s'era raffreddato e io oggi non aveva voluto che facesse il
bagno. Gegio!.... Gegio!

Anche Prandino dovette pur farsi coraggio e mostrare la faccia: la
D'Abal, appena lo vide, gli si avvent addosso come se lo volesse
pigliar per il collo.

-- Mio figlio?! Dica! Che cosa ne ha fatto di mio figlio?....

Prandino, smorto, allibito, apr la bocca per rispondere, ma non rispose
nulla. Allora la D'Abal non pot pi reggere e scoppi in un pianto
dirotto.

-- Si faccia coraggio, Contessa, si faccia coraggio, -- le andava dicendo
il Ramolini. -- Se non  perduto.... lo troveremo di certo.

Anche Jamagata si prov a consolarla; ma Potapow lo apostrof dicendogli
che bisognava avere _point de coeur_, per credere di poter confortare
una madre in un tal momento.

-- Ma, mio marito?! Chiss che cosa far mio marito, se non trovo pi
Gegio!.... Guai! Guai! -- singhiozzava la Cecilia, poi rivolgendosi di
nuovo contro Prandino. -- Ringrazi Dio che l'avvocato D'Abal non  qui!
-- esclam, e di nuovo si mise a correre in cerca di Gegio, seguita da
Ramolini, da Potapow, da Jamagata e da una frotta di curiosi, che si
domandavan l'un l'altro che cosa era successo.

--  una signora che ha perduto suo figlio!

-- No, gli si  annegato il marito.

--  una contessa forestiera.

--  una principessa di Roma.

-- Oh! che disgrazia!

-- Le si  annegato il marito, mentre voleva salvare suo figlio!

-- Povera signora!.... in quello stato!....

Intanto che tutte queste voci facevano il giro dello _stabilimento_,
ingrossandosi e facendosi pi gravi a ogni passo, la Cecilia continuava
a correre, come meglio poteva, dai corridoi al caff e dal caff alla
terrazza, chiamando Gegio e l'avvocato D'Abal. Prandino la seguiva,
abbattuto, con una faccia stralunata, pensando a ci che gli avrebbe
detto l'Elisa quando, uscita dall'acqua, sarebbe venuta a sapere che non
trovavano pi il suo nipotino, e di tratto in tratto levava gli occhi
smarriti in faccia a Ramolini, come se aspettasse da lui la propria
sentenza.

-- Mah!.... -- gli disse una volta il Cavaliere con una reticenza pi
lunga e per pi grave del solito. -- Mah!.... i figli degli altri!.... --
e non aggiunse parola.

La Cecilia, percorsa un'altra volta tutta la terrazza, attraversato di
nuovo il caff, usc fuori dallo _stabilimento_ e giunta in mezzo al
ponte, sulla spiaggia grid ancora, con quanto fiato le era rimasto:
Gegio! Gegio! Gegio mio!....

-- Mamma, mamma, son qua! -- rispose finalmente di lontano la voce
stridula del monello e gi, sulla riva, tutto coperto di sabbia e di
terriccio giallo si vide muoversi un coso che aveva pi del scimiotto
che dell'umano.

Era Gegio, che s'era preso il bel gusto di seppellirsi vivo sotto la
sabbia.

Sua madre, ravvisandolo appena, di in un grido di contentezza: pareva
matta dalla gioia, povera donna! ma appena se lo ebbe dinanzi e lo vide
cos sucido, tutta la sua espansione si arrest di botto, cambi viso,
e, preso il figliuol prodigo per un orecchio, se lo tir dietro a quel
modo, strapazzandolo come una bestia ed applicandogli ad ogni tratto
scapaccioni tutt'altro che amorevoli.

Jamagata, Potapow, Ramolini e tutti gli altri ch'erano l intorno fecero
gran festa alla madre e al figliolo. Prandino solo, quantunque adesso
gli si fosse levato un gran peso dallo stomaco, tuttavia non era
tranquillo del tutto: sentiva che, per lui, l'ultima parola della
tragedia non era ancora stata detta. Difatti: in quanto a lei -- gli
grid la D'Abal, cogli occhi loschi e il nasino bianco -- in quanto a
lei, pu dirsi fortunato che non ci sia stato qui mio marito!.... A
quest'ora, guai!....

E la Contessina si pose una mano sugli occhi, come per non vedere lo
scempio che dell'ultimo degli Ariberti avrebbe fatto il sottoprefetto
D'Abal.

-- Ma  dunque un uomo terribile il marito della contessa Cecilia! --
domand pi tardi il Ramolini, a cui pareva che premesse molto saperlo,
in tutta confidenza a Prandino.

-- Oh! no; anzi, si figuri!  un omettino piccolo, magro, che trema
dinanzi a sua moglie e che non ha mai fatto carriera, perch ha troppa
paura delle _dimostrazioni_.




CAPITOLO XII.


Ci che non principia bene finisce male, e il conte Eriprando degli
Ariberti non pot proprio dire che quella giornataccia infame avesse
fatta per lui un'eccezione alle regole.

L'Elisa era mesta e preoccupata, e il Maggiore, invece, sembrava molto
allegro: e pazienza se la cosa fosse rimasta l; ma quando Prandino,
dopo pranzo, and al banco, secondo il solito, per pagare il conto,
trov che i due pranzi, quello della contessa Elisa e quello della
contessina Cecilia, erano gi stati pagati dal Maggiore.

-- Corpo di bacco!.... -- Prandino corse subito dalla D'Abal, inquieto e
sorpreso, e n'ebbe, in risposta, ch'ella non aveva preso lui per suo
segretario.

Anche al _Florian_, pi tardi, successe pure qualche cosa di simile. Il
Maggiore, che s'era piantato duro sulla sedia accanto all'Elisa, con
un'aria da padrone del campo, invece di aspettare che ognuno ordinasse
le bibite per conto proprio, domand egli stesso prima alle signore, e
poi al resto del circolo, che cosa volessero prendere, mostrando chiaro
ch'era lui che faceva trattamento. Naturalmente, Prandino, quantunque da
un'ora bruciasse dalla sete, non prese nulla per far dispetto al rivale.
Siccome, poi, tutti gl'infelici sono fatti per intendersi, cos invece
egli sentiva slanci di simpatia per il povero Jamagata, che si mostrava
melanconico, perch si vedeva assai trascurato. L'Elisa non gli parlava
mai, era timidissima col Maggiore, e voleva sua figlia sempre seduta
accosto, come se avesse paura a star sola in mezzo agli uomini.

Prandino, che aveva giurato a s stesso, dopo rinfrancato dallo spavento
per la scomparsa di Gegio, di non parlar coll'Elisa e di non mettersi
vicino a lei in tutta la sera, volendo punirla in tal modo per la sua
gita in mare, dopo la sorpresa dei due pranzi pagati e dopo il contegno
tenuto dal Maggiore al Caff, non ebbe pi coraggio di tirarla innanzi
col broncio; cap che sarebbe stato troppo infelice se fosse andato a
letto con quel tormento di gelosie e d'inquietudini nel cuore, e per si
fece animo, e quando tutti s'eran levati in piedi per ritornare
all'albergo, offr lui il braccio all'Elisa in un modo cos risoluto che
la Contessa non glielo pot ricusare.

-- Mi avevi promesso che a Venezia saresti stata buona, mi avevi giurato
di non darmi nessun motivo di gelosia; ti ringrazio, sai, ti ringrazio
del bel modo col quale mantieni la tua parola.

E Prandino sorrise amaramente, aspettando che l'altra lo rimproverasse
come al solito, dicendogli che era matto, che i suoi dubbi erano
ingiusti, che si faceva insopportabile, ma come al solito concludendo
poi che gli voleva bene.

Invece nulla di tutto questo: l'Elisa chin il capo e Prandino sent
contro il braccio il seno di lei che si gonfiava per un grosso sospiro.

Prandino la fiss agitatissimo e -- Perch sei uscita al largo col
Maggiore? -- le domand -- perch?.... -- ma questa sua domanda era fatta
in modo che pareva pi un lamento che un rimprovero.

L'Elisa continu a tacere e a sospirare.

-- Mio Dio.... che cosa c' di nuovo?.... parla!.... mi fai morire!

-- Non morrai, no; tu sei giovane.... hai tutto l'avvenire per te, e
poi.... tu sei un uomo, tu; e ci vuol dir molto.... mentre io
invece....

-- Per amor di Dio, che cosa  accaduto?

-- Nulla.... nulla.... calmati adesso....

-- Che cosa  accaduto, parla!

-- No.... adesso no; non posso.... ma tu ricordati questo, che io sono
molto infelice.... e che vi sono tali necessit nella vita, alle quali
bisogna chinare il capo e rassegnarsi.... _cute que cute!_

-- Ma io non voglio... -- cominci Prandino, alzando la voce.

-- Non fate scene adesso, non fate il ragazzo!

E l'Elisa spaventata, abbandonando in un attimo il tono languido, ferm
subito le parole in gola al suo innamorato; ma poi, vedendo che l'altro
non fiatava pi, ritorn buona, ritorn tenera, per dirgli con affetto:
-- Domani saprai tutto.... ma, te ne scongiuro, sii generoso.... non
rendermi pi infelice di quello che sono.... ricordati che da te....
bambino mio, aspetto una parola che mi dia coraggio.... e che mi
conforti.

Detto ci, mentre Prandino la guardava bianco, pallido, senza esser pi
buono di proferire una parola, l'Elisa si ferm per aspettare la Cecilia
e il Maggiore, ch'erano rimasti un po' indietro, e unirsi col rimanente
della brigata.

Quella notte il povero Prandino la pass male. Ormai non ne potea pi
dubitare: l'Elisa e il Maggiore se la intendevano fra di loro.

Apr i vetri, spalanc le persiane e, in maniche di camicia, rimase l,
lungamente, appoggiato alla finestra, guardando di lontano, fra i tetti,
una striscia di laguna illuminata dalle fiamme rossiccie del gas e
bevendo, come altrettanto veleno, quell'aria pregna degli aromi acuti
del mare, respirando quei buffi caldi che penetrano nel sangue con una
mollezza voluttuosa e che sembra allarghino il cuore con un bisogno
inconscio e irresistibile d'amore.

Maledetta Venezia! Se fosse rimasto a Vicenza, credeva lui, avrebbe
sofferto meno.

Aveva la testa che gli bruciava, il cuore gonfio, e non poteva piangere.
Si sentiva pieno di lagrime fino alla gola, ma non gli volevano scoppiar
fuori. Se avesse potuto piangere, forse sarebbe rimasto un po' pi
sollevato.

-- "Domani saprai tutto?!" E che cosa pu dirmi che io gi non abbia
indovinato? Non sono gi un imbecille, capisco le cose per aria, io! Non
ama pi me, e torna daccapo ad amare il Maggiore! Ecco la bella novit
che mi dir domani! Ma io non rester qui a sentirmela dire, nemmeno per
sogno; che! Domattina me ne ritorno a Vicenza.... e non mi vedr pi,
no; mai pi!... Se aspetta da me "la parola di coraggio e di conforto"
la aspetter un pezzo. A sentirla lei, dovrei dunque farle coraggio,
perch mi pianta?... Dovrei confortarla, perch mi tradisce? Questa 
nuova davvero! "_Ricordati che io sono molto infelice!_" Ma perch lo
vieni a contare a me, se sei infelice?... A me, che lo sono pi di te e
per cagion tua?

-- Per.... per, qualche cosa ci deve esser sotto, -- pensava Prandino
abbandonando la finestra e camminando in su e in gi nella cameretta,
mentre si spogliava, -- qualche cosa ci deve esser sotto.  impossibile
che sia cos cattiva di cuore. Certo, certo quella strega della D'Abal,
c'entra in gran parte nella faccenda. Sembra che sia lei innamorata del
Maggiore.  con lui tutta moine, tutta finezze.... Maledetta!... Quello
che ha in corpo, scommetto che non  un figliolo: ma  un sacco di
malignit! Ma io vorrei sapere perch l'Elisa deve sottomettersi a sua
figlia, e rendersi infelice lei, e far infelice me, per i capricci e le
simpatie di casa D'Abal. -- Che il Maggiore la voglia sposare? Senza
dubbio, non pu essere altrimenti. Ma se avesse aspettato due o tre
anni, quando avessi avuto uno stato, l'avrei sposata io.

A questo punto, Prandino chiuse le finestre, spense il lume e entr nel
letto: egli sperava, allo scuro, di poter avere un po' di riposo, ma
invece si trov peggio. Vedeva il numero 40 fra le braccia del numero
43, e nell'eccitamento della fantasia, il numero 40 era ancora pi
bianco, ancora pi biondo, ancora pi bello del solito, e il 43 pi
nero, pi vecchio, pi brutto: -- e il povero ragazzo si voltava
smaniando nel letto, mentre le zanzare, ch'erano entrate in camera dalla
finestra, ch'egli avea lasciata aperta per tanto tempo, col lume acceso,
gli raddoppiavano l'agitazione e il tormento.

Ah! se non fosse stato povero, allora.... allora l'avrebbe sposata lui
subito, domani. Ma con duecento quindici lire, non poteva gi pensare di
metter su casa! Che figura farebbe egli adesso, a Vicenza, quando vi
fosse giunta la notizia del matrimonio della Navaredo con Del Mantico!
Lui si sarebbe serrato a chiave nella sua camera, senza farsi pi vedere
da nessuno.

Gi, sarebbe morto presto, cos non la poteva durare!... No: no! A costo
di finirla lui.... Sarebbe andato lontano lontano, colle lettere e i
capelli dell'Elisa in tasca, e quando avesse trovato un precipizio in
riva al mare, un bel salto.... e buona notte: egli avrebbe finito di
soffrire.... e di far ridere quei pettegoli di Vicenza!... Ma tant', il
numero _quaranta_ restava per sempre fra le braccia del numero
_quarantatr!_...

La calma che si era fatta nel suo spirito, pensando di morire
placidamente sotto l'acqua fresca del mare, si dissip di nuovo a
quell'idea tormentosa.

Ritorn ad agitarsi nel letto, a sospirare, a dolersi, e a poco a poco
le angosce crebbero in modo, ch'egli non pot pi reggere a sopportarle.

Era andato tutto in sudore: nella cameretta bassa, angusta soffocava dal
caldo, e le zanzare gli ronzavano a torme sulla faccia, moleste e
insistenti, aumentando il suo affanno colle loro punture irritanti.

Salt gi dal letto, accese il lume, si vest in fretta e usc
dall'albergo per respirare. Quando fu in piazza San Marco una folata di
vento gli port via il cappello. Prandino gli cammin dietro, triste,
melanconico, e se lo calc in testa senza nemmeno pulirlo. Tant';
adesso che l'Elisa non gli voleva pi bene, che cosa gliene importava a
lui della sua roba?...

Il cielo era coperto, la piazza buia: entr sotto le _Procuratie_
squallide, deserte, e si sedette sospirando sopra una seggiola del caff
_Florian_. Nemmeno al fresco trovava il sollievo ch'egli aveva sperato.
E pensare che quei pochi giorni di cura a Venezia, dovevano essere il
suo paradiso!... E pensare che se li sognava da un anno! Mah!...

Per sentire un po' di sollievo, lo sapeva bene lui che cosa gli sarebbe
bisognato!... Trovare il modo di vendicarsi di quella brutta strega
della D'Abal!... Ecco, questo gli sarebbe bisognato; perch era lei la
causa di tutto; era lei, lei sola, che nascostamente attizzava il fuoco.
L'Elisa era una donna debole, senza volont e forse....

-- Oh! guarda chi vedo!... Il nostro caro _Prefetto!_

Prandino lev la faccia sbattuta dalla veglia e vide Badoero che usciva
da _Florian_ in compagnia di tre o quattro giovinotti.

-- _Ciao_, Badoero.

-- Che fai qui solo solo?

-- Prendo il fresco....

-- Vieni con noi da _Bauer_?

-- Ti avverto che _Bauer_ ha gi chiuso a quest'ora, -- disse a Badoero
uno della comitiva.

-- Se troveremo chiuso, non ci sar gran male: andremo a battere a
qualche altro Caff. Su, su, levati, giovine sentimentale, e vieni con
noi! -- e Badoero, preso Prandino per un braccio, lo costrinse a levarsi
in piedi.

-- Io proporrei di andare a battere dall'Emma! -- esclam uno di quei
giovinotti, per lanciare un frizzo a Badoero.

-- Nossignori! -- rispose questi con fatuit, -- dall'Emma non c' posto
per tanta gente! -- poi, fermandosi su due piedi: -- vi presento mio
cugino, il conte degli Ariberti, -- disse indicando Prandino alla
comitiva.

Finito lo scambio dei complimenti, si avviarono tutti verso la _Birreria
Bauer_; Badoero, allora, prendendo Ariberti a braccetto e tenendolo un
po' pi indietro degli altri:

-- Dimmi, caro prefetto, -- gli chiese a bassa voce, -- la Contessa t'ha
proprio messo in disponibilit, per questa notte?

-- Non ti capisco!

Ma Prandino, che invece capiva benissimo, sent un'ondata di sangue
caldo, che gli saliva alla testa.

--  arrivato il Maggiore.... e ti mandano a passeggiare!... Eh! che vuoi
farci? Le donne, vecchie o giovani, quando vedono i bottoni lustri,
perdono la testa.

-- Ma...

--  destino comune, e non c' che fare; bisogna rassegnarsi,
_Prandinello_ mio!..

_Prandinello!_... Anche Badoero lo chiamava _Prandinello_ come il
cavalier Pinocchio!...

Ariberti, per, non se la prese con Badoero per quelle parole, ma invece
gli proruppe nel cuore un impeto d'ira, quasi di odio, contro l'Elisa.
Sent allora, per la prima volta, che fra lui e quella donna era proprio
tutto finito. Difatti, se anche l'Elisa, per un'ipotesi, avesse ripreso
a volergli bene come prima, tanto e tanto nell'opinione del mondo egli
oramai non era pi il suo amante. E _l'opinione del mondo_, si sa bene,
presta a certi amori le loro pi care attrattive. Prandino per non
volle mostrare al cugino che egli soffriva per quello smacco. Invece si
sforz di fare il disinvolto, di parer spiritoso e lieto confessando a
Badoero che il Maggiore capitava proprio in punto a sollevarlo d'un
grande imbarazzo. Lui non negava di aver amato l'Elisa, e molto: ma
adesso quella catena gli si faceva ogni d pi pesante; insomma, era
stufo di rappresentare il _moroso de la nona_ a tutto pasto, e domand a
Badoero se non trovava che oramai la contessa Navaredo era una donna
_andata_. Egli sperava che Badoero gli dicesse di s; sarebbe stato un
conforto al suo dolore.

-- _Andata_ proprio no, -- rispose Badoero: -- Certo, comincia a essere un
po' troppo grassa, ma si conserva ancora piacente e poi sa _truccarsi_
bene, come dice l'Emma.

Da _Bauer_, com'era stato previsto, si trov chiuso. Allora, tutti
insieme, tornarono indietro brontolando; chi voleva andare in un luogo,
chi in un altro, e nessuno riusciva a trovare una proposta che ottenesse
l'approvazione generale. Intanto, aspettando l'idea buona, che non
capitava, si sedettero per un momento al _Caff Svizzero_, dove ci
doveva essere, dicevano, della birra inglese in bottiglia, eccellente.
Prandino, che aveva sete e sentiva qualche brivido di freddo in
quell'aria umida della piazza, ne tracann in fretta due tazze, sebbene
nell'andar gi gli bruciasse la gola e lo stomaco.

-- Sapete che cosa dobbiamo fare? -- salt su a proporre Badoero da un
momento all'altro, -- andiamo a giocare un'oretta al _lansquenet_?

-- S, ma dove? -- chiesero gli altri.

-- Dal _sior Angelo a la Cuca_. Tanto, se trovassimo chiuso, quando ci
facciamo conoscere ci aprono subito.

-- Allora paghiamo, e partenza per la _Cuca_!...

-- _Garon!_ -- grid Badoero, che s'era levato in piedi, chiamando il
cameriere dalla vetrata della bottega.

-- A me sai, Badoero, -- disse Prandino facendo una smorfiaccia colla
bocca, -- quella tua birra ha fatto male. Mi brucia lo stomaco, mi
brucia, come se avessi bevuto del fuoco.

--  nulla; le prime volte fa sempre cos, ma poi ci si abitua. La birra
inglese  come il sigaro, bisogna avvezzarcisi.

-- Se ha un po' di nausea, prenda un bicchierino di _cognac_ e le passa
subito, -- sugger un altro signore della compagnia.

Prandino accett il consiglio, bevette il _cognac_ e subito dopo gli
sembr di fatti di sentirsi un po' meglio. Allora dal suo famoso
_porta-biglietti_ colla corona d'argento, lev una carta da due lire e
l'offr al cameriere perch si tenesse la spesa.

Il cameriere prese il biglietto con due dita, invece di riporlo lo tenne
levato per aria fissando Ariberti.

-- Che cosa paga il signore?

-- Un _cognac_ e una bottiglia di birra.

-- Allora formano _cinque e trenta_, in tutto.

-- Ma non pago altro che la mia birra.

-- Appunto, cinque lire della bottiglia, e sei soldi del _cognac_.

-- Per bacco! -- pens Ariberti fra s, -- cinque lire per sentirsi male,
mi pare un po' caro!

Tuttavia pag senza altre osservazioni, ch non voleva perdere il
credito fra le sue nuove conoscenze.

Strada facendo, mentre tutti si avviarono verso la Cuca, gli venne
addosso, col calore del cognac un gran bisogno di espandersi e
confidarsi a qualcuno.

Allora fu lui che si prese Badoero a braccetto, e dopo d'essersi fatto
promettere il segreto -- _in parola d'onore_ -- gli cont che la contessa
Navaredo si era condotta molto male con lui.

-- Certo che per me  stata una fortuna, perch proprio ero stufo, ma
questo non vuol dire; resta sempre il fatto che s' portata malissimo.
Del resto, te lo dico io che al signor Maggiore non gliene voglio. Oh
no, davvero: anzi, quando lo vedo, son quasi tentato di fargli i miei
rallegramenti; si diverta, si diverta, se pu, ch'io gi non lo invidio
di sicuro!

E qui, Ariberti torn daccapo a voler persuadere il cugino che la
Contessa oramai era una donna sciupata, mentre invece, un anno o due
prima, quando l'aveva lui.... allora s che era davvero un tipettino da
far girare la testa. A Vicenza, allora, quando l'Elisa passava per le
strade, si voltavano tutti a guardarla. Ma adesso?... Adesso era
tutt'altra cosa.

Alla _Cuca_ le imposte erano chiuse, ma dalla luce che usciva dalle
fessure si vedeva bene che dentro c'era ancora della gente. Allora
picchiarono forte colle mazze sulle persiane delle finestre a terreno,
finch fu aperta a met la porta della bottega e furono introdotti da un
omiciattolo in maniche di camicia e colla faccia assonnita, che accolse
i nuovi avventori brontolando fra i denti.

Nella sala c'erano seduti in un angolo due o tre operai colle facce
accese dal vino e dal caldo che guardavano di sbieco quelle _grinte
aristocratiche_ che entravano l dentro, in casa loro.

Ma gli amici di Prando non si fermarono a terreno; invece, salirono su
per una scaletta ripida, angusta, ed entrarono in una stanzuccia al
mezzanino, dove si sentiva forte il puzzo della pipa mescolato coll'odor
grasso dei cibi.

Il cameriere accese il gas, spalanc i vetri della finestrina, distese
sul tavolo di legno greggio un tappeto macchiato d'unto e di vino, e poi
domand ai signori che cosa volevano ordinare.

-- Porta del Chianti, di quello vecchio, del ghiaccio e tre mazzi di
carte nuove.

Il cameriere usc, e rientr poco dopo con un gran fiasco di vino sotto
il braccio, un tazzone in mano, con dentro del ghiaccio, e i tre mazzi
di carte che gli gonfiavano le tasche della giacchetta.

-- Giochi anche tu, Ariberti? -- domand Badoero a Prandino, che in quella
stanzuccia bassa, infocata dal gas, sudava tanto, che gli pareva di
essere in un forno.

-- A che si gioca?

-- Al _lansquenet_.

-- Al _lansquenet_? -- Non lo ricordo bene, -- rispose Prandino, che invece
quel giuoco non lo conosceva punto.

-- Oh,  facilissimo: non puoi sbagliare! Guarda: io tengo banco e scopro
due carte: la prima  il due di spade, la seconda il cavallo di coppe.
Se adesso, sfogliando il mazzo, scopro prima un due qualunque, ha vinto
il banco: se invece  un cavallo, ha vinto chi punta.

-- E quanto si punta?

Prandino era sbalordito: la birra bevuta, il _cognac_, quel caldo
soffocante e i dispiaceri che gli cocevano nell'anima, tutto ci lo
faceva star male.

-- Facciamo il solito? -- domand Badoero, guardando in giro i suoi
compagni.

-- S, il solito! -- risposero insieme, meno Prandino, ch'era nuovo della
partita e non ne sapeva nulla.

-- Allora, -- e Badoero si volse a Prandino, -- non puoi puntare meno di
cinque lire. Se vuoi, perch tu veda meglio com' il giuoco, faremo una
_levata_ noi due soli.

Ci detto, il giovinotto cominci a sfogliare le carte con una prestezza
che mostrava come ci avesse fatto la mano, e si ferm, che aveva
scoperto il due di denari.

-- Ecco,  fatto: ha vinto il banco.

-- E io?... -- domand Prandino, alzando d'in su la carta due occhi
stanchi, melensi.

-- Tu hai perduto cinque lire; ma se invece di un due fosse uscito prima
un cavallo, le avresti vinte. Capisci?...

-- Ma....

Prandino ancora non era entrato bene nel congegno, pur semplicissimo,
del giuoco.

-- Aspetta: per farti veder meglio, faremo un altro colpo.

Badoero tir da una parte le carte sfogliate, e ne scopr sul tavolo due
nuove: la prima era un sette di denari, la seconda un tre di bastoni.

-- Sta attento, adesso: la carta del banco  un sette, la tua un tre.

E Badoero ricominci a voltare le carte del mazzo, a una a una,
prestamente. Scopr un sette prima del tre.

-- Ha vinto il banco anche stavolta, e tu perdi dieci lire.

-- Ho capito. Se invece d'un sette era un tre, le dieci lire le vinceva
io.

-- No, ne avresti vinte cinque sole; ma siccome altre cinque le perdi gi
dalla puntata di prima, cos avresti fatto pace.

-- Adesso, dunque, si pu giocare anche noi? -- domandarono gli altri
compagni, che, messi in ardenza dalla vista delle carte, erano stufi di
restar l a guardare senza far nulla.

-- S: puntate, signori!... Comincio il giuoco. Tu, Ariberti, se vuoi,
puoi puntare anche pi di cinque lire: io tengo qualunque posta.

Prandino giocava e beveva, e poi tornava a bere e a giocare mezzo
stupidito.

Non riusciva a persuadersi a mettersi in testa ben chiaro che ognuno di
quei gettoni d'osso, di un bianco ingiallito dall'uso, rappresentasse
proprio il valore di cinque lire, e li puntava a casaccio, pazzamente, a
due, a tre, e fino a dieci per volta!... La faccia gli si era fatta d'un
pallore cadaverico, gli tremavano le mani e balbettava delle parole
rotte, sconnesse che non avevano senso. In una giocata, chi teneva il
mazzo avendo voltato un fante di spade cos mal colorito da parere una
puppattola invece d'un soldato: "To, to, la vecchia!" si mise a urlare
Prandino. -- "Banco sulla vecchia! Voglio vedere se anche questa mi fa
dannare! banco!"

Nessuno dei presenti rilev l'ironia di tali parole: erano troppo
assorti nel giuoco; ogni loro attenzione era l fissa, muta,
instancabile, e non badavano ad altro.

Quando l'Ariberti domand il banco, si levarono tutti dal loro posto e
si avvicinarono a chi faceva il giuoco e voltava le carte lentamente;
anche questi era pallido, convulso, e aveva un sorriso forzato che
gl'increspava le labbra. Alla fine, dopo d'aver consumato quasi un mazzo
di carte, scopr il fante davvero, e Prandino guadagn una grossa somma;
tanto grossa che, se l'avesse conservata, avrebbe dato da vivere a lui e
a mamma Orsolina per un anno, senza dover pi ricorrere all'impiego
promesso dal cavalier Pinocchio. Ma lui non se n'accorse neppure d'aver
vinto. Tracann d'un fiato un altro bicchiere di Chianti e sghignazz
borbottando che gi le vecchie erano dalla sua e ch'egli sapeva bene
come si dovevano prendere. Poi, tutte le volte che quel fante gli
compariva dinanzi, sul tavolo, urlava, gli faceva dei brindisi e gli
puntava sopra tutti i gettoni che aveva, senza nemmeno contarli.

Gi, fossero state anche delle migliaia di lire, che cosa gliene sarebbe
importato a lui? Se avesse avuto in mano il cuore e l'anima, anche il
cuore, anche l'anima avrebbe buttato l su quel fante goffo, scolorito,
che lo fissava con due occhi teneri, languidi, appassionati.... cogli
occhi maledetti dell'Elisa!

Quando, dopo stabiliti gli ultimi tre giri, fu chiuso il giuoco e si
cominci a regolare i conti, Prandino era in perdita di ottocento
cinquanta lire, che doveva a Badoero. E avrebbe perduto molto di pi, se
quei giovinotti avessero voluto approfittare del suo stordimento, ma
invece, appena si accorsero che il conte di Vicenza era po' alticcio,
gli rifiutarono delle puntate ch'egli gridava da ubbriaco.

Anche ottocento cinquanta lire, rappresentavano un disastro: il
fallimento addirittura per il povero Prandino!

Fino a tanto per che rimase chiuso dentro in mezzo al fumo, alle carte,
allo schiamazzo di quella bolgia infocata, non arriv mai a comprendere
la gravit della propria disgrazia; la prima idea l'ebbe soltanto quando
si trov fuori all'aperto in _Piazza San Marco_, coi buffi d'aria
fresca, umidiccia, che gli snebbiarono la testa. Allora, per un momento,
sper di sognare, ma poi, quando si persuase ch'era desto, ci manc poco
che non impazzisse.

-- Scusa, Ariberti, che cosa abbiamo detto che tu mi dovevi? -- gli chiese
Badoero, che col lapis prendeva appunti e faceva somme sopra un
biglietto di visita.

-- Non so!... Quanto?...

-- Se non isbaglio i conti, dovrebbero essere ottocento cinquanta lire.

I conti del cugino erano giusti.

-- Ma.... io.... io non le ho.... qui.

-- Che importa?... si sa bene, nessuno viaggia colla _Banca_ in tasca. Me
le darai con tuo comodo.

Prandino respir. Dunque c'era tempo, e fin che c' tempo c' vita.

-- Se ci fosse giustizia, -- continu Badoero sorridendo, -- la perdita di
stasera te la dovrebbe pagare il Maggiore, perch se lui non capitava a
Venezia, tu forse, a quest'ora avresti in tasca ottocento cinquanta lire
di pi. Del resto, sei stato sfortunato, ma giocavi anche da matto,
lasciatelo dire: ci volevi tu perch io fossi buono di vincere, almeno
una volta! bisognava proprio che tu venissi da Vicenza apposta per fare
il miracolo!... io perdo sempre e tanto che, te lo dico in confidenza,
per il giuoco di questo mese, in sul momento mi trovo un po' al verde;
ma di ci tu non devi darti pensiero, quando me le puoi far entrare per
domenica, quelle ottocento cinquanta lire, mi basta e sono contento.

La vita tornava ad accorciarsi al povero Prandino.

-- Per domenica?

-- S, te ne sar grato. In un'altra occasione, figurati!

E Badoero cambi discorso, perch gli amici si erano avvicinati per
salutare il conte degli Ariberti, dovendosi dividere da lui: Prandino
andava da una parte e loro dall'altra.

-- Buona notte, signor Conte: gi si fermer ancora un po' di giorni a
Venezia?...

-- S.... probabilmente....

-- Allora avremo il piacere di rivederla e di dargli la rivincita.

-- Grazie....

-- Buona notte!

-- Buona notte!

-- _Ciao_, simpaticone!

-- _Ciao_....

-- A proposito, scusa, -- e il Badoero torn indietro chiamando Prandino,
-- domani ti vedr al Lido, sicuro, non  vero?

-- S.... probabilmente. -- Prandino, adesso stentava a capire che cosa
gli dicevano.

-- Bada di non mancare. La principessa di Lentz vuol conoscerti
personalmente.

-- Grazie!...

.... Domenica?... per domenica ci vogliono i denari?... ottocento
cinquanta lire.... -- pensava Ariberti provando dei brividi in tutto il
corpo, che lo facean trasalire. -- Come trovarle?... Dove?... Eppure ci
vogliono, ci vogliono ad ogni costo; e ci vogliono per domenica!...
Prandino tent allora di ricordarsi che giorno fosse della settimana, ma
non ci riusc.

La piazza si stenebrava a poco a poco, triste, silenziosa. In alto, il
cielo bigio era corso da una folla di nuvolacci nerastri, fra gli
strappi dei quali rilucevano ancora qua e l alcune stelle con bagliori
incerti, sbiaditi.

Prandino si sentiva stanco, disfatto: le gambe non lo reggevano pi, gli
dolevano i piedi ammaccati dalle scarpe, aveva la testa grossa, pesante,
e stentava a tener gli occhi aperti. Gli sembr per un momento che se si
fosse lasciato cascar per terra lungo disteso, lo avrebbe preso un sonno
cos forte dal quale non si sarebbe svegliato mai pi. Si avvi verso
l'albergo, curvo, traballante, con un tremito di freddo, inciampando
nelle pietre disuguali della via, chiudendo gli occhi ogni tanto per
riposare.

Nel cortiletto angusto della _Gondola d'oro_, cominciava ad esserci un
po' di movimento per alcuni viaggiatori che dovevan partire colla prima
corsa, ma dal portiere si vedevano le imposte ancor tutte chiuse, mentre
le scale erano deserte e i corridoi si prolungavano muti fra le tenebre.

Prandino sal lentamente, tirandosi su, appoggiandosi di tutto peso alla
maniglia, fermandosi ad ogni branca. Quando arriv al primo pianerottolo
e sost alquanto per prendere fiato, caso volle che il suo occhio
cadesse proprio sopra una fila di scarpe e di stivaletti messi l in un
angolo dal facchino che pi tardi poi li dovea pulire e lustrare. Tutta
quella roba faceva un'impressione strana, curiosa. Ogni oggetto pareva
avesse non solo la fisonomia, ma indicasse la condizione e ritraesse i
costumi e le tendenze del proprietario. Vicino alla calzatura coi chiodi
del _touriste_, c'era il borzacchino coi bottoni di madreperla e le
ghette colorate del commesso viaggiatore. Accanto alla scarpa risolata
del marito, col tacco basso e la pianta larga, comoda, c'era lo
stivaletto lungo, sottile della moglie: poi lo scarpone di panno del
nonno, e il sandalo foderato di tela della nipotina e gli scarpini
verniciati del damerino: insomma parea di vedere tutti gli ospiti della
locanda, schierarsi l ad uno ad uno colle loro macchie di mota, co'
loro frinzelli, colle orecchie basse e le bocche socchiuse al respiro, o
spalancate ad uno sbadiglio. Prandino fiss lo sguardo in quella mandata
di calzature finch scopr uno stivaletto che aveva le ghette chiare e
il tacco molto alto, e un po' consumato internamente. L'Elisa calzava
attillato e il suo passo non era pi tanto leggero.... Lo guard a
lungo, e sentiva la tentazione di accarezzarlo, di baciarlo, di
portarselo via, quando all'improvviso fu preso da un senso strano di
dispetto, da un impeto acuto di rabbia gelosa, che lo risvegli
brutalmente da quel suo stato di dormiveglia: l, sopra la ghetta chiara
dello scarpino d'Elisa, era stato buttato uno stivale colla suola grossa
all'inglese, e la tacca degli speroni nel calcagno. Prandino non aveva
alcuna ragione di dolersi: era ben naturale che gli stivali del numero
_quarantatr_ si trovassero insieme colle scarpe del numero _quaranta_!
Ma tant', il povero innamorato non potea darsi pace!....

In quel punto lo prese un desiderio tormentoso di riavere le volutt,
l'amore dell'Elisa e il rammarico del suo paradiso perduto gli si mut
in un'angoscia disperata. Tuttavia quando rientr nella sua cameretta,
vedendo il disordine che c'era l intorno, e il letto sfatto, si
risovvenne delle vicende di quella cattiva nottata, e pens,
raccapricciando, che sebbene quando ne usciva poche ore innanzi egli
fosse gi tanto infelice da voler morire, lo era ancor meno d'adesso che
vi tornava!.... Come avrebbe fatto a pagare le ottocentocinquanta lire
che aveva perdute?.... E bisognava pagarle per domenica, non c'era
verso! Come avrebbe fatto?!... Smarrito, si guard attorno per la
cameretta, cercando un conforto. E gli pareva di scorgere viva dinanzi a
s la misera figuretta di mamma Orsolina, tutta chiusa nella sua
vesticciola stinta e a rattoppi, curva sul tombolo, sciupandosi la vita
pur di risparmiare un quattrino e poterla tirare innanzi colla
famigliola.... Dove avrebbe trovato il coraggio di dire a quella povera
donna: sai, mamma, ho perduto ottocentocinquanta lire!.... Prandino,
cos sconvolto, credette di vedere la mamma impallidire tremando a
quelle parole, come s'egli le avesse dato una stilettata, e pianse
smaniando, e si strapp i capelli finch, spossato, affranto, si lasci
cadere, cos vestito com'era, attraverso del letto.

Allora, mentre cedeva al sonno che gli pesava greve sulle pupille e che
gli sperdeva dall'anima, a poco a poco, ogni memoria e ogni dolore, gli
sembr di fuggir via da quella vita maledetta, e chiuse gli occhi,
provando un senso benefico di riposo e di pace, come se non dovesse
riaprirli mai pi!....

Ma invece, quantunque si svegliasse assai tardi, erano gi suonate le
tre, fu ancora in tempo di ritrovare tutti i suoi dolori che lo
aspettavano pronti per tornare daccapo a farlo soffrire. Il suo primo
pensiero, come di solito, corse subito all'Elisa e prov il senso d'un
vuoto cos grande, cos profondo, che pareva gli mettesse le vertigini.
Poi, subito, si risovvenne delle ottocento cinquanta lire che doveva a
Badoero e a quel ricordo salt gi dal letto, come se si fosse sentito
scottare. Le ottocento cinquanta lire perdute erano di una verit cos
fredda e inesorabile, che Prandino cominci a dubitare non fosse
altrettanto sicura l'altra disgrazia: quella di dover perdere anche
l'Elisa.

Non poteva forse aver inteso male?

Si ricordava che l'Elisa gli aveva dette queste precise parole: _domani
saprai tutto_; dunque era cosa certa ch'egli ancora non ne sapeva nulla,
e per, da quella parte, poteva ben darsi che il diavolo fosse meno
brutto di quanto pareva. Gi la speranza, colle donne, si acquista
sempre e non si perde mai! E poi Prandino aveva certi fumi che gli
annebbiavano il cervello: della mezza cotta della sera innanzi, gliene
durava ancora almeno un quarto!

-- Che! -- pensava, mentre rimetteva un po' in ordine il suo abbigliamento
-- ella non pu vivere senza di me: l'ha giurato tante volte! Chiss mai
a che cosa voleva alludere co' suoi discorsi.... forse era tutto un
ordito combinato ad arte, perch io non avessi pi lena di rimproverarla
di essere uscita al largo col Maggiore. Se fosse cos,  stata molto
brava e le perdono in grazia dello spirito che ha avuto!

A questa idea consolante gli si allarg il cuore, e gli si dilatarono i
polmoni tanto ch'egli, tutto consolato, cominci a canterellare a mezza
voce un'arietta in tempo allegro; ma poi gli si fecero innanzi le
ottocento cinquanta lire tetre, minacciose come il _Mane-Thecel-Phares_
di Baldassare, e gli strozzarono il motivo a mezza gola.

Tuttavia, siccome fino a domenica poteva respirare, non pens, per il
momento, se non a raggiungere l'Elisa.

La Contessa e la Contessina erano certo andate al Lido col solito
vaporetto delle tre; non c'era pi tempo da buttar via, bisognava
sbrigarsi, bisognava correre per non perdere anche quello delle tre e
mezzo.

-- Signor Conte! Signor Conte! -- chiam il portiere, mentre Ariberti
usciva in fretta dall'albergo.

L'Ariberti torn indietro, ch il portiere non si sognava certo di
scomodarsi per corrergli appresso.

-- La contessa Navaredo cercava di lei.

--  ancora di sopra?

-- No;  andata al Lido colla sua compagna, -- alla _Gondola d'oro_ non si
sapeva che la D'Abal fosse sua figlia -- e col signor marchese Del
Mantico.

-- Perch non chiamarmi?

-- Credevo ch'ella fosse uscita.

-- Dovevate informarvene.

-- Poco male: al Lido la ritrova di sicuro. Gi il vaporetto parte ogni
venti minuti.

-- Questa non  una buona ragione: un'altra volta fate meglio il vostro
dovere.

Ci detto, Prandino infil la porta dell'albergo e ne usc quasi di
corsa, ed ebbe il sospetto che il portiere lo mandasse con cattivo garbo
a quel paese; ma fu un semplice sospetto, ch, proprio bene, non intese
ci che quell'altro gli brontol dietro.

Era una giornata fresca, di burrasca; la laguna era mossa, il cielo
scuro, minaccioso, e il vento che soffiava forte contro i tendoni del
vaporetto, ne rallentava la corsa, aumentando cos l'impazienza e
l'infelicit di Prandino.

Quando arriv sulla terrazza, vide subito l'Elisa che stava appoggiata
al parapetto, guardando il mare grosso, agitato, sul cui ondeggiamento
d'un verde cupo, rotto qua e l da strisce pi chiare, correvano,
moltiplicandosi, creste mobilissime, bianche, candide come spuma di
latte.

-- E dunque? -- le domand l'Ariberti, quando le fu vicino, e con due
occhi gonfi, umidi, fiss la Contessa che, per maggior disgrazia, gli
pareva molto pi bella del solito.

Elisa lo guard con tenerezza, e poi, chinando la testa in aria di
vittima rassegnata, sospir cos forte, da mettere in grave pericolo le
maglie della sua giacchetta attillata.

-- E dunque?.... -- ripet l'altro, col cuore che gli batteva
violentemente.

-- Dunque.... continuate a volermi bene, ma come a una vostra mammina.

E mentre il vento le portava sulla faccia e sul collo gli spruzzi
freschi, voluttuosi, sollevati dai cavalloni del mare, che, rompendosi
contro la spiaggia, correvano rumoreggiando sotto il tavolino scosso,
traballante per quegli urti impetuosi, ella raccont a Prandino, senza
neppure un tremito, e senza nessuna reticenza, che aveva dovuto cedere
alle istanze del sotto-prefetto, alle preghiere e alle minacce della
Cecilia, e che si rassegnava, vittima dell'altrui volont, a sposare il
marchese Del Mantico, pel quale sentiva molta stima e punto amore.

Prandino la lasci dire senza mai interromperla: non poteva parlare,
perch aveva la gola stretta, serrata. Rimaneva dritto in piedi,
immobile, duro e mentre con una mano si teneva sodo il cappello contro
la fronte, le lagrime gli colavano dagli occhi e dal viso smorto e si
fermavano qua e l, luccicanti, sull'abito nero. Non vedeva nulla, n
l'Elisa, n nessuno: vedeva solo il fondo buio, deserto del mare. Aveva
il capo intronato dal vento e dal fragore delle onde, aveva il cuore
rotto, spezzato; ma per sentiva bene, sentiva vivo, quel suo dolore
cos grande che lo avvolgeva tutto, che gli toglieva ogni altra forza,
che gli levava dall'anima ogni altro sentimento.

Quando l'Elisa si allontan da lui, egli la lasci andar via senza fare
un passo, senza nemmeno salutarla.

-- "Guarda don Bartolo -- sembra una statua!...."

-- _Ciao_, Badoero! -- Alla voce del cugino, l'Ariberti si ridest, si
scosse: pare impossibile! Non poteva andare una volta sulla terrazza,
senza incontrarsi in Badoero!....

-- Sai? Oggi la Principessa non  venuta per il cattivo tempo. Sar per
domani.

-- Come?.... Non avevi detto per domenica?

-- Per domenica?.... Che cosa?....

L'Ariberti che avea inteso male, s'era spaventato a torto, ma non
rispose nulla che spiegasse al cugino la sua interruzione.

-- Vai a fare il bagno? -- continu Badoero senza badargli pi che tanto --
no, di certo, immagino, con questo tempo indiavolato.  vero che sei un
nuotatore di prima forza, ma tant', non ci si diverte!.... Addio,
Ariberti, corro in cerca di Potapow e di Jamagata, ch, oggi, non son
buono di trovarli.

-- _Ciao_, Badoero!

In quella domanda del cugino -- se andava a fare il bagno -- Ariberti avea
finalmente ritrovato un indirizzo, un'ispirazione, e usc dalla terrazza
col passo fermo, risoluto.

Era stanco di vivere e di soffrire, e lo consolava l'idea di perdersi
lontano con tutti i suoi dolori e con tutte le sue angosce, in
quell'onda sconfinata del mare.




CAPITOLO XIII.


Il conte degli Ariberti non sapeva ancora come sarebbe morto, ma voleva
morire a ogni costo e per il momento gli bastava la certezza di farla
finita prima di domenica.

Pi di tutto lo seduceva l'idea di perdersi nella profondit del mare
come un atomo che lentamente viene assorbito da una gocciola d'acqua,
senza lotta e senza dolore. Gli pareva, una volta inghiottito da
quell'enorme distesa di cavalloni verdastri, d'esser cos ben sepolto
che nemmeno la sua memoria non sarebbe pi ritornata a galla; e cos
quei signori di Vicenza, dimenticandolo affatto, non avrebbero riso di
lui per la brutta figura che faceva ad essere stato, in certo qual modo,
messo in libert dalla contessa Navaredo.

Ma anche il morire non  sempre una cosa presto fatta, e alle volte per
quanto chi ci voglia riuscire, ci si metta di buona lena, non arriva a
capo di nulla. Morire sott'acqua poi, nel caso di Prandino, nuotatore
espertissimo, era un'impresa estremamente difficile.

Quando si trov innanzi un buon tratto nel mare, portato dalle onde in
su e in gi come da un'altalena, si determin nel disperato proposito e
si cacci sotto risolutamente, ma fece fiasco. Per quanto lavorasse di
braccia e di gambe, l'acqua lo riportava a galla dopo pochi istanti, e
tornato fuori colla testa, doveva respirare per forza. Un'altra volta,
dopo d'essersi tuffato, prov ad aprire la bocca: ma non fece altro che
bere!....

Eppure non c'era verso!.... bisognava morire!.... Morire?.... Perch
morire?.... E a questo punto il fresco dell'acqua, che calmando il
sistema nervoso del giovinotto, lo conduceva a pi miti consigli, lo
tenne prima un poco perplesso sulla decisione da prendere e poi
addirittura lo fece cambiar di parere.

Morire?.... Ch! Vivere bisogna; vivere per potersi difendere dalle
false accuse e dichiarare a tutti che non era stata l'Elisa la prima a
piantar lui, ma che viceversa era stato lui a piantare l'Elisa!
Bisognava vivere per vendicarsi del sottoprefetto D'Abal a costo
d'improvvisargli apposta una _dimostrazione_.... e, in tutti i casi,
prima di morire voleva mostrare i denti alla Cecilia e, almeno una
volta, provare il gusto matto di tirare le orecchie a Gegio! S, s,
bisognava vivere!.... Ma, e le ottocento cinquanta lire da pagarsi
domenica a Badoero? Questo funesto ricordo lo sgoment; si lasci di
nuovo calare a fondo e fece di tutto per rimanervi; ma, povero diavolo,
anche questa volta non ci riusc.

-- No, no; bisogna morire! _Cote que cote_ (come dice la perfida!)
bisogna morire! -- E poi, forse ch'egli avrebbe potuto vivere a Vicenza
il giorno del matrimonio dell'Elisa col Maggiore?

I suoi amici che avevano tentato di soppiantarlo quand'era lui il
fortunato, adesso gli domanderebbero -- "se gli parevano dolci i
confettini!" E se il cavalier Pinocchio lo destinasse per il momento
alla vendita dei biglietti e toccasse a lui, proprio a lui (quando ci si
mette l'ironia del destino  cos spietata!) toccasse a lui di staccare
i biglietti per quel viaggio di nozze? -- Bisogna morire! e Prandino
chiuse gli occhi, abbandonandosi all'urto delle onde che gli si
rompevano scroscianti contro la faccia.

Pens, visto e provato che andar a fondo non poteva, di spingersi tanto
innanzi nel mare, fino a raggiungere quella striscia scura, plumbea, che
chiudea l'orizzonte. Allora, quando le forze gli fossero mancate, egli
verrebbe travolto dai flutti e sommerso a poco a poco, senza nemmeno
accorgersene.

Gi, si capisce che non gli premeva molto di assistere con tutta la sua
presenza di spirito a quel trapasso dalla vita alla morte: per quante ne
dicano i misantropi, non  mai una gita di piacere! E poi, Prandino,
tutti i gusti son gusti, avrebbe desiderato di morire dormendo. Intanto
continuava a nuotare di lena e ad allontanarsi sempre pi dalla riva.
Dopo qualche tempo cominci per davvero a trovarsi un po' stanco.
Tuttavia continu sempre a nuotare: era deciso! adesso per nuotava
molto pi adagio. Il vento gli sibilava acuto, molesto nelle orecchie e
gli battea il viso, l'acqua salata gli bruciava gli occhi, ma egli non
indietreggiava, avanzava anzi sempre verso il largo, rassegnato al suo
destino, finch sent i primi brividi di freddo corrergli per la vita.

-- Ci siamo! pens, e Prandino fece il morto, tanto per cominciare.

La dur cos ancora per qualche minuto, quando d'un tratto egli si sent
trasportare con violenza da una forza nuova, ignota, che lo trascinava
velocemente. Spaventato, si allung nell'acqua, per opporsi a quell'onda
impetuosa, ma rotto com'era dalla fatica, ci riusciva a stento e capiva
che presto egli sarebbe rimasto vinto, sopraffatto: era stato portato
via da una corrente tanto pi forte quanto il mare era pi grosso.

In quel punto, Elisa, il Maggiore, la Cecilia e anche le ottocento
cinquanta lire, gli si dileguarono in un attimo dal cuore e si risvegli
in lui prepotente l'istinto della conservazione. Fece, sforzi disperati,
sovrumani.... ma, per quanto si adoperasse con tutto il suo vigore, non
riusciva che a resistere all'urto dell'onda e a star fermo: retrocedere
gli era impossibile.... Gi, in breve, stanco, sfinito, non poteva pi
nemmeno tenersi a galla.... gi l'onda vittoriosa gli era passata due
volte sulla testa, gi, spossato, stava per venir meno e questa volta
trovarlo proprio davvero il modo di calare a fondo.... quando, senza
saper come, senza saper nemmeno s'era proprio desto o se sognava, si
trov dritto in piedi, l, in mezzo alla burrasca, coll'acqua che gli
arrivava appena alle spalle!

A un migliaio di metri all'incirca dal Lido, si allunga per un buon
tratto di mare, un banco di sabbia: la corrente lo aveva portato l
sopra, e Prandino era salvo: salvo, ma non sicuro. Adesso quei cavalloni
verdastri, impetuosi, spumeggianti, lo spaventavano, e tutte quelle
creste candide che correvano sulle onde, gli sembravano altrettanti
mostri marini che gli venissero incontro. Si raccomand a Dio, pens a
sua madre e chiam al soccorso, con quanto fiato gli rimaneva in corpo.

-- _Semo qua, paron, semo qua_ -- gli rispose subito una voce poco
lontana.

Era la barca destinata al salvataggio dei nuotatori che, come vuole il
regolamento, quando Ariberti si allontan troppo dalla riva, gli aveva
tenuto dietro, senza che il poveretto, fisso collo sguardo nel tendone
buio dell'orizzonte, e mezzo accecato com'era dal bruciore e dagli
sprazzi dell'acqua, se ne fosse accorto.

Due battellieri, dalle braccia robuste, lo tirarono su di tutto peso nel
guscio, e, quando fu dentro, gli domandarono come mai s'era arrischiato
di allontanarsi tanto, col mare cos grosso.

--  stata la corrente che mi ha portato via -- rispose Prandino,
arrossendo per la doppia vergogna dell'essersi voluto annegare e del non
esservi riuscito.

Tutto curvo, seduto sopra una panchetta della barca, coi denti che gli
battevano dal freddo, col vento che gli soffiava addosso, egli,
silenzioso, mortificato, si lasci condurre a riva. Ma, tuttavia, mentre
si avvicinava alla spiaggia e lo _Stabilimento_ s'ingrandiva a vista
d'occhio, cos da distinguere le persone che si movevano sulla terrazza,
torn a pensare a' casi suoi e a convincersi che, per quanto gli potesse
spiacere di morire, nulladimeno, non poteva pi vivere. Anche un po' per
non rendersi ridicolo a s stesso, non c'era verso, doveva venire a
quella conclusione. Per, avrebbe scelto un altro genere di morte. I
battellieri gli narrarono il caso d'un tedesco che, l'anno prima, s'era
annegato, per l'appunto al Lido, e che fu ripescato monco di un piede e
senz'occhi: gli erano stati divorati dai pesci.

Prandino, al racconto, sent in tutto il corpo un senso vivo di
ribrezzo. Scegliendo quel genere di morte, sott'acqua, non aveva
riflettuto al pericolo d'essere mangiato vivo.... o anche morto, che,
quasi, gli sarebbe spiaciuto ugualmente. No, no; bisognava trovare
un'altra specie di suicidio: col freddo che aveva intorno, avrebbe
preferito piuttosto di morire nel fuoco, bruciato; tanto pi che quella
massa enorme, spaventosa, d'acqua ondeggiante e quegli odori acuti
d'effluvi salini, gli davano nausea!....

Voleva finire i suoi giorni a Vicenza, dov'era nato. In quel momento
supremo, voleva trovarsi vicino a sua madre.... Voleva abbracciarla
un'ultima volta, povera mamma!.... A Vicenza, ancora, non si saprebbe
nulla del matrimonio della Contessa, e fino a domenica, c'era tempo;
questa proroga se la poteva concedere senza offendere la fermezza del
suo carattere, essa, invece di distoglierlo, lo rendeva pi saldo nel
suo proponimento.

Quando usc vestito dal camerino, trov sull'uscio i battellieri che lo
avevano salvato, col cappello in mano, che aspettavano la mancia. N si
accontentarono cos facilmente. Erano in tre e ci vollero cinque lire.

Per bacco: avevano salvato un conte, non una persona qualunque!

Prandino pag, sospirando, e pens che a Venezia tutto era caro, e che
non si poteva nemmeno tentar di morire senza spendere quattrini. Ma ci
sarebbe da scommettere, a ogni modo, che quelle cinque lire l, trov
che erano meno buttate via delle altre spese la sera innanzi, nella
bottiglia di birra inglese.

Uscito fuori dai corridoi, era in preda a una viva preoccupazione:
schivare in tutti i modi di incontrarsi colla Contessa. Non voleva
rivederla pi: gli avrebbe fatto troppo male.

Questa volta, la sorte fu mite: gli risparmi quell'angoscia. Ma non
cos pot schivare Jamagata, che adocchi, appoggiato alla porta del
_Caff Ristorante_, colla faccia melanconica, d'una tristezza gialla,
che faceva ancora pi pena, mentre Potapow, di lietissimo umore, lo
tormentava con facezie un poco spinte.

-- _Allez vous  Venise?_ -- chiese Jamagata a Prandino, che passava
dritto, fingendo di non vederlo.

-- _Oui, monsieur._ Vado a Venezia.

-- _Si le temps n'tait si mauvais, je viendrais moi aussi._

E sospir profondamente, in modo tale da far capire all'Ariberti che
anche Jamagata sapeva qualche cosa del matrimonio d'Elisa.

Potapow, invece di commoversi a quella muta desolazione, usc in una
sonora risata e continuando le allusioni impertinenti.

-- _Courage, Courage!_ -- disse al Console sentimentale, -- _le temps et
les femmes il faut les prendre comme le bon Dieu nous les donne!_

-- _Vous m'ennuyez, monsieur le Comte, vous m'ennuyez!_ -- esclam
Jamagata con vivacit, diventando violetto, ch, alla fine, cominciava a
perdere la flemma diplomatica.

Potapow, saltellando dalla collera, gli rispose per le rime; l'altro
continu pi forte; il battibecco si faceva vivo, quando comparve sulla
porta l'ombra nera del cavalier Ramolini, che fu come un secchio d'acqua
fredda sui contendenti, ma nello stato d'animo in cui si trovava
l'Ariberti, quel diverbio non lo commoveva: ne approfitt invece per
dileguarsi senz'altri intoppi dallo Stabilimento.

Adesso Venezia gli metteva addosso un'uggia insopportabile, avrebbe
voluto ritornare a Vicenza subito, quella stessa sera. Gli pareva che
pi presto fosse andato via, pi presto avrebbe trovato pace. Credeva,
povero illuso, di lasciar l, alla stazione, tutti i suoi dolori, e una
volta chiuso in vagone e messosi in via, di dover respirar pi leggero.
Ma, mentre attraversava la laguna in vaporetto, sembr che le cateratte
del cielo si aprissero ad un secondo diluvio e Prandino arriv alla
_Gondola d'oro_ cos bagnato dalla testa ai piedi ed in tale stato da
vincere la musoneria del portiere che, vedendolo, si mise a ridere.

-- L'ha presa tutta, mi pare?

-- Sicuro. Fatemi mandare il conto sopra, _all'ottantasei_.

-- Parte il signore?

-- S, parto.

-- Subito?

-- No, domattina, colla prima corsa. -- Bisognava che si mettesse in
letto, aspettando che si asciugasse un po' la sua roba.

-- Allora c' tempo.

-- Non importa: il conto lo voglio subito.

Levato il dente, come si dice,  levato il dolore; e poi adesso Prandino
avea premura di vedere il conto dell'albergo, per sapere quanto denaro
gli restava da portar a casa.

-- Il _quaranta_ parte con lei?

-- No!

L'Ariberti divent rosso fin alla punta dei capelli. Quel petulante di
portiere aspettava allora a diventare verboso!

Venuto il conto, pagato, preso un biglietto di seconda classe alla
ferrovia, tutto sommato gli rimanevano ancora cento dieci lire. Dunque
non gliene occorrevano che settecento quaranta per Badoero!!... A questa
scoperta gli si allarg il cuore; ma per poco. Tant', domenica non le
avrebbe avute, nemmeno ridotte a settecento quaranta, e per il conte
Eriprando degli Ariberti era sempre vicino al fallimento.

Maledetto il giorno ch'egli era partito per Venezia. Maledetta l'Elisa,
il Maggiore, il Badoero e le bagnature!...




CAPITOLO XIV.


Bisogna credere proprio che le impressioni che si subiscono da una donna
amata fanno un effetto opposto a quello prodotto da un creditore.
Prandino stesso avrebbe potuto notare questa verit sacrosanta, ma lui
non aveva tempo da perdere per fare il filosofo!

A mano a mano che si allontanava dall'Elisa, essa gli si faceva ancora
pi cara e pi necessaria; a mano a mano che si allontanava da Badoero,
le ottocentocinquanta lire perdevano di valore.  un fatto, del resto,
indiscutibile! quando non si vede il volto dell'innamorata, si sospira:
quando non si vede la faccia del creditore, si respira!...

Finch rimaneva a Venezia l'Ariberti tremava tutto all'idea
d'incontrarsi al Lido o sotto le _Procuratie_ con il Badoero la domenica
del _pagher_, senza avere in tasca la somma; ma da lontano questo
pericolo non lo correva pi e avrebbe meglio trovata una scusa o
domandata una proroga, inviando intanto qualche piccolo acconto. Invece
di parlare, era il caso di scrivere; e, si sa bene, certe cose che a
dirle bruciano le labbra, si possono scrivere correntemente e senza
fatica.

Ma l'Elisa, invece? Dall'Elisa pi si allontanava e pi la sentiva viva,
possente nel cuore, nel sangue e nella testa. Durante quel viaggio del
ritorno, sbalottato cos solo solo in _seconda classe_, ricordava, con
un desiderio amarissimo, l'altro viaggio fatto in _prima_, nell'andata,
e gli pareva allora d'aver goduto il suo paradiso, tanto  vero che
nella miseria si dimenticano i piccoli dolori che amareggiano i periodi
della felicit. Prandino si ricordava bene l'estasi amorosa goduta da
Vicenza a Padova, ma aveva dimenticato tutti i tormenti sofferti da
Padova a Venezia.

Adesso le spine, e non erano poche, delle sue rose d'amore non bucavano
pi. L'Elisa non era pi lunatica, non era pi capricciosa, non era pi
esigente; non aveva pi la Cecilia sempre d'intorno, non aveva pi Gegio
sempre fra i piedi; non lo tormentava pi colle sue leggerezze, colle
sue civetterie, co' suoi sgarbi. Adesso ch'egli l'aveva perduta, l'Elisa
era ritornata la donna pi buona, pi bella, pi cara, pi amabile della
terra, e quando Prandino pensava all'avvenire e lo vedeva senza di lei,
sentiva nell'animo uno scoramento, un affanno che vi facevano strazio.

A Vicenza, tutte le strade gli avrebbero rammentato un incontro, un
saluto, una passeggiata fatta insieme. Al teatro, senza la contessa
Navaredo, senza i suoi occhioni che lo cercavano, senza la soddisfazione
di offrirle il braccio, finito lo spettacolo, per ricondurla presso
_lord Palmerston_, non avrebbe gustata nemmeno la musica. E in
chiesa?... Che cosa sarebbe andato a fare in chiesa, se, dopo messa, non
aveva pi da aspettarla all'uscita?

Si ricordava che, in passato, se per una ragione qualunque egli doveva
rimanere un giorno senza andare da lei, il suo primo pensiero, alla
mattina, nello svegliarsi, era quello, e ne restava angustiato, e
smaniava per trovar modo di far correre veloce il tempo che camminava
per lui come una tartaruga. Ma adesso che avrebbe dovuto stare senza
l'Elisa tutte le ore, tutti i giorni, tutta intera la vita?... Tanto
valeva addormentarsi una volta, per non destarsi mai pi.

Al primo momento, non avrebbe creduto di dover soffrir tanto per
quell'abbandono; ma le ferite dell'animo sono come quelle del corpo:
subito, appena capitano addosso, si prova uno sbalordimento e nulla pi.
Il bruciore, lo spasimo cominciano dopo.

Quando Prandino smont a Vicenza era come inebetito. Perch poi si
trovasse ancor peggio, la prima persona che gli si par dinanzi fu per
l'appunto il sotto-capo della stazione: il bel giovinotto dal berrettino
foderato d'arancio, che gli chiese subito come mai ritornava cos presto
dai bagni e senza la contessa Navaredo.

-- Ho fatto una corsa per affari; ma devo ritornare a Venezia fra un paio
di giorni.

Non aveva cuore di confessare la propria ignominia!... No, no: non
avrebbe potuto sopportare quella disgrazia, e adesso il proposito di
farla finita non era preso in un istante di febbre: era proprio il
convincimento dell'anima.

Sul piazzale della stazione fu ricevuto dalle scappellate dei vetturini.

-- Signor Conte, la carrozza!

-- La carrozza, signor Conte!

-- Signor Conte, comanda il _brougham_?

Prandino sal sul primo _brougham_ che trov aperto, un po' consolato da
quei saluti cos rispettosi. Finalmente non era pi un ignoto, una
persona qualunque, il numero _ottantasei!_... Ritornava a essere il
signor Conte, il signor Conte che tutti conoscevano e al quale tutti
facevano di cappello....

Ma quella sua consolazione fu di breve durata. Era la contessa Navaredo
che lo illuminava colla propria luce, e adesso che quella luce gli era
negata, egli ritornerebbe presto nell'ombra anche a Vicenza!...

Dio santo!... che effetto gli faceva Vicenza, quella mattina!... Gli
pareva di veder l'Elisa apparire a ogni canto di strada.

Era cos tutto compreso da quell'affanno cupo, desolato che, quando
scese dalla vettura, credette di scorgere lo scherno, la derisione negli
occhietti neri di una bella figliuola che al rumore era corsa a vedere
sull'uscio della pasticceria accanto alla sua casa.

Quella sua casa gli era per sempre cara; quella vecchia casetta dove
crebbe fanciullo, dove vide sua madre genuflessa al lettino di lui
ammalato, dove fece tanti sogni d'amore, dove ricevette la prima lettera
dell'Elisa; la sua casetta la rivedeva come un amico fidato, anche
allora che vi rientrava per andarvi a morire.

Ma, varcata appena la soglia, gli sembr che gli pesasse sul capo, e
dalla corte angusta, oscura, usciva un odore di muffa e di miseria che
lo disgustavano. Eppure in quell'andito buio, aveva giocato per tante
ore, allegro e senza pensieri, eppure da bambino ci perdeva il fiato a
corrervi dentro, tanto era grande.

In fondo al corridoio, in alto, sullo stipite di una porta, c'era un
piccolo tabernacolo, messo l dalla signora Luciana in un giorno di
profonda divozione. E la fede s'era talmente fatta grande per la madonna
della casa, che gl'inquilini vi accendevano il lume quasi ogni sabato.
Adesso il lumicino rosseggiante nelle tenebre tetre del corridoio, fu
per Ariberti come una stella nel mare procelloso della sua anima; e, al
di l della figura di Maria Addolorata, vide un'altra madre ch'era pur
santa e che avrebbe pure spasimato dal dolore: la mamma sua!...

Povera mamma!... Quel giorno egli non derise il bigottismo della signora
Luciana: ma, involontariamente, si tocc il pioppino dinanzi alla
immagine benedetta, e sal pi lentamente fin su, al secondo piano,
incerto se dovesse farsi vedere da sua madre, col triste proposito che
aveva nel cuore, oppure se non fosse meglio di tornare indietro e
scappar via. Cos, combattuto da mille dubbi, arriv all'uscio del suo
quartierino, l'apr, entr dentro nella prima stanzetta, senza quasi
sapere che cosa si facesse.

L'Orsolina stava lavorando, seduta vicino alla finestra, e agucchiava
muta, grave, curva sul tombolo. Alz il capo appena ud toccare il
chiavistello dell'uscio, e quando vide il suo Prandino entrare nella
stanza, di un grido acutissimo, le guance secche, scarne arrossirono
ancora di gioia, e gli corse incontro e lo abbracci e lo copr di baci;
ma poi la sua grande consolazione si agghiacci a un tratto: perch
ritornava cos presto?... perch era cos pallido?... perch non le
diceva nulla?... Prandino lesse negli occhi timidamente affettuosi della
buona vecchia tutte le ansiet e le inquietudini che la angustiavano, e
ne fu turbato. Butt l un pretesto, una scusa, pel suo arrivo
improvviso.... disse che aveva dovuto ritornar subito per affrettare
l'impiego, per alcune carte che non erano in regola, e poi si avvi
verso la sua camera in fretta, sperando di fuggire da tutto quel grande
amore che usciva dagli occhi di sua madre e che gli pesava addosso come
un rimorso. Ma in quel mentre comparve sulla soglia della stanza la
signora Luciana, in un atteggiamento, cos lunga e secca com'era, che
pareva un punto interrogativo.

-- Che vuol dire, signor Conte?... Cos presto di ritorno?... Che cosa le
 succeduto?...

-- Ho dovuto venire a Vicenza.... per un giorno.... ma vado a Venezia di
nuovo.... presto.... domani.

Ci detto, spinse l'uscio della camera ed entr, che non ne poteva pi
di trovarsi solo, lasciando la signora Luciana a tormentare, a furia di
domande, la contessa Orsolina.

-- Ho fatto male a ritornare a Vicenza! Ho fatto male a farmi rivedere! --
pensava Prandino buttandosi a sedere sopra una seggiola, respirando, l,
solo solo, e non riflettendo che da due giorni faceva tutto ci che gli
saltava in testa, senza fermarsi un momento a ragionare.

La quiete della stradicciola, dove era un caso che passasse una
carrozza, gli metteva tedio; il bisbiglio che le due donne facevano
nell'altra stanza lo tormentava come la voce della sua coscienza e, a
fior di labbro, quasi fosse una sfida lanciata a tutto il mondo, e
insieme il ricordo d'un impegno preso con s stesso, and ripetendo il
suo triste ritornello: bisogna morire, bisogna morire!

Per il debito del giuoco, tanto, ci avrebbe potuto rimediare....
l'avrebbe confessato a sua madre, che era una donna piena di consigli...
avrebbero potuto vendere un po' di roba.... qualche masserizia che non
fosse strettamente necessaria -- non era poi un milione, alla fine, che
aveva perduto! -- e adesso si meravigliava di averci dato tanto peso il
giorno prima. Ammazzarsi per ottocento cinquanta lire, anzi per
settecento quaranta, sarebbe stata proprio una minchioneria: e poi,
ammazzandosi, non pagava i suoi debiti, tutt'altro: commetteva, invece,
una frode.... _in articulo mortis_....

Ah! se l'Elisa gli avesse voluto ancora un po' di bene: s'ella non
l'avesse piantato in quel modo, allora no, no, certo, non penserebbe di
morire! E, a questo punto, il suo povero cuore tornava daccapo a
tormentarlo. Che valevano le persuasioni dell'uomo saggio, che valeva
l'affetto di sua madre, le ragioni stesse dell'orgoglio ferito per
l'abbandono ingiusto, immeritato, contro il suo amore fisso, tenace,
selvaggio?

L'Elisa sarebbe stata d'un altro!

L'idea che quelle forme vaghe, da lui follemente adorate, avrebbero
appartenuto a un rivale, sarebbero state toccate dalle manacce ruvide
del Maggiore, baciate da quella bocca ingorda e irriverente, che puzzava
di sigaro, tutto ci gli faceva correre nel cervello dei buffi di sangue
caldo e gli dava le vertigini, mentre, nell'accesa fantasia del povero
ammalato, l'Elisa diventava bianca, candida come neve, delicata,
flessuosa come una gazzella, e trasudava un profumo _aux fleurs de lys
de cachemir_; ritornava giovane, ritornava fresca.... e non era quasi
pi neppur vedova!... Dio, Dio, quanto era bella!...

Prandino se la vedeva innanzi, ora gaia, biricchina, piena di vita e di
fremiti, come il primo giorno ch'era stata sola con lui, grondante
d'acqua, sotto il capanno, e ora raggiante di sole e splendida d'amore
come quella mattina che gli camminava dinanzi, lungo la viottola
dell'uccelliera; poi gli appariva languida, voluttuosa, mollemente
sdraiata nella gondola, e poi.... e poi... finalmente, la rivedeva
com'egli solo, com'egli solo sapeva.... e, dannazione!, come avrebbe
saputo anche quel beduino del Maggiore!

No, no; era uno strazio troppo vivo, uno strazio che colle carni gli
lacerava anche l'anima! No, no: egli aveva bisogno dell'amore di Elisa
come dell'aria per respirare, e perch quell'amore gli veniva meno, egli
moriva.... moriva colla gola stretta, col petto gonfio.... moriva
soffocato!

Come fare per fuggire quell'immagine che lo torturava?...

Se apriva gli occhi la vedeva in un modo, se li chiudeva la vedeva in un
altro: ma la vedeva sempre!

E ancora, il fanciullone innamorato!, tentava di combatterla, di
vincerla, di metterla in fuga, ripetendo a s stesso, mentre coi denti
si strappava i baffi:

-- Bisogna morire, bisogna morire!...

Ma tornava daccapo a domandare a s stesso:

-- Con qual genere di morte? Sott'acqua, no; nemmeno per idea!...
Dunque?...

E Prandino pensava, ripensava e non concludeva mai nulla: perch, quando
si arriva a questo di non saper sciogliere il problema del -- _come
vivere?_ -- ci troviamo con quell'altro fra mano, non meno difficile, del
-- _come morire?!_ --

-- Un buon colpo di pistola, proprio dritto in mezzo al cuore?... --
Quello ci voleva!... -- S! ma come trovarlo il posto giusto del cuore?

Prandino lo cercava colla mano aperta sul petto, ma non era pi buono di
sentire un palpito, una battuta sola: il cuore stava zitto, non si
moveva neppure.... pareva quasi che fosse scappato via!

-- Buttarsi gi da un campanile alto, il pi alto di Vicenza?

No. Primieramente, questa era la morte d'un manovale e non gi quella
che doveva scegliere l'ultimo degli Ariberti, e in secondo luogo, invece
di spaccarsi la testa, si poteva rompere le gambe solamente, e allora
sarebbe stato messo in ridicolo.... e poi avrebbe veduta ancora sua
madre, ne avrebbe udite le grida, i pianti!.. Sua madre?... No. Non la
voleva pi rivedere: la disperazione di sua madre avrebbe fatto morire
disperato anche lui, e lui, invece, voleva darsi la morte per aver pace!

Ruminando nel capo tutti questi pensieri, che non erano affatto color di
rosa, Prandino, dopo avere camminato un po' di tempo in lungo e in largo
per la cameretta, aveva finito col fermarsi su due piedi, meditabondo,
quando, levando il capo, l'occhio per caso gli cadde sul
_portrait-album_ dell'Elisa che, come di solito, era sul suo tavolino da
notte, appoggiato all'elegante cavalletto di legno intarsiato.

-- Eccola l, quella perfida! -- pens Prandino fra s e s; e, vinto da
una seduzione potente, irresistibile, si avvicin al ritratto per
inebriarsi ancora una volta delle note sembianze.... e l, respirando a
fatica, graffiandosi le braccia che si stringeva al petto, pallido,
sconvolto, tutto tremante, guard la figuretta insidiosa; poi si fece
ancora pi vicino, frugando col pensiero nell'immagine cara per cercarvi
un sorriso, un ricordo, per....

Ma che diamine era accaduto?!... Chi aveva sfregiato quel ritratto?!...

Prandino lo prese e si avvicin alla finestra per osservarlo meglio e,
dominando la sua agitazione, rimase l lungamente, serio, attento,
pensoso, col ritratto fra le mani.

Ma per, mentre fissandolo aggrottava fortemente le ciglia, il suo
respiro, l'ansia del suo petto diventava meno grave, meno affannosa. Che
cosa era dunque successo?

Una mosca, una grossa mosca di certo, si era fermata sul naso della
contessa Navaredo.... (vedete un po' la Provvidenza, quali forme si
compiace di assumere?!...) e lo aveva macchiato con una patacca nera,
rotonda, che cambiava affatto l'espressione di quel viso cos caro a
Prandino.

Egli la guardava sempre attento, ostinato, ma la figurina gentile,
romantica, _al chiaro di luna_, coi capelli biondi, cadenti lungo le
spalle, veduta con quella macchiaccia sul naso, non era pi la stessa.

La testolina bianca, pensosa, tutta raccolta e mollemente chinata sul
libro che teneva aperto fra le mani, quel profumo, quell'aria di
sentimentalit verginale, stonava maledettamente dopo il tiro fattole
dalla mosca birbona, e non era pi dolce, non era pi poetica, ma
diveniva una cosa buffa; buffa e grottescamente ridicola.

Prandino continuava a restar l, dritto, immobile, guardando il ritratto
dell'Elisa, e a poco a poco non tremava pi: a poco a poco poteva
fissarlo senza paura, senza che la sua testa gli andasse in fiamme.

Accadeva un fatto curioso, una combinazione strana: mentre la figurina
al _chiaro di luna_, con quello sgorbio sul naso, non pareva pi la
stessa, tuttavia rassomigliava per sempre alla contessa Navaredo. Anzi,
a Prandino pareva quasi che le rassomigliasse di pi. Sempre, ben
inteso, com'era ne' suoi momenti meno felici.

Uno dei primi giorni in cui le signore avevano cominciato a usare quella
maglia scura cos attillata, l'Elisa ne aveva indossata una tanto
stretta, che le gonfiava il collo e la faccia: e il ritratto, adesso,
faceva ricordare l'Elisa com'era appunto in quel giorno!

Anche allora era ridicola a voler fare la bambina, coi passettini corti
corti, per le sottane che le impacciavano le gambe, e a volersi stringer
tanto da soffocare, per avere un po' della Sarah Bernhardt.... -- con
quella ciccia!..

Ridicola, com'era ridicola l nel ritratto, coi capelli biondi sciolti
lungo le spalle, con la testolina bassa, col raccoglimento stanco,
romantico, _al chiaro di luna_, e quella patacca sulla punta del
naso!... Oh, tanto ridicola, che faceva ridere anche Prandino, sebbene
gli frullassero per la testa i pi tristi pensieri!

Eppure, a pensarci bene, l'Elisa non meritava certo ch'egli l'amasse a
quel modo!... Non aveva cuore: era tutta vanit, tutta finzione. Come
voleva sembrare quello che non era, cos voleva mostrare di sentire
anche quello.... che non sentiva!... Voleva fare la bambina, ed era
nonna! Voleva fare l'innamorata, e non aveva cuore!

E pensare ch'egli desiderava di morire per lei. per l'Elisa!.... A
questa idea, guardando il ritratto cos sfigurato, Prandino non pot
trattenere una risata: una risata che lo sorprese all'improvviso, che
gli scattava dai nervi pi che non gli uscisse dalla testa o dal cuore,
ma che, a ogni modo, gli fece bene.

Volle ritornar serio, volle vincere le impressioni del momento, non
volle pi guardare il ritratto.... ma non ci riusc: dopo un poco,
dovette fissarlo di nuovo.... e di nuovo torn a sorridere.... e
intanto, senza che nemmeno se ne accorgesse, cominciava ad avere lo
spirito pi sollevato.

Certo, adesso quella donna non gliela doveano pi invidiare, come gliela
invidiavano un anno innanzi.

Chiss che anche lui non fosse stato ridicolo, qualche volta,
mostrandosene cos invaghito! -- Ma, e il Maggiore? Il Maggiore che la
sposa?!.... Chi lo dice, intanto, che la sposa? Lei stessa: l'Elisa, che
non ne dice mai una vera. Bisogna star a vedere!....

Ci che maggiormente ci esalta, nella donna,  quel tanto che le presta
o le aggiunge la nostra immaginazione, e quella macchiaccia, che adesso
le sfigurava il volto, aveva buttato il ridicolo l dove il sentimento
aveva sempre lavorato di fantasia, l dove l'amore saettava i suoi
fascini e spiegava le sue migliori attrattive. Prandino continuava a
guardarla, a fissarla, a studiarla; ma, non c'era caso: la donna che gli
rappresentava quel ritratto non era pi l'Elisa trasfigurata nell'ansia
di un desiderio febbrile, ma l'Elisa viva e _reale_, in carne ed ossa,
l'Elisa com'era, l'Elisa con tutti i suoi difetti e, ahim, con tutti i
suoi anni. E per, Prandino, un po' alla volta, andava finalmente
concludendo, che la balda e forte giovinezza di lui non dovea piegarsi
dinanzi a quelle mature seduzioni, che quell'avvenenza impiastricciata
di _cold-cream_ non valeva il contraccambio di tutto un avvenire di
riposo e di pace.

L'Elisa non s'era imposta al suo innamorato coll'intelligenza, collo
spirito, col cuore; ma lo aveva preso colla vanit e lo teneva vinto coi
sensi, ed  perci che il suo regno, quantunque costituzionale, veniva
buttato all'aria cos facilmente!....

Intanto che Prandino continuava a fissare il ritratto dell'innamorata,
non s'era accorto che da qualche tempo mamma Orsolina era entrata adagio
adagio nella cameretta, e che singhiozzava vicino a lui, sommessamente,
senza osare di lamentarsi, rispettando timorosa l'angoscia del suo
figliuolo anche allora ch'egli era stato cos ingiusto, cos disumano
con lei. Ma un singulto, che le proruppe troppo forte dal petto, la
trad: Prandino si scuote, si volta, e comprende tutta l'immensit di
quel dolore muto, rassegnato.

-- Mamma, mamma! -- esclama, -- non piangere, te ne scongiuro, non
piangere! No: sono guarito, sai, non piangere! Non l'amo pi, te lo
giuro, non l'amo pi!

E adesso copre di baci, di carezze, e si stringe al cuore quella sua
vecchietta cos santa, colla stessa frenesia con la quale avrebbe
abbracciata l'Elisa, se un momento prima le fosse apparsa dinanzi per
dirgli, come ai bei tempi d'una volta: ti voglio bene, e son tua!....

-- Per quella cattiva? -- chiese l'Orsolina, indicando il ritratto; e non
disse altro.

-- No, mamma, no: ho un altro dolore che mi fa disperare, che mi fa
perdere la testa.

E Prandino confid a sua madre che, per domenica, doveva restituire
ottocentocinquanta lire a Badoero.

In quel punto, nessun debitore lo vorr credere, ma  pure la verit,
egli fu quasi contento d'avere quel debito: gli ripugnava troppo di
dover confessare a sua madre ch'egli era stato cos ingrato verso di
lei, e tanto matto, fin da voler morire, solamente per il bel muso....
della contessa Navaredo!....




CAPITOLO XV.


Non bisogna credere, a ogni modo, che il conte Eriprando degli Ariberti
fosse proprio guarito interamente dalla sua malattia. Anche quando ci si
leva un dente, resta il bruciore per un po' di tempo; dunque, figurarsi,
quando si tratta di strappar via dal cuore una donna!

La vista del ritratto macchiato aveva fatto s che Prandino superasse la
_crisi_, ecco tutto: ma restava per in uno stato di convalescenza che
doveva essere lungo e penoso, col pericolo di ricadute.

Molte volte torn a desiderare l'Elisa, molte volte torn a
rimpiangerla, ma a ogni assalto la violenza era men forte, e quegli
assalti si facevan sempre pi radi.

Il primo giorno che comparve al Caff, mentre i frequentatori di casa
Navaredo gli domandavano notizie della Contessa, con quell'aria che
voleva dire: -- le domandiamo a lei per fare una gentilezza a tutti e
due, -- Prandino divent rosso, confuso, rispose balbettando e pens che
quei signori, quando avessero saputo come stavano le cose, gli avrebbero
tolta in parte la loro stima: ma poi, dopo che per Vicenza s'era
cominciato a buccinar qualche cosa, anche la curiosit che egli destava
per il mistero che a ogni costo volevano vederci sotto a quella rottura,
soddisfaceva, in qualche maniera, un po' il suo amor proprio.

Fu poi sviato dal suo pensiero dominante da un'altra grossa
consolazione: quella di poter fare buona figura col cugino Badoero.

L'Orsolina s'era confidata colla signora Luciana a proposito delle
ottocentocinquanta lire, e la zitellona, un po' per bont di cuore e per
il gusto d'immischiarsi negli affari dell'aristocrazia, e un po' perch
in pelle in pelle si sentiva del debole per quel bel giovinetto, offr
subito d'aprire lei la borsa per sopperire al bisogno. A questa proposta
per si oppose la dignit della casa. Combinarono dunque di presentare
allo sconto della _Banca Popolare_ una cambialetta di mille lire
(facendovi su l'operazione, tanto valeva addirittura prendersi un po' di
largo) e la signora Luciana avrebbe messo la sua firma plebea, sotto
quella illustre, ma fuori corso, del conte Eriprando degli Ariberti.

Il sabato mattina, Eriprando portava alla posta una lettera suggellata
collo stemma degli Ariberti: c'era dentro il vaglia delle
ottocentocinquanta lire a favore di Badoero. Per, solo che egli avesse
aspettato qualche ora a fare la spedizione, avrebbe forse potuto
risparmiare i denari del vaglia. Quando ritorn a casa, trov un'altra
lettera, con un altro stemma: -- quello delle _Strade ferrate dell'alta
Italia_.

Come gli aveva promesso il cavalier Pinocchio durante la lezione di
nuoto, era stato nominato _avventizio_ presso la Contabilit degli
uffici di Venezia, e fra un paio di giorni bisognava partire.

Ritornare a Venezia cos subito?.... Rivedere la Elisa?.... Rivederla
forse col Maggiore?.... A braccio, sola con lui?.... No, sarebbe stata
una commozione troppo forte!.... Ma non c'era caso; a Venezia bisognava
andare!....

Ebbene, vi andrebbe, ma non avrebbe messo il naso fuori dell'uscio fino
a tanto che l'Elisa ci fosse rimasta.

Poi, si fece cuore e cambi idea un'altra volta: adesso voleva anzi
incontrarla e farle tanto di cappello e mostrarle chiaro, colla sua
indifferenza, che per lui, tanto, era come se fosse morta e sotterrata.

Questa volta l'abito nero d'etichetta non fu indossato durante il
viaggio, ma riposto con ogni cura in fondo del baule; vest invece una
giacca d'Orlans, stinta e senza fodero: roba di Bocconi. Anche i guanti
comperati a Venezia andarono involtati, nello stesso giornale colle
cravatte, a tener compagnia all'abito nero: per viaggio poteva bastare
un paio di quelli vecchi, sciupati e induriti dal sudore.

Del lusso antico, non c'era pi altro che il portasigari, che faceva
capolino dalla tasca di fuori della giacchetta.

Quando il figliolo fu sul punto di partire, mamma Orsolina lo guard,
mettendosi a piangere.

-- Sta sicura, mamma: sta sicura. Quel che  stato,  stato. Ormai non ci
ricasco pi.

-- Bravo, signor Conte! -- esclam la signora Luciana, ch'era presente a
quell'addio. -- Ce ne sono tante di donne e lei non avr che da
scegliere. A quella signora, poi.... ma no, acqua in bocca, Luciana, a
te non ist bene!

-- Che! Parli, parli, signora Luciana.... tanto, non ci penso pi.

-- Allora le deve dire, quando la vede: -- chi non mi vuole, non mi
merita! -- Ma glielo deve proprio dire!....

L'Orsolina, seria seria, dondolava la testa, mostrando chiaro che non
approvava quel consiglio.

-- Come? Non pare a lei, contessa Orsolina, che le stia bene a quella
signora?

-- Per me sarei pi tranquilla se Prandino mi promettesse di far di tutto
per non rivederla!

-- Te lo prometto, ma in ogni modo, anche se la rivedo, sai, mamma, puoi
esser tranquilla ugualmente; non dubitare.

Per, mentre concludeva in questo modo, egli sentiva in cuor suo che la
mamma aveva forse ragione.

Capit a Venezia di notte, e fu meglio perch cos il ricordo di quei
luoghi si faceva per lui meno sensibile. Il cavalier Pinocchio, per
incarico avuto dall'Orsolina, gli aveva fissata la camera e il vitto in
un alberguccio modestissimo in _Calle del Carbon_.

Quando arriv sul luogo, Prandino era morto dalla fame: e quantunque
dalle _Tre Corone_, che cos si chiamava la locanda, invece del profumo
di _consum_, che spandeva intorno la cucina della _Gondola d'oro_,
uscisse un odore acuto di grasso che friggeva, tuttavia egli vi entr
senza ripugnanza e senza perderci l'appetito.

Mangi del pesce e una porzione di lesso in un piccolo stanzino basso,
annerito dal fumo, che dava adito alla cucina, anche quella bassa, nera
e illuminata dalle fiamme vive del camino, cos da parere un forno; e
poi, quand'ebbe finito, domand del padrone a un ometto che lo aveva
servito, piccolo, tondo tondo, tutto involto in un grembiule greggio,
sudicio e con una berretta larga di tela bianca, che incorniciava il suo
faccione di luna piena.

-- Sono io per l'appunto; che mi comanda? -- e l'albergatore, ch'era nello
stesso tempo il cuoco, il cameriere e il direttore delle _Tre Corone_,
fiss il giovinotto con due occhiettini vivi, lucenti, che schizzavan
furberia di sotto a due folte sopracciglia grigiastre, fatte a spazzola.
Prandino lo salut con un cenno del capo, e si fece conoscere per _quel
signore_ che doveva essergli stato raccomandato dal cavaliere Pinocchio.

-- Vedo, vedo,  lei, _quel giovine_ di Vicenza?! non  una mezz'ora che
gli abbiam messo all'ordine la stanza.

-- Tanto meglio, perch casco dal sonno.

-- Venga con me; la condurr subito di sopra.

L'oste pass un momento nella cucina a prendervi un candeliere d'ottone
con una mezza candela di sego, che accese in fretta alla fiamma del
camino, poi raggiunse subito l'Ariberti e lo accompagn, facendogli
lume, per una scala ripida, angusta, diritta, tutta d'una sola branca,
sino al primo piano. Quando arriv su, l'oste, seguito da Prandino,
entr in una stanza a destra, della quale apr l'uscio con una pedata:
trov una candela nuova sul cassettone, l'accese, e poi volgendosi al
suo ospite, gli disse senza altri complimenti:

-- Eccola servita.

La stanza era molto grande; forse troppo. Di contro a una parete c'era
un lettuccio, piccolo, stretto, si capiva a colpo d'occhio che doveva
essere un sof a doppio uso, con una seggiola impagliata in luogo del
tavolino da notte; dall'altro lato, di contro al letto, un cassettone di
noce, colle borchie d'ottone, e sopra, uno specchio cos vecchio da
parer antico, colla luce guasta e rotta in un angolo: appese alle pareti
due oleografie rappresentanti l'una la _Famiglia reale_ colla Regina in
pelliccia, e l'altra la _Famiglia di Garibaldi_, con Teresita tutta
vestita di rosso.

Una frasca d'ulivo benedetto e una piletta di stagno per l'acqua santa,
erano a capo del lettuccio, e in mezzo alla stanza, una tavola grande di
legno, colorita d'un color verde scuro, che non si capiva che cosa fosse
stata messa l a fare.

Prandino, quando vide il lettuccio, gli si strinse il cuore: poi,
subito, gett di sbieco sulla tavola un'occhiata sospettosa.

-- Di giorno -- gli disse l'oste, prevedendo la domanda di Prandino, --
tengo questa camera a disposizione degli avventori che vogliono essere
serviti a parte; perci la mattina si disf il letto che si rif poi
tutte le sere.

Prandino chin il capo senza fiatare; il cavalier Pinocchio gli aveva
fissato vitto e alloggio per lire una e ottanta centesimi al giorno:
per, si capisce che non poteva avere grandi pretese.

-- Vuol favorirmi il suo riverito nome e cognome?

L'oste, preso dal cassettone un libraccio che doveva pesar doppio, tanto
era imbevuto d'untume, lo teneva aperto sulla tavola e fissava Prandino,
prima di mettersi a scrivere.

-- Il conte Eriprando degli Ariberti!

-- Scusi, ha detto!...

E il locandiere, levandosi il berretto di testa, che si cacci sotto il
braccio, e pensando che il cavalier Pinocchio doveva aver certo
sbagliato, scombiccher quel nome illustre sul sudicio libraccio che non
aveva proprio nulla a che fare col _libro d'oro_ della _Serenissima_.

Rimasto solo, Prandino si guard attorno nello stanzone, che all'esile
luce della candela pareva ancora pi grande, e sospir profondamente.
Poi, fattosi coraggio, si spogli e si cacci in letto, sperando di
dimenticare tutto coll'addormentarsi. Infatti dorm quasi subito, ma si
svegli anche prestissimo: dovevano essere appena le due di notte!
Allora cominci a sentirsi inquieto, agitato e, un po' per il caldo, un
po' per tutto quello che gli frullava in testa, e un po' per il letto,
ch'era molto cattivo, non ci fu pi caso che potesse ripigliar sonno.

Il letto delle _Tre Corone_ non era, no, quello elegante, elastico della
_Gondola d'oro_, e nemmeno il lettino morbido, soffice che gli preparava
la mamma! era duro, ruvido, troppo stretto e troppo corto per lui: e
poi, come se tutto ci non bastasse, ogni volta che si moveva per
cambiare di fianco, uno degli asserelli cigolava, che pareva un violino
scordato.

Intanto, gi nella _Calle_, c'era un trepestio di gente, uno schiamazzo
di risa, di canti, di grida affatto insolito a quell'ora.

Chi poteva essere?.... ci pens sopra un momento, e poi si ricord
ch'era una notte di sagra per Venezia, la notte del _Redentore_.

Aspettare che facesse giorno, in quello stato, senza poter dormire, non
c'era proprio sugo. Allora decise di levarsi e di andare anche lui a
passeggiare, e salt dal letto.... coll'accompagnamento di un'ultima
arcata di violino.

Cammina, cammina, usc dalla _Calle del carbon_, fece tutto il _Ponte di
Rialto_, entr in _Merceria_ e poi non pot resistere a una tentazione
che lo prese a un tratto, improvvisamente, come un reuma: la tentazione
di passare davanti alla _Gondola d'Oro_.

Prandino giur a se stesso ch'egli non passava di l per la contessa
Elisa, e forse con quel giuramento poteva essere anche in buona fede; ma
non si pu credere ad ogni modo ch'egli facesse quella passeggiatina per
amore del portiere; dunque?....

_Dalla Gondola d'Oro_, un passo dopo l'altro, capit in piazza san
Marco: la notte era bella, serena, e c'era attorno tanta gente e i caff
erano cos affollati, come alle nove di sera, durante la musica.

Prandino vide subito che al _Florian_, al posto dove di solito andava a
sedere l'Elisa, le seggiole erano vuote.... Non volle fermarsi in
piazza: gli metteva tristezza. And invece a camminare sulla _Riva degli
Schiavoni_; anche quella corsa e ricorsa da frotte di persone e dai
barcaiuoli che volean condurre i _foresti_ al Lido, quasi per forza. Il
_Canale_ era tutto pieno di gondole che si distinguevano la maggior
parte per il piccolo fanale di prua che rosseggiava guizzando veloce
nelle tenebre: qua e l sull'acqua cupa, nera, passava lentamente
qualche barca adorna con frasche verdi e con palloncini a colori, con
tavole attorno alle quali stavan sedute donne in capelli e uomini in
farsetto, mangiando, bevendo, oppure cantando cori e canzoni popolari.

Prandino, dopo aver passeggiato tanto da sentirsi stanco, si sedette al
_Caff Orientale_: il cielo cominciava a farsi pi chiaro, e a mano a
mano che l'alberatura delle navi ancorate nella laguna, e poi l'isola di
_San Giorgio_ e poi la _Giudecca_ si stenebravano un poco, anche il
ricordo di tutto quello ch'egli avea goduto e che avea sofferto a
Venezia gli si affacciava pi vivo alla mente.

Ritorn a passeggiare per distrarsi, per cacciar via quei brutti
pensieri, ma dovette fermarsi presto di nuovo, che attorno al ponte del
vaporetto c'era una folla che si accalcava facendo chiasso, urtandosi e
vociando.

Domand subito che cosa volesse dire quel baccano e gli fu risposto
ch'era tutta gente che volea imbarcarsi per andare al Lido, a vedere il
levar del sole.

Prandino non aveva veduto mai levarsi altro sole che quello di cartone
del teatro di Vicenza nel terzo atto del _Profeta_; era abbastanza
naturale che gli venisse voglia di quel nuovo spettacolo. All'ufficio,
tanto, non dovea presentarsi prima delle nove, in letto oramai non ci
sarebbe pi ritornato, dunque bisognava trovar modo di passare quelle
ore.... Si cacci nella folla, lavorando di gomiti, finch riusc anche
lui a prendersi il biglietto e ad imbarcarsi.

Quando il vaporetto si ferm al Lido, cominciava gi l'alba. Tutta,
quant'era lunga, la strada che conducea verso il mare, era piena zeppa
d'un via vai affollato, che parea una fiera. E in mezzo a quella calca,
a quella ressa d'uomini e di donne d'ogni et, d'ogni grado, spiccava,
sotto il ricco cappello a piume larghe, svolazzanti, un profilo pallido,
delicato, sbianchito dalla veglia, vicino al viso rosso, acceso, della
popolana in zendado; qua e l qualche faccia assonnata d'inglese o di
tedesco, si guardava attorno stupita fra le risa, i canti e le beghe,
fra lo schiamazzo, il rumore, la confusione dei _tramways_ e degli
_omnibus_ carichi, che passavan di corsa battendo le sonagliere, dei
conduttori e dei vetturini, che davan l'avviso sonando il fischio e la
cornetta, gridando e schioccando le fruste: e tutto quel frastuono
assordante, tutto quel brulicho confuso, scomposto, tutto quel
contrasto, quella mescolanza di vesti, di tipi, di facce, di colori,
nella luce cos debole, cos sbiadita dell'alba, presentava un
tutt'insieme strano, originale, produceva effetti nuovi ed inaspettati.

Mentre Prandino stava per montare sopra un _tramway_, si sent prendere
per un braccio; si volt: era il cugino Badoero, che saliva anche lui,
per andare a sedersi poco discosto dall'Emma, con la quale scambiava
occhiate, sorrisi e altri segni d'intelligenza.

-- _Ciao_, Badoero!

E Prandino respir pensando che le ottocento cinquanta lire gliele aveva
pagate.

-- _Ciao_, mio caro! Che vuol dire che non sei pi in _prefettizia_?....
Hai forse dato le dimissioni?

Prandino arross, perch la giacchettina dei fratelli Bocconi, a
quell'ora, non facea troppo bella figura.

Intanto il _tramway_ si mosse e Ariberti non rispose nulla.

-- Sei tornato da Vicenza per la festa del _Redentore?_.... E la vuoi
chiudere anche tu al levar del sole? Bravo; fai benone! Gi, adesso, ti
fermerai a Venezia per un altro po' di tempo, non  vero? Ci ho proprio
gusto!.... Ma guarda che fatalit: se tu arrivavi un giorno prima,
potevo ancora presentarti alla principessa di Lentz.

-- Grazie.

-- Ma invece s' imbarcata stanotte per Trieste. Oh, le  spiaciuto assai
di non averti conosciuto.

-- Sar per un'altra volta.

-- Gi, gi, s'intende!.... Ma, a proposito, dimmi un po', tu non la devi
conoscere la grande novit di Venezia!?

Prandino fe' segno di no, colla testa, ma prov uno stringimento di
cuore: temeva che il Badoero volesse alludere al matrimonio dell'Elisa.
Per lui, povero Prandino! non si poteva dare una novit pi grande!

Invece Badoero gli cont che dovea esserci un duello fra Potapow e
Jamagata, in seguito a un diverbio successo al Lido e al quale, in
parte, aveva assistito anche Ariberti. Aggiunse che il merito della
riconciliazione era tutto suo; ma che ce n'era voluto; aveva dovuto
adoperare una gran diplomazia e una grand'arte per riuscirvi.

-- Per me, sai, il condurre due amici sul terreno, mi ripugna. Piuttosto,
guarda, mi batto io dieci volte; in parola d'onore! Non si scherza colla
pelle degli altri:  una responsabilit gravissima: un duello non si sa
mai come vada a finire. Ramolini, che sa bene quello che si fa,
richiesto da Potapow perch lo servisse come secondo, non ne ha voluto
sapere. Un duello -- mi diceva --  sempre un rischio: si pu risolvere
con una graffiatura, come invece pu avere conseguenze gravissime.

-- Ha ragione.

-- Per bacco, se ha ragione! Ragione da vendere!

-- Hai ricevuto non  vero?... Hai ricevuto una mia lettera? -- gli chiese
poco dopo l'Ariberti, quando vide che Badoero non si risolveva mai a
ringraziarlo.

-- Una tua lettera? Ah, s! adesso me ne ricordo, -- fece l'altro cascando
dalle nuvole. -- Dimmi un po', tu sei matto! Matto da legare! Valeva
proprio il conto di pigliarsi una seccatura per cos poco! Me li avresti
resi tornando a Venezia, con tuo comodo, o si sarebbe fatta la pace in
un'altra occasione! Lo hai fatto per ischerzo, dimmi la verit? Lo hai
fatto per ischerzo?

-- Mi avevi detto che ti occorrevano per domenica? -- rispose Prandino
colla sua solita ingenuit e quasi dispiacente adesso di essersela presa
con tanto calore.

-- Matto, matto, che non sei altro! Se non mi dici che lo hai fatto per
ischerzo, me ne ho a male e mi vendico. Oh! se mi vendico! Conto a tutti
che il matrimonio della _Nonna scellerata!_ ti ha fatto perdere lo
spirito. Sai, qui a Venezia, la contessa Navaredo (non diventar rosso,
bambino!) la contessa Navaredo la chiamano la _Nonna scellerata_.... Ma,
_nom de Dieu!_ Se non si fa presto, c' pericolo che il sole si levi
prima di noi; perch di solito, non usa la cortesia di aspettare!

Questa spiritosaggine fu detta da Badoero ad alta voce, in modo che la
potesse udire anche l'Emma, in fondo del _tramway_.

Sarebbe stato proprio un peccato: lo spettacolo dello spuntar del sole,
quella mattina, doveva essere magnifico: non si vedeva una nube nel
cielo scialbo, bianchiccio, e una gran calma si distendeva sul mare,
mentre gli ultimi vapori dell'alba si dissipavano via via,
allontanandosi.

Prandino, vedendo che la riva era corsa da bagnanti che si tuffavano
nell'acqua o che si avvoltolavano, insudiciandosi, nel terriccio giallo:

-- Andr anch'io gi, a fare il bagno, -- pens fra s, tanto pi che, per
aspettare il sole, non aveva potuto trovare un buon posto sulla
terrazza, tutta ingombra di gente che stava l ferma, ammonticchiata,
sporgendo le facce smunte, verso l'orizzonte.

E si avvi per andare ai bagni. Ma, attraversando il Caff, prov un
turbamento vivissimo, quantunque non lo volesse confessare a s stesso:
in un angolo, in fondo alla sala, buttato sopra un sof, c'era il
cavalier Ramolini che dormiva e (ahim! povero avvocato D'Abal!) aveva
sulle spalle lo scialletto di lana della Cecilia. Quel scialletto, per,
non permetteva alcun dubbio: anche la Contessina non doveva essere molto
lontana, e, se c'era la figlia, ci sarebbe stata anche la madre.

Il primo movimento istintivo d'Ariberti fu quello di scappar via dal
Lido; ma quando fu per imboccare il ponte di legno che mette sul viale,
scorse gi sulla riva la Cecilia che dava scapaccioni a Gegio.... e non
proprio sul capo.

Prandino impallid, ma rimase duro a voler fingere con s stesso di non
aver provata nessuna commozione.

-- Stordito, che non sono altro! -- borbott, battendosi la fronte e
tornando indietro: -- Si passa da questa parte per andare ai bagni!

Ma, quantunque non volesse credere alla propria agitazione, ne aveva
tanta in corpo, che gli tremavano le mani nello spogliarsi, e poi voleva
indossare la maglia prima di levarsi gli stivali! solamente quando fu
gi, solo solo, nell'acqua, lontano dalla riva, cominci a sentirsi pi
tranquillo, pi sicuro, e allora torn a pensare al ritratto sfigurato
dell'Elisa, torn a ridere.... e rise anche di s e della gran paura che
aveva avuta.

-- Ha ragione Badoero. Sono matto, proprio matto da legare!

E allegramente si tuff nell'acqua, guizzando come un pesce.

-- Non tocca a me ad arrossire, ad avere vergogna! Tutt'altro;  il
Maggiore, invece,  lo _sposo_ che deve trovarsi maluccio, quando
m'incontra! Sicuro,  lui, proprio lui!

Certo, era la grande serenit di quella mattina, era quell'aria pura,
balsamica, che rischiarandogli la mente, gli suggeriva un'idea cos
luminosa, e Prandino, un'altra volta, guizz leggero nell'acqua con
tutta l'elasticit de' suoi vent'anni.... ma, d'un tratto si turb,
ritorn pallido, si mise a nuotare adagio, quasi fermandosi, e il cuore
gli ricominci a battere violentemente.

Due cappelloni gialli, due cappelloni ch'egli tremava di riconoscere,
gli venivano incontro a fior d'acqua.

-- Era l'Elisa?... Era il Maggiore?... S.... No.... No.... S!... --
Sangue del diavolo! Erano proprio loro!

Che fare?... Prandino avrebbe dato chiss che cosa per non trovarsi l,
a quell'ora, in quel luogo.... Se fosse stato sicuro di non essere
riconosciuto, sarebbe tornato indietro.... S.... piuttosto
d'incontrarsi con quella maledetta, avrebbe commessa anche una vilt...
Ma oramai era troppo tardi.... dovevano averlo veduto di certo....
perch il Maggiore lo fissava, e l'Elisa.... l'Elisa sorrideva,
sorrideva, cogli occhioni languidi, colla bocca socchiusa.... Che
fare?... Che fare?!... Incontrarla?... Vederla ancora?... Riamarla
forse?! Ah, no!... Mai!...

Allora egli lev le braccia dritte, tese, punt le due mani, si di un
urto violento e si cacci gi, sotto, battendo forte l'acqua, fendendola
con forza grandissima, straordinaria, trattenendo il respiro con una
volont disperata. Ci fu un punto nel quale credette di sentire l'Elisa
e il Maggiore che gli passavano sul capo sghignazzando, ma ebbe pure un
altro momento nel risalire, dove le onde si facevano pi chiare, in cui
gli sembr di scorgere la sua mamma tutta consolata, tutta ridente, con
una gran beatitudine che le traspariva dal volto!...

.... Quando Prandino riapr gli occhi, un lungo sospiro gli usc dal
petto con un grido di gioia: non c'era pi alcuno dinanzi a lui, n
l'Elisa, n il Maggiore!... Non c'erano altro che le vele a triangolo di
cinque paranzelle immobili sull'orizzonte, tutte bianche, come cigni
natanti, e l, dove l'aurora coloriva l'acqua con una tinta rancia
dorata, s'innalzava a poco a poco, sfolgorando sopra un barbaglio di
luce, il disco giallo del sole.


  FINE.




  DELLO STESSO AUTORE:

  Mater Dolorosa, romanzo. Due volumi, L. 4--





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le
grafie alternative (sottoprefetto/sotto-prefetto/sotto prefetto,
die'/di e simili), correggendo senza annotazione minimi errori
tipografici.






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or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation information page at www.gutenberg.org


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887.  Email
contact links and up to date contact information can be found at the
Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org

Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit www.gutenberg.org/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit:  www.gutenberg.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.

Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     www.gutenberg.org

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including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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